La parlata di Porta Montanara

Nell’introduzione al libro Nostér dialet. Saggio e grammatica sul dialetto romagnolo-imolese [1], gli autori Roselia e Vittorio Irti, fanno una precisazione interessante: la loro grammatica, dicono, descrive l’imolese parlato nel quartiere di Porta Montanara negli anni Quaranta. Tutta una serie di elementi lo distinguevano, allora, dal dialetto parlato in altre parti della stessa piccola cittadina.

Questo ci aiuta a ricordare come la storia dei linguaggi parlati sia una storia vivente: il dialetto è tale solo nella misura in cui è in inafferrabile, incontrollabile trasformazione.

Qui sorge il paradosso del canone:: se io voglio ufficializzare il dialetto, devo sceglierne un luogo e un momento preciso. Ma nel momento in cui lo faccio, escludo tutti gli altri luoghi e tutti gli altri momenti. Se dichiaro che l’imolese di Porta Montanara degli anni Quaranta è il romagnolo ufficiale, da Rimini a Castel San Pietro, cancello tutto il resto. Canonizzo quindi il nulla, perché oggi non si parla così nemmeno a Porta Montanara; e – come è successo molte volte – metto in mano a quel nulla gli strumenti per reprimere il tutto, cioè le parlate reali.

Poi l’affermazione degli autori ricorda una funzione cruciale di quel complesso che chiamiamo "accento": ci permette di riconoscere i nostri, che devono essere definiti nel modo più preciso e ristretto possibile. Se ho qualche dubbio sulla qualità di una pentola che un signore sta cercando di vendermi, è importante sapere se quel signore ha un accento uguale o solo simile al mio. Se è uguale, so che lo potrò rintracciare nella zona di Porta Montanara, e so che anche lui lo sa. E quindi la mia fiducia aumenta.

I dialetti marcano il territorio, e segnano i membri della nostra tribù: ma proprio per questo, ci deve essere una "e" più aperta, una "s" più morbida che ci distingua da chi abita poche centinaia di metri più in là.

Un altro punto interessante è che quando il dialetto era vivo, non esisteva alcuna questione dialettale. Quando il dialetto sta per scomparire, ecco che nasce la questione del dialetto.

Infatti, finché l’Italia è stata divisa in classi non solo economiche, ma sociologiche, il dialetto era il segno della classe subalterna. In parte, garantiva la solidarietà, ma senza rivendicare altro che la simpatia e il calore umano. Proprio per questo, il dialetto era inseparabile dall’insieme terribile che una volta si chiamava, semplicemente, "miseria". Chi viveva senza troppi complessi il proprio dialetto, era proprio chi accettava di vivere una vita senza pretese: "meglio una bella serata in osteria con gli amici veri, che avere mille lussi e nessuno di cui ti puoi fidare".

Essere portatori di dialetto era, in qualche modo, essere portatori di una malattia che impediva la propria emancipazione, o più semplicemente, di vincere un concorso. Il dialetto, con tutta la sua ambiguità, era pur sempre qualcosa da cui bisognava guarire.

Oggi, il dialetto assume l’aura romantica delle cose morte e quindi innocue, anzi è oggetto di falsificazione nostalgica. Gli odiati "usurai giudei" di ieri, una volta sterminati o ridotti a sionisti, sono stati trasfigurati in un’altrettanta falsa "vita magica degli Shtetl". Allo stesso modo, i nativi americani, una volta totalmente espropriati e resi impotenti, hanno cessato di essere "selvaggi scalpatori" e sono diventati "ecologisti spiritualisti".

Ma la frase di Roselia e Vittorio Irti fa venire in mente anche l’intercambiabilità tra ciò che chiamano "destra" e "sinistra". Semplificando al massimo, e saltando a piè pari le molte eccezioni in un senso o nell’altro, il dialetto ieri era di "sinistra"; oggi è di "destra".

Questo non vuol dire che destra e sinistra siano la stessa cosa, una proposizione che sembra terrorizzare molti di sinistra. Significa invece che sono cambiate, contemporaneamente, le funzioni sociali del dialetto (e della sua controparte, l’italiano ufficiale) e quelle della contrapposizione tra destra e sinistra.

Anzi, come abbiamo già detto parlando della Lega, esiste un feroce conflitto tra due ceti medi, entrambi fortemente a rischio nella globalizzazione. Da una parte abbiamo quello che Badiale e Bontempelli chiamano il "lavoro intellettuale subalterno", persone spaventatissime dalle privatizzazioni, che si riconoscono nel centrosinistra.

Dall’altra, abbiamo chi crede di essere un "lavoratore non intellettuale" (è irrilevante poi che si tratti di un promoter finanziario, un metalmeccanico che fa i turni in una fabbrica o qualcuno che campa organizzando il turismo sessuale per la Tailandia) e quindi si riconosce in gran parte nel centrodestra (con l’eccezione di alcune categorie storicamente sindacalizzate).

Il segno del lavoro intellettuale subalterno è lo studio, il suo potere, o sottopotere, risiede nel dominio della lingua, che è necessariamente quella ufficiale.

Il ceto dei lavoratori non intellettuali, invece, proprio a causa di un forte complesso di inferiorità cerca di crearsi una dignità autosufficiente, proprio in ciò di cui i loro i genitori si vergognavano: il dialetto. I figli conoscono una versione di quel dialetto che risale, al massimo, agli anni Cinquanta o Sessanta, probabilmente anche a dopo. Ma siccome chi "lavora sul serio" non è certamente uno storico della lingua, e poi diffida istintivamente di ogni argomentazione intellettuale, si finge che quel dialetto costituisca "la Tradizione" e risalga alle "origini".

Curiosamente, e se solo riuscissimo a uscire dagli schematismi e dal provincialismo italiano, ci accorgeremmo che è un po’ lo stesso fenomeno che avviene negli Stati Uniti, con la "riscoperta delle radici" da parte di comunità – come quella afroamericana o quella irlandese – che in realtà sono l’esito di forme spaventose di oppressione e di miseria: non troppo diverse però da quelle patite da innumerevoli generazioni di contadini e marginali italiani.


[1] Un testo veramente ottimo sotto il profilo scientifico e didattico, la cui lettura consiglio a tutti coloro che si interessano di linguistica e non solo di dialettologia romagnolo.  

 

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19 Responses to La parlata di Porta Montanara

  1. utente anonimo says:

    Sono d’accordo su tutto!

    Tra l’altro, le tue riflessioni su “destra” e “sinistra” nell’usosotorico del dialetto aiutano a spiegare come sia possibile che i dialetti emiliano-romagnoli siano a serio di estinzione, mentre in Veneto, mi assicurano amici veneti, il dialetto sia strumento usato quotidianamente.

    Il fatto è che in Veneto il dialetto è passato direttamente dall’uso dei vecchi ceti popolari diciamo catto-veneti, a quello dei loro nipoti che ora compongono la classe dei lavoratori non intellettuali.

    Mentre in Emilia-Romagna c’è stato un elemento di forte rottura, una tradizione di sinistra che imponeva che il lavoratore non solo conoscesse, ma padroneggiasse il linguaggio ufficiale per poter difendere efficacemente le sue ragioni.

    Verissimo quanto dici anche sull’uso ultra-locale del dialetto e sulla sua assoluta mutevolezza.

    A Parma nell’Ottocento si usavano almeno tre dialetti diversi, appertenneti a diverse classi sociali (la borghesia “di qua dall’acqua” che parlava un dialetto emiliano occidentale, la classe popolare dell'”oltretorrente” che aveva suoi proprio fenomeni fonetici, e la nobiltà che parlava il dialetto della campagna in cui risiedeva gran parte dell’anno).

    Ora ne sopravvive solo uno, quello dell’Oltretorrente, paradossalmente difficilissimo da sentire nell’Oltretorrente stesso (che ha seguito le vicissitudini di un qualunque quartiere popolare, quindi immigrazione, tentativo di valorazzizazione di alcune parti, relegamento di altre a quartiere per extracomunitari ecc.)

    mentre è assurto a simbolo di presunta “parmigianità” ed è usato in poesie dialettali e comemdiole dialettali di ambiente piccolo-borghese.

    dalle scritte sui muri di licei ecc. ho notato peraltro come i giovani parmigiani parlino in maniera sostanzialmente diversa da mia nonna, pure parmigiana:

    ad esempio, non sono più segnate le “N” in fine di parola- forse, poichè si trattava di n velari o nasalizzate, risultano quasi mute a parlanti non abituali o non sempre “indigeni”.

    Ciao!

    Paolo.

  2. utente anonimo says:

    Del resto, i giovani parmigiani a quanto vedo di “dialetto parmigiano”conoscono solo un numero limitatissimo di espressioni stereotipate.

    La situazione non mi sembra sostanzialmente diversa nella Provincia o nel resto dell’Emilia.

    Paolo.

  3. utente anonimo says:

    « Citto ! » Dai ammezzati

    lèggen a ona finestra

    el Bolettin « …a destra

    del Brenta, incendiati

    i depositi, in dura

    lotta nella pianura,

    ci siamo ripiegati … »

    «Te sèntet ?… ripiegati ! »

    « Silenzio! » « Cóppet! faccia

    de cuu de can de caccia! »

    « … coi reparti alleati … »

    «… bon quell’oss! » « Ma tralasci

    i suoi commenti e lasci

    terminare! » « … e schierati

    combattendo fra Po

    ed Adige, sul Mincio,

    secondo i piani … » (… crincio!

    tè lì dov’hin gemò!

    sul Mincio… propi !) « abbiamo… »

    « Cossa l’à ditt? abbiamo…

    e Poeu ? se capiss nò ! »

    « L’à di tt – evacuato ! – »

    « Coss’è ? » «Mah ! » « ad occidente…

    abbiamo nettamente

    respinto … » «… Evacuato

    putost ! » « … in nostre mani »

    «Tutt ball ! » « areoplani…»

    « …Ghe voeur alter ! » « … firmato

    Cadorna ! » «Bolletton !

    Caporetto 17 del grande delio tessa: questo è lo straordinario passaggio della poesia in cui si legge il bollettino della famigerata “ritirata”, almeno così voleva farla apparire lo scritto ufficiale dello stato maggiore italiano. Il lombardo è la lingua dell’oppositore, l’italiano, lingua del documento letto, è anche la lingua del sostenitore. Uno dei motivi che spiegano la fioritura straordinaria della poesia dialettale del novecento, è questa funzione di opposizione alla lingua come veicolo della cultura moderna. Il caso forse più emblematico ideologicamente è stato giacomo noventa. p

  4. utente anonimo says:

    “In Emilia-Romagna c’è stato un elemento di forte rottura, una tradizione di sinistra che imponeva che il lavoratore non solo conoscesse, ma padroneggiasse il linguaggio ufficiale per poter difendere efficacemente le sue ragioni. ”

    Se posso intervenire,

    Confermo…..qua nel Capoluogo soprattutto ….

    Davide

    PS

    Tanti pseudo-parlanti fanno l’ esatto contrario dei loro nonni:

    i nonni italianizzavano il dialetto, chiamando, ad esempio “il solfanaio”

    il rigattiere ….moltissimi dei miei + o – coetanei ( in senso larghissimo… fra i 20 e i 35 !!!) invece dicono “al rigatiir”

    [non so i font dei circonflessi !!!]

    ….invece o si dice “al sulfanèr” in dialetto o si dice “il rigattiere” in Italiano….

  5. utente anonimo says:

    Completando il Quadro:

    …La generazione intermedia….quella dei “nostri” (…al- miei !) genitori (i “cinni” degli anni Quaranta e Cinquanta)….ha fatto il danno !

    Davide

  6. utente anonimo says:

    Miguel,

    vedi # 110 al precedente

    Davide

  7. utente anonimo says:

    Quand’ero bambino,negli anni’80,un giovane che parlasse dialetto,era considerato un simpatico caciarone. Oggi,chi fa lo stesso, si dà arie da intellettuale neoromantico ,esprimendosi,in realtà, in un vernacolo infarcito di poche espressioni in vero dialetto,e calcando particolarmente sull’accento,con risultati da commedia all’italiana,più che da commedia dialettale.Tutti comunque dimenticano che il dialetto,o meglio,la non padronanza dell’italiano,era legata ad analfabetismo ed ignoranza. Che dire poi delle centinaia di “sagre”che ormai infestano le nostre estati.Quella del tortellino,del pesce,della salama da sugo,che ci danno l’opportunità di riscoprire i”sapori della tradizione”.Quando gli unici sapori che la gran parte dei nostri antenati potessero permettersi erano quelli di polenta e pane nero.E ancora,la riscoperta delle virtù guerriere dei nostri antenati. Celti e crociati(romani no,stante l’imbarazzante precedente del “revival” fascista) ci fan sognare di lotte contro oppressori e invasori, o salvataggi di donzellesche virtù dalle brame dei mori. Eppure, dovremmo sapere che la nostra storia è quella di un popolo oppresso e invaso senza aver mai opposto grande resistenza,e che spesso preferì gli invasori ai nobilazzi nostrani(Francia o Spagna purchè se magna). Le nostre vere tradizioni, proprio nel senso di eredità storico-culturali, sono dunque ignoranza,fame, sottomissione. Le altre le chiamo”tradizioni simultanee” perchè nascono simultaneamente a quei grandi cambiamenti che ci costringono a metter in discussione la nostra supposta identità. A questo proposito è divertente notare come la Lega s’inventò la tradizione celtica dopo il successo mondiale del film”Braveheart”,aderendo,quindi, ad un modello di globalizzazione culturale, a parole tanto detestato. In realtà,tra i nostri avi,era diffusa anche un’altra tradizione oggi quasi dimenticata:la solidarietà.Che non era un lusso o una scelta,e non faceva rima con assistenzialismo, come sostengono oggi alcuni neolib,ma era un esigenza vitale, perchè tutti,prima o poi ne avrebbero avuto bisogno x sopravvivere a fame,freddo,soprusi. X riscoprire la forza della solidarietà come collante della società dovremmo forse ridiventare poveri,e,visto l’andazzo,non è detto che non debba succedere. Franz(se non ce n’è un altro) ps:il sito è ancora irraggiungibile. Ormai l’articolo su petrolio ed evangelici da lei consigliatomi lo leggerò dopo che avran già eliminato Chavez.

  8. utente anonimo says:

    Ricordo che, nel 1962, venendo a Roma dal paese (Fondi, a metà tra Napoli e Roma) all’età di otto anni, fui bocciato a giugno in terza elementare, da alcune suorine. Problemi con l’italiano, dicevano. Stranamente, a settembre, feci gli esami a Fondi e fui promosso a pieni voti. Sono laureato in Lettere Moderne! Il dialetto fondano, una miscela tra laziale, ciociaro e napoletano, ormai non si parla più. I ragazzi di oggi, quelli che vanno a scuola, parlano ormai un ibrido tra italiano e laziale e comunque non hanno più un’identità linguistica precisa. Ad esempio, per dire “brucia” in fondano si diceva “ancenne” (per intendere una ferita che brucia), ma lo si usava soprattutto tra contadini e fino agli inizi degli anni ’60. Oggi, il termine usato maggiormente, nell’inflessione fondana è un inattendibile “bruc” (con la finale dolce). Fondi ha perso ormai da decenni la sua fisionomia di paese contadino. Dopo la grande manifestazione del 1970 contro il “licenziamento” delle arance da succo prodotte nella Piana, poi sostituite da quelle siciliane prima e spagnole ed israeliane, poi, Fondi conobbe una graduale ed inesorabile trasformazione. Si passò attraverso le coltivazioni intensive di ortaggi utilizzando le serre, sempre nocive per la salute, all’abbandono dell’agricoltura fino ad abbracciare il commercio sotto ogni forma. Molti miei amici della mia generazione, si dividevano tra scuola, lavori occasionali e la cura dell’orto di famiglia. Oggi di veri contadini non ce ne sono quasi più. Proprio da quelle parti, quel territorio che da Terracina arriva fino alle porte di Caserta (anticamente Terra di Lavoro), il problema linguistico era una spina nel fianco di quelle popolazioni. Si sentivano esclusi dal processo produttivo, come lo furono poi per ragioni di mercato con le arance. Un anziano avvocato mio conterraneo, mi ha sempre fatto notare come nel sindacato, a livello dirigenziale, non abbiano quasi mai trovato posto quadri che avessero un’inflessione “sudista” ma venivano “apprezzati” personaggi come Bertinotti con quel suo piemontese “arrotato” alla francese o come Cofferati con le sue eleganti “s” dolci all’emiliana. Non so dire quanto sia uno snobismo tra classi borghesi oggi far ricorso al dialetto. Ma dò ragione a Davide nel suo post #4.

    Antonio

    http://www.antoniopersia.it/canzoni

  9. Vivo in Ticino, dove la situazione del dialetto è un po’ diversa, in quanto già l’italiano non dialettale è in minoranza in Svizzera. Essendo poi ginevrina (francofona) non ho afferrato bene tutte le dimensioni della situazione linguistica.

    Grosso modo, però, nel Sottoceneri i giovani tendono a capire il dialetto, ma lo parlano soprattutto gli adulti di più di 40-50 anni. Nel Sopraceneri il dialetto o piuttosto i dialetti – sono tuttora abbastanza diffusi in tutta la popolazione.

    Le motivazioni e gli atteggiamenti verso il dialetto variano. C’è il desiderio di differenziarsi rispetto all’Itlia vicina, a volte di escludere il “forestiero” non dialettofono – poi c’è il gusto per la lingua del cuore, quella che si è parlato per prima.

    Il ridicolo subentra quando la RTSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana) cerca di esaltare le radici dialettali. Ricordo qundo la famiglia di un mio allievo della val di Blenio è stata oggetto di un reportage di “Il Regionale”. La nonna parlava un italiano perfetto, il padre invece il dialetto. Quando ho chiesto al ragazzo come mai, mi ha risposto che la giornalista voleva ad ogni costo che parlassero dialetto, per fare “couleur locale”. Suo padre aveva ceduto, la nonna si era rifiutata, dicendo che sulla televisione nazionale si doveva parlre la lingua nazionale, che è l’italiano, e non il dialetto. Stessa dissonanza in un’altra trasmissione di “Il Regionale”, dedicata a una signora che festeggiava i cento anni in una casa di riposo di Giubiasco: la giornlista si intestardiva a parlarle dialetto, mentre la signora rispondeva in italiano.

    Per queste persone anziane, la scelta tra dialetto e lingua a seconda delle situazioni era chiaramente motivata. Ma questa motivazione sembra sfuggire totalmente a quelli della RTSI.

    Quanto alla tua osservazione “se io voglio ufficializzare il dialetto, devo sceglierne un luogo e un momento preciso”, Miguel, in Svizzera il problema non si pone per l’italiano e i dialetti, in uanto la terza lingua ufficiale è l’italiano – e cara grazia quando i confederati di oltregottardo si prendono la briga di riconoscerlo in pratica: la newsletter di infosociety http://www.infosociety.ch esiste soltanto in francese e in tedesco, malgrado il fatto che essa sia prodotta dall’Ufficio Federale delle Comunicazioni.

    Invece la questione si pone per il “rumantsch grisciun”, la 4a lingua nazionle svizzera, parlata da poche decine di migliaia di persone come lingua madre nel cantone Grigioni. In realtà si tratta di vari dialetti della stessa famiglia del ladino parlato in Italia. A causa del suo statuto di lingua nazionale, però, è stato necessario normalizzarla per poter offrire i testi fondamentali (costituzione e leggi federali) in rumantsch-grisciùn. Però questa lingua federale è percepita come artificiale…

    Quanto ai dialetti svizzero-tedeschi, ne so poco. La loro tolleranza nella scuola dell’obbligo è stata menzionata come una delle possibili cause dei risultati mediocri della Svizzera in indagini internazionali come PISA sulla “literacy” basilare, effettuati nella lingua e non nel dialetto. Ma ci sono anche altri fattori, tipo l’arretratezza dei programmi scolastici svizzeri.

    Claude

  10. Per apprezzare appieno il dialetto romagnolo e imolese in particolare:

    VIII RASSEGNA

    TEATRO AMATORIALE DIALETTALE

    “DON ROMANO FIORENTINI”

    MARTEDI’ 3 GENNAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia Amici del Teatro di Cassanigo

    “MARIULI’ LA FA I PI’ ROS”

    da “Quaranta, ma non li dimostra” di Peppino De Filippo

    GIOVEDI’ 12 GENNAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia G.A.D. Città di Lugo

    “UN SA’ MAI QUEL CHE PO’ ZUZEDAR” tre atti di Paola Mazzotti

    GIOVEDI’ 19 GENNAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia La Rumagnòla – C.D.T. di Bagncavallo

    “LA FAMEJA D’I JMBARLÈ” Tre atti brillanti di Bruno Marescalchi

    GIOVEDI’ 26 GENNAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia I Magnifici Sette… Quasi di Ortodonico

    “METTI, UNA SUOCERA IN CASA” Commedia comica in tre atti di Franco Roberto

    GIOVEDI’ 2 FEBBRAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia La Gulpè di Scavezz di Borgo Tuliero (Faenza)

    “MO ANDIV A IMPICHE’!” due tempi farseschi in dialetto romognolo

    GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia Arrigo Lucchini di Bologna

    “UN BÈL CASÉIN” di Arrigo Lucchini

    GIOVEDI’ 16 FEBBRAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia La Broza di Cesena

    “PÊLI DA TÀMBÜR” Commedia in tre atti della Compagnia

    GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia Teatro Popolare Romagnolo Doppio Gioco di Faenza

    “MANCH C’US FERMA…MEI L’E'” tre atti brillanti di Adriana Andalò

    GIOVEDI’ 2 MARZO 2006 – ORE 20.45

    Compagnia Filodrammatica di San Prospero

    “UN BRANCH ED PIGUR MATI” di Ermanno Cola

    FUORI ABBONAMENTO

    GIOVEDI’ 9 FEBBRAIO 2006 – ORE 20.45

    Filodrammatica “Casa del Fanciullo” Imola

    “MARIULEINA” di G. Tosi e V. Fiorini

  11. utente anonimo says:

    Interessantissimo il tuo intervento, Claude, sulla realtà svizzera.

    Naturalmente quando Miguel parla del problema di “ufficializzare” i dialetti non si riferisce a un uso burocratico o all’insegnamento nelle scuole. Fortunatamente, non siamo (ancora!) a questo punto.

    Ma credo si riferisca alla presunta ricerca di “radici pure” da parte di persone che desiderano a tutti i costi essere dialettofone, pur essendo in realtà di lingua madre italiana.

    magari italiana regionale- ma pur sempre italiana.

    Bello l’esempio della nonna che parla in italiano.

    Mi ricorda ttanti vecchietti che vivono in campagna, qui da me, e che ho conosciuto (erano clienti di mio padre)- e quando qualcuno, più giovane, li ibnterpellava in dialetto (magari ingenuamente,come segno di rispetto) loro rispondevano, offesissimi, in italiano.

    E si capiva benissimo la loro rivendicazione: “Io posso parlare il dialetto con i miei intimi, ma conosco l’italiano quanto te, non trattarmi come un deficiente!”

    Ed era subito chiaro come esistessero anche “allora” (uso a proposito una delle espressioni mitizzanti con cui i “valorizzatori di radici” appiattiscono tutto il passato) una chiara coscienza di più registri linguistici:

    il dialetto, chi ancora lo sapeva, per la famiglia e gli amici;

    l’italiano regionale per fare la spesa (per comprare prodotti di cui magari si sapeva solo il nome locale,che poteva differire daquello di altre zone);

    l’italiano standard per le occasioni ufficiali o con chi veniva da fuori.

    Alla faccia dei sostenitori dell'”abbiamo sempre parlato dialetto, è questala nostro lingua”.

    Il dialetto è sempre stato usato, almeno qui dove vivo, come dialetto appunto, e non come lingua.

    Aggiungo un’altra cosa sulla “purezza locale” dei nonni e bisonni:

    moltissime famiglie di campagna da me conosciute da ragazzo erano già miste: marito emiliano, moglie campana;

    marito siciliano (la mitica famiglia P.)moglie emiliana;

    ecc. ecc.

    o il tale, già vecchio quando mia madre era ragazza, che aveva sposato un’ex prostituta napoletana (ma di casi simili ne ho sentiti diversi, ovviamente la ex lavoratrice de lsesso era non sempre napoletana, ma sempre non-locale).

    Ciao!

    Paolo.

  12. utente anonimo says:

    La mia situazione di immigrato pugliese. Che come parlante originario pugliese, ho avuto lo stesso inghippo di antonio, “peggiorato”. Io sono tra i non molti, credo, che può vantarsi, è il mio unico antifrastico vanto, una solenne e sonora bocciatura in prima elementare. Altri tempi. Tornando a bomba, in casa i miei tra di loro parlano pugliese (di torremaggiore). Noi figli lo capiamo, ma nessuno lo parla, neanche in casa, ad eccezione del maggiore, se la conversazione è in dialetto. I nipoti, oramai, poco lo capiscono, e piuttosto valgono le differenze regionali del registro dell’italiano. Ma anche il pugliese dei miei è oramai molto annacquato, e quando a volte sentiamo parole e detti “mm’n a i femmin vecchi’” (così si indica il “buon tempo antico”) restiamo basiti. “Ch’sso sti b’rlocc”, ricordo che ci mettemmo tutti a ridere quando sentimmo da un parente che parla un pugliese più schietto la parola “b’rlocc”, riguardo ad anelli luccicanti ma di poco valore (roba di bigiotteria, insomma). O il nostro ilare stupore nel sentire che i tipici cani di “massaria”, per la taglia media e il colore rossastro, sono detti (bellissima ed espressiva parola, invece) i “pumacchi’”. Ma non è tanto che sparisca il dialetto, sta sparendo l’ambiente di cui quella lingua era parte integrante. Chi oggi vuole “volontariamente” parlare dialetto in un ambiente che lo respinge, mi danno l’impressione di quei professori che tra di loro, per piacere un po’ snob, parlano latino. La cosa strana è che molti di questi sono nostalgici del dialetto, inteso nel modo limitato descritto da kel, e sono parimenti per l’ammodernamento e l’innovazione, qualunque significato diano a queste parole-mito d’oggigiorno, cioè il fenomeno sociale che nega e uccide la tradizione dialettale, e persino, andate nel sito dell’accademia della crusca, nazionale dell’italia. p

    p.s. “’” vuole indicare la vocale che si pronuncia indistinta. La mia trascrizione in dialetto ha solo la minima pretesa di dare un qualche segno di pronuncia, tenendo presente che la mia stessa pronuncia suonerebbe piuttosto goffa a un vero parlante di “torremaggiorese”.

  13. utente anonimo says:

    Concordo con ciò che ha detto Claude.

    In effetti nel Sopraceneri hanno un linguaggio abbastanza caratteristico, vedi i ragazzi di Locarno che hanno una parlata abbastanza particolare e immediatamente riconoscibile. Nel Sottoceneri mi sembra già meno marcata la questione. Forse è anche dato dal fatto che nel Sopraceneri è presente qualcosa di più simile a una comunità, una cerchia approssimativamente stabile di villaggi dove tutti più o meno si conoscono e hanno occasione di mettere in pratica quel meccanismo di “riconoscimento vocale” descritto da Miguel, mentre Lugano nel Sottoceneri è un centro più grande che può esser definito una piccola società, dove la gente va e viene e così, un po’ per la necessità di comprendersi tra “diversi”, vengono a cadere sia l’uso generalizzato del dialetto sia le piccole sfumature linguistiche varianti di villaggio in villaggio.

    (A proposito di sfumature, mi ricordo di aver letto di un vocabolario del dialetto ticinese qualche tempo fa, consistente in svariati volumoni con espressioni di varie località per indicare lo stesso termine italiano. Per la sola parola “imbuto” c’era una paginata buona di termini…)

    Riallacciandomi al discorso comunità-società, temo che voler salvaguardare un dialetto “quello parlato dai nostri nonni” sia una causa persa. Prima di tutto perchè con la transizione da un sistema chiuso, statico e limitato negli spazi come quello delle comunità contadine a uno mobile e dinamico ne viene a mancare l’habitat naturale. E, inoltre, l’oggetto da esprimere è cambiato con l’ambiente circostante: si parla più spesso di telefoni che di aratri. Il voler coniare parole nuove mi pare forzato, soprattutto per i tempi impiegati: da sviluppi che richiedono decenni per cambiare un accento si vuole passare a tradurre parole intere subito, e il risultato è quello esposto da davide: “al rigatiir”, un’imitazione di cui si avverte l’influsso di una lingua comune e codificata. Cambiamo una a in u e diventa “dialetto ticinese” “ul rigatiir” (= o se preferite “romanesco” “er rigattiere” o “siciliano” “rigatteru” (((=

    In quanto al desiderio di differenziarsi dall’Italia, direi che s’è centrato un punto essenziale della mentalità ticinese. Sebbene culturalmente siamo parte dell’Italia, e quindi vagamente disprezzati oltralpe, ci ringalluzziamo (= al pensiero di sottostare a legislazioni elvetiche e di conseguenza si esasperano certi aspetti di presunta “superiorità” rispetto ai vicini del sud, che vanno dal sottolineare i parcheggi o sorpassi azzardati di macchine targate Milano all’esasperata cortesia ai banchi della carne del supermercato (dove non esiste la macchinetta dei numeri per mettersi correttamente in fila. È un’usanza generalizzata in tutta l’Italia o lo è solo in Lombardia?) a, ovviamente, la valorizzazione della lingua “diversa”. Se non sbaglio il termine dal gusto dispregiativo “tagliàn!” è stato coniato all’epoca dei lavori di bonifica sul Piano di Magadino, quando la maggiorparte degli operai era italiana.

    In quanto a escludere lo straniero non dialettofono, non la vedo così. I miei amici che parlano dialetto lo fanno sia tra di loro, sia con me che rispondo in italiano, e mi sembra non ci sia nulla di strano, dato che comunque ci capiamo. Le motivazioni son più quelle di parlare la lingua natia per la minoranza di essi (un caso emblematico: una pagina di appunti di italiano presi in dialetto dal mio vicino di banco, col titolo “Ul Giüsep Parini” (= ) che la parlano correntemente in famiglia, e quelle di usare un italiano dialettizzato come gergo dagli altri, che talvolta ingloba anche espressioni di altre regioni, tipo il romanesco “bona” qualche tempo fa.

    La TSI ha a volte delle scene abbastanza paradossali. Una parvenza di serietà c’è stata quando Biagio a Uno Nessuno Centomila (rispettivamente un presentatore circa dialettofono e un quiz televisivo casereccio alla ticinese) si è complimentato con un mio compagno di classe di Rivera, quindi delle valli, per il fatto di mantenere il dialetto in famiglia. Era un bel quadretto familiare… A volte però appaiono situazioni abbastanza stravaganti, tipo la pubblicità di un venditore di tappeti persiani chiaramente mediorientale che però si esprime esclusivamente in dialetto. Credo che ormai sia una figura leggendaria del folklore televisivo.

    Il dialetto svizzero tedesco, lo schwizer-düütsch (non so se lo scrivo giusto. Si potrebbe definirlo lo “svizzero”, ora che ci penso) è una bella grana a quanto ho sentito. È molto diffuso e parlato quotidianamente, il che fa si che gli svizzeri tedeschi abbiano difficoltà nell’imparare il tedesco “puro”, detto hochdeutsch. Ma il vero problema è che a volte viene parlato anche nelle università… dai professori! Per uno studente ticinese che fa già fatica a capire il tedesco normale è una vera tragedia.

    Spero che questo approfondimento sulla realtà ticinese “uguale ma diversa” vi sia interessato, non vorrei aver divagato troppo

    Gia Lam

  14. Interessanti molti di questi interventi, quasi dispiace che debbano restare nascosti tra i commenti. D’altra parte, non avrebbe nemmeno molto senso un blog che venisse aggiornato ogni ora o due…

    Per Antonio: Fondi, quindi, la parte antiveneta della provincia di Latina :-)

    Per Claude, quando sono stato a Basilea e a Zurigo per lavoro, con un’esposizione linguistica di circa una settimana alla volta, mi ha colpito il fatto che il “dialetto” fosse l’unica lingua parlata da tutti.

    Anzi, la seconda volta che ci sono andato, a distanza di due anni, mi è sembrato che fosse molto aumentata anche la presenza scritta del dialetto.

    Poi non ho idea di quanto sia vario al suo interno il “dialetto” svizzero-tedesco.

    Miguel Martinez

  15. Per Andrea da Imola,

    Grazie della visita. Sei di Porta Montanara? :-)

    A presto

    Miguel Martinez

  16. Sono imolese DOC (anche un po’ campanilista come si nota dal nick) e abito poco distante da porta Montanara…

  17. utente anonimo says:

    Traduzioni / Soluzioni [se azzeccate] dialettali

    ” Ech bì cavì ch’ havì

    ch’ a voj ch’ av chèvì vì ”

    …Giusto: Andreadaimola….solo che è 2nda pers. plurale !

    *** Indovinello ***

    ” Qvant sì pì hèni trài anader ?”

    “Quanti sei piedi hanno tre anatre ?”

    Davide, EmiliaRomagna….

    *** PROVERBIO EXTRA ***

    “An j é badilazz ch’ an in seppa ‘l

    so mandgazz”

    “Non c’ è badilaccio che non ci sia il suo manicaccio” ……ovvero:

    “Dio li fa poi li accoppia”

  18. utente anonimo says:

    “qui non c’è figa”. Lo ha detto anche Baldoni in iraq, leggi il suo blog.

    Non mi sembra una frase tanto rara da costruirci un post intorno con tutte queste elucubrazioni mentali.

  19. utente anonimo says:

    Il #18

    è fuori posto in diversi sensi:

    1. non sta sotto “In questo basso mondo” ma ad esso si riferisce.

    2. non è firmato

    Inoltre (opinione), se quella di Miguel è un’elucubrazione mentale, allora sto elucubrando pure io ……e non è che la cosa sia molto rassicurante! :-)

    Cocco

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