Il mistero dei leghisti (III)

La Lega ha conosciuto tre tappe fondamentali: contro i meridionali, contro gli immigrati e contro i musulmani.

Quindi, è sempre stata contro qualcuno.

I motivi, come abbiamo visto, sono diversi: o la Lega si presenta come capro espiatorio, o perisce mediaticamente e quindi politicamente. Quindi deve apparire incessantemente antipatica e aggressiva.

Allo stesso tempo, nulla unisce quanto un nemico, perché nella litigiosa specie cui apparteniamo, solo la presenza di qualcuno ancora più odioso ci fa sentire amico per un attimo il vicino di casa con cui conduciamo da decenni una faida per decidere chi deve pagare l’illuminazione delle scale.

Inoltre, in una situazione oggettivamente spaventosa come quella in cui si trova il mondo sotto il capitalismo assoluto, occorre pure dare un volto al male che incombe su di noi. Trovare cioè un capro espiatorio.

Da una parte, la Lega sceglie di essere capro espiatorio verso il ceto intellettuale subordinato. Dall’altra, trasforma varie realtà ancora più sfortunate di quella leghista nei propri capri espiatori.

Questo “doppio caprismo” comporta uno stato perenne di esaltazione, paura e tensione, che stimola l’adrenalina (sia propria che dei propri avversari); e spiega il cosiddetto “estremismo” della Lega.

Se io mi fisso per tutta la vita a combattere qualcuno, posso essere un vero estremista.

Ma se cambio nemico con la stessa facilità con cui cambio i calzini, si può dire davvero che io sia un “estremista”?

Data la psicologia dei dirigenti della Lega, selezionati in base alla loro identificazione con il “popolo” e quindi attenti a sopprimere dentro di sé ogni segno di riflessione intelligente, non so se si possa parlare di vera e propria malafede. c’è piuttosto una sorta di astuzia istintiva, che comunque ha portato a successi molto più reali di tutti i dibatti teorici in cui passa il proprio tempo l’estrema sinistra.

D’altronde è così nella vita. La persona intelligente finisce per insegnare alle scuole superiori o a occuparsi di enigmistica. La persona astuta – che spesso sembra non solo ignorante, ma anche autenticamente stupida – finisce per diventare imprenditore di successo o ministro. E anche questo fatto deve avere una sua logica [1].

Per anni, la Lega ha detto che il problema principale dell’Italia era Roma Ladrona e i “terroni” delinquenti, corrotti e invasivi.

Da un giorno all’altro, la Lega ha fatto sparire per incanto questo problema, ottenendo in cambio ministeri e un’alleanza con gli interessi meridionali di Fini, nonché con quelli mafiosi di Forza Italia.

In un altro movimento, un simile cambiamento avrebbe creato problemi giganteschi. Non per la Lega: è bastato cambiare velocemente capro espiatorio.

Per alcuni anni, sono stati gli immigrati in generale, con un’enfasi particolare sugli albanesi. Visti in sostanza come piccoli delinquenti.

Attorno al 1999, con una forte accentuazione dopo l’11 settembre, il nemico è diventato “l’Islam”. Anche questa fu una svolta molto maggiore di quello che sembra a prima vista, perché esiste una grande differenza tra la piccola delinquenza senza motivazioni ideali, e una religione. Soprattutto se pensiamo che la legge che ha legalizzato il più grande numero di immigrati in Italia porta (anche) il nome del fondatore della Lega [2].

I passaggi sono meno netti, perché la Lega non li ha certamente mai teorizzati in maniera razionale. Qualche padano ancora bofonchia contro i “terroni”; e continua comunque a prendersela con “zingari” e “cinesi”. Ma i leghisti sono uomini da uno slogan alla volta, ed è chiaro che lo slogan del momento, da qualche anno, è uno solo: “no all’islamizzazione”.

Non scambiamo causa ed effetto. In nessun caso, la Lega ha inventato questi sentimenti. Certo, è responsabile di aver cercato di promuovere misure precise contro tutte e tre le categorie, in genere senza grandi successi. Ma ha solo espresso quello che “il popolo” già sentiva.

Ha incontrato il suo primo successo, perché nessun altro aveva mai osato dire in pubblico ciò che si borbottava in ogni bar da Piacenza a Treviso, e che si riassumeva concisamente nella diffusa contrapposizione, che si presumeva umoristica, tra “nordici e sudici”. Questi ultimi ritenuti, con rare eccezioni individuali, parassiti che campavano di fondi statali, finti invalidi, incompetenti, furbi, bugiardi, ladri, mafiosi e assassini.

La Lega esprime ciò che il “popolo” sente. Quindi constata senza chiedersi il perché di ciò che constata.

Però se togliamo l’atteggiamento razzista e non pochi errori di fatto in ciò che la Lega diceva, è innegabile che esiste, da centrotrent’anni, un gigantesco “problema del Sud”, o dei rapporti Nord-Sud. E’ un problema che non ha alcun altro paese dell’Europa occidentale, almeno in quelle proporzioni; e nessun governo è mai riuscito a risolverlo. Su questo saranno d’accordo anche quei meridionali che, al contrario esatto dei leghisti, sostengono che vi sia stato un saccheggio delle risorse del sud a vantaggio del nord.

Arrivando al nord per la prima volta nel 1984, dalla Sicilia, sono rimasto colpito da quanto fosse forte l’antimeridionalismo, e quanto fosse reale la segregazione dei “terroni”, fuori dalle grandi città (una segregazione ovviamente non comparabile a quella cui sono soggetti attualmente gli immigrati extraeuropei). Una realtà segreta di cui erano coscienti tutti. Si poteva scrivere “Forza Etna!” con il pennarello nei bagni pubblici, ma – ipocritamente – non si poteva mai mettere per iscritto un riferimento a questa realtà.

Bossi, libero dai vincoli dei partiti nazionali che dovevano accontentare elettori che andavano da Vigevano a Catania, ha semplicemente espresso pubblicamente questa realtà. Nel marketing – termine già di per sé sgradevole, esiste l’orribile espressione, “slatentizzazione“: nessun produttore di successo, in realtà, inventa qualcosa di nuovo. Semplicemente, coglie un desiderio latente nelle masse consumanti, qualcosa che c’era già in potenza ma che nessuno prima aveva saputo riconoscere.

Bossi ha slatentizzato l’antimeridionalismo.

Ora, se l’antimeridionalismo era un sentimento reale di milioni, è possibile chiamare “democrazia” il sistema che lo  rimoveva sistematicamente, parlando invece – come era costume all’epoca – di complesse e incomprensibili astrazioni?

Viceversa,  è possibile uno stato che non si basi sulla finzione della concordia, e quindi proprio sul soffocamento di ciò che la gente realmente sente?


[1] Qualcuno conoscerà la teoria secondo cui l’intelligenza umana sarebbe un’ipertrofica “coda di pavone”, sviluppata per ammaliare le femmine, più che per una sua reale utilità.

[2] Conosciamo bene le critiche che si possono muovere alla Bossi-Fini. Il punto però è che le campagne della Lega erano sempre contro l’immigrazione in quanto tale.  Fuori, sciò, a casa loro!

(Continua…)

Print Friendly
This entry was posted in destre and tagged , , , , , . Bookmark the permalink.

6 Responses to Il mistero dei leghisti (III)

  1. Quello che dici è sostanzialmente ineccepibile, ma quanto poteva valere per la Lega degli albori oggi, mi sembra, non valga più tanto. L’élite padana ha capito come si gioca sui due fronti. C’è Borghezio il popolano finto (ovvero la mediazione necessaria, il custode del profilo sociologico leghista) e poi i ministri leghisti della Repubblica che fanno leggi efficacissime per non interrompre il flusso clandestino di manodopera a basso costo (e che utilizzano un linguaggio più forbito ed edulcorato). Difficilmente si sente Maroni sbraitare come Borghezio e, anche, Castelli sembra un pesce fuor d’acqua quando deve arringare il popolo “bue”. Insomma hanno capito come si entra nei circoli che contano. Certo la Lega incarna sentimenti fortemente antimeridionali tuttavia sarebbe interessante studiare quanto diffuso è il fenomeno “Kapò” nel popolo leghista. Quanti figli di meridionali militano oggi nella lega? Ovviamente alla base di tutto resta una irrisolta questione meridionale (che avverto sulla pelle vivendo al sud) ma immagino che una Lega sempre più istituzionalizzata finirà per essere soppiantata da qualcosaltro.

  2. utente anonimo says:

    Complimenti per l’analisi, Miguel.

    Temo però che la tua risposta alle domande che poni alla fine sia negativa.

    E a questo punto, permettimi di esprimere brevemente il mio punto di vista.

    Io credo che il tono con cui ti domandi se “si possa chiamare democrazia” questa presupponga uno dei vizi più diffusi di quest’epoca, vale a dire la “feticizzazione” della democrazia.

    Da questo punto di vista essa non è più, come invece penso io, il sistema meno tragico per governare una società complessa e compensarne le inevitabili ingiustizie, ma diventa un oggetto di culto, un messaggio salvifico da diffondere con le buone o con le cattive.

    Io invece credo che quella che chiamiamo, in modo vago, democrazia, sia piuttosto uno dei tanti buoni metodi d’amministrazione dello stato, ma come gli altri suscettibilie di degenerare. In questo caso mi appello al principio secondo cui “gli antichi hanno già detto tutto”: infatti sapevano benissimo come la democrazia possa degenerare in demagogia – esattamente come la monarchi e l’aristocrazia potevano degenerare rispettivamente in tirannide o oligarchia.

    Ecco perché ti rispondo in modo problematico. Sono convinto che la funzione “alta” della politica sia di ascoltare la voce del “popolo” e, con gli strumenti che ha a disposizione, ne soddisfi i legittimi bisogni ma ne moderi gli istinti smodati e gli accessi irrazionali.

    Ovviamente tutto ciò presupporrebbe – oltreché una dottrina del “bene comune” condivisa e un’idea precisa di che cosa sia la saggezza – una politica ancora consapevole della propria missione, diversa dal clima di associazione a delinquere che configura oggi.

    Per questo io non considero la Lega un movimento “popolare”, ma la schiuma torbida generata dalla legittima agitazione di una parte del popolo del nord, e penso che faccia il contrario di quello che dovrebbe fare.

    Ale

  3. utente anonimo says:

    Nel commento al post precedente sono stato fin troppo conciso sul passo dei simboli leghisti. Provo a spiegarmi più per esteso.

    Quando la lega sorse, scelse, con un’intuizione geniale, i simboli d’un popolo sconfitto dalla storia e li fece propri. Materia grigia andata a male, la stupida erudizione dei professori che dimostravano non esserci alcuna continuità storica tra quell’antico popolo e quel nuovo movimento politico. Bella scoperta! Con quella scelta controcorrente la lega entrava in lizza rompendo con la tradizione italiana, e si discostava polemicamente da tutti i suoi simboli religiosi e politici (la polemica contro i (demo)cristiani, i fascisti e i comunisti). Anche l’attacco, infarcito di pregiudizi e meschinità piccolo-borghesi, contro terroni, immigrati e zingari, aveva un’altra valenza di oggi. Loro erano i produttori di ricchezza su al nord, e giù a roma vivevano alle loro spalle (roma ladrona). Anche terroni, immigrati e zingari che, secondo questa visione economica, vivevano di assistenzialismo, per quanto peloso, erano tra i parassiti mangia a sbafo del grande animale produttore. Per brutale che fosse, quest’idea aveva un fondo di verità economica. Erano così di rottura, che, chi lo ricorda più, furono definiti i nuovi barbari.

    Oggi la lega, in crisi lo slancio del cosiddetto miracolo del nordest, di cui interpretò le istanze, s’è dovuta immettere, interpretandone le paure, nel gran calderone identitario della civiltà occidentale, brandendo strumentalmente il simbolo più efficace contro il presunto pericolo che starebbe correndo da parte dei musulmani: il crocifisso. E più degli altri concorrenti nel mercato elettorale, non avendo passate tradizioni da cui attingere, s’identifica in questa battaglia di civiltà contrapposte.

    L’avvicinamento alla sdegnosa e spocchiosa fallaci e quegli incredibili manifesti emiliani sono tra i segni più vistosi di questo cambiamento: da barbari che calano a spazzare via la città corrotta, a difensori della civiltà di cui quella stessa città è storica sede. Per così dire, da unni d’attila a franchi di carlo magno. Chi non ricorda la spietatezza di questo grande imperatore romanizzato nell’imporre il cristianesimo a terre ancora barbarizzate? La crudeltà di attila rischia d’impallidire. Il “trop de zèle” di cui ogni tanto ci tedia (detto amichevolmente) naked.

    Ma al di là delle suggestioni storiche, degne d’uno stupido intellettuale quale sono, che a volte mi sfugge di mano, questo cambiamento della lega, se è pericoloso per le manifestazioni sempre più becere a cui questo movimento si lascia andare, è segno più grave d’una crisi economico-sociale di strati profondi e turbolenti della popolazione. p

  4. utente anonimo says:

    La furbizia, ho letto da qualche parte, è la sottospecie dell’intelligenza.

    Son d’accordo con questa definizione, chi è intelligente non ha bisogno di essere furbo, non ha bisogno di mezzucci meschini che rasentano spesso la disonestà.

    L’astuzia istintiva sa di stirpe di palude, di discendente di delinquenti, imboscati, emarginati, che ha imparato l’arte della sopravvivenza privando il prossimo del privabile e nelle nuove generazioni ha sfruttato questa conoscenza per arricchirsi velocemente.

    Il saper trovare una scappatoia, con qualche sotterfugio o stratagemma, quando la necessità lo impone, non è furbizia, è ancora intelligenza, reale disincanto, capacità di opportuno mimetismo nell’ambiente.

    Il fatto che spesso i furbi raggiungano alti livelli nella scala sociale, non significa che altrettanto non sappiano fare gli intelligenti e io non considero intelligente nessuno che non vada nella direzione del bene.

    Il problema è che se la stragrande maggioranza si abitua al fatto che bisogna essere furbi, che la prassi è rubare, non c’è uomo, politico, governo che possa rimettere in sesto la struttura, non c’è legge che valga, sanzione che prevenga o reprima.

    Mi pare che in giro si stia rivalutando il concetto di ” educazione”, non intesa come galateo, ma come apprendimento dei valori necessari al vivere e al convivere.

    Nelle mani dei formatori, degli educatori, degli insegnanti, in queste persone, che voi dite non sono di persone di “successo”, è affidato in gran parte il domani.

    Ditemi voi se bisogna insegnare ad essere onesti, o invece, qualche trucchetto per vivere meglio, se insegnare storia, letteratura, arte, discipline marziali, il meglio delle menti che ci hanno preceduto o solo inscatolare la mente in moderni testi cervellotici, che per dire che la rivoluzione cambia la società, attacca una solfa sulla strategia dei conflitti ecc.ecc.

    Aurora.

  5. “che per dire che la rivoluzione cambia la società, attacca una solfa sulla strategia dei conflitti ecc.ecc.”???????

  6. utente anonimo says:

    RipensareMarx. hai ragione, la frase non era scritta in italiano corretto.

    Quello su cui ti interroghi coincide, più o meno, con quello che mi è parso di capire ( imparo da Kel stavolta). Ti è parso di capirlo pure a te ?

    I commenti si stanno facendo interessanti.

    Aurora.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>