“Penserò al profumo del timo selvatico…”

Solo lo stolto, o chi ha paura di essere nel torto, si rifiuta di ascoltare le ragioni degli altri.


Anche se l’Altro è per voi nemico, un modo sicuro di perdere è credere alla vostra propaganda fino al punto di non capire più cosa motiva realmente quel vostro nemico. Odiatelo pure, ma per quello che è, non per quello che pensate che sia.
Per questo non ho certo bisogno di giustificare il fatto di aver tradotto e pubblicato questo documento.

Alla televisione non chiedono scusa quando presentano le facce dei militari americani o israeliani. E se potete sentire la loro voce, moltiplicata per mille, avete anche il diritto e il dovere di sentire l’altra voce.
Primo, non so se questo testo, che gira tra i siti di resistenza araba, sia la testimonianza di una vera “bomba umana”, o un testo letterario scritto da un simpatizzante, un po’ come la canzone Marika di Roberto Vecchioni.

Su google, gli unici riferimenti a Hujayra al ‘Arabi contengono semplicemente questo articolo; ma la complessità dei nomi arabi permetterebbe senz’altro che fosse nota anche con altri nomi.

Secondo, i movimenti di resistenza mediorientali ritengono che ci sia una grande differenza tra una lotta condotta in paesi occupati, come la Palestina e l’Iraq, e attacchi indiscriminati contro civili in un’Europa in cui la grande maggioranza della popolazione si è opposta alla guerra. Quindi i ragionamenti di Hujayra al ‘Arabi ci possono aiutare solo in parte a capire i fatti di Londra o di Sharm al-Sheikh.

Terzo, vorrei sottolineare come l’autore di questo testo conosca perfettamente e ami moltissime cose che chiamiamo “occidentali”. L’inglese è perfetto (molto migliore certamente della mia traduzione in italiano), e ricorrono immagini letterarie anglosassoni e cristiane, tipiche di chi ha studiato (anche se da musulmano) nelle elitarie scuole cristiane del Medio Oriente.

Chi vive il dominio imperiale dalla parte del manico, non ha bisogno di sapere nulla dei dominati.

Mentre i dominati percorrono, nel male ma anche nel bene, tutti i meandri più nascosti dei cuori dei dominanti.

Ecco perché lo “scontro di civiltà” può partire solo dall’Occidente.

Miguel Martinez
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6/17/2005
Cari lettori di Free Arab Voice,

A tutti i nostri martiri, passati, presenti e futuri: la vostra luce non potrà mai essere spenta

di
Hujayra al ‘Arabi

Dedicata ai miei fratelli e alle mie sorelle nella Resistenza in Iraq e nella Nazione Araba.

Io non voglio morire. Non sono innamorata della morte. Non sono nemmeno ‘per metà innamorata della dolce morte’, come il poeta inglese.

Io voglio vivere. Voglio una casa piena di bambini, e voglio ancora fare il medico. E’ dall’età di sei anni, più o meno, che sogno di fare il medico, di poter salvare vite. Volevo fare qualcosa di vero che potesse salvare le vite della mia gente.

Però, oggi vedo che ci sono molti modi di salvare le vite, e togliere alcune vite può far parte del processo di salvare le vite. Ecco il punto in cui mi trovo ora, pronta a togliere delle vite per salvare il mio popolo.

Il nemico dice che le bombe umane sono vigliacchi, che vogliamo morire, che lo facciamo per andare in un paradiso in cui le vergini soddisferanno ogni nostra voglia. Tanto per cominciare, posso dimostrare che hanno torto per quanto riguardo la questione delle vergini. Io sono donna, e non mi interessa affatto trovare piacere con altre vergini, no grazie.

In realtà si tratta semplicemente di stupida propaganda, come tante menzogne del nemico. I giovani che diventano martiri per la nostra causa non lo fanno per conquistarsi vergini nell’aldilà. Né lo facciamo per odio verso il nemico, anche se quell’odio è mille volte meritato. Lo facciamo per amore della patria e per amore del nostro popolo.

Il Profeta ‘Issa [Gesù], la pace sia su di lui, ha detto che non esiste amore più grande di quello del pastore che è disposto a dare la propria vita per il suo gregge. Sono d’accordo che si tratta di un grandissimo atto d’amore, e questo è l’atto d’amore che compie ogni bomba umana.

Noi diamo le nostre vite per il nostro popolo, per il nostro futuro, perché cerchiamo di ribaltare una marea di distruzione che minaccia di spazzare via non solo la nostra identità e la nostra eredità, ma il nostro stesso futuro.

A volte, gli ingegneri usano una bomba per cercare di cambiare il corso di un fiume. Ecco quello che fa la bomba umana: usa una bomba per cercare di cambiare il corso di una terribile marea che continua a spazzare via le nostre case, le nostre famiglie e le nostre speranze in un qualunque futuro. Se riusciremo ad avere qualche effetto su questa marea, a poco a poco, se riusciremo a rallentarne il progresso, a costringerla a prendere un’altra strada e infine a fermarla del tutto, allora avremo avuto successo in un grandissimo atto d’amore.

Una sola bomba umana può non essere altro che una voce che grida nel deserto, ma molte bombe umane possono cambiare il corso della storia, spogliarla di cento anni di menzogna e di inganno e restituire alla Palestina la visione di un futuro.

Chi ascolta la propaganda nemica dovrebbe porsi una domanda: cosa ci vuole per trasformare un normale ragazzo o ragazza in una bomba umana? In una vita diversa, in circostanze ordinarie, tutti noi avremmo potuto essere ragazzi e ragazze molto normali. Non dovete confondere la bomba umana con qualunque cosa di diverso da questo: un normale essere umano, costretto dalle circostanze ad agire in maniera straordinaria.

Non è facile diventare una bomba umana. Quando si può scegliere tra una via più difficile e una più facile, la maggioranza sceglierà la via più facile. E’ spesso più facile per la natura umana trovare scuse per tradire e per collaborare con il nemico, piuttosto che affrontare la realtà e rendersi conto che l’integrità spesso richiede il sacrificio ultimo.

E’ un fatto triste che i sionisti continuino ad avere successo nella caccia ai dirigenti della nostra resistenza, soltanto perché questi vengono traditi dalla nostra stessa gente, da persone la cui visione è limitata alla situazione immediata, alla minaccia che incombe su di loro. Anche se alcuni collaborazionisti sono forse soltanto persone che temono per la sicurezza delle loro famiglie, o che hanno un bisogno disperato di cibo e di un rifugio, il collaborazionismo è il più orrido e spregevole delitto contro il nostro popolo.

Aiutare il nemico, per paura o per avidità, vuol dire DIVENTARE il nemico. Inoltre, i collaborazionisti e coloro che non fanno nulla, che cercano di mantenere un profilo basso per restare al sicuro, devono rendersi conto che non esiste nessun luogo sicuro finché il nemico trionfa nella nostra terra. Lo dico ancora: il delitto di barattare la vita di tuo fratello o di tua sorella per la tua illusoria sicurezza è uno dei più gravi, qualunque ne sia la motivazione. L’uomo o la donna che tradisce un combattente della libertà per l’oro o per salvare la sua pelle, merita di essere punito con la morte, perché ha più potere di danneggiare la nostra causa di quanto ne abbia il nostro nemico dichiarato.

I vigliacchi e i collaborazionisti devono imparare che è molto meglio prendere la strada più difficile e andare incontro alla morte alle nostre condizioni, piuttosto che rifugiarsi nell’ombra, finché il nemico non ci trascina fuori al massacro. Il risultato in termini fisici è uguale, ma quanto è diverso il risultato nei suoi effetti sugli altri e sul futuro!

Il mio fidanzato era solito citare un vecchio detto romano:  ‘Media tutissimus ibis’, che vuol dire che la via di mezzo è la migliore.

Ci credeva, ed è vissuto secondo il suo credo. Vedeva il bene in tutti, e voleva credere che, alla fine, il bene avrebbe COMUNQUE E SEMPRE prevalso sul male. Era disposto ad attendere quel giorno con pazienza. Incarnava così il vecchio mito del ‘fatalismo orientale‘ che gli occidentali fingevano concedesse loro carta bianca per abbattere le culture e le civiltà in tutto il mondo, e per imporre le loro visioni di gloria sulla stoffa dell’universo.

Bene, mio caro Muhammad, hai aspettato con pazienza mentre il metallo sionista ti entrava negli occhi, nei polmoni e nella gamba. Hai aspettato con pazienza il tempo che ci voleva perché ti permettessero di passare attraverso il checkpoint fino all’ospedale… un tempo che non è mai arrivato, mentre le ferite marcivano e infine distrussero le tue carni con la cancrena. La tua morte fu tutt’altro che pulita. Fu una morte tristemente tipica di coloro che si lasciano diventare vittime degli oppressori.

La pazienza può essere una virtù, ma la pazienza deve abbinarsi alla determinazione di vincere questa guerra. Senza quella determinazione, cesseremo di esistere. E’ tanto semplice. Possiamo aspettare pazientemente mentre ci eliminano ad uno ad uno, oppure possiamo andare loro incontro.

Io ho scelto di andare loro incontro.
Ecco cosa significa essere una bomba umana.
E’ l’ultimo ricorso di chi ha esaurito tutte le altre possibilità.

La giustizia è dalla nostra parte. Il diritto è dalla nostra parte. Perché allora continuiamo a essere vittime?

Il fatto è che il mondo non ha ascoltato la voce della giustizia, né la voce del diritto internazionale. Non ha alscoltato la voce della compassione, né gli appelli all’umanità. E così siamo arrivati infine alla voce che non si può ignorare: la voce della Morte Immediata. Le bombe umane prendono di mira sia le vite che le tasche del nemico. Il nemico ha dimostrato che resterà sordo alla nostra voce, se non sente che la sua vita e i suoi guadagni sono in pericolo.

Io non ho deciso di offrirmi come volontaria per vendicare Muhammad. Non lo faccio per vendicare qualcuno del nostro popolo che ha sofferto o che è morto per mano del nemico. Non lo faccio nemmeno per me stessa. Mentre scrivo, vedo davanti a me una lettera che mi ha scritto mia zia dall’Inghilterra, che mi offre una casa e sostegno finanziario per poter studiare medicina lì. Al contrario di molti dei miei fratelli e delle mie sorelle palestinesi, la mia vita non è stata costretta entro le mura di un campo profughi. Ho avuto altre possibilità.

In un certo senso, è proprio perché ho altre possibilità che ritengo che la mia voce sarà più forte quando scoppierà in mezzo al nemico. Non potranno far finta che io non abbia avuto motivo di vivere. Non mi hanno presa in trappola personalmente, ma ci hanno presi in trappola come popolo, ed è quello che alla fine conta.

Devo andare in Inghilterra, per inseguire il mio sogno di salvare le vite di qualcuno del nostro popolo, o devo restare qui e inseguire la realtà di salvare il nostro futuro come popolo? Essere un medico palestinese vuol dire fare rattoppi, cucire e ricucire gli stracci della nostra esistenza finché, come tutti gli stracci, si disintegreranno e saranno buttati nella spazzatura.

Il nostro popolo deve arrivare a capire che la vita di QUALUNQUE individuo deve essere subordinata alla causa della libertà da questa Occupazione.

La questione non riguarda il valore dell’individuo; piuttosto, è il valore del nostro futuro come popolo che deve essere supremo, che deve andare oltre ogni altra considerazione nei nostri cuori. A cosa serve alla Palestina, se qualcuno di noi prospera e sopravvive, quando il nostro popolo come complesso cessa di esistere?

A cosa serve l’illusoria libertà di un solo individuo, quando il popolo palestinese vive in condizioni molto peggiori della schiavitù? Se non sappiamo agire in maniera disinteressata, per la causa in sé piuttosto che per scopi e ambizioni individuali, la nostra causa fallirà.

La bomba umana fornisce un esempio di quel disinteresse, dimostra in maniera inequivocabile che non si può ritenere che nessuna vita valga più del futuro del nostro popolo.

La bomba umana agisce per tutti, non per se stesso.

‘Utilizzami come un’arma della tua volontà’, dichiara la bomba umana. ‘Che si sacrifichi la mia vita per il futuro di tutto il nostro popolo’.

Questa decisamente non è l’azione di qualcuno che si suicida! Il suicidio è un atto egoistico, l’atto di qualcuno che abbraccia la morte come soluzione. La bomba umana non ripudia per nulla la vita. La bomba umana abbraccia la morte come un compagno d’armi, agisce come un’arma per la causa della giustizia e della libertà dall’Occupazione.

Credo nell’Aldilà? A essere sincera, non so cosa ci sia al di là di questa esistenza, perché sono solo un essere umano, la cui comprensione è limitata alla vita su questa terra. Mi piacerebbe credere. Credo in Dio, e credo che ‘Inna lillahi wa inna lillahi raji’un’, che da Dio veniamo e a Dio ritorniamo, ma poiché Dio è inconoscibile e insondabile, lo è anche la Sua Volontà e la realtà oltre questo mondo è al di là del mio orizzonte.

Per quel che mi riguarda, ciò che conta di più è quello che faccio qui e ora. Voglio compiere l’azione giusta per il motivo giusto, con onore e purezza d’intenti. In questo momento della storia, l’azione migliore è quella intrapresa dalla bomba umana.

Il Santo Corano dice: ‘Wa la taHsabanna alladhina qutilu fi Sabilillahi ‘amwatan.’  ‘Non considerare quelli che vengono uccisi sul sentiero di Allah come se fossero morti’. Per me, questo versetto non parla solo dell’aldilà, ma del fatto che la memoria di una vita sacrificata sul sentiero della giustizia e della verità non muore mai. Resta come esempio da seguire, ma ancora di più, si tratta dell’espressione di fede nella nostra causa. Se io e altre bombe umane siamo disposte a morire in questa maniera orribile per il nostro popolo, questo non dimostra forse che non si può perdere la speranza per il nostro futuro?

Essere uccisi ‘fi Sabilillahi’, ‘sul sentiero di Allah’, vuol dire morire per un motivo disinteressato, credo. Ecco perché la bomba umana, assieme ai nostri altri eroici martiri, è qualcuno di cui si può dire davvero che è stato ucciso ‘fi Sabilillahi’, perché lui o lei è stato ucciso mentre inseguiva la giustizia e la libertà dall’Occupazione.

Né si può chiamare suicidio il fatto di lanciarsi come un’arma CONTRO il nemico. lo scopo dell’azione della bomba umana non è la propria morte! Lo scopo è di sferrare un duro colpo al nemico. Se le nostre morti sono necessarie, così sia, ma non siamo noi che cerchiamo la morte. Che sia molto chiaro. L’atto della bomba umana è l’ultimo atto di protesta contro lo sterminio del nostro popolo.

Se il nostro popolo si farà condurre al massacro senza protestare, noi cesseremo di esistere.

Che il mondo guardi le azioni dei sionisti. Vedranno, qualunque cose le loro favole possono raccontare, come le loro azioni parlino della necessità che hanno di sterminarci, di farci sparire dalla nostra terra. Tutta la loro cultura, la loro religione e il loro governo si basano su una premessa razzista, che l’ebreo e solo l’ebreo ha diritto a questa terra.

Nonostante la storia, nonostante tutta la realtà che dimostra che la loro premessa è assurda e che non è sostenuta né dalla logica né dalla ragione, essi non esitano nel realizzare il loro scopo. Guardate, voi del mondo, perché quelli che non sono ebrei – siano essi arabi, gentili o qualunque altra cosa – non sono considerati loro uguali, e la loro morale e la loro religione non li obbligano a trattarvi come trattano invece gli altri ebrei. Finché gli ebrei non decidono di entrare a far parte della razza umana, non è possibile trattare con loro da pari. E’ scritto nel loro Talmud.

Ma basta pensare a loro. Mi devo preparare per l’ultimo atto di resistenza contro questa Occupazione, e non voglio andare incontro all morte con la bruttezza e la brutalità nei miei pensieri. Penserò invece alla sinfonia del mare che batte contro le rocce… al profumo del timo selvatico che si alza dalle colline arse dal sole… all’ulivo carico dei frutti che il mio bisnonno piantò, ma che ora esiste solo nelle nostre memorie… al sorriso di mia madre, che abbraccia un mondo di speranza velato dalle lacrime… alle rose, le vigne e gli uccelli che ella ricamò sul mio thob [vestito tradizionale]… all’Albero della Vita e del mihrab, la porta del cielo, ricamati sopra il mio cuore… alla mistica terra natale che lei creò in rosso, bianco, verde e nero, i colori della nostra terra, la Palestina.

Ci chiamano ‘terroristi’, ma è assurdo pensare che loro, che detengono il potere della vita e della morte su un intero popolo ogni giorno, potrebbero essere terrorizzati da noi.

Non abbiamo nulla, se non la nostra determinazione e la nostra disponibilità a compiere l’ultimo sacrificio. Le nostre bombe consistono in una manciata di chiodi scagliati, assieme alla nostra carne e alle nostre ossa, dal più primitivo degli esplosivi. Loro possono ridurre un’intera città in polvere in un solo giorno, e hanno dimostrato di essere disposti a farlo, rendendo migliaia di persone senza casa. Quando hanno tutta la tecnologia che questo nuovo secolo possiede, chi è il vero terrorista in Palestina, o in realtà, in tutto il mondo?

Eppure è vero che il nemico teme la Morte in una maniera in cui non la temiamo. In fondo, perché dovremmo avere paura di incontrare l’Uno che ci ha creati? I cristiani hanno una preghiera bellissima:  ‘Hatta idha ajtaztu wadi dhilali al mawt, la akhafu suwan liannaka turafiquni.’  Dio è il Compagno che non ci abbandona, nemmeno nella valle dell’ombra della Morte. Non è la Morte che io temo, ma il silenzio dell’estinzione. La Morte non estingue la fiamma della nostra esistenza. La corona del Martire, secondo la tradizione, è l’Immortalità. Non è la mia immortalità che cerco, ma quella della causa del nostro popolo.

Siamo un popolo forte. Siamo un popolo che rimane fermo nella tempesta. Non basta per prevalere contro la macchina della Morte che è stata messa in moto contro di noi. Il fatto che siamo sopravvissuti a un secolo di genocidio parla in maniera eloquente della nostra forza e della nostra fermezza, ma quanto possiamo ancora sopportare?

Coloro che ci hanno derubati, in origine, della nostra terra, muoiono di tranquilla vecchiaia nei loro letti, avendo generato altre due o tre generazioni di ladri e rapinatori. Questi discendenti si convincono di non avere alcuna responsabilità per la spoliazione che continua del nostro popolo, mentre essi invitano altri ladri nella nostra patria, e spingono altri del nostro popolo oltre il ponte, verso l’esilio. Non vogliono ascoltare la voce della giustizia. Parlano di ‘pace’ quando hanno trasformato questa parola in un’oscenità.

Salaam non vuol dire semplicemente pace. Salaam è pace con giustizia. Quando esiste la vera pace, tutto va bene nel mondo. Quando esiste la vera pace, la giustizia viene resa e gli uomini non vivono come schiavi, o appena tollerati sotto un’occupazione oppressiva e straniera. Non parlateci della vostra Pace contraffatta.

Salaam è pace, ma occorre conquistarla ora attraverso il sacrificio. Io vado adesso a conquistare quella Pace per la Palestina.

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15 Responses to “Penserò al profumo del timo selvatico…”

  1. utente anonimo says:

    Cerca,vuole,pretende pace e giustizia, e per ottenerla è disposta, con tutto l’odio esplosivo che ha in corpo,a diventare ella stessa un’arma lanciata contro il nemico, a rinunziare alla vita per il bene del popolo e della patria. Sottolinea, non per il proprio bene, ma per quello altrui, per il gregge, lei si sacrifica. E’ convinta che vivrà nella memoria, che sarà d’esempio, che sarà fonte di speranza. Illusa. Quanti di noi si ricordano di quegli stessi che hanno combattuto per l’unità d’Italia ? Quanti di loro, nella notte prima di una battaglia, avranno avuto gli stessi pensieri ?

    E i giovani volontari di tutte le guerre non erano forse intrisi di idealismo, di buona volontà, di convinzione di fare l’azione giusta per la causa giusta? Chi se li ricorda più. Ci ricordiamo di Gengis Khan, di Carlo Magno, di Napoleone, di Mussolini, di Hitler, di Lenin, di Stalin, dei condottieri. Gli anonimi, i secondari, gli Enrico Toti, ogni tanto, un pensierino..

    Se nessuno scriverà una bella tragedia su di lei, sparirà nei secoli, senza neanche la piramide a ricordo.

    Lei sarà senz’ altro un esempio, produrrà altri esempi , quelli della vendetta e dell’ imitazione a ripetizione.In più è convinta che uccidendosi ed uccidendo realizza una volontà divina, quella di sacrificarsi per il suo gregge. Credo abbia male interpretato il significato dell’esortazione, che certo non invita ad uccidere. Lei è rimasta all’epoca arcaica dell’occhio per occhio,e non considera che è ormai superata dall'”ama il tuo nemico”. ( ha citato Gesù, mi pare). Senza arrivare a questo, giacchè ancora non ne siamo capaci, non ci si può però scagliare come bombe umane contro chiunque non soddisfi il nostro desiderio di pace e giustizia nel mondo. Scoppieremmo tutti molto presto, sin dall’infanzia, al più tardi nell’adolescenza, preda di qualche manipolatore sopravvissuto.

    Aurora.

  2. utente anonimo says:

    Ill profeta Issa ( Gesù) ha detto che è amore sacrificarsi per il gregge ma non ha ammazzato nessuno, si è sacrificato facendosi crocifiggere e dicendo ” Padre, PERDONA loro, perchè non sanno quello che fanno” o, secondo altre traduzioni ” perchè non sanno quello che SI fanno”.

    Aurora.

  3. interessantissimo: grazie, Miguel!

    miru

  4. utente anonimo says:

    Se

  5. Non sei uno che si lascia censurare dai tempi, non c’è che dire.
    Grazie.
    Lia

  6. Valguarnera… sei Filippo?

    Miguel

  7. daciavalent says:

    Cara Aurora:

    al di là dei dubbi se il testo sia un “elzeviro” o le vere ultime parole di una donna decisa a morire per la sua terra, per il suo popolo, l’ho letta, e riletta. L’ho letta anche in inglese (Miguel, la traduzione è più che perfetta).

    E rileggendola ancora mille volte non riuscirei a trova l’odio. Ci trovo disperazione ma anche speranza, ci trovo determinazione ma anche vulnerabilità, ci trovo rimpianti e ricordi, ci trovo poesia e prosaicità. Tutto e il contrario di tutto, ma niente odio.

    Tanta delusione forse, sprazzi di rancore per quella carne amata, non solo quella del suo amato morto ma quella dell’interno popolo della Palestina, che imputridisce ferma inesorabilmente ad uno dei mille checkpoint, una metafora forse di quella terra palestinese che nessuno ha intenzione di restituire ai legittimi proprietari, ferma al checkpoint di una cancelleria sorda alla giustizia, rimpianto per quello che non avrà, paura per quello che non sa, e la paura più grande.

    Quella di morire.

    Dici che ricordiamo i Gengis Khan, di Carlo Magno, di Napoleone, di Mussolini, di Hitler, di Lenin, di Stalin. Ti sbagli Aurora, se ce li ricordassimo oggi la Palestina esisterebbe, Sharon sarebbe in qualche carcere per genocidio, nessuno inventerebbe di sana pianta motivi fasulli per dare il via alla carneficina alla quale stiamo assistendo. Bellum omnia contra omnes, homo homini lupus, la prima specie predatrice di se stessa.

    Se davvero li ricordassimo ci farebbe orrore l’intervento armato, vedremmo in tutta la sua spaventosa, raccapricciante bruttura l’esportazione della democrazia malata della Florida, del voto di scambio, della droga per tutti e dei libri per nessuno, del calciomercato e del silicone, delle vacanze tutto compreso e dei barconi della morte.

    Non capisco perché occupare l’Iraq e l’Afghanistan, uccidendo quotidianamente centinaia di civili o causandone la morte, si definisca guerra mentre farsi esplodere in una metropolitana o a teatro o su un autobus o in uno stadio dovrebbe essere chiamato terrorismo.

    Hanno portato la guerra qui, nella stessa maniera in cui noi l’abbiamo portata li. E come si fa a chiedere a coloro a cui è stata imposta la povertà di dotarsi di equipaggiamento, missili, elicotteri, portaerei, economie che sfornano munizioni ad un ritmo maggiore dei medicinali per curare il SIDA o il cancro, canali televisivi via satellite, sistemi sanitari funzionanti, per giocare con le regole di quelli che per primi le hanno violate?

    Quanti soldati ipergarantiti sarebbero disposti a morire, ma morire sul serio, per una patria che da troppo tempo viene loro negata?

    Vedi Aurora, non si gioca più. e soprattutto, se lo si fa, le regole sono cambiate. Per caso il dolore di una madre italiana al vedersi ritornare a casa il figlio o la figlia dilaniata dalle bombe è meno tragico, meno doloroso, di quello di una madre afgana?

    I nostri morti muoiono mille volte, amplificando il dolore e la solidarietà sociale, invece quei morti no, no hanno diritto ai funerali mediatici, non hanno volto, quelle madri non piangono forse? Non vorrebbero morire nel medesimo istante in cui, l’orrore più grande, accompagnano quel piccolo che hanno tenuto dentro e lo coprono di terra, senza poter accendere loro nemmeno una piccola luce perché non abbiano paura dei mostri?

    Quello che sta succedendo è proprio questo: di fronte all’ingiustizia degli accordi internazionali disattesi, delle risoluzioni delle NU violate senza conseguenze, di fronte al muro di gomma dell’indifferenza, loro – i dannati della terra, li chiamava Fanon – hanno deciso di dire basta. Non vogliono più morire le loro morti solitarie, non vogliono più risparmiarci l’orrore della guerra.

    E a questi combattenti, piccoli soldatini di piombo, consapevoli della morte che morranno, non voglio togliere l’onore delle armi. Perché all’industria della morte – quella superaccessoriata, con gli scudi stellari e i sistemi satellitari – loro contrappongono la guerra artigiana di poche, preziose vite che dicono: non abbiamo bisogno di stipendi per uccidere, non vogliamo la casa con la piscina in un suburb, non vogliamo una green card. Vogliamo solo riposare le nostre membra sulla nostra terra, vogliamo solo vedere i nostri figli crescere lontano dal filo spinato e dalla paura.

    E questo desiderio, questa volontà, la firmano con la cosa di più valore che potrebbero mettere sul piatto della storia.

    Vedi, è facile, facilissimo, morire per una causa.

    Quello che si legge in quelle righe così dense, così dolorose, è la difficoltà di uccidere. E questa scelta, che in ogni maniera – almeno per i credenti i ogni fede è così – ci allontana dall’umanità e dal perdono.

    Non si tratta di vendetta, si tratta di giustizia. Se ti negano la giustizia per decenni, e tu continui a credere e a provare, ma le generazioni si susseguono nello stesso campo di concentramento a cielo aperto, sempre prigioniere, sempre esiliate sulla propria terra ne migliore dei casi, lontani, insopportabilmente lontani quando è peggio, allora, per quanto tempo si deve porgere l’altra guancia, davvero, per quanto tempo? No justice no peace.

    Issa per noi musulmani non è morto su nessuna croce, Issa è quello che ha scacciato a pedate i mercanti dal tempio, smascherando i “bancarellari di dio”, che ha predicato la pace e la giustizia sociale, quello che è stato perseguitato nella sua terra ma che non si è arreso, mai.

    Ma qui non si tratta di Dio, no? Si tratta di altro. Si tratta della capacità di sopportazione di un popolo all’arbitrio dei pochi sui molti, al primato del denaro sulla vita, alla supremazia del potere fine a se stesso a quello del popolo.

    È singolare che si chieda di aspettare sempre e solo a noi. Ma la novità è che dopo decenni di attesa, di melina e di manfrine, l’attesa non è più proponibile.

    Ed invece di mettere mano alle leggi la scelta di chi invece di fare del “terrorismo sporco” è specializzato in “guerra pulita” non è quella di dire basta all’ingiustiza, ma quella di cancellare dalla terra la Palestina, i palestinesi e tutti coloro che sentono questa ferita così dolorosa, così intollerabile da non riuscire più nemmeno a gridare.

    Credo che non sappiano più cosa farsene della giustizia che viene proposta perché assomiglia stranamente a questa:

    “Ho visto una donna bellissima con gli occhi bendati

    sui gradini di un tempio di marmo.

    Una grande folla le passava dinanzi,

    i volti imploranti alzati verso di lei.

    Nella sinistra impugnava una spada.

    Brandendo quella spada,

    colpiva ora un bimbo, ora un operaio,

    ora una donna in fuga, ora un pazzo.

    Nella destra teneva una bilancia:

    nella bilancia venivano gettate monete d’oro

    da chi scampava ai colpi della spada.

    Un uomo in toga nera lesse da un manoscritto:

    “Non guarda in faccia nessuno”.

    Poi un giovane con berretto rosso

    le fu accanto con un balzo e le strappò la benda.

    Ed ecco, le ciglia erano state corrose

    dal marcio delle palpebre;

    le pupille bruciate da un muco lattiginoso;

    la follia di un’anima morente

    era scritta su quel volto –

    allora la folla capì perché portasse la benda”***

    Dacia Valent

    Antologia dello Spoon River, “Carl Hamblin”

    p.s.: Miguel, scusa la lunghezza, anzi, scusate tutti. baci, d.v.

  8. utente anonimo says:

    Dacia, son contenta che tu interloquisca con me, è un pezzo che ti aspetto. Cercherò di venirti incontro, anche se non riuscirò a raggiungerti : tu dici che non c’è odio, ma solo sprazzi di rancore. Va bene, ma sprazzi di rancore trovano sfogo in sprazzi di reazione. Invece qui mi sembra un rancore radicato, viscerale, protratto. Un rancore che cova per così lungo tempo e tale da indurre a così drastiche decisioni,mi pare sia, alla fin fine, molto vicino all’odio. La donna , tu dici, non vuole vendetta, ma giustizia. La giustizia non si ottiene uccidendosi, usandosi come arma contro il nemico, ma cambiando la mentalità della gente. Non so se sbaglio io, o se davvero questa tattica possa servire a ristabilire la pace. Non credo, sarebbe sempre un pace imposta dal terrore, estorta, basata su false premesse. Ci sarà sempre qualcuno che non vorrà sottostare a questo ricatto, che invocherà la dignità ed il coraggio, che ci ammonirà : il terrorismo non avrà mai fine: se si cede ad un ricatto, altri ne verranno, non si accontenteranno mai, fino a che tutte le ingiustizie non saranno eliminate e lì ci vorrà che sul concetto di giustizia si sia tutti d’accordo, altrimenti la catena non avrà mai fine. Io capisco che questa sembra essere la loro unica arma, ma credo abbia ragione p : quando nessuno riconoscerà più il superiore gerarchico o il capo fazione o il leader spirituale come idoneo ad impartirgli l’ordine di buttare le bombe, di torturare, di sacrificarsi fino alla morte, quando la smetteremo di occupare le terre o di sentirci invasi e ci sentiremo parte del mondo, non solo del pezzo di terra dove respiriamo il profumo del timo, forse le cose andranno meglio. Le migrazioni fanno parte della storia, stanno arrivando da ovunque, ci dobbiamo adattare. Umili noi, ma anche loro, senza venirci a dire, così perentoriamente, quanto siamo maleducati, prepotenti, ignoranti, approfittatori, stupidi. Senza, come è tipico di chi si sente inferiore, promuovere il culto di se stessi e della propria dinastia. Senza neppure covare rancore. Abbiano almeno il gusto di inserirsi in compagnia senza fare gli sbruffoni e magari deglutendo all’inizio qualche umiliazione. Un giorno, vicino a casa mia, ho visto una signora italiana, anziana, che si stringeva al petto, abbracciandola tutta, senza volerla più lasciare, una donna musulmana, tutta coperta di nero, accompagnata dai suoi due bimbi vestiti all’occidentale. Tre generazioni, tre misti, che erano il condensato dell’integrazione. Tu pensi che quella signora anziana, o la donna in nero o i suoi due bimbi si meritino una bomba a caso ?

    Mi sono immedesimata, ho provato : domani vengono i tedeschi e mi espropriano di tutto, come i comunisti han fatto con gli italiani in Istria e Dalmazia. Come han fatto nei secoli i russi, i polacchi, i portoghesi, i francesi ecc.ecc. con gli ebrei. IO non divento una bomba umana e non convinco nessuno a diventarlo e neppure gli presto il mio implicito consenso. La vita posso darla per salvare qualcuno, non per toglierla.

    La prima forma di potere è il denaro, dice p. Si trovino il denaro per competere sul piano economico.

    Comunque mi sa che la storia è un po’ diversa, e qui ci sguazzano certi israeliani e certi palestinesi. La donna, ripeto, è una povera illusa,ancora giovane, ancora sotto gli influssi della sua accecante ideologia. Lasciatela vivere altri venti anni e avrà più a cuore, con più equilibrio mentale, il proprio corpo.

    Anche tu, Dacia, nei tuoi post continui a darti della vegliarda. Vedrai che fra dieci anni dirai ” quant’ero giovane dieci anni fa”, e fra vent’anni dirai quant’eri giovane dieci anni prima, e via così fino a 90 e passa anni.

    Cos’è , relativismo ?

    Scusate, ogni tanto emetto vapore.

    Come una caffettiera.

    Aurora.

  9. daciavalent says:

    Non lo so, Aurora, forse hai ragione. Ma limitare il tutto all’odio è improduttivo. Sarebbe come tentare di definire l’universo usando un bastoncino del mikado.

    L’azione costante, scoperta, impietosa, svolta nei decenni contro il popolo della Palestina e la Palestina stessa ha generato questo genere di reazione.

    Da una parte la rassegnazione di chi ha capito che nulla, probabilmente, potrà cambiare la situazione che vede dei cuculi insediati nel nido delle aquile (scusa, ma mi piaceva tanto usarla ‘sta frase…); d’altra parte c’è chi continua a credere, against all probability, che forse se si stringono i denti e si tenta in qualche modo strano di tirare avanti, no matter quanti dei nostri vicini, parenti o compatrioti muoiaono di consunzione politica, di deperimento culturale, di fame di libertà o di proiettili democratici (i più democratici dell’area, ci è dato di sapere), perché testardamente ed ingenuamente credono che il “dialogo” di cui gli aguzzini si riempiono la bocca preveda anche la loro di voce; ed ancora ci sono quelli che ormai non hanno nulla da perdere, se non le proprie vite, per servire la causa del proprio popolo, quelli che abbiamo perso perché non siamo riusciti a trovare una risposta alle loro domande.

    Se prendi un gattino, uno di quelli batuffolosi e morbidi e teneri, e lo rinchiudi in un angolo senza lasciargli vie di scampo, e lo soffochi, gli togli il cibo, lo torturi, quel gattino diventerà una tigre rabbiosa.

    Forse hai ragione, sai, si tratta di odio. ma è un odio ricambiato appassionatamente, da uno più grosso di noi, con più mezzi e risorse, con più appoggi e dai sostenitori potenti.

    Da qualche parte nella Bibbia si narra la storia di quello che ritengo sia stato il primo kamikaze biblico (ce ne sono stati altri): quel Sansone che per uccidere i Filistei (palestinesi?) decide di immolarsi sotto il peso delle macerie di un palazzo.

    Lo fa perché non può fare a meno di farlo e lo fa per salvare il suo popolo, non per vendetta, né per rancore.

    Questi piccoli “Sansoni”, così fragili e vulnerabili nella loro solitudine quanto lo era quello “originale”, sentono di non avere altra scelta. Ed è qui la sconfitta dei fautori del dialogo, dei sostenitori del negoziato ad ogni costo: non sono stati capaci di mettere sul piatto della bilancia il pur minimo risultato da far sentire – anche per un solo momento – una vittoria, quand’anche parziale, quand’anche incompleta. E il costo che continuano a richiedere è troppo alto. È intollerabile.

    Nessuno ha lasciato loro un’altra scelta. Se un odio c’è, è stato accuratamente coltivato, concimato, coccolati, cresciuto e vezzeggiato.

    Dall’ignavia dei pacifisti di prammatica, quelli che di fronte alla lotta armata fanno non uno ma mille passi indietro, perché è molto più facile manifestare per delle vittime sacrificali piuttosto che per una vittima che decide di difendersi.

    Dall’indifferenza delle istituzioni internazionali, così inflessibili alle violazioni arabe o musulmane del dettato delle NU e così indulgenti di fronte alle reiterate violazioni israeliane delle stesse risoluzioni.

    Dall’arroganza di quelli che marciano nelle notti di Ramallah, terrorizzando bambini e ammutolendo i loro genitori, di quelli che tirano il filo spinato intorno alle famiglie, alle nostre famiglie, di quelli che murano le stanze delle nostre case per farci vivere ogni giorno il distacco della morte civile del nostro figlio esiliato, di quelli che sradicano i nostri ulivi di quelli che rubano la nostra terra, la nostra acqua e finanche il nostro respiro, nella notte interminabile dell’occupazione cosiddetta democratica.

    E forse hai ragione anche su un altro punto. Questa tattica, perché di tattica si tratta e non di strategia, non serve a ristabilire la pace, ma a riequilibrare la guerra. Nessun popolo su nessuna terra, per quanto brulla, povera, arida questa sia, può sopportare un’occupazione che si svolge nell’indifferenza, né leggere i quotidiani bollettini dei caduti in una guerra che non si ha nemmeno il coraggio di chiamare tale.

    Non condivido invece la tua ingenua pretesa, questa consentimela, che la pace non si estorca. La pace, l’unica pace, che l’uomo conosca è quella del terrore e del ricatto delle armi. L’unica autorità che l’uomo riconosce è quella del più forte: non abitiamo più nelle caverne, ma quello che ha la clava più grossa continua ad imporre il suo punto di vista, per quanto questo sia discutibile.

    Negli ultimi decenni la “nostra” pace è sopravvissuta grazie all’equilibrio del terrore della guerra totale, e abbiamo delegato ad altri la fatica di subire la guerra, ben lontano dai nostri salotti e dalle nostre piazze gremite di pacifisti.

    Chissà perché si chiede sempre all’altro la “maturità” di non rispondere alla violenza con la violenza, chissà perché siamo terrorizzati dall’idea che i cinesi si dotino tutti dei condizionatori d’aria che degradano il nostro ambiente, chissà perché ci lamentiamo se i maliani bruciano le loro foreste per procurarsi l’energia. Chiediamo a tutti di essere “responsabili” per consentirci di continuare, indisturbati, nella nostra “irresponsabilità”.

    Comunque, cara Aurora, si parlava di Palestina, lo spunto era quello, mi pare.

    Tu, però, inserisci una variabile diversa nel dibattito: quella dei “migranti” che io preferisco chiamare minoranze etniche. Il termine migranti suona più rassicurante: oggi ci sono ma poi se ne andranno. Ed invece sono qui per rimanere: moriranno qui dopo aver avuto dei figli e i quali avranno altri figli prima di morire, sempre qui, con la terra lontana che dilania i tessuti facendo lacrimare della prima generazione e che diventa sempre più lontana e meno pregnante a misura che gli anni passano e le generazioni si susseguono.

    Spingere queste persone ai margini della società, continuare a farle – a farci – sentire ospiti indesiderati o desiderati non importa, ma sempre “ospiti”, sempre corpi estranei, sempre fastidiosi granelli di polvere tra le palpebre semiabbassate di una democrazia incompiuta, non favorisce la percezione di questo paese come parte integrante della nuova storia delle nostre vite.

    Londra questo ha insegnato, l’Olanda anche. Nessuno di noi da a queste nuove generazioni di nuovi europei la sensazione di far parte di un progetto più ampio, che li include e non li rifiuta.

    E di fronte al rifiuto, reiterato in tutte le sue forme più bieche, nessuna meraviglia che il senso di appartenenza generale venga sostituito da uno più esclusivo, meno condivisibile, spaventoso.

    Per quale motivo poi qualcuno dovrebbe “deglutire qualche umiliazione”? dove è scritto che sia necessario? È forse una sorta di “iniziazione” alla quale i nuovi arrivati devono sottoporsi necessariamente per far parte di una confraternita? Pensavo che la democrazia, questa cosa della quale si parla così sovente e volentieri, così carina ed imprescindibile che per esportarla e farla godere da popoli ontani siamo disposti al genocidio, coprisse di una scintillante armatura tutti coloro che arrivassero vicino a sufficienza da sentirne il profumo.

    Ed invece scopriamo che c’è un pedaggio da pagare, fatto di tasse senza nessuna rappresentanza, di perquisizioni a notte fonda per chiedere i permessi di soggiorno, di retate etniche, di politici che coprono di contumelie ed insulti sapendo di farla franca. Questo nel depliant del tour tutto compreso nelle democraticland mica c’era. E andrebbe scritto con le maiuscole e in grassetto.

    È fuor di dubbio che l’esclusione delle minoranze etniche possa portare ad una diversa percezione di ciò che accade alle nostre società: come sentirsi coinvolti dal “sentimento” popolare se non si fa parte del popolo e non ci si riconse la capacità di provarli ‘sti sentimenti?

    E qualcuno, in tutto questo va oltre. E così continua la spirale discendente di odio ed esclusione, di allontanamento e rifiuto, di indifferenza e timore. Da entrambe le parti.

    E nessuno si merita una bomba, né mirata né a caso. Né quelle donne tue vicine di casa né i loro bambini. Né altre donne, lontane da casa, né i loro bambini.

    Non importa non riusciamo a raggiungerci, cara Aurora: in certi casi è molto più interessante e costruttivo il percorso che non la destinazione, non ti pare?

    Ciao, Dacia

    (scusa di nuovo per la lunghezza, uffa….)

  10. Valguarnera says:

    Certo, Miguel, sono io e sono contento che tu ti ricordi ancora di me. Complimenti per Kelebekler!

  11. Caro Filippo, fatti vivo allora… ho perso la tua e-mail, scrivimi.

  12. utente anonimo says:

    Cara Dacia, potrei replicare ancora ma,nella sostanza, mi ripeterei. Ho letto il tuo post,quello in cui dicevi che, dopo aver subito delle angherie dalle tue compagne di scuola, tuo padre ti ha consigliato di non reagire, tua madre ti ha imposto di menare ben bene le responsabili. E tu hai menato. Quelle bambine ora saranno donne, se sono cambiate non lo devono alla tua lezione, che sarà servita solo a farle desistere con te e non con altre più deboli, ma al fatto che sono maturate. Se invece non sono cambiate, vuol dire che la tua lezione non è stata loro utile.

    Sulla base del tuo ragionamento, la frustata va ancora bene per chi non vuol capire. Invece a mio parere bisogna educare, formare, far crescere con dei valori. I buoni valori, la qualità, per i quali ci vuole tempo, alla fine raccolgono rispetto, anzichè timore, e creano pace e giustizia . Certo, se penso a quella donna che portava al guinzaglio il prigioniero, prenderei lei ed il suo capo, ed il capo del capo , e gli farei trainare una slitta, al posto degli husky, in siberia per una settimana,quattro ore al giorno.

    Un aiuto alla formazione , alla crescita, alla maturità.

    Bisogna anche allenarsi a trattare con le persone, l’umiliazione non è una costante della sola minoranza etnica o degli extracomunitari. Quando si entra a far parte di un gruppo già compatto, ci si può sentire isolati, trascurati, denigrati. Bisogna farsi conoscere ed apprezzare piano piano.Non siamo noi a dover dire quanto siamo bravi, ma gli altri devono riconoscere in noi le qualità. Il quotidiano è fatto di sconfitte, piccole e no, di situazioni nelle quali ci sentiamo impotenti, non ci scagliamo contro gli altri per questo .

    Quanti di noi hanno genitori che si sono spostati dal sud al nord, parenti emigrati all’estero , avranno subito, non hanno sparato agli umiliatori ( lasciamo perdere il Padrino, Al Capone, John Gotti). I loro figli ora vivono meglio, rispettati e forse benvoluti.

    Dico banalità, lo so, piccolezze di fronte ai temi da voi trattati. Mi autoannoio.

    A presto, e che viva, nei millenni a venire ,Sansone con tutti i non più filistei.

    Aurora.

  13. utente anonimo says:

    La mia banalita’ (ma ci credo con tutta me stessa): la violenza genera solo altra violenza. La sofferenza subita dagli individui e dai popoli segna le generazioni e si trascina chiamando vendetta e nuova violenza. Questo testo ne e’ la prova. La storia ne e’ la prova.

    Penso sia nostro compito aiutare chi ha subito violenza a spezzare questa catena di odio e violenza. Dobbiamo entrare in gioco noi, perche’ domandare a chi subisce di non ribellarsi senza offrire degli spiragli e’ probabilmente chiedere troppo.

    Ma bisogna cominciare dal distinguere la nobilta’ di morire “per una grande causa” da quella (?!) di uccidere.

    Non sara’ ne’ facile ne rapido, ma semplicemente non vedo alternative.

  14. brunob says:

    Commento forse stupido e ingenuo il mio, ma perché trasformarsi in bombe umane, quando (almeno io credo) si potrebbero fare molti più danni al nemico buttandogliele da lontano una, dieci, cento bombe? se lo scopo è di “deviare il corso del fiume”, meglio se gli ingegneri piazzano le cariche e si tengono a debita distanza, piuttosto che farsi scoppiare uno alla volta, no?

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