Resistenza irachena

 

Il 16 marzo, ho avuto il piacere di intervistare Sammi Alaà, per conto dei Comitati Iraq Libero.

Sammi è iracheno, dottorando in sociologia, laico, di famiglia sciita, e membro dell’Alleanza Patriottica Irachena; ed è anche una persona lucida, ironica e con un’ottima capacità di comunicare.

Riporto qui l’intervista, che credo possa essere di un certo interesse per chi guarda il mondo, e non solo l’orticello sotto casa.

 

D. Puoi dirci qualcosa della situazione della Resistenza in Iraq dopo le elezioni del 30 gennaio?

R. Non è cambiato in realtà molto: i politici collaborazionisti sono gli stessi che hanno partecipato a tutti i precedenti tentativi, falliti, di istituire un governo marionetta. Nessuno si illude: il governo che sarà costituito avrà come unico scopo quello di firmare accordi che concedano tutto il petrolio iracheno a ditte americane e di legittimare la presenza di basi militari americane che garantiscano che gli iracheni mantengano tali accordi.

Nella Resistenza, c’è un clima di sorprendente ottimismo. Al contrario di me, gli esponenti della Resistenza sono convinti che la vittoria è vicina. Non si tratta però semplicemente di autoconvincimento: i resistenti fondano il loro ottimismo su tutta una serie di segnali, che vanno dal progressivo ritiro degli alleati degli USA dall’Iraq, al fatto che gli Stati Uniti starebbero allargando le proprie basi nei paesi confinanti in modo da gestire meglio la ritirata. È emerso ad esempio che gli Stati Uniti hanno aperto tre basi in Giordania, paese in cui non hanno ufficialmente una presenza militare, e che la base di Incirlik in Turchia è stata attrezzata per accogliere il ritiro di personale e di aerei.

D. Il quadro che ci dipingono i media italiani è molto diverso. Da una parte, ci dicono, ci sono i curdi schierati con gli americani, dall’altra gli sciiti che sosterrebbero in massa il nuovo governo; rimarrebbe solo un’isola di guerriglia sunnita, in mano a fanatici religiosi.

R. Innanzitutto, gli iracheni non si riconoscono in queste confuse definizioni in cui etnia (“curdi”) e religione (“sciiti e sunniti”) si sovrappongono. Personalmente, sono arabo di famiglia sciita, ma mi sento iracheno. È vero che gli americani hanno distrutto non solo il partito Baath, ma l’intera infrastruttura sociale e politica del paese, e questo ha portato molto persone a cercare un’opportunità di agire attraverso altri canali, in particolare quelli religiosi.

Ma lo sciismo è un fenomeno tutt’altro che unitario: c’è una corrente puramente religiosa, un’altra politica che fa capo ad al-Sistani e all’Iran e una terza corrente, araba, che fa capo a Moqtada al-Sadr.

La scorsa estate, il movimento di Moqtada al-Sadr ha subito attacchi violenti da parte degli americani, seguiti da una serie di omicidi, di cui sono state vittime anche gli esponenti sunniti del Consiglio degli Ulema Musulmani. Al-Sadr ha boicottato le elezioni, ma ha mantenuto un basso profilo; il partito di Allawi ha candidato un certo Hussein al-Sadr, spacciandolo falsamente per un parente di Moqtada, e questo fatto ha ingannato la stampa occidentale.

La resistenza è presente in tutto l’Iraq; è però vero che la maggior parte degli scontri avvengono nella zona di Fallujah e Ramadi. Che non sono comunque puramente sunnite: molti villaggi attorno a Fallujah sono sciiti. Il vero motivo è che si tratta della zona occupata dagli americani. A sud, italiani, inglesi, giapponesi e altri hanno posto i propri accampamenti lontano dalle zone abitate; allo stesso modo, gli americani evitano adesso di mettere piede a Sadr City, perché sanno che se dovessero provocare gli sciiti, la resistenza vincerebbe subito.

Proprio per questo, da quando è comparso sulla scena Negroponte, si susseguono misteriosi attacchi contro gli sciiti, nella speranza di provocarli contro i sunniti e permettere agli americani di dominare su entrambi.

D. Qual è il futuro politico della Resistenza?

R. E’ la prima volta nella storia che una resistenza opera con tutto il mondo contro. Gli Stati arabi circostanti ne hanno paura, mentre la Resistenza viene demonizzata in Occidente. Non si può costruire un governo in esilio da nessuna parte, e la mancanza di una direzione politica è il problema principale della Resistenza.

Alcune settimane fa, però, si sono riuniti i dirigenti di molti movimenti di ogni tendenza politica e origine etnica e religiosa, che si oppongono all’occupazione; ne fanno parte nazionalisti, il clero sunnita e Moqtada al-Sadr. L’Alleanza Patriottica Irachena aderisce a un fronte di associazioni, che a sua volta partecipa a questa iniziativa.

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