“Signor Dio, esca per cortesia!”

Sono seduto all’ufficio postale del quartiere, aspettando il mio turno, assieme a una quindicina di altre persone.

L’aria condizionata dà il suo bravo contributo a portare la temperatura all’esterno a 40 gradi.

Entra un ragazzo sui vent’anni vestito di nero: colpisce che non abbia tatuaggi, piercing o jeans strappati.

Finalmente, un giovane normale.

Non solo, ha pure l’aria intelligente.

La pelle è piuttosto scura – sarà quasi sicuramente uno zingaro/Rom proveniente dai Balcani, penso.

Spalanca improvvisamente le braccia e con voce fortissima proclama al popolo delle poste, in un perfetto italiano:

“Il mio nome è Hamza Shiran!”

(ho modificato appena il cognome).

Prende un attimo di respiro e poi annuncia:

“Io sono la reincarnazione di Dio

Sono Gesù Cristo e sono tornato tra di voi!

Io non sono superiore a nessuno di voi, sono uno come voi!

Ma le donne sono superiori agli uomini!

Io vi amo come amo me stesso!

E voglio dare a tutti voi un mondo di felicità e ogni vostro desiderio!”

Fa un giro su se stesso, e ripete lo stesso annuncio.

Al terzo annuncio, un impiegato gli dice,

“Qui dobbiamo lavorare… per favore, esca!”

“Ma io sono Dio!”

“Sì, signor Dio, esca per cortesia o la faccio accompagnare fuori dai carabinieri!”

Gesù allora spalanca la bocca e fa un soffio da gatto arrabbiato, e annuncia:

“Io sono il Figlio di Dio!

Ma siete tutti figli di Dio, come me!

E’ ora che finisca questo sistema!”

Arriva la vicedirettrice dell’ufficio.

“Come ti chiami?”

“Hamza!”

“Hamza, per favore, vuoi uscire, perché se no davvero ci tocca chiamare i carabinieri!”

Gesù/Hamza fa un soffio felino anche a lei.

Poi dice:

“Io vi amo tutti come me stesso!”

Poi si gira verso la vicedirettrice:

Amore mio, vado!”

le manda un bacio da lontano ed esce.

I come like a beggar with a gift in my hand,
I come like a beggar with a gift in my hand.

By the hungry I will feed you,
By the poor I’ll make you rich
By the broken I will mend you.
Tell me which one is which?

I come like a prisoner to bring you a key . . .

And the need of another is the gift that I bring . . .

Take the wine that I bring you and the bread that I break . . .

I come like a beggar with a gift in my hand . . .

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Chi paga Greta per islamizzare l’Italia?

Vi chiedevate perché gli islamo-eco-vegani vogliono portarci gli immigrati dal Cairo, e pure farci sentire in colpa solo se voliamo il fine settimana con Ryan Air alle discoteche di Sharm?

Chi paga Greta per islamizzare l’Italia, ma soprattutto perché?

Girando per Pisa abbiamo scoperto chi c’era dietro.

Stanno distruggendo la Civiltà Occidentale solo per vendere un po’ di smalto!

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“Mentre l’Inghilterra s’incendia, un giardino e un inferno”

Ebenezer Elliott (1781-1849), figlio malaticcio di un predicatore calvinista dello Yorkshire inglese, operaio nella piccola fonderia del padre, autodidatta,  avrebbe messo al mondo anche lui tredici figli.  Elliott cresce vicino alle rive del Don (ogni paese ha il Don che si merita), un centinaio di chilometri di dighe, chiuse e argini ingegnerizzati nel 1620 da un olandese, che avrebbero nutrito la rivoluzione industriale.

Elliott visse nel paese decisivo, gli anni decisivi, quelli in in cui si è giocata la nostra esistenza.

Tutta la sua poetica riguarda le questioni centrali di quei tempi.

Io leggo le parole di Elliott, e le capisco, perché non usa le parole complicate care ad alcuni suoi contemporanei.

Lui ci racconta di persone vive, di cose che vede, e le vedo anch’io. Sarebbe bello immaginare che l’autore potesse sapere che duecento anni dopo di lui, qualcuno lo avrebbe ascoltato, con tanta attenzione.

Elliott cercò di convincere il mondo dell’importanza di due cose, per il benessere della povera gente: il libero commercio e il progresso delle industrie.

Fu una faccenda complessa.

Il nostro mondo nacque quando i proprietari terrieri (anche relativamente piccoli) riuscirono a rendere intoccabile il diritto alla proprietà, persino contro i re.

Attorno alla metà del Quattrocento, avvenne in Inghilterra qualcosa di unico e di irreversibile, che spezzò l’intera convivenza umana precedente.

I signori chiamarono i notai  per definire le proprietà, cacciando chi non aveva documenti scritti per attestare il proprio possesso.

Dopo il notaio, arrivava il geometra, per definire, per la prima volta, in termini puramente quantitativi, la terra che il Diritto assegnava a ciascun Proprietario.

Villaggi interi furono spazzati via, per fare posto alle pecore che avrebbero alimentato l’industria della lana.

Ci volle un figlio di geometri per descrivere con precisione il loro ruolo. Nel dramma di Shakespeare, Amleto guarda il teschio di Yorick e fa un gioco di parole su fine, insieme la multa che il padrone infliggeva ai propri affittuari e la polvere fine:

“Forse costui è stato, a suo tempo, un grande acquirente di terre, con i suoi statuti, le sue leggi, le sue multe, i suoi doppi attestati, le sue garanzie: che sia questa la multa delle multa, e la garanzia delle garanzie, avere la sua fine testa piena di fine polvere [is this the fine of his fines, and the recovery of his recoveries, to have his fine pate full of fine dirt?]?”

Nel 1531, la neonata Chiesa d’Inghilterra – nata per volere del re –  fece introdurre nelle chiese una preghiera significativa, in cui si ricordava, certo in vano, che

La terra, o Signore, è tua, assieme a tutto ciò che essa contiene; ti preghiamo di inviare lo Spirito Santo nei cuori di coloro che possiedono i terreni, i pascoli e le dimore della terra perché, ricordandosi di essere i tuoi inquilini, non torturino e vessino con gli affitti le loro case e loro terre”.

Poi, con i soldi della lana delle pecore, quei signori avrebbero costruito, vicino ai boschi e alle sorgenti (e non nelle città), le prime industrie.

Messo in moto il meccanismo mondiale (allitterazione molto anglosassone!), i proprietari terrieri ne avrebbero pagato in piccola parte il prezzo nell’Ottocento, quando il grano americano iniziò a fare concorrenza a quello inglese.

Da qui uno scontro che avrebbe portato alla liberalizzazione del commercio, e – nel giro di un secolo – al collasso della campagna inglese, ridotta a luogo di amene gite per persone che mangiano cibi provenienti dall’altro capo del mondo.

Elliott riassunse tutto, in parole molto dure:

“Inghilterra! Può questa essere l’Inghilterra?
questa la mia casa?

Questo paese di delitto senza nome,
e uomini che non conoscono né misericordia, né speranza, né vergogna?

Coltivata con ogni delitto, la brughiera arata con le tasse,
e i sentieri rubati ai poveri calpestati,
e i commons, seminati di maledizioni rumorose e profonde,
proclamano un raccolto che i ricchi raccoglieranno…

S’incendia l’Inghilterra – un giardino e un inferno.”

In un’altra poesia, Ebenezer Elliott prende sottobraccio un anziano cieco, che non ha mai visto il mondo industriale.

Elliott cerca di fargli vedere  con le parole il mondo che sta nascendo, guidandolo attraverso le macchine che stanno spuntando a Sheffield.

Già nel 1830, c’era, almeno in Inghilterra, qualcuno che aveva intuito i pericoli futuri; e già allora, Elliott lancia accuse contro chi “ama la Natura” identiche a quelle dei polemisti antiecologisti di oggi.

Solo che c’è un abisso tra il desiderio di comunicare e condividere che prova Elliott, e l’isterismo identitario dei moderni che ricoprono di insulti chi non la pensa come loro (anche se nell’ultimo verso si sente lo spirito di fazione):

“Come fai ad amare la Natura, e non amare
il suono del gioioso lavoro?
Chi disprezza l’equipaggio
nelle cui dure mani si trova l’operoso remo,
è oscuro di spirito, bilioso come il suo aspetto,
tinto nella tassa sul pane, nell’avidità blu dei Tory”

Due secoli fa, avevano già esaurito l’armamentario modernista, ma quanto era più ricco, autentico e originale allora (traduco trade come “commercio”, ma anche il senso di “mestiere” e quindi di “industria” e “industriosità”):

Non sta bene disprezzare, con ingrato ghigno,
la città e i cittadini nutriti di commercio.
Perché inveire contro le ruote del traffico, e le strade affollate?
Il commercio ti arricchisce; non borbottare, Willam,
anche se i neri fumi del Commercio si innalzano tutt’attorno a te.
Il commercto ti rende saggio; puoi leggere Locke e Scott!
Mentre il povero rustico, come le bestie, vive e muore,
Cieco alla pagina di misteri senza prezzo!

“Tu ami i boschi, le rocce, i campi silenziosi!”

Ma dimmi, se riesci, pallido entusiasta!
perché l’ampia città non ti dà gioia?
Se ami la Natura, simpatizza con l’uomo;
Perché lui e il suo fanno parte del piano della Natura.

Ebenezer Elliott accompagna blind old Andrew Turner in una maniera che nessuno dei faziosi di oggi saprebbe fare, alla scoperta del nuovo mondo, cercando di trasmettergli la spaventosa bellezza delle macchine. Eppure, in tutta la poesia, si capisce il terribile destino che attende il razzo di Titano, e perché il corvo irato cerca cieli più puri. C’è una tensione che sottende qualcosa di terribile, che forse non fa affatto parte del piano della Natura.

“Vieni, vecchio cieco Andrew Turner! prendi nel mio braccio
il tuo segnato dal tempo, e attraversa la città con me;
perché esistono meraviglie più grandi assai delle tue;
Watt! e la sua macchina che nutre milioni!
Miracoli semidivini di vapore!
Tu non puoi vedere,  sopra camini innumerevoli,
da alti camini si aspira la nube fumosa;
Ma tu puoi sentire l’instancabile battere e ruggire
di potenze di acciaio che, spinte da irrequieto fuoco,
faticano incessantemente – giorno e notte, eppure mai si stancano,
né dicono all’avido uomo, “stai sbagliando qualcosa.”

La potenza della modernità, che nella miniaturizzazione e outsourcing abbiamo scacciato in Oriente:

“C’è una gloriosa armonia in questa
Tempestosa musica del gigante, il Vapore,
che mescola insieme ringhio e ruggito, scalpitio e sibilare,
con fiamme e tenebre! Come il sogno di un Ciclope,
stordisce le nostre anime piene di meraviglia, che sobbalzano e gridano
di gioia e di terrore”

Ebenezer – come rivela il suo nome parabiblico – appartiene al mondo del protestantesimo combattivo, e coglie nella Macchina ciò che “un giorno scaccerà gli idoli tiranni dalle terre più remote”; ma nello stesso tempo, riesce a cogliere il piccolo uomo davanti a tutto ciò:

“mentre, come l’oro sulla neve
il raggio del mattino riluce sui capelli bainchi di Andrew!
Come l’oro su una perla è il mattina sulla sua fronte!
Tiene il cappello in mano, ha la testa scoperta;
Girando di qua e di là i suoi occhi che non vedono, se ne sta in piedi
davanti a questo dio di metallo, che un giorno scaccerà
gli idoli tiranni dalle terre più remote,
predicherà la scienza al deserto e cancellerà
l’arida maledizione da ogni luogo senza sentiero
dove le virtù non hanno ancora pagato per i delitti.”

L’Uomo del Neolitico si ferma in ascolto: è curioso che anche nel Signore degli Anelli troviamo una scena simile, quando Frodo si trova quasi alla fine del proprio viaggio, solo che la conclusione è diametralmente opposta:

“Lui ama il tuono dei macchinari!
E’ un tuono benefico anche se, a volte,
come il lampo rosso del cielo, si illumina fatalmente.
Povero anziano cieco! Cosa non darebbe per vedere
Questo Waterloo senza sangue! questo inferno di ruote !
Questa terribile velocità, che sembra dormire e russare,
e sognare il terremoto! Nel suo cervello sente
il potente braccio di nebbia che scuote la sponda
lungo l’affollato canale, in incessante ruggito
istigando la pesante forgia, lo sferragliante mulino,
Il rapido piegarsi e la roccia urlante e scintillante.”

Eppure, Elliott già intuisce qualcosa del prezzo, e si chiede:

“E’ questo il luogo in cui la collina coronata di frassini, si inchinava
Per incontrare la valle, dove le sponde amate dalle api, ricoperte
di ginestra e caprifoglio, potevano udire il colombaccio solitario
invocare il suo amore assente? Mai più
Andrew coglierà qui il digitale macchiato!

Come un mostro, dalla criniera lunga una lega,
o il razzo di Titano, nel suo alto picco,
torregia il denso fumo!

Il falco si avvicina nei suoi giri,
ma si volta e si allontana, e il corvo irato cerca cieli più puri.”

In questo post, abbiamo un enorme debito verso Andro Linklater, che forse ha colto più di tutti i processi che ci hanno portati dove siamo. Non so se abbia mai scritto qualcosa su Ebenezer Elliott.

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Acqua indiana

Il mondo funziona così.

Tutte le economie devono crescere sempre più velocemente e per sempre.

Il modo migliore per crescere è avere ogni parte del mondo che si dedica a produrre qualcosa, e trasporti sempre più veloci ed efficienti che facciano girare le merci da un capo all’altro del pianeta.

Ebenezer Elliott, anno 1833:

Free trade and no favour is all that we ask!
Fair play, and the world for a stage!

Il risultato sarà sempre più benessere per tutti, cioè la possibilità di acquistare più merci:

“Then, hey, mechanics, for free trade,
And cheaper ale”

Adesso passiamo in India, che sta subendo in questo periodo una situazione che su La Stampa viene descritta così (grazie a Marco S. per la segnalazione!):

“CHENNAI. A rischiare la vita sono sempre i più poveri. Che si prendono gastrite o diarrea, costretti a bere acqua inquinata per non morire disidratati. Perché, quando non piove da 200 giorni, quando i salvifici acquazzoni monsonici non arrivano e i pozzi si svuotano, mentre laghi e paludi si prosciugano, se non hai i soldi per pagare l’autocisterna come fai?”

Il resto dell’articolo, come l’autocisterna, è a pagamento, per cui non so se l’autore abbia colto l’essenziale.

Il problema non è semplicemente il fatto che non piove da 200 giorni.

Per mettere al negativo un vecchio detto, il problema è che non piove, sull’asciutto.

Come sapete, l’India è un paese felice, che esporta in tutto il mondo, ed esporta soprattutto prodotti agricoli: dal 2000 al 2014, il PIL agricolo indiano è salito da 101 miliardi di dollari a 367, trasformandolo nel secondo paese produttore del mondo.

L’India esporta soprattutto riso e cotone, che sono prodotti che consumano quantità immense di acqua.

L’agricoltura in India consuma il 90% dell’acqua disponibile; e una parte sempre crescente del prodotto agricolo viene esportata. Così, l’anno scorso, l’India ha esportato 95,4 miliardi di metri cubi di acqua incorporati nei prodotti agricoli.

Tutte le famiglie e le industrie dell’India hanno consumato appena un quarto di questa cifra, 25 miliardi di litri.

Di conseguenza – ma si sapeva già da anni – la falda acquifera è scesa drammaticamente in tutta l’India, restando accessibile solo a quelle imprese che avevano i mezzi per scavare pozzi molto profondi molto profondi con pompe a motore.

Vandana Shiva ci raccontava dei contadini senz’acqua del Punjab, che si lamentavano che il nome stesso della loro regione – panc âb – significa “cinque fiumi”.

I piccoli contadini si sono trovati a gareggiare con i grandi latifondisti e con le multinazionali e quindi hanno contratto debiti che sono tra le principali cause della famosa ondata di suicidi tra gli agricoltori.

Una  buona occasione per riflettere sulla solita differenza tra prezzi e costi.

Aurangabad è una cittadina nel Maharashtra, che nel 2010 ha segnato un record mondiale: la consegna, in un unico blocco, di ben 150 Mercedes di lusso a un gruppo di imprenditori.

Noi europei gli prendiamo l’acqua, agli indiani, ma almeno condividiamo con loro un po’ del nostro NOx.

Ora, apprendiamo dal Hindustan Times, che lo stesso distrettoAurangabad ha vinto un altro record: quello nazionale per l’acquisto di autocisterne per portare acqua nei villaggi assetati. Almeno ai ricchi.

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Coglioniano è patrimonio dell’Umanità!

Paniscus ci segnala che le colline del Prosecco, che ruotano attorno alla ridente cittadina di Conegliano, sono da oggi patrimonio dell’Umanità.

Ho conosciuto un discreto numero di veneti che da anni si occupano di questo patrimonio, se non altro per salvare i propri figli dai tumori e se stessi dal concomitante avvelenamento dell’aria e dell’acqua, che a lungo andare porterà alla desertificazione della gallina che faceva le uova dalle bollicine d’oro.

Comunque per ora, la migliore e più scientifica descrizione del neo-Patrimonio dell’Umanità la fece alcuni anni fa Andrea Gaddini, in un post che citiamo integralmente, invitandovi calorosamente a leggere anche altre cose sul suo sito:

Coglioniano

La cittadina di Coglioniano è nota sia per l’altissimo reddito pro capite, sia per il bassissimo quoziente d’intelligenza della popolazione, unito ad un alcolismo endemico: il cocktail tra queste caratteristiche rende il paese meta di studiosi e truffatori di ogni tipo e di ogni provenienza.

La principale (e spesso unica) preoccupazione degli abitanti di Coglioniano è quella di comprare e sfoggiare capi di alto prezzo, senza la minima attenzione alla qualità e all’estetica, ma sotto la spinta del terrore di non sembrare alla moda, quindi il passeggio domenicale è per il turista un’occasione unica per farsi quattro risate a spese degli indigeni.

Da vedere
L’antico centro storico medievale è stato da tempo sostituito da fitta selva di capannoni in Eternit. In particolare l’antica cattedrale duecentesca è stata sottoposta a restyling per ospitare uno show-room di Dolce & Gabbana e un outlet di Gucci. Gli affreschi di scuola giottesca che la decoravano sono stati staccati, ricoverati nei locali della sagrestia e ridipinti in bianco, per essere usati come maxischermo per dirette televisive.

Feste e tradizioni popolari
La festa tradizionale di Coglioniano è la sfilata dei SUV nel centro storico, che si ripete in occasione di ogni campagna promozionale delle case automobilistiche. L’aspetto spirituale della festa è garantito dalla messa solenne, che si svolge dalle 11,00 alle 11,02, subito prima del cocktail-party. Nonostante il 99,9% degli abitanti si dichiarino cattolici, alla messa partecipa solo una anziana fedele di 94 anni, paralizzata, che viene estratta dal magazzino parrocchiale per l’occasione.

La tradizionale elezione annuale dello scemo del villaggio è stata invece annullata da qualche tempo, a causa dell’impossibilità di scegliere tra i numerosissimi candidati, tutti ugualmente meritevoli; la gara si svolgeva nel locale palazzo dello sport, ma il numero di iscritti delle ultime edizioni ha superato la capienza dell’impianto, rendendo impossibile la prosecuzione dell’iniziativa.

Shopping
Il centro storico di Coglioniano è costellato da gioiellerie che, pur smerciando solo Rolex falsi e bigiotteria, hanno prezzi di vendita superiori a quelli di Cartier a Montecarlo. Gli alti prezzi rendono molto nervosi i gioiellieri, che reagiscono preventivamente sparando con pistole di grosso calibro ad ogni gesto che ritengano sospetto da parte del cliente. Per questo si riscontra una mortalità del 74% tra la loro clientela.

I numerosi negozi di calzature di lusso vendono esclusivamente mocassini, visto che gli abitanti del luogo hanno difficoltà ad allacciarsi le scarpe. Non è inoltre possibile acquistare scarpe di coccodrillo in quanto una spedizione commerciale coglionianese in Africa, nonostante approfondite ricerche, ha potuto trovare soltanto coccodrilli scalzi.

Nella cittadina esistono ben dodici concessionari semi-ufficiali della Ferrari, che vendono con lo sconto del 5% sul prezzo di listino dei modelli quasi uguali a quelli originali, se si eccettua e la carrozzeria in cartone e la propulsione a pedali, che costringe il guidatore ad imitare il rombo del motore con la bocca, e ad azionare l’apposito tergicristallo interno per pulire il parabrezza.

Gastronomia
La cucina di Coglioniano prevede pochi piatti, di scarsa qualità e dal prezzo astronomico.
Il più noto è “il sgrunf”, fatto con rape acerbe, paglia e tartufo bollito per 24 ore, in modo da fargli perdere l’aroma.

A Coglioniano sono tradizionalmente allevati i maiali, accuratamente selezionati per la produzione della carne e nutriti con ostriche, aragoste e champagne millesimato, ma che vengono poi utilizzati solo per la produzione di concime organico e come animali da soma.

A Coglioniano sono presenti diversi ristoranti, tutti con menù oltre i 50 euro, pur servendo cibi precotti riscaldati al microonde. L’orario di apertura è dalle 11,00 alle 12,00, ora alla quale i cuochi tornano a casa. Al di fuori di questi orari ci si potrebbe rivolgere alle rosticcerie o alle tavole calde, se non fossero chiuse dalle 11,30 alle 17,30.

Circolazione
I coglionianesi concepiscono solo spostamenti in auto e non tollerano la presenza di aree pedonali. La rigida disciplina dei locali impone comunque ai pedoni di attraversare la strada solo sulle strisce, quindi non è raro vedere persone, di solito anziane, mummificate in posizione di attesa al bordo dei passaggi pedonali, visto che comunque le auto non si fermano mai.

Ogni domenica il sindaco, per imitare le iniziative delle altre città, indice il blocco del traffico nel centro storico. Per uno spiacevole equivoco sul significato del termine, il blocco consiste nel portare tutti i SUV nel centro e tenerli tutto il giorno bloccati con il motore acceso. Spesso i conducenti, per vincere la noia, ingaggiano anche gare collettive di sgassate.

Accoglienza
A Coglioniano esistono diversi alberghi, tutti con prezzo sopra i 90 euro per notte. Di solito i proprietari svegliano gli ospiti alle quattro di mattina argomentando: “mica sei a casa tua“. Rimanendo più notti è il caso di rifarsi il letto da soli perché chiedere tale operazione all’albergatore scatena reazioni spesso violente.

Come arrivarci
In auto, provenendo dal casello di Coglioniano dell’autostrada A17, si devono imboccare le prime quattordici rotonde, non seguendo mai le indicazioni per Coglioniano (quando siano presenti), ma quelle per l’officina Europa (prime sei rotonde) e poi per il mobilificio Prezziamici (ultime otto rotonde). Alla quindicesima rotonda si deve aspettare che passi un autoarticolato rosso e nero della “Autotrasporti La Celere”, seguirlo finché non entra nel deposito della ditta, e proseguire diritti, fino al primo semaforo spento, poi aspettare che si accenda e diventi verde, girare a sinistra, arrivare a una rotonda, imboccarla contromano, girare dove c’è il divieto di accesso, e quindi seguire l’odore di gas di scarico fino a entrare in Coglioniano.

Contatti
Gli uffici del turismo Coglionianese sono presenti in tutti i capoluoghi di provincia italiani ed in tutte le capitali europee, e sono aperti 24 ore al giorno.

Prenotare un albergo o un viaggio a Coglioniano in questi uffici è comunque problematico, visto che gli impiegati sono di solito poco socievoli e loquaci e non amano che dei forestieri si rechino nel loro paese, e per questo insolentiscono i potenziali clienti con battute sui loro difetti fisici, oppure ponendo in dubbio la loro capacità di potersi permettere una vacanza a Coglioniano.

Inoltre a ogni cliente è richiesto il pagamento anticipato di 10 Euro per ogni informazione richiesta.

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I Bravi Cittadini

Come sapete, in questi anni molto è cambiato nel comportamento civile delle persone: a partire dal mio e probabilmente anche dal vostro.

Due esempi.

Questo è un vasetto di tonno, marca ASdoMAR, un’impresa italiana.

Qualche anno fa, l’avrei buttato probabilmente, nel vetro; e ancora prima, nel generico cassonetto.

Questa volta l’ho messo in lavastoviglie, per riusarlo. E faccio bene a sentirmi virtuoso e bravo, anche se non so esattamente perché, visto che quasi nessuno ti vende prodotti sfusi da mettere in contenitori del genere.

Tiro fuori dalla lavastoviglie e cerco di staccare l’etichetta. Viene via una sorta di pappa appiccicosa che mi si lega sulle dita mentre lascia una striscia di muco chimico sul vasetto stesso (presumo che la formula non compaia nella lista di ingredienti pubblicata sull’etichetta stessa).

Mi guardo le dita. Cerco invano di togliermi i frammenti di microplastica, colla e carta colorata, e con grande disappunto, mi devo sciacquare le mani, così la pappetta finisce nell’acqua che (a lungo andare) berremo tutti.

Alla fine, butto il vasetto, esattamente come avrei fatto qualche anno fa.

Secondo esempio.

Avete presente l’olio di palma?

In breve, e mettendo da parte gli orangutan, l’olio di palma si coltiva bene esattamente dove c’è il bosco tropicale da cui dipende la possibilità per il mondo di respirare.

Insomma, o noi (e gli orangutan), o l’olio di palma.

Quindi, i bravi cittadini come me e te hanno votato con il portafoglio contro, tanto che i sacchetti dei biscotti anche nei negozi più scrausi riportano la scritta NON CONTIENE OLIO DI PALMA. Non mi chiedete con cosa l’abbiano sostituito, l’importante è che il nostro voto abbia avuto effetto.

Quindi vi immaginerete che il consumo dell’olio di palma in Europa sia diminuito in questi anni.

Vediamo:

La colonnina blu indica alimentazione umana e animale e utilizzo industriale; è decisamente in calo, e sospetto che se potessimo vedere solo la parte che riguarda l’alimentazione umana (o l’industria dei cosmetici), il calo sarebbe molto maggiore.

Riscaldamento ed elettricità sono invece in aumento, ed è soprattutto in aumento la voce biodiesel.

Attualmente, il biodiesel in Europa viene usato quasi esclusivamente per movimentare auto e camion; ma è il futuro del trasporto aereo: miscelato al kerosene, è il mezzo principale con cui si prevede di realizzare l’offsetting di carbone per quel settore: useranno sempre più energie rinnovabili, al posto di quelle usa-e-getta.

Certo, la materia prima non sarà solo l’olio di palma, probabilmente; ma non è l’olio in sé il problema, bensì qualunque produzione del genere.

Un anno fa, il governo indonesiano ha proposto uno scambio con gli Stati Uniti e Francia: avrebbe acquistato aerei dalla Boeing e Airbus SE, a patto che quei paesi avessero accettato di accogliere sul proprio suolo fabbriche indonesiane per la produzione di carburante per aereo a base di olio di palma.

Morale delle due favole… traetela voi.

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Risorse turistiche

Ugo Bardi ha pubblicato ieri un articolo sul Fatto Quotidiano, che mi sembra importante riproporre qui, visto che parla di flussi e di Firenze.

Il tema non è nuovo, ma c’è qualcosa nell’approccio di Ugo Bardi che permette di aprire una riflessione credo del tutto nuova sui grandi temi dei nostri tempi.

Vediamo se l’avete notato anche voi, ne riparleremo nel prossimo post.

E’ una notizia di qualche giorno fa che 10 città europee si sono rivolte all’Unione Europea perché faccia qualcosa per contenere l’invasione degli affitti per i turisti gestiti da Airbnb. Le dieci città, Amsterdam, Barcellona, Berlino, e altre credono che le case dovrebbero essere utilizzate prima di tutto per vivere, ma la competizione con i turisti causa l’aumento dei prezzi degli affitti e il risultato è di cacciar via gli abitanti dai centri storici.

Dalla lista delle città manca qualcosa: le città d’arte italiane, principalmente Venezia, Roma e Firenze. Eppure, è difficile pensare che non siano toccate da questo problema, come Fiorentino, mi rendo conto bene del problema del caro-affitti – anche troppo bene! Ma, evidentemente, nelle città d’arte, il turismo come risorsa economica è ormai completamente integrato a tutti i livelli della società. Talmente integrato che l’idea che si dovrebbe o potrebbe fare qualcosa per garantire ai cittadini il diritto di abitare nella loro città è un concetto quasi totalmente assente nel dibattito politico corrente.

Su questo punto, mi permetterò di far notare il problema detto “la malattia olandese”. E’ quello che succede quando un sistema economico viene a basarsi sullo sfruttamento di una singola risorsa naturale: in italiano diciamo “mettere tutte le uova nello stesso paniere”. Tipicamente, è il caso del petrolio: quando l’esaurimento comincia a ridurre la produzione, sono grossi guai. E’ quello che è successo in paesi come la Siria, lo Yemen, il Venezuela, e altri.

Anche i turisti si possono considerare come una risorsa naturale. In Italia, si parla di un introito derivante dal turismo intorno ai 40 miliardi di euro all’anno, circa il 2,5% del Pil, diciamo che potremmo sopravvivere anche senza. Ma il caso è diverso per le città d’arte che ormai si trovano a dipendere dal turismo più o meno come l’Arabia Saudita dipende dal petrolio. A Firenze, non conosco nessuno sotto i 40 anni che non sia a) disoccupato, b) precario all’università o c) impiegato nell’industria turistica, cameriere, cuoco, portiere d’albergo, eccetera. La terza categoria è quella più numerosa. Togliete i turisti ed è il disastro.

E’ possibile che le città turistiche italiane vadano incontro a un destino tipo quello dei vecchie città minerarie del Far-West, abbandonate dopo l’esaurimento delle miniere che le avevano create? Mi posso immaginare svariati scenari che potrebbero avere questo effetto. Per esempio, poco più di una settimana fa siamo andati a un passo dalla guerra nella zona dello stretto di Hormuz dove passano le petroliere che portano il 20% del petrolio mondiale. Se la guerra scoppiava davvero, quel traffico avrebbe potuto essere interrotto con le conseguenze che vi potete immaginare per il trasporto mondiale. E poi, se vogliamo fare qualcosa di serio per contrastare il riscaldamento globale, dobbiamo deciderci a ridurre certi consumi petroliferi, inclusi i viaggi aerei non indispensabili. Ma potrebbe anche arrivarci addosso di nuovo una crisi finanziaria come quella del 2008. Oppure, semplicemente, i turisti potrebbero accorgersi che la Firenze che visitano non è più una città, ma un parco dei divertimenti un po’ più costoso e affollato di altri e decidere di spendere i loro soldi altrove.

Insomma, il turismo è una risorsa, sì, ma una risorsa fragile, soggetta alle oscillazioni e alle interruzioni che possono venire da crisi politiche, economiche, o militari. Eppure, sembra che tutto si faccia come se potessimo continuare all’infinito ad aumentare il numero di turisti che arrivano in una città di dimensioni finite. Non so cosa ne pensate voi, ma l’altro giorno mi sono fatto un giretto nel centro di Firenze e questo mi ha dato una nuova percezione di un concetto che avevo studiato al liceo: quello della “Bolgia Dantesca”. Come diceva l’economista Herbert Stein, “Se qualcosa non può continuare per sempre, si fermerà”. Ed è quello che deve succedere, prima o poi, anche al turismo.

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La genialità del male

Un campo di una settimana, per ragazzi in età da scuola media, in mezzo ai monti.

Tutti in fila a pagare la (piccola) quota.

Gli organizzatori – due uomini e una donna – ricordano la regola fondamentale, di cui tutti sono stati già ampiamente avvisati: niente telefonini!

I genitori possono chiamare, ma non sono obbligati a farlo, non più di due volte nella settimana.

Una mamma guarda sconvolta, poi dice,

“ma io volevo fare il Gruppo Whatsapp!”

Poi, rivolgendosi solo alla guida femmina, con l’aria della Vittima Accusatrice:

“Tu non hai figli, vero?”

Poco dopo, un babbo mi racconta che alla prima media dove va suo figlio, c’è un ragazzino che ha trovato come controllare gli altri maschietti, gestendo i gruppi Whatsapp. Che, ricordiamo, sarebbero vietati ai minori di sedici anni.

Il ragazzino decide chi entra in Whatsapp e chi buttare fuori, organizza piccoli linciaggi virtuali, in particolare di un ragazzino con problemi comportamentali seri, ma anche di chi non segue la sua linea.

A chi gli è fedele, Capo Whazappo invece distribuisce link a siti porno.

La genialità del male sta tutta qui.

L’immensa coalizione di:

– investitori disposti a metterci miliardi nel mestiere più riuscito della storia umana,

– nerd un po’ fuori di testa,

– psicologi pagati migliaia di dollari l’ora,

– tecnici di ogni forma di controllo,

ha capito come sfruttare ogni pulsione dell’essere umano, dalle nevrosi della mamma possessiva alla sete di potere dell’undicenne psicopatico.

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