“Io devolvo”

Stamattina esco di casa con i rifiuti speciali da portare all’ecofurgone, che si trova ogni secondo e quarto mercoledì del mese in Piazza Santo Spirito.

Faccio tutto il giro della piazza e non lo trovo, torno a casa con il mio pacchetto, confusamente arrabbiato sia con l’azienda che raccoglie i rifiuti, sia con il tizio che avrebbe dovuto esserci con il camion.

Poi un amico mi chiama per chiedermi di venire con lui a parlare con la dirigente di una biblioteca, a proposito di un bando.

Vado alla fermata dell’autobus, che non passa mai; dopo venti minuti mi incammino a piedi fino alla biblioteca. Che è chiusa.

E lì, dalle parole poco chiare di un custode, scopriamo che c’è uno sciopero. E capisco anche perché non c’era l’ecofurgone o il bus.

Il motivo dello sciopero non ci viene però spiegato da nessuno. Come non ci viene spiegato nemmeno esattamente chi scioperava, tra i dipendenti di una ditta appaltatrice di raccolta rifiuti, una ditta appaltatrice di trasporti pubblici e una biblioteca comunale.

Semplificando molto, posso immaginare che si trattasse sempre, in qualche modo, di lavoratori del “settore pubblico“.

Ora, quando un lavoratore del settore privato sciopera, fa un danno economico al proprio padrone, allo scopo di spingere il padrone a cambiare qualcosa.

Nel pubblico, è vero che molto teoricamente il popolo è padrone, e quindi facendomi perdere una mattinata, io padrone ho in effetti sofferto.

Ma il vero padrone è colui che può decidere di cambiare qualcosa, e io non solo non posso decidere niente, non so nemmeno quale sia il problema.

Il risultato è inevitabile: la grande maggioranza degli italiani che non sono né impiegati, né parenti stretti di impiegati nel settore pubblico, si trovano improvvisamente con problemi che non sono andati a cercare e che non capiscono nemmeno, tipo me stamattina; o peggio, la famiglia di lavoratori che si trova la scuola chiusa e non sa dove piazzare il bimbetto.

Ne nasce una rabbia diffusa, carica di umana invidia, contro gli statali lavativi ed egoisti. Uno dei motivi per cui abbiamo il governo che abbiamo.

Ora, io personalmente parto da una certezza: la gente rinuncia a una giornata di stipendio come ultima ratio, e quindi presumo che i motivi dello sciopero di stamattina fossero motivi validi. Che se me li avessero spiegati, avrei magari anche condiviso.

E da lì, con un’insegnante di liceo, avevamo avuto l’idea anni fa della devoluzione al posto dello sciopero, nel settore pubblico.

Situazione Uno, la mamma che deve andare a lavorare si trova la porta di scuola chiusa, e si deve riportare la bimbetta, boh, dove?

Situazione Due, un’insegnante si mette la mattina all’ingresso di scuola, e con un gran sorriso accoglie la mamma, con una spilla, “io devolvo”. E dà un volantino in cui spiega che oggi lavorerà come tutti i giorni, ma devolverà il proprio stipendio perché il riscaldamento, che serve all’insegnante ma anche alla bimbetta, non funziona.

Devolvere vuol dire che decine, centinaia di insegnanti di tante scuole danno il netto del loro stipendio per quella giornata a una cassa centrale.

Immaginatevi una devoluzione nazionale di un milione di dipendenti pubblici, a occhio e croce sarebbero cinquanta milioni di euro.

Che ad esempio pagherebbero uno studio di avvocati cattivissimi per trovare esattamente chi deve pagare penalmente per la mancanza di riscaldamento, in base a quale legge, e far partire la causa, e due minuti dopo il problema sarebbe risolto.

Oppure, gli autisti degli autobus devolvono i propri soldi per pagare l’equivalente 2.0, sui social, di quella che una volta era una pagina di pubblicità sul principale quotidiano della città, per denunciare il fatto che devono fare troppe corse in troppo poco tempo, mettendo a rischio la vita dei passeggeri. E a quel punto i fiorentini capirebbero perché improvvisamente, da quando l’appalto per il trasporto pubblico è stato vinto da una ditta privata che però appartiene allo stato francese, gli autisti guidano come pazzi. Non è l’autista che è pazzo, è il padrone.

Oppure organizzare incontri molto pubblici con tutti i parlamentari di tutti i partiti, in cui li si mette in gara tra di loro per fare una legge molto specifica che permetta a chi lavora nella raccolta dei rifiuti di tutelarsi adeguatamente.

Raccontai questa idea anni fa a quello straordinario genio che fu Giulietto Chiesa, e la capì subito, ma Giulietto non c’è più.

Esiste qualcuno in grado di cogliere l’idea e rilanciarla e migliorarla?

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“Ma ci sono persone che l’hanno visto così spesso, da dare questo per scontato?”

Firenze, come vi raccontavo, ha come primo santo e martire, un Disertore, Minas o Minias o Miniato, che dicono venisse dall’Armenia.

E quando si rifiutò di fare ciò che lo Stato gli ordinava di fare, gli tagliarono la testa, e lui paziente se la mise sottobraccio e salì su su per il Monte, e ne nacque la meravigliosa basilica di San Miniato al Monte.

Uno dei nostri amici, Gabriel Akre, decise di dedicargli una statua. E il 24 ottobre questa statua, fusa in bronzo nella fonderia della Galleria Frilli, sarà inaugurata a San Miniato. Una statua dove Miniato guarda il mondo esattamente come dovremmo tutti, quando ci hanno tagliato la testa.

Io e Gabriel guardiamo il tramonto da San Miniato, su Firenze… e lui mi chiede,

“ma ci sono persone che l’hanno visto così spesso, da dare questo per scontato?”

E in quel momento, grazie a lui, capisco l’immensa energia che Florence può dare a Firenze, nel momento stesso in cui la stessa energia, vissuta male, porta alla disneyificazione della nostra città.

Stiamo organizzando due eventi, nei due poli profondi della nostra Firenze/Florence.

1) Venerdì 9 ottobre alle ore 18, presso la Villa Il Palmerino, Via del Palmerino 6

2) Sabato 10 ottobre alle ore 18, nella Chiesa di San Frediano in Cestello, Piazza del Cestello

In entrambi i luoghi, Gabriel Akre racconterà perché ha fatto la statua, e la soprano Biljana Stojkoska canterà cose antiche e profonde.

In questo modo abbiamo messo insieme i due luoghi speciali della nostra Città.

Al Palmerino, tra gli scoiattoli che litigano (avete mai sentito le parolacce in scoiattolese?) e i fiori e il teatro che Federica ha costruito con le sue mani, c’è Florence, la città di Vernon Lee.

Al Palmerino, abbiamo una volta inscenato il Ninfale Fiesolano di Boccaccio, che abitava proprio lì vicino e sognò di trasformare quei colli in mondi greci.

Al Palmerino, già casa della scrittrice Vernon Lee (la nostra santa radicalmente laica) che ebbe un ruolo decisivo nel salvare Firenze da sciagurati progetti di “riqualificazione”, potrete anche assistere a uno spettacolo di danza e a un video sulle recenti performance nelle ville La Pietra e La Quiete.

Il secondo luogo è la chiesa dedicata al santo e viandante irlandese Fredian, luogo sacro dell’Oltrarno fiorentino, dove grazie al Santo delle Acque, l’acqua non inondò la chiesa sessanta novembri fa.

Interverrà anche Don Filippo Belli, parroco e biblista ironico.

Se ci siete, venite…

Conoscerete due dei Diciottomila Mondi.

Come disse Shihāb al-Dīn Abū al-Futūḥ Yaḥyā ibn Ḥabash ibn Amīrak al-Suhrawardī (ma è più semplice scrivere Sohravardi) contemporaneo all’incirca di quando da noi nacque l’Arte della Calimala.

Sohravardi, come Miniato, fece una triste fine, dicono alcuni, scagliato dalle mura come eretico, secondo altri messo al rogo.

“Tutto l’universo, i diciottomila mondi di luce e tenebre, sono gradi dell’irradiazione e della radiazione della Luce Primordiale che brilla ovunque, restando immutata ed eternamente la stessa.”

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La comunità tra pozzanghera e ruscello

La settimana scorsa ero a un corso a Lucca, sul rapporto tra “terzo settore” e immobili. In un gran convento che prima che l’Italia cercasse (invano) di abolire gli italiani, era delle Clarisse, con all’ingresso invece del portaombrelli, una ruota per lasciare anche due bambini alla volta. Gira ancora oggi benissimo, anche se non ci metti un bambino dentro.

Che ti lascia con quel senso spaventoso di cosa sia il destino sfuggente di ciascuno di noi piccoli umani, che stiamo vivendo adesso la fine di un istante di pacchia dove “queste cose non succedono più”, ma sappiamo solo che la ruota sta girando, e ci stiamo mettendo sopra i nostri figlioli, che lo vogliamo o no.

Parlare di immobili in Italia vuol dire parlare di una quantità sterminata di luoghi chiusi, di cui spesso si ignora la storia; e parlare di terzo settore vuol dire parlare di quello strano mondo dai mille aspetti che non è né privato né pubblico, quando si pensa in grande, diventa piccolo; ma quando si pensa in piccolo, diventa immenso.

Sant’Andrea di Compito è una frazione di Capannori, non lontano da Lucca; e ospita il Camelietum, un luogo che sogna di raccogliere tutti i cultivar esistenti di camelie. Al corso, uno dei relatori è proprio il giovane presidente del Centro Culturale Compitese, che ogni anno organizza un evento dedicato alle Antiche camelie della Lucchesia.

Ora, il nostro Giardino, in Via d’Ardiglione, è il luogo da cui prende il nome la più elusiva di tutte le camelie, la Bella d’Ardiglione.

E così scopro un possibile, affascinante legame, tra il nostro micromondo e il suo. L’intensità con cui lavora con la sua piccola frazione incontra l’intensità con cui lavoriamo con il nostro piccolo rione; e magari potremmo incontrare allo stesso modo chi fa comunità nel Ladakh ai confini del Tibet.

Francesco, al corso, conclude il suo intervento leggendo un testo che mi ha colpito profondamente, perché racconta con una metafora non solo il senso di tutto ciò per cui io mi impegno nella vita, ma anche di quello che sta succedendo nel mondo.

Uno scritto di qualcuno di cui ignoravo l’esistenza: Franco Arminio, paesologo. Ritrovo il testo intero pubblicato anni fa su Comune-info.net (grazie ancora di esistere), e ve lo propongo qui.

Il mondo ha bisogno di paesi

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Allora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

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Geografia

Sono alla Giudecca, a Venezia.

Un minimarket, in fila alla cassa, e io mite al mio posto.

Davanti a me c’è una donna di mezza età, con uno sguardo vivo che mi fa subito simpatia. Tiene in mano il suo unico acquisto, una lattina di birra.

Senza guardarmi, mi dà una manata e dice,

“Stai al posto tuo, straniero, che voi turisti non sapete nemmeno cosa sia una fila!

Qui siamo in Italia! E siamo gente civile, almeno si spera!”

Arriva il suo turno, lei mette la sua lattina sul nastro della cassa, io metto i miei panini dietro di lei, e lei li scansa con un’altra manata, in fondo al nastro.

“Qui siamo italiani, mica meridionali! Siamo gente nordica noi!

Siamo occidentali!”

La cassiera le dice,

“un euro e quindici!”

E la donna, con un bel sorriso, fa

“ecco ho questi spiccioli!”

La cassiera li conta, centesimo su centesimo, e fa,

“mancano venticinque centesimi!”

E la Siora Geografa fa,

“eh non li ho mica, qualcuno mi presta venticinque centesimi?”

In quel momento, il più grande desiderio della mia vita è di avere io quei centesimi, varrebbero più dei biglietti da cinque euro che accumulo…

Ma ci pensa un signore dietro di me, e così usciamo tutti felici.

La cassiera che incassa… la geografa che ha una birra con lo sconto… il donatore che ha fatto una buona azione… e io che ho una storia da raccontare, che è la storia di tutto quello che sta succedendo all’Europa.

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San Miniato, fuso in bronzo

Alcuni mesi fa vi parlai di una Bambina, di un Disertore, di una Poeta, e visto che c’ero anche di un Abate.

Leggetelo, e poi tornate qui…

Il Disertore, quello che si rifiutò di scaricare l’app il libellum, si chiamava Miniato. Che quando gli tagliarono la testa, se la mise sotto braccio, attraversò l’Arno e salì sul Monte, ed è bello pensare che il mondo si ricorda molto di più di lui, che dell’imperatore che lo fece uccidere.

Gabriel Akre è un giovane scultore statunitense innamorato di Firenze e dell’arte rinascimentale, alto e sorridente, che ho conosciuto perché girava con una statua in dimensione naturale, proprio del santo Miniato.

Sembrava di marmo, poi vedevi che l’artista la prendeva sottobraccio più o meno come Miniato prendeva la propria testa, e la caricava in macchina – era il modello in resina, da cui sognava un giorno di trarre una vera scultura in bronzo.

Quando il nostro commentatore Andrea Di Vita è venuto a Firenze a presentare la Vita di San Frediano al seminario arcivescovile, c’era anche il Decapitato alle nostre spalle; e siccome Gabriel non aveva doveva riportarlo, è rimasto – grazie, Don Filippo! – nell’ultima cappella a destra della Chiesa di San Frediano.

Gabriel ha parlato con l’Abate, e l’Abate ha deciso, per la festa del santo, di mettere la scultura (in bronzo!) nel Cimitero Monumentale delle Porte Sante, alle spalle della basilica di San Miniato – il camposanto dove nell’uguaglianza della morte riposano i buoni e i malvagi, che non spetta a noi giudicare.

Solo che la festa di San Miniato è il 25 ottobre, dietro l’angolo praticamente.

Per fare la statua, ci vuole una fonderia. E allora è intervenuta la Galleria Frilli, che è un luogo di meraviglia su Via de’ Fossi, dove da oltre un secolo e mezzo, si producono repliche classiche di statue in bronzo, marmo e pietra. Grazie a una rete di gente antica, che usa tecniche antiche.

Un giorno, la Zia Anna ci fece visitare la fonderia. E in quella fonderia, la statua di similmarmo che Gabriel si porta sotto braccio, diventerà in questi giorni bronzo, e purtroppo non potrò assistere alla trasformazione alchemica, perché certe cose hanno bisogno di invisibilità.

Intanto, godetevi la pagina che Gabriel ha dedicato all’evento.

Mentre noi pensiamo a un modo per organizzare qualcosa prima, per celebrare il dono. Vi faremo sapere!

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Corpo e sasso

There but for the grace of God, go I!

Ecco ciò che sarei io, se non fosse per la grazia di Dio... dove “grazia” sottintende il lancio di un santo dado, che a me è uscito bene e a te no.

Ci penso continuamente…

Oggi sull’autobus sale una famiglia.

Una mamma dalle pelle chiara, naso orientale se volete, vestita, direi da indiana…

Un figliolo maschio, sui dieci anni. Una figliola femmina, vestita anche lei “da indiana”, forse sugli otto.

E un altro figliolo maschio, diciamo sui sei, su una sedia a rotelle.

Aiuto il figliolo sano a farlo salire sul bus, la mamma mi ringrazia.

E faccio tutto il viaggio guardando la famiglia, facendo finta di non guardarla.

La mamma parla al telefono, e sembra persiano quello che parla, ma parla piano e non capisco le parole.

Un amico arabo che partì volontario per combattere a fianco di Saddam Hussein contro l’Iran, mi disse che quando ascoltava il richiamo alla preghiera dai minareti arabi, sentiva la lingua di Dio, ma quando ascoltava il richiamo dai minareti persiani, sentiva la lingua degli Angeli. E grazie a lui, mi sono innamorato del Farsì.

La bimbetta mi fissa e ha degli occhi incredibili, da پَری parī, che qualcuno sostiene sarebbe parente dell’inglese fairy.

Il figliolo sulla sedia a rotelle ha un bel viso normale, ma tutto il resto storto, e guarda altrove. E mi chiedo cosa sia quell’altrove che lui vede e io no.

E poi lo guardo, con i suoi forse sei anni di vita, che con la mano destra si stringe sui polmoni dove a volte io sento mancare il respiro.

E poi caccia un urlo terrificante di dolore, e penso agli incubi che ho avuto quando avevo il volto coperto da un cuscino, e mi vedevo schiacciare da esseri mostruosi.

La mamma lo guarda dolcissima, lo abbraccia, e penso a tutti gli anni di pazienza/patimento con cui deve aver fatto la guerra d’amore e di vita; e la piccola sorella dagli occhi di parì gli tocca il volto e lo accarezza. E penso che per lei l’impronta dell’infanzia sarà questa.

Scendo dal tram.

Proprio al ponte per arrivare in Oltrarno, c’è un ragazzo nerissimo… il tramonto è abbagliante e non lo vedo bene. Avrà l’età di mio figlio, cammina a piedi nudi, tra i capelli ha legato un vistoso filo rosso.

E mentre si mette in mezzo alla strada, bloccando il traffico, caccia urli incomprensibili. E io come tutti i passanti, facciamo finta di non vederlo e di non sentirlo.

Arrivo in Piazza del Carmine, sulla scalinata della chiesa di Simon Stock che a tutto rinunciò per vivere dentro il guscio di un albero,

vedo sdraiato un ragazzo, aria direi nordafricana.

Sta dormendo corpo contro sasso del Trecento. Non c’è cuscino, non c’è nulla.

Corpo e sasso.

Come quando ci seppelliranno.

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Piccola gente, un bambino, birre e un lessicografo. E molta paura.

Dopo mesi e mesi di insopportabile afa, che segnano l’esito finale di ciò che chiamiamo civiltà occidentale, ecco che scoppia un temporale altrettanto violento.

Siamo in Via de’ Bardi, e tra i profughi esaltati dalla bellezza dell’evento, un musulmano immagino pakistano mi sorride, e prova a dirmi, “tutto è nelle mani di Dio!”

In piazza, la mattina.

Sulle scalinate, i due tunisini che vedo da anni.

Anziani, con la lattina di birra presa al Conad.

Improvvisamente, appare un bambino, biondo. Li saluta, e si siede accanto a loro.

Ridono tutti, e il bambino inizia a raccontare loro storie.

E si vede qualcosa di gioioso nei volti.

Che è l’innocenza del bambino che non sa dove sia la Tunisia, ed è il babbo che c’è in ognuno di noi, anche quando la vita ci è andata male.

Mi guardo attorno, e vedo che il bambino non è accompagnato: non so da dove provenga.

Per un attimo il bravo cittadino in me si chiede se devo fare qualcosa. Salvare il bambino…

E poi mi rendo conto di due cose.

Innanzitutto, non ne so nulla.

E’ pieno giorno. Nessuno si è mai lamentato di quei due tunisini. E io, come i due tunisini, mille volte mi sono trovato a giocare e ridere e scambiare storie con bambini sconosciuti.

La seconda cosa, è pensare un attimo a ciò che potrei scatenare.

Il buon cittadino Miguel (mi perdoneranno di colpo di avere ben due nomi e due cognomi tutti stranieri) va a denunciare due Invasori Islamici, salvando miracolosamente un bambino biondo da un Sacrificio Umano. Potrei andare in televisione in un attimo, e diventare come quelli che accusavano i giudei di uccidere i figlioli. Magari mi fanno pure deputato.

Penso all’esistenza dei due tunisini di cui nessuno sa nulla, e se passano il giorno sulla scalinata a bere birre poco islamiche, dove passeranno le notti?

E io, se le sconvolte maree della mia vita, mi avessero portato dove stanno loro, non avrei piacere a sentire un bambino raccontarmi storie?

Stanno seduti sui gradini di una chiesa di un ordine che nasce su una collina in Palestina, e mi vengono in mente i famosi novantanove nomi di Dio che si dicono l’uno dopo l’altro sulla sibha, la madre islamica del rosario dei cristiani (ma aveva una nonna induista)…

C’è certo ٱلْعَزِيزُ il Potente, ٱلْقَهَّارُ Colui che Sempre Trionfa, ٱلْمُذِلُّ Colui che Abbassa gli Altri; ma c’è anche ٱللَّطِيفُ il Sottile, il Gentile, c’è ٱلْحَلِيمُ Colui che sa Trattenersi…

Il bambino se ne va, la paura finisce, e la birra anche, torneranno al Conad.

Stamattina incontro sulla scalinata di nuovo i due tunisini anziani. Accanto a loro ci sono quattro o cinque più giovani, sul cui futuro non scommetterei nulla. Perché al mondo, quelli che finiscono male molto presto, sono giovani, maschi, poveri, nel luogo sbagliato nel giro sbagliato al momento sbagliato.

Uno di loro mi guarda e mi sorride.

E gli sorrido, e gli chiedo, in arabo egiziano perché di tunisino non so nulla,

“ehi tu, da dove vieni?”

Qui baro, perché ho una pronuncia araba buona, ma un vocabolario limitato. Per cui della sua risposta, colgo solo che è tunisino.

Barando ancora, gli dico in egiziano,

“io vengo dal Messico!”

Vengo da ogni luogo del mondo, ma il Messico mi sembra quello giusto, in quel momento.

Gli si illuminano gli occhi, e mi racconta qualcosa di un calciatore messicano, di cui non so nulla.

E così gli auguro, ma’a al-salaamah, “con la pace”.

Vorrei spiegarvi meglio il concetto di “salaamah”, e quindi penso subito a cercare sul Lane Lexicon.

Edward William Lane era un aristocratico inglese che ebbe la fortuna di soffrire di tisi, per cui lo mandarono in Egitto.

Grazie alla sua incredibile curiosità e apertura mentale, non solo Lane ci ha regalato la maggior parte di quello che sappiamo oggi dell’Egitto prima proprio della conquista da parte dei suoi connazionali;

ma Lane è stato l’unico occidentale a mettere insieme tutte le fonti medievali che coglievano i segreti della lingua araba.

E coinvolse anche la sorella Sophia Lane Poole (ricordiamocene il nome), perché penetrasse tra i segreti del mondo femminile egiziano.

Lane, scovando tra tanti manoscritti antichi, trovò i legami tra le parole che davano il senso profondo di salaam, la pace, e islaam. S-l-m.

Che alla fine, non sono tanto diversi, da “salute/salve/salvezza“, o da “whole/holy/hail/health”.

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Dialog, o come si organizza chi conta

Una cosa che mi ha sempre affascinato è l’invisibilità scelta di certe persone. Come quando su certe ville immense a Firenze, mettono fuori un cartello per i lavori; e c’è il nome del proprietario. Lo vai a cercare nei motori di ricerca, e non trovi quasi nulla.

Stessa esperienza, facendo l’interprete, che a volte capita di mediare linguisticamente tra persone che trattano affari palesemente enormi.

Poi pensate all’enorme visibilità che hanno nei media piccoli tifosi estremisti e mezzi delinquenti e stravaganti più o meno innocui.

Scopro questo articolo su Megachip, ho approfittato subito della ““licenza d’uso gratuita non “in esclusiva” che non prevede acquisizione di copyright” che si trova in fondo. Mentre noi stiamo qui a parlare di risse, furtarelli e insulti sui social, quelli che contano si incontrano a Dialog, ma appena vengono avvistati – con enorme difficoltà – si sciolgono nelle nebbie, per non farsi vedere.

Qui potete approfondire i Dialog Files.

Bilderberg? È vecchia. Davos? È noiosa. Benvenuti a “Dialog”


Redazione Modifica articolo

15 Agosto 2026 – 22.52


di Glauco Benigni.

Se pensavate che il destino del pianeta venisse deciso ancora nelle ovattate sale di Davos, tra una omelette al caviale e una conferenza sulla sostenibilità aziendale, o negli incontri riservati e ormai un po’ ripetitivi del Gruppo Bilderberg, siete rimasti drammaticamente indietro. Quelli sono stati i Summit del Novecento, finiti dritti nell’archivio della nostalgia geopolitica. Oggi l’Élite che conta davvero, quella che non perde tempo con i comunicati stampa, che detiene le chiavi d’accesso sia al capitale finanziario sia ai codici dell’Intelligenza Artificiale e che decide se e quando fare le guerre, si riunisce altrove.

Benvenuti a Dialog, il forum segretissimo creato dal miliardario anarco-libertario Peter Thiel e dall’imprenditore dei dati Auren Hoffman, diventato a tutti gli effetti la nuova “Assemblea Segreta del Complesso Militare Tecnocratico” (come già spiegato nel mio recente libro “Webcracy”).

Mentre il mondo si arrostisce al sole metallico del Ferragosto 2026 o scivola distrattamente tra un videoclip e una news su un social e l’altro, dal 12 al 16 agosto i padroni dell’algoritmo, dell’energia e della finanza, più i generali della NATO e una pattuglia di politici occidentali di prima fascia, si erano dati appuntamento in Irlanda. Per l’esattezza nella lussuosa tenuta di Powerscourt, nel verde isolato della contea di Wicklow, a due passi da Dublino. Il piano originale era rigorosamente “top secret” fin quando un clamoroso incidente informatico ha trasformato il meeting riservatissimo nel caso mediatico e politico dell’anno.

Lo scoop del data-leak: quando l’élite della privacy rivela la password

C’è un’ironia sottile, ai limiti della poesia popolare, in tutta questa storia: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”. Stiamo parlando di una riunione ideata da Peter Thiel — il fondatore di Palantir, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale — in cui agli ospiti veniva chiesto di firmare accordi di riservatezza draconiani e di consegnare smartphone e tablet prima di sedersi al tavolo. Ebbene, questo tempio dell’inviolabilità informatica è crollato per colpa di un banale errore di configurazione: un database su Airtable (una specie di Excel evoluto) lasciato spalancato e liberamente accessibile online.

La falla è stata individuata e i dati rinvenuti sono stati resi pubblici dall’attivista informatica e hacker maia arson crimew. Maia è un personaggio: una donna trans nata in Svizzera, che usa esclusivamente le lettere minuscole quale gesto simbolico per rifiutare l’importanza attribuita al Nome Proprio, alla centralità dell’Ego e alla rappresentazione formale borghese/istituzionale. Divenuta famosa nel 2021 per aver reso nota la lista No-Fly del governo statunitense, l’attivista ha dichiarato di aver trovato l’accesso alle liste di Dialog partendo (ma guarda un po’) da una segnalazione anonima. Nel giro di poche ore, le inchieste investigative di testate come WIRED, Forbes e del quotidiano irlandese The Journal hanno svelato ciò che avrebbe dovuto rimanere sepolto sotto strati di Segreto di Stato: l’elenco completo dei 222 invitati, i dossier interni di profilazione e l’agenda dettagliata dei lavori. Che meraviglia!

I documenti rivelavano che Dialog gestisce persino un algoritmo interno per profilare gli ospiti: ogni partecipante veniva classificato in base a ricchezza, grado d’influenza politica e inclinazioni ideologiche per stabilire dove sedersi a tavola, con chi parlare e persino per offrire un bizzarro servizio interno di “ricerca di affinità”. A differenza di un normale convegno d’affari o di una conferenza geopolitica, i form di registrazione su Airtable chiedevano esplicitamente ai partecipanti di specificare dettagli personali e la propria disponibilità a partecipare a programmi di abbinamento sia erotici che politici, gestiti direttamente dall’organizzazione. Nel modulo di iscrizione ai partecipanti veniva chiesto se fossero “in cerca d’amore” e se volessero essere inseriti nei registri per single. Ma non solo: l’obiettivo era creare sinergie strategiche e ideologiche. Ad esempio, mettere allo stesso tavolo un politico in cerca di finanziamenti con un investitore della Silicon Valley sensibile alle stesse battaglie, oppure far incontrare il dirigente di una startup di droni militari con un generale della NATO interessato alle sue tecnologie. Semplice, no?

Non conferenze, ma “Azione Diretta”: il menù dei Padroni della guerra

Se a Davos ci si ammanta di retorica sul cambiamento climatico, a Dialog le maschere sarebbero cadute. Il format non prevedeva lezioni frontali o noiosi panel, ma piccoli tavoli di discussione da 8-12 persone guidati da un moderatore. Dalle schede emerse da Airtable, i temi in agenda a Dublino sembravano usciti direttamente da un romanzo distopico o meglio da un “manuale di sopravvivenza per oligarchi”. Ecco la lista…

“Navigating WW III” (Orientarsi nella Terza Guerra Mondiale): Una guida pratica per gestire i mercati e le infrastrutture mentre il pianeta brucia e i suoi abitanti scompaiono.

“Battlefield Technologies”: Come integrare l’Intelligenza Artificiale, i droni autonomi e la potenza di calcolo nei sistemi d’arma della NATO e dell’intelligence.

“Bring Back Nuclear”: Il rilancio del nucleare come unica fonte energetica in grado di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità dei data center per l’AI.

“It’s Fun to Be in Charge”: Una disinvolta riflessione su come esercitare il potere autocratico e tecnocratico senza la seccatura dell’opposizione parlamentare.

“Build-a-Cult”: Una sessione su come costruire movimenti ideologici o para-religiosi digitali, moderata ironicamente dai fondatori di app di preghiera come Pray.com.

L’obiettivo dichiarato non era il dibattito accademico dunque, ma quella che nei documenti viene definita “Direct Action”: creare un canale direttissimo tra chi produce tecnologia militare e chi detiene i bilanci/budget di Difesa delle superpotenze.

I VIP presenti

Il parterre svelato dai file è una fotografia di gruppo di un certo Potere Occidentale. Tra gli invitati figuravano il generale Alexus Grynkewich (comandante supremo delle forze NATO); l’ex generale Stanley McChrystal e perfino attori hollywoodiani come Joseph Gordon-Levitt e Josh Brolin, arruolati nell’orbita tech per il loro peso mediatico. Tra i “politici” USA nel dossier “invitati” si rinvenivano: il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent; il senatore repubblicano, Ted Cruz; l’ideologo della sinistra liberal, Ezra Klein; il senatore democratico, Cory Booker; il direttore dell’intelligence nazionale USA, Tulsi Gabbard; il deputato democratico, Jim Himes; l’ex segretario al Tesoro, Larry Summers e (come poteva mancare?) il genero di Trump, Jared Kushner. Tra le personalità saudite: la Principessa Reema bint Bandar Al-Saud, ambasciatrice in USA e il Principe Turki al-Faisal, ex capo dei servizi segreti sauditi (GIP) e storico ambasciatore a Londra e Washington. Tra i politici europei: Jens Spahn, membro del parlamento tedesco ed ex Ministro della Salute; Tom Tugendhat, deputato britannico del Partito Conservatore ed ex sottosegretario alla Sicurezza del Regno Unito; Matt Clifford, consigliere del Primo Ministro britannico per le strategie sull’Intelligenza Artificiale.

E l’Italia? Le location da sogno e i dossier riservati

In questo scacchiere euroatlantico/saudita, qual è la posizione dell’Italia? Negli elenchi trapelati non comparivano ministri di primo piano del nostro governo, ma la presenza del Belpaese era tutt’altro che marginale: rinvenibile su due livelli strategici.

Il primo è quello logistico ed estetico. Prima di approdare in Irlanda, uno dei vertici preliminari più esclusivi e blindati di Dialog si è tenuto in primavera a Venezia, nella cornice del San Clemente Palace, situato su un’isola privata della laguna tra la Giudecca e il Lido. L’Italia offre l’ambientazione perfetta per le élite che desiderano discutere di transumanesimo ed economia bellica circondate dal lusso e lontane da sguardi indiscreti.

Il secondo livello riguarda gli apparati d’intelligence e gli esperti di geopolitica. Nei documenti compaiono contatti e profili di accademici e diplomatici italiani afferenti alla NATO Defence College Foundation di Roma, interpellati in veste di consulenti su temi caldi come la sicurezza delle rotte marittime nel Mediterraneo e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulla guerra cibernetica. I dati confermano una tendenza precisa del club: l’assenza di esponenti della politica parlamentare italiana “di facciata”, a favore di figure inserite nei circuiti della finanza internazionale e degli apparati di analisi strategica legati all’asse NATO.

Una vittoria della Società Civile

Testate come The Journal, l’Irish Examiner e l’emittente nazionale RTÉ hanno confermato che la maxi-conferenza prevista nella tenuta di Powerscourt dal 12 al 16 agosto non si è tenuta nella forma e nella sede originarie. Già a inizio luglio, travolta dalle proteste della politica locale e degli attivisti dopo le rivelazioni di WIRED, la direzione del resort a 5 stelle ha diramato una nota ufficiale dichiarando annullata la prenotazione dell’organizzazione.

Negli ultimi giorni inoltre, quotidiani come l’Irish Examiner hanno ripreso la vicenda evidenziando il clima politico rovente generatosi in Dáil Éireann (il Parlamento irlandese). Deputati dell’opposizione (in particolare di Sinn Féin e del People Before Profit) hanno chiesto conto al governo delle misure di sicurezza e della presenza di esponenti NATO e contractor militari sul suolo irlandese, definendo la vicenda un insulto alla storica neutralità dell’Irlanda.

Gli analisti della stampa investigativa locale e internazionale concordano però su uno scenario: l’evento di massa da 222 persone a Powerscourt è stato annullato, ma la rete si è mossa nell’ombra. La stampa irlandese evidenzia come sia prassi consolidata per questo tipo di network non annullare mai del tutto i vertici, bensì frazionarli. Anziché la grande convention con 200 ospiti a Dublino, la cerchia ristretta (i fondatori Peter Thiel e Auren Hoffman con i delegati di massimo livello) si è quasi certamente riorganizzata in piccoli gruppi presso residenze private o location ancora più blindate e non tracciate.

Ecco perché i quotidiani irlandesi non stanno raccontando la “cronaca dell’inaugurazione”, ma la vittoria politica e mediatica che ha costretto il vertice della Silicon Valley a smantellare la sua sede ufficiale in Irlanda per rintanarsi in sessioni private ed estemporanee altrove.

Fra qualche giorno ne sapremo di più.

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