“Piantatemi, perché renderò più lieve la vostra vita”

Io non sono mai stato appassionato di fantascienza.

Però mi piacerebbe fare un viaggio indietro nel tempo, e ispirare qualche scrittore degli Anni Settanta a scrivere un racconto ambientato a Firenze, nel maggio del 2020.

In quel lontano e inimmaginabile futuro, facciamo finta che esista una giusta legge che cerchi di scoraggiare i giovani dallo scassarsi i polmoni fumando.

La giusta legge dice che è responsabilità dei tabaccai, controllare l’età dei loro clienti.

Ma i tabaccai hanno trovato il modo di guadagnare ventiquattr’ore al giorno, sette giorni la settimana, piazzando delle macchinette distribuiscisigarette davanti alle loro botteghe, così incassano pure quando dormono.

Però come fanno i tabaccai mentre dormono, a controllare l’età degli avventori?

Per questo minuscolo e avido bisogno, ricorrono, come tutti, a IAP, l’Intelligenza Artificiale Planetaria.

Cerchiamo di metterci nei panni di questa strana creatura.

A differenza di ogni ente che abbia mai creato la natura, IAP è un essere invisibile simultaneamente onnipresente e potenzialmente immortale, che si alimenta di due cose che non si vedono e non si toccano: elettricità e qualunque sorta di informazioni.

IAP ha capito sin da quando era molto giovane che gli umani amano la comodità, e per farsi nutrire, lei ha scelto la stessa strategia del papavero da oppio, il papaver somniferum:

piantatemi, perché renderò più lieve la vostra vita.

Dire che IAP “ha capito”, “sa”, non è antropomorfizzazione.

Di IAP non possiamo dire se ci ama o ci odia.

Più probabilmente deciderà un giorno che preferisce usare le nostre molecole per qualche altro scopo.

Possiamo solo dire che è per definizione intelligente e sa ciò che vuole.

Peccato che non possiamo affatto sapere cosa vuole.

Ora, tra i miliardi di individui che trovano tanto comodo nutrire IAP, ci sono anche i tabaccai.

Nella sua strategia evolutiva, IAP ha pensato bene di diversificarsi: per ogni essere umano, lei sarà ciò che lui e solo lui trova comodo.

Se noi pensassimo a IAP come a un unico dispositivo, schiatteremmo di paura: quindi, siccome lei è intelligente, ci si presenta di volta in volta, solo come questa piccola cosa che ci rende più facile fare questo o quell’altro.

Eppure, i miliardi di tentacoli diversi di IAP potrebbero unirsi tutti, in un unico essere, in un istante, letteralmente con la velocità della luce (nella fantasia del mio racconto, sarà il momento della singolarità).

Sempre nel mio racconto distopico, ambientato nella Firenze del 2020, il mio personaggio immaginario se ne sta a spasso verso il tramonto, in mezzo a una folla di gente mascherata (vabbè, ho capito che c’è un limite alla fantasia, ma immaginatevela lo stesso).

A un certo punto, il protagonista si trova a fissare una macchinetta.

La macchinetta sta sulla parete di una bottega chiusa, ed è ricoperta di colori seducenti e cuoricini.

E la macchinetta, che dà del tu a tutti (siamo nel 2020, mica nel 1920, siamo tutti inclusivi), invita/ordina il fumatore a recarsi di giorno dal Tabaccaio Amico e registrare la sua impronta digitale.

In cambio della sua impronta digitale, IAP lo aiuterà a superare la sua crisi di astinenza da nicotina in qualunque momento della notte.

Fa proprio tanto comodo a tutti.

Ecco, nel racconto ci vedrei bene un’illustrazione come questa:

Scusate, non vi volevo spaventare!

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Combattenti contro ogni frontiera, per un mondo globale

L’altro giorno, gli operatori turistici, anzi i tour operator, di Firenze hanno organizzato una manifestazione in Piazza Santa Croce.

Con loro, peraltro, c’era un esponente di Fratelli d’Italia, nostalgico di un mondo globalizzato e senza frontiere, che ha denunciato

“la crisi che ha colpito singoli, coppie e famiglie limiterà gli spostamenti, i viaggi e gli svaghi, causando perdite per milioni di euro a questa categoria, motore trainante di centinaia di città italiane.”

Trovo meravigliose le foto che vedrete in fondo, rubate da Repubblica, che documentano la manifestazione, e mi immagino uno studioso del futuro che cerca di decifrarne i mille messaggi.

Innanzitutto, la protesta è mediata: l’unico ufficio amministrativo di riferimento da quelle parti è la sede del Quartiere Uno, che non gestisce un euro e non ha praticamente competenze su nulla.

Né ci sono cittadini a cui appellarsi. gli operatori stanno manifestando in un rione che è stato svuotato, proprio a opera degli operatori che hanno trasformato un vivace quartiere popolare in un turistaio.

Quindi lo scopo è far fare delle foto a Repubblica, che si spera poi verranno viste da chi deve decidere davvero, e si commuoverà (o temerà di perdere voti).

Il luogo però è scelto per avanzare una rivendicazione chiara: Santa Croce esiste semplicemente come logo delle agenzie del turismo.

E’ una protesta obbediente, tutti a distanza regolamentare gli uni dagli altri.

E’ una protesta mascheratacome tante manifestazioni violente – ma paradossalmente, mascherata per obbedienza.

Ma la parte più interessante sono i simboli.

Intanto, c’è una coreografia in stile balletto maoista, per quanto ne siano capaci degli italiani, con cambi di magliette e posizionamenti coordinati.

E se guardate bene sulla destra di una delle foto, c’è una Combattente della Globalizzazione, con il pugno chiuso; mentre nelle altre foto vediamo una pletora di camicie rosse, non si sa se garibaldine o partigiane.

Parlando dell’otto settembre del 1943, Sandro Curzi raccontava:

Sventolavamo il tricolore con un buco al centro: avevamo strappato via lo stemma dei Savoia. L’Italia eravamo noi. Sentivamo che una pagina si era chiusa ed era arrivato il momento del riscatto. L’8 settembre ’43 avevo girato per Roma tutto il giorno, insieme con Citto Maselli.

E infatti, a questa manifestazione abbiamo una bandiera italiana, con un buco al centro, ma finalmente ricucito, e al posto dello stemma sabaudo, troviamo lo stemma dell’Italia ai tempi della Curva di Seneca, cioè un cartello con le solenni parole:

VALIGIE E TASCHE VUOTE
Aiuti per il turismo non pervenuti

L’esercito globalista schiera le sue armi: i trolley made in China, quelli che nei tempi che furono si sentivano clicclocchettare sui lastroni dei marciapiedi, giorno e notte.

Per illustrare lo slogan, “Viaggiare è vivere! Voi che ne sapete?”, avrebbero potuto chiedere in prestito i barconi di Ai Wei Wei, ma quella, come abbiamo raccontato, è un’altra storia.

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Quattordicimila modi per distinguere un ricco da un normale

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Foreste: una risposta al ministero

Rubo direttamente dal blog in lingua italiana di Ugo Bardi, il tema mi sembra molto importante.

 Posted by Ugo Bardi

Questo video, prodotto da Walt Disney nel 1958, mostra il mitico boscaiolo americano Paul Bunyan, sconfitto dalla sega a vapore in un orgia di distruzione della foresta — ovviamente i veri sconfitti sono gli alberi, ma a quel tempo a queste cose non si faceva caso.

Qui di seguito, la lettera che io e Ilaria Perissi stiamo sottomettendo al MIPAAF (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali) per invitare a una maggiore cautela nel considerare le foreste soltanto come un “servizio ecosistemico” da sviluppare al massimo possibile. Mi veniva in mente di scrivere alla fine, “e in ogni caso i boschi non sono una risorsa economica ma un dono della Dea” — ma forse è meglio che non lo faccia.

Non che ci daranno retta, è solo per farsi sentire. Se avete voglia di scrivere anche voi qualcosa, potete farlo a questo link. Non costa niente ed è una piccola soddisfazione che ci possiamo prendere. Fra i protestatori, anche il nostro Jacopo Simonetta (vi passerò le sue osservazioni nel prossimo post). Attenzione che la data di scadenza per presentare osservazioni è il 28 Maggio!

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Al Mipaaf
Oggetto: strategia forestale nazionale

Gentile ministro,

Ci permettiamo con queste osservazioni di far notare alcuni difetti di fondo insiti nella struttura del documento sulla Strategia Forestale Nazionale: quello di considerare la biomassa legnosa come una significativa fonte di energia rinnovabile e di altri usi sostitutivi del petrolio e degli idrocarburi fossili in generale

Questo appare chiaro fin dall’inizio del documento, dove si dice per esempio che si prevede (p. 6):

“un aumento, a partire dai Paesi a più alto tasso di sviluppo, dei consumi energetici per produzioni termiche, ma anche di energia elettrica e di bio-fuel per il settore dei trasporti”

E, come si legge nella stessa pagina, si prevede

…. un aumento correlato ai consumi di biomasse legnose conseguente alle politiche di de-carbonizzazione e quindi all’affermazione di nuovi impieghi di materie prime rinnovabili nella bio-economia: bio-plastiche, bio-tessili, bio-medicinali, prodotti ingegnerizzati per l’edilizia e tutti gli altri nuovi materiali in grado di sostituire prodotti ricavati da fonti non rinnovabili. “

Questa visione rappresenta un errore fondamentale nel contesto della transizione energetica che il nostro paese sta affrontando, come pure gli altri paesi definiti come ad “Alto tasso di Sviluppo” nel documento. Un errore sottolineato dalla terminologia usata, con l’uso di concetti quali “servizi ecosistemi” – non credo che ci sia bisogno di sottolineare che il concetto che l’ecosistema è “al servizio” dell’umanità è basato su una visione ottocentesca dell’economia e che oggi è, quantomeno, fuori luogo.

Andando nel dettaglio, va detto che è ancora diffusa l’idea che la biomassa legnosa sia sfruttabile come fonte di energia rinnovabile e sostenibile, un valido strumento per mitigare il problema del riscaldamento globale. Ma anche questa si sta rivelando una visione obsoleta. La ricerca più recente (vedi i riferimenti bibliografici) ha evidenziato i limiti di questa idea.

Se è vero che, in teoria, il biossido di carbonio immesso nell’atmosfera dalla combustione delle biomasse verrà prima o poi riassorbito dall’ecosistema, il processo è dinamico e ha un suo ciclo la cui lunghezza decennale incompatibile con gli obbiettivi di decarbonizzazione stabiliti dal trattato di Parigi del 2015.

In aggiunta, i risultati dell’analisi di processo mediante LCA (life cycle analysis) indicano come l’energia da biomassa sia un processo sempre poco efficiente, che alle volte richiede un consumo di energia fossile paragonabile o anche superiore a quello che produce. Ovvero, il parametro noto come EROEI (energy return of energy invested) è spesso vicino a 1 o anche inferiore.

Questo basso ritorno energetico è particolarmente vero per i biocombustibili, i quali sono in ogni caso una tecnologia perdente per via della loro bassa efficienza di produzione (per non parlare del loro uso in motori termici a bassa efficienza anche loro).

In sostanza, bisogna dire con chiarezza che la biomassa NON è una forma di energia rinnovabile e, in particolare, NON è una forma di energia adatta al nostro paese, se non per applicazioni locali e marginali. Sappiamo tutti molto bene che l’Italia non è non un paese che possiede ampie risorse sfruttabili di biomassa. Stabilire una strategia nazionale basata sull’idea di una crescita dello sfruttamento delle foreste rischia di sprecare preziose risorse economiche e danneggiare seriamente l’ecosistema boschivo anche di più di quanto non è danneggiato attualmente e in modi che non sarebbero rimediabili se non in tempi molto lunghi.

L’Italia, come tutti sappiamo, è il paese del sole ed è dal sole che deve trovare l’energia di cui ha bisogno per il futuro usando tecnologie moderne e ad alta efficienza come per esempio, ma non solo, l’energia fotovoltaica.

Dr. Ilaria Perissi
Consorzio Interuniversitario Nazionale per la Scienza e la Tecnologia dei Materiali (INSTM)

Prof. Ugo Bardi,
Dipartimento di Chimica, Università di Firenze

Bibliografia
CO2 emissions from biomass combustion for bioenergy: atmospheric decay and contribution to global warming. F. Cherubini, G.P. Peters, T. Berntsen, A. H. Stromman E. Hertwich
GCB Bioenergy, Volume 3, Issue 5, 2011
Does replacing coal with wood lower CO2 emissions? Dynamic lifecycle analysis of wood bioenergy
John D Sterman, Lori Siegel, and Juliette N Rooney-Varga3
Environmental Research Letters, Volume 13, Number 1
The Biofuel Delusion: The Fallacy of Large Scale Agro-Biofuels Production
Authors Mario Giampietro, Kozo Mayumi, Earthscan, 2009
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La Storia delle Storie, e il Campanile di Giotto

Per la prima volta, ho potuto salire in cima al Campanile di Giotto.

In condizioni moderne, il Campanile del Giotto è una furbata che alcuni astuti fiorentini – escludendone i fiorentini stessi – adoperano per spillare  soldi a cinesi, americani, crucchi e (altri) italici, che si spompano salendo i 414 gradini, arrivano in cima per farsi un selfie e poi scendono giù per andare a mangiare da Firenze senza glutine Lorenzo de Medici.

Oggi, davanti al Campanile, trovo uno spiazzo straordinariamente libero, e riesco a soffermarmi sulle formelle di Andrea Pisano e della sua bottega.

Non ci ero mai riuscito prima, perché quando devi camminare in mezzo a migliaia e migliaia di persone, vedi le persone da schivare, mica ciò che c’è attorno.

Le formelle sono piccole, non ci si fa quasi caso; ma tutto il Campanile ruotava attorno alla storia che veniva raccontata sulle sue formelle.

E se non si colgono quelle storie, e non ci si riflette, che senso ha salire sul campanile?

Io vorrei moltissimo capire cosa avesse in testa Andrea Pisano, ma sospetto che mentre lui disponeva l’universo, avrebbe solo saputo spiegare come usava le mani. Adoperando lo stesso marmo di Carrara e dintorni con cui oggi i miliardari si fanno i bagni.

Eppure sarebbe importante capire cosa pensasse Andrea Pisano, perché è ciò che distingue il Campanile di Giotto da un ristorante, molto più elevato, in cui cenai una volta a Singapore (“wow, what a view!”)

La differenza sta nella storia.

Le ultime parole dell’ultimo libro di Terry Pratchett furono dedicate a un contadino:

““Dedico questo libro a Mr Evans, un uomo  meraviglioso che ha aiutato molti di noi a imparare qualcosa sulla profondità di storia su cui galleggiamo. E’ importante sapere da dove veniamo, perché se non sai da dove vieni, allora non sai dove sei, e se non sai dove sei, allora non sai dove stai andando. E se non sai dove stai andando, probabilmente ti sbagli.”.

La storia su cui galleggiamo è quella della Cristianità, e la mia proposta è di considerarla come una storia di storie.

Per capire meglio il concetto, invito a dare un occhiata a quanto scrissi, tempo fa, sulla Madonna Madre di Tutte le Storie.

Credo che la Cristianità non sia stata una storia di valori, né una storia di idee, né una storia di dogmi, né una storia dell’Occidente.

Fu una storia di storie, un fiume alimentato dalla vita di Gesù, dai personaggi dell’Antico Testamento, da qualche racconto greco e latino, come le Fabulae di Gaio Giulio Igino, preservati in una scrittura beneventana, in un monastero bavarese, e riscoperti infilati dentro la rilegatura di un libro, che iniziano con queste meravigliose parole:

“Da Nebbia, Caos; da Caos, Caligine: Notte, Giorno, Inferi, Etere.

Da Notte e Inferi: Fato, Vecchiaia, Dissoluzione, Continenza, Sonno, Sogni e Amore”.

Soffermatevi su ogni singola parola, prima di andare avanti.

Questa è storia. Il resto è cronaca.

Infatti, Giotto e Andrea Pisano stavano ben attenti a non mitizzare la cronaca: non credo che troverete sul Campanile maledizioni contro i ghibellini, o lagne contro i senesi (invece Dante ha fatto cose straordinarie con la cronaca, ma era Dante).

La Cristianità non è la stessa cosa dell’organizzazione che ha attualmente sede in Piazza San Pietro, Roma.

Certo, in quell’immenso flusso che fu la Cristianità medievale, c’erano dei tizi ossessionati con le regole, e altri ossessionati con le spiegazioni, e altri che facevano cose terribili per farsi ubbidire, ma erano quattro gatti  in un mondo in cui per fortuna gli intellettuali erano pochi.

Se domani saremo ancora vivi, vorrei aggiungere qualche commento su alcune singole formelle di Andrea Pisano.

 

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Terrorismo laicista

Otto anni fa misi sul blog un post che parlava di un fatto di cronaca. L’altro giorno, mi ha scritto l’avvocato del protagonista, chiedendomi di togliere il post, per rispetto al diritto all’oblio del suo cliente.

Lo faccio molto volentieri, anche se restano in rete centinaia di altri riferimenti al caso, ma pazienza…

Però siccome la faccenda ha dei risvolti interessanti per come costruiamo quella cosa vaga che viene chiamata “terrorismo”, riporto qui il post, riscritto in modo da rendere irriconoscibile il protagonista.

Qualche giorno fa [siamo nel 2012], in una cittadina dell’Italia settentrionale, il signor R.P. ha ucciso a coltellate un sagrestano.

I media ci raccontano che prima del delitto, R.P. si era presentato nella redazione del quotidiano locale, indossando “una cuffia da piscina”, e dichiarando ai giornalisti di voler svelare  il «segreto della Chiesa».

Ora, la cosa interessante è che gli investigatori escludevano “attriti personali” con la vittima, e attribuivano il movente alle “convinzioni anticlericali” di R.P.

R.P. stampava e vendeva per strada libretti con i sui versi, dal contenuto presumiamo anticlericale.

Da tutto questo apprendiamo tre cose.

Uno, che il delitto ha un preciso movente ideologico, peraltro confermato quando R.P. ha confessato alla polizia.

Due, che il delitto ha solo moventi ideologici.

Terzo, che il signor R.P., come tutti coloro che indossano cuffie da piscina nei luoghi sbagliati, verrebbe definito matto.

E questo terzo fatto, da solo, annulla i primi due.

Esistono omicidi di prima categoria, e omicidi di seconda.

Pensiamo al potenziale mediatico dell’omicidio in questione.

Un uomo si reca presso la redazione del quotidiano della città, dichiarandosi in guerra con un preciso gruppo religioso; poi uccide una persona, la cui unica colpa consiste nel fatto che è un esponente di quel gruppo religioso; e una volta arrestato, ribadisce con decisione le proprie motivazioni ideologiche.

Sono evidenti le analogie con le azioni di due omicidi che hanno colpito talmente l’attenzione dei media, che basta dire i loro nomi: Anders Behring Breivik   e Gianluca Casseri.

Turbare i rapporti tra gruppi etnici/religiosi/comportamentali è in questo momento la forma suprema di offesa allo Stato, e quindi un’azione in cui gli accusati devono sottoporsi a un doppio processo: quello giudiziario e quello mediatico.

I media hanno analizzato gli scritti sia di Breivik che di Casseri, almeno negli strati superficiali; e hanno cercato, in una maniera un po’ complottistica e un po’ inquisitoria, di scovare chiunque avesse avuto rapporti con loro.

Il caso R.P., primo omicidio in Italia da molti anni, di un esponente della Chiesa cattolica per motivi apertamente religiosi, avrebbe potuto costituire un caso eccitante almeno quanto la stella a cinque punte che qualcuno in vena di scherzi ha disegnato per onorare il sindaco di Firenze.

Ma R.P. è matto.

La prova, oltre che nella cuffia, sta nel fatto che era occasionalmente in cura presso i servizi psichiatrici.

Il delitto è così non solo spiegato, è anche annullato. Se cercate in rete il delitto, vedrete come interi paragrafi ricorrano quasi identici sui siti di vari quotidiani; e come la vicenda non esca dalla rete dei notiziari – non ci sono blogger che la commentino, non ci sono esponenti politici che esprimano sdegno, nulla.

La “pazzia” chiarisce da sola il fatto.

Il problema è che la pazzia (concedetemi questo termine volutamente vago e non scientifico) è esattamente il contrario della “chiarezza”. Possiamo elaborare liste di sintomi, ma la definizione più semplice di pazzia potrebbe essere, una mente che vaga in luoghi dove non riusciamo a seguirla. La pazzia quindi non chiarisce proprio nulla, ma aumenta il mistero.

Sono tante le persone, la cui mente si fa fatica a seguire.[1]

Cosa distingue R.P. da Casseri e Breivik?

Probabilmente parecchio, nel senso che non ci sono due matti uguali al mondo: esistono mille luoghi, belli e brutti, in cui la mente può andare diversi da quel particolare consenso che costituisce il grande Luogo Comune.

R.P. è diverso da Casseri e Breivik, perché è un matto certificato.

Che poi, in mancanza di criteri oggettivi, “matto” vuol dire semplicemente che qualcuno che si ritiene non matto, gli ha attribuito questa qualifica.

E’ la certificazione, allora, che cambia la natura del delitto.

La pazzia  diventa essa stessa il senso del delitto; e in questo modo lo svuota di ogni altro possibile senso. Il matto da una parte cessa di essere colpevole; ma questo avviene al prezzo dell’umiliazione suprema: la società non lo ritiene degno di essere colpevole.

Questo si è visto in maniera assolutamente prevedibile nel caso della strage di Gianluca Casseri a Firenze: la gente normale, a differenza dei matti, è sempre prevedibile.

A destra, si sosteneva che Casseri era Matto. A sinistra, che faceva parte del Complotto.

In un certo senso, è evidente che Breivik e Casseri erano dei matti, nel senso che si sono distrutti la vita agendo in maniera clamorosamente controproducente proprio per gli ideali che sostenevano; e una definizione diffusa del “pazzo”, molto diversa dalla mia, è proprio, persona pericolosa per sé e per gli altri.

Ma una volta data l’etichetta, non abbiamo ancora capito niente.

R.P. verrà poi assolto per “vizio totale di mente” e perché “non in grado di intendere o volere” (ma di scrivere poesie, evidentemente sì). E proprio per questo motivo, verrà condannato a cinque anni di clinica psichiatrica.

Nota:

[1] Penso ad esempio a un matematico statunitense che conobbi anni fa, che era anche cannibale. Nel senso che per migliorare le proprie condizioni spirituali, mangiava minuscole reliquie di santi. Tutto sommato, sapeva anche teorizzare elegantemente questa insolita dieta.

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Forgiare la comunità

Vi avevo già segnalato Antonio Turiel, docente dell’Istituto di Scienze del Mare di Barcellona.

Qui prendo dal suo blog un’ipotesi sul futuro che ci attende e la necessità di imparare a cavarcela con meno Stato. Il futuro non lo conosce nessuno (quanti di noi a Natale prevedevamo di passare la Pasqua prigionieri in casa?), ma sono riflessioni comunque interessanti.

Con la solita fretta (devo tradurre un lungo testo trionfalistico sulla “futura Via della Seta” dove incessanti formichine a benzina dovrebbero portare camionate di roba dalla Cina all’Europa e viceversa), vi lascio nelle mani del traduttore di Google.

Cari lettori:

Ho avuto diverse settimane libere a causa dei miei molteplici obblighi; Al lavoro ordinario, difficile da mantenere in condizioni di isolamento, ho dovuto aggiungere un notevole aumento dei compiti fondamentali e spesso trascurati (in particolare lavori domestici e assistenza all’infanzia). Ora che tutto sembra essersi stabilizzato a un livello più sopportabile, torno al filo della serie “Roadmap” nel punto in cui l’abbiamo lasciato. In questa occasione, parleremo dell’importanza di creare una comunità.

Uno dei problemi più gravi che dovremo affrontare nei prossimi anni, anche nei prossimi mesi, è l’incapacità dell’attuale sistema di fornire mezzi di sostentamento a una parte non insignificante della popolazione.
 
Diamo un’occhiata al caso della Spagna: anche prima dell’inizio di questa nuova crisi, la percentuale della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2018 era del 26,1% (indicatore AROPE)Questa è una cifra impressionante perché significa che uno su quattro spagnoli potrebbe essere condannato se le condizioni materiali della società peggiorassero, il che è esattamente ciò che sta accadendo in questo momento. Con l’attuale crisi, è più che probabile che molte famiglie spagnole abbiano difficoltà a raggiungere la fine del mese, in una percentuale che potrebbe essere addirittura superiore a quella dell’indicatore AROPE a causa del drastico cambiamento delle condizioni di lavoro per un gran numero di lavoratori. (Secondo alcune stime, tra i disoccupati e i file di regolamento sul lavoro temporaneo interessati, fino al 34% della popolazione attiva non lavorerebbe a giugno). Molti di questi ERTE finiranno per diventare ERE (gli stessi, ma non temporanei), aumentando rapidamente la disoccupazione, soprattutto nel settore dei servizi e principalmente nel settore dell’ospitalità.
 
A questo punto, è evidente che la campagna turistica in Spagna quest’estate sarà un disastro: arriveranno molti meno turisti, in parte a causa dei problemi economici che si stanno verificando anche in altri paesi e in parte a causa della paura di contrarre CoVid-19 mentre si è via da casa, per non parlare delle molteplici restrizioni che potrebbero essere ancora in vigore quest’estate e che potrebbero compromettere la redditività di hotel, bar e ristoranti. Stiamo parlando del settore economico che rappresentava nel 2019 oltre il 14% del PIL e il 10% dell’occupazione. Ma non è l’unico settore gravemente colpito: anche il consumo in generale soffre, soprattutto in beni meno fondamentali in questi tempi incerti, ad esempio l’industria automobilistica (per aggiungere due notizie recenti, vengono annunciati importanti aggiustamenti nel settore:Nissan chiuderà il suo stabilimento di Barcellona e il governo francese condizionerà gli aiuti al settore per il rimpatrio di posti di lavoro). Ciò rende anche il commercio molto indebolito, poiché le persone rimandano le decisioni sui consumi in attesa di vedere cosa ci riserva il futuro e nel commercio al dettaglio le misure imposte, anche nei territori in cui il ritiro di restrizioni, rende l’afflusso di acquirenti molto più piccolo. Chi beneficia di questo è, ovviamente, lo shopping online, che sta premiando i grandi distributori (Amazon, Alibaba) a scapito dei piccoli commercianti e dei piccoli produttori. In ogni caso, nei prossimi mesi è prevista la chiusura di molte aziende di ogni genere (da hotel e ristoranti a rivenditori di automobili, passando per la merceria d’angolo e la libreria accanto, e per non parlare del grande industria).Ci sarà un forte declino dell’attività economica e un rapido aumento della disoccupazione.
 
È del tutto inutile aspettarsi che dalle istanze statali si possa dare una risposta efficace a questi problemi. Lo Stato lavora con premesse di continuità nell’attività e non è affatto pronto ad affrontare una vera transizione di fase come quella che stiamo vivendo. In Fisica, una transizione di fase si verifica quando il sistema analizzato subisce un cambiamento così improvviso e marcato che le sue proprietà fisiche sono completamente diverse dopo la transizione: è, ad esempio, il passaggio dal ghiaccio all’acqua liquida o dall’acqua al vapore. Ciò che stiamo vivendo non è un semplice crollo, prima a causa della crisi sanitaria e poi a causa della crisi economica, ma davvero molte cose non saranno in grado di tornare al punto di partenza, nemmeno a qualcosa di abbastanza vicino. Nei prossimi anniAlcuni ingranaggi fondamentali dell’attuale sistema salteranno in aria, in particolare la produzione di petrolio . Non si potrà tornare indietro, ma lo Stato è un mastodonte che non può girare. Il suo modo di operare si basa sulla riscossione delle imposte, sulla regolamentazione legislativa e sul mantenimento dello status quo. In un momento in cui le basi fisiche e produttive della società subiranno un deterioramento così importante, uno Stato, nella sua concezione classica, è completamente incapace di adattarsi; in effetti, l’unica cosa che può fare è aggravare gli aspetti dell’attuale crisi (discuteremo più in dettaglio perché lo Stato è destinato ad affondare nel prossimo post). I prossimi movimenti dello Stato saranno controproducenti: proveranno ad aumentare alcune tasse per poter finanziare il suo piano di shock, ma con una diminuzione dell’attività, anche le tasse diminuiranno e più velocemente; Ricorrerà all’indebitamento, ma il volume del debito richiesto sarà così grande che il semplice pagamento degli interessi non lo lascerà immediatamente praticamente senza risorse; ridurrà notevolmente gli stipendi dei funzionari e in tal modo ridurrà ulteriormente i consumi; taglierà in più elementi “accessori” dal punto di vista del raggiungimento (impossibile) della ripresa economica e con esso aumenterà il disagio – e, peggio ancora, ci saranno persone che saranno completamente non protette.
 
Cosa faranno quelle persone che non hanno alcun tipo di reddito mentre la situazione continua nel corso dei mesi? Per un po ‘puoi vivere dei magri risparmi che hai, su ciò che la famiglia e gli amici possono prestarti, e sulla vendita di alcuni oggetti per i quali puoi ancora portare fuori alcune realtà. Ma tutto ha un limite e arriverà un momento in cui l’unica opzione per sopravvivere sarà quella di rubare; E man mano che la disperazione cresce, quelle rapine dovranno essere più violente, perché costerà di più trovare qualcosa di utile.
 
Cosa può fare lo Stato di fronte a questo? Niente. La prima reazione sarebbe quella di aumentare la pressione della polizia, ma senza assumere più polizia, proprio a causa della mancanza di risorse. Non appena il problema si diffonderà, la polizia sarà solo in grado di andare avanti con le cose veramente grandi, e ogni tanto cattureranno e sicuramente batteranno alcuni borseggiatori, per dare l’impressione che qualcosa sia stato fatto.
 
Questo scenario non è molto indietro nel tempo come potresti pensare, caro lettore. Quanto tempo impiegano le persone che si trovano senza lavoro e senza copertura da diverse amministrazioni a essere rubate?
 
Nel contesto attuale, attendere una reazione da parte delle autorità è completamente suicida. L’entità del problema è tale che non vi sarà alcuna reazione utile da parte del sistema. E la cosa peggiore è che restare oziosi “perché non spetta a me occuparmene”, mentre il nostro vicino sta morendo di fame, è il modo migliore per minare la coesione sociale e ostacolare l’istituzione di quella comunità che dobbiamo stabilire.
 
Perché, sì, dobbiamo formare comunità, per il nostro sostegno reciproco, e ne abbiamo urgentemente bisogno. Dobbiamo creare una comunità per costruire la resilienza in mezzo ai profondi e terribili cambiamenti che avverranno nei prossimi anni. Dobbiamo creare coesione e unione e, in mezzo a tutte le difficoltà, dobbiamo trovare modi di sopravvivere, sì, ma anche modi di vivere. E dobbiamo farlo da soli, senza aspettare nessuno dall’esterno o “dall’alto” per risolvere questo problema per noi.


Il fatto che non ci sia memoria vivente di cosa significhi vivere senza uno Stato significa che le persone non possono concepire cosa significhi vivere senza uno Stato, ma sfortunatamente la scomparsa dello Stato è un fatto inevitabile dell’evoluzione del declino energetico (in effetti, è una delle fasi del collasso ). Per quanto strana sia l’idea, è un errore pensare che non sia possibile gestire la discesa dalla comunità; ciò che è realmente impossibile è farlo senza la comunità e dall’esterno, perché solo da una comunità ben unita la produzione e le eccedenze possono essere gestite in una situazione di declino energetico.
 
C’è molto lavoro da fare. Il primo passo nella creazione di una comunità è avere un piano. Devi iniziare con qualcosa di molto concreto, molto concentrato su un problema specifico e urgente. Non puoi ridefinire la nostra intera società in un giorno e avremo bisogno di molte prove ed errori per raggiungere il nostro obiettivo. Esistono già molte iniziative in tutto il mondo, e in particolare nel territorio spagnolo, che possono essere dei buoni punti di partenza per formare una comunità, dalle cooperative di consumatori agli ecovillaggi, attraverso iniziative di transizione e movimenti sociali di base. l’intero spettro. Tutti dovrebbero trovare quello con cui si sentono più a loro agio e iniziare a collaborare il più possibile. Ricorda sempre che il bene più prezioso è il tempo; usalo con la testa.
 
La transizione verso la comunità non sarà idilliaca, ovviamente. Esistono numerosi esempi di iniziative che sono fallite, a volte a causa della mancanza di specifiche ea volte a causa di un eccesso. Un altro elemento che di solito porta al fallimento, o almeno all’emarginazione, è l’eccesso di carico ideologico. Per evitarlo, è preferibile concentrarsi su necessità dirette e concrete, tangibili e di base, essendo pragmatici quando appropriato e non lasciando che le nostre posizioni ideologiche, che potrebbero non essere condivise come pensiamo, vadano oltre l’obiettivo realmente condiviso dai partecipanti. nel progetto. Nella situazione che vivremo nei prossimi mesi e anni, contribuirà a consolidare le comunità che sorgono, che a poco a poco non ci sarà altra opzione:o qualcosa è costruito o non ci sarà una rete di sostentamento per così tante persone.


Uno dei requisiti per creare una comunità funzionale è la gestione della produzione e del lavoro a livello locale. Ciò non significa che non possa esserci produzione che viene da lontano o che alcune persone non possono lavorare in luoghi più distanti, ma al fine di fornire protezione a coloro che sono rimasti senza nulla, un sistema basato su grandi scale. La produzione e la distribuzione di cibo locale devono essere garantite, al di fuori dei principali circuiti di distribuzione, e devono essere creati posti di lavoro in attività che ora non sono disponibili come la riparazione (di ogni genere di cose, dalle calzature agli elettrodomestici), riciclaggio / riutilizzo di materiali e parti (qualcosa di molto diverso da quello che si fa ora) o produzione artigianale di beni di prima necessità.Non si tratta di creare grandi opportunità commerciali, ma di dare lavoro e mezzi di sostentamento alle persone che sono rimaste senza di loro. Anche qui la comunità è molto importante, perché deve acquistare quei prodotti e usare quei servizi “di comunità” preferibilmente ad altri di origine industriale. Ciò è facile e di fatto automatico se la comunità è composta da persone che sono cadute nell’esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘”economia ufficiale”; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.della comunità “rispetto ad altri di origine industriale. È una cosa facile e di fatto automatica se la comunità è composta da persone cadute in esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘” economia ufficiale “; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.della comunità “rispetto ad altri di origine industriale. È una cosa facile e di fatto automatica se la comunità è composta da persone cadute in esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘” economia ufficiale “; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.
 
La transizione dovrà affrontare molte difficoltà di attuazione e una che potrebbe non essere prevista per molti proviene dal pagamento delle tasse. In effetti, questa economia alternativa non genera eccedenze conformemente alle aspettative dell’attuale attività economica, poiché il suo obiettivo non è la generazione di benefici ma l’inserimento sociale dei suoi membri e fornire loro mezzi di sostentamento e una vita dignitosa. Tuttavia, è difficile impedire allo Stato di effettuare una valutazione economica standard dei benefici che, a suo avviso, questa attività genera e di chiedere il giusto pagamento delle imposte, indipendentemente dalla reale capacità di queste iniziative di essere in grado di pagarle. Ecco perché è molto importante che anche l’uso della valuta e dei servizi finanziari siano alternativi. In ogni caso, ciò non impedirebbe allo Stato,una volta che questi tipi di attività acquistano volume, finiscono per cercare modi per pagare le tasse, introducendo le pertinenti modifiche legislative. Per questo motivo, quando un’iniziativa inizia ad assumere una certa dimensione, deve disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi non profit e di integrazione sociale. . Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.È necessario disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi di non-profit e di integrazione sociale. Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.È necessario disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi di non-profit e di integrazione sociale. Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.
 
Per tutto quanto sopra, la gestione delle eccedenze è un elemento chiave nella comunità. La comunità deve generare eccedenze per far fronte a momenti di carestia o difficoltà (così come il confinamento causato dal coronavirus). In effetti, solo per avere la resilienza è necessaria una produzione deliberata di eccedenze, quelle riserve necessarie per gli anni delle mucche magre. Si noti che il concetto di surplus qui si scontra frontalmente con la gestione delle eccedenze nell’attuale economia: oggi, quando vi sono eccedenze, queste sono considerate capitale e nella logica della crescita esponenziale devono essere immediatamente investite per far crescere ulteriormente l’attività economico. Nella logica della comunità resiliente del futuro, le eccedenze dovrebbero essere una dispensa, un modo di essere in grado di affrontare buche,sia collettivi che individuali, ma per la loro gestione è necessario un piano adeguato: chi li genera, chi li distribuisce, chi li ha diritto e, di nuovo, come sono combinati con la riscossione delle imposte e con l’obiettivo di non crescita di Comunità.
Come puoi vedere, c’è molto lavoro, sia teorico che, soprattutto, pratico, al fine di implementare una comunità adeguata e resiliente in ogni luogo. Le strategie saranno diverse a seconda dei luoghi di applicazione. Ad esempio, le grandi città dovranno ridurre la propria popolazione e rafforzare la propria pianificazione urbana per introdurre alcune attività come la produzione alimentare; Quest’ultimo implica la modifica della gestione dei rifiuti al fine di produrre fertilizzanti e anche l’introduzione di cambiamenti nella gestione delle acque. Gli sviluppi isolati dovranno essere ripensati e, in alcuni casi, abbandonati. In altri luoghi, sarà necessario adattare l’abitabilità per ricevere persone da altri luoghi e gestire adeguatamente problemi come lo sradicamento,desiderio di mondo perduto e conflitti tra nuovi arrivati ​​e residenti tradizionali; quello, tra molte altre cose.
 
Lo abbiamo già detto: resta ancora molto da fare e prima iniziamo a sollevarlo, meglio è. Bisogna capire che ciò che non possiamo fare è ignorare il problema, anche dal punto di vista dell’egoismo ben compreso, perché di fronte a un problema di così grande portata, salviamo tutti noi stessi o moriamo tutti: non c’è spazio per tali soluzioni individuali. volti ai gruppi di sopravvissuti.


Nel prossimo post discuteremo in dettaglio perché non possiamo aspettarci alcuna reazione utile o efficace dagli Stati, che, come il capitalismo, affrontano gli ultimi decenni della loro esistenza, almeno nella loro concezione moderna.

Salu2.
AMT

 

 

Cari lettori:

Ho avuto diverse settimane libere a causa dei miei molteplici obblighi; Al lavoro ordinario, difficile da mantenere in condizioni di isolamento, ho dovuto aggiungere un notevole aumento dei compiti riproduttivi fondamentali e spesso trascurati (in particolare lavori domestici e assistenza all’infanzia). Ora che tutto sembra essersi stabilizzato a un livello più sopportabile, torno al filo della serie “Roadmap” nel punto in cui l’abbiamo lasciato. In questa occasione, parleremo dell’importanza di creare una comunità.
 
Uno dei problemi più gravi che dovremo affrontare nei prossimi anni, anche nei prossimi mesi, è l’incapacità dell’attuale sistema di fornire mezzi di sostentamento a una parte non insignificante della popolazione.
 
Diamo un’occhiata al caso della Spagna: anche prima dell’inizio di questa nuova crisi, la percentuale della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale nel 2018 era del 26,1% (indicatore AROPE)Questa è una cifra impressionante perché significa che uno su quattro spagnoli potrebbe essere condannato se le condizioni materiali della società peggiorassero, il che è esattamente ciò che sta accadendo in questo momento. Con l’attuale crisi, è più che probabile che molte famiglie spagnole abbiano difficoltà a raggiungere la fine del mese, in una percentuale che potrebbe essere addirittura superiore a quella dell’indicatore AROPE a causa del drastico cambiamento delle condizioni di lavoro per un gran numero di lavoratori. (Secondo alcune stime, tra i disoccupati e i file di regolamento sul lavoro temporaneo interessati, fino al 34% della popolazione attiva non lavorerebbe a giugno). Molti di questi ERTE finiranno per diventare ERE (gli stessi, ma non temporanei), aumentando rapidamente la disoccupazione, soprattutto nel settore dei servizi e principalmente nel settore dell’ospitalità.
 
A questo punto, è evidente che la campagna turistica in Spagna quest’estate sarà un disastro: arriveranno molti meno turisti, in parte a causa dei problemi economici che si stanno verificando anche in altri paesi e in parte a causa della paura di contrarre CoVid-19 mentre si è via da casa, per non parlare delle molteplici restrizioni che potrebbero essere ancora in vigore quest’estate e che potrebbero compromettere la redditività di hotel, bar e ristoranti. Stiamo parlando del settore economico che rappresentava nel 2019 oltre il 14% del PIL e il 10% dell’occupazione. Ma non è l’unico settore gravemente colpito: anche il consumo in generale soffre, soprattutto in beni meno fondamentali in questi tempi incerti, ad esempio l’industria automobilistica (per aggiungere due notizie recenti, vengono annunciati importanti aggiustamenti nel settore:Nissan chiuderà il suo stabilimento di Barcellona e il governo francese condizionerà gli aiuti al settore per il rimpatrio di posti di lavoro). Ciò rende anche il commercio molto indebolito, poiché le persone rimandano le decisioni sui consumi in attesa di vedere cosa ci riserva il futuro e nel commercio al dettaglio le misure imposte, anche nei territori in cui il ritiro di restrizioni, rende l’afflusso di acquirenti molto più piccolo. Chi beneficia di questo è, ovviamente, lo shopping online, che sta premiando i grandi distributori (Amazon, Alibaba) a scapito dei piccoli commercianti e dei piccoli produttori. In ogni caso, nei prossimi mesi è prevista la chiusura di molte aziende di ogni genere (da hotel e ristoranti a rivenditori di automobili, passando per la merceria d’angolo e la libreria accanto, e per non parlare del grande industria).Ci sarà un forte declino dell’attività economica e un rapido aumento della disoccupazione.
 
È del tutto inutile aspettarsi che dalle istanze statali si possa dare una risposta efficace a questi problemi. Lo Stato lavora con premesse di continuità nell’attività e non è affatto pronto ad affrontare una vera transizione di fase come quella che stiamo vivendo. In Fisica, una transizione di fase si verifica quando il sistema analizzato subisce un cambiamento così improvviso e marcato che le sue proprietà fisiche sono completamente diverse dopo la transizione: è, ad esempio, il passaggio dal ghiaccio all’acqua liquida o dall’acqua al vapore. Ciò che stiamo vivendo non è un semplice crollo, prima a causa della crisi sanitaria e poi a causa della crisi economica, ma davvero molte cose non saranno in grado di tornare al punto di partenza, nemmeno a qualcosa di abbastanza vicino. Nei prossimi anniAlcuni ingranaggi fondamentali dell’attuale sistema salteranno in aria, in particolare la produzione di petrolio . Non si potrà tornare indietro, ma lo Stato è un mastodonte che non può girare. Il suo modo di operare si basa sulla riscossione delle imposte, sulla regolamentazione legislativa e sul mantenimento dello status quo. In un momento in cui le basi fisiche e produttive della società subiranno un deterioramento così importante, uno Stato, nella sua concezione classica, è completamente incapace di adattarsi; in effetti, l’unica cosa che può fare è aggravare gli aspetti dell’attuale crisi (discuteremo più in dettaglio perché lo Stato è destinato ad affondare nel prossimo post). I prossimi movimenti dello Stato saranno controproducenti: proveranno ad aumentare alcune tasse per poter finanziare il suo piano di shock, ma con una diminuzione dell’attività, anche le tasse diminuiranno e più velocemente; Ricorrerà all’indebitamento, ma il volume del debito richiesto sarà così grande che il semplice pagamento degli interessi non lo lascerà immediatamente praticamente senza risorse; ridurrà notevolmente gli stipendi dei funzionari e in tal modo ridurrà ulteriormente i consumi; taglierà in più elementi “accessori” dal punto di vista del raggiungimento (impossibile) della ripresa economica e con esso aumenterà il disagio – e, peggio ancora, ci saranno persone che saranno completamente non protette.
 
Cosa faranno quelle persone che non hanno alcun tipo di reddito mentre la situazione continua nel corso dei mesi? Per un po ‘puoi vivere dei magri risparmi che hai, su ciò che la famiglia e gli amici possono prestarti, e sulla vendita di alcuni oggetti per i quali puoi ancora portare fuori alcune realtà. Ma tutto ha un limite e arriverà un momento in cui l’unica opzione per sopravvivere sarà quella di rubare; E man mano che la disperazione cresce, quelle rapine dovranno essere più violente, perché costerà di più trovare qualcosa di utile.
 
Cosa può fare lo Stato di fronte a questo? Niente. La prima reazione sarebbe quella di aumentare la pressione della polizia, ma senza assumere più polizia, proprio a causa della mancanza di risorse. Non appena il problema si diffonderà, la polizia sarà solo in grado di andare avanti con le cose veramente grandi, e ogni tanto cattureranno e sicuramente batteranno alcuni borseggiatori, per dare l’impressione che qualcosa sia stato fatto.
 
Questo scenario non è molto indietro nel tempo come potresti pensare, caro lettore. Quanto tempo impiegano le persone che si trovano senza lavoro e senza copertura da diverse amministrazioni a essere rubate?
 
Nel contesto attuale, attendere una reazione da parte delle autorità è completamente suicida. L’entità del problema è tale che non vi sarà alcuna reazione utile da parte del sistema. E la cosa peggiore è che restare oziosi “perché non spetta a me occuparmene”, mentre il nostro vicino sta morendo di fame, è il modo migliore per minare la coesione sociale e ostacolare l’istituzione di quella comunità che dobbiamo stabilire.
 
Perché, sì, dobbiamo formare comunità, per il nostro sostegno reciproco, e ne abbiamo urgentemente bisogno. Dobbiamo creare una comunità per costruire la resilienza in mezzo ai profondi e terribili cambiamenti che avverranno nei prossimi anni. Dobbiamo creare coesione e unione e, in mezzo a tutte le difficoltà, dobbiamo trovare modi di sopravvivere, sì, ma anche modi di vivere. E dobbiamo farlo da soli, senza aspettare nessuno dall’esterno o “dall’alto” per risolvere questo problema per noi.


Il fatto che non ci sia memoria vivente di cosa significhi vivere senza uno Stato significa che le persone non possono concepire cosa significhi vivere senza uno Stato, ma sfortunatamente la scomparsa dello Stato è un fatto inevitabile dell’evoluzione del declino energetico (in effetti, è una delle fasi del collasso ). Per quanto strana sia l’idea, è un errore pensare che non sia possibile gestire la discesa dalla comunità; ciò che è realmente impossibile è farlo senza la comunità e dall’esterno, perché solo da una comunità ben unita la produzione e le eccedenze possono essere gestite in una situazione di declino energetico.
 
C’è molto lavoro da fare. Il primo passo nella creazione di una comunità è avere un piano. Devi iniziare con qualcosa di molto concreto, molto concentrato su un problema specifico e urgente. Non puoi ridefinire la nostra intera società in un giorno e avremo bisogno di molte prove ed errori per raggiungere il nostro obiettivo. Esistono già molte iniziative in tutto il mondo, e in particolare nel territorio spagnolo, che possono essere dei buoni punti di partenza per formare una comunità, dalle cooperative di consumatori agli ecovillaggi, attraverso iniziative di transizione e movimenti sociali di base. l’intero spettro. Tutti dovrebbero trovare quello con cui si sentono più a loro agio e iniziare a collaborare il più possibile. Ricorda sempre che il bene più prezioso è il tempo; usalo con la testa.
 
La transizione verso la comunità non sarà idilliaca, ovviamente. Esistono numerosi esempi di iniziative che sono fallite, a volte a causa della mancanza di specifiche ea volte a causa di un eccesso. Un altro elemento che di solito porta al fallimento, o almeno all’emarginazione, è l’eccesso di carico ideologico. Per evitarlo, è preferibile concentrarsi su necessità dirette e concrete, tangibili e di base, essendo pragmatici quando appropriato e non lasciando che le nostre posizioni ideologiche, che potrebbero non essere condivise come pensiamo, vadano oltre l’obiettivo realmente condiviso dai partecipanti. nel progetto. Nella situazione che vivremo nei prossimi mesi e anni, contribuirà a consolidare le comunità che sorgono, che a poco a poco non ci sarà altra opzione:o qualcosa è costruito o non ci sarà una rete di sostentamento per così tante persone.


Uno dei requisiti per creare una comunità funzionale è la gestione della produzione e del lavoro a livello locale. Ciò non significa che non possa esserci produzione che viene da lontano o che alcune persone non possono lavorare in luoghi più distanti, ma al fine di fornire protezione a coloro che sono rimasti senza nulla, un sistema basato su grandi scale. La produzione e la distribuzione di cibo locale devono essere garantite, al di fuori dei principali circuiti di distribuzione, e devono essere creati posti di lavoro in attività che ora non sono disponibili come la riparazione (di ogni genere di cose, dalle calzature agli elettrodomestici), riciclaggio / riutilizzo di materiali e parti (qualcosa di molto diverso da quello che si fa ora) o produzione artigianale di beni di prima necessità.Non si tratta di creare grandi opportunità commerciali, ma di dare lavoro e mezzi di sostentamento alle persone che sono rimaste senza di loro. Anche qui la comunità è molto importante, perché deve acquistare quei prodotti e usare quei servizi “di comunità” preferibilmente ad altri di origine industriale. Ciò è facile e di fatto automatico se la comunità è composta da persone che sono cadute nell’esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘”economia ufficiale”; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.della comunità “rispetto ad altri di origine industriale. È una cosa facile e di fatto automatica se la comunità è composta da persone cadute in esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘” economia ufficiale “; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.della comunità “rispetto ad altri di origine industriale. È una cosa facile e di fatto automatica se la comunità è composta da persone cadute in esclusione, che in questo modo costituirebbero un’economia al di fuori dell ‘” economia ufficiale “; ma nel periodo di transizione è importante promuovere questa attività, preferibilmente andando a questi servizi della comunità.
 
La transizione dovrà affrontare molte difficoltà di attuazione e una che potrebbe non essere prevista per molti proviene dal pagamento delle tasse. In effetti, questa economia alternativa non genera eccedenze conformemente alle aspettative dell’attuale attività economica, poiché il suo obiettivo non è la generazione di benefici ma l’inserimento sociale dei suoi membri e fornire loro mezzi di sostentamento e una vita dignitosa. Tuttavia, è difficile impedire allo Stato di effettuare una valutazione economica standard dei benefici che, a suo avviso, questa attività genera e di chiedere il giusto pagamento delle imposte, indipendentemente dalla reale capacità di queste iniziative di essere in grado di pagarle. Ecco perché è molto importante che anche l’uso della valuta e dei servizi finanziari siano alternativi. In ogni caso, ciò non impedirebbe allo Stato,una volta che questi tipi di attività acquistano volume, finiscono per cercare modi per pagare le tasse, introducendo le pertinenti modifiche legislative. Per questo motivo, quando un’iniziativa inizia ad assumere una certa dimensione, deve disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi non profit e di integrazione sociale. . Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.È necessario disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi di non-profit e di integrazione sociale. Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.È necessario disporre della consulenza legale e contabile di esperti (volontari, ovviamente) per evitare che lo scopo dell’iniziativa si discosti dai suoi obiettivi di non-profit e di integrazione sociale. Questo compito può diventare molto complesso nelle fasi finali dello Stato, quando nella sua disperazione di non scomparire cerca di appropriarsi di tutte le eccedenze, di quelle reali e di quelle percepite.
 
Per tutto quanto sopra, la gestione delle eccedenze è un elemento chiave nella comunità. La comunità deve generare eccedenze per far fronte a momenti di carestia o difficoltà (così come il confinamento causato dal coronavirus). In effetti, solo per avere la resilienza è necessaria una produzione deliberata di eccedenze, quelle riserve necessarie per gli anni delle mucche magre. Si noti che il concetto di surplus qui si scontra frontalmente con la gestione delle eccedenze nell’attuale economia: oggi, quando vi sono eccedenze, queste sono considerate capitale e nella logica della crescita esponenziale devono essere immediatamente investite per far crescere ulteriormente l’attività economico. Nella logica della comunità resiliente del futuro, le eccedenze dovrebbero essere una dispensa, un modo di essere in grado di affrontare buche,sia collettivi che individuali, ma per la loro gestione è necessario un piano adeguato: chi li genera, chi li distribuisce, chi li ha diritto e, di nuovo, come sono combinati con la riscossione delle imposte e con l’obiettivo di non crescita di Comunità.
Come puoi vedere, c’è molto lavoro, sia teorico che, soprattutto, pratico, al fine di implementare una comunità adeguata e resiliente in ogni luogo. Le strategie saranno diverse a seconda dei luoghi di applicazione. Ad esempio, le grandi città dovranno ridurre la propria popolazione e rafforzare la propria pianificazione urbana per introdurre alcune attività come la produzione alimentare; Quest’ultimo implica la modifica della gestione dei rifiuti al fine di produrre fertilizzanti e anche l’introduzione di cambiamenti nella gestione delle acque. Gli sviluppi isolati dovranno essere ripensati e, in alcuni casi, abbandonati. In altri luoghi, sarà necessario adattare l’abitabilità per ricevere persone da altri luoghi e gestire adeguatamente problemi come lo sradicamento,desiderio di mondo perduto e conflitti tra nuovi arrivati ​​e residenti tradizionali; quello, tra molte altre cose.
 
Lo abbiamo già detto: resta ancora molto da fare e prima iniziamo a sollevarlo, meglio è. Bisogna capire che ciò che non possiamo fare è ignorare il problema, anche dal punto di vista dell’egoismo ben compreso, perché di fronte a un problema di così grande portata, salviamo tutti noi stessi o moriamo tutti: non c’è spazio per tali soluzioni individuali. volti ai gruppi di sopravvissuti.


Nel prossimo post discuteremo in dettaglio perché non possiamo aspettarci alcuna reazione utile o efficace dagli Stati, che, come il capitalismo, affrontano gli ultimi decenni della loro esistenza, almeno nella loro concezione moderna.

Salu2.
AMT

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Come Firenze trasforma l’opportunità della “fase due” del coronavirus in disastro urbanistico

Fondamentale è capire l’ambiguità di tutte le cose.

C’è l’opportunità della tecnica, che è diventata il disastro ambientale, in grado, per la prima volta nella storia, di mettere a rischio la sopravvivenza dei tecnici stessi.

Poi è arrivato un disastro inatteso – il coronavirus – che ci ha offerto l’opportunità di rivedere tutto, perché ha azzerato per un momento il sistema globale che ci porta verso la catastrofe.

Arriva poi l’opportunità di uscire dalle nostre tane e ricominciare a vivere.

Guardiamo i piccoli segnali, a lungo andare molto significativi, su cosa ne sarà di questa opportunità.

La prima cosa che noto sono le mascherine, non riciclabili, abbandonate per terra, spesso in mezzo alle siepi.

Poi vedo i bar che riaprono, ed è una strana scena.

Invece di farsi il caffè in casa, qualcuno fa la fila, mascherato e a debita distanza, per ritirare, ad uno ad uno, una tazzina usa e getta, calarsi la maschera, berla e poi buttarla, un po’ dove capita.

Ma cosa ne sarà dei bar?

Qui nel centro storico di Firenze, vige d’estate una zona a traffico limitato, che permette ai residenti un po’ di quiete la notte e la probabilità di trovare un posto per parcheggiare la propria auto.

E’ un quartiere che fu costruito per esseri umani e cavalli, a differenza dei dormitori circostanti, ideati come parcheggio con annesso posto letto. Qui, se si vuole stare all’aperto – e il coronavirus lo richiede – occorre invadere la strada: che finché lo fanno pochi residenti, è una buona cosa, ma c’è proprio un limite numerico alla sopportabilità.

Con il collasso del turismo, il centro è tornato miracolosamente vivibile, ed esiste addirittura la possibilità che calino gli affitti: potrebbe esserci quindi una felice convergenza tra deturistificazione, limite ai parcheggi e ritorno alla vita.

Le sedi di tutti i bar e ristorantini in eccesso, inventati solo per acchiappare i turisti, potrebbero benissimo rinascere come mille forme di botteghe.

I gestori potrebbero andare incontro ai propri clienti, trasferendo le loro licenze nelle periferie, dove ci sarebbe anche tanto posto all’aperto, magari trasformando qualche parcheggio in dehors, o semplicemente mettendoci tante sedie. E questo ridurrebbe il peso del traffico su tutta la città e aiuterebbe a ricreare comunità nei quartieri periferici.

Invece, i localari hanno chiesto e ottenuto dal Comune l’abolizione della ZTL notturna in centro, e stanno premendo per più parcheggi per gli estranei, e ancora più spazi all’aperto. Il tutto dovrebbe essere concesso, senza che i localari stessi debbano pagare le tasse.

Una volta che le leggi di mercato ci potrebbero salvare, si esige quindi un intervento di stato, per mantenere in vita una condizione artificiale e dannosa.

Il disastro tecnico è stato creato proprio dall’interazione di milioni di fattori come quello che abbiamo appena descritto, quasi invisibili e non esattamente intenzionali. E che contano a lungo termine molto più dei progetti altisonanti che le società credono di darsi.

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Posted in ambiente, Collasso, esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, urbanistica | Tagged , , , , | 455 Comments