Il Numerante Supremo e la Notte dei Fuochi

“Si è perciò coniata anche la parola ‘mammonismo‘ , ma certo solo pochi si sono resi conto che questo Mammona è un essere reale che s’impadronisce dell’umanità come di uno strumento per annientare la vita della terra”.

Ludwig Klages

Qui sul blog, il commentatore Peucezio spiega cosa intende quando se la prende con il “materialismo“:

“il materialismo è la reificazione quantitativa e utilitaristica della natura, quel regno guénoniano della quantità che tanto, giustamente, deprechi.

Per un materialista il fiume serve solo per ricavarci elettricità, la montagna per cavarci materie prime e si può violentare e distruggere tutto.”

Peucezio definisce molto bene l’approccio all’esistente che invece Ludwig Klages, 111 anni fa, chiamò mammonismo.

Ludwig Klages

Non capisco perché chiamare questo approccio al mondo “materialismo“: sono molto ignorante in storia della filosofia, ma mi sembra di ricordare che questo termine venisse usato in polemica sia con la teologia cristiana, sia poi con le fantasie “idealiste“, che per me sono l’altra faccia della medaglia: o a decidere dell’universo ci sono gli atomi che interagiscono tra di loro, o ci sono le mefitiche fantasie di dominio degli esseri umani.

Ma la cosa che Peucezio chiama “materialismo”, il mammonismo di Ludwig Klages, esiste eccome, e contiene diversi livelli.

Innanzitutto, l’istinto animale di ‘divorare‘.

Poi l’istinto umano di organizzarsi insieme, con l’aiuto del linguaggio, per ‘divorare‘.

Poi l’elemento culturale che ritroviamo nell’Ulisse dantesco.

Dante aveva un'incredibile empatia per tutte le persone che incontrava, ma aveva ben chiaro che il posto di colui che aveva superato le Colonne d'Ercole poteva solo essere l'Inferno. E la cosa interessante è che a qualsiasi studente di liceo oggi insegnano che Ulisse era dalla parte giusta. Un diabolico modello, insomma. Commuove pensare che Dante avesse potuto intuire il male del dominio planetario statunitense tanti secoli prima...

Questa avidità però venne magicamente trasformata da un piccolo marinaio toscano astuto, altroché Ulisse: Leonardo Fibonacci, quando ci diede lo strumento per rendere qualunque cosa equivalente a qualunque altra cosa: i numeri cosiddetti arabi, che poi sono indiani, solo che né gli indiani né gli arabi avevano capito la loro potenza distruttiva.

Ora, se tutto è numerabile, l’unica cosa che conta è il possesso del Numerante Supremo, il Denaro.

“Venne infatti un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato”.

Karl Marx, Miseria della filosofia, 1847

Ma questa è la morte della Materia, altroché materialismo: il criterio di ogni cosa diventa l’astrazione suprema e l’idealismo supremo – la credenza universalmente condivisa nel valore assoluto del Denaro.

Posso credere o no alla Trinità senza che nessuno oggi mi rompa le scatole, ma finisco in guai interminabili se non credo e non adeguo i miei comportamenti al dogma almeno altrettanto immaginario che 100 dollari facciano 92 euro al cambio di oggi.

A possedere un tot di quattrini, c’è un Individuo, che senza quei quattrini è solo, appunto un Individuo, un atomo che non può essere ulteriormente spezzato.

Si crea allora la fede in due astrazioni immateriali: l’Individuo e il Denaro. Nient’altro esiste, e tutte le leggi ci obbligano a crederci.

A denunciare questo, molti intellettuali inglesi, qualche intellettuale statunitense, il chimico tedesco Ludwig Klages e l’anarchico tedesco ebreo, Gustav Landauer; l’Italia brilla per un’assenza quasi totale (tranne qualche teorico di strapaese toscano forse, durante il fascismo, e poi isolati contadini ai tempi nostri).

Ma chi forse riuscì meglio a cogliere l’essenza di alcuni meccanismi fu Karl Marx. Nessuno è perfetto, Marx era contraddittorio e oggi è ovviamente superatissimo. Ma è incredibile quanta prescienza ci fosse nei suoi manoscritti del 1844, dove in mondo ancora poco più che neolitico, descriveva i tempi che stiamo vivendo quasi due secoli dopo.

Il mammonismo ha reso possibile la Rivoluzione Industriale, il colonialismo, l’espansione degli Stati Uniti e tutto il resto, e ha precipitato il mondo in una guerra da cui per un caso è emersa l’Unione Sovietica, che a parole faceva vagamente riferimento a Marx.

I dirigenti dell’Unione Sovietica la pensavano esattamente come i dirigenti di tutti gli altri paesi dell’epoca: “il fiume serve solo per ricavarci elettricità“.

Questo riferimento di Peucezio mi ha colpito particolarmente, perché fu il motivo della Feuernacht, la mitica Notte dei Fuochi, 11/12 giugno 1961, in cui i contadini, gli osti, gli artigiani, della resistenza sudtirolese colpirono tralicci e centrali elettriche, con una tremenda attenzione a non colpire vite umane. Tralicci e centrali elettriche con cui alle spese delle piogge e delle nevi e delle montagne, si mantenevano le industrie della Pianura Padana.

Uno dei 37 tralicci colpiti la notte del 12 giugno, 1961

Ecco Graun im Vintschgau (cui il fascismo ha inventato un nome italico che vi censuro, ma che i nostri antifascisti contemporaneo continuano a usare come se nulla fosse), dove il campanile della chiesa del 1140 è stato annegato.

Tutto parte in pieno fascismo, anno 1939, nell”interesse nazionale per rafforzare l’industria nazionale”; e tutto si realizza dieci anni dopo, in pieno antifascismo, per elettrificare Milano (Lenin: “Il socialismo è uguale ai soviet più l’elettrificazione”).

Ogni giudizio su bolscevismo, fascismo, nazismo deve partire dalla premessa: furono tutte note a piè di pagina alla Grande Strage (1914-1918), che non fu voluta da fanatici estremisti, ma da sovrani, diplomatici, politici, intellettuali, imprenditori. La grande menzogna su cui si reggono tutti i miti del ventunesimo secolo, da Destra a Sinistra, consiste nel demonizzare le inevitabili conseguenze, e non interrogarsi mai sulle cause.

Se furono fucilati gli Zar, sotto di loro furono fucilati innumerevoli contadini russi che non volevano sparare su adolescenti tedeschi. Se adolescenti italiani andavano in giro a distruggere le Case del Popolo in Italia, è perché il governo italiano aveva insegnato loro che era bello e doveroso ammazzare adolescenti austriaci. 

Il regime sovietico guardava il mondo con lo stesso occhio avido dei capitalisti: “la reificazione quantitativa e utilitaristica della natura” era l’essenza di tutta un’epoca.

Gaia Baracetti mi ha insegnato a guardare sempre indietro nel tempo: immaginatevi come dovevano essere la terra, il mare e il cielo respirabile - la biosfera - dell'anno 1913, rispetto a oggi. 

Pensate per un attimo a qualunque posto, 

che fosse l'aria che respirava la vecchietta che metteva la sedia fuori qui, in Via del Leone, dove oggi ci passano solo le macchine, 

che fosse la spiaggia frequentata da quattro pescatori, fatta di dune, dove tartarughe e strani uccelli facevano i nidi,

o che fosse il luogo nel mare dove le balene divoravano i pesci e non sapevano ancora cosa fossero i sacchetti di plastica, 

o semplicemente il villaggio dove la notte si potevano vedere le stelle come oggi li possono vedere solo gli astronauti.

Anno 1913, Ludwig Klages diceva:

“Cost resta a noi, per esempio, del regno animale della Germania? Orso e lupo, lince e gatto selvatico, bisonte, alce e uro, aquila e avvoltoio, gru e falco, cigno e gufo, si erano trasformati in favola, prima che cominciasse la moderna opera di annientamento. Questa li ha davvero fatti scomparire del tutto”.

Centodieci anni fa, il nostro era un pianeta ancora devastabile, saccheggiabile all’infinito.

In questo, la visione sovietica e la visione capitalista, ma anche quella fascista, erano uguali.

I sovietici dicevano,

“ma se organizziamo la rapina razionalmente, invece che permettere a ognuno di rubare ciò che vuole, faremo un mondo migliore”.

Teoricamente ci sta.

Ma in questo hanno dimostrato di avere ragione gli economicisti, i liberisti:

per trasformare le risorse accumulate in miliardi di anni, su un piccolo pianeta dove la biosfera è di poche centinaia di metri in su e in giù, prima in prodotti e poi in rifiuti… il capitalismo è strutturalmente più capace di qualunque programmazione statalista, perché trasforma ogni singolo individuo in predone e preda contemporaneamente.

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In difesa dei cacciatori

Gaia Baracetti, in Friuli, alleva un gregge di pecore, nutrite al pascolo, che possono crescere i propri piccoli, e poi ne tosa la lana a mano.

Gaia inoltre scrive, su un blog, e poi scrive libri, e l’ultimo è Ai turisti e ai viaggiatori,un testo di 478 pagine sull’impatto del turismo.

Gaia, allo stesso tempo, mette insieme un’enorme documentazione, una chiarezza di esposizione, una capacità di pensiero originale, un linguaggio che non annoia mai, su una questione fondamentale. Per cui le ho chiesto di presentare il libro a Firenze, che di turismo se ne intende… Bene, mi chiede, ma chi si occupa delle mie pecore mentre vengo?

    Cercasi sheepsitter per tre giorni

Vi invito caldamente ad acquistare il libro di Gaia, tanto meglio se lo richiedete direttamente all’autrice (gaiabaracetti[chiocc]yahoo.com), che gli autori si sa non prendono quasi nulla dalle opere che gli editori vendono.

Oggi, ho chiamato Gaia, per la prima volta, per chiedere il permesso di pubblicare qui un post dal suo sito.

Qualche giorno fa, mentre guardavo i pappagalli schiamazzare tra i cipressi al Giardino di Boboli, avevo scritto una riflessione:

  1. Noi siamo tutti “Natura”, “ambiente”…
  2. Ma ci siamo talmente identificati nella Tecnobolla che mentre ci protegge, distrugge tutto, da poter far finta che la “Natura” e “l’Ambiente” siano cose fuori da noi…
  3. A quel punto, abbiamo pensato che la Natura fosse una cosa piccola e carina fatta di orsacchiotti di pelouche fabbricati in massa in Cina, e di orsi veri ma visti solo in televisione. Che tra le loro unghie e noi, c’è lo schermo. E allora siamo diventati tutti EcoFriendly.

Gaia ha scritto tre anni fa una riflessione che rimescola tutte le carte, perché parte dagli ultimi umani che non sono del tutto dentro la Tecnobolla. Da qui in poi quello che ha scritto Gaia:

Abolire la caccia, invece, è una pessima idea

Come avrete sentito, ci sono parecchi referendum in ballo.

Personalmente sono favorevole alla maggior parte di essi, e volevo anche scrivere qualcosa invitandovi a firmare, ma siccome non l’ho ancora fatto neanch’io mi sembrava prematuro.
Un referendum per cui invece vi supplico di NON firmare è quello per l’abolizione della caccia. Ho appena sentito un amico che mi ha detto che stava per entrare a firmare, e la rabbia che ho provato alle sue parole ha stupito persino me stessa. Allora, siccome in queste cose bisogna essere onesti con se stessi e le proprie motivazioni, ho cercato di capire perché mi sono arrabbiata così tanto e lo voglio dire anche a voi.
Mi sono arrabbiata per tre motivi.

Uno è che c’è uno sforzo concertato, capitanato per assurdo proprio da associazioni animaliste e ambientaliste, per distruggere gli stili di vita rurali e montani e qualsiasi forma di interazione intima, carnale, tra uomo e ambiente, per sostituirla con una distopia di ambienti completamente selvaggi (in teoria) da guardare e non toccare, punteggiati da città densamente abitate e serre industriali.

La seconda cosa che mi fa arrabbiare è che le persone sono troppo ignoranti in cose troppo importanti, non hanno presenti i concetti base dell’ecologia e, cosa ancor più grave, alcune delle idee più rigide e sbagliate sull’ecologia sembrano venire proprio da studiosi e ambientalisti, che invece dovrebbero sapere quanto sono adattabili, mutevoli e complessi gli ambienti naturali e le creature che li abitano.

Il terzo motivo è che le persone sono non solo ignoranti ma anche ipocrite, vivono vite piene di contraddizioni e si auto-assolvono da queste contraddizioni andando a mettere becco nella vita di persone più coerenti, nella cui coerenza si evidenziano i lati spiacevoli, forse, ma inevitabili della vita e della natura. Queste persone ipocrite, che con le loro automobili e le loro case grandi e calde, i loro animali domestici, i loro vestiti di plastica e le loro vacanze “nella natura” stanno distruggendo il mondo naturale più di chiunque altro, si puliscono la coscienza facendo cose tipo firmare i referendum contro la caccia per “salvare gli animali”.
Apro una piccola parentesi per dire che gli animalisti sono purtroppo i peggiori di tutti. Non ti danno un animale in affido a meno che tu non ti impegni a tenerlo rinchiuso per tutta la sua vita, contro la sua felicità e natura, perché se no ci sono “troppi pericoli” (esperienza diretta), fanno cose come scrivere agli allevatori per insultarli perchè macellano gli animali, brutti!, cattivi!, ma come si fa!, e poi rappresentano associazioni di difesa di orsi, lupi, rapaci e altre bestie feroci, e soprattutto cani e gatti, che mangiano quegli stessi animali macellati dagli allevatori cattivi (esperienza diretta), e addirittura fanno cose tipo sostenere che sia possibile mangiare latticini senza uccidere nessun animale e mantenendo tutti i caproni, arieti e tori fino alla morte di vecchiaia. E quando spieghi che le loro idee non hanno senso, sono incoerenti o addirittura impossibili, continuano a ripeterti le stesse cose ignorando le tue obiezioni, peggio dei fanatici religiosi che almeno scendono nel merito dei propri dogmi.
Inizio a pensare che non esista nella nostra società gente più fuori di testa degli animalisti. Che l’animalismo, come cose tipo l’antirazzismo in America e Gran Bretagna, sia diventato una sorta di isteria collettiva che dà l’illusione di essere moralmente superiori e di poter espiare i propri peccati senza fare in realtà niente per migliorare il mondo reale.

Torniamo alla caccia.

Preciso che non sono favorevole a tutti i tipi di caccia e pesca. Sono contraria a cose come l’allevare fagiani per cacciarli, alla pesca no kill, all’uccisione di specie a rischio o per esibire trofei, a pratiche che comunque sono già illegali come le trappole o il bracconaggio, e alla spaventosa crudeltà dell’uccellagione. Penso che la caccia dovrebbe essere tenuta lontana dai centri abitati e regolamentata con attenzione.

Sono però favorevole alla caccia, che considero una pratica nel complesso positiva e soprattutto necessaria per sopravvivere. Ovunque.
Vivo in un paese di cacciatori. Sono quasi tutti uomini; solitamente escono in gruppo, alzandosi presto o passando anche intere notti fuori; spesso iniziano a portarsi dietro i figli da quando sono piccoli. Ci sono bambini (e bambine) in questo paese che alle elementari sanno già pescare una trota o squartare un cervo.

Lo trovate orribile? Io lo trovo bello. Adesso vi spiego perchè.
Una cosa che evidentemente la gran parte delle persone non ha ancora capito, e questo è grave, è che la vita sulla terra si basa sull’uccidere per mangiare. Questa è una realtà da cui non si può sfuggire, ed è veramente esasperante vedere sedicenti ambientalisti che negano questo fatto fondamentale. Non tutto ciò che è mangiato muore – l’erba brucata ricresce – ma, tendenzialmente, mors tua vita mea. Questo vale per le piante come per gli animali. C’è chi ha deciso che la vita delle piante vale meno di quella degli animali, e va bene, è un’idea molto antropocentrica, a ben pensarci, ma comprensibile. Però queste stesse persone non capiscono che se qualcuno – noi o un altro animale o un parassita – non uccide gli animali in eccesso non è che questi allora potranno finalmente vivere tutti insieme in santa pace e in armonia – piuttosto moriranno di fame. Dopo aver distrutto tutto, a cominciare dalle proprie fonti di cibo.

Nelle aree senza predatori, gli erbivori che ci piacciono tanto come cavalli selvaggi o cervi finiscono per distruggere tutta la vegetazione, togliendo habitat e cibo anche a tutti gli altri animali, e poi per morire una morte lenta e orrenda per fame, freddo o stenti. Infatti il ruolo dei predatori è anche mantenere questo spietato ma meraviglioso equilibrio per cui dalla morte nasce nuova vita, e dalla distruzione creazione. La cosa assurda è la pretesa di chiamare gli esseri umani fuori da questa legge fondamentale, quella del morire e rinascere, fingendo che noi possiamo sottrarci a quello che vale per tutte le altre forme di vita.
Però è un’illusione: nel mondo ci sono molti esseri umani (compresi quelli che organizzano i referendum), e anche essi devono mangiare, principalmente se non ormai quasi esclusivamente grazie all’agricoltura. Quello che i vegani non capiscono è che il problema dell’uccisione degli animali non si risolve mangiano vegetali, perché quegli stessi vegetali, soprattutto i più nutrienti come i legumi, attirano anche la fauna selvatica e se questa è troppo numerosa li distrugge. Anno dopo anno, qui in paese vedo gente disperata per il raccolto distrutto da cervi e caprioli, o topi (quest’anno non abbiamo raccolto quasi niente, una cosa mai vista), per i terreni devastati dai cinghiali, e così via. Ogni volta penso: se non ci fosse la caccia, non sarebbe ancora peggio? Almeno con la caccia si recupera un po’ di quello che si è perso.
Tutti quegli ambientalisti che puntano il ditino contro gli agricoltori che scendono in piazza perché ci sono troppi cinghiali, dicendo “forse siete voi che siete troppi!”, dovrebbero anche specificare loro personalmente di cosa intendono cibarsi. Le persone veramente iniziano a credere che il cibo cresca nel supermercato.

(E non venitemi a dire di recintare perché recintare tutti i campi d’Italia è impossibile, costosissimo, e molto più dannoso per l’ambiente che abbattere qualche cinghiale. Senza contare che, a quel punto e continuando a negare gli abbattimenti, vi trovereste come sta già succedendo i cinghiali al supermercato che vi chiedono di dividere il vostro cibo con loro. Ho visto il video di una scena del genere a Roma. Gli animali non hanno contraccettivi se non la fame, la malattia e la predazione, altra cosa che la gente non capisce.)

Ha-ha, direbbero questi animalisti che hanno una soluzione per tutto: ma infatti, se c’è troppa fauna selvatica è perché non ci sono abbastanza lupi e orsi! Nel loro mondo immaginario, esiste un altrettanto immaginario “equilibrio naturale” che si crea tra predatori e prede per cui non c’è mai nessun problema. Questo è vero, ma le persone si dimenticano il piccolo particolare che noi esseri umani stiamo in mezzo, che siamo, come dico spesso, parte di quella stessa natura, che abbiamo un ruolo in questo “equilibrio naturale” e che quindi un conto è il lupo astratto del libro di biologia che “mangia i cinghiali”, e un conto è il lupo delle Alpi o degli Appennini che col cavolo che va a correre tutta la notte e a rischiare la vita per prendere il cinghiale (un animale difficilissimo da uccidere anche per chi ha un fucile), quando ci sono cinquanta pecore indifese e addirittura recintate che sono altrettando appetitose e molto più facili da catturare.
Infatti, se qualcuno di questi che firmano referendum si prendesse la briga di andare un po’ in giro per queste montagne che vuole tanto salvare, si accorgerebbe che sono piene sia di lupi che di cinghiali. E di cervi. E di caprioli. È la parte in mezzo, l’animale domestico e l’uomo a cui viene impedito di esercitare il proprio ruolo ecologico, a soccombere.
Non è pensabile abolire la caccia. La caccia è l’attività più antica dell’essere umano. È una fonte di cibo fondamentale in certe zone. Ma non c’è solo questo. Poter cacciare e pescare è uno dei pochi incentivi rimasti per mantenere un ambiente sano che possa sostenere la vita, e per non uccidere troppo, così da evitare di non avere nulla l’anno dopo. I pescatori sono tra i pochissimi rimasti che si interessano ancora dello stato di salute dei fiumi.
Ma la cosa su cui voglio più di tutte farvi riflettere è che la caccia, quella vera, quella fatta dalle persone del luogo e non dai turisti, è il modo più intimo per conoscere il proprio ambiente. A quelli che firmano contro la caccia chiedo: avete mai parlato con uno di questi cacciatori? Vi siete mai resi conto del fatto che conosce ogni metro quadro delle proprie montagne, che può dirvi cose sui cervi che nessun professore sa così nel dettaglio, che ha passato albe e notti a inseguire gli animali in un rapporto più intimo di quello che voi potreste mai sognarvi?

C’è questa idea che uno che ammazza animali per divertimento può solo essere un sadico. Ma è sadico il lupo? È sadico lo squalo?
Noi ci siamo evoluti per raccogliere e per cacciare. L’istinto della ricerca, dell’inseguimento, dell’appostamento, dell’assalto è nei nostri geni. Io non provo questo desiderio, forse perché sono donna, non so, comunque non vado a caccia, infatti. Ma ho conosciuto diversi cacciatori che mi hanno detto di provare pena, qualche volta o sempre, quando devono uccidere. E allora perché lo fanno? Per i motivi che vi ho detto. Oppure perché la carne è buona. Oppure perché bisogna fare selezione e vanno abbattuti alcuni capi, in collaborazione con le autorità.

Il vero allevatore, il vero cacciatore, uccide perché deve e non perché può. Perché sa, consciamente o a livello inconscio, che qualche innocente deve morire perché la specie sopravviva.

Anche a me dispiace vedere un animale ucciso. Non provo nessun piacere e cerco sempre di far sì che il momento dell’uccisione arrivi più tardi e sia più rapido possibile. Ma mi fanno infuriare quelli che dicono che non è possibile che un allevatore o un cacciatore amino gli animali se li uccidono. È vero, l’amore tra umani non funziona così. Ma la natura ha altre leggi. Amare gli animali e sapere che potrebbe essere necessario ucciderli è una forma di saggezza profonda che molti sedicenti ambientalisti non capiscono e addirittura attaccano.

Chi conosce i cacciatori sa che portano il sale e il fieno agli animali per l’inverno. Che se un animale è ferito ma ancora vivo lo cercano con i cani per ucciderlo, così da non farlo soffrire. Certo, non tutti i cacciatori si comportano bene, ma questo è vero di qualsiasi categoria umana. Non idealizzo lo stile di vita che vi descrivo: vi dico solo com’è.

L’altro giorno ho visto quattro cacciatori di ritorno da una battuta. Mi hanno detto che i lupi sono arrivati anche qui; hanno fatto strage di pecore su una montagna non distante. Quindi, ora tocca anche a me. Probabilmente dovrò abbandonare tutto quello che ho costruito in tutti questi anni, perché non ho modo di proteggere le mie pecore. Ogni volta che le vedo temo che sia l’ultima. Sono angosciata e indifesa.

Se non invertiamo la rotta, scompariranno i pastori. Scompariranno i cacciatori, se il referendum avrà successo, o se il lupo mangerà tutti gli animali selvatici non lasciando più nulla per noi. Gli animalisti esulteranno – ed è anche questo che fa rabbia. Con loro esulteranno gli speculatori: una volta allontanati gli abitanti, via libera per l’idroelettrico, i resort, il turismo “sostenibile”… Chi ha scelto di vivere “nella natura” non per modo di dire, ma per capire le sue leggi, far entrare il proprio corpo e la propria mente in intimità con essa, rinuncerà. Si perderanno tradizioni, conoscenze, habitat. La cosa assurda è che questo sarà stato fatto con l’aiuto determinante di chi si dice ambientalista.

Vi descrivo una scena, sperando che le persone di cui parlo non la leggono, anche se non sto dicendo nulla di male su di loro. Eravamo al supermercato del paese e si parlava di caccia. A qualcuno il sapore di selvatico non piace, ad altri fa pena dover scuoiare un animale che poche ore prima saltava libero nel verde. “Quando devo curare il capriolo lo guardo e gli dico: ma non potevi scappare?”, dice una donna con un sorriso triste. “Ogni tanto mi chiedo: ma dovevo proprio sposare un cacciatore?”

Poi si rivolge al titolare del negozio. “Hai ancora i petti di pollo AIA?”

>Per quel capriolo, l’alternativa alla pallottola sarebbe stata o essere sbranato da un lupo, morte più traumatica e dolorosa, o la ancor peggiore morte per fame. Però fino al momento finale, quello in cui il cacciatore lo ha trovato, la sua vita è stata la più libera e naturale possibile. Ma vogliamo parlare del pollo, della sua vita innaturale, del suo stesso corpo innaturale perché modificato da una genetica che lo carica di più carne di quanta riesca a reggere, della sua breve vita in un capannone sovraffollato? E quale carne è più sana, più nutriente, tra il capriolo che mangia tutte le erbe della montagna e anche gli alberi, e un pollo ingozzato di mangimi?

Se passerà il referendum, ci saranno più di questi polli, nessun capriolo più sulle tavole, e magari tutti quei bambini che crescono seguendo i padri nei boschi troveranno qualcos’altro da fare, per esempio ubriacarsi ancora di più o fare shopping nei centri commerciali.
Stiamo trattando la gente delle nostre campagne e montagne come sono stati trattati gli Indiani d’America, e nessuno lo ha ancora capito.
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Perché a mezzogiorno suonano le campane?

Mi trovo in un piccolo progetto europeo. Giovedì 4 luglio, siamo al nostro Giardino, e proprio a mezzogiorno, dobbiamo interrompere, perché suonano fortissime le campane della Chiesa del Carmine.

Mamma Europa è generosa.

Come il seminatore del Vangelo, riversa i nostri soldi sul sentiero dove molti uccelli li divorano in gran fretta; quel che rimane finisce in gran parte sui sassi o sulle spine, ma qualche volta capita che ricada quasi per sbaglio su terreno fertile.

Questa volta, ho avuto la sensazione del terreno fertile, perché il progetto è basato su piccole realtà comunitarie concrete e radicate e sincere, siamo tutti direttamente coinvolti da anni, gente pratica insomma. E se dalle nostre tasse, ci ritornano dei soldi che ci permettono di fare meglio e “nell’interesse generale” (Costituzione italiana art. 118 comma 4) ciò che già facciamo senza soldi, è una buona cosa.

Tra i nostri partner, ci sono due donne che vengono dalla Romania.

Partner: la tragedia ineluttabile di dover comunicare sempre in inglese. Ho provato a suggerire il latino, ma hanno capito subito che scherzavo-ma-non-troppo

Andreea, senza essere mai stata in un paese anglofono, parla un inglese pieno di sfumature, dove le frasi colloquiali, le battute, sono spontanee ed esattamente come dovrebbero essere. Non so se parlare l’anglobale sia un bene, ma non è la prima volta che noto come anche in questo, i romeni riescano a sorpassare gli italiani.

I romeni possiedono ancora un tesoro antico che in Italia è stato rinnegato, e allo stesso tempo hanno l’energia e l’entusiasmo che avevano gli italiani degli anni Sessanta.

Tetyana invece è emigrata in Romania dall’Ucraina, porta a destra un orecchino gialloblu e a sinistra – per onorarci – un orecchio rosso-bianco-verde, e dal vestito le pendono due cordoncini gialloblu. Mi racconta del suo bambino di quattro anni, e condividiamo con ironia cosa succede, a mano a mano che crescono.

Entrambe fanno cose a livello locale, che sono molto vicine a quelle che facciamo noi,

Mentre ceniamo, al tramonto tra i cipressi, Tetyana ci racconta di sua nonna, nata all’inizio del Novecento, che visse la prima guerra mondiale, la deportazione, l’uccisione dei suoi fratelli, “il Holodomir“, una seconda guerra mondiale, e non ha mai avuto un luogo che fosse suo. Mentre il nostro progetto parla di place-based communities.

“Per mia nonna, avrei voluto ricreare un luogo, poi dieci anni fa è iniziata la guerra”

Mi colpisce di sfuggita la data che Tetyana sceglie per parlare di inizio della guerra, 2014 e non 2022, ma non dico nulla.

“La Chiesa Ortodossa non è russa… nasce a Kiev… i russi sono un’altra cosa, sono, ecco… Mongoli! Beati voi in Italia che come vicini avete solo montagne impenetrabili e il mare!”

Sorrido pensando ai tanti siciliani che mi hanno detto, “noi purtroppo siamo circondati dal mare, e per questi ci hanno invasi tutti, romani, arabi, normanni...”

Le racconto che per un caso, da giovane, avevo conosciuto a Roma la chiesa dei cattolici ucraini dedicata ai santi Sergio e Bacco (meraviglia, il Santo Bacco), dove si era fermato il Cardinale Slipyj, reduce di straordinarie battaglie con Stalin, ma Tetyana ammette di non saperne nulla.

Intervenie Andreea,

“Sì anche noi siamo stati invasi! Per duecento anni, i patrioti romeni hanno resistito ai turchi!

Il marito, che indossa una camicia tradizionale cucita a mano (in Romania, ogni villaggio ha il suo costume, riconoscibile, e ho visto i telai, salvati di generazione in generazione, su cui sono stati ricamati), la corregge,

“No, non siamo stati invasi dai turchi, siamo stati invasi dagli ottomani!

I turchi sono nostri amici, gli ottomani avevano conquistato i turchi!”

Lei interviene con un indimentabile sguardo di entusiasmo, e mi racconta…

“Lo sai che fu un Papa cattolico, che per onorare i patrioti romeni che per due secoli si sono sacrificati, ha ordinato che a mezzogiorno si suonassero le campane di tutte le chiese?

E tutte le volte che vengo in un paese cattolico, e ascolto le campane suonare a mezzogiorno, mi commuovo!

Da tutto questo, un piccolo impegno lo abbiamo costruito insieme: qualunque cosa ci sia nel nostro passato, vero o immaginato o dimenticato o sognato, guardiamo anche al male che bussa alle porte. Per cui per comunicare tra di noi, ci siamo trovati a scegliere di comunicare tra di noi usando mezzi degooglisés.

Quasi la prima volta, che tra alternativi, non ci sia gente che si doni avidamente a Google, Amazon e compari.

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L’Impero e il suo Indotto

Impero è una parola che fa pensare agli antichi Romani, o ai britannici padroni dei mari.

Eppure il concetto è semplice.

Prendiamo Firenze, perché la conosco e quindi non rischio di sbagliare, ma è del mondo che stiamo parlando.

La Città Metropolitana di Firenze ha un milione di abitanti.

Il Comune di Firenze (che da ora in poi chiameremo “Centro“, da non confondere con il suo centro storico), in rosso sulla mappa, ne ha 360.000.

Quindi in quello che chiamerò l’Impero fiorentino, un abitante su tre fa parte del Centro, due della Periferia.

Ovviamente, le interazioni in cui è coinvolto un sistema del genere nel ventunesimo secolo sono di una complessità inimmaginabile, per cui semplifico rozzamente la questione fondamentale.

Il Centro (anzi, circa la terza parte di uno dei suoi cinque “quartieri” ufficiali) ingurgita ogni anno 14 milioni di turisti, cioè circa 40 volte il numero degli abitanti.

La Firenze turistica corrisponde all’incirca alla parte del Q(uartiere) 1 dove si legge la scritta “Centro storico”. Che sarebbe quasi invisibile sulla mappa dell’Impero Fiorentino

Questi turisti vengono trasformati, da una parte in denaro, dall’altra in rifiuti, e vanno infine defecati, cioè rimandati a casa loro.

Questa procedura richiede una bocca, che è (tra l’altro) l’aeroporto; un ano, che è lo stesso aeroporto; e una discarica.

Coppo di Marcovaldo, urbanista e antropologo del Dugento, ci presenta così il Supremo Imperatore all’opera

Bocca, ano e discarica devono stare in Periferia.

Infatti, l’aeroporto sta a Peretola, dove scarica tonnellate di cemento, rumore e pericoli innanzitutto su un’oasi straordinaria, la Piana Fiorentina.

Solo che la pista dell’aeroporto è piccola (boccuccia di rosa) e non riesce a ingurgitare abbastanza.

Per cui hanno deciso di espanderla con una gigantesca nuova pista che sbucalterà l’ultimo polmone verde a ovest di Firenze, puntando esattamente su un’oasi dove ogni anno arrivano i fenicotteri, e poi sui popolosi comuni di Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio.

I fenicotteri della Piana, foto di Wild Peregrine

Il presidente di Toscana Aeroporti è Marco Carrai, che riesce ecumenicamente a conciliare la propria vicinanza a Comunione e Liberazione con il ruolo di console onorario di Israele per la regione italiana di Lombardia, Toscana e Emilia Romagna.

Ma l’azionista di maggioranza di Toscana Aeroporti è un extracomunitario, tale Eduardo Eurnekian, miliardario argentino. L’attuale presidente dell’Argentina, il pittoresco Javier Milei, è stato il suo principale consulente economico; e il nostro ex-sindaco Dario Nardella, in un impeto di generosità, ha regalato ad Eduardo Eurnekian le chiavi della città.

Nardella mica ha dato le chiavi della nostra città all’extracomunitario perché sta per distruggere il polmone di Firenze, no, ma per il suo

“contributo encomiabile, in veste di presidente della Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, a favore della promozione dei valori della solidarietà, della pace e del coraggio civico, capisaldi etici dei soccorritori dell’Olocausto e di quanti ancora oggi con coraggio si battono contro ogni forma di razzismo e di pregiudizio”.

Che il politicamente corretto santifica così.

Come sapete, Destra e Sinistra litigano volentieri a proposito di senza fissa dimora, di offese ai gay e di vetrine rotte, ma quando si tratta di roba seria, PD e Lega sostengono entrambi con uguale entusiasmo il progetto di Carrai di sbucaltare la Piana.

Una delle discariche si chiama Casa Passerini, e si trova ovviamente in Periferia, nel Comune di Sesto Fiorentino. Ha avuto una storia molto complessa, che non voglio riassumere qui… ma fatto sta che il Centro ha promesso di pagare ai comuni di Sesto Fiorentino e di Campi Bisenzio una indennità di disagio ambientale” di mezzo milione di euro l’anno che non paga dal 2019.

Sarebbe interessante confrontare le dimensioni del Duomo di Firenze con quelle della discarica di Case Passerini

L’altro giorno, è partita da Firenze la gara ciclistica, Tour de France.

Io capisco che la gente adori guardare queste cose in televisione, ma pensiamo un attimo a cosa significa.

La Francia non è esattamente dietro l’angolo, ma pare che i Ludi li avesse chiesto prima Renzi e poi Nardella (e adesso che hanno litigato tra di loro, li rivendicano entrambi).

E questo ci riporta all’altra faccia di ogni impero: che mentre mangia e defeca esseri umani, l’Impero deve anche costruire Colossei, con la relativa invenzione di tradizioni:

Il Grand Départ sarà una celebrazione del ciclismo e della cultura italiana, con la passione della città per questo sport e la sua ricca storia e le sue tradizioni che si uniscono per creare un’esperienza indimenticabile.

Scrollataci di dosso la fuffa e la passione, e tradotto in termini concreti…

il Consiglio Metropolitano di Firenze (in mano al PD che ci ha appena Salvati dal Fascismo) ha deciso di prendere i nostri soldi, e regalarli agli organizzatori del Tour de France (la ditta privata Amaury Sport Organisation), pur di far piovere sugli imprenditori che sfruttano Firenze una bella manciata di soldi.

“L’impegno economico della Città Metropolitana è stimato in euro 1.586.000 tra 2023 e 2024 a cui si aggiungono 417.259,92 euro tra costi di promozione e per affidamenti vari tra 2023 e 2024.”

Firenze ha vinto l’offerta della famiglia Amaury, e chi vince l’offerta deve anche assumersi tutti i costi, che di solito arrivano al doppio.

(ribadisco, "Città Metropolitana" vuol dire per i due terzi, luoghi che i turisti li vedono solo quando volano sopra le loro teste).

L’idea come al solito che il pubblico paga, ma poi qualche privato si arricchisce: le cifre variano secondo le fantasie dei giornalisti, qualcuno sogna un “indotto per Firenze di 54 milioni di euro” e l’arrivo di ben “780 mila persone“, con “aumenti di alberghi e affitti brevi.”

Non so come sia andata in realtà.

L’evento avrà davvero regalato 54 milioni di euro ai fiorentini che sfrattano da casa le vecchiette di novantasei anni per farne “affitti brevi”?

Ha davvero regalato 54 milioni alle finanziarie internazionali che si comprano palazzo su palazzo in centro per farne dormitori per turisti?

Ha davvero riversato i rifiuti di 780.000 turisti, raccolti con le mie tasse, impacchettati e scaricati sulla Periferia?

Un titolo di qualche anno fa riassume l’Indotto per la Periferia:

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Ma perché piace la “Natura”?

Ovunque, la stessa retorica ci assilla:

Perché proprio oggi (e non magari trent’anni fa), una rivista che si chiama Money.it sente il bisogno di dire che i prodotti surgelati, oltre a essere “amici del portafoglio”, sono anche “amici dell’ambiente”?

Badate bene, non dice “non danneggiano l’ambiente”. No, sono proprio amici. L’Ambiente guarda il pesce surgelato e gli stringe commosso la pinna.

Dunque, tutto è “Ambiente”, che vuol dire semplicemente “intorno”.

Dai batteri nei miei intestini alle stelle sopra di me, è tutto un “intorno” a qualcosa di piuttosto misterioso che percepisco come “io”: anche la zanzara ha un “ambiente” attorno a sé, di cui gli esseri umani fanno parte.

Però “noi” (questo discutibile pronome lo uso qui per dire il ceto medio atlantico, anno 2024) viviamo in un sotto-ambiente, un po’ come gli astronauti nelle loro capsule: la Tecnobolla.

La Tecnobolla è quell’insieme che ci accompagna ovunque, che va dai vestiti alla scuola, dall’automobile alla bevanda gassata, dall’ospedale al codice penale, dalle cuffie stereo ai missili intercontinentali, dai vaccini ai parcheggi, dalle piste da sci a Instagram, dalle rampe per disabili ai voli low cost. Il tutto accompagnato da un ipnotico sottofondo sonoro e luminoso emesso da miliardi di sorgenti elettriche, come perfettamente illustrato da Steve Cutts.

Noi viviamo la totalità della nostra vita dentro questa bolla, perché crediamo che ci preservi da “malattia, vecchiaia e morte” (per citare il Buddha) e ci renda sempre soddisfatti: quando non lo fa, vuol dire che c’è un difetto, una colpa, un delitto di qualcuno. Difficile misurare la felicità che può dare, comunque la Tecnobolla è sicuramente l’ambiente meno doloroso che l’umanità abbia mai sperimentato.

La Tecnobolla per eccellenza è il Dubai SkiDome (di cui vi abbiamo già parlato qui), che permette di sciare tutto l’anno proprio a Dubai.

Può esistere solo a due condizioni:

  1. Si deve sigillare ogni apertura verso ciò che lo circonda
  2. Si deve prelevare sempre più energia e risorse da ciò che si esclude, trasformandole in calore e in rifiuti.

La cosa che chiudiamo fuori dalla nostra Tecnobolla è ciò che oggi chiamiamo Natura.

Da quando la Tecnobolla ha sigillato per bene porte e finestre, la Natura ci si presenta solo come quello che la Tecnobolla permette di passare: gentili brezze primaverili, un parco curato, una spiaggia resa tutta liscia a pochi metri dal parcheggio cementificato, un mare in cui ci possiamo immergere nella stagione più gradevole e dopo esserci impiastricciati di crema solare.

Gli animali ammessi in questo mondo – il gatto domestico, la tartaruga allo zoo, ma anche l’orsacchiotto pelouche – sono tutti simpatici, e non ci sogneremmo mai di fare loro male.

I nostri prati sono tutti curati, magari paghiamo gente che non vediamo per cospargerli di glifosate per evitare che ospiti sgraditi entrino nella Tecnobolla, ma condanniamo chi strappa i fiori: è una colpa, proprio come prendere a calci un gatto.

Questo oggetto è pubblicizzato con la tosta didascalia, “Diserbante totale “Premium top” erbicida Glifosate puro 360, sistemico“, che quando i duri iniziano a giocare, chiamano i marines e mandano via i puffetti

Ora, noi pensiamo che anche lì fuori, nella Natura Amica, tutto dovrebbe essere a Dimensione Tecnobolla. Anzi, noi che siamo grandi, forti e importanti, vogliamo bene a quella piccola cosa carina che è l’Ambiente, come ci ricordano innumerevoli immagini come questa:

Ma ogni tanto i media ci fanno vedere una tartaruga impigliata tra buste di plastica, o ci parlano dei PFAS nelle acque lombarde, o accennano alla cementificazione che contribuisce all’alluvione a Campi Bisenzio, o ci raccontano della discarica abusiva in Campania.

Noi sappiamo che la Tecnobolla deve essere perfetta, e quindi pensiamo che ciascuna di queste cose sia un’eccezione, la colpa di un singolo egoista che non ha fatto il proprio dovere. Quello che invece di riciclare come si deve, butta per dispetto la busta nel mare. Cosa che io non farei mai, si dice l’automobilista mentre schiaccia la volpe sulla strada senza rendersene nemmeno conto.

Spesso in queste cose, ci sono di mezzo comportamenti di individui che avrebbero potuto scegliere diversamente, ovvio, ed è giusto punirli, se si riesce.

Ma trovare il singolo colpevole ci oscura l’essenziale – ripetiamo tutta la frase; perché la Tecnobolla possa esistere:

Si deve sigillare ogni apertura verso ciò che la circonda

Si deve prelevare sempre più energia e risorse da ciò che si esclude, trasformandole in calore e in rifiuti.

Noi che non approveremmo un bambino che prende a calci il proprio orsacchiotto, proviamo un istintivo dispiacere quando sentiamo che gli orsi polari soffrono. Ma non riusciamo a fare il collegamento – gli orsi polari soffrono perché abbiamo un sistema che permette di produrre e importare decine di milioni di pelouche dalla Cina, con tutta la catena inimmaginabilmente complessa che c’è attorno.

Ora, proprio perché la catena è inimmaginabilmente complessa, è facile trovare dei colpevoli: sono dappertutto. Ma se sono dappertutto, allora possiamo tutti dire di essere innocenti, o dire, lui è più colpevole di me, e non sapremo mai esattamente chi ha ragione.

Cosa possiamo però fare?

Beh, intanto, capire. Che agire senza capire è una ricetta sicura per fare ancora più danno.

Poi magari partire da quattro “ri-” (di solito sono tre, ma una l’ho aggiunta io).

In ordine di efficacia.

La prima è ri-aggiustare. Cioè cose come i tappi che non si staccano dalle bottiglie, che sicuramente impedisce alla gente di buttare i tappi da soli in giro. Allo stesso tempo, richiede materiali più pesanti, una lavorazione in più con relative emissioni, eccetera. Nella categoria riaggiustare ci possiamo mettere anche cose come la pressione perché la gente butti la vecchia auto e ne compri una nuova meno inquinante… inquinando così due volte, tra rifiuti e produzione. Ora, l’incubo di tanti produttori è di trovarsi il mercato saturo – cosa meglio di uno Stato che ordina al cittadino di buttare il vecchio prodotto ancora funzionante e comprarne uno nuovo? Nel ri-aggiustare rientra poi l’agghiacciante gioco contabile delle compensazioni, dove una mafia internazionale compra inquinamento e – se non sono semplicemente dei truffatori – cacciano degli indigeni da qualche parte del pianeta per piantare boschi finti.

La seconda è ri-ciclare, che è sempre meglio che usare solo risorse nuove, e sempre meglio che buttare tutto. Però, il riciclare è sempre in discesa qualitativa (da bottiglie di plastica, palette di plastica al primo giro, poi più niente) e, come nota il commentatore Andrea Di Vita qui,

“Prendo un oggetto (plastica, vetro). Gli tolgo le ‘impurezze’ (le etichette di carta, il tappo di metallo per le bottiglie). Lo scaldo per fonderlo. Distillo in qualche modo i suoi componenti. Li forgio in una forma nuova e raffreddo il tutto (roventi sono intoccabili).

Ciascuno di questi passaggi richiede energia, e (con buona pace degli innamorati di specchietti e girandole) energia concentrata dove serve e quando serve.”

Ovviamente, qualunque azienda è grata a un governo che usa i soldi dei cittadini per raccogliere materie prime più o meno gratuitamente per lei, ma non è certo la soluzione.

La terza è ri-usare, che è una bella e sana abitudine.

Ma l’unica cosa che abbia davvero senso è ri-durre.

Se vuoi respirare un’aria più pulita, non serve far finta di compensare le emissioni, non c’è riciclaggio che tenga, e non si possono ri-usare i voli.

Si possono ridurre i voli.

E se si riducono i voli, si possono ridurre gli spazi occupati dagli aeroporti.

E se si riducono gli spazi occupati dagli aeroporti, si può ridurre il traffico sulla strada all’aeroporto.

E se si riduce il traffico sulla strada all’aeroporto, si può ridurre il numero delle auto;

e se si riduce il numero della auto, si riduce il numero di ricoveri in ospedale…

per dire!

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Non costa Quasi Niente

Molti avranno visto l’immagine che il salsicciaio Matteo Salvini ha diffuso su Twitter:

accompagnata dal testo,

“Eco-norme surreali volute da Bruxelles? No, grazie. Sì al buonsenso! Per Più Italia e Meno Europa, vota Lega”

Ora, la misura non è esattamente surreale. E’ più facile abbandonare in giro un tappo da solo che una bottiglia, sappiamo che sulle nostre spiagge si trovano molti più tappi che conchiglie.

Ma proprio perché è così minimale la misura, ha qualcosa di ridicolo. E magari io, che non butterei un tappo senza pensarci, mi sento un pochino offeso; e questo si somma a tante altre cose che non capiamo, e che ci piovono addosso, e in un mondo in cui l’unico potere che ci è concesso è quello di votare ogni cinque anni contro qualcuno, contribuiscono alla sensazione di far parte di un gregge diretto da un pastore disumano, per fini che sa solo lui.

Allo stesso tempo, dovrebbe essere ovvio che il problema non è il tappo, è la bottiglia:Nel 2016, furono prodotti 320 mila miliardi di tonnellate di plastiche di tutti i tipi.

Ma sentiamo la parte veramente interessata: la UNESDA Soft Drinks Europe (“UNESDA rappresenta l’industria europea delle bevande analcoliche”) e la Federazione Europea di Acque Imbottigliate, due lobby con sede – ovviamente – a Bruxelles.

Sono contrari quanto Salvini alla misura del tappo legato (“tethered cap”), ma per motivi ben più seri.

Iniziano facendo rumorosa professione di fede ambientalista, ovviamente.

Ma fanno notare che i tappi legati richiedono plastiche diverse e più pesanti, e quindi faranno aumentare le tonnellate di plastica in giro; la loro lavorazione dovrebbe aggiungere una gran quantità di emissioni di CO2; e per produrli, si dovrà rivedere tutta la linea di produzione, con un aumento di costi notevole.

A questo punto, abbiamo già capito chi avrà scatenato la campagna sui social contro i tappi legati, altro che il Salsicciaio...

Ora, i plasticari hanno ragione, dal punto di vista loro.

Le bottiglie di plastica usa e getta sono un prodotto che al cliente finale non costa quasi niente, per cui quasi tutti gli esseri umani ne possono comprare senza nemmeno pensasrci.

Quindi ogni anno nel mondo si producono circa 600 miliardi di bottiglie di plastica usa e getta.

Prodotti che non costano quasi niente, solo che il quasi moltiplicato per 600 miliardi fa una bella cifra, è un elemento fondamentale di tutta la catena planetaria della Grande Distribuzione Organizzata. E le aziende federate all’Unesda si vantano di dare lavoro a 1,7 milioni di persone. E più si parla di ambiente, più cresce il mercato dell’acqua in bottiglia:

Non entriamo qui nel devastante impatto ambientale di queste bottiglie usa-e-getta, persino i plasticari lo riconoscono; eppure come si vede il mercato della devastazione cresce proprio negli anni in cui cresce la retorica ambientalista.

I tappi legati faranno sicuramente aumentare i costi ai produttori; che quindi aumenteranno il prezzo all’utente finale e continueranno a guadagnare lo stesso? No, perché se le bottigliette cominciassero a costare quasi qualcosa, la gente ci penserebbe due volte. Magari scoprirebbe che l’acqua del rubinetto è potabile…

Per cui i plasticari suggeriscono una sola strategia alternativa: il riciclaggio. Cioè tutte le bottiglie, invece di essere buttate, tornano a casa e ridiventano bottiglie e le spiagge restano pulite e gli inceneritori non emettono fumi. Questa è la proposta dell’industria della plastica da sempre, ma è ovviamente bacata alla radice: la plastica non viene “re-cycled”, ma “down-cycled”, con le bottigliette ci fai prima le palette per raccogliere la spazzatura, e poi più niente (semplificando); e più si ricicla la plastica, più diventa tossica.

Ma la proposta sembra semplice: per continuare a produrre sempre più bottigliette di plastica che non costano quasi niente, si fa così:

  1. A spese del contribuente, lo Stato lancia una grande campagna per dire dove si butta questo e dove si butta quello. L’Uomo Medio vive sommerso tra milioni di messaggi che contemporaneamente cercano di sedurre, di vendere qualcosa, di prenderein giro, di spaventare e per fortuna è quindi diventato quasi sordo a roba del genere; ma comunque i plasticari vogliono proprio quello che l’Uomo Medio non vuole – uno Stato Predicatore.
  2. A spese del contribuente, lo Stato potenzia tutta l’immensa infrastruttura che permette il riciclaggio.
  3. A spese del contribuente, lo Stato finanzia la ricerca e l’innovazione che permetterà a plasticari di godere di un po’ di materia prima più o meno gratuita.

Il bello è che il Contribuente è lo stesso tizio che compra la bottiglietta di plastica.

Quindi la situazione è questa.

C’è un’Istituzione (che chiamiamo vagamente “Europa”) che deve affrontare la catastrofe ambientale indotta dall’uso della plastica usa e getta.

Per farlo, ha davanti a sé un’alternativa:

  1. chiudere tutta la filiera, far licenziare 1,7 milioni di persone, far infuriare centinaia di milioni di elettori abituati a compare la bottiglina al supermercato, far tremare il PIL.
  2. Fare ammuina, cioè imporre i tappi legati. Che non sono del tutto inutili, certo, e danno l’illusione che si è fatto qualcosa.

C’è una Destra politica che coglie un rigetto istintivo di tanti. Immaginatevi una persona che lavora sodo e non ha tempo da perdere a informarsi troppo; che ha sentito dire che il riciclaggio risolve tutto, e sta attenta a riciclare; poi arriva una misura piccola, ma che si sente anche fisicamente come un po’ scomoda e ridicola, quasi a tatto una presa in giro, e che dice, “io non mi fido di te, che ricicli“. E la persona si chiede a pelle – “perché io, che non faccio male a nessuno, devo sempre pagare?

C’è una Sinistra politica che si eccita subito, dicendo che la Destra è talmente menefreghista che pur di danneggiare l’ambiente, respinge anche una misura così evidentemente positiva e così piccola e così poco fastidiosa.

E c’è una Destra che ri-coglie la palla al balzo, e nota come la Sinistra sia sempre vessatoria e nemica della libertà e vuol fare pagare tutte le crisi agli ultimi.

Così sul nulla, riparte il Motore Perpetuo a Energia Avversaria.

Mentre la catastrofe ambientale avanza inesorabile, ovunque inconstrata.

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Manifesti riciclabili!

Stessi slogan, in Francia come al ballottaggio a Firenze! Prossimamente nel Regno Unito! E poi negli USA! Manifesti riciclabili!

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Colombo, Galileo, the Gelato, the Gondola, Leonardo. And the Pizza, of course

Al Conad, c’è un cliente dai vestiti disordinati che alle 11 di mattina ha già aperto la sua bottiglia di birra prima ancora di passare per la cassa, e sta parlando di politica.

Che nel caso specifico consiste nel deridere il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano.

“Eh, ha detto che Colombo aveva imparato da Galileo! Ma Galileo è vissuto dopo Colombo! E fa il Ministro della Cultura!”

e scoppia a ridere.

Siccome ho il cervello che funziona per vie traverse, mi vengono tante riflessioni.

La prima è che conosco molti clochard, e so che ci sono storie e livelli culturali spesso inimmaginabili; ma mi chiedo (è solo una domanda) se il clochard in questione sapesse davvero che Galileo fosse vissuto dopo Colombo, oppure ci fosse arrivato perché la vicenda era diventata un caso mediatico, e oggi anche i clochard hanno lo smarfo.

La seconda riflessione riguarda il caso mediatico. In un evento a Taormina sconosciuto a tutti, il ministro, parlando non si sa in quale contesto, ha detto una frase, che non è sfuggita al video. Ora, se il ministro della cultura, invece di firmare atti, se ne stava a pavoneggiare davanti alle telecamere, a un evento dall’ineffabile nome di “Taobuk 2024 – Identità italiana, identità culturale” che riesce a combinare una misspelling di “book” con il concetto di “identità italiana”, è solo colpa sua.

Però, a ripensarci, poniamo che a me, mi facciano Ministro della Cultura perché ho un blog. Mi piazzano dentro una gigantesca macchina, con 12.000 dipendenti molto più esperti di me nelle cose che contano. Anche l’ultimo usciere…

Sono dentro questa macchina, e vincolato in modo ferreo anche da un numero di leggi che qualcuno stima in 10.000, qualcuno in 250.000.

Ora, in Italia…

fermi tutti: quando sento dire “in Italia” già sento cinquanta milioni di italiani che aggiungono, “ma se invece fossimo in un paese normale…” No, voglio solo dire che conosco l’Italia, e non so altrove…

… è quindi normale che un politico si dedichi a farsi vedere, prendendosi applausi e pomodori, mentre i funzionari lavorano.

Anzi, pochi applausi e molti pomodori, perché una caratteristica della democrazia parlamentare è che il Cittadino Medio, che conta quanto una icse ogni cinque anni, si sente però in diritto permanente mentre fa la fila alla cassa, di sfottere i Politici Incompetenti e Cretini, “che se fossi io a giocare la partita, avrei fatto gol subito”…

Pretendere che un Ministro della Cultura debba sapere che Galileo è venuto dopo Colombo significa ignorare la funzione del Ministero della Cultura.

Fondamentalmente, si tratta di miliardi di soldi nostri da investire in eventi, mostre, quadri che volano in aereo dagli Uffizi all’Evento a Miami, e nel vendere l’Italia.

Ora, la gente come noi è fissata con tutte le storie dei luoghi, con le pietre, con vecchi racconti, con i morti.

Ma le persone normali sanno che la Cultura Italiana è un’aura.

Qui vicino c’è lo Sbrino Gelato Contadino, che fa un gelato ottimo, ma mi chiedo cosa c’entrino i contadini con il gelato.

E c’è sempre la fila di giovani bionde statunitensi che fissano lo smarfo.

A dieci metri, c’è una cabina fotografica, di quelle che si usavano una volta per fare le foto per i documenti, e lì la folla diventa come quella davanti all’ultimo panificio di Gaza. Wow Italy = Fototessera.

Poi c’è la Fiat 500 di Stefano Di Puccio parcheggiata, con un’altra fila a fotografarla.

E poi ci sono appunto Colombo, Galileo, the Gelato, the Gondola, Leonardo, Pizza... E mi sembra che il Ministro non abbia sbagliato la sequenza alfabetica.

Questa Sequenza (dimenticavo, Fiat 500 e Fototessera) ha regalato a imprenditori italiani che non sanno nemmeno distinguere il Medioevo dall’Uomo delle Caverne, i miliardi con cui hanno sistematicamente distrutto le nostre montagne, i nostri boschi, le nostre spiagge, la nostra biodiversità e le nostre città: in una parola, la nostra identità quella vera.

Poi ancora, mi affascina il meccanismo per cui un’intera parte politica (in questo caso la “Sinistra”, ma a “Destra” il fenomeno è uguale e speculare) pensa solo a cogliere in fallo il Nemico, senza il quale non esisterebbe.

Nel mondo dell’intelligenza artificiale, tutto scompare subito: ma in questo momento la Sinistra è quella cosa che si sente di avere ragione, perché in un evento del tutto sconosciuto e di cui nessuno conosce il contesto, qualcuno ha registrato una frase ridicola di un politico di Parte Nemica. Una di quelle cose che girano e gireranno all’infinito nello spazio e nel tempo, inchiodando a vita il poveretto che ha fatto una gaffe, almeno finché una Coronal Mass Ejection non distruggerà ogni traccia degli ultimi decenni di storia.

“Impegno” vuol dire bruciare tutte le energie di una vita, a trovare i difetti di qualcun altro, a disprezzarlo, a combatterlo. E si finisce per esistere per il Nemico.

Non sentirai quasi mai dire, io sto cercando di fare… no, solo “hai visto che schifo il Nemico…”

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