Me too!

In memoria del duro lavoro che abbiamo fatto a suo tempo per sostenere le petizioni di Avaaz, abbiamo deciso anche noi di contribuire alla petizione per un nuovo referendum nel Regno Unito.

Tanti inglesi si sentiranno europei, ma questo europeo ha deciso di sentirsi inglese oggi.

Così il signor Humphrey Dumpton, residente a Londra, ha ricevuto un gentile thank you direttamente dal parlamento britannico.

Cattura

A, e c’ho pure un parlamentare tutto per me: Cattura2Eccovi il mio deputato (Labour) (in posa davanti a una scritta che lo insulta perché ha votato a favore dei bombardamenti aerei in Siria, del tutto inutili ma un paese che si rispetta non può lasciare i massacri solo ai russi).

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“Se hai i soldi, voti per restare… se non ne hai , voti per uscire”

“Z” è un instancabile commentatore di questo blog, che da anni esprime con pacata ironia il suo totale disaccordo su qualunque cosa io scriva.

E siccome è anche una persona gentile, ha tradotto dall’inglese questo articolo di John Harris, uscito su The Guardian. Un articolo con cui io mi trovo largamente d’accordo, per cui lo sforzo di Z diventa ancora più encomiabile.

“Se hai i soldi, voti per restare” disse con sicurezza “se non ne hai, voti per uscire”. Venerdì scorso eravamo a Collyhurst, quartiere povero al confine nord del centro di Manchester, e ancora non avevo trovato un elettore che avrebbe votato Remain. La donna con cui stavo parlando mi spiegava che nel quartiere non c’erano parchi né aree gioco per bambini: sospettava che tutti i soldini fossero stati destinati al centro di Manchester, Paese delle Meraviglie rimesso a nuovo, a dieci minuti di strada.

Solo un ora prima mi trovavo ad un evento per il reclutamento di personale laureato, a Manchester, dove nove intervistati su dieci erano schierati per Remain. Alcuni parlavano dei votanti per il Leave con freddezza e supponenza: “Alla fine, siamo nel ventunesimo secolo”, diceva un ragazzo tra i venti e i trent’anni “Se ne facciano una ragione”. Non era la prima volta che sentivo l’atmosfera intorno al referendum puzzare di zolfo – non solo di disuguaglianza sociale, ma anche di una malintesa guerra tra classi.

Ed eccoci qui, dopo la decisione terrificante di andarcene. Gran parte degli elementi politici di primo piano sono stati ormai spazzati via. Cameron e Osborne. Il partito laburista così come lo conosciamo, che si rivela ancora una volta un fantasma ambulante, i cui precetti non riescono più a raggiungere le sue supposte roccaforti. La Scozia – che mentre scrivo ha votato per restare nella UE per 62% contro 38% – è già essenzialmente indipendente da numerosi punti di vista politici e culturali, e presumibilmente prenderà presto la sua strada.

Il Sinn Féin afferma che il governo britannico “ha rinunciato ad ogni mandato a rappresentare gli interessi politici ed economici della gente dell’Irlanda del Nord”. Questo è un terremoto politico in tempo di pace, ed è un momento drammatico per il Regno Unito al pari di quanto accadde… quando? Tutte le date del dopoguerra che ci rimbalzano in mente – 1979, 1997, 2010 – non ci si avvicinano neanche.

E questo perché, naturalmente, tutto ciò ha a che fare con l’Unione Europea solo fino a un certo punto. Ha a che fare anche e soprattutto con le classi sociali, con le disuguaglianze sociali, e con una politica così professionalizzata da far sì che molte persone siano state lasciate a guardare i rituali di Westminster con un misto di perplessità e rabbia. In questo momento si intrecciano fallimenti politici terribili che hanno solo aggravato il problema. L’Iraq, lo scandalo sulle spese dei parlamentari, il modo con cui Cameron è passato dalla retorica del tipo “siamo tutti sulla stessa barca” all’austerity dal volto truce hanno contribuito a mischiare tutti i cliché sui politici di cui non ti puoi fidare, che rispondono solo a loro stessi (qualcosa di applicabile anche alla prima vittima della nostra nuova politica, i Liberaldemocratici).

Più di ogni altra cosa, la Brexit è la conseguenza dell’affarone che abbiamo fatto nei primi anni Ottanta, quando abbiamo detto ciao ciao alla certezza e alla stabilità degli accordi postbellici in cambio di un modello economico che ha fatto solo l’interesse delle regioni più popolate del Paese, abbandonando il resto ad un nevrotico declino. Guardate alla mappa dei risultati, a quell’enorme isola di Remain a Londra e nel sud-est, a quei risultati scioccanti ottenuti dal Remain nel centro della capitale – 69% a Tory Kensington e Chelsea, 75% a Camden, 78% a Hackney – e paragonateli a risultati analoghi in favore del Leave in luoghi come Great Yarmouth (71%) o Castle Point nell’Essex (73%), Redcar e Cleveland (66%). Questo è un Paese così sbilanciato che ha finito per cadere davvero a terra.

Negli ultimi sei anni, spesso assieme al collega John Domokos, ho viaggiato per il RU per la nostra video serie Anywhere but Wenstminster [Dovunque tranne Westminster, ndt], che in teoria si occupava di politica ma di fatto tentava di cogliere il sentimento nazionale, ammesso che esista. Se mi volto indietro riesco a vedere tutti i presagi di ciò che è appena successo. Il primo segnale di allarme fu il piazzamento temporaneo del British National party alle elezioni politiche dal 2006 in avanti, ottenuto sfruttando sia la crescente rabbia popolare contro l’immigrazione dai nuovi Paesi membri della UE nel mercato del lavoro “flessibile” di Gordon Brown sia la crescente crisi degli alloggi.

Pochi anni più tardi, abbiamo conosciuto muratori a South Shields che ci hanno detto che la loro paga oraria era calata a 3 sterline l’ora a causa dei nuovi arrivi dall’est Europa; la madre a Stourbridge che voleva una scuola nuova per “i nostri ragazzi”; l’ex portuale di Liverpool che guardava alle file di magazzini vuoti ed esclamava: “Dov’è il lavoro?”

A Peterborough, nel 2013, abbiamo trovato una città spaccata in due da scontento e rancori, dove la gente dichiarava che le agenzie assumevano solo stranieri disposti a lavorare per turni disumani in cambio di salari risibili. Nella roccaforte Ukipe del Lincolnishire, abbiamo raccontato comunità organizzate intorno all’agricoltura e alla lavorazione del cibo che erano spaccate a metà tra l’ottimismo dei nuovi arrivati e la rabbia dei poveri indigeni – dove Nigel Farage poteva presentarsi e tenere un comizio dopo l’altro davanti a folle in delirio. Anche nelle città che si presumeva avrebbero respinto con sdegno unanime la stessa idea della Brexit, le cose sono sempre state complicate. Manchester si è divisa 60 a 40 per il Remain; a Birmingham, nell’ultima settimana, ho incontrato anglo-asiatici che parlavano dell’uscita dall’UE con la stessa passione e con la stessa frustrazione di tanti bianchi che la pensavano allo stesso modo.

In molti luoghi c’è stata a lungo la stessa miscela di preoccupazione profonda e talvolta di rabbia fremente. Talvolta, di rado, è degenerata in odio vero e proprio (a tal proposito, mi ricordo del quartiere di Southway, a Plymouth, e della rumorosa carica di islamofobia che echeggiava attorno ad una zona commerciale abbandonata; ricordo le donne a Merthyr Tydfil che giravano per il centro strillando “Cacciateli via!”), ma ancora oggi sembra qualcosa di inusitato nella situazione nazionale. “La delicatezza della cultura inglese è forse la sua caratteristica più marcata. Lo noti nel momento stesso in cui metti piede sul suolo inglese”, scriveva George Orwell nel 1941″. E oggi?

Le circostanze di questa furia sono spesso abbastanza chiare: una terribile carenza di alloggi, un mercato del lavoro eccessivamente precario, l’aver trascurato il fatto che gli uomini – e sotto questo aspetto gli uomini sono molto importanti – che una volta avrebbero avuto una chiara identità quali minatori od operai siderurgici, ora si sentono ignorati e umiliati. Il tentativo della politica mainstream di calmare la loro rabbia probabilmente non ha che peggiorato le cose: concessioni pelose alle “famiglie che lavorano sodo”. O il luogo comune – gradevole come un’unghia che striscia sulla lavagna – della “mobilità sociale”, che suggerisce che l’unica cosa che Westminster può offrire alla classe operaia è l’opportunità falsa e ingannevole di non essere più classe operaia.

Per tutto questo tempo, la storia che ora ha raggiunto il suo spettacolare epilogo ha continuato a ribollire. Lo scorso anno 3,8 milioni di persone hanno votato Ukip. Il consenso per il partito laburista attraversa un declino che sembra inarrestabile: i suoi militanti sono sempre più composti da abitanti delle metropoli e membri del ceto medio, e a quanto pare l’ascesa di Jeremy Corbyn ha peggiorato le cose. E in effetti, se la storia degli ultimi mesi è la storia di politici che conoscono troppo poco quello che si presume sia nucleo dei loro elettori, il leader dei laburisti sembra l’incarnazione vivente di questo problema. I sindacati sembrano scomparsi, e l’abilità dell’ideologia conservatrice – tipica dell’era Thatcher – di parlare in modo energico alle aspirazioni della classe operaia si è rivelata un’illusione. Per farla breve, Inghilterra e Galles erano caratterizzati da un vuoto sempre più ampio, finché David Cameron – che ora si è indubbiamente rilevato essere il primo ministro più disastroso della nostra storia democratica – ha preso la decisione che potrebbe aver cambiato del tutto i termini della nostra politica.

Il primo ministro evidentemente pensava che tutta la questione poteva essere tranquillamente aperta e chiusa in pochi mesi. Boris Johnson, che assieme a lui frequentava Eton nello stesso periodo – davvero, riuscite a immaginare che la storia politica degli ultimi mesi non è stata altro che una sfida catastrofica tra due signori che hanno frequentato la stessa scuola esclusiva – ha abbracciato opportunisticamente la causa del Brexit, più o meno con lo stesso spirito.

Ciò di cui non si erano resi conto era che la rabbia popolare, diffusa e profusa nella società, non aveva ancora trovato una valvola di sfogo efficace a sufficienza: e così l’ha trovata nell’indizione del referendum e nell’adesione alla causa della Brexit. Il successo dell’Ukip era stato ostacolato da un lato dal sistema elettorale maggioritario e dall’altro dall’estremismo di Farage, ma la coalizione per la Brexit ha neutralizzato entrambi gli ostacoli. E così è andata: la causa dell’abbandono della UE, fino ad allora argomento di nicchia per svitati e improbabili profittatori, ha attratto un’ampia porzione dell’elettorato popolare, così ampia che qualsiasi partito moderno darebbe un occhio della testa per averla.

Naturalmente la gran parte dei media – che sono ormai in larga misura parte della stessa distaccata entità che il grande patriota londinese William Cobbet chiamava “la cosa” – non si è accorta di quello che sarebbe successo. Il loro mondo consiste di servizi fotografici, di quel gran non-evento che sono le interrogazioni al primo ministro e di assurdi dibattiti tra personaggi che al pubblico non interessano più. La distanza tra le persone latrici del sentimento nazionale e coloro che avrebbero dovuto dar conto di questo sentimento è una delle fratture che ci ha portato dove siamo ora: di certo, dovunque vado, la stampa e la televisione sono oggetto di risentimento tanto quanto la politica. E già che ci siamo, dovremmo anche sbarazzarci di quell’arte penosa che sono i sondaggi di opinione, che di certo, da ora, sarebbe bene riservare ai prodotti commerciali e a cose del genere. La comprensione profonda del Paese è stata troppo a lungo incasellata tra percentuali e domande prestampate: è ora che la gente inizi ad addentrarsi nel Paese, e ad ascoltare soltanto.

Tutti noi siamo consci della crudele ironia che troneggia in mezzo a tutta questa storia: che la Gran Bretagna – o ciò che ne resta – ora farà una brusca svolta a destra, e che i problemi che l’hanno portata sin qui non faranno che peggiorare. Beh, eccoci qui. Di rado la storia segue le strade della logica: la specie di super-thatcherismo a cui saremo soggetti, e che a molti non piacerà, sarà supportato da molti altri finché la realtà non arriverà a svegliarli. Per essere più precisi, se Inghilterra e Galles hanno sterzato con vigore verso l’incertezza e il malfunzionamento, non sarà certo la prima volta. E’ un discorso difficile da farsi in un momento come questo, ma la politica andrà avanti. Deve farlo. Se il nostro timore non riguarda solo ciò che questa decisione comporta per il nostro Paese, ma anche ciò che essa rivela in merito alla condizioni sociali alla base della medesima, dobbiamo combattere. Ma prima di tutto dobbiamo pensare, probabilmente più profondamente di quanto non abbiamo mai fatto prima.

Orwell scrisse il suo capolavoro Il leone e l’unicorno mentre l’Europa si stava facendo a pezzi da sola, e l’isolamento del RU era conseguenza di nobili principi e non del caos politico. L’inghilterra, diceva: “somiglia a una famiglia, una famiglia vittoriana di quelle un po’ pretenziose, con poche pecore nere ma tutti gli armadi pieni fino a scoppiare di scheletri. Ci sono parenti ricchi a cui bisogno fare i salamelecchi e parenti poveri che vengono schiacciati spietatamente, e c’è una profonda congiura del silenzio a proposito delle fonti del reddito familiare.”

Oggi, con gli under-25 che hanno supportato in massa uno dei due fronti, mentre le persone anziane il fronte opposto, la frase che segue appare presaga più di quanto non si riesca a esprimere in parole. “E’ una famiglia in cui i giovani vengono regolarmente sabotati e gran parte del potere è in mano di zii irresponsabili e zie allettate”. E altrettanto valida è l’ultima riga: “Una famiglia dove a comandare sono i membri sbagliati – questa è forse il modo migliore per descrivere l’Inghilterra in una frase”.

Con l’apoteosi di Farage e Johnson e Gove esultanti, queste parole si rivestono di un nuovo potere. E per quanti di noi hanno ricevuto al risveglio le peggiori notizie che potessero immaginare, esse sottendono una domanda che probabilmente avremmo dovuto farci molto prima che tutto questo succedesse: come possiamo fare per cominciare a rimettere in piedi l’Inghilterra – e il Galles – nel modo giusto? Pensate a quella donna a Collyhurst: “Se non hai i soldi, voti per uscire”. In queste parole non leggiamo solo il successo del Brexit, ottenuto contro ogni pronostico, ma anche la prova di un enorme fallimento che la politica mainstream, tramortita, non ha ancora compreso per intero, né tanto meno si è mossa per rimediarvi.

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“Come facciamo a risaltargli in groppa?”

Stamattina, un’interessante intervista con Walter Veltroni su Repubblica.

A differenza di altri, Veltroni coglie lucidamente che “ci sono dei momenti della storia in cui, per slittamenti progressivi, improvvisamente diventa plausibile l’implausibile.”

Veltroni non dedica un secondo a chiedersi perché.

Sono duecento anni che si progredisce, che ci si illumina, che i politici risolvono, le scuole educano, gli scienziati scoprono, gli esploratori civilizzano, gli economisti predicono, i giornalisti informano, gli imprenditori aprono nuovi orizzonti, le telecamere sorvegliano, i geometri urbanizzano  e gli urbanisti progettano – tutti assistiti da milioni e milioni di esperti, tecnici, chimici, funzionari, manager, informatici, vigili urbani, bidelli, facchini, consulenti…

… e dopo qualche trilione di tonnellate di carbone e di petrolio usati per fare tutto ciò, siamo sull’orlo del collasso planetario (proprio letteralmente, mica solo come metafora).

Il risultato logico è che la gente tende a scrollarsi di dosso tutta la banda.

In genere usando il semplice metodo di accendere la televisione, vedere chi ti dicono di non votare, e andarlo a votare. Non sarà una tecnica perfetta, ma non te ne lasciano nessun’altra, per toglierteli di dosso.

horsePer Veltroni, il fatto che la gente – ovunque sia – decida qualcosa diventa la fine della… democrazia. E ce lo spiega – “democrazia” vuol dire che si vota per Veltroni e Veltroni fa i progetti:

“Perché non è detto che la democrazia, che è necessariamente processualità e delega, in una società così frenetica, presentista ed emotiva sia la forma di governo considerata naturale. Nascerà alla fine un pericoloso desiderio di semplificazione dei processi di decisione”.

A questo punto, Veltroni tira fuori la carta che gli dovrebbe permettere di salire di nuovo in groppa alla gente, anzi agli elettori, e la sua carta si chiama “Guerra”:

” C’è una parola che non possiamo e non vogliamo pronunciare, ma l’ha pronunciata Papa Francesco quando ha parlato di una Terza Guerra Mondiale. L’Europa è stato il grande antidoto alla guerra: popoli che si erano fatti la guerra scoprivano la bellezza della pace, gli ex nemici si stringevano la mano. Ma oggi, purtroppo, le cose stanno cambiando. E quello che più mi spaventa è la totale assenza di quella che il cardinal Martini chiamava “l’intelligenza complessiva delle cose”. È come se ci fossero davanti a noi dieci indizi di un assassinio, e la politica fosse come l’ispettore Clouseau, che non riesce a metterli insieme”

Ora, che i tempi siano pericolosi, è vero.

Ma Veltroni non dice che la guerra c’è già.

Anzi, c’è quantomeno dal 1980, quando certe illuminatissime ditte torinesi che finanziano il suo partito hanno cominciato a gonfiarsi di soldi, grazie al massacro imposto tra iraniani e iracheni; ed è continuata con le più costose guerre di tutti i tempi, le invasioni statunitensi di Iraq e Afghanistan.

I populisti attuali, con tutti i loro palesi difetti, almeno non sembrano interessati a fare la guerra che politici e imprenditori responsabili ogni tanto minacciano alla Russia, o a nuove imprese coloniali in giro per il pianeta.

Veltroni si pone ovviamente una sola vera domanda: come possano, lui e tutti quelli che fanno il suo mestiere, tornare in tempi breve in groppa al cavallo che non li vuole più. La gente è un “voto” (“manodopera”, “cliente”, “utente”: spezzare le persone vere, nella loro infinita complessità, in funzioni…) di cui riprendere il controllo:

È un voto perduto, per la sinistra?
“No, non lo è. È un voto che racconta di uno smarrimento, di una protesta, di una rabbia. Ma non è perduto. A condizione che la sinistra sappia cambiare”.

Il cavaliere deve cambiare la tecnica con cui cavalca, ma a scendere di cavallo, non ci pensa nemmeno.

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‘If you’ve got money, you vote in … if you haven’t got money, you vote out’

Per gli anglofoni, e con l’immenso dispiacere di non avere il tempo per tradurlo.

Un articolo di John Harris su The Guardian – quotidiano decisamente “filo-europeo” per semplificare – che spiega molto bene quello che è successo in Inghilterra. Ma anche, come avevamo suggerito, in Italia e in tutto l’Occidente, in questo straordinario momento di rovesciamento, terrore e opportunità.

Traduco solo un brano, che poi è una citazione di Orwell, il quale diceva che l’Inghilterra

somiglia a una famiglia, una famiglia vittoriana di quelle un po’ pretenziose, con poche pecore nere ma tutti gli armadi pieni fino a scoppiare di scheletri. Ci sono parenti ricchi a cui bisogno fare i salamelecchi e parenti poveri che vengono schiacciati spietatamente, e c’è una profonda congiura del silenzio a proposito delle fonti del reddito familiare.

Ma l’Inghilterra – non dimentichiamolo mai – è anche, appunto, John Harris che sa scrivere riflessioni come queste, e due secoli di parenti poveri schacciati che pure resistono ancora.

Un commosso riconoscimento all’autore, per aver citato William Cobbett.

Grazie al commentatore Zhong che ci ha segnalato l’articolo.

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Borbonosionismo rock

Ieri i Bianchi hanno vinto sei cacce e mezza a sei, e in Santo Spirito c’era l’Inglese con il sangue che gli colava giù dalla faccia, e un altro con la testa fasciata e mancava un terzo che era in ospedale (un quarto aveva giocato direttamente con le fasciature della partita precedente), ma insomma tutto bene.

Ad accoglierli c’era anche Elvis, che si chiama così per la sua sorprendente capacità di cantare le canzoni di Elvis Presley, imitandone perfettamente gesti, accento e voce.

Nonostante dorma alla stazione, i suoi numerosi e talvolta bizzarri vestiti sono sempre in perfette condizioni.

Elvis è un devoto sostenitore della famiglia reale borbonica e conduce da anni una pacifica guerra personale contro gli invasori genocidi italiani che hanno distrutto il suo Regno. Possiede una straordinaria collezione di oggettistica antitaliana, indossata con disinvolta eleganza.

Come spiegava lui, “gli ebrei avranno pure sofferto, ma anche noi meridionali abbiamo avuto sei milioni di morti uccisi dagli italiani, e nessuno dice nulla”.

elvisIeri, oltre al cappello con i simboli della sua casa reale e alla bandiera dei Bianchi di Santo Spirito, Elvis indossava una maglietta con San Giorgio che tiene in alto la bandiera israeliana.

elvis“Sono stato a Gerusalemme”, mi spiega. “Una meraviglia. Noi vogliamo la pace, ma loro pretendono tutto. Noi gli abbiamo anche offerto uno stato unico, ma quelli pensano solo a farci la guerra.”

“Sei diventato borbonosionista?”

“Esatto!”

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Regno Unito, due riflessioni

Sul referendum inglese, due riflessioni.

Uno

Tempo fa, pubblicammo qui un articolo di Jacopo Simonetta che esprimeva un’intuizione fondamentale.

Grazie alla bolla dei carburanti fossili, noi viviamo in un sistema che sembra esprimere un ordine fantastico, senza precedenti nella storia umana.

Come sempre in natura, questo ordine viene ottenuto a costo di un disordine necessariamente maggiore dell’ordine stesso.

In tutta la storia umana, il disordine è sempre stato esportato. Ma oggi non esiste più alcun altrove. Il disordine viene così scaricato ormai anche all’interno.

Ecco che senza alcun apparente disastro naturale, iniziano a vacillare anche strutture che sembravano indistruttibili.

Nel giro di pochi giorni, abbiamo visto così creparsi due ordini giganteschi: il voto identitario/conformista in Italia e addirittura l’Unione Europea.

Questi due ordini avevano in comune il fatto di essere sostenuti da tutti gli interessi costituiti. In un certo senso, un complotto alla luce del sole fatto dalla complicità di media, funzionari, politici, imprenditori, praticamente da chiunque conti. Quando diciamo “complotto”, non è una critica morale, è una semplice constatazione.

Eppure tutto questo sta venendo giù da solo: Farage e Raggi erano dei piccoli sconosciuti che si trovavano casualmente davanti alle mura nell’attimo in cui crollarono.

Certo, l’ordine non è finito, ma sappiamo ormai che tutto è possibile.

Due

Vi ricordate Scrat e la sua nocciolina nell’Era Glaciale?

scrat-ice-age-wallpaper-22252Semplicemente rincorrendo una nocciolina, Scrat fa scattare una crepa che trasforma il mondo intero.

Chiaramente, non è Scrat a trasformare il mondo; ma apre una falla nelle cose, nell’esatto instante in cui le cose stesse stanno per spaccarsi.

La crepa di Scrat ha una lunga storia sotterranea, che risale ai Delitti di Villa Devachan di Sanremo; ma la nocciolina è stata piantata nel ghiaccio alle 5.34 di mattina del 20 marzo 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq.

Onda dopo onda, questa azione ha portato – tra l’altro – alla guerra civile siriana; che ha portato l’estate scorsa i profughi in Europa. Un evento che, come la guerra tra Unni e Goti alla fine del quarto secolo, ha trasformato il mondo.

Non ci fu nessuna “invasione gotica” allora, come non c’è oggi alcuna “invasione islamica”. Semplicemente, entrambi sono stati i momenti in cui è bastata una goccia per far traboccare il vaso.

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Un commento su Torino

Riprendo qui un articolo di Cesare Allara (storica figura delle lotte operaie alla FIAT e grande conoscitore della realtà torinese) sul risultato elettorale torinese.

Non so nulla di Torino, ma mi sembra un’analisi interessante. Giusto per dare a ciascuno il suo – il titolo e il tono duro del testo contro “la Sinistra” sono dell’autore, io personalmente non tendo a pensarci molto, alla “Sinistra”.

TORINO 2016, L’INVINCIBILE ARMATA, GLI “UTILI IDIOTI”, IL CRETINISMO EXTRAPARLAMENTARE E LA ZAVORRA SINDACALE

La botta presa dal PD domenica scorsa è di quelle storiche. Il risultato di Roma era abbastanza scontato dopo decine d’anni di amministrazioni corrotte, dopo Mafia Capitale e la defenestrazione voluta da Renzi dello spaesato Marino.

Il risultato più sorprendente da analizzare è però quello di Torino.

Dove dal 2011, anno dell’esordio in Consiglio Comunale con due consiglieri, il M5S ha costruito meticolosamente giorno dopo giorno la vittoria cercando soprattutto di dividere, erodere quel consolidato blocco sociale che per decenni ha consentito alla “sinistra” torinese e alle sue clientele di dominare la città. Blocco sociale, meglio ricordarlo, che riusciva a tenere assieme gli interessi di FIAT, di Banca San Paolo, del Collegio Costruttori, fino all’operaio iscritto al PCI-PDS-DS-PD, al pensionato inquadrato nelle truppe cammellate di quella vera e propria setta chiamata SPI-CGIL, e agli “utili idioti” che pensano ancora al PD come partito della classe operaia: una invincibile armata, fino a qualche giorno fa.

Le giunte di “sinistra” che si sono succedute (Castellani, Chiamparino, Fassino) si sono solo e sempre occupate ovviamente di compiacere gli anelli forti di quel blocco sociale: Marchionne, e colui che è stato il vero dominus di Torino, Enrico Salza ex presidente di Intesa-San Paolo che qualche giorno prima del ballottaggio ha dichiarato: “Fassino non può non vincere, altrimenti finiscono Torino e il Piemonte(La Stampa, 9 giugno).

Hanno trasformato la Torino post-industriale in attrattiva turistica valorizzando particolarmente il centro e i luoghi storici, ma le periferie sono state abbandonate. Quelle periferie (Vallette, Falchera, Mirafiori Sud, ecc), tradizionali roccaforti del “Partito”, il PCI, dove il M5S è stato invece presente con assiduità in questi ultimi anni con banchetti e comizi.

Se si aggiunge la crisi occupazionale, con la FIAT praticamente chiusa da sei anni con conseguenze drammatiche anche per l’indotto, i provvedimenti antipopolari dei governi Monti-Letta-Renzi, la povertà diffusa, i problemi causati dall’immigrazione scaricati totalmente sui quartieri una volta operai, si comprende perché l’anello debole del blocco sociale si è rotto e il voto, al netto dell’astensionismo, si è riversato sul M5S.

Siamo in presenza di un cambiamento epocale europeo, non solo italiano o torinese: alle elezioni i ceti meno abbienti, quelli colpiti duramente dalle politiche austeritarie si astengono, votano a destra oppure come a Torino il M5S; mentre i garantiti, i pensionati cammellati della Troika sindacale, le clientele mafiose, il grande padronato, i palazzinari, i banchieri, i faccendieri, gli intrallazzatori e qualche irriducibile “utile idiota” sopravvissuto al quarantennale percorso trasformistico PCI-PDS-DS-PD, votano a “sinistra”. Anche a Roma le periferie ex rosse, che a detta degli esperti sarebbero passate in mano a Casa Pound, vedono il successo del M5S.

Difficile dire ora se questo divorzio dei ceti deboli dalla “sinistra” sia temporaneo o irreversibile. Dipenderà da molti fattori, ma probabilmente, durerà per tutta questa fase liberista del capitalismo che vede tutta la “sinistra” variamente coniugata (Tsipras, Corbyn …) duramente impegnata nel salvataggio dell’Europa dei padroni e della finanza.

Ma Torino è stata anche la città dove il cretinismo extraparlamentare di una sinistra-sinistra in carenza di strapuntini istituzionali ha prodotto l’ennesima ammucchiata elettorale, la quinta o la sesta, ma si è perso il conto, dopo la catastrofe elettorale del 2008.

Questa volta la grande novità era che l’iniziativa per questa lista è stata presa addiritura da Giorgio Airaudo, che pur essendo deputato, eletto solo perché alleato col PD, continua ad essere nei fatti il segretario della FIOM torinese. Nonostante ciò il risultato è stato modesto. Insignificante è stato poi il risultato di altre tre liste presenti sulla scheda elettorale: una lista civetta di “sinistra” di aspiranti a strapuntini assicurati in cambio dell’appoggio a Fassino guidata dall’eterno, ma ormai fortunatamente ex assessore al Bilancio Passoni, e due anacronistiche liste comuniste che rispecchiavano pari pari le divisioni del comunismo novecentesco sulle quali non vale la pena di perdere neanche dieci secondi.

In quell’area, è assai improbabile, quasi impossibile, che qualcuno si ponga pubblicamente la domanda più ovvia: perché i ceti che tradizionalmente facevano riferimento alla sinistra hanno individuato nel M5S la forza politica del cambiamento? Un’analisi non opportunista, innescherebbe una lunga e imbarazzante catena dei perché al termine della quale, a essere conseguenti, si dovrebbero trarre dolorose conclusioni, prendere drastiche decisioni, rompere tradizionali amicizie, sconvolgere schemini secolari. Meglio far finta di nulla aspettando la prossima scadenza elettorale sperando che vada meglio. Meglio raffigurare i ceti colpiti dalla crisi che hanno votato M5S come dei cretini che si lasciano facilmente imbonire da discorsi xenofobi, razzisti, populisti fatti da movimenti “fascistoidi” guidati da elementi piccolo-borghesi.

E pensare che per quasi due decenni, in nome di un viscerale antiberlusconismo equirarato strumentalmente all’antifascismo, i dirigenti della sinistra-sinistra hanno approvato tutti i provvedimenti antipopolari dei governi di centrosinistra, hanno votato e invitato a votare candidati “progressisti” come Franco Debenedetti nel collegio senatoriale di Torino-Centro o Giorgio Benvenuto, segretario UIL nel 1980, quello conosciuto per la famosa frase ai cancelli FIAT durante i 35 giorni dell’occupazione “O molla la FIAT, o la FIAT molla”; salvo poi pochi giorni dopo firmare l’accordo capestro sollecitato da Luciano Lama e scritto di suo pugno da Cesare Romiti che metteva, fra gli altri, il sottoscritto fuori dalla fabbrica. Me lo ritrovai negli anni Novanta candidato al Senato nel mio collegio, e da buon geometra tracciai senza righello due perfette diagonali da un angolo all’altro della scheda, corredando il tutto con una espressione di circostanza non riferibile.

Una breve digressione su Milano. Gli esperti di flussi elettorali, in testa il professor D’Alimonte padre dell’Italicum, sono concordi nell’affermare che la vittoria al ballottaggio del candidato di centrosinistra Sala sul candidato di centrodestra Parisi è la conseguenza dello spostamento del 90% dei voti della lista della “sinistra” cosiddetta “radicale” sul candidato voluto da Renzi. Ma la lista di Basilio Rizzo non doveva essere alternativa a quella del candidato di Renzi? Ma se erano simili le due liste, cosa costava votare per Parisi mettendo da parte stupidi pregiudizi ideologici? Se avesse perso anche Milano per Renzi non sarebbe stata una sconfitta, ma una disfatta, con conseguenze inimmaginabili. O no? Considerazione generale che non vale solo per Milano. Sarà per la scarsa credibilità della sinistra “alternativa” che i ceti che tradizionalmente votavano a sinistra hanno dirottato il loro voto sul M5S?

A Torino l’altro sconfitto delle comunali è il sindacato, in primis la FIOM di Airaudo. Anche in questo caso è la credibilità che fa difetto. Da mesi, i dirigenti svicolano, evitano accuratamente di rispondere alla domanda più ovvia che tutti si fanno vedendo la prolungata mobilitazione dei lavoratori francesi contro i provvedimenti in materia di lavoro adottati dal governo imperialista, guerrafondaio, liberista del socialista Hollande: perché in Francia, l’introduzione di una infame legge sul lavoro ha suscitato una tale rabbiosa reazione della CGT e dei lavoratori, mentre in Italia l’omologo Jobs Act piddino è a suo tempo passato senza alcuna apprezzabile contestazione? E ancora: ma chi proclama ai quattro venti di voler rianimare la coscienza di classe, l’internazionalismo, e costruire movimenti di lotta duraturi, non dovrebbe innanzitutto individuare eventi e precise responsabilità con nomi e cognomi di coloro che hanno determinato la disfatta storica del movimento operaio italiano, la sua resa incondizionata e la sua conseguente passività?

“Vi siete fatti fregare, voi italiani. Non faremo lo stesso”, dice un battagliero Roger Lamur, segretario generale della CGT del Dipartimento Bouches du Rhone (La Stampa, 25 maggio). E infatti le poche immagini sulle lotte dei lavoratori francesi che trasmettono le televisioni del regime napolitan-renziano mostrano blocchi stradali, ferroviari, occupazioni di raffinerie, scioperi del traffico aereo, eccetera. Azioni inimmaginabili in Italia, dove in primis la CGIL, in combutta con il governo di turno, ha provveduto a neutralizzare il diritto di sciopero per le categorie strategiche come ad esempio i trasporti.

La CGIL nel 1998, a seguito di un duro sciopero del trasporto aereo, propose di “regolamentare”, cioè depotenziare il diritto di sciopero del settore e si inventò un “diritto alla mobilità” di cui dovevano godere tutti i cittadini italiani: “Dobbiamo sperimentare forme nuove di lotta, come lo ‘sciopero virtuale’. Lo sciopero, cioè, si proclama, se ne rendono pubbliche le ragioni, ma non sfocia in un’astensione dal lavoro: il servizio pubblico non si interrompe, ma l’equivalente della retribuzione non percepita dal lavoratore e del danno economico che l’azienda non subisce si riversano in un fondo, si destinano a una causa nobile, a un aiuto umanitario. Il sindacato, così, non rinuncia alla lotta, ma la sostiene, rendendone visibili le ragioni, e la ‘condivide’ quanto più è possibile con la collettività” (Sergio Cofferati, segretario generale CGIL, intervistato da Massimo Giannini su Repubblica, 11 novembre 1998).

Per decenni e decenni, il primo sindacato italiano ha agito da gregario dell’ orrendo serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD. La svendita totale delle conquiste dei lavoratori (la riforma Dini sulle pensioni peggiore di quella proposta da Berlusconi l’anno presedente, l’abolizione della contingenza, la riforma nota come “pacchetto Treu” per precarizzare il lavoro, la restrizione del diritto di sciopero, per ricordare solo quelle più lontane nel tempo che qualcuno potrebbe aver dimenticato), è stata fatta per dimostrare alla “controparte” padronale l’affidabilità della CGIL e quanto fosse più conveniente per loro, padroni, un governo di “sinistra” alla guida del Paese.

Le immagini sono più significative delle parole. L’altra settimana, un telegiornale ha messo in onda dapprima le immagini dei punti nevralgici della Francia bloccati dagli operai, degli scontri di piazza fra polizia, lavoratori e studenti. Subito dopo, un altro servizio ha mostrato i volti sorridenti dei capibastone della Troika sindacale italiana felici e contenti per essere stati ricevuti e riammessi dal ministro del Lavoro, l’ex piccista cooprosso Giuliano Poletti, al tavolo della concertazione per programmmare assieme l’ennesima truffa sulle pensioni dei lavoratori italiani.

Come è evidente, anche il sindacato come la sinistra-sinistra ha tutto l’interesse a smemorizzare quanto successo dalla metà degli anni Settanta a oggi perché anche in questo caso la catena dei perché sarebbe devastante. E così i lavoratori italiani si ritrovano a dover far fronte oltre che ai padroni e al PD anche ai sindacati e a una inutile “sinistra-sinistra” in cerca solo di qualche strapuntino nelle istituzioni.

“Poi dice che uno si butta sul M5S!” esclamerebbe se fosse ancora vivo un indignato principe della risata.

Torino, 21 giugno 2016 Cesare Allara

 

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Come si decidono le nostre sorti

Si può capire tanto del mondo, se guardiamo con attenzione attraverso la piccola lente di ciò che ci è vicino.

Appena prima delle elezioni a Sesto Fiorentino (e Roma, Milano, Torino….) il Corriere della Sera, nella sua edizione locale, ha pubblicato questa sconvolgente intervista con il Presidente della Camera di Commercio di Firenze, Leonardo Bassilichi.

Il Corriere si è distinto in questi giorni per un’aggressiva campagna pro-inceneritore, e solo oggi scopro che

“Bassilichi è anche azionista e presidente della Editoriale Fiorentina, che pubblica il dorso di cronaca locale del Corriere della Sera.”

leonardo-bassilichiLeonardo Bassilichi al matrimonio di Marco Carrai, casualmente Presidente di  AdF Aeroporto di Firenze S.p.A.

Normalmente, le Grandi Opere Inutili e Imposte ci vengono presentate in maniera impersonale – “è necessario perché è necessario”, “lo sviluppo non si ferma”, “non fate i nimbini“, “un posto di lavoro vale più di una garzetta”. E quando manca qualunque altro argomento, “è già stato deciso e c’è una penale pesante se ci si tira indietro”.

A presentarci questo tipo di ragioni sono anonimi funzionari molto grigi o giovani politici di periferia.

Finalmente, qui il rappresentante delle imprese scansa questi inutili intermediari anonimizzanti e dice chiaramente, siamo noi che le vogliamo, queste opere.

Dove “noi” significa una precisa lista di imprese:

“GE Oil and Gas, Gilbarco, Kme, Sammontana, Colorobbia, Thales, El En, Eli Lilly, Finmeccanica, Menarini, Se Sa, Toscana Aeroporti, Intesa San Paolo, Ferragamo, Gucci, Starhotels, Savino Del Bene, che insieme a Dedalus costituiscono il Comitato Grandi imprese della Città metropolitana”

le quali hanno “programmato forti investimenti sul territorio” in base alla promessa dei politici (eletti da cittadini sbadati) di sbucheltare lo stesso territorio per loro.

Interessante poi la minaccia di “crollo economico” se i politici si dovessero permettere di non fare come vogliono le aziende.

Riflettiamoci: nessuno sta parlando di togliere qualcosa alle aziende; il rischio per loro è di non potersi espandere ancora di più.

E devono potersi espandere dentro un territorio piccolissimo e già troppo sfruttato. Talmente sfruttato da essere già camera da letto, porta d’ingresso e gabinetto della città, tutto in una stanza sola.aliceNotate poi il tono con cui il nostro annuncia che farà una telefonata al nuovo sindaco, appena sarà eletto, per dettargli i propri ordini, ordini che saranno giustamente indifferenti al “colore politico” del nuovo eletto. Che è appunto colore.

Forse la cosa più sconvolgente di questa intervista è il numero elevato di persone che non la troverà per nulla sconvolgente.

di Claudio Bozza

Un patto per lo sviluppo da firmare con il nuovo sindaco di Sesto Fiorentino «a prescindere da chi sarà, perché alle imprese interessa che vengano realizzate le infrastrutture, e non i colori politici». Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio di Firenze, è deciso ad organizzare un vertice con grandi aziende, nuova amministrazione e sindacati subito dopo il ballottaggio di domenica: «La prima telefonata che farò al nuovo sindaco sarà per organizzare questo evento — spiega Bassilichi — e spero che ci dia la disponibilità per farlo a casa sua». E poi: «La priorità per il nostro territorio è il nuovo aeroporto di Peretola. A seguire ci sono il termovalorizzatore ed il completamento della terza corsia. Se non procediamo, i rischi di un crollo economico sono concreti», sottolinea Bassilichi.

L’iniziativa dei vertici della Camera di Commercio assume forte rilevanza, perché a sostegno del patto sulle infrastrutture ci sono anche aziende come GE Oil and Gas, Gilbarco, Kme, Sammontana, Colorobbia, Thales, El En, Eli Lilly, Finmeccanica, Menarini, Se Sa, Toscana Aeroporti, Intesa San Paolo, Ferragamo, Gucci, Starhotels, Savino Del Bene, che insieme a Dedalus costituiscono il Comitato Grandi imprese della Città metropolitana.

L’intervento della Camera di Commercio arriva in un momento politico assai delicato, perché l’esito del ballottaggio di domenica, che vede favorito il candidato di Sinistra Italiana (deciso a fermare il termovalorizzatore e a tentare il tutto per tutto per frenare l’ampliamento di Peretola), rimetterebbe in forte discussione tutto il disegno di sviluppo della Piana, dove sono state però programmate infrastrutture chiave per tutta la Città Metropolitana ed oltre.

In questo contesto, Bassilichi premette che bisogna «procedere con il massimo rispetto dei sestesi», ma anche che «non si può tornare a mettere in discussione opere decise dopo discussioni di quasi vent’anni». Al confronto tra Comune ed imprese lanciato dalla Camera di Commercio dovrebbero partecipare anche Cgil, Cisl e Uil. «Spiegare ancora una volta quanti posti di lavoro in più possa valere la nuova pista di Peretola mi sembra un’offesa all’intelligenza altrui» riflette ancora Bassilichi».

Il presidente della Camera di Commercio, anche a nome delle 18 Grandi aziende, preme ancora sull’acceleratore: «Ognuno deve rispettare gli impegni presi. Da una parte ci sono sì le istituzioni che hanno deliberato le nuove infrastrutture, ma dall’altra anche le aziende che hanno programmato forti investimenti sul territorio, ma solo perché consapevoli di poter contare su svolte chiave come quella dell’aeroporto».

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Posted in Il clan dei fiorentini, imprenditori, resistere sul territorio | Tagged , , , | 168 Comments