“Through flood, fire and fantasy”

Ho aspettato un po’ a scrivere, perché non mi interessa che si capisca a quale specifico episodio mi riferisco.

Non seguendo la cronaca, ho saputo solo qualche giorno dopo, quando mi hanno scritto per dirmi che era successo uno di quegli orrendi fatti che affascinano i giornalisti.

Solo che a questo giro del dado, lei aveva un volto, a differenza di tutte le altre.

Quello che posso provare io di fronte a un fatto del genere, non è affare da blog.

Però ho pensato giusto condividere una riflessione: che lei ha il diritto di essere ricordata, non in quanto vittima, ma per ciò che di bello è stata. E su questo, nessun assassino ha potere. Gli incubi, lasciamoli a chi se li merita.

Non la vedevo da tantissimi anni, ma mi hanno anche mandato una foto di lei, scattata qualche mese prima: era come l’avevo vista quando era ancora una ragazza.

Bella, forte, coraggiosa come allora, quando eravamo ancora entrambi speranza-di-essere, caotica vita in attesa di guai, ma carichi di una sorprendente gioia.

Snella, agile, saggia… seguivamo il mondo insieme, nei meandri delle nostre menti.

Tu quei meandri li disegnavi, con la stilografica dall’inchiostro turchese, il passo instancabile su per i monti e gli occhi rivolti al cielo e in testa la voce di Joan Baez.

A guardare le formiche nell’erba sotto il sole discettando di fuoco, aria, acqua e terra, e penso ad Alice mentre si addormenta sulla riva del fiume.

Ti regalo qualcosa che avresti apprezzato e capito… in fondo anche tu sei venuta dalle montagne, seguita da una scia di api e farfalle.

Venne dalle montagne
senza che nessuno lo sentisse arrivare
alcuni dicono che sia venuto camminando
altri che correva
ma io credo, e non sono nota per dire bugie
che l’unico modo in cui poteva essere venuto
era galleggiando e volando

Nei primi giorni della primavera
abbiamo sentito risuonare le valli
non potevo riposare tranquilla sul cuscino
sapevo che sarebbe arrivato presto
per il sole o per la luna
così son corsa fuori a mettere i lumi
alla mia finestra

Dicono che fosse a navigare
sui lontani mari del sud
e dicono che il freddo vento del nord lo abbia chiamato a sé
dicono che si sia insediato
in un piccolo paese di campagna
lontano da coloro che lo volevano lodare o biasimare

Quando lo abbiamo visto per la prima volta camminare
giù per il fianco del bosco in fiore
con una scia di api e di farfalle che lo seguiva
i fiori sembravano alzarsi e aprire i loro occhi
sporgersi sui loro steli per venirgli incontro

Ci condusse attraverso la boscaglia e le spine
attraverso inondazioni fuoco e fantasia ci portò
finché ci siamo fermati sulla nebbiosa cima di una montagna
dove nessun essere vivente era stato prima di noi

Una gelida mattina d’autunno
ci lasciò senza dirci nulla
ci siamo svegliati e abbiamo visto gli arbusti del bosco in fiamme
sapevamo che il pino ardente
era solo un segno
per farci sapere che lui sarebbe ritornato

Le storie che raccontano di lui riecheggiano ancora
i figli dagli occhi dorati danzano attorno a noi
disse che sarebbe ritornato
ma non ci disse quando
e benediciamo quel giorno di primavera
in cui lui ci trovò

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

In the early days of spring
we heard the valleys ring
and I could not rest easy on my pillow
I knew he’d be here soon
by the sun or by the moon
so I ran to put the lights
in my window

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

They said he’d been out sailing
on far off southern seas
and they said the cold north wind had come to claim him
they said he’d settled down
in some little country town
far away from those who wished to praise or blame him

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

When we first saw him stride
down the blooming woodland  side
with a trail of bees and butterflies behind him
the flowers seemed to rise and open up their eyes
stretch out upon their stalks to find him

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

He led us through brake and he led us through briar
through flood fire and fantasy he bore us
till at last we came to stop on a foggy mountain top
where no living thing had been before us

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

One chilly autumn morning
he left us without warning
we woke to find the forest bushes burning
and we knew the flaming pine
was nothing but a sign
to let us know he would be returning

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

The tales told about him echo with us still
and the golden eyed children dance around us
he said he’d come again
but he didn’t tell us when
and we bless that day in spring
when he found us

He came from the mountains
with no one heard him coming
some say he was walking and some say he was running
but I do believe and I am not known for lying
that the only way that he could come
was floating and flying

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Di monoteismo, idoli e sorelle colme di slancio

Al citofono, una donna chiede pietosamente, “scusi tanto se la disturbo, vorrei lasciare una pubblicazione in cassetta.”

Trattandosi di una voce decisamente non pubblicitaria, le apro il portone.

E così mi trovo in cassetta il Monìtore del Regno della Giustizia della Chiesa di Dio degli Amici dell’Uomo, che – almeno graficamente – somiglia in maniera impressionante a Lotta Comunista.

Per farla breve, si tratta dei seguaci di un certo Ferdinand Louis Alexandre Freytag, che nel 1920 si distaccò dai Testimoni di Geova: costituiscono un affascinante relitto storico, ciò che i Testimoni di Geova sarebbero stati se il presidente Rutherford non avesse avuto l’idea geniale ma tremenda di adottare integralmente i metodi di vendita porta a porta dei venditori di spazzole della Fuller Brush Company.

Sul Monìtore (mi raccomando l’accento), un articolo è dedicato alla storia della diffusione del movimento in imprecisati tempi lontani.

“Durante quattro giorni benedetti”, in una riunione generale a Losanna,

“uno dei commentatori relazionò la testimonianza vivente e meravigliosa lasciata dal re d’Israele Ezechia. Succeduto a numerosi re infedeli e idolatri, questo giovane di venticinque anni fece conoscere al suo popolo il suo intenso desiderio di servire l’Eterno, Lui solo.

In pochi mesi fece demolire tutti gli altari in cui si adoravano gli idoli, ristabilì la casa dell’Eterno e il culto che gli era dovuto […].

palmyra-destructionIl coraggioso esempio di questo giovane pieno di fede fece una profonda impressione su tutta l’assemblea. Fece nascere in molti, il sincero desiderio di divenire più fedeli per essere impiegabili dallo spirito di Dio, e per servire degnamento la santa Assemblea dell’Eterno.

Due sorelle, che avevano la responsabilità di un gruppo, lasciarono la Bretagna per raggiungere un altro campo di attività, nel centro della Francia. Vi giunsero colme di slancio e di coraggio, ma di seguito trovarno davanti a loro delle prove di fede.”

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La luminosa foresta della dialettica

La notte è un gufo con ali di nuvola
le sue piume vetro macinato
il suo sguardo una finestra
appollaiato sulla mia spalla destra
le ali allargate e immense

Se l’oscurità a prima vista sembra devastante
signore di ogni cosa e di ogni luogo,
da qualche parte al suo interno
un nucleo di luce cresce in segreto
quel nucleo contiene la luminosa foresta della dialettica

Attila İlhan
-gözlüklü hamdi’nin notları-

telekleri bütün cam tozu
bakışları camekân
bulut tüylerinden bir baykuştur gece
sağ omzuma tünemiş
dağınık ve kocaman

karanlık ilk bakışta belâlı görünse de
ortalığa egemen ve adamakıllı geniş
içinde bir yerinde
bir ışık çekirdeği büyüyor gizliden
diyalektiğin aydınlık ormanlarını içeren

Attila İlhan
-gözlüklü hamdi’nin notları-

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“Degrado, controlla il vicino. Se c’è”

La maggior parte della specie umana vive in città.

Queste città tendono a somigliarsi tutte, perché sono polarizzate: in Italia, abbiamo così la “zona industriale”, la “zona residenziale” e un centro dedicato variamente a banche e vetrine di giorno, all’industria del divertimento la notte. Lunghi viali permettono di recarsi in auto da una zona all’altra.

Questa zonizzazione la diamo per scontata, finché non scopriamo una diversa possibilità di vita comune.

Solo in quel momento, ci rendiamo conto di come la zonizzazione determini gli aspetti fondamentali della vita comune: la democrazia, l’identità, la solidarietà, la sicurezza.

Insomma, tutte quelle cose che invochiamo rabbiosamente ogni giorno da qualcun altro – politici, media, poliziotti, “istituzioni”, “valori” – dipendono in realtà dal modo in cui viviamo gli spazi del nostro quartiere.

Giulio Gori scrive per la cronaca locale dell’edizione fiorentina del Corriere della Sera.

Un po’ di tempo fa, ha scritto un piccolo reportage su ciò che qui chiamano degrado e movida. Visitando un quartiere residenziale (via Baracca), uno del centro storico (via de’ Vecchietti) e l‘Oltrarno (via delle Caldaie).

L’occhio del cronista guarda soprattutto aspetti di moda nei quotidiani (“sporcizia”, “rumore” e “paura”), e non indaga certo le cause.

Ma se sappiamo guardare oltre, questo articolo riesce a spiegarci di più sul mondo in cui viviamo tutti (non solo a Firenze) di tanti saggi di sociologia.

Notate un particolare significativo: l’Oltrarno, un quartiere in cui un’ampia parte della popolazione è costituita da “stranieri” con redditi bassi, è l’unico in cui non si parla di stranieri. Identità e xenofobia non sono costruzioni intellettuali, sono funzioni urbanistiche come i marciapiedi e i lampioni.

Ma se è così, la politica dovrebbe essere innanzitutto, urbanistica.

Polis non significa forse, città?

“Degrado, controlla il vicino. Se c’è”

Test in tre strade sul piano Nardella che prevede il «controllo di vicinato». Peccato che ci siano più bancomat che abitanti. L’eccezione dell’Oltrarno, dove i residenti fanno ancora rete

di Giulio Gori

In Inghilterra li chiamano Neighborhood Watch: sono gruppi di vicini che si coalizzano per combattere, con le loro segnalazioni, i casi di illegalità, di degrado. Una rete di residenti per difendere la vivibilità di una strada, di una piazza. Al sindaco Dario Nardella l’idea è piaciuta molto, tanto da inserirla nei suoi cento punti per la città. Ma a Firenze il concetto di Neighborhood Watch è applicabile? Ci sono le condizioni per farlo funzionare? Il «vicinato» esiste ancora? Ecco il nostro viaggio in tre vie fiorentine, una in periferia, una in Oltrarno, una nel centro storico; con scenari molto diversi tra di loro.

Via Baracca

La strada è pulita, neanche una cartaccia, Quadrifoglio sembra passato da poco. Ma come il marciapiede si allarga per fare spazio a un’area condominiale, ecco piccole discariche. In via Baracca, nei grandi palazzi del boom edilizio, ci si chiude in casa a doppia mandata. «Da me a Campi, c’è sempre qualcuno che viene a dirti se c’è qualcosa che non gli torna — racconta Alessio, barista — qui invece tra uscio e bottega siamo già estranei». Sui campanelli dei palazzi, ci sono file di cognomi di ogni nazionalità. E dentro gli androni, sporcizia ovunque: muri grigi, fazzoletti e lattine abbandonati. Dietro le porte si respira paura: «No, quando sono sola non apro neanche al postino», scandisce la voce di una donna. La presenza degli stranieri, anche quando si limitano a ritrovarsi in strada a bere birra, aumenta le diffidenze, amplia le distanze con chi vive qui da anni. E la paura prende il sopravvento. Così, tre settimane fa, quando un anziano è stato spintonato sull’Ataf per aver chiesto a uno straniero di farlo passare, nessuno è intervenuto per difenderlo; così, la gente racconta di scippi frequenti, quasi mai denunciati. I negozi, poi, non aiutano a creare una rete di vicinato: showroom dell’arredamento, catene di ristoranti e sale slot: sono 4 in un chilometro. Una quinta ha chiuso, tanto era fitta la concorrenza.

Via delle Caldaie

In questa via stretta dell’Oltrarno di problemi ce ne sono: spaccio, sporcizia, movida molesta. Ma qui, sarà una questione di identità, con le bandiere dei Bianchi che penzolano, i vecchi fiorentini e le nuove famiglie partono lancia in resta ogni volta che qualcosa non torna. Il vicinato «guarda». E alza la voce. Tra appelli, raccolte di firme, cartelli, esposti alle forze dell’ordine. Quando due giovani fornaie si sentivano minacciate da un gruppo di pusher, il macellaio di fronte ritardava la chiusura, la sera, per accompagnarle. Quando di notte qualcuno urina o defeca in strada, dal palazzo di Gucci, la mattina, esce sempre un ragazzo a ripulire con la sistola. E quando, come ieri mattina, spunta un cumulo di vecchi mobili rotti in strada, c’è subito la folla a scattare foto, tanto che il proprietario corre ai ripari per appiccicarci sopra il cartello di Quadrifoglio. E spesso i residenti si affacciano alla finestra per rimproverare chi grida a tarda notte. Anche la notte scorsa, è andata così: davanti al Caffè Notte, un gruppone si è messo a fare cori da stadio dopo le due di notte; è stata una residente ­ le forze dell’ordine, pur chiamate, nessuno le ha viste ­ ad affacciarsi e a farli finalmente smettere.

Contro il Caffè Notte sono arrabbiati in tanti del comitato di via delle Caldaie: «Con la vecchia gestione non succedeva», dice Tommaso, uno dei 30 residenti che hanno chiamato in causa l’assessore Giovanni Bettarini. «Danilo (il vecchio titolare, ndr) sapeva farsi rispettare — si giustificano nel locale — per lui era più facile, perché conosceva tutti e tutti lo conoscevano».

Via de’ Vecchietti

Più di uno sportello bancomat ogni due famiglie. è il primato di via de’ Vecchietti, che in 180 metri conta 5 banche e 9 residenti effettivi. Nei palazzi storici ci sono studi legali, società dedicate alle nuove tecnologie, scuole di lingua. Agli ultimi piani, gli attici da trecento metri quadrati di russi e americani, che qui vengono un mese all’anno. Non è questione di fiorentinità o meno, via de’ Vecchietti è una strada disabitata. Mancano persino i negozi: sono appena quattro, di cui tre d’abbigliamento. L’unica bottega è l’Old England Stores, nata nel 1924: «Qui di giorno il problema sono gli stranieri, spesso i rom — racconta Antonio Marcacci — che arrivano dalle vie più frequentate, girano l’angolo e urinano in strada». La notte, a saracinesche chiuse, i pochi residenti gridano nel vuoto: la via non è di quelle difficili, ma è il passaggio della movida tra la zona di piazza Strozzi e la stazione. Così c’è confusione fino a molto tardi. Alberto e Santina non hanno ancora l’aria condizionata e di notte dormono con le finestre aperte: «Fino alle 4 i ragazzi fanno confusione, dalle 5 arrivano le spazzatrici», sorridono amaro. Difficile fare squadra: sono gli unici abitanti del loro palazzo.

22 luglio 2015.

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Intervista

Le parole sono del cantautore Sydney Carter, che abbiamo già incontrato qui.

La voce è di Franciscus Henri.

Vedo che il video attualmente ha avuto finora esattamente due visualizzazioni, per cui siete dei privilegiati.

Intervista

Dove sei stato tutto il giorno?

A pescare con punti interrogativi.
I pesci che ho preso sono ammucchiati nel cesto.
Ciò che io cerco è più profondo dell’acqua.

Dove sei stato tutta la notte?

A viaggiare oltre la carne, oltre l’osso, per arrivare alla fine al nulla.
Di mattina, faccio il viaggio di ritorno.

Allora, in cosa credi? 

Nulla di fisso né di finale, mentre viaggio lungo un miracolo.
Dubito, eppure cammino sull’acqua.

Ciò è impossibile.

Lo so.
L’improbabile è tutto quello che ti puoi aspettare.
Il naturale è soprannaturale.

E poi, dove andrai?

Come te, mi pongo proprio quella domanda.
So solo viaggiare con la musica.
Sono pieno di curiosità.

 

Interview

Where have you been all day?

Fishing with question marks.

The fish I caught are piled up in the basket.

What I seek is deeper than the water.

Where have you been all night?

Travelling past the flesh, beyond the bone, until I came to nothing.

Back again I travel in the morning.

So what do you believe in?

Nothing fixed or final all the while I travel a miracle.

I doubt, and yet I walk upon the water.

That is impossible

I know it is.
Improbability is all you can expect.
The natural is supernatural.

Where are you going next?

Like you, I ask that
question.
I can only travel with the music.
I am full of curiosity.

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Gli zingari, la morte e i profughi immaginari

Belgrado.

Tre piazze piene, tantissime persone sulle panchine, sedute per terra, in tende, tra l’erba, sul marciapiede.

Un cartello, in arabo, avvisa che tutti sono responsabili insieme della pulizia e dell’ordine dei luoghi.

Un giovane, che sembra un qualunque universitario fiorentino in vacanza, pantaloncini corti e bandana in testa, mi si avvicina con un telefonino in mano.

“Do you speak English? My friend is on the phone, can you talk to him please?”

Confuso dalla bizzarra richiesta, gli chiedo da dove viene.

“Syria, but can you talk to my friend?”

Poi inizia lui stesso a parlare in arabo con il misterioso amico e si allontana, agitatissimo.

Avvicino un gruppo di persone che sembra una normale famiglia italiana di ceto medio.

Padre, madre, bambini, qualche cugino.

Parlano solo arabo.

“Veniamo da Aleppo. Sono dieci giorni che siamo in cammino, attraverso la Turchia e la Grecia. Gran parte lo abbiamo fatto a piedi. Stiamo cercando di raggiungere i nostri parenti in Germania. Siamo curdi. La Siria è finita! E’ tutto mafia!”

Firenze.

Al fontanello di Piazza Tasso. Riempio la bottiglia, accanto a me un signore sui quarant’anni, con un bel sorriso.

“Lei è straniero?” mi chiede.

“No, dica…”

“Ecco, li vede quei giovanotti sulle panchine?”

Attorno, su ogni panchina, ci sono dei giovani, tutti dello stesso tipo: nerissimi, maschi, muscolosi. Concentratissimi, ognuno smanetta su di uno smart phone e si aggiusta gli auricolari.

“Questi li chiamano profughi! E come mai non ci sono donne o bambini? Ma guardi come stanno bene in salute! Come hanno i capelli curati! Il telefonino da centinaia di euro, chi glielo compra? Ma sembro io più profugo io di loro! C’è qualcosa che non torna…”

E in quel momento, mi balena in mente che forse nulla torna.

Tutte le parole che si usano come armi attorno alla “questione dei profughi“, tutte le mezze verità che si tirano in ballo da una parte e dall’altra, i numerini che si agitano trionfali per dimostrare che “gli stranieri” sarebbero pericolosi oppure utili per “noi”… tutto questo non è altro che un ammasso di pregiudizi contrapposti.

Alla radice dei pregiudizi, ci sono parole il cui senso diamo per scontato – “noi”, “stranieri”, “profughi”, “umanità”, “giustizia”, “diritti”, “musulmani”, “identità”, “razzismo”, “Europa”, “accoglienza”. Sono queste parole che ci ingannano e ci confondono.

Per questo, su Comune Info, ho letto oggi con immensa gioia un articolo di Ascanio Celestini sui funerali del capoclan dei Casamonica.

Già il titolo è un colpo ai pre-giudizi, alle cose che si possono e non si possono dire:

“Un dubbio sugli zingari e la morte”

Basta saper vedere, perché vadano in frantumi tutti le false certezze, insieme.

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Nei Balcani (2)

E’ facile ironizzare sui nazionalismi balcanici, dalla comoda posizione degli attuali abitanti dell’Italia.

Costa poco fare gli scettici verso profonde convinzioni che non sono le nostre: se volete un vero esempio di dissacrazione laicista all’opera, prendete una critica cattolica ottecentesca dell’Islam; oppure leggete certi godimenti ortodossi a propositi delle umane fallibilità dei papi.

Soffermiamoci su questo quadro in cui Oton Iveković (1868-1939) ci presenta il  mitico momento noto come Dolazak Hrvata na Jadran, “l’arrivo dei Croati all’Adriatico” (do-laz, od-laz, iz-laz, u-laz, na-laz, pri-laz, le prime parole che si devono imparare leggendo i cartelli, arrivo, partenza, uscita, entrata, presenza, vicinanza…).

Si possono fare molte pulci all’opera, a partire dall’aggettivo che ho scelto io, mitico. Non esiste infatti alcun mito che racconti dell’arrivo dei croati all’Adriatico. Anzi, la diffusione degli “slavi” è uno dei misteri irrisolti della storia, ben più affascinante del triangolo delle Bermude.

Poi, da appassionato lettore dei saggi di Michel Pastoureau sulla storia dei colori, mi sarebbe piaciuto chiedere a Iveković da dove avesse tratto i colori dei vestiti.

Ma questo tipo di disquisizione non controbatte nulla alla bellezza del quadro; alla sensazione incredibile che si prova quando si guarda dall’alto verso lo scenario dalmatico; e se non state facendo gli intellettuali progressisti in perfetta malafede, coglierete in questo quadro anche alcune delle cose fondamentali della nostra esistenza:

monte, acqua, terra, cielo, ferro, uomo, donna, bambino, spada, ascia e nuvola.

Quel momento forse non è mai esistito, ma noi vorremmo che lo fosse.

Casomai, mi permetto di sollevare due obiezioni oblique e ambigue. Che sono le uniche che si possono sollevare in buona fede alla forza della storia.

La prima riguarda l’ineccepibile realismo della scena: è esattamente così che dai monti si vede la costa dalmata, ed è una delle visioni più belle che sia concessa a un mortale.

Invece dalla costa dalmata stessa, non si vede altro che una montagna impenetrabile e brulla, e questo segna un confine reale.

La seconda non è un’obiezione.

E’ solo l’elenco dei nomi dei maestri di Iveković, ricavato – lo ammetto subito – da Wikipedia.

Il primo si chiamava Ferdinand von Quiquerez-Beaujeu ed è nato a Budapest.

Il secondo, Christian Griepenkerl, ed è nato a Oldenburg, in Prussia.

Il terzo, Josef Matyáš Trenkwald, è nato a Praga, e si firmava anche Josef Mathias von Trenkwald quando si sentiva più germanico.

Il quarto, August Eisenmenger, di Vienna.

Il quinto, Izidor Kršnjavi, che a parte il cognome, faceva parte di uno schieramento politico filo-ungherese.

Il sesto, Ferdinand Keller, di Karlsruhe, autore dell’Apoteosi del Kaiser Guglielmo Primo.

Questa successione di nomi-suoni, quattro tedeschi, uno slavo e uno – von Quiquerez-Beaujeu – talmente europeo da risultare indecifrabile, ci ricordano anche che si trattava sempre di persone che potevano permettersi di vivere al di sopra della nazionalità. Anche Julius Evola (autore di cui ho trovato i testi in lingua serba) ricordava da qualche parte con nostalgia l’epoca in cui si potevano varcare le frontiere con un semplice biglietto da visita.

I ricchi perché potevano, i poveri (magari senza biglietto da visita) perché le loro braccia erano desiderate ovunque in tempi premeccanici.

Onestà vuole però che si riconosca che arrivi il momento in cui tutti coloro che da una vita hanno zappato la terra, chiedano a un signore che si fa chiamare Ferdinand von Quiquerez-Beaujeu, nato a Budapest, non se sia un crucco o un magiaro, ma semplicemente se sia dei nostri oppure dei loro.

Chiedendogli magari anche perché, dopo aver dipinto l’Avvento dei croati, avesse dedicato uno dei suoi quadri alla Kosovka devojka, la “ragazza del Kosovo”, che aveva assistito i morenti eroi serbi.

Nell’esatto momento in cui viene posta quella tremenda domanda – cui io non saprei rispondere – finiscono tutti i sogni di meticciato, di integrazione, le Andalucia, le come-era-bella-la-Jugoslavia, gli imperi austroungarici.

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Nei Balcani (1)

Qualche frammento di riflessioni sull’ultimo viaggio attraverso quel continente che chiamano l’ex-Jugoslavia.

Ho sempre trovato strano sentire gente che dice, vado in Croazia, intendendo la costa dalmata.

Il motivo è banale, ma merita di essere ribadito: nessuno “stato croato” ha mai avuto il controllo della costa dalmata fino al 1991; e la Dalmazia si è sempre rivolta verso il mare, come parte di quella affascinante e spesso spietata comunità mercantile che spaziava da Venezia e Genova ad Alessandria, passando per la libera repubblica slavofona di Ragusa.

La riflessione diventa meno banale, se la proiettiamo proprio su Venezia, lo Stato da mar. La città è profondamente italianizzata da un secolo e mezzo (paradossalmente a fantasticare sulle glorie della libera repubblica oggi sono proprio gli italiani da sempre dell’entroterra veneto), ma in fondo non deve quasi nulla della propria storia, almeno fino alla crisi di fine Quattrocento, alla terraferma italica.

Le storie sono andate come sappiamo, di qua e di là dell’Adriatico; ma forse avrebbero potuto andare del tutto diversamente.

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