E di ritorno…

Il commentatore Roberto scrive

“Io però devo dire che la stragrande maggioranza delle persone che conosco è contenta se ha un tetto sulla testa, un piatto di minestra la sera, la ragionevole speranza di mantenere tetto e minestra per se e i propri cari nel futuro e cose di questo tipo. forse sono sfortunato a frequentare persone banali, ma bandiere, inni, frontiere, sovrani, interessano poco e niente.”

Io, a tutto questo con cui concordo e che mi fa sentire maggioranza, vorrei aggiungere l’amore per il nostro mondo, qualunque sia.

L’amore per quel paesaggio, quelle pietre, quegli alberi, quelle persone, quel piccolo scorcio di mondo che ci è dato amare e difendere in questa breve vita.

Come il Carmine, visto attraverso un melograno

blog-carmine2o sotto lo sguardo curioso di un piccione

blog-carmineoppure il nostro Ardiglione, con tutti i suoi secoli di racconti che scorrono come un fiume, da Filippo Lippi figlio del beccaio, a quel marito che scacciò la moglie tutta ignuda di casa la notte, a tutto ciò che non si può raccontare perché si sente dire la notte di corte in corte:

blog-ardiglioneO le sfingi del nostro rione, a due a due:

blog-gattiOppure la croce – quasi irriconoscibile – che un montanaro aretino ha voluto piantare di nascosto, secondo la sua tradizione, nel nostro orto:

blog-giardino-croceInsomma, come dicono i Bianchi:

blog-bianchi

 

 

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“Cordòglio su Twìtter, c’è ànche Fiorèllo”

“Pazzo chi al suo signor contradir vole,
se ben dicesse c’ha veduto il giorno
pieno di stelle e a mezzanotte il sole.

O ch’egli lodi, o voglia altrui far scorno,
di varie voci subito un concento
s’ode accordar di quanti n’ha dintorno;

e chi non ha per umiltà ardimento
la bocca aprir, con tutto il viso applaude
e par che voglia dir: «anch’io consento»

Ludovico Ariosto, La vita del cortigiano

Leggo che nello stesso giorno in cui è morto il partigiano antifascista (vice comandante di piazza a Modena e comandante del 3º Battaglione della 2ª Bgt Italia) Padre Gabriele Amorth, è morto anche Carlo Azeglio Ciampi. Alla giusta età, e siamo certi con cure mediche ottime, per cui una morte così, c’è da augurarcela tutti da soli e fare fuochi d’artificio quando capita.

Non spetta certo a me giudicare un funzionario che ha funzionato per un certo periodo, facendo da amministratore di un condominio in mano a ben altri padroni.

Se sono successe cose buone negli anni della sua funzione, non è merito suo; e se ne sono successe di brutte, non è colpa sua.

Lo riscatta comunque la vicenda di suo figlio, che ci rivela una commovente attenzione ai rapporti familiari nel nostro altrimenti arido burocrate.

Quello che è invece affascinante è la retorica che circonda la sua scomparsa. Perché ci rivela molto sulla macchina mediatica, cosa ben più significativa del signore che tale macchina oggi celebra e domani dimentica.

Ho fatto una semplice raccolta dei titoli presenti stamattina, verso le 10, sul sito di Repubblica.

Di particolare interesse gli ultimi due: un signore, che fa il facile e ben retribuito mestiere di  Bastian Contrario critica il defunto. Dandogli, siamo certi, un’importanza che non si meritava (i funzionari funzionano, mica fanno la storia), ma i Bastian Contrari hanno sempre bisogno di personalizzare le cose e dirlo in una battuta veloce.

Non sappiamo nemmeno dove il Bastian Contrario abbia contrarieggiato, sospettiamo su Twitter che è pure gratis e ci sta anche il vinaio di quartiere; ma la solita folla di cortigiani che segue con spionesco accanimento l’account del Bastian Contrario urla, esposto! in galera!” (qui potete seguire un’esilarante serie di brevissime cortigianate di vari politici).

Ma ecco le prefiche di Repubblica al lavoro.

Ci vorrebbe qualcuno in grado di musicarne il testo.

Mi piace in particolare il ritmo di questa: “Cordòglio su Twìtter, c’è ànche Fiorèllo“, che ricorda Dagli atri muscosi, dai fori cadenti…

“Addio a Ciampi, il presidente dell’orgoglio
Fotostoria Da Bankitalia al Colle / Le frasi del suo settennato
Il figlio dell’ottico che sognò un Paese pacificato
RepTv Giannini “Testimone di un’Italia e un’Europa mai nate”
Videoracconto Banchiere, europeista, patriota e presidente di tutti
Oggi la camera ardente al Senato – Moneta unica, la sua eredità
A Umberto Gentiloni 4 mesi fa: “Così il 2 giugno festa di tutti”
Una vita insieme all’amata Franca
Gli incontri con i potenti del mondo
Cordoglio su Twitter, c’è anche Fiorello
Quando telefonò a “Viva Radio 2″
Il discorso per i caduti di Nassiriya
L’insediamento da presidente al Quirinale
La frase: “Andare incontro a chi protesta”
Ai giovani “Aiutate gli altri vi arricchirete”
La commozione pensando a Franca
I valori: “Credo nella dignità delle persone”
A Livorno proclamato il lutto cittadino
Nella sua Toscana
Il presidente dell’articolo 9
ENGLISH The quiet man
Archivio Il rapporto con Calogero: “Quei mesi nella Resistenza in Abruzzo, lezione di libertà”
Mattarella: “Un grande italiano, grazie a lui a testa alta in Europa”
Draghi: “Un riferimento morale e civile”
Sergio Mattarella con Carlo Azeglio Ciampi
Renzi: ha servito il paese con passione
Il cordoglio dal Papa a Napolitano e Prodi
Audio Capital Prodi: “Un grande uomo”
Morte Ciampi, l’insulto di Salvini: “Un traditore dell’Italia e degli italiani”
Pd: “Parole miserevoli”
Zanda: “Esposto in procura”

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Riciclaggio a chilometri zero e ciclo virtuoso per vincere la sfida globale

Come sapete, la Sfida Globale è quella cosa che dice che se vogliamo avere abbastanza soldi per continuare a riempire i nostri inceneritori di aggeggini cinesi con cui farci i selfie, dobbiamo Coniugare Tradizione e Innovazione, e far fare sempre più figli alla feconda coppia.

In questo settore la Toscana ha dimostrato di sapersi collocare ai primi posti.

Un gruppo di imprenditori della nostra regione ha avuto infatti l’idea di creare un ciclo virtuoso in grado di far copulare tutti insieme la salvaguardia del tessuto industriale, le antiche tradizioni culinarie, il paesaggio e il turismo, in un’ottica di riciclaggio a chilometri zero.

Dovete sapere che c’è un bellissimo borgo, Castelfalfi, con un territorio tre volte quello del principato di Monaco, che è stato acquistato in blocco dalla ditta tedesca TUI AG, la più grande azienda turistica del pianeta. E pensare che hanno cominciato gestendo le miniere di carbone dello stato prussiano, privatizzate nel 1923, sotto il nome – fino a tempi recenti – di Preussag, le cui fabbriche hanno riempito di piombo e cadmio alcuni distretti della Germania.

Ma i tempi e i mestieri cambiano, e Castelfalfi è diventato un condominio per i divertimenti estivi di facoltosi imprenditori tedeschi, alla ricerca di “cibo sano e scenari sorprendenti per vivere al meglio la Toscana più autentica.”

blogger-castelfalfiIl popolo di Castelfalfi dopo aver vinto la sfida globale

La zona, come ci informa La Nazione, è

Una vera bomboniera amata da turisti stranieri e italiani, a caccia di panorami mozzafiato ed eccellenze enogastronomiche. Un angolo di paradiso da investimenti milionari

I facoltosi imprenditori tedeschi sono soliti calare sul vicino Montaione per rifornirsi del rinomato pane non salato locale: così rinomato che Montaione si vende al mondo come Città del Pane. Il sito visitmontaione.com infatti poetifica così:

Un territorio da vivere, da scoprire, ma soprattutto da assaggiare. A Montaione troverete infatti una vasta scelta di prodotti tipici da degustare in occasione dei mercatini che si svolgono nel centro storico o approfittando dei tanti ristoranti del territorio. A Montaione, la vacanza è servita!

Il mitico pane locale si fa con il mitico grano locale, che a quanto pare nasce appunto da una geniale coniugazione di Tradizione e di Innovazione.

Infatti, pare che certi industriali della zona siano abituati a conferire i loro sottoprodotti più innominabili, innovativi e repellenti a una ditta di Pisa che pratica prezzi assai concorrenziali.

La ditta di Pisa a sua volta pratica una filosofia di chilometri zero, infatti questi prodotti li scarica a tonnellate direttamente su alcuni campi di Montaione, i cui proprietari vengono lautamente retribuiti. E uniscono l’utile all’utile, facendo crescere rigoroso il grano su queste grandi discariche tossiche.

Purtroppo siamo nell’Italia dei lacci e dei lacciuoli, dove pochi sanno apprezzare una geniale idea imprenditoriale. E così, invece di farli cavalieri del lavoro, di imprenditori ne hanno arrestati sei ieri:

Secondo quanto spiegato dalla gdf in una nota, le indagini hanno permesso di scoprire “una ramificata organizzazione criminale composta da imprenditori operanti per lo più in territorio toscano (nelle province di Pistoia, Lucca e Pisa)”, titolari di aziende “collegate con imprese dell’area campana gravitanti nell’orbita dei clan dei Casalesi e della cosca Belforte del comune di Marcinise (Caserta)”.

In particolare, un’impresa di Pescia avrebbe smaltito illecitamente, attraverso una “ripulitura” fittizia e l’incenerimento, scarti di lavorazione provenienti dal ciclo produttivo della carta (pulper), contenenti sostanze chimiche molto nocive per la salute, interponendosi tra due importanti cartiere della Lucchesia – i cui titolari risultano tra gli indagati – e i vari impianti di smaltimento di Lucca, Livorno, Terni e Brescia.

montaione

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Confessioni di un amore segreto, lungo una vita

The downland where the kestrels hover —
The downland had him for a lover.

Le terre di calcare dove volano i gheppi
le terre di calcare lo avevano come amante

Avevo forse undici anni, quando mi misi a sfogliare una grossa antologia di poesia in lingua inglese. Dove comparivano semplicemente i nomi dei poeti e qualche esempio delle loro opere, senza contesto e senza che si precisasse nemmeno di che paese fossero.

In tutto quel grande volume, restai colpito da un unico brano, che descriveva una caccia alla volpe.

Un paio di pagine, forse, che erano le più intense che avessi mai letto. Ci sono molte cose su cui non ho le idee chiare, ma so che quel brano doveva appartenere all‘opera più bella mai scritta da un essere umano.

Il libro scomparve; per anni cercai di ritrovarlo, a Roma, a Perugia, in ogni dove, ma non l’ho mai ritrovato.

Cercai quel libro persino in Messico, in un grigio giorno di febbraio mentre guardavo un colibrì su un albero.

Però mi ero imparato a memoria un unico verso:

“The fox raced on, on the headlands firm, where his swift feet scared the coupling worm ;
The rooks rose raving to curse him raw,
He snarled a sneer at their swoop and caw”

Che potremmo tradurre, penosamente, “la volpe corse e corse ancora sull’altura ferma, dove i suoi piedi veloci spaventarono i vermi che si accoppiavano; le cornacchie si alzarono per maledirlo, ma lui mandò un ghigno al loro volare in picchiata e ai loro versi”.

Solo che nell’0riginale, vi assicuro, suona molto meglio.

Per decenni, queste parole mi rimasero dentro, come una salvaguardia contro tutti quelli che offendono la meraviglia della lingua inglese, confondendola con le app del welfare day. L’amore per England è forte quanto l’odio per il British Empire e tutte le sue cosmopolite emanazioni.

Voi sapete quanto siano vani gli sforzi per far entrare la letteratura in testa ai giovani giustamente recalcitranti.

Immaginatevi invece qualcuno come me, impermeabile a qualunque pressione scolastica, che per decenni conservi vive dentro la testa alcune parole di cui non conosce la storia, e magari si sveglia la notte chiedendosi dove potrà ritrovarle.

Poi arriva Internet, e digito le parole che mi erano rimaste in memoria, e scopro che quelle parole volpe appartenevano a un lungo scritto di John Masefield, poeta inglese vissuto tra l’Ottocento e quasi gli anni in cui io stesso l’avevo letto, visto che è morto nel 1967.

Marinaio a diciott’anni in Cile, vissuto a New York, vagabondo e poeta di corte…

Morto, scopro da Wikipedia, con un testamento molto nordico:

Let no religious rite be done or read
In any place for me when I am dead,
But burn my body into ash, and scatter
The ash in secret into running water,
Or on the windy down, and let none see;
And then thank God that there’s an end of me.

Che non si compia e non si legga alcun rito religioso
per me quando muoio
che il mio corpo sia arso in cenere e disperdete
in segreto la cenere nell’acqua corrente,
oppure sulla ventosa terra di calcare, e che nessuno veda
e poi grazie a Dio, lì sarò finito.

L’opera che aveva segnato la mia vita, scopro, si chiamava Reynard the Fox or the Ghost Heath Run, e fu scritta nel 1919.

Vengo a sapere che era qualcosa di molto più complesso delle poche pagine che avevo letto tanti anni fa. Nel libro – stampato certo a grandi caratteri – fanno trecentonovantadue pagine, e le parti che ho passato queste notti a leggere sono straordinarie, quanto lo era il frammento che conobbi allora.

E’ il racconto di un’unica giornata di caccia alla volpe, in un luogo della provincia inglese ai confini con il Galles.

Nella prima parte, si descrive la vita e la storia di ogni cacciatore e dei contadini che vi assistono. Una descrizione che non è solo psicologica, ma di corpi e di vita, che sa cogliere anche i modi in cui le tre figlie sopravvivono alla furia del padre, lo squire, il signore locale:

For he was terrible in wrath,
And smashed whatever came to hand.
Two things he failed to understand,
The foreigner and what was new.

Che era terribile nella sua ira,
e faceva a pezzo ogni cosa che gli capitava sotto mano.
Due cose non riusciva a comprendere,
il forestiero e ciò che era nuovo.

Strano, la prima cosa che mi viene in mente sono i poeti arabi delle mu’allaqat, che raccontarono dei loro eroi, cacciatori, amanti e animali nei secoli prima dell’Islam (“dissi al lupo, tu fai così poco quanto me, ottieni così poco quanto me. Ciò che otteniamo, diamo via, è così che restiamo magri”); in luoghi decisamente diversi dal Herefordshire del primo Novecento, eppure Imru al-Qays e Masefield hanno entrambi saputo farci sentire intimamente parte di tempi scomparsi.

A pommle cob came trotting up,
Round-bellied like a drinking-cup,
Bearing on back a pommle man.
Round-bellied like a drinking-can,
The clergyman from Condicote.
His face was scarlet from his trot,
His white hair bobbed about his head
As halos do round clergy dead.

Un tozzo cavallino arrivò al trotto, con la pancia tonda come una coppa,
portando sul dorso un uomo tozzo.
Dalla pancia tonda come una coppa, il chierico di Condicote.
La sua facccia tutta rossa dal trotto, i capelli bianchi attorno alla testa,
come le aureole attorno ai chierici morti.

Persone diverse, complesse, ciascuna con una propria storia, violente, generose, stupide, degne di compassione, sensibili, che quel giorno vogliono uccidere:

His daughter Madge on foot, flush-cheekt.
In broken hat and boots that leakt,
With bits of hay all over her.
Her plain face grinning at the stir
(A broad pale face, snub-nosed, with speckles
Of sandy eyebrows sprinkt with freckles),

Sua figlia Madge, a piedi, dalle guance rosse.
Con il cappello bucato e stivali che perdevano,
pezzi di fieno su tutto il suo corpo
Un viso semplice che sorrideva alle redini
(un largo viso pallido, dal naso schiacciato, con
ciglia color sabbia macchiate da nei)

Ma quello che più  colpisce – come nelle mu’allaqat – è la capacità di rendere vive cose che per noi appartengono a mondi lontanissimi: cavalli, attrezzi, stalle, cani, tutto ciò che è, per dirla con la profonda espressione inglese, game.

In un attimo, Masefield ci porta dentro a mondi che ci sembrano lontanissimi, eppure che sono il mondo, se ci liberiamo da quella sorta di afasia e cecità egocentrica, di allucinata prigionia cementizia ed elettronica che oggi chiamiamo condizione umana.

I criminali che costruirono l’Impero Britannico, già secoli fa, si dovettero giustificare nel loro inno, chiedendo quasi scusa nel parificare il rural reign ai luoghi dei loro delitti:

To thee belongs the rural reign,
Thy cities shall with commerce shine;
All thine, shall be the subject main,
And ev’ry shore it circles thine.

A te appartiene il regno delle campagne,
le tue città scintilleranno di commercio,
tutto tuo sarà l’assoggettato mare
e ogni sponda che esso circonda, sarà tuo.

Nella seconda parte del poema di Masefield, si descrive la caccia stessa, una corsa di dieci miglia.

E qui vi dico che ho conosciuto un poeta all’altezza di Masefield, solo che né io né forse nessun altro ne ricorda il nome.

Era un carrettiere siracusano, già anziano verso il 1985, che ci raccontò delle gare dei carrettieri siracusani contro quelli catanesi, per la Scala Greca di Siracusa, descrivendo ogni singolo dettaglio, ogni momento della corsa, ogni gesto dei cavalli e dei cavalieri. Mio Dio, avessi potuto registrare le sue parole, non ci sarebbe oggi bisogno di studiare Omero.

Perché questa è la ricchezza universale della nostra parte, di tutti coloro che amano così profondamente il proprio spicchio di mondo, da cogliervi l’infinito, diventando così di colpo più universali dei giacobini.

Masefield  sa distinguere ogni siepe, ruscello, albero, fiore, frammento, e mentre leggi, capisci che questo mondo in cui gli dèi ci hanno concesso di vivere, è un unico immenso miracolo:

At the sixth green field came the long slow climb
To the Mourne End Wood, as old as time ;
Yew woods dark, where they cut for bows,
Oak woods green with the mistletoes.
Dark woods evil, but burrowed deep
With a brock’s earth strong, where a fox might sleep.

Al sesto campo verde iniziò la lunga lenta ascesa
al bosco di Mourne End, vecchio come il tempo;
boschi di tasso oscuro, che tagliavano per ricavarne archi,
querceti verdi con vischio
oscuri boschi malefici, ma scavati nel profondo
con la tana forte di un tasso, dove una volpe poteva dormire.

Dentro queste dieci miglia di sanguinaria corsa, vive una storia immensa, perché in ogni angolo è successo qualcosa in secoli passati, e ogni luogo ha un nome:

The moan of the three great firs in the wind
And the “Ai” of the foxhounds died behind ;
Wind-dapples followed the hill-wind’s breath
On the Kill Down Gorge where the Danes found death.

Il lamento dei tre grandi abeti nel vento
e l'”Ai!” dei cani da volpe si spense;
piccole onde di vento seguivano il soffio del vento della collina
su Kill Down Gorge dove i danesi avevano incontrato la morte.

 Ma la caccia la si descrive quasi interamente dalla parte della volpe:

On old Cold Crendon’s windy tops
Grows wintrily Blown Hilcote Copse,
Wind-bitten beech with badger baiTows,
Where brocks eat wasp -grubs with their marrows,
And foxes lie on short-grassed turf,
Nose between paws, to hear the surf
Of wind in the beeches drowsily.

Sulle vecchie cime ventose di Cold Crendon
cresce invernale il boschetto di Blown Hilcote Copse
il faggio morso dal vento con le tane del tasso
dove i tassi mangiano le larve di vespa con i loro midolli
e le volpi giacciono sull’erba corta,
naso tra le zampe, ascoltando la voce lenta
del vento tra i faggi.

Solo Henry Williamson – non a caso anche lui inglese – è riuscito a immedesimarsi così profondamente nell’essenza di un essere vivente non umano.

Senza alcuna concessione ai sentimentalismi dei nostri tempi, perché la volpe è un essere assolutamente feroce, nella sua fame, nella sua paura e anche nei suoi amori: percepisce la lontana presenza della femmina, “A faint rank taint like April coming, It cocked his ears and his blood went drumming”, “un debole fetido odore come aprile che arriva, gli fece rizzare le orecchie e il suo sangue si mise a tambureggiare”. Solo che rank non è esattamente “fetido”, come ci suggerisce il vocabolario, è più vivo e animale, e in questo sta la sensibilità diversa di un mondo meno giudicante di quello latino.

He heard the owl go hunting by
And the shriek of the mouse the owl made die,
And the purr of the owl as he tore the red
Strings from between his claws and fed ;
The smack of joy of the horny lips
Marbled green with the blobby strips.

Udì la civetta che passava cacciando
e lo strillo del topo che la civetta faceva morire
e le fusa della civetta mentre strappava le rosse
corde tra i suoi artigli e mangiava;
quello schiocco di gioia tra le labbra di corno
marmorizzate di verde strisciato”.

 Tutti i protagonisti di quella caccia, umani e non umani, sono ormai morti da tanti anni, e questo credo che renda relativa la gioia con cui gli umani si recano in taverna alla fine:

We’ve had a run that was great and strange;
And to kill in the end, at dusk, on grass.

 Abbiamo avuto una corsa che è stata grande e strana,
e uccidere alla fine, al crepuscolo, sull’erba

Mentre per il Nemico dell’Uomo,

Then the moon came quiet and flooded full
Light and beauty on clouds like wool,
On a feasted fox at rest from hunting,
In the beech-wood grey where the brocks were
grunting.

Venne allora silenziosa la luna e inondò piena
di luce e di bellezza su nuvole come lana
su di una volpe sazia a riposo dalla caccia
in un faggeto dove si udiva il grugnito dei tassi.

reynard

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Profughi, mostri e bufale

Qui abbiamo sempre più la sensazione che ci sia qualcosa che non vada nello scambio di insulti tra opposte tifoserie, ogni volta che si parla della “questione dei profughi“.

Come se metà del pubblico sugli spalti stesse gridando, “Forza Juve” e l’altra metà, “Forza Lazio”, con tutti a dire la loro su rigori, assist e calci d’angolo, mentre dentro il campo  si stesse svolgendo una corsa di cavalli.

Ed è proprio così, come ci spiega molto semplicemente Gabriele Del Grande, che probabilmente è la persona che si è più impegnata, in questi anni, proprio a fianco dei migranti.

Leggete molto attentamente, perché ci va di mezzo il nostro futuro – pensiamo all’impatto della “questione profughi” sul referendum inglese o sulle elezioni in Austria o sui rapporti tra Europa e Turchia.

Ci sarebbe da discutere sulla semplicità della soluzione che Grandi propone, ma almeno si inquadra correttamente il problema.

Ringraziamo Rossana per la segnalazione.

“Abbiamo creato un mostro! ”
di Gabriele Del Grande

C’è gente che una volta faceva le manifestazioni antirazziste e oggi difende a spada tratta il sistema d’accoglienza (ideato da Maroni con l’emergenza Nord Africa)!

Mi riferisco al surreale dibattito tra pro-terremotati e pro-immigrati. Premesso che i terremotati vorremmo tutti vederli in una nuova casa quanto prima, il sistema di accoglienza italiano è indifendibile!

Lo dice uno che crede nella libertà di movimento.

E lo dicono tanti di quelli che ci lavorano, ma sottovoce per non essere fraintesi. Sapete cosa mi disse una volta in privato uno dei padri del Servizio Centrale a Roma? “Abbiamo creato un mostro! Un sistema di welfare parallelo. I più onesti si sono comprati le case!

Pochi mesi dopo, esplose lo scandalo di Mafia Capitale.

E guardate che non sono uno che si scandalizza per i 35 euro. Se un servizio funziona, per me può costare dieci volte tanto. Ma questo servizio non funziona! Perché è tutta la procedura che non ha senso.

Un trentenne di Lagos decide di emigrare dallo zio a Milano. L’ambasciata italiana gli nega il visto. La famiglia investe cinquemila euro per mandarlo via terra in Libia e da lì fargli attraversare il Mediterraneo sperando arrivi vivo. Ce la fa, ma in Sicilia scopre che l’unico modo per avere un permesso di soggiorno è chiedere asilo politico perché è entrato illegalmente in frontiera. Impara a memoria una storia falsa: l’infanzia da orfano, lo zio cattivo, un mandato d’arresto, il poliziotto corrotto. La Commissione che deve decidere sulla sua storia gli dà appuntamento un anno e mezzo dopo. Nell’attesa viene trasferito in una pensione in qualche paesino montano. Nel frattempo gli è vietato lavorare e gli è vietato ricongiungersi con i figli e la moglie, in compenso può fare volontariato e imparare l’italiano. Dopo un anno e mezzo la Commissione lo riceve e gli nega l’asilo politico perché non sussistono i requisiti giuridici. L’avvocato gli consiglia di fare ricorso, è gratuito, devono solo inventarsi una storia un po’ più credibile. Passa un altro anno. Il tribunale conferma il diniego. E così, due anni e mezzo dopo il suo arrivo, il trentenne di Lagos riceve l’ordine di allontanarsi dal territorio e lascia la pensione del paesino. Prende il primo treno per Milano e va a bussare alla porta dello zio, senza documenti e senza lavoro. Esattamente come se fosse sbarcato il giorno prima.

Se tre anni prima l’ambasciata italiana a Lagos gli avesse rilasciato un visto di turismo e ricerca lavoro (visto che ad oggi non esiste), quella stessa persona avrebbe investito i suoi cinquemila euro non nella mafia libica del contrabbando ma per mantenersi a Milano durante i sei mesi di durata del visto. E se avesse trovato un lavoretto magari avrebbe potuto rinnovare il visto di altri sei mesi in Questura (oggi è impossibile convertire un visto) e infine avere un permesso di lavoro l’anno dopo (altra procedura oggi impossibile).

L’italiano l’avrebbe imparato presso le scuole serali che nel frattempo il governo avrebbe dotato di nuovi finanziamenti (magari!). E se invece non avesse trovato il lavoro che cercava, anziché fare ricorso se ne sarebbe ritornato a Lagos o sarebbe andato a Berlino, sapendo che a Milano sarebbe potuto tornare in ogni momento.

Tre quarti delle centomila persone oggi in accoglienza non avranno nessun permesso di soggiorno come rifugiati politici. Tenteranno il ricorso per guadagnare tempo, ma sarà inutile. Servirà solo ai tanti avvocati che si sono precipitati sull’affare. Col gratuito patrocinio un ricorso vale sui cinquecento euro. Cosa mi dicono gli avvocati che ne fanno cento o duecento l’anno? Mettici pure una conferenza sul diritto d’asilo e sei a posto. Non è per i soldi. Per me se fai bene il tuo lavoro puoi guadagnare anche un milione. Ma se porti a casa cinquantamila euro di ricorsi farsa pagati dai contribuenti pubblici io la chiamo per quello che è: una truffa. In questo momento ci sono almeno 15mila ricorsi pendenti.

Nessuno ha il coraggio di dire che sono per tre quarti dei casi delle farse, ricorsi fotocopia, storie imparate a memoria prima di partire e ripassate nei centri di accoglienza. Perché? Perché è l’unico modo per avere una carta per lavorare nell’Europa razzista di oggi.

Non ce l’ho con chi mente. Io farei lo stesso al loro posto. Ce l’ho con una procedura insensata, che costa alla collettività miliardi di euro e che potrebbe essere cambiata in tre passaggi, salvando vite umane e risparmiando soldi.

Perché non si potenziano le Commissioni per l’Asilo in modo da dare risposte certe nel giro di una o due settimane? E soprattutto perché non si danno alle Ambasciate strumenti per rilasciare visti per ricerca lavoro e alle Questure strumenti per convertire i visti in permessi?

Liberate le frontiere e chiudete gli alberghi. Date alla gente la possibilità di spostarsi e di farlo in modo dignitoso, come abbiamo fatto noi cinque milioni di italiani che viviamo all’estero e come hanno fatto il 99% dei cinque milioni di emigrati che vivono in Italia.

L’accoglienza lasciamola ai terremotati veri, quelli che hanno perso tutto. Siano quelli di Amatrice o quelli di Aleppo, di Raqqa, di Mosul, di Kandahar, di Kabul, di Sanaa, di Mogadiscio. Perché l’asilo politico è una cosa molto seria ed è la misura di una civiltà giuridica.

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Negazionismo a Repubblica: i dinosauri non sono mai esistiti!

Leggo stamattina sul sito di Repubblica questa interessante notizia:

fossile-repubblica

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Strafatti di République

E’ ufficiale.

Il signor  Valls fa uso dell’eroina di Francia, prodotta nei migliori laboratori di Marsiglia, proprio come ai bei vecchi tempi.

valls-eroina

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Lavori forzati, bandiere tricolori, profughi immaginari e altre amenità

Torreglia è un comune di 6000 abitanti in provincia di Padova, nota per la scuola di danza sacra dell’ex-lapdancer convertita, suora Anna.

Come tanti piccoli comuni d’Italia, ha avuto la sua razione di “profughi” (usiamo le virgolette perché il termine significa in realtà richiedenti asilo), mollati lì dall’alto, con l’ordine di arrangiarsi.

A gennaio, una fonte decisamente rancorosa dava queste informazioni, che comunque sembrano credibili (a parte che gli ospiti ci sembrano africani “neri” e non “nordafricani”):

“A Torreglia, ad esempio, i 39 nordafricani ospitati a spese dei contribuenti in due villette di Torreglia Alta, di proprietà di due fratelli affaristi di Abano, grazie ad un protocollo sottoscritto tra la Prefettura, la cooperativa Ecofficina che si occupa dell’accoglienza, il Comune e la Caritas parrocchiale puliscono la chiesa, la canonica, il patronato e Villa Immacolata, il Centro di Spiritualità della Diocesi sul Rua.”

Precisiamo che la Cooperativa Ecofficina è attualmente sotto inchiesta per la miracolosa capacità di prendersi quasi tutti gli appalti per “profughi” nel Veneto.

Comunque, il fatto che i “profughi” puliscano chiesa, canonica e quant’altro, ci aiuta anche a capire perché la parrocchia di Torreglia, già diversi mesi prima, lanciava una campagna per “favorire le micro accoglienze diffuse sul territorio”,

Gli operatori delle cooperative offrono un sostegno e accompagnamento professionale, i volontari della Caritas favoriscono percorsi di integrazione attraverso esperienze di amicizia e relazione (insegnare a farsi da mangiare, qualche passeggiata o partita di calcio, incontro di scambio con i giovani del territorio, accompagnamento a conoscere i servizi del territorio).”

Nella non lontana città di Pordenone, a luglio, il sindaco ha avuto una trovata che merita di essere citata in pieno.

Il Comune di Pordenone farà lavorare gratis, per “piccole manutenzioni” e per quattro ore al giorno, una cinquantina di “profughi”:

Ogni accompagnatore italiano avrà una pettorina gialla con una bandiera italiana e la scritta “facilitatore” mentre lo straniero avrà una pettorina rossa con la scritta “volontario gratuito”., che andranno in giro con una ben visibile divisa gialla e una bandiera tricolore […].

[i richiedenti asilo] Non percepiranno denaro perchè già vengono elargiti 31 euro per l’accoglienza di ciascuno di loro.”

Non ho le cifre precise per Pordenone, ma in genere, in questi casi, oltre il 90% di quei “31 euro” non vanno al presunto profugo, bensì alle italianissime cooperative che si sono inventate un nuovo mestiere.

Anche il sindaco di Torreglia decide che far lavorare gratis i negri è una bella idea, e lancia l’iniziativa Puliamo Torreglia (prima persona plurale, come in armiamoci e partite).

Come sia andata a finire, ce lo raccontano due esilaranti video.

Dal primo, opera di una certa Ilaria Dalle Palle, apprendiamo che i profughi sono dei grandi lavativi, che si rifiutano di lavorare e preferiscono restare nella loro “enorme villa con parco, e all’interno c’è anche una piscina”.

Molto più interessante quest’altro video, di Tg Padova.

In pratica, si è scoperto che quasi tutte le richieste di asilo presentate dagli ospite di Torreglia sono state respinte, per il semplice fatto che i richiedenti non provenivano da zone di guerra. E infatti (ma mi posso sbagliare), il ragazzo intervistato sembra provenire, per accento e aspetto, dal pacifico e democratico Senegal.

Ora, questi qui hanno rischiato la vita, fingendo di provenire da chissà dove, per trovare una precaria sopravvivenza in un’Europa in crisi. Hanno, insomma, avuto il coraggio di sfidare la morte, che manca ad altre centinaia e centinaia di milioni di persone che vorrebbero sfuggire a un’esistenza diventata invivibile, in un pianeta che affoga.

Se non sono tutti qui, è perché di mezzo c’è un mare e molti squali. Quelli che ce l’hanno fatta, sono i meno lavativi del mondo.

Questi ragazzi non sono certo arrivati, come prospetta la parrocchia di Torreglia, per

imparare a farsi da mangiare, qualche passeggiata o partita di calcio, incontro di scambio con i giovani del territorio

e nemmeno per fare campagna elettorale al sindaco.

Vogliono documenti.

E così, hanno deciso di fare lo sciopero del lavoro gratuito.

Ma al Comune, apprendiamo, “non accettano questa protesta”, perché il Comune ha firmato un accordo con tutti (“cooperativa Ecofficina, prefettura..”) tranne i diretti interessati. E così il Comune chiede alla Prefettura di intervenire, nella speranza che esista da qualche parte una legge che obblighi i negri a lavorare gratis.

Il bello è che a questa notizia, ci sono arrivato tramite un sito rancoroso, che questa volta si lamenta perché i “clandestini” non avrebbero voglia di lavorare. E questo chiude un po’ il cerchio, visto che siamo partiti dal sito rancoroso che si lamentava perché lavoravano troppo.

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