Crimini contro l’umanità

Sicuramente ognuno di voi conosce qualche Mostro reo di crimini contro l’umanità, a partire dal giovin sgozzatore dell’Isis, fino ad arrivare – secondo le antipatizzazioni personali – a Renzi, Grillo, Salvini, la Boldrini o Trump.

Siccome conosco solo superficialmente Renzi, e gli altri non li ho mai incontrati, mi limito a raccontarvi di alcune persone che stanno lavorando davvero per trasformare il futuro dei nostri figli in un inferno.

Ora, noi, per quel poco che ci possiamo capire, sappiamo che più si spreca, si affumica, si consuma, più salato sarà il conto per i nostri figli. Qualcuno dice che camperanno parecchio peggio di noi, qualcuno dice che creperanno tutti.

Mancandoci la macchina del tempo, non possiamo certo dire chi abbia ragione. Però il problema di fondo è assolutamente lampante.

La prima rea di crimini contro l’umanità è una signora nostra, incinta al settimo mese, che se ne sta sulla panchina a fumarsi una decina di sigarette nel giro di un paio d’ore (“i’ddottore m’ha detto che fino a tre al giorno ne posso fumare!”).

Poi, siccome oggi si fa la festa dello sport del quartiere da noi e tocca concludere con un’orgiastica merenda, c’è un signore che tira fuori tutti i piatti di plastica possibile, e li mette a disposizione dei bambini, che poi li disseminano per il giardino. E quando vado in giro a raccoglierli, faccio presente ai babbi che io li devo raccogliere, e quelli, che non si sognano di raccoglierli loro, mi rispondono, “eh son bambini!”

Il terzo criminale contro l’umanità – anzi i terzi – sono alcuni babbi che, siccome si fanno vedere di rado perché lavorano troppo, decidono il fine settimana che devono accompagnare i figlioli alla partita di calcio, così si sentono meno in colpa.

E va a finire che ci vanno con sei macchine, a portare undici giocatori. Ne sarebbero bastate la metà. E se tutti al mondo avessero ragionato allo stesso modo, magari quegli undici giocatori sarebbero campati qualche anno in più in buona salute.

C’è davvero da sentirsi, come dice Jorgen Randers, un uomo depresso con un viso sorridente.

Ma domani, se avrete il coraggio di riaprire questo blog, vi presenterò il peggiore di tutti i criminali.

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Arriva l’AIRQino!

Oggi ci arriva, firmato da due funzionari, il permesso di installare una brutta cassetta di plastica, grande più o meno quanto una scatola di scarpe, con attaccato un cavetto come quello di un caricabatterie da cellulare.

AIRQinoL’autorizzazione, Protocollo 313231, in risposta a Protocollo 308772 (ma giustamente si fa cenno anche alla nostra proposta originale, la 308536), è arrivata in tempi brevissimi, grazie all’impegno di una funzionaria che dice, “mi garba i’mmi lavoro!

La scatolina si chiama AIRQino, ed è l’invenzione di un gruppo di inventori pazzi che lavora all‘Ibimet o Istituto di Biometeorologia del CNR, con sede presso l’Osservatorio Ximeniano.

L’Osservatorio è un luogo molto fiorentino: messo in piedi da uno scienziato gesuita nel Settecento, pieno di strani attrezzi antichi e con una vista eccezionale sul centro di Firenze.

??????????Il piccolo gruppo di ricercatori è praticamente quanto l’Italia abbia da schierare in prima linea contro i nemici invisibili che minacciano di distruggere il pianeta, a partire dai cambiamenti climatici, per cui è un po’ preoccupante sentire le condizioni di precariato e di tagli in cui devono operare.

Ma nonostante tutto, sono riusciti a lanciare un progetto con la Regione Toscana. Ci hanno provato pure con l’Europa, che ha risposto che non avrebbero sganciato un euro, perché è un progetto originale, e quindi non c’è niente con cui confrontarlo.

Molto in breve, la scatolina permette di monitorare i principali inquinanti dell’aria, più il CO2, mandando i dati a un computer che li rende disponibili a intervalli di due di minuti. Dove noi, per quel poco che ci capiamo, possiamo vederli subito.

Una bella alternativa alle poche e costosissime centraline ufficiali, che permette a tutti di avere un’idea chiara delle condizioni ambientali del posto preciso in cui stanno. La scatolina costa qualche migliaio di euro, ma solo perché ne esistono venti al mondo: se ce ne fossero un migliaio, ciascuna costerebbe pochissimo.

Questa scatolina, per quanto piccola, ha anche il vantaggio di essere visibile, e quindi di suscitare curiosità tra le famiglie che vengono al nostro giardino.

Infatti, per noi, è un pezzo della nostra diabolica strategia complessiva.

Questo inverno, inizieremo un corso di teatro per bambini piccoli, incentrato sui rifiuti, che se ci pensate, lì c’è tutto – dalle risorse che saccheggiamo, al fatto che il prodotto ultimo di tutta la nostra civiltà sono le discariche. Però poi (vedere il mondo in una goccia) anche avere quel barlume, che se vedi un rifiuto per terra nel giardino, lo raccogli, perché non esiste nessun altro che lo farà al posto tuo.

Rifletterci permette di spaziare dalla crisi globale alla capacità di assumersi la responsabilità di spegnere una luce superflua in casa (il massimo onore per un genitore, avere la figlia che lo rimpovera perché ne ha lasciata una accesa).

O magari quel momento magico, in cui il bambino si rende conto che non serve una strisciata gigante di dentrificio  – come quelle che fanno vedere nelle pubblicità – per lavarsi i denti.

toothpasteil quantitativo pubblicitario

correct-amount-of-toothpasteil quantitativo giusto

Nel frattempo, il nostro agronomo riavvia l’orto. Che è davvero piccolo, ma permette di capire che il cibo non nasce sugli scaffali della Conad.

La nostra storica dell’arte invece porterà i bambini e le famiglie a scoprire le Margini – le edicole sacre a ogni angolo del gonfalone del Drago Verde – e i dipinti e gli oratori e sopratutto le storie delle persone di questi luoghi. Perché non importa dove sei nato: importa assumersi la responsabilità della storia, delle pietre, delle piante.

Solo questo ti fa dei nostri, non certo la genetica.

E la scatolina ci permette di assumerci anche la responsabilità dell’aria che respiriamo.

Ma ecco Alessandro Zaldei, dell’Ibimet, che spiega meglio l’attrezzo, che speriamo di montare al più presto. Video non eccezionale, un po’ lunghetto, ma si capisce. E vorremo tanto che idee simili nascessero anche altrove.

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L’assordante silenzio dei commercialisti

A Las Vegas, la più grande strage con armi da fuoco nella storia statunitense.

Questa volta non si può nascondere l’evidenza: il massacratore è un COMMERCIALISTA.

Ma nemmeno una parola di condanna oggi sul sito del Consiglio Nazionale dei Commercialisti e degli Esperti Contabili.

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PostModerni e TransModerni

Il commentatore Moi, gran collezionista di bizzarrie, ci segnala un episodio avvenuto l’altro giorno a Londra.

I media di destra italiani, molto compiaciuti, parlano in sostanza di una rissa tra femministe “militanti del movimenti TERF” e transessuali/transgender, a proposito dell’uso dei bagni delle donne.

Cerco di approfondire, e trovo che la faccenda ha risvolti interessanti.

Innanzitutto, non esiste alcun “movimento TERF”, che è semplicemente un insulto (trans-exclusionary radical feminists, oppure più retoricamente, trans-exterminationist radical feminists).

photo-01-08-2015-21-09-57 photo-09-06-2015-11-36-21Poi scopro che non c’è stata una rissa, c’è stata un’aggressione da parte di un militante trans (uso l’abbreviazione per non dover scegliere tra “transessuale” e “transgender”) contro una signora sessantenne.

Cerco la signora in rete, e scopro che non si tratta di una persona con fissazioni ideologiche: Maria MacLachlan è una donna lucida, colta, molto anglosassone che sa ragionare e si è fatta un sacco di nemici criticando l’omeopatia. Di gender si interessa da pochi mesi e dice lei stessa di non avere le idee chiare.

mariaMaria MacLachlan

L’episodio in sé è stato insignificante: un trans incappucciato ha distrutto la macchina fotografica con cui la MacLachlan lo stava riprendendo.

Quello che invece è interessante è il contesto: alcune donne avevano cercato di organizzare un dibattito, ascoltando tutte le voci, sull’imminente Gender Recognition Act, che permetterà a chiunque di scegliere il proprio gender tramite una semplice autocertificazione: che poi è la vera questione, quella dei “bagni” di cui parlano divertiti i media ne è una semplice conseguenza.

La biblioteca che avrebbe dovuto ospitare l’evento è stata costretta dalle minacce ricevute a ritirare il permesso per il dibattito. Alla fine, l’organizzatrice ha ottenuta una sala, che doveva restare segreta fino all’ultimo momento, dando semplicemente un appuntamento a tutte a Hyde Park un’ora prima. Dove gli attivisti mascherati di Action for Trans Health si sono messi a inveire; dopo l’aggressione, hanno seguito le donne  e si sono schierati davanti alla sala per tutto il tempo del dibattito, gridando slogan.

Ho conosciuto soltanto due trans, che io sappia: molti anni fa, una persona dai modi e aspetto graziosamente femminili, con grandi capacità artistiche, che si presentò come donna e scomparve appena una sua ex-compagna di classe la riconobbe; e la geniale e creativa Helena Velena.

Non ho la minima idea del loro vissuto, delle loro motivazioni o di “cosa si sentono”, quindi non entro in merito alla questione in sé.

Ma recentemente, un mio amico mi ha fatto riflettere su un altro aspetto.

E’ un uomo non più giovane, molto sensibile e ritirato, che vive da solo.

Un giorno conosce un ambiente di trans, che gli spiegano che i suoi problemi nascerebbero da una disforia di genere. E che li risolverà tutti, quando sarà riuscito a tirare fuori la donna che c’è in lui. Così lui inizia una lunga procedura chimica per cambiare sesso, stimolato, spinto, incoraggiato e coccolato dal gruppo; ma a un certo punto si rende conto che sta subendo un condizionamento intensivo da parte di quella che è sostanzialmente una setta, e decide di smettere.

Metto insieme questi pochi dati, per tirare fuori una teoria, che potrebbe benissimo essere sbagliata, ma le teorie servono per essere discusse.

Innanzitutto, diamo per scontato che esistano persone che realmente sentono di trovarsi nel “corpo sbagliato”, come riconosceva anche l’ayatollah Khomeini.

Però su questa base, ho il sospetto che si sia innestato in tempi recenti qualcosa di completamente diverso, un’ennesima variante della Terapia Universale Americana.

E’ un tema che ha trattato con grande rigore, documentazione e abilità narrativa Ethan Watters, sottolineando – cosa importante nel nostro contesto – anche il meccanismo con cui le malattie psicologiche tipicamente statunitensi vengono esportate nel mondo: l’americanizzazione dell’anoressia a Hong Kong è un tema affascinante (e tragico per molte persone coinvolte).

Sostanzialmente, gli esseri umani hanno tante insoddisfazioni di ogni sorta. Nel 2014, uno studio dell’American College Health Association rivelò che il 54% degli studenti universitari erano affetti da “overwhelming anxiety“, un’ansia travolgente.

“Una vasta oscurità si stende di fronte alle nostre anime; le percezioni delle nostre menti sono oscure come quelle della nostra vista… Ma ahimè, quando abbiamo ottenuto ciò a cui miravamo, quando il lontano ‘là’ diventa il ‘qui’ presente, tutto cambia; siamo poveri e circoscritti come sempre, e le nostre anime ancora soffrono per l’irraggiungibile felicità“.

Così scriveva Goethe, nei Dolori del giovane Werther. Due anni dopo, nella Dichiarazione di Indipendenza, gli Stati Uniti avrebbero dichiarato fondante l’irraggiungibile:

“We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.

La Terapia Universale postula che le insoddisfazioni abbiano tutte un’unica causa: esiste insomma un Unico Problema.

All’Unico Problema risponde un’Unica Soluzione.

La definizione esatta del Problema/Soluzione varia di anno in anno, ma il meccanismo è sempre uguale.

C’è qualcosa di poco chiaro che ti rode dentro?

Siamo tutti incasinati, ma accetta Gesù e sarai felice!

jesusSiamo tutti vittime di abusi sessuali subiti nell’infanzia e rimossi, basta ricordarli et voilà!

C’è un engram in te, Scientology ti libera!

Qualcuno si ricorderà quando, un paio di decenni fa, andava di moda l’abuso rituale satanico: un enorme numero di persone si “ricordava” improvvisamente di essere stata trascinata, durante la propria infanzia, dai genitori a partecipare a riti satanici con orge e sacrifici umani.

satanic ritual abuse newspapers landscapeA questa onda fece seguito quella della memoria ritrovata di abusi incestuosi/pedofili, secondo un’applicazione meccanicamente americana della teoria freudiana (ricordiamo che Freud stesso rimase perplesso di essere diventato una sorta di Messia nel nuovo continente):

hai un problema? E’ la prova che covi un ricordo rimosso; il fatto che non lo ricordi è la prova che l’hai rimosso; i ricordi rimossi riguardano sempre traumi sessuali infantili; e adesso io psicoterapeuta ti interrogo finché non ti ricordi che all’età di un anno tuo zio ti ha violentata, e poi ti aiuto a ottenere un megarisarcimento in tribunale, e l’ergastolo per tuo zio.

Su questo blog, abbiamo seguito una terrificante ricaduta italiana di entrambe queste follie, a Rignano Flaminio, che ha trascinato in carcere persone innocenti e ha sicuramente inciso pesantemente sulle vite dei ventuno bambini coinvolti.

Oggi la Terapia Universale Americana ti pone sempre come Vittima. Ora, le vittime di abusi sessuali reali esistono. Ma quando la Terapia Universale colpisce, tutti diventano vittime di abusi sessuali (tra l’altro togliendo spazio alle vere vittime).

E’ quello che succede, meno drammaticamente, con la dislessia. Che è un disturbo autentico, ma statisticamente molto ridotto e di cui i tanti autonominati “esperti” sanno pochissimo, per il semplice motivo che nessuno ci capisce.

Tutti abbiamo qualche “disturbo”, a partire da me, cioè qualcosa che ci distingue dalla media, semplicemente perché l’Essere Umano Medio non esiste e gli esseri umani, a dispetto della Costituzione degli Stati Uniti, non solo non sono tutti uguali, ma sono tutti diversi.

Oggi, la Terapia Universale stabilisce che ogni problema scolastico sarebbe dovuto alla dislessia; e siccome la grande maggioranza degli alunni al mondo qualche problemino ce l’ha, e la diagnosi di dislessia offre diverse facilitazioni pratiche, ecco che improvvisamente milioni di alunni diventano dislessici.

come-si-cura-la-dislessia_640x480La Terapia Universale Americana richiede la certificazione di parte.

E’ il terapeuta a certificare che il ragazzo ha subito abusi trent’anni fa; chi osa contestarlo sta infierendo su una vittima. E lo stesso avviene con la dislessia.

La famiglia paga me, terapeuta, per avere un certificato che dice che il ragazzo è dislessico. E se la scuola dovesse mai averci da ridire, sarebbe una brutale violenza, appunto, contro un povero ragazzo dislessico.

La famiglia ricorre a un terapeuta per farsi dire che il proprio figlio è dislessico, non certo per sapere che magari ha qualche altro disturbo non contemplato dai regolamenti scolastici. E questo il terapeuta – che già fa un mestiere precario, dove il pane quotidiano arriva a sprazzi – lo sa bene.

dislessiajpgDalla certificazione del terapeuta di parte, si passa facilmente all’autocertificazione, che peraltro è il punto decisivo in discussione (o in aggressione) nella storiella con cui abbiamo iniziato questo post. Infatti, in questione, non c’è il mio diritto di dire mi sento diverso dagli altri maschi e mi piace avere le tette, che ci sta benissimo; ma quello assai più discutibile di dire, io sono una donna, che non è una categoria emotiva o psicologica, ma fisiologica. E qui potremmo facilmente toccare un altro argomento, che è la smaterializzazione dei nostri tempi, ma lasciamo per ora stare.

Però l’autocertificazione si adatta molto bene a un altra ondata contemporanea, sempre molto legata agli Stati Uniti: il Postmodernismo, di cui abbiamo già ampiamente parlato. Il nocciolo: siccome la realtà è inconoscibile, conta solo il discorso. Ciò che raccontiamo di noi stessi è l’unica “verità”; e proprio perché è tale, non esiste il diritto di metterla in dubbio.

Io dico che sono un ippopotamo, quindi lo sono e non devo fare alcun ragionamento per dimostrarlo. Se tu, parlando, lo neghi, ferisci il mio discorso, cioè tutto ciò che sono, e quindi io ho il diritto di impedirti di parlare.

Infatti, i militanti trans di Londra accusano le femministe di “indurre dei giovani trans a suicidarsi” mettendo in dubbio la loro autocertificazione come donne, per cui le femministe devono essere messe a tacere (e qualche femminista giustamente nota che quello di minacciare il suicidio è un classico metodo maschile di manipolazione, non che manchino anche metodi femminili).

Gli anglosassoni, che per secoli hanno esaltato la libertà di parola, scoprono oggi per la prima volta il passatempo storico dei latini, che consiste nel prendere a sprangate sui denti quelli che la pensano diversamente da loro. E’ il concetto che in Inghilterra chiamano No Platform! E’ curioso notare che il luogo scelto per passare al postmodernismo non dialogante, sia proprio Hyde Park, il luogo dedicato da sempre alla libertà di parola: un interessante romanzo di Chesterton inizia proprio con la predicazione di un improbabile musulmano a Hyde Park.

speakers-corner-006Speaker’s Corner, Hyde Park

Tutto questo (postmodernismo e dislessia) ci riporta alle istituzioni dedite alla formazione, scuole e università. E qui subentra un altro fenomeno decisivo.

Abbiamo già passato la cresta dell’onda, e stiamo cominciando a scivolare giù per il Dirupo di Seneca, un fatto che provoca due conseguenze interessanti. Da una parte, siamo convinti che esistano risorse infinite a disposizione di tutti. Dall’altra, sappiamo benissimo che non esiste un futuro per cui prepararci, almeno come lo intendevano i nostri nonni.

L’effetto sulle istituzioni accademiche è automatico: smettono di essere luoghi di formazione e diventano sempre di più luoghi in cui si distribuiscono risorse. Ma siccome le risorse materiali diminuiscono, si distribuiscono sempre più risorse simboliche, che vengono concesse secondo una precisa graduatoria vittimistica. Il vittimismo sostituisce quindi tante altre cose che in passato creavano gruppi umani – idee politiche o religiose ad esempio.

Contemporaneamente, la curva crescente delle regole, di cui abbiamo parlato in un post precedente, ha portato nel 2013 i dipartimenti della Giustizia e dell’Educazione a trasformare il divieto di comportamento obiettivamente offensivi nel divieto di espressioni verbali ritenute unwelcome, cioè soggettivamente sgradite: un’interessante convergenza tra istituzioni e decostruttori postmodernisti.

Un altro elemento ancora è il ritorno all’automutilazione, prassi assai rara storicamente in Europa, dopo gli Unni.

paracas_skulls_thumbTeschi di Paracas

Che qui ci interessa, in quanto oggi milioni di persone ritengono normale modificare in maniera irreversibile il proprio corpo, in base a un capriccio del momento.

body-modifications-bizarreTroppo tardi per cambiare idea…

Ecco, mettiamo insieme tutti questi elementi, e presentiamo la nostra piccola teoria.

Innanzitutto, ripeto, escludiamo completamente la piccola categoria dei “veri” trans storici.

Ipotizziamo che vi sia un improvviso aumento nel numero di aspiranti trans negli ultimi anni – questo richiederebbe studi statistici che non sono in grado di fare. Si tratterebbe sempre di una minorantissima minoranza, ovviamente, ma abbastanza numerosa da risultare significativa.

Sarebbero in massima parte maschi eterosessuali. E non si tratterebbe di persone che hanno una reale disforia di genere, ma di giovani che hanno qualche problema.

babiesstorkuna terf: sai come si fanno i bambini?

io: quando due mamme si amano tanto, una mette il proprio pene nella vagina dell’altra e nove mesi dopo le cicogne lasciano un bellissimo mucchietto senza genere”

Terapeuti, amici e proselitizzanti vari – magari in perfetta buona fede – direbbero ai giovani con qualche disagio che tutti i problemi nascono sempre dalla stessa causa, e che la soluzione consiste in una buona dose di ormoni.

Per vari motivi storici, i tabù sessuali del passato, almeno in certi ambienti, sono decaduti; ma è decaduto anche il tremendo tabù di compiere trasformazioni irreversibili sul proprio corpo. In fondo, è uno dei motivi del successo dell’Isis e di Boko Haram, che sono andati ben oltre il piercing o l’autocastrazione.

Suicide-bombers-remains-1 resti di un attentatore suicida in Nigeria

Come in tutti i gruppi in qualche modo “religiosi”, l’idea di fondo deve essere sacralizzata, e quindi indiscutibile. E l’indiscutibilità si ottiene in due modi: prima, perché con le vittime non si discute (“se aprite bocca, ci suicidiamo!”), secondo perché quella che possiamo chiamare elasticamente ideologia postmoderna, permette di mettere a tacere l’avversario.

Ripeto, è una teoria. Sicuramente sbaglio in parecchi punti.

Ma la libertà di parola esiste e deve esistere.

Non per sparare sciocchezze, ma per affinare insieme il nostro avvicinamento all’inafferrabile verità.

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Viene la muerte cantando

Viene la muerte luciendo
mil llamativos colores
ven dame un beso pelona
que ando huérfano de amores.

El mundo es una arenita
y el sol es otra chispita
y a mi me encuentran tomando
con la muerte y ella invita.

No le temo a la muerte
mas le temo a la vida
como cuesta morirse
cuando el alma anda herida.

Dicen que van a asustarme
llevándome a tu presencia
si estas durmiendo en mi vida
es natural si despiertas.

Se va la muerte cantando
por entre las nopaleras
en que quedamos pelona
me llevas o no me llevas.

No le temo a la muerte
mas le temo a la vida
como cuesta morirse
cuando el alma anda herida.
Se va la muerte cantando
por entre las nopaleras
en que quedamos pelona
me llevas o no me llevas.

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I fucilieri dell’Argonne, un post di Ugo Bardi

Ugo Bardi di Cassandra’s Legacy ci regala in anteprima galattica questo post, un po’ fuori luogo sul suo blog dedicato ai grandi temi energetici/ambientali dei nostri tempi, ma di sicuro interesse per i nostri lettori.

Ricordiamo che Ugo Bardi è tante cose, non ultimo, è autore di The Seneca Effect, che analizza i meccanismi dei collassi ecologici e sociali.

Siccome in questo blog i commentatori non me ne lasciano passare una liscia (e fanno benissimo, è la base dell’evoluzione), sono sicuro che sapranno fare le pulci anche all’ottimo Ugo. Vediamo cosa viene fuori.

I fucilieri dell’Argonne

di Ugo Bardi

FucilieriArgonneUna volta, i vecchi libri si vendevano. Ora si regalano e, se nessuno li vuole, si buttano via. “I Fucilieri delle Argonne” è un libro del 1950 trovato su una bancarella di libri in regalo all’aperto in un giorno di pioggia e miracolosamente salvato dal diventare cartapesta. Così, me lo sono portato a casa e me lo sono anche letto; non saprei dire esattamente per quale ragione, forse la stessa per cui certe volte ti porti a casa un gattino bagnato trovato per strada.

Una delle prime cose che noti di questo romanzo è che è tratto da un film invece del contrario, come ci sembrerebbe normale oggi. Ma, a quell’epoca, evidentemente i romanzi erano un genere di intrattenimento diffuso abbastanza da valer la pena di crearne uno partendo dalla trama di un film. E così è per questo curioso romanzo che sembra in effetti essere stato creato non traducendo la sceneggiatura del film, ma da qualcuno che ha visto il film doppiato in italiano e lo ha descritto in forma di testo. Il risultato è spesso una curiosa storpiatura dei nomi, per esempio leggiamo di “Murfi” per un personaggio che si doveva evidentemente chiamare “Murphy”. Nel retrocopertina, leggiamo che il titolo originale era “THE FIGHTING GYTH.” Questo ti può causare un certo grattamento di testa finché non ti rendi conto che è una storpiatura di “the fighting 69th” (forse la persona che ha guardato il film era un po’ miope).

Ma, a parte queste ingenuità linguistiche, rimane un punto di fondo. Questo è un romanzo scritto da un professionista e si sente. L’autore, Carola Prosperi (1883-1981) risulta aver “pubblicato circa 2.800 novelle e più di 35 romanzi” secondo Wikipedia. Di tutta quest’opera corposa non ci ricordiamo assolutamente niente ma, se per caso uno dei suoi romanzi riemerge ai nostri tempi, beh, si fa ancora leggere.

Questo dei fucilieri delle Argonne è la storia di un piccolo criminale di New York che vive di spacconeria e codardia ma che, alla fine, si redime morendo eroicamente in battaglia. E’ una storia semplice, un tantino schematica, scritta con uno stile decisamente pesante. Ma è qui che si sente la mano del professionista. E’ la magia del romanzo: la storia che si dipana, la ricerca che porta a trovare qualcosa, il viaggio che porta in qualche luogo, la sfida che viene vinta. Non sarà un grande romanzo, ma si legge.

MinaretodiJamVeniamo ora ai nostri tempi, un altro romanzo di guerra che ho letto recentemente. “Il Minareto di Jam” è un romanzo del 2017 scritto da Gianfranco Michelini. E’ una storia enormemente più ambiziosa di quella di Carola Prosperi. Si vede che l’autore sa di cosa parla: la guerra in Afghanistan. E si vede che è una persona colta, raffinata, e che ha studiato e letto molto: Michelini cita Ibn Arabi, Omar Kayam, Giami di Herat e altri. Parla di Seneca, menziona l’eroe algerino Abd Al-Qadir, e molto di più. Per non parlare delle descrizioni dettagliate della cultura e degli usi delle popolazioni locali.

Bene, però c’è un problema con questo libro, e non solo con l’orribile copertina. Questo non è un romanzo. Piuttosto, lo definirei una guida turistica dell’Afghanistan dei nostri tempi. E’ quello che un turista estremo (molto, molto estremo) troverebbe in Afghanistan se lo volesse veramente visitare. Sparatorie, inseguimenti, bombardamenti, massacri vari, il tutto intervallato dall’apparizione di qualche bella donna locale o importata. Ma non c’è una vera storia.

In realtà, “Il Minareto Jam” comincia bene, con una sfida per un gruppo di eroi che ci vengono presentati: ritrovare un tal Rachid, prima persona normale, cittadino italiano felicemente sposato, poi convertito al fanatismo islamico e fuggito in Afghanistan. Ma poi, il romanzo si perde in un infinita serie di eventi scollegati. Di Rachid non sentiamo più parlare fino a pagina 244, quando compare quasi per caso, blaterando banalità sull’Islam e sulla responsabilità personale. Viene poi ammazzato poco dopo dall’improbabile personaggio femminile che va sotto il nome di “Sima”, prima buona, poi cattiva, poi di nuovo buona, e finalmente cattiva definitivamente, subito prima di suicidarsi – e di tutto questo non si sa perché.

“Il Minareto di Jam” è che è il primo romanzo di Gianfranco Michelini e, come si dice sempre, le cose sarebbero andate meglio se avessi costruito il secondo modello per primo. Ma, a parte questo, il problema è molto più generale. Come ho ragionato in un altro post, il romanzo come forma letteraria di comunicazione si è estinto in occidente negli anni 1980-1990. Non abbiamo più una letteratura, abbiamo dei bestseller – una cosa ben diversa. Non leggiamo più romanzi, leggiamo guide turistiche e libri di cucina. Perché è successo? Beh, non lo so, ma ho il dubbio atroce che in occidente non abbiamo più niente di interessante da dire.

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Le regole in discesa

Ci sono stati molti commenti, anche sanamente critici, ai concetti che ho espresso nel post sull‘Effetto Seneca e le prostitute a Firenze. Come spesso capita, i commenti sono anche trasbordati altrove, comunque mi hanno aiutato a chiarire meglio i concetti.

Esistono due linee: quella della risorse e quella delle regole per gestire le risorse e il loro utilizzo.

La linea delle risorse è definita anche dal rapporto tra fonti disponibili, costi di estrazione e scarti, e fin qui stiamo parlando di temi che altri hanno sviluppato con molta più competenza di me: è quello che si vede comunque nella Piana di Firenze, dove l’ultima risorsa territoriale viene consumata contemporaneamente da un inceneritore, da un nuovo aeroporto e dall’espansione dell’autostrada, poi ci si strozza.

Limitiamoci a parlare comunque delle risorse disponibili per le istituzioni. In Italia oggi abbiamo superato il picco e sta iniziando la discesa. E per quanto siano immensi gli sprechi e la corruzione, non è vero – come sostengono alcuni militanti politici – che “i soldi ci sono, basta ridistribuirli”.

Quando le risorse diminuiscono, si inizia a tagliare sempre dal basso: ad esempio sul numero di custodi che tengono aperto un museo di secondaria importanza o su una linea di autobus poco frequentata.

Questo vuol dire che magari si continua per un bel po’ a investire in aeroporti giganteschi o sistemi missilistici, che colpiscono l’attenzione generale, mentre i tagli sembrano locali.

Thomas Homer-Dixon ha dedicato uno straordinario capitolo di The Upside of Down agli studi degli archeologi sul degrado degli acquedotti romani in Provenza, dove si vede esattamente questo meccanismo: un po’ più di calcare che si accumula anno dopo anno, perché c’è un po’ meno manutenzione, un privato che ci fa un forellino per annaffiare il proprio campo e così via fino al collasso dell’intero sistema.

Ma forse perché chi si occupa di queste cose proviene in genere dalle scienze biologiche, chimiche o climatiche, non si pensa molto al rapporto di tutto questo con le istituzioni che organizzano tutto.

Infatti, le regole, studiate per tempi di maggiori risorse, continuano a valere e si scontrano con le nuove esigenze: rendendo quindi catastrofica quella che in altre condizioni poteva sembrare una dolce scivolata verso il basso.

Da cinque anni vivo profondamente immerso in una realtà amministrativa molto locale e piccola, quella del Centro Storico di Firenze.

Alcuni mi contestano che sarebbe una realtà unica, completamente diverse da tutte le altre d’Italia e d’Europa. Può darsi, posso solo dire che è l’unica realtà che io conosco bene. E a naso, sospetto che altrove non sia in realtà così diverso, visto che i rigorosi meccanismi che operano qui sono gli stessi di tutto il resto d’Italia, e dovrebbero dare gli stessi effetti.

L’altro giorno, leggo che sette funzionari della Direzione Ambiente del Comune di Firenze sono stati rinviati a giudizio.

Non voglio entrare in merito, e semplificherò alcuni dettagli, sperando di non offendere nessuno.

Ci sono molte migliaia di alberio a Firenze, piantati  in tempi in cui i Comuni potevano spendere di più.

Su quell’abbondanza, sono state costruite delle regole, che richiedono un’attenta cura di ogni singolo albero, per evitare che si ammali o che cada in testa ai passanti.

Poi arrivano i tagli. E così si decide che ci sono cose più importanti degli alberi.

Arrivano meno fondi, i mezzi che si hanno si deteriorano e non si sostituiscono, qualcuno va in pensione e nessuno viene assunto, al posto dei giardinieri esperti arrivano cooperative rimediate tra disperati… insomma, piano piano si finisce per ridurre drasticamente i controlli sugli alberi.

Un giorno, un ramo di uno delle migliaia di alberi che si trovano in un grande parco cade in testa a due persone, uccidendole.

Quindi la potenziale responsabilità dei funzionari dell’Ambiente diventa anche penale.

La regola ideata per i tempi di abbondanza li obbliga quindi ad agire in emergenza.

Così corrono a sistemare tutti gli alberi di Firenze. Ma non avendo più i mezzi per farlo, chiamano persone senza la minima esperienza, a fare l’unica cosa possibile – segare rami a caso, capitozzandoli come si dice.

Così sulla carta risulta che gli alberi sono stati controllati e che l’ufficio ha seguito le regole e nessuno finisce in galera.

Solo che la capitozzatura è una delle pratiche più dannose immaginabili. Si toglie il ramo che potrebbe cascare, e si mette a rischio la stabilità di tutto l’albero.

Anche i platani vengono segati e gettati nelle chippatrici, immense macchine che tritano tutto, lanciando polveri e frammenti ovunque: peccato che Firenze sia un focolaio del cosiddetto “cancro colorato del platano” che si trasmette per contatto tra un platano e l’altro, motivo per cui esistono norme molto rigorose per l’eliminazione dei resti dei platani stessi. Mentre la dispersione dei resti dei platani non fa altro che propagare la malattia.

chippatricechippatrice all’opera

Passano tre anni, e quest’estate cade un grande ippocastano (non so se per capitozzature passate), fortunatamente senza ferire nessuno.

Ma il rischio è stato grosso, e le regole obbligano il sindaco a prendere subito delle misure.

Così vengono tagliati alberi a centinaia, in base a un visual tree assessment (in italiano, un’occhiata).

La gente protesta, e dai tanti esposti, nasce un’inchiesta della Magistratura, con le seguenti motivazioni.

1) i funzionari non avrebbero svolto, in questi anni, tutti i lavori di controllo e manutenzione richiesti dalle regole

2) non avrebbero seguito la regola che richiede l’autorizzazione della Soprintendenza per ogni singolo taglio nell’area del Centro Storico

3) avrebbero abbattuto anche alberi che si potevano salvare con un trattamento molto meno radicale.

Le buone intenzioni dei funzionari sono indiscutibili.

Sono pagati per salvare le capre (i cittadini) e i cavoli (gli alberi).

Una volta avevano le risorse per farlo.

Adesso non ce le hanno più, e quindi finiscono inevitabilmente sotto processo, perché non possono salvare entrambi. Finiscono sotto processo, sia per ciò che fanno che per ciò non fanno.

Allo stesso modo, nessuno discute le buone intenzioni del direttore degli Uffizi, il troppo energico tedesco Elke Schmidt, che da anni combatte il fenomeno dei bagarini che comprano in blocco tutti i biglietti che permettono l’ingresso in giornata al Museo e li rivendono al doppio del prezzo ai turisti.

Schmidt ha avuto l’idea di piazzare un altoparlante che mandava messaggi mettendo in guardia i turisti.

Mai prendere un’iniziativa: nella primavera del 2016 gli arriva una multa di 295 euro per ‘pubblicità fonica non autorizzata’ che paga subito di tasca propria.

E ieri, gli è arrivata un’altra multa, questa volta di oltre 2.300 euro, per “omesso versamento Cimp, vale a dire il Canone installazione mezzi pubblicitari”.

Quando si dice che i funzionari pubblici sarebbero svogliati, il motivo non è sempre e solo la pigrizia.

Se le risorse diminuiscono, ma le regole restano immutate, il funzionario può salvarsi da processi e persecuzioni soltanto in uno di due modi.

Deve firmare un testo in cui inasprisce al massimo le regole e poi impone a qualcun altro di metterle in atto. Passa cioè il cerino, facendo vedere che lui stesso comunque è apposto.

Il problema scoppia quando il cerino arriva all’ultimo della fila.

Lì esistono soltanto due soluzioni: l’illegalità o la chiusura dell’attività stessa.

Moltissime cose vengono fatte nell’illegalità, senza per questo essere necessariamente immorali: è illegale mettere altoparlanti antibagarini agli Uffizi, è illegale tagliare un albero senza essersi accertati che sia davvero da abbattere.

Semplicemente, se dovesse succedere qualcosa, quello che rimane con il cerino si prende tutti i processi per aver agito in maniera che sapeva essere illegale (e lo si può dimostrare, grazie a tutti i documenti con cui quelli a monte gli hanno passato il cerino).

L’alternativa ovviamente è la chiusura pura e semplice, come succede in innumerevoli migliaia di piccoli casi. Una chiusura ufficiale, ma anche una semplice chiusura in emergenza con nastro bianco e rosso.

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, resistere sul territorio, Storia, imperi e domini, urbanistica | Tagged , , , , , , | 48 Comments

L’incedere dei luoghi comuni

Si discuteva con il commentatore Peucezio. Io sostenevo che l’ordinanza del sindaco di Firenze che vieta la prostituzione, qualunque cosa se ne pensi, è soprattutto un indizio di come i politici, tutti, siano costretti a rincorrere sciocchezze, visto che non possono fare niente di concreto.

Peucezio, in un commento che taglio un po’, dice

C’è qualcosa di profondo dietro il moralismo che si fa in questi anni sul sesso e che qualche decennio fa non si faceva. Poi puoi dirmi che dietro ci sono strutture legate alle risorse o ai meccanismi di funzionamento della società, ma bisogna capire come mai queste hanno bisogno di un sesso più controllato e con una serie di nuovi tabù (la prostituzione, la sessualità minorile, tendenzialmente anche l’adulterio, già stigmatizzato nelle società anglosassoni e molto mal visto ormai anche da noi, perché violi un patto, menti, ecc.).

Insomma, non è un discorso da eludere secondo me, perché la sessualità attiene a una sfera molto profonda e primaria dell’essere umano, quindi è fondamentale, credo, capire quali sono i meccanismi profondi che la condizionano.

Nardella ha detto che gli premeva colpire lo sfruttamento del corpo delle donne e la schiavitù sessuale.
Avrebbe potuto dire che gli premeva difendere il decoro delle strade.
Oppure che gli premeva tutelare la virtù dei padri di famiglia.
Non sono scelte indifferenti, sono sintomi.

Concordo.

Ogni epoca ha dei luoghi comuni, nel senso letterale: cioè una serie di cose su cui quasi tutti sono d’accordo, o fanno finta di esserlo. E i grandi scontri avvengono quasi sempre dentro la citazione di luoghi comuni.

Per dire, a un italiano medio, il discorso che fa uno sciita in guerra con i sunniti sembra uguale al discorso che fa un sunnita contro gli sciiti.

Chi non si è mai interessato di teologia trova i discorsi dei cattolici e degli anabattisti più o meno intercambiabili.

Ma c’è un luogo comune che io trovo particolarmente interessante, perché è talmente vicino a noi, che è incredibile pensare che ce ne siamo dimenticati.

Negli anni che vanno più o meno dal 1945 al 1977, in Italia, esisteva un unico, preciso luogo comune, che potrei definire come il benessere dei lavoratori.

Non era mica solo un tema di sinistra. Il ministro democristiano che inaugurava un’autostrada, ne parlava; e il benessere dei lavoratori era il principale tema propagandistico dell’MSI, anche per fare discorsi che oggi chiameremmo “di Destra”, anche se il termine era molto meno di moda allora.

In Russia, il comunismo ha ridotto i Lavoratori a schiavi… i Lavoratori che hanno risparmiato tutta la vita, hanno il diritto a non essere schiacciati dalle tasse… quando c’era il fascismo, i Lavoratori avevano le otto ore e la pensione… la socializzazione ha permesso ai Lavoratori di partecipare direttamente alla gestione delle fabbriche… gli scioperi sono contro gli interessi dei Lavoratori

Ovviamente, a Sinistra, l’antifascismo aveva un unico tema centrale: il Fascismo era il grande nemico dell’emancipazione dei Lavoratori. E quando i fascisti si dicevano amici dei lavoratori, stavano cercando di fregarti nell’interesse dei Padroni.

Lasciamo perdere quanto ci potesse essere di vero in questa retorica (ogni propaganda è menzognera per definizione).

La cosa interessante è che il Luogo Comune di allora non aveva alcun posto per i Luoghi Comuni dei nostri tempi.

Non c’era la religione, non c’era la “patria” al di fuori di Trieste, non c’era l‘identità etnica (due termini che allora venivano usati solo da qualche antropologo), non c’erano razze, razzismi o migrazioni. Certo, non si poneva il problema dei profughi ghanesi, ma fascisti e comunisti non avevano il minimo problema con le grandi migrazioni interne dell’epoca.

I comunisti erano un po’ più disponibili dei fascisti ad ascoltare le opinioni delle signore, ma non era un punto simbolico cruciale.

Eppure la gente allora si picchiava e si ammazzava lo stesso, con ancora più passione di oggi: insomma, quel luogo comune celava divisioni vere, tremende, ma che gli stessi protagonisti faticavano a spiegare.

Concordo in parte con Peucezio, quando dice che invece la sessualità sia diventato un luogo comune fondamentale oggi.

Ovvio che anche nel 1945-1977, la sessualità fosse una realtà cruciale, con i genitori (fascisti o comunisti) che impedivano in tutti i modi alle figlie di uscire con fidanzati poco raccomandabili, oppure con nonne (fasciste o comuniste) che restavano sgomente per le convivenze. Ma tutto questo non costituiva un luogo comune di discussione, era solo un luogo comune scontato.

Il Luogo Comune di oggi non riguarda “il sesso” – ovunque ammesso purché “consenziente” (termine molto discutibile, ma lasciamo perdere) – ma i diritti della parte ritenuta più debole. Con un’interessante confusione (che Peucezio ha sottolineato in altri commenti) tra l’antica idea “cavalleresca”, secondo cui la donna non si tocca nemmeno con un fiore, e l’idea moderna, di come ti permetti di paragonare la Signora X a un fiore?

E’ un tema affascinante, per ora due cose:

- Il Luogo Comune della “donna oppressa” è oggi il principale cavallo di battaglia della Destra, che non fa altro che parlare di immigrati stupratori e di burqa. E’ un cambiamento di campo incredibile, come quando i cattolici sono passati dal parlare della salvezza eterna ai diritti dell’embrione. E’ un’altra ideologia, totalmente diversa.

- Il Luogo Comune della sessualità si accompagna strettamente ad altri luoghi comuni, quali la Religione e l’Identità Etnica. Che a pensarci, hanno qualcosa di più arcaico del “Benessere dei Lavoratori”.

E forse questo ci riporti all’Effetto Seneca.

Il “benessere dei Lavoratori” è una fissazione tipica di quando tutti credono che ci siano infinite risorse per tutti, basta ridistribuirle. E’ quindi una preoccupazione tipica del picco, a cui non ritorneremo più.

Mentre a mano a mano che scendiamo, preoccupazioni più antiche e profonde riemergono; come riemergono modi antichi di affrontare i problemi che ci troviamo davanti. In fondo, cominciamo a scoprire, uno dopo l’altro, il valore di tante cose che gli esseri umani facevano prima della Rivoluzione Industriale, a partire dai Commons.

Allo stesso tempo, la coscienza comune ha acquisito l’illusione che le risorse siano davvero infinite, solo che hanno preso la forma immateriale dei diritti individuali.

E questo ci riporta dritto dritto al tema del post precedente: il meccanismo per cui le regole che garantiscono i diritti individuali rendono impossibile adattarsi ai cambiamenti storici.

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