Il fascino slovacco dell’Italia

Arrivati in Slovacchia, ricompaiono finalmente i cartelli pubblicitari, dopo la lunga astinenza germanica.

Nella foresta di cartelli, spicca questo:

“Celentano club di superlusso per uomini”.

Non so se il riferimento sia al noto intellettuale milanese, oppure se un proprietario casualmente omonimo sfrutti il suono italiano del proprio cognome.

Fatto sta che c’è un evidente omaggio all’Italia.

Vado a cercarne le ragioni filosofiche sul sito THE ITALIAN TOUCH.

Direte che il sito si poteva pure chiamare “il tocco italiano”, ma concordanze e congiuntivi non se li compra nessuno, quindi l’Italia si meretrizza esclusivamente in English.

Sull’Italian Touch, leggo questa precisazione, su cui i pán di Bratislava potranno riflettere prima di passare al sodo e poi alla cassa:

“Il Made in Italy è un “vettore di senso”, un “motore semiotico” in grado di dar vita ad un universo evocativo che ruota attorno a un sistema di valori base.”

Nello stesso sito, troviamo anche un volto femminile, che non sfigurebbe tra le precarie impiegate del Club Celentano, che ammiccante ci rivolge un invito:

“Presto anche tu potrai far parte del mondo The Italian Touch, torna a trovarci.”

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Das tote Heer

Un’aggiunta al post precedente

Das tote Heer è una canzone che ricorda un’altra guerra, quella franco-prussiana del 1870, con i suoi morti.

L’autore, Börries Albrecht Conon August Heinrich Freiherr von Münchhausen, era un nobile della Turingia, parente lontano del famoso barone.

Börries von Münchhausen lo conosciamo soprattutto grazie a un suo amico ebreo, che scrisse della simpatia dell’aristocratico nazionalista per l’aristocratico popolo ebraico e il sionismo.

Il Freiherr aderì al nazionalsocialismo e morì suicida, come tanti, nel 1945.

A differenza di un’altra canzone che abbiamo citato qui, l’intento dell’autore era chiaramente nazionalista: i morti, secondo il canone di tutti i romanticismi e risorgimenti, ci camminano a fianco.

Un concetto insieme banale e incomprensibile, nel senso che ce ne parla la maggior parte dei monumenti che ci circonda, eppure è un tipo di lettura che oggi viene spontaneo solo nel mondo dei tifosi di calcio.

Ma ora che tutta la polvere di quegli anni si è posata, preferisco sentire in questa canzone qualcos’altro: il fato che ha radunato i morti di Pöchlarn, generazione dopo generazione, in massacri perfettamente insensati, eppure vissuti come ovvi.

In questo ci può aiutare anche la bella selezione di immagini che accompagna il video. La canzone è cantata dal gruppo austriaco Die Sternenreiter.

I morti, i morti del reggimento,
chi crede dunque che restino nella tomba?
io credo, che il grande Ordine sia arrivato
giù anche nella loro profondità.

Altrimenti – quando fummo mobilitati,
nell’eccitazione e rumore della caserma,
da nessuno visto, ma da tutti sentito -
cosa fu che si aggirava sulle vecchie strade?

I morti, i morti del reggimento,
mio padre e il tuo e il suo,
al battere dei tamburi
marciava anche l’esercito morto.

Mio padre c’è rimasto nel (18)70 a Saint Quentin
come tamburino nello scontro davanti a Ham
e oggi marciamo in rango e formazione
noi sulla via verso Ham.

Su suolo francese è suonato di nuovo il nostro passo,
come se qualcuno marciasse assieme a noi,
e la pioggia mi colpisce sulla pelle del tamburo,
come se un morto battesse insieme a me…

Die Toten, die Toten des Regiments,
wer glaubt denn, die blieben im Grab?
Ich glaube, es ging der große Befehl
auch in ihre Tiefen hinab.

Was stand sonst, als wir mobil gemacht,
im Kasernen-Gerenn und Gesumm
von keinem gesehn und von jedem gefühlt
auf den alten Gängen herum?

Die Toten, die Toten des Regiments,
mein Vater und deiner und der,
beim Klopfen der Trommeln trat auch an
das tote, das tote Heer.

Mein Vater blieb Siebzig bei Sankt Quentin
als Tambur im Treffen vor Ham,
und heute marschieren in Reih und Glied
wir auf der Straße nach Ham.

Und in Frankreichs Grund widerklang unser Gang,
als hielte wer mit uns Schritt,
und der Regen schlug mir aufs Trommelfell,
als trommelt ein Toter mit…

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Gatti e guerre

Ad Augsburg, qualcuno ha costruito una scala solo per gatti:

Pöchlarn è un comune in Austria, che oggi ha quasi 4.000 abitanti. Nel 1939, ne aveva 3.116, nel 1914 meno di 3.000.

Al centro c’è una piazzetta, dove i morti della Prima guerra mondiale si raccolgono ai quattro lati della base di una colonna, ordinatamente divisi per la frazione del paese in cui erano nati nemmeno tanti anni prima:

E intorno a loro, a emiciclo, li guardano i loro cugini e figli, morti vent’anni dopo:

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Giornalisti cialtroni alla riscossa

Da un po’ che non mi occupo di Medio Oriente, ma questa è troppo…

Leggo questa fantastica storia:

Iraq: donne cristiane rapite da Boko Haram vendute al mercato nelle gabbie

Pubblicato il 30 agosto 2014 11:33 | Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2014 11:38

 di Redazione Blitz

MOSUL, IRAQ – Donne cristiane vendute al mercato di Mosul, in Iraq. Donne cristiane, della minoranza yazidi, commerciate come bestiame dopo il rapimento da parte di Boko Haram.

Nei giorni scorsi le notizie della tratta delle cristiane erano apparse sui giornali, ora sul web cominciano a spuntare le foto, e sono foto che sembrano incredibili nel ventunesimo secolo.

Si tratta di donne rapite, velate integralmente, incatenate e minacciate da integralisti armati di spada e armi da fuoco. Trasportate al mercato su dei camion, dentro delle gabbie, come bestie al macello.

Le donne finiscono al mercato dopo essere state “smistate” nel campo di prigionia di Sinjar, città Yazidi che nel frattempo è stata conquistata.

Ora, non prendo nessuna posizione rispetto a ciò che sta succedendo adesso in Iraq, per il semplice motivo che ne so quanto chiunque abiti a Firenze, cioè più o meno zero.

Ma trovo davvero interessante il fatto che gli Yazidi siano diventati cristiani, e che i nigeriani di Boko Haram abbiano invaso l’Iraq (magari passando per Lampedusa?).

Come dice il giornalista, in uno sprazzo di correttezza, “sono foto che sembrano incredibili nel ventunesimo secolo“.

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Cicogne, credenti e macellai

La prima cicogna di una lunga serie.

Sorprende sempre la capacità della Germania di rendere invisibile la propria imponenza industriale e commerciale. Non solo per la presenza di cicogne, ma anche per la totale assenza di cartelloni pubblicitari: l’occhio non è continuamente costretto a leggere ciò che non vuole.

A Ulm, un presidio contro l’attacco israeliano a Gaza. Tra i manifestanti, poco più di venti persone, nemmeno una faccia tedesca.

Una signora porta in mano un cartello dove, in arabo, leggiamo, all’incirca, Non disperate, Dio è con noi.

“Non l’ho scritto io, vengo dalla Turchia”, spiega la signora. Sospetto di essere uno dei pochi ad averle rivolta la parola durante la giornata. “Ma voi da dove venite? Ah, dall’Italia, ecco perché sapete leggere l’arabo, siete più vicini ai paesi arabi di noi”.

Un po’ più avanti, incontriamo questo profetico signore che annuncia Gesù al mondo:

Il mondo guarda oltre e passa, finché non arrivano per caso alcuni dei manifestanti filopalestinesi. Non so bene cosa succede – presumo che il profeta abbia annunciato il dovere biblico di sostenere senza esitazioni lo Stato sionista. Fatto sta che entrambe le parti trovano per la prima volta nella giornata qualcuno che le prende sul serio.

La signora turca si rivolge a noi per gridare, “lui è un lupo travestito da agnello!” Un bambino di chiara origine araba prende un volantino del predicatore. Stende il volantino per terra, ci sputa sopra e poi gli spara con un fucile giocattolo.

La morale di questa storia, o forse della Storia in generale, ce la presenta questo monumento che incrociamo poco dopo:

E dove leggiamo:

Dr Metzgr ond dr Baur beim Handl om dui Sau

Il macellaio e il contadino trattano l’acquisto del maiale.

Siamo al momento dell’accordo, con stretta di mano e un Bretschl da sgranocchiare, alla presenza di una famigliola di maiali che non ha ancora una chiara idea del proprio futuro.

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Sigmaringen, re e filosofi

Sigmaringen  è un ottimo luogo per riflettere sulla curiosa storia europea.

Non solo perché ultima, improbabile sede del governo di Pétain e fulcro del romanzo autobiografico di Céline, D’un château l’autre.

Il piccolo paese ha la metà degli abitanti di Imola.

Si stende con molta umiltà ai piedi di un castello di surreale grandezza, appartenente agli Hohenzollern: non quelli prussiani, ma i loro cugini cattolici. I quali di mestiere si sposavano e facevano figli e figlie, che poi piazzavano da varie parti, creando una ragnatela di parentele (paren-tela?) che ricopriva tutta Europa.

Non a caso, al centro del paese troviamo un monumento alle nozze d’oro del fuco e dell’ape regina, in questo caso Carl Anton von Hohenzollern, e sua moglie Josephine. Sulla lapide, i signori rivendicano addirittura il titolo di “Altezze Reali”:

Da segnalare che Carl Anton discendeva (tra l’altro) da Joachim Murat-Jordy, nato in una famiglia di albergatori di Cahors e diventato Re delle Due Sicilie.

Non abbiamo assolutamente la pazienza di seguire la paren-tela fino in fondo, arrivando ad esempio al signor Ferfried Massimiliano Pio Meinardo Maria Uberto Michele Giustino, detto Foffi, corridore automobilistico in pensione, star di un “Docu-soap” televisivo in cui raccontava la propria storia d’amore con Tatjana Gsell, un’intraprendente signora coinvolta nella morte del proprio marito, chirurgo estetico.

Ci limitiamo quindi a notare che un figlio di Carl Anton fu invitato a diventare re di Spagna.

La Francia di Napoleone III disse di no a un Hohenzollern sul trono spagnolo e scatenò la guerra franco-prussiana (altra ipotetica data di nascita della Grande Guerra).

La successiva sconfitta francese provocò otto decenni di odio per i boches (e talvolta per i loro presunti agenti ebrei, come nel caso Dreyfus) in nome della sacra patria di Giovanna d’Arco e/o Robespierre contro i barbari germani.

Un altro figlio di Carl Anton divenne invece Re Carlo I della Romania, e bisogna dire che se la cavò piuttosto bene.

Ora, il figlio di Carlo, Fernando I – nato anche lui a Sigmaringen – non esitò a lanciare la Romania in guerra contro la Germania e a fianco della Francia, con la perdita di oltre mezzo milione di vite rumene.

Il che ci fa venire l’orrendo dubbio che tutta la guerra franco-prussiana potesse essere nata da un errore di valutazione da parte di Napoleone III.

Mentre riflettiamo su questa possibilità, leggiamo quanto predica un anonimo cittadino di Sigmaringen, e che contiene un messaggio di furbizia tutta germanica:

Prega e lavora
non essere pigro
paga le tasse
e tieni chiusa la bocca

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La Madonna di Loretto

Per qualche insondabile motivo, la sorgente del Danubio si trova a Donaueschingen, in Germania, dove due piccoli ma rispettabili fiumi, ciascuno con la propria storia, si uniscono.

Donaueschingen ha avuto un passato – potremmo dire – di Stato indipendente, nella misura in cui lo erano praticamente tutte le comunità di ciò che oggi chiamiamo “Germania”.

Era retto da un membro della famiglia Fürstenberg, come lo erano ben tredici altre entità, da Fürstenberg-Baar a Fürstenberg-Wolfach. E questo già risponde alla propaganda alleata che dopo il 1914 avrebbe sostenuto l’esistenza di un eterno complotto da parte della Razza Germanica per sottomettere il mondo.

Donaueschingen è ancora oggi palesemente un feudo dei Fürstenberg, che oltre a produrre attrici e cantanti rock, si dedicano alla manifattura della birra di famiglia, la cui pubblicità è presente ovunque nella cittadina.

Al centro c’è ancora un monumento che celebra la visita dell’ultimo Kaiser al suo amico Max Egon von Fürstenberg. Pare che il povero confusionario imperiale, che in qualunque altro ruolo sarebbe stato anche una persona simpatica, e il frivolo nobile si intendessero molto bene.

Dove i due fiumi si uniscono, si vede il monumento fatto erigere da Max Egon per celebrare il cinquantenario del proprio matrimonio. Il monumento reca la data del 19 giugno 1939.

Ancora due mesi una decina di giorni, ma questo lo sappiamo noi.

Dietro un cancello semichiuso, scopro un piccolo spazio con un monumento e una lapide, dedicata ai morti di un reggimento di fanteria:

Riconosco i nomi della maggior parte delle battaglie, ma non quel Loretto.

Di ritorno a casa, vado a cercare su Wikipedia, e scopro che attorno a una cappella dedicata alla Madonna di Loreto, nel 1915, morirono tra 150.000 e 200.000 esseri umani.

Più che le cifre in sé, mi colpisce quel tra. La vaghezza di cinquantamila esistenze.

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Lungo il fiume d’Europa

Sono appena rientrato da un viaggio piuttosto impegnativo, dalle sorgenti alla foce del Danubio e poi di ritorno attraverso i Balcani, con in mezzo ben tredici passaggi di frontiera.

Tra l’altro, il vantaggio di andare in certi posti è che ben pochi parlano lingue note, e quindi sei costretto a mettere in pratica tutti gli sgrammaticati frammenti di rumeno o di serbo/croato/bosniaco che riesci a spiccicare.

Ma soprattutto è un viaggio che porta a riflettere sulle origini della Grande Guerra: il nome vecchio ma ancora validissimo, visto che tutti i rivolgimenti successivi, dal bolscevismo alla creazione del complesso militare-industriale statunitense, dalla Seconda guerra mondiale al conflitto attuale in Siria, dal sionismo a Gaza, sono semplicemente le tappe successive raggiunte dall’immenso mostro che allora venne alla luce.

Dire che “quella” guerra “finì nel 1918″ è una pericolosa mistificazione, che rende incomprensibile l’intero mondo in cui viviamo.

La domanda che nasce, girando i Balcani e dintorni, è quando è iniziata la Grande Guerra?

A Sarajevo, oppure quando la Romania colpì alle spalle la Bulgaria nel 1913, o quando nel 1911 l’Italia attaccò Tripoli, oppure nel 1908 quando le truppe ottomane in Macedonia si ammutinarono…

Di sicuro, stiamo ancora pagando un debito mostruoso contratto non sappiamo bene da chi, né perché.

Nei prossimi giorni spero di mettere in rete qualche foto da commentare.

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