Dolci coccole bio a Poggibonsi

Qualikos è un’azienda di Poggibonsi si presenta al mondo così:

Ieri, come ci informa la Nazione, hanno avuto un imprevisto:

Una nuova inchiesta sul capolarato: ai domiciliari due imprenditori, coinvolto anche un commercialista


Sfruttati in fabbrica: «Questo è troppo lento»


In un internet point di San Jacopino il reclutamento di stranieri utilizzati a nero in una ditta di Poggibonsi


FIRENZE «Questo nero lungo qui lavora con una lentezza allucinante, ancora non sono le undici ed è già andato quattro cinque volte in bagno: levamelo dai c.».


Intercettazioni choc, di questo tenore o anche peggio, nell’ultima inchiesta della guardia di finanza sul caporalato. Un servizio di fornitura di ’manovalanza’ che partita
da un internet point di San Jacopino, a Firenze, gestito da un nordafricano, e che finiva in ditte della zona di Poggibonsi, che reclutavano manodopera a basso costo, senza pagarci sopra tasse e contributi. Sette i destinatari delle misure cautelari chieste dal pm Ester Nocera e firmata dal gip Gianluca Mancuso. In carcere è finito Mohammed El
Mekaoui, 46 anni, il titolare dell’internet point; ai domiciliari l’imprenditore Cristiano Saccocci, 51 anni, di Poggibonsi, consulente amministrativo di una ditta di saponi e
prodotti cosmetici (la Qualikos, finita sotto sequestro preventivo assieme ad alcuni mezzi) e legale rappresentante Elena Manserra, 42 anni.

Ai domiciliari anche due ’caporali’, il marocchino Ossama El Badoui, 24 anni, e la cubana Yanisa Yhuset Gomez, 43. E’ scattata poi l’interdizione per un anno dall’esercizio della professione per il commercialista Filippo Scaffai e il divieto di dimora nella provincia di Firenze per un altro ’reclutatore’ di manodopera, il senegalese Cheikh Mbaye, 45 anni.

Secondo quanto ricostruito dalla guardia di finanza, intorno all’internet point di San Jacopino si sarebbe creata una vera e propria organizzazione «di servizi». Dal reclutamento, al
trasporto sul luogo di lavoro, fino alla paga: il marocchino, assieme a due collaboratori, avrebbe ’assunto’ stranieri non in regola con la normativa in materia di lavoro, alcuni dei quali anche clandestini, da «girare» ad azienda che necessitavano di braccia da remunerare poco.

Alla Qualikos di Poggibonsi, le fiamme gialle hanno sorpreso una decina di lavoratori privi di contratto, tra cui due irregolari sul territorio. «Questa è gente da dieci euro l’ora», si lamentava l’imprenditore insoddisfatto della qualità del lavoro con il caporale, minacciando di interrompere la collaborazione «se mi mandi gente di m.» Il commercialista Scaffai, residente in Valdarno, risulta coinvolto nelle indagini in quanto avrebbe fornito al titolare dell’internet point, secondo le accuse, una consulenza volta a produrre ai controlli atti non rispondenti al vero sulla posizione dei lavoratori irregolari individuati.

«Tu gli puoi dire… – suggeriva il professionista – ’guarda questi li dovevo tutti assumere soltanto che son venuti ora… avevo telefonato al commercialista per assumere 12 persone ma è incasinato per via delle dichiarazioni dei redditi’, tu non ti mettere in mezzo perché stai già con le altre ditte…se ti dicono qualcosa digli che è della mia mamma… lei è in Marocco».

Morale della favola, usare meno il telefono.

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Lo psicodramma di Greta Thunberg

Come sapete, qui non abbiamo mai accettato certe demonizzazioni di Greta Thunberg, anche se non ci piaceva per nulla il coro mediatica che l’improbabile ragazzina stava suscitando.

La questione ambientale è la questione del nostro ambiente, cioè praticamente di tutto ciò che ci circonda, Sulla fragilissima biosfera,

la specie umana si è specializzata in un’attività: trasformare risorse non rinnovabili, attraverso il fuoco, in rifiuti, in tempi sempre più veloci.

Il risultato è necessariamente il collasso, che però si presenta con i sintomi più imprevedibili, in cui è sempre difficile capire le relazioni.

Questa Questione preoccupava sostanzialmente solo un piccolo gruppo di studiosi, biologi, climatologi, laureati in agraria e simili, più qualche praticante di permacultura, finché non è esplosa Greta.

Dove per Greta intendiamo la sua personalità mediatica e il coro che l’ha circondata, di lei come persona non so dire nulla.

Greta ha fatto sì che miliardi di pesone scoprissero che esiste una questione ambientale, e questo è stato chiaramente positivo.

Greta ha ottenuto il loro ascolto, semplificando drasticamente la questione ambientale, in modo da farne uno psicodramma comprensibile.

Ha preso un unico sintomo del disastro, l’aumentata concentrazione di CO2 nell’atmosfera (che ovviamente c’è, ed è un sintomo particolarmente preoccupante).

Lo ha ulteriormente semplificato nel concetto di “riscaldamento globale“: il perfetto cattivo – quello che fa tanta, tanta paura ma quando alla fine sarà ucciso, tutti potranno vivere felici e contenti.

In questo psicodramma, si può vincere: siamo all’undicesima ora, ma non è ancora suonata la mezzanotte.

Gli scienziati conoscono il problema“, e avrebbero pure il rimedio, basta che i potenti li ascoltino: i potenti della finanza e quelli della politica.

Il pericolo di questo psicodramma è proprio che delega tutto tranne le marce in piazza:

  • alla finanza e alle imprese, che da causa della catastrofe si trasformano in soluzione, con una spennellata di verde
  • ai politici che possono presentarsi come salvatori e riversare fiumi di denaro sulle imprese che si stanno “riconvertendo”
  • ai tecnici di alto livello delle stesse imprese, che possono definire come meglio credono la Questione Ambientale, per presentare il passaggio di denaro dal pubblico al privato come l’azione che salverà il mondo.

L’essere umano tende naturalmente a cercare di controllare la biosfera.

Ma negli ultimi secoli, questo controllo ha preso la forma di una retroazione positiva a sua volta incontrollabile, ed è la causa stessa della catastrofe ambientale. Se alcuni esseri umani non avessero cercato di controllare l’atomo, non avremmo avuto Fukushima.

Ora, la soluzione di uomini della finanza, di imprenditori, di politici e di tecnici consiste nell’aumentare il controllo fino a farlo diventare totale – solo se ogni cosa che succede sul pianeta è nelle loro mani, dicono, potremmo evitare che succeda qualcosa di brutto.

Il culto della crescita e del controllo esalta tecnocrazia, capitalismo e potere politico.

La critica ecologica mette in discussione tecnocrazia, capitalismo e potere politico (e infatti non interessa a nessuno).

Lo psicodramma alla Greta colpisce tutti, ma delega la salvezza a tecnocrazia, capitalismo e potere politico.

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L’ortolana vende meloni. E perché no?

Dunque, a Controradio, piccola emittente locale fiorentina, uno sconosciuto professore universitario di Siena, tale Giovanni Gozzini, docente di Storia contemporanea, ha definito – in un contesto che nessuno ci spiega, perché i contesti non esistono più [1] – l’onorevole Giorgia Meloni

“«scrofa», «vacca», «peracottara», «ortolana e «pescivendola»”

tutti termini un po’ arcaici, che sanno di tempi più a contatto con la vita dei nostri.

L’unica scrofa che conosco io, sta alla Fattoria Senza Padroni di Mondeggi, ha uno sguardo bellissimo, è intelligente, affettuosa e un invito vivente a smettere di mangiare carne. Insomma, per me scrofa è un complimento.

Non ci risulta che la Meloni fosse in ascolto, per cui presumo non sia svenuta di colpo nel sentirsi accusare di cuocere le pere.

Ci chiediamo poi cosa ci sia di male ad associare il nome di un animale a quello di una persona. Gli egizi lo facevano addirittura con gli dèi, come la vacca Hathor, che vediamo ritratta qui:

Ortolana è un mestiere splendido; certo, se la Meloni è vegana e qualcuno le ha dato della pescivendola, capisco che qualche problema ci potrebbe essere (ma siamo sicuri che la Meloni sia vegana?).

Qualcuno di Destra deve essere stato, incredibilmente, in ascolto, e si è sentito Vittimo subito: cioè se tizio che non conosci, dice che tizia che magari non conosci di persona, ma che ammiri, vende ortaggi, soffri come San Sebastiano con le frecce.

I Vittimi oggi corrono immediatamente, il tempo di un clic, a denunciare chi si è permesso di farli provare quel brivido di sofferenza, nella speranza di assistere a un linciaggio pubblico.

Ovviamente la radio che aveva intervistato lo storico lo rinnega subito, e assicura di essere da sempre gente perbene:

“”Come per altro già fatto in onda, dal linguaggio utilizzato dal prof Giovanni Gozzini durante la suddetta trasmissione. 45 anni di storia della nostra radio parlano per noi. Sono stati anni di impegno costante e serrato tutto volto a combattere l’imbarbarimento del linguaggio da una parte, e dall’altra a lavorare sulle questioni di genere in ogni ambito, dal mondo del lavoro a quello appunto del linguaggio. Parlano per noi decenni di trasmissioni, interviste, speciali, progetti ad hoc”.

Da cui scopriamo che a Controradio (dove ogni tanto intervengo anch’io) fanno i Progetti sulle Questioni del Linguaggio di Genere, tema su cui ritorneremo.

Gozzini ha fatto come fanno quasi sempre i poveretti in questi casi. Si è messo a strisciare nel fango:

«Non è mio costume promuovere un linguaggio che non sia più che rispettoso nei confronti di tutti. Per questo, per il fatto di aver usato delle parole sbagliate durante la trasmissione sono a porgere le mie scuse a tutti quanti, a Giorgia Meloni per prima e a tutte le persone che si sono sentite offese»

Sbagliando così tre volte.

Uno, si è alienato di colpo la gente normale che stava ridendo delle sue battute e lo avrebbe difeso, se avesse avuto un po’ di spina dorsale.

Due, se chiedi scusa vuol dire che il Vittimo che intende mangiarti vivo ha ragione.

Tre, chiedere scusa non serve mai a nulla. I Vittimi non vogliono le tue scuse, vogliono la tua testa.

E infatti,

“Il numero uno dell’Ateneo di Siena, Francesco Frati, domani avvierà formali verifiche invitando la commissione ad hoc a ’indagare’ sul caso. “

Cioè il contribuente pagherà dei funzionari statali per far finta di trattenere le risate, mentre indagano se il professor Gozzini abbia davvero dato dell’ortolana a una signora adulta e vaccinata che sa che in politica le prendi e le dai.

Ah, il presidente della Repubblica, pagato sempre dai contribuenti italiani, ha ritenuto abbastanza importanti le battute, da telefonare personalmente alla signora Meloni. E sospetto che lui non sia un ascoltatore abituale di Controradio.

Io, che non sono pagato dal contribuente, avrei preso volentieri il telefono per esprimere la mia solidarietà con il professor Gozzini, ma se l’è giocata con la sua richiesta di perdono.

Nota:

[1] Non sostengo il professor Gozzini per partito preso: magari stava criticando la Meloni per l’unica cosa di buono che ha fatto, che era votare contro il governo Draghi. Ma non lo sapremo mai, cosa stava dicendo, perché la forma prevale sempre sulla sostanza.

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Conflitti veri, conflitti falsi

Chris Hedges è un giornalista americano con una carriera straordinaria (tra l’altro a capo dell’ufficio del New York Times per il Medio Oriente e i Balcani nei significativi anni che vanno dal 1990 al 2005).

Oggi scrive per il sito Scheerpost.

Non so come si autodefinisca Hedges, ma certamente lo possiamo collocare come vicino a Marx, un “socialista” come direbbe Jean-Claude Michéa.

Il socialista critica alla radice il sistema capitalistico, per il male che fa a tutti gli esseri umani (e aggiungerei alla biosfera nel suo insieme).

Nei fatti, però, i socialisti scivolano facilmente nella tentazione di odiare e disprezzare blocchi interi dell’umanità – più se ne odiano, più si diventa automaticamente superiori e si erge sempre più in alto il Ditino Imparatore.

In questo magnifico articolo, Chris Hedges va al cuore del problema.

Si ringrazia Robert Scheer per averne autorizzato la pubblicazione.

Gli anglofoni troveranno l’originale qui, Chris Hedges: Cancel Culture, Where Liberalism Goes to Die.

Cancel Culture è un concetto diffusissimo oggi nel mondo anglosassone, che consiste nel cercare di impedire di parlare e se possibile anche di far perdere il lavoro e la reputazione a chiunque non condivida le proprie idee.

Liberalism è all’incirca ciò che in Italia potremmo chiamare “Sinistra non marxista”.

Insomma, un titolo così intraducibile che lo lascio nell’originale.

Cancel Culture, Where Liberalism Goes to Die

di Chris Hedges


Il reverendo Will Campbell fu costretto a lasciare la sua posizione di direttore della vita religiosa all’Università del Mississippi nel 1956 a causa dei suoi appelli per l’integrazione. Scortò bambini neri attraverso una folla ostile nel 1957 per integrare la Central High School di Little Rock. Fu l’unico bianco invitato a far parte del gruppo che fondò la Southern Christian Leadership Conference di Martin Luther King Jr. Aiutò a integrare i ristoranti di Nashville e a organizzare le Freedom Rides.

Bill Campbell nel 1992

Ma Campbell fu anche, nonostante una serie di minacce di morte ricevute dai segregazionisti bianchi, un cappellano non ufficiale della sezione locale del Ku Klux Klan.

Denunciò e combatté pubblicamente il razzismo del Klan, gli atti di terrore e di violenza e marciò con i manifestanti neri per i diritti civili nel suo nativo Mississippi, ma rifiutò fermamente di “cancellare” i razzisti bianchi dalla sua vita.

Si rifiutò di demonizzarli come meno che umani. Insisteva che questa forma di razzismo, sebbene malvagia, non era così insidiosa come un sistema capitalista che perpetuava la miseria economica e l’instabilità che spingeva i bianchi nelle file di organizzazioni violente e razziste.

Durante il movimento per i diritti civili, quando stavamo sviluppando strategie, qualcuno di solito diceva: ‘Chiama Will Campbell. Controlla con Will”, ha scritto il rappresentante John Lewis nell’introduzione alla nuova edizione delle memorie di Campbell Brother to a Dragonfly, uno dei libri più importanti che ho letto come seminarista.

“Will sapeva che la tragedia della storia del Sud era caduta sia sui nostri avversari che sui nostri alleati… su George Wallace e Bull Connor così come su Rosa Parks e Fred Shuttlesworth. Vide che aveva creato il Ku Klux Klan e lo Student Nonviolent Coordinating Committee. Questa intuizione portò Will a vedere la guarigione e l’equità razziale, perseguita attraverso il coraggio, l’amore e la fede come la strada per la liberazione spirituale di tutti”.

Jimmy Carter ha scritto di Campbell che ha abbattuto i muri che separavano i bianchi e i neri del Sud”. E poiché l’organizzatore delle Pantere Nere Fred Hampton stava facendo la stessa cosa a Chicago, l’FBI – che, insieme alla CIA, è l’alleato de facto delle élite liberali nella loro guerra contro Trump e i suoi sostenitori – lo assassinò.

Quando la città in cui Campbell viveva decise che al Klan non doveva essere permesso di avere un carro nella parata del 4 luglio, Campbell non si oppose, a patto che anche la compagnia del gas e dell’elettricità fosse esclusa. Non erano solo i razzisti bianchi ad infliggere sofferenze agli innocenti e ai vulnerabili, ma le istituzioni che antepongono la santità del profitto alla vita umana.

“La gente non può pagare le bollette del gas e dell’elettricità, il calore viene spento e loro si congelano e a volte muoiono, specialmente se sono anziani”, ha detto. “Anche questo è un atto di terrorismo”.

“Il loro terrorismo si poteva vedere e affrontare, e se infrangevano la legge, si poteva punirli”, disse del Klan. “Ma la cultura più ampia che era, ed è ancora, razzista fino al midollo è molto più difficile da affrontare e ha un’influenza più sinistra”.

Campbell ci avrebbe ricordato che la demonizzazione dei sostenitori di Trump che hanno preso d’assalto la capitale è un terribile errore.

Ci avrebbe ricordato che l’ingiustizia razziale sarà risolta solo con la giustizia economica. Ci avrebbe invitati ad andare incontro a coloro che non pensano come noi, non parlano come noi, sono ridicolizzati dalla società educata, ma che soffrono la stessa emarginazione economica. Sapeva che le disparità di ricchezza, la perdita di status e di speranza per il futuro, unite a una prolungata dislocazione sociale, generano la solidarietà avvelenata che dà origine a gruppi come il Klan o i Proud Boys.

Non possiamo guarire le ferite che rifiutiamo di riconoscere.

Il Washington Post, che ha analizzato i registri pubblici di 125 imputati accusati di aver preso parte all’assalto del Senato il 6 gennaio, ha scoperto che

“quasi il 60% delle persone che affrontano le accuse relative alla rivolta del Campidoglio hanno mostrato segni di precedenti problemi di denaro, tra cui bancarotte, avvisi di sfratto o pignoramento, debiti inesigibili o tasse non pagate negli ultimi due decenni”.

“Il tasso di bancarotta del gruppo – 18% – era quasi il doppio di quello del pubblico americano”, ha scoperto il Post. “Un quarto di loro era stato citato in giudizio per denaro dovuto a un creditore. E 1 su 5 di loro ha rischiato di perdere la propria casa ad un certo punto, secondo gli archivi del tribunale”.

“Un uomo della California ha dichiarato bancarotta una settimana prima di unirsi all’attacco, secondo i registri pubblici”, ha riferito il giornale. “Un uomo del Texas è stato accusato di essere entrato nel Campidoglio un mese dopo che la sua azienda è stata colpita con un pegno fiscale di quasi 2.000 dollari. Diversi giovani accusati nell’attacco provenivano da famiglie con storie di costrizione finanziaria”.

Dobbiamo riconoscere la tragedia di queste vite, e allo stesso tempo condannare il razzismo, l’odio e la brama di violenza.

Dobbiamo capire che il nostro nemico più perfido non è qualcuno che è politicamente scorretto, persino razzista, ma le corporation e un sistema politico e giudiziario fallito che sacrifica insensatamente le persone, così come il pianeta, sull’altare del profitto.

Come Campbell, gran parte della mia famiglia proviene dalla classe operaia rurale, molti dei quali sposano i pregiudizi che mio padre, un ministro presbiteriano, condannava regolarmente dal pulpito.

Grazie a una combinazione di fortuna e borse di studio in scuole d’élite, ne sono uscito. Loro non l’hanno mai fatto. Mio nonno, intellettualmente dotato, fu costretto ad abbandonare la scuola superiore all’ultimo anno quando morì il marito di sua sorella. Dovette lavorare alla fattoria per sfamare i suoi figli. Se sei povero in America, raramente hai più di una possibilità. E molti non ne hanno una. Lui ha perso la sua.

Le città del Maine da cui provengono i miei parenti sono state devastate dalla chiusura di mulini e fabbriche. C’è poco lavoro significativo. C’è una rabbia fumante causata da sentimenti legittimi di tradimento e intrappolamento. Vivono, come la maggior parte dei lavoratori americani, una vita di tranquilla disperazione. Questa rabbia è spesso espressa in modi negativi e distruttivi. Ma non ho il diritto di liquidarli come irredimibili.

Capire non significa condonare. Ma se le élite al potere, e i loro cortigiani mascherati da giornalisti, continuano a cancellare allegramente queste persone dal paesaggio mediatico, ad attaccarle come meno che umane, o come le ha chiamate Hillary Clinton “deplorabili“, mentre allo stesso tempo rifiutano di affrontare la grottesca disuguaglianza sociale che le ha lasciate vulnerabili e spaventate, ciò alimenterà livelli sempre maggiori di estremismo e livelli sempre maggiori di repressione e censura statale.

La cancel culture, una caccia alle streghe da parte di autoproclamati arbitri morali della parola, è diventata l’attivismo boutique di una classe liberal che manca del coraggio e delle capacità organizzative per sfidare i reali centri di potere – il complesso militare-industriale, la letale polizia militarizzata, il sistema carcerario, Wall Street, Silicon Valley, le agenzie di intelligence che ci rendono la popolazione più spiata, osservata, fotografata e monitorata della storia umana, l’industria dei combustibili fossili, e un sistema politico ed economico catturato dal potere oligarchico.

È molto più facile allontanarsi da queste battaglie immani per abbattere figure sfortunate che fanno gaffe verbali, coloro che non riescono a parlare nel linguaggio approvato o abbracciano gli atteggiamenti approvati dalle élite liberali. Questi test di purezza hanno raggiunto livelli assurdi e autolesionisti, compresa la sete di sangue inquisitorio da parte di 150 membri dello staff del New York Times che chiedevano alla direzione, che aveva già indagato e affrontato quello che al massimo era stato un cattivo giudizio fatto dal reporter veterano Don McNeil quando ripeté un insulto razzista in una discussione sulla razza, di costringerlo a lasciare il giornale, cosa che la direzione ha fatto con riluttanza.

Troppo spesso i bersagli della cultura della cancellazione sono i radicali, come le femministe che gestiscono il Vancouver Rape Relief and Women’s Shelter e che non ammettono persone trans perché la maggior parte delle ragazze e delle donne nel rifugio sono state aggredite fisicamente e traumatizzate da chi ha un corpo maschile.

Nessuno dei critici di queste femministe passa dieci o dodici ore al giorno in un rifugio a prendersi cura di ragazze e donne abusate, molte delle quali sono state prostituite da bambine, ma sparano a raffica per attaccarle e far tagliare i loro fondi. La cultura della cancellazione, come dice la femminista canadese Lee Lakeman, è “l’arma dell’ignoranza”.

La cultura della cancellazione è nata con la caccia ai rossi condotta dalle élite capitaliste e delle loro truppe d’urto in agenzie come l’FBI per spezzare, spesso con la violenza, i movimenti radicali e i sindacati. Decine di migliaia di persone, in nome dell’anticomunismo, sono state cancellate dalla cultura. La lobby israeliana, ben finanziata, è una maestra della cultura della cancellazione, chiudendo i critici dello stato di apartheid israeliano e quelli di noi che sostengono il movimento Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) come antisemiti.

La cultura della cancellazione ha alimentato la persecuzione di Julian Assange, la censura di WikiLeaks e gli algoritmi della Silicon Valley che allontanano i lettori dai contenuti, inclusi i miei, che criticano il potere imperiale e aziendale.

Alla fine, questa prepotenza sarà usata dalle piattaforme dei social media, che sono integrate negli organi di sicurezza e sorveglianza dello stato, non per promuovere, come sostengono i suoi sostenitori, la civiltà, ma per mettere a tacere spietatamente dissidenti, intellettuali, artisti e giornalismo indipendente. Una volta che si controlla ciò che la gente dice, si controlla ciò che pensa.

Questa cultura della cancellazione è abbracciata dalle piattaforme dei media aziendali dove, come scrive Glenn Greenwald,

“squadre di giornalisti di tre dei più influenti media aziendali – i ‘giornalisti dei media’ della CNN (Brian Stelter e Oliver Darcy), l”unità spaziale di disinformazione’ della NBC (Ben Collins e Brandy Zadrozny), e i reporter tecnologici del New York Times (Mike Isaac, Kevin Roose, Sheera Frenkel) – dedicano la maggior parte del loro ‘giornalismo’ alla caccia di spazi online in cui credono che le regole del discorso e della condotta vengano violate, segnalandoli, e poi chiedendo che vengano prese azioni punitive (divieto, censura, regolamentazione dei contenuti, detenzione dopo la scuola). ”

Le corporation sanno che questi test di purezza morale sono, per noi, autolesionisti. Sanno che rendendo legittima la cultura della cancellazione – e per questo mi sono opposto a chiudere Donald Trump fuori da Twitter e dagli altri account dei social media – possono impiegarla per mettere a tacere coloro che attaccano ed espongono le strutture del potere aziendale i crimini imperiali.

Le campagne di assolutismo morale allargano le divisioni tra i liberal e la classe lavoratrice bianca, divisioni che sono cruciali per mantenere il potere delle élite capitaliste. La cultura della cancellazione è il foraggio per le avvincenti e divertenti guerre culturali. Trasforma l’antipolitica in politica. Soprattutto, la cultura della cancellazione distoglie l’attenzione dai ben più evidenti abusi istituzionalizzati del potere. È questa crociata compiaciuta e presuntuosa che rende la classe liberal così odiosa.

Doug Marlette, il vignettista editoriale vincitore del premio Pulitzer che ha creato il fumetto “Kudzu”, che presentava un personaggio ispirato a Campbell chiamato Rev. Will B. Dunn, portò Campbell a parlare ad Harvard quando ero lì. Il messaggio di Campbell fu accolto con un misto di sconcerto e aperta ostilità, il che mi andava bene perché significava che la stanza si svuotò rapidamente e il resto della notte Marlette, Campbell e io restammo alzati fino a tardi a bere whisky e a mangiare panini alla mortadella. Marlette era iconoclasta e acerbamente divertente come Campbell. Le sue vignette, tra cui una che mostrava Gesù il Venerdì Santo che portava una sedia elettrica invece di una croce e un’altra che ritraeva il telepredicatore Jerry Falwell come il serpente nel giardino dell’Eden, provocavano urla di protesta da parte di lettori irritati.

Il libro di memorie di Campbell, Brother to a Dragonfly, non solo è scritto magnificamente – Campbell era un amico intimo di Walker Percy, di cui ho consumato i romanzi – ma è pieno di umiltà e saggezza che i liberal, che dovrebbero passare meno tempo nella tana del coniglio autoreferenziale dei social media, hanno perso. Descrive l’America, che impiega abitualmente l’omicidio, la tortura, le minacce, il ricatto e l’intimidazione per schiacciare tutti coloro che si oppongono in patria e all’estero, come “una nazione di Klansmen”. Si è rifiutato di tracciare una linea morale tra l’impero americano, che molti liberali difendono, e i bianchi privi di diritti e arrabbiati che affollano gruppi razzisti come il Klan o che, anni dopo, sosterranno Trump. Gli architetti dell’impero e i capitalisti al potere che hanno sfruttato i lavoratori, ostacolato la democrazia, orchestrato la repressione di stato, accumulato livelli osceni di ricchezza e condotto una guerra senza fine erano, lo sapeva, il vero nemico.

Campbell ricorda di aver visto un documentario della CBS chiamato The Ku Klux Klan: An Invisible Empire, dopo il quale fu invitato a parlare al pubblico. Il film mostrava l’assassinio di tre lavoratori per i diritti civili in Mississippi, la castrazione del giudice Aaron in Alabama e la morte di quattro ragazze nell’attentato alla scuola domenicale di Birmingham.

Quando il film mostrò una recluta del Klan che girava a destra quando il maestro di addestramento gridava: “Fianco sinistro!”, il pubblico esplose in “applausi, fischi, grida e risate”. Campbell scrive di aver “provato un senso di nausea nello stomaco”.

Quelli che guardavano il film erano un gruppo convocato dalla National Student Association e comprendeva radicali della Nuova Sinistra degli anni sessanta, rappresentanti di Students for a Democratic Society, il gruppo di Port Huron, giovani uomini e donne bianchi che avevano guidato proteste nei campus di tutto il paese, bruciato edifici, coniato il termine “pigs” per riferirsi alla polizia. Molti venivano da famiglie benestanti.

“Erano studenti o neolaureati di college e università ricchi e importanti“, scrive del pubblico. “Erano cattivi e duri, ma in qualche modo, ho percepito che non c’era un solo vero radicale nel gruppo. Perché se fossero stati radicali come avrebbero potuto ridere di un povero contadino ignorante che non distingueva la mano sinistra dalla destra? Se fossero stati radicali avrebbero pianto, chiedendo cosa lo avesse prodotto. E se fossero stati radicali non sarebbero stati seduti ad assorbire un film prodotto per la loro edificazione e divertimento dall’establishment dell’establishment – la CBS”.

Campbell, al quale fu chiesto di rivolgersi al gruppo dopo il film, disse:

“Il mio nome è Will Campbell. Sono un predicatore battista. Sono originario del Mississippi. E sono pro-Klansman perché sono pro-essere umano“.

Nella sala scoppiò il pandemonio. Gli fu gridato di essere un “maiale fascista” e un “bifolco del Mississippi”. Molti se ne andarono.

“Solo quattro parole pronunciate – ‘predicatore battista del Mississippi pro-Klansman’,’ accoppiate con un’immagine visiva, bianca, li avevano trasformati in tutto ciò che pensavano che il Ku Klux Klan fosse – ostile, frustrato, arrabbiato, violento e irrazionale”, scrive. “E non sono mai stato in grado di spiegare loro che pro-Klansman non è lo stesso che pro-Klan. Che il primo ha a che fare con una persona, l’altro con un’ideologia”.

“Le stesse forze sociali che hanno prodotto la violenza del Klan hanno prodotto anche la violenza [delle sommosse nere, ndt] a Watts, Rochester e Harlem, Cleveland, Chicago, Houston, Nashville, Atlanta e Dayton, perché sono tutti pezzi dello stesso tessuto – isolamento sociale, privazioni, condizioni economiche, rifiuti, madri lavoratrici, scuole povere, cattive diete e tutto il resto”, scrive Campbell.

E queste forze sociali hanno prodotto le proteste nazionali di Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd da parte della polizia e l’assalto al Campidoglio da parte di una folla inferocita.

Campbell non ha mai chiesto a nessuno dei membri del Klan che conosceva di lasciare l’organizzazione per la stessa ragione per cui non ha mai chiesto ai liberal di lasciare “le organizzazioni o istituzioni rispettabili e alla moda di cui erano parte e partito, tutte le quali, stavo imparando, erano più veramente razziste del loro Klan“.

Questo amore radicale era il nucleo del messaggio del Dr. Martin Luther King. Questo amore informò la ferma nonviolenza di King. Lo portò a denunciare la guerra del Vietnam e a condannare il governo degli Stati Uniti come “il più grande fornitore di violenza nel mondo di oggi”. E l’ha visto assassinato a Memphis quando stava sostenendo uno sciopero dei lavoratori del settore sanitario per la giustizia economica.

Campbell viveva secondo il suo credo spesso citato: “Se devi amarne uno, devi amarli tutti“. Come King, credeva nel potere redentivo e trasformativo del perdono.

Le élite al potere e i cortigiani che strombazzano la loro superiorità morale condannando e mettendo a tacere coloro che non si conformano linguisticamente al discorso politicamente corretto sono i nuovi giacobini. Si crogiolano in un’arroganza ipocrita, resa possibile dal loro privilegio, che maschera la loro sottomissione al potere aziendale e la loro amoralità.

Non combattono l’ingiustizia sociale ed economica.

Mettono a tacere, con l’assistenza entusiasta delle piattaforme digitali della Silicon Valley, coloro che sono schiacciati e deformati dai sistemi di oppressione e coloro che non hanno la loro politesse finemente sviluppata e la deferenza alla moda linguistica. Sono gli utili idioti del potere corporativo e dell’emergente stato di polizia. La cultura della cancellazione non è la strada della riforma. È la strada per la tirannia.

Copyright 2018 Chris Hedges (pubblicato qui con permesso)

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Il mondo in una lattina

“L’ambiente”, ci dicono, è questo o quel problema.

Basta differenziare meglio, compensare il CO2, mettere fuorilegge le vecchie auto rugginose, cambiare lampadine, innalzare pale eoliche…

Invece, non è un problema, è tutto un sistema che ci sta portando alla catastrofe.

Se lo fai notare, ci sarà sempre qualcuno con il ditino imparatore che dirà, “ah, lamentarsi del sistema è solo una scusa per non fare qualcosa”.

No, dobbiamo ognuno di noi fare il massimo possibile per non essere complici. Sapendo che non sarà mai abbastanza e che sul piano pratico sarà del tutto inutile.

Perché…

Prendiamo un oggettino dall’aspetto innocuo, una lattina di Coca Cola.

I dati risalgono al 1999 e si riferiscono all’Inghilterra, saranno cambiate tantissime cose, ma l’importante è capirne il senso e la portata, e poi moltiplicare per tutti gli altri oggetti neutrali che ci circondano.

Seguiamo i passi e proviamo a immaginare i costi di ognuno.

Anche facendo finta che a ogni tappa si facciano tanti gesti ecofriendly e smart e sostenibili. Tipo il turno di notte della miniera di bauxite che usa torce che consumano di meno (ma è ecologia, o è il padrone che è tirchio?).

Poi pensiamo al prezzo irrisorio della lattina.

Ecco la differenza tra quei costi fatti sostenere a cielo, terra, acqua e biosfera, e il prezzo irrisorio pagato dal bevitore finale di acqua zuccherata contiene in sé tutta la questione ambientale.

Trovata su quel sito straordinario che è Energyskeptic [1], ecco la carriera di una lattina di Coca Cola, usa e getta, bevuta e abbandonata in Inghilterra.

Il punto di partenza è una miniera di bauxite. Ne trovo una in Tasmania, che si vanta di aver creato trenta posti di lavoro, che son meno di quelli che ha creato la Trattoria Quattro Leoni in Piazzetta della Passera.[2]

Miniera di bauxite in Australia
  1. La bauxite viene estratta in Australia,
  2. trasportata in un mulino a riduzione chimica,
  3. ogni tonnellata di bauxite viene lavorata e purificata in mezza tonnellata di ossido di alluminio.
  4. Viene poi stoccata,
  5. caricata su un gigantesco trasportatore di minerali e
  6. inviata in Svezia o Norvegia, dove le dighe idroelettriche forniscono elettricità a basso costo.
  7. Dopo un viaggio di un mese attraverso due oceani, di solito rimane alla fonderia anche per due mesi.
  8. La fonderia impiega due ore per trasformare ogni mezza tonnellata di ossido di alluminio in un quarto di tonnellata di alluminio metallico, in lingotti lunghi dieci metri.
  9. Questi vengono curati per due settimane prima di essere spediti ai laminatoi in Svezia o in Germania.
  10. Lì ogni lingotto viene riscaldato a circa 900 gradi Fahrenheit
  11. e laminato fino a uno spessore di un ottavo di pollice.
  12. I fogli risultanti sono avvolti in bobine da dieci tonnellate
  13. e trasportate in un magazzino,
  14. e poi a un laminatoio a freddo nello stesso o in un altro paese,
  15. dove vengono laminate dieci volte più sottili, pronte per la fabbricazione.
  16. L’alluminio viene poi inviato in Inghilterra,
  17. dove i fogli vengono punzonati e formati in lattine,
  18. che vengono poi lavate,
  19. asciugate,
  20. verniciate con uno strato di base,
  21. e poi dipinte di nuovo con informazioni specifiche sul prodotto.
  22. Le lattine vengono poi laccate,
  23. flangiate (sono ancora senza coperchio),
  24. spruzzate all’interno con un rivestimento protettivo per evitare che la cola corroda la lattina,
  25. e ispezionate.
  26. Le lattine vengono pallettizzate,
  27. sollevate con un carrello elevatore,
  28. e immagazzinate fino al momento del bisogno.
  29. Vengono poi spedite all’imbottigliatore,
  30. dove vengono lavati
  31. e pulite ancora una volta,
  32. poi riempiti con acqua mescolata a sciroppo aromatizzato, fosforo, caffeina e anidride carbonica.
  33. Lo zucchero viene raccolto dai campi di barbabietole in Francia e subisce
  34. l’autotrasporto,
  35. la macinazione,
  36. raffinazione
  37. e spedizione.
  38. Il fosforo viene dall’Idaho, dove viene estratto da profonde miniere a cielo aperto – un processo che porta alla luce anche cadmio e torio radioattivo. 24 ore su 24, l’azienda mineraria usa la stessa quantità di elettricità di una città di 100.000 persone per ridurre il fosfato alla qualità alimentare.
  39. La caffeina viene spedita da un produttore chimico al produttore di sciroppo in Inghilterra.
  40. I barattoli riempiti vengono sigillati con un coperchio di alluminio ‘pop-top’ al ritmo di millecinquecento barattoli al minuto,
  41. poi inserite in cartoni stampati con colori coordinati e schemi promozionali.
  42. I cartoni sono fatti di pasta di legno che può aver avuto origine ovunque, dalla Svezia o dalla Siberia alle foreste vergini della British Columbia che sono la casa di grizzly, ghiottoni, lontre e aquile.
  43. Pallettizzate di nuovo, le lattine vengono spedite a un magazzino di distribuzione regionale,
  44. e poco dopo a un supermercato dove una tipica lattina viene acquistata entro tre giorni.

Commenta Alice Friedemann di Energyskeptic:

Il consumatore compra dodici once di acqua zuccherata fosfatata, impregnata di caffeina e dal sapore di caramello. Bere la coca richiede qualche minuto; buttare via la lattina richiede un secondo. In Inghilterra, i consumatori scartano l’84% di tutte le lattine, il che significa che il tasso complessivo di rifiuti di alluminio, dopo aver contato le perdite di produzione, è dell’88%. Gli Stati Uniti ricavano ancora i tre quinti del loro alluminio dal minerale vergine, con un’intensità energetica 20 volte superiore a quella dell’alluminio riciclato, e buttano via abbastanza alluminio da sostituire l’intera flotta di aerei commerciali ogni tre mesi.

Ogni prodotto che consumiamo ha una storia nascosta simile, un inventario non scritto dei suoi materiali, risorse e impatti. Ha anche dei rifiuti generati dal suo uso e smaltimento… La quantità di rifiuti generati per fare un chip di semiconduttore è oltre 100.000 volte il suo peso; quella di un computer portatile, quasi 4.000 volte il suo peso. Per produrre un quarto di succo d’arancia della Florida sono necessari due litri di benzina e mille litri d’acqua. Una tonnellata di carta richiede l’uso di 98 tonnellate di risorse varie.

Se ci fosse un ministro alla transizione ecologica interessato all’ambiente invece che un piccolo Frankenstein come Roberto Cingolani che produce robot, saprebbe che stroncare i processi globali di questo tipo farebbe infinitamente di più per l’ambiente di tutte le retoriche sullo sviluppo sostenibile, che nel migliore dei casi sono semplicemente la solita ricerca di processi più efficienti per guadagnare di più.

Anche Zio Paperone era un grande nemico degli sprechi. Il che non ne fa un ecologista.

Nota:

[1] Energyskeptic cita un libro di Paul Hawken, Amory Lovins e L. Hunter Lovins (1999, Natural Capitalism, Earthscan Publications Capitolo 3: “Waste Not”, pagine 49-50), che a sua volta cita Lean Thinking di James Womack e Daniel Jones.

[2] A essere pignoli, si tratta di un’altra miniera, che illustra l’annuncio di quella dei trenta posti di lavoro.

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Al Cimitero degli Allori

Ieri faceva un gran freddo, e a camminare, si aveva paura che la bora ti facesse cadere in testa i cipressi.

Il vento di nordest suona forte tra i rami degli alberi, ma alle Càmpora, sento improvvisamente un suono completamente diverso, come un immenso sciame di api: è il vento tra le foglie degli ulivi.

E’ la prima volta che visito il Cimitero Evangelico agli Allori, da non confondere con un altro luogo di cui vi avevo già parlato, l’Isola dei Morti all’altro capo di Firenze, a Piazzale Donatello, dove tra lapidi e bambini Rom regna sorridente la santa Julia Bolton.

L’Isola dei Morti è uno dei quadri più famosi dell’Ottocento, e fu dipinto da Arnold Böcklin ispirandosi proprio al cimitero di Piazzale Donatello (ho al momento come desktop un altro quadro di Böcklin); e Böcklin è sepolto, accanto alla moglie, proprio agli Allori:

Agli Allori, vedo nomi inglesi, russi, tedeschi e anche un gran numero di nomi italiani.

E’ un mondo lontano, di aristocratici, di gente che leggeva il latino e il greco senza difficoltà, che campava probabilmente spesso di rendita, ma che ha fatto anche cose di straordinaria bellezza.

C’è anche un’Italia scomparsa, di scarni riferimenti alla GRANDE GUERRA 15 – 18 – GUERRE COLONIALI – MEDAGLIE AL VALORE

A volte, storie molto piccole, come quella dei gatti in ceramica di Elisabeth June Adams:

Ma io sono soprattutto qui perché cerco la tomba di Vernon Lee, di cui vi ho parlato molte volte.

In un piccolo lotto, trovo sua madre, suo padre, suo fratello.

Ma non trovo lei, finché non riesco a decifrare ciò che tra il muschio ancora si intravede su una piccola pietra.

VIOLET PAGET

1865-1935

VERNON LEE

WRITER

SHE HONOURED ITALY

AND LOVED FLORENCE

Tra pochi anni, non si leggerà più nulla.

E poi mi ricordo improvvisamente che lei era morta il 13 febbraio.

E ieri era proprio il 13 febbraio.

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Il Sinistracentrodestra

Ieri, abbiamo parlato della nascita del Sinistracentrodestra, con una metafora.

Mi segnalano che la stessa metafora fu usata molti decenni fa da Trilussa:

Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubblicano.

Prima de cena liticamo spesso
pè via de ’sti princìpi benedetti:
chi vo’ qua, chi vo’ là... Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.
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Tutti a tavola! Con foto di figliolo

Da molti mesi, i piccoli litigavano.

“Mamma, mamma! Ho visto Matteo fare gli scherzi al citofono, giuro!”

“Mamma, mamma! Sai che Laura ha aperto la porta a uno spacciatore negro!”

Poi è arrivata l’ora di pranzo e tutti si sono messi composti a tavola e hanno creato il primo governo di Sinistracentrodestra della storia italiana.

Perché 223 miliardi di euro da distribuire in fretta ai propri amici non capitano certo tutti i giorni.

La tavolata comprende un discreto numero di Esperti.

Cos’è un Esperto?

Immaginiamo l’Avv. De Squalis, capo di uno studio legale esperto nel ridisegnare confini catastali, far cadere in prescrizione reati edilizi e aprire conti nelle Isole Cayman per ditte immobiliari con sede in Lussemburgo.

Nel suo campo, sarà indubbiamente il più bravo, ma ci penserei due volte prima di farlo Assessore ai Lavori Pubblici.

I due esperti che saltano subito agli occhi, per me, sono Vittorio Colao, Ministro della Transizione Digitale e Roberto Cingolani, Ministro della Transizione Ecologica.

Vittorio Colao è riassumibile nei seguenti nomi: Banca Morgan Stanley di Londra, Vodafone, Corriere della Sera, Unilever.

Vittorio Colao, poi, è oggi senior advisor di General Atlantic, un fondo di investimento statunitense che attualmente gestisce 38 miliardi di dollari, investiti in oltre 200 società in giro per il pianeta, tra cui i videogiochi di Accolade e la finanza virtuale di Nubank.

Quest’estate, il presidente Trump ha ordinato la vendita ad americani delle attività statunitensi di TikTok, accusata di spiare per conto del governo cinese.

Queste attività sono state subito acquistate da Oracle, con i soldi di General Atlantic:

L’offerta del gigante del software è stata sostenuta dalle società di venture capital General Atlantic e Sequoia Capital, entrambe importanti investitori nella società madre di TikTok, ByteDance, con sede a Pechino.

Uno dei partner di Sequoia, Doug Leone, uno dei principali donatori di Trump, e Bill Ford, CEO di General Atlantic, avrebbero collaborato con la Casa Bianca per contribuire a garantire l’accordo per il consorzio Oracle.

L’intreccio del capitalismo globale è affascinante: da una parte, il datore di lavoro di Colao è uno dei principali investitori in una società cinese che si è impossessata dell’anima una gran fetta dell’infanzia mondiale; dall’altra è anche un investitore nella società che è riuscita a convincere il presidente degli Stati Uniti a scippare un pezzo della stessa società ai cinesi.

Ma gente coinvolta in roba del genere non ha sicuramente conflitti di interesse, quando si tratta di gestire il futuro digitale d’Italia.

Roberto Cingolani invece si trova tra le mani 70 miliardi di euro nel ministero inventato da Grillo.

Vado su Wikipedia e scopro che questo fisico ha

fondato e diretto il Laboratorio Nazionale di Nanotecnologie di Lecce.[…]

è direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, di cui viene anche considerato una sorta di amministratore delegato.[…]

Nel 2016 lavora alla nascita dello Human Technopole di Milano, il progetto per una cittadella di Scienza della vita.

Il 27 giugno 2019 viene nominato Chief Technology and Innovation Officer della società del settore difesa e aerospazio Leonardo S.p.A. diventando operativo dal 1º settembre 2019.

Leonardo S.p.A. è la reincarnazione della Finmeccanica, l’ottava industria del mondo specializzata nell’uccidere esseri umani, con mille tentacoli negli apparati politici, finanziari e militari del pianeta: ne abbiamo parlato più volte qui.

Nel 2015, il signore che sarà responsabile di traghettare l’Italia verso la “transizione ecologica” pubblicò un libretto, intitolato Umani e umanoidi. Vivere con i robot.

Ecco le parole con cui inizia questo testo:

Tra vent’anni potrebbe esserci un umanoide amico in ogni casa per assistere i nonni, portare i nostri figli a scuola e prepararci il caffè.

Aiutano l’uomo nei lavori domestici, intervengono accanto ai chirurghi nelle sale operatorie, affrontano situazioni estreme, dai disastri naturali ai conflitti. In un futuro non poi così lontano l’uomo vivrà e lavorerà con robot costruiti a sua immagine e somiglianza, sempre più sofisticati negli aspetti cognitivi come in quelli emotivi. Una prospettiva affascinante che suscita domande ineludibili. Per esempio: macchine che sanno decidere, scegliere, pensare hanno anche delle responsabilità nei nostri confronti? E noi, a nostra volta, abbiamo responsabilità verso di loro?

Nel libro, Cingolani, con un simpatico tocco autobiografico, ci presenta anche la foto di suo figlio:

C’è comunque una buona notizia, non hanno messo il dottor Mengele alla Salute.

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