The Future is Europe

Torno da Bruxelles.

Dovete sapere che io il Belgio lo conoscevo quasi esclusivamente dalle barzellette che raccontano gli olandesi.

A tali barzellette, aggiungo la mia esperienza personale della capitale d’Europa.

Immaginatevi una foresta di gru che ovunque abbattono case per seminarvi una distesa infinita di scatoloni di cemento armato, vetro e acciaio.

Dovevano demolire tutto, ma qualcuno è intervenuto per salvare questo bassorilievo in stile primo Novecento, che sarà incorporato in qualche angolo del prossimo palazzone

Gli scatoloni contengono a loro volta tante scatolette collegate da migliaia di chilometri di corridoi con tappeti incredibilmente puliti. Il tutto illuminato al neon, anche perché il sole a Bruxelles non esiste.

Piccola consolazione per italiani. La foto sopra è stata presa da dentro una scatoletta. A destra si intravede contro l'eurocielo, la sagoma della cupola del costruendo Palazzo di Giustizia. Gli autoctoni mi assicurano che le impalcature sono in quella stessa identica posizione da quarant'anni.

Allo scattare dell’ora, gli scatoloni si svuotano e si riempiono le navette che portano i cool colleagues ai parcheggi scambiatori.

Gli unici scatoloni abitati anche di notte sono le centinaia di giganteschi hotel.

Che hanno migliaia di scatolette, di cui alcune dedicate al Fitness e altre al Food.

E dentro le scatolette, ci sono le microscatolette, come queste:

L’Ospite di turno si può sigillare dentro la microscatoletta, con uno sgabello, un ripiano e il proprio smarfo.

Dallo smarfo può ordinare il Sustainable Vegan Sushi fatto con Organic fagioli coltivati in una Bio-Certified fattoria del Brasile e con sopra una salsa Back-to-Nature arrivata in aereo dall’Indonesia.

Poi una bottiglietta da 33 cl di acqua liscia per sei euro.

E mentre mangia, può speculare con i bitcoin, sempre sullo smarfo.

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Nulla è come appare

Una divagazione antropologica su quello che succede in Borgo San Frediano, stradina attualmente bloccata con le transenne per paura che tutto collassi.

Pensatela come una goccia d’acqua in cui si vede il mondo.

L’Assessore alla Mobilità ha detto, in varie dichiarazioni pubbliche, che il Comune farà le analisi strutturali sulla parte pubblica – la strada – e che i proprietari di casa devono farle sulle proprie case.

E che quando si capisce che tutto è apposto da una parte e dall’altra, si toglieranno le transenne e si applicheranno eventuali rimedi, se del caso.

E che chi è responsabile, il Comune oppure il Privato, pagherà i costi… l’importante è che adesso tutti siano in sicurezza.

Ora, io sono un ingenuo anglomessicano, e mi sembra un discorso di buon senso, anche espresso in modo chiaro e comprensibile. Mi verrebbe voglia di metterlo subito in pratica e risolvere il problema.

Suona bene anche sui giornali, e immagino che suoni bene anche a voi.

Ma gli indigeni mi fanno notare che nulla è come appare.

Tutto parte da un’omissione, da qualcosa che l’assessore e i giornali non citano e che voi non potevate sapere.

C’è una Ditta Privata (in realtà proprietà al 100% del governo francese) che gestisce tutti i trasporti pubblici su ruota della Toscana; e ci sono i proprietari degli autobus turistici a due piani, di un certo signor Fabio Maddii assai benvoluto dall’amministrazione.

Entrambi, per colpa del blocco stradale, hanno perso tanti soldi, e tra poco ipotizziamo con certezza che manderanno i loro sanguinari avvocati a chiederli indietro al Comune.

"Ipotizzare con certezza" è  quella cosa che porta i fiorentini, quando vedono un'enorme nuvola nera in cielo, a uscire di casa con l'ombrello. Non sempre ci azzeccano, ma spesso si risparmiano una doccia.

Il danno c’è perché il Comune ha ordinato di chiudere la strada.

Se lo ha fatto, può essere per uno dei seguenti motivi:

  1. c’era un vero pericolo dovuto a un problema da parte del Pubblico (cattiva manutenzione della strada)
  2. C’era un vero pericolo dovuto a un problema da parte di qualche privato, che chiameremo il Proprietario (cattiva manutenzione di un palazzo che rischia di cadere in testa ai passanti).
  3. Non c’era nessun pericolo, e l’0rdinanza comunale era quindi un abuso.

Se guardate bene, sia nel caso 1) che 3), la colpa è del Comune.

Il Comune rischia quindi di versare fiumi di soldi a ditte private.

Sono soldi pubblici e quindi chissenefregherebbe, però esiste la Corte dei Conti, che dà la caccia ai funzionari e ai politici che hanno avuto la dabbenaggine di firmare qualcosa di troppo, e li spolpa.

Quindi noi ipotizziamo con certezza che il Comune cercherà di dimostrare che il colpevole è il Proprietario (caso 2).

Il tecnico che il Comune manda per ispezionare la parte pubblica può in teoria scoprire che è vera qualunque delle tre ipotesi.

Ma se pensiamo a una ditta che fattura quasi esclusivamente lavorando con il Comune, ipotizziamo sempre con certezza che scriverà una perizia che assolve il Comune. In fondo anch’io, da traduttore, faccio così, se il committente mi chiede di tradurre fischi, non traduco bottles. Traduco whistles. Se no, la prossima volta, non mi chiama più.

In questi giorni, ci siamo trovati a difendere, uno dopo l'altro, piccoli compagni di strada dai giornalisti e tutto sommato, da noi stessi che i giornalisti li avevamo chiamati.

Tipo il nostro compagno di strada che, interpellato, ha detto, "non mi coinvolgete, io lavoro facendo consulenze per il Comune". E concordiamo, mica gli vogliamo far perdere il lavoro che gli permette di pagare il mutuo.

Ma ipotizziamo con certezza anche che nella perizia, i tecnici pagati dal Comune non scriveranno nulla di falso: nessuno sano di mente mette la firma a un documento dove dice che il tubo gira a destra, mentre in realtà gira a sinistra, se no gli faranno pagare anche la distruzione di Pompei.

No, semplicemente non dirà che il tubo gira, e tutti penseranno che continui dritto, ma lui mica l’ha scritto.

Per non finire nel tritacarne, due semplici regole. 

Imparare a scrivere, cioè a definire con chiarezza la propria innocenza, e far sfumare le proprie colpe.

E a contare sempre fino a dieci, prima di mettere la firma. E se possibile, non mettercela proprio. Ogni firma può essere una confessione di colpevolezza.

Da trentatrè anni, gli amici del Centro Popolare Autogestito (CPA) occupano in assoluta illegalità un'intera ex-scuola pubblica, facendo ottime cose. Il loro segreto? Non hanno mai firmato nulla. Pensate che ganzo.

Con questo rigoroso ragionamento, arriviamo alla ipotetica certezza che il Comune farà di tutto per far ricadere la colpa sul Proprietario, inteso come il cittadino che possiede un appartamento o un negozio.

E qui la politica diventa arte.

Bisogna dimostrare che il Proprietario è colpevole di negligenza, e quindi è colpevole non solo dei danni a casa sua, ma anche del procurato allarme, di aver fatto bloccare la strada e di aver fatto perdere decine, centinaia di migliaia di euro alle ditte che stanno per fare causa al Comune.

Ma come costringere il Proprietario ad ammettere di essere lui il colpevole?

Bisogna spingerlo a fare – ovviamente a proprie spese – una perizia, che lo incolpi.

Il Proprietario dovrà innanzitutto procurarsi un ingegnere strutturista, ma poi pure un geologo che esplori il sottosuolo. E costano molto.

Gli indigeni mi spiegano che il Proprietario è responsabile per legge del Mondo Infero fino al nono cerchio dell’Inferno. Tipo, se c’è il petrolio sotto la mia casa e prende fuoco, io sono colpevole e vado in galera; ma vado anche in galera, se prendo il petrolio per farmi l’acqua calda.

Il Comune ovviamente non può ordinare a un Proprietario di spendere i propri soldi per autoincolparsi. Se l’Assessore mettesse la firma a un ordine simile si impicherebbe da solo…

Ma se instillasse nella testa del Proprietario la paura di dover pagare tutto, e contemporaneamente la speranza che pagandosi una perizia, potesse almeno pagare meno?

Certo, se il Proprietario è furbo, può pagare un perito per scrivere mentendo che tutto va bene. E gli conviene pure, se vuole rivendere la proprietà a un prezzo ragionevole.

Così se il palazzo alla fine crolla, non sarà colpa di nessuno. E anche il Comune certamente non ne avrà colpa.

D’accordo, ma se non è colpa di nessuno, sorge il Problema Tre:

“Non c’era nessun pericolo, e l’0rdinanza era quindi un abuso.

Soluzione: il Proprietario possiede una casa perfetta, eppure ha rotto le scatole chiamando i Vigili del Fuoco, e venne la Polizia Municipale, che per due soldi chiamò la Ditta Semiprivata che mise la transenna che scacciò l’autista… Tutto ciò che succede da lì in poi è colpa del Proprietario.

Se il Proprietario invece è una persona perbene, che non fa truffe…

farà fare una perizia, che dimostrerà che un problema c’è davvero. E c’è davvero, perché un’intera strada sta collassando.

Ma riconoscendo che c’è un problema dalla parte sua, il Proprietario, tutto insieme: perderà la casa perché è pericolante, si brucerà l’eventuale mutuo, ma soprattutto si prenderà per iscritto e per firmato la colpa di tutto.

Le migliaia di euro spese per le transenne e le tre uscite quotidiane dell’Operaio che non s’è mai visto saranno la minima parte di ciò che dovrà pagare…

Perché sarà tutta responsabilità sua il Mancato Guadagno della Ditta Semiprivata che stava per spolpare il Comune, e della Ditta Privatissima che portava i turisti sugli autobussoni a due piani a farsi i selfie con sfondo Uffizi.

Ora, la buona notizia è che in fondo alla catena, a pagare tutto, ci sarà una signora, che nella sua vita ha pensato più alla letteratura che al diritto, che ha la colpa di possedere una cantina dove al posto del cemento che c’era, compaion buchi di sabbia. E quando l’avrete mandata a dormire sulle panchine di Piazza Tasso, non avrete manco pagato le vacanze ai Caraibi degli avvocati.

Ma su, un po’ di ottimismo…

Prima di pensare che a Firenze tutti vivano sotto la scure di cause e processi, è bene ricordare che ci sono due tipi di persone.

Quelle che hanno paura delle cause, e quelle che non ne hanno paura.

Tra i fifoni, ci sono tipicamente le signore appassionate di letteratura che possiedono una cantina o che hanno la sciagurata fantasia di chiamare i vigili del fuoco.

La prospettiva di passare anni e anni senza dormire, pagando avvocati che tirano fuori ipotesi sempre più assurde, è per loro peggio dell’idea di arrendersi, pagare e tacere.

Nella seconda categoria, ci sono signori come Leonetto Mugelli, che affrontano con molta più allegria simili ipotesi: ricordiamo che il signor Mugelli approfittò delle vacanze estive per costruire due palazzi interi nel cortile della chiesa del Carmine, nel centro Unesco dove è vietato anche stendere i panni alle finestre.

Oppure un altro signore di cui mi concederete di non fare il nome, con numerosi precedenti per rapina a mano armata, che ha aperto una serie di società che hanno fatto fallimenti creativi in serie. 

Tante ne ha fatte, che un po' di domiciliari se le è dovute sorbire, assieme a molti signori nati tutti a Vibo Valentia. Ma il suo ristorante stasera era felicemente aperto, con tre giovinetti che versavano da bere; e le bevande e il cibo costituiscono ancora oggi la parte meno redditizia di ciò che offre ai clienti.

Il fiorentino suona maledettamente simile all’italiano. Eppure è un’altra lingua.

Ragioniamo su tutte queste cose sotto la pioggia, e la zingara romena ci chiede i soldi, e passano i turisti.

E io imparo, guardando la torre dell’Arnolfo con il suo orologio con una sola lancetta.

"La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ’nvidia tanto pianta,

produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore."

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Parteneriato Pubblico-Privato a Firenze

Uno, come sapete, la nostra strada è bloccata con le transenne da una dozzina di giorni, con conseguente radicale deviazione di sei importanti linee dell’autobus.

Curiosamente, questo blocco non risulta scritto da nessuna parte.

Ad esempio, non compare nemmeno sulla pagina del Comune dedicata ai “lavori in corso” (salvata su Archive.today stamattina, perché la pagina ovviamente cambia).

L’unico riferimento su tale pagina alla nostra strada è a un trasloco che il 10 gennaio ha fatto chiudere per qualche ora una piccola e tranquilla traversa di Borgo San Frediano.

Due. Ogni martedì, la Ditta Semiprivata Alia Servizi Ambientali SpA manda un furgone a raccogliere la carta porta a porta nella nostra strada, cercando di coinvolgere i cittadini in un circolo virtuoso, come sostenibilmente spiegato da questo poster della stessa Alia:

Martedì mattina un residente debitamente sensibilizzato ed educato ha quindi telefonato per chiedere se poteva mettere la carta fuori la sera, anche se la strada era chiusa.

L’addetta, di una gentilezza squisita, ha chiesto il nome e il numero di telefono dell’utente, promettendo che sarebbe stato subito richiamato con la risposta.

La telefonata non è mai arrivata, ma è arrivata una mail che chiedeva all’utente di valutare la qualità del servizio reso, attraverso un’apposita app a cui l’utente stesso ha scoperto con sorpresa di essere stato iscritto.

Un altro residente, che evidentemente aveva maturato una “intelligenza ecologica“, ha telefonato chiedendo sempre se doveva mettere fuori la carta, e gli è stato risposto di sì.

Sostenibilmente, i residenti hanno messo fuori la carta il martedì sera.

Oggi è giovedì sera e la scena si presenta così:

Da notare che in questi giorni, molte persone hanno scambiato queste piramidi cartacee per discariche generiche, per cui il loro contenuto è attualmente assai vario (compreso qualche annaffiatura canina con liberatoria dell’accompagnatore umano).

Tre, oggi è venuto a visitare il rione un funzionario del Comune con accompagnatore (sempre umano), allo scopo di:

1) fotografare le transenne

2) valutare quindi quanto far pagare ai residenti per il godimento delle stesse transenne. Una cifra ancora vaga, visto che dovrà aumentare ogni giorno finché i residenti non risolveranno da soli i problemi della strada.

Durante l’ispezione, i due hanno notato che le transenne nella loro attuale posizione non servono assolutamente a nulla.

In parte perché molte transenne sono semplicemente accatastate una addosso all’altra su un lato della strada.

Ma anche grazie a dodici giorni di creativa risistemazione popolare, sia da parte di camionisti frettolosi che avevano deciso di passare lo stesso, sia da parte di alcuni residenti che pare le abbiano utilizzate per realizzare una sorta di pista da slalom per rallentare le corse dei motociclisti lungo il tratto chiuso al traffico (e quindi forse è ingiusto dire che le transenne non servono proprio a niente).

Gli stessi ispettori hanno trovato lievemente sorprendente questo posizionamento delle transenne, visto che la ditta appaltatrice Semiprivata assicura di mandare tre volte al giorno un operaio (debitamente retribuito con i nostri soldi secondo i capitolati dell’appalto) per controllare che ogni pezzo di ferro compia fedelmente il proprio dovere.

Gli ispettori hanno però cortesemente rassicurato i residenti dicendo che – ovviamente dopo aver pagato di tasca loro – potranno cercare di rivalersi sul Comune.

Ieri sera era venuto nel nostro rione l'Assessore alla Mobilità, che lungamente incalzato in merito a chi doveva pagare per le transenne non richieste da nessuno, aveva alla fine detto, preso dall'entusiasmo, "la signora non pagherà niente!"

Stamattina abbiamo invece letto sul Corriere Fiorentino una dichiarazione più equilibrata dello stesso Assessore:  

“Avr [l'appaltatrice delle transenne] ha inviato il preventivo ai privati come obbligata a fare dato che le transenne sono state messe su richiesta dei privati [sic!] dopo l’intervento dei pompieri. L’importante è mettere tutto in sicurezza, poi vedremo chi le pagherà”.

I due funzionari pubblici hanno lasciato nella loro non-posizione tutte le transenne, visto che il loro inquadramento professionale è diverso da quello degli operai della Ditta Semiprivata: nel Parteneriato Pubblico-Privato, è bene che ogni parte rispetti il proprio ruolo.

Quattro, mi chiamano – “c’è un autobus che ha sfondato le transenne e sta passando tutto il traffico!”

Mi affaccio e vedo che le prime transenne sono sparite, c’è un enorme autobus fermo davanti a una seconda fila di transenne, e dietro una teoria interminabile di auto che suonano il clacson, prendendosela con lo Sfondatore del Fronte perché non ha il coraggio di andare fino in fondo.

Scendo per capire che succede, convinto che si tratti di una prepotenza: quasi ogni mattina c’è un camionista che sfonda le barriere perché ha furia.

C’è un giovane che sta gioiosamente prendendo in giro l’autista, e mi associo anch’io, vedendo in lui tutti i prepotenti che infieriscono sul nostro mondo.

Il giovane se ne va, ancora inveendo creativamente, poi mi ricordo delle tremende parole – pensa te – dell’inno omerico ad Ares, dove si chiede proprio al dio della guerra di

“frenare la travolgente forza della furia che spinge a gettarmi nella mischia crudele”

Deve essere esattamente la stessa forza che mi ha fatto scendere giù di corsa, a frenarmi e ascoltare. E allora, grazie a uno sconosciuto poeta dell’antica Grecia (l’inno omerico mica l’ha scritto Omero) che per vie traverse mi lascia qualche parola nell’orecchio, cerco di ascoltare l’autista.

Che belli i regali tra i millenni

Siccome la chiusura della strada non è segnata da nessuna parte, lui ci si era infilato per sbaglio, e si era trovato in trappola. Si era quindi (giustamente) tolto dal traffico mettendosi nella zona proibita, e aspettando di venire salvato dai suoi colleghi.

E tutta la piccola banda di sanfredianini che lo stava per linciare verbalmente, in un attimo ci diventa amica, e cerchiamo di fare il possibile per aiutarlo.

I suoi colleghi, quando arrivano, mi arruolano per bloccare il traffico e mandare via le auto, in modo da permettere un’interminabile retromarcia. Corro verso ovest, fermando furgoni e deviando automobilisti cui cerco di spiegare la situazione, e vedo con sorpresa che ci riesco (e che tutti collaborano).

Alla fine il povero autista liberato mi fa un saluto con il pollice alzato, e gli grido,

“Benvenuto a San Frediano!”

Ecco, questo è quello che in Olanda chiamano un partenariato pubblico-civico.

Torno tra la banda di neo-amici e neo-amiche, di vicini di casa da vent’anni che ho scoperto solo adesso, questa volta c’è anche un ragazzo tedesco innamorato di Firenze, e una mi fa,

“Autogestione! Dichiariamo la repubblica più piccola del mondo! La repubblica di San Frediano!”

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Non chiamate mai i vigili del fuoco!

Ieri abbiamo avuto una lezione di urbanistica molto istruttiva.

Allora, riassunto delle puntate precedenti:

  1. A dicembre, si apre una grossa buca nella nostra trecentesca strada, percorsa quotidianamente da centinaia di autobus.
  2. I residenti dei palazzi vicini iniziano a segnalare crepe preoccupanti anche nei loro palazzi, che tremano a ogni passaggio.
  3. In particolare, una Signora scopre una voragine nella propria cantina di casa, proprio di fronte alla buca appena tappata.
  4. La Signora chiama i vigili del fuoco, che le consigliano la massima allerta, invitandola a tenere sempre pronta una valigia e scappare al minimo scricchiolio.
  5. La polizia municipale, chiamata dai vigili del fuoco, fa piazzare delle transenne davanti a varie case, tra cui quella della signora.
  6. Il traffico su quattro ruote viene bloccato a monte, con altre transenne.

Tutto chiaro?

Ieri mattina, la Signora a cui hanno detto di essere pronta a scappare riceve una telefonata.

“Sono dell’AVR

“Cosa?”

“Sì, siamo la ditta che fornisce il Global Service al Comune di Firenze, in particolare siamo noi che mettiamo le transenne.

Il Comune ci sta mettendo pressione, vogliono riaprire la strada al traffico, lei ci dà il permesso?

“Io? Ma è il Comune che ha chiuso la strada, mica io!”

“Ah, un’altra cosa, oggi le mandiamo la fattura.”

“Non ho capito…”

“Sì, ci deve pagare per le transenne. Le abbiamo messe per lei”.

“Ma perché devo pagare io? Io non le ho mai chieste!”

“No, guardi. La polizia municipale ci ha detto che è stata proprio lei a chiamare i vigili del fuoco, quindi ci rivaliamo su di lei.”

“Allora se devo pagare io, posso togliere le transenne davanti casa mia?”

“No. La rimozione deve essere autorizzata dalla polizia municipale, sono loro che ci hanno detto di metterle, non le può mica togliere lei.

Comunque stiamo preparando la fattura, più tardi gliela mandiamo, buona giornata!”

Qualche ora dopo, arriva per davvero la fattura.

Sono 875 (ottocentosettantacinque/00) euro per la “uscita dell’operaio” e per il godimento non richiesto delle suddette transenne per dieci giorni: ovviamente ogni giorno in più si aggiungeranno ulteriori costi, che verranno fatturati successivamente.

Ma per liberarsi da questo tributo alla Ditta Privata AVR, basta che la Signora esegua i necessari lavori per risistemare tutto, che un perito certifichi la perfetta condizione del palazzo, e soprattutto che la Signora si “assuma tutte le Responsabilità”: se il palazzo cade addosso a una famigliola e ne fa schiacciata co’ l’uva, l’assassina sarà la Signora.

Dal sito dell’AVR. L’etica, quando c’è, si vede…
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Come le lumache dopo la pioggia

Da diversi giorni, come vi raccontavo, la nostra strada è bloccata.

C’è una fragile barricata di transenne, che ogni tanto qualche camionista frettoloso scansa con le mani e poi con il mezzo, butta giù anche la segnaletica.

Improvvisamente, la gente mette fuori le antennine, come le lumache dopo la pioggia.

Scopro che la nostra strada, che mi sembrava solo un fiume di traffico e di trolley di turisti, è abitata.

Ci raduniamo proprio al centro della strada, ridendo e presentandoci.

E appena si forma il nostro piccolo capannello, si aggiungono altre persone timide, che vorrebbero presentarsi anche loro, e scopriamo che abbiamo tutti storie molto simili da raccontare, di case che tremano e si crepano, di speculatori immobiliari che hanno fatto truffe epiche, di paura di camminare per strada dove gli autobus ti sfiorano i gomiti, di voragini che si aprono.

“Ma ti rendi conto, stanno facendo fuggire tutti, vanno a vivere in luoghi lontani, eppure con i B&B non trovi un buco per meno di 1200 euro al mese, e proprio per questo, ci vogliono tutti questi autobus e tutte queste macchine! E’ il serpente che si morde la coda!”

Il bello è l’intelligenza collettiva, scoprire che ognuno di questi sconosciuti ha qualche competenza, qualche scoperta, qualcosa da dare agli altri. E scoprire anche di essere arrivati tutti a conclusioni molto simili: si lètiha solo sui mezzi, mai sulla causa, che appare lampante a tutti.

La cosa più strana, per me è che quando parlo con quasi chiunque nel rione, che abbia studiato o no, ci capiamo subito sulle cose fondamentali; poi quando scrivo sul blog le stesse cose che ci raccontiamo incontrandoci tra i nostri vicoli, mi sento dire che vuoi fare discorsi assurdi.

La Elisa, che in tutti questi anni non avevo mai notato, ma abita a venti metri da me, racconta che ha messo insieme i dati delle corse ufficiali dei mezzi pubblici: sono 896 autobus al giorno che passano sotto le nostre finestre, martellando sull’asfalto e sfondando i marciapiedi. Senza contare i bussoni turistici o i furgoni delle consegne.

"E' la nostra Val di Susa!" grida Elisa, e in effetti, la stradina stretta è un po' una valle, e il Cestello un po' un monte.

Poi scopriamo che uno dopo l’altro, in tanti hanno denunciato al Comune le buche nell’asfalto e le crepe nei palazzi, ma non lo sapevamo, perché ciascuno di noi ha denunciato solo per sé, e le istituzioni non faranno certo nulla per farci conoscere tra di noi: divide et impera.

In mezzo alla strada, scorre il Fognone di Firenze; quando l’asfalto ci è collassato sopra, Massimo è corso nel suo studiolo, ha tirato fuori una sedia e l’ha messa sopra la buca, prendendosi i moccoli degli automobilisti che sfrecciavano accanto, e a ogni passaggio, la buca si allargava.

Dovete sapere che l'Arno divide in due il mondo. 

A nord ci sono i crucchi, che sono anaffettivi e pìsseri, e seguono le regole.

A sud, ci sono i terroni, che sono calorosi e violano le regole, ma stanno attentissimi a non fare sgarbi a chi va rispettato.

I fiorentini, come i terroni, non seguono le regole; e come i nordici, non rispettano nessuno.

Poi s’è aperta una voragine nella cantina di una signora, che ha chiamato i Vigili del Fuoco, che hanno detto (evitando giustamente di metterlo per iscritto) che tra poco sarebbe crollato tutto, ma che la competenza era della ditta che gestisce l’acqua pubblica di Firenze.

E la ditta che gestisce l’acqua pubblica, ha detto (evitando giustamente di metterlo per iscritto) che la competenza era del Comune, ma che loro, essendo privati, non avevano alcun obbligo di avvisare il Comune.

E allora sono arrivati i Vigili Urbani (evitando giustamente di metterlo per iscritto), che hanno detto anche loro che tra poco crollava tutto, e che quindi la signora doveva far fare una perizia a proprie spese a un ingegnere strutturista. E che solo dopo sarebbe intervenuto il Comune.

I Vigili hanno anche chiesto alla signora il permesso di riaprire la strada (la signora ha ringraziato di essere stata così nominata sindaca di Firenze, ma ha precisato che faceva un altro lavoro).

Oggi l’Assessore alla Mobilità ci ha ascoltati per oltre un’ora.

Al Consiglio comunale, oggi: tutti in piedi ad ascoltare il ridicolo inno di Mameli. In due, ovviamente di Fratelli d'Italia, ad accompagnare l'inno anche con le labbra, tra l'imbarazzo generale.

Molti pensano che la Politica consista nel dire Cose Buone e Giuste (secondo i vari punti di vista) e Condannare Orride Schifezze degli altri.

Nel mondo reale:

Il politico, ovunque presumo nel mondo, vive sospeso tra la Carota e il Bastone.

Della Carota, giustamente, non ci viene a parlare. La possiamo ipotizzare, ma finché non cogliamo il politico con dieci chili di biglietti da cinquanta euro in mano, le ipotesi restano ipotesi (e spesso sospetto siano anche paranoie).

Quindi, quando cerchiamo di capire i politici, è più utile parlare del Bastone. Ve la metto molto semplice, perché ci sono in realtà moltissime trappole in più, che contorcono ulteriormente la situazione:

  1. Un ingegnere che firma una perizia si assume la responsabilità di un omicidio, sia se blocca, che so, un’ambulanza che trasporta un moribondo, sia se permette al traffico di passare e quindi fa crollare un palazzo con tutti i suoi abitanti dentro.
  2. I danni potrebbero pagarli l’assicurazione, ma se non c’è una perizia che assicura gli assicuratori che non dovranno mai darti un centesimo, l’assicurazione certamente non ti assicura.
  3. Un ingegnere strutturista non firmerà mai una perizia che riguardi la consistenza stessa del terreno, che è competenza di un geologo. E nessuno dei due firmerà il tanaliberatutti. Oppure lo farà, anche se il palazzo sta per crollare, ma solo se gli paghi abbastanza per assicurargli un futuro a Dubai.
  4. Se l’ingegnere o il geologo lavora a Firenze, una volta che ha fatto una perizia che glieli fa davvero girare a qualcuno, a Firenze non lavorerà più.
  5. Il Comune ha seri problemi a bloccare 896 corse dell’autobus, esponendosi ad accuse feroci da parte degli utenti che non riescono ad andare al lavoro.
  6. Il Comune ha seri problemi a far passare le stesse 896 corse nella stradina stretta sotto casa di qualcun altro, dove si ripeterà lo stesso problema.
  7. Il Comune e la Regione hanno appena ceduto il monopolio di tutto il trasporto pubblico della Toscana a una ditta privata – casualmente interamente di proprietà dello Stato francese. E questa ditta minaccia di chiedere al Comune il mancato guadagno di ogni corsa che il Comune dovesse bloccare; e se i timorosi avvocati del Comune dovessero perdere le cause, la Corte dei Conti sarà pronta a saltare alla gola di ogni politico o funzionario che abbia firmato i blocchi, rovinandogli la vita.
Sul punto 6. Noi oltrarnini siamo sempre Inby, "In nobody's backyard!" Se ci rifiutiamo di pagare i costi di qualcun altro, saremo sempre solidali con tutti gli altri che si rifiutano di pagare anche loro lo stesso costo.

E allora, l’uovo di Colombo: isoliamo la signora del civico 37 (su 188 di civici di un’intera strada che collassa), le chiediamo di sbattersi per trovare a proprie spese un ingegnere strutturista (e magari pure un geologo), se quello ha il coraggio di metterci la firma, tutte le conseguenze sono sue (e infatti tre ingegneri su quattro che lei ha consultato si sono già rifiutati).

Come sempre, la discussione in mezzo a quella che è diventata la nostra strada va a finire sulla Massoneria.

Dovete sapere che tutti i massoni che ho conosciuto a Firenze sono persone interessanti e oneste; ma una signora mi spiega che un massone le ha spiegato che esistono due logge, e devi sempre stare attento a quale ti rivolgi, e se sbagli loggia, sono guai.

Un coro di, “eh già, siamo in Toscana!

Ma intanto ho scoperto di avere una strada intera di amici, dove pensavo che ci fossero solo tonnellate di acciaio pronte a spiaccicarti al muro.

E una delle mie nuove amiche dice,

“Quando vinceremo, dobbiamo fare una cena proprio qui, con i tavoli in mezzo alla strada!”

E il tizio con il sigaro spento in bocca, dice

“Eh già, siamo in Toscana!”

Come sono belle le nostre lumache, le nostre antennine, come è bello scoprire che esisteva vita dove c’erano solo motori!

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Per la vita di Alfredo Cospito

La questione è molto semplice, e si ripropone di continuo.

In Italia, se ferisci qualcuno, e se mandi un pacco bomba per posta che non esplode, e lo fai perché vuoi ricattare, minacciare o rubare, vieni punito con una certa pena.

E su questo niente da ridire.

Se fai le stesse identiche cose, ma perché credi in qualcosa, vieni punito molte volte di più, tra reati “associativi” e aggravanti e tutto il resto.

Pubblichiamo volentieri questo appello apparso su Volere la luna.

Per la vita di Alfredo Cospito
Appello al Ministro della giustizia e all’Amministrazione penitenziaria

Alfredo Cospito è a un passo dalla morte nel carcere di Bancali a Sassari all’esito di uno sciopero della fame che dura, ormai, da 79 giorni. Detenuto in forza di una condanna a 20 anni di reclusione per avere promosso e diretto la FAI-Federazione Anarchica Informale (considerata associazione con finalità di terrorismo) e per alcuni attentati uno dei quali qualificato come strage pur in assenza di morti o feriti, Cospito è in carcere da oltre 10 anni, avendo in precedenza scontato, senza soluzione di continuità, una condanna per il ferimento dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi.

Dal 2016 è stato inserito nel circuito penitenziario di Alta Sicurezza 2, mantenendo, peraltro, condizioni di socialità all’interno dell’istituto e rapporti con l’esterno. Ciò sino al 4 maggio 2022, quando è stato sottoposto al regime previsto dall’art. 41 bis ordinamento penitenziario, con esclusione di ogni possibilità di corrispondenza, diminuzione dell’aria a due ore trascorse in un cubicolo di cemento di pochi metri quadri e riduzione della socialità a una sola ora al giorno in una saletta assieme a tre detenuti.

Per protestare contro l’applicazione di tale regime e contro l’ergastolo ostativo, il 20 ottobre scorso Cospito ha iniziato uno sciopero della fame che si protrae tuttora con perdita di 35 chilogrammi di peso e preoccupante calo di potassio, necessario per il corretto funzionamento dei muscoli involontari tra cui il cuore.

La situazione si fa ogni giorno più grave, e Cospito non intende sospendere lo sciopero, come ha dichiarato nell’ultima udienza davanti al Tribunale di sorveglianza di Roma: «Sono condannato in un limbo senza fine, in attesa della fine dei miei giorni. Non ci sto e non mi arrendo. Continuerò il mio sciopero della fame per l’abolizione del 41 bis e dell’ergastolo ostativo fino all’ultimo mio respiro».

Lo sciopero della fame di detenuti potenzialmente fino alla morte è una scelta esistenziale drammatica che interpella le coscienze e le intelligenze di tutti.

È un lento suicidio (che si aggiunge, nel caso di Cospito, agli 83 suicidi “istantanei” intervenuti nelle nostre prigioni nel 2022), un’agonia che si sviluppa giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, un’autodistruzione consapevole e meditata, una pietra tombale sulla speranza.

A fronte di ciò, la gravità dei fatti commessi non scompare né si attenua ma deve passare in secondo piano.

Né vale sottolineare che tutto avviene per “scelta” del detenuto.

Configurare come sfida o ricatto l’atteggiamento di chi fa del corpo l’estremo strumento di protesta e di affermazione della propria identità significa tradire la nostra Costituzione che pone in cima ai valori, alla cui tutela è preposto lo Stato, la vita umana e la dignità della persona: per la sua stessa legittimazione e credibilità, non per concessione a chi lo avversa. Sta qui – come i fatti di questi giorni mostrano nel mondo – la differenza tra gli Stati democratici e i regimi autoritari.

La protesta estrema di Cospito segnala molte anomalie, specifiche e generali: la frequente sproporzione tra i fatti commessi e le pene inflitte (sottolineata, nel caso, dalla stessa Corte di assise d’appello di Torino che ha, per questo, rimesso gli atti alla Corte costituzionale); il senso del regime del 41 bis, trasformatosi nei fatti da strumento limitato ed eccezionale per impedire i contatti di detenuti di particolare pericolosità con l’organizzazione mafiosa di appartenenza in aggravamento generalizzato delle condizioni di detenzione; la legittimità dell’ergastolo ostativo, su cui il dibattito resta aperto anche dopo l’intervento legislativo dei giorni scorsi e molto altro ancora.

Non solo: la stessa vicenda di Cospito è ancora per alcuni aspetti sub iudice ché la Corte costituzionale deve pronunciarsi sulla possibilità che, nella determinazione della pena, gli effetti della recidiva siano elisi dalla concessione dell’attenuante della lievità del fatto e la Cassazione deve decidere sul ricorso contro il decreto applicativo del 41 bis.

Su tutto questo ci si dovrà confrontare, anche con posizioni diverse tra di noi. Ma oggi l’urgenza è altra. Cospito rischia seriamente di morire: può essere questione di settimane o, addirittura, di giorni. E l’urgenza è quella di salvare una vita e di non rendersi corresponsabili, anche con il silenzio, di una morte evitabile. Il tempo sta per scadere.

Per questo facciamo appello all’Amministrazione penitenziaria, al Ministro della Giustizia e al Governo perché escano dall’indifferenza in cui si sono attestati in questi mesi nei confronti della protesta di Cospito e facciano un gesto di umanità e di coraggio. Le possibilità di soluzione non mancano, a cominciare dalla revoca nei suoi confronti, per fatti sopravvenuti e in via interlocutoria, del regime del 41 bis, applicando ogni altra necessaria cautela. È un passo necessario per salvare una vita e per avviare un cambiamento della drammatica situazione che attraversano il carcere e chi è in esso rinchiuso.

6 gennaio 2023

Primi firmatari:

Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale, Università di Torino
Silvia Belforte, già docente di architettura, Politecnico di Torino
Ezio Bertok, presidente Controsservatorio Valsusa
don Andrea Bigalli, parroco in Firenze, referente di Libera per la Toscana
Maria Luisa Boccia, presidente del CRS (Centro per la Riforma dello Stato)
Massimo Cacciari, filosofo
Gian Domenico Caiazza, avvocato, presidente Unione Camere Penali Italiane
don Luigi Ciotti, presidente del Gruppo Abele e di Libera
Gherardo Colombo, già magistrato, presidente della Garzanti Libri
Amedeo Cottino, professore di sociologia del diritto nelle Università di Torino e Umeå (Svezia)
Gastone Cottino, accademico ed ex partigiano, già preside Facoltà di Giurisprudenza, Università di Torino
Beniamino Deidda, magistrato, già Procuratore generale di Firenze
Donatella Di Cesare, docente di filosofia teoretica, Università di Roma La Sapienza
Daniela Dioguardi, UDI (Unione Donne Italiane), Palermo
Angela Dogliotti, vice presidente Centro Studi Sereno Regis
Elvio Fassone, già magistrato e parlamentare
Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto
Giovanni Maria Flick, già presidente della Corte costituzionale e ministro della giustizia
Chiara Gabrielli, docente di procedura penale, Università di Urbino
Domenico Gallo, magistrato, già presidente di sezione della Corte di cassazione
Elisabetta Grande, docente di Sistemi giuridici comparati nell’Università del Piemonte orientale
Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele
Franco Ippolito, presidente Fondazione Basso
Roberto Lamacchia, avvocato, presidente Associazione italiana Giuristi democratici
Gian Giacomo Migone, docente di Storia dell’America del Nord nell’Università di Torino, già senatore
Tomaso Montanari, docente di storia dell’arte, rettore dell’Università per stranieri di Siena
Andrea Morniroli, cooperatore sociale, Napoli
Moni Ovadia, attore, musicista e scrittore
Giovanni Palombarini, magistrato, già procuratore generale aggiunto presso la Corte di cassazione
Michele Passione, avvocato in Firenze
Valentina Pazé, docente di filosofia politica, Università di Torino
Livio Pepino, presidente di Volere la Luna e direttore editoriale delle Edizioni Gruppo Abele
Alessandro Portelli, storico e docente di letteratura angloamericana all’Università di Roma La Sapienza
Nello Rossi, magistrato, già avvocato generale presso la Corte di cassazione
Armando Sorrentino, avvocato, Associazione italiana giuristi democratici, Palermo
Gianni Tognoni, segretario generale del Tribunale permanente dei popoli
Ugo Zamburru, psichiatra, fondatore del Caffè Basaglia di Torino
padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

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Collassi urbani

Abito su una strada dove le case, aggiungi o togli qualcosa, stanno in piedi dal Trecento.

Quelle della gente comune sembrano fatti un po’ in serie, e infatti spesso lo furono, volute dagli ordini monastici e dalle arti.

C’era la casa, stretta e buia. Davanti c’era la bottega, che dava con l’uscio sulla strada; e dietro la casa, c’era quasi sempre un lungo orto, che garantiva la resilienza e la sostenibilità, come va di moda di dire oggi.

Sulla strada, nella bella stagione, la gente stava fuori, sulle sedie, a smoccolare, prendersi in giro e fare i lavori.

Poi arriva la Città della Distanza.

Gli orti sono scomparsi; i pochi residenti sopravvivono nel vuoto dei bed & breakfast; le botteghe sono diventate mangiatoie, come dicono qui.

E la strada, larga un paio di carretti a cavallo, diventa l’arteria su cui passa tutto il traffico tra il Centro Turistico e i Dormitori Periferici. Tipo grossi camion, quattro linee di autobus e i pullman turistici a due piani.

E questo vuol dire che se cammini su un marciapiede largo quaranta centimetri, tutta la tua attenzione è concentrata sul passante che ti sta venendo incontro chino sullo smarfo, mentre un grosso autobus ti sfiora il gomito (e non è una metafora).

Fine della città come luogo vissuto e visto. Restano a memoria le foto di Giovanni Fanetti, come questa del Cartaio Paperino di Via de’ Cardatori.

Via dei Cardatori. I’ cartaio “Paperino”. L’arte di arrangiarsi e di adattarsi al mezzo a disposizione per trasportare di tutto.

Tutta la zona è in fondo una palude, gli anziani raccontano che durante la guerra prendevano l’acqua direttamente dai pozzi in casa. Ma proprio al centro della strada, scorre una grande fogna, credo di acque chiare, coperta da un velo di cemento e poi asfalto.

Da un capo all’altro della strada, circa ogni cinque metri, si forma una crepa nell’asfalto; sulla crepa ci martellano giorno e notte le grandi ruote dei mezzi pesanti.

Se sei al terzo piano, prima senti solo tremare le finestre, poi senti tremare anche il pavimento, e iniziano a formarsi le crepe anche sui muri.

Qualche giorno fa, si è aperta una bella buca da cui si poteva vedere scorrere la fogna, allora hanno chiuso la strada per quattro o cinque giorni per posarci sopra una gran lastra di cemento.

Passano due giorni.

L’altra sera, una signora che abita a quattro portoncini da noi scende in cantina, e la trova tutta allagata.

Chiama i pompieri, che evacuano lei e l’altra sopravvissuta del palazzo, e le due signore passano insieme la notte per strada.

Poi le fanno rientrare, a patto che dormano nella stanza più lontana di casa, e con la valigia sempre pronta vicino alla porta per fuggire.

I pompieri chiudono di nuovo la strada, e ritorna la pace: la gente inizia a camminare in mezzo alla carreggiata, a guardarsi attorno senza paura. Le case smettono di tremare.

La stessa signora mi racconta che qualche mese fa, le arriva un’ingiunzione dal Comune a pagare 5500 euro entro dieci giorni.

Le ingiunzioni vanno pagate, non spiegate, ma un funzionario gentile le dice che:

  • si tratta di un abuso di edilizio commesso nel 1967
  • nel 1986, l’allora proprietario dell’appartamento avrebbe chiesto una sanatoria (la signora aveva allora nove anni e viveva altrove)
  • il Comune, dopo quarantennale riflessione, ha deciso di respingere la richiesta
  • se la signora non paga subito, sarà dichiarata abusiva e “l’appartamento sarà demolito”.

Ora, non si sa bene come si possa demolire un appartamento al secondo piano di una palazzina a tre piani, ma l’avvocato spiega alla signora che è meglio non cercare di scoprirlo, e pagare.

Guardiamo insieme lo stipite del portone accanto al suo: qui la tensione tra le fondamenta che affondano verso la strada, e il resto del palazzo che invece resiste, ha spaccato addirittura la pietra.

Esternalizzazione dei costi: a ogni giro per rifornire di aperitivi il locale trendy in centro, oltre al notorio CO2 e tutto il resto, anche il costo del colpettino allo stipite del numero 39 della nostra via. Che pagherà il padrone di casa, se non finisce sotto le macerie.

“Ma il traffico adesso dove lo fanno passare?”

“Sulla corsia chiusa del Ponte Vespucci”.

Dovete sapere che il Ponte Vespucci fu costruito nel 1957, da un geniale ingegnere di nome Riccardo Morandi, usando solidissimo cemento armato. Programmato per durare molto oltre la vita del suo stesso costruttore. Diciamo quarant’anni sicuri.

Il problema è che i quarant’anni sono passati da un pezzo, qui come a Genova.

Credo che queste storie, se messe insieme, spiegano qualcosa di letteralmente fondamenta-le riguardo all’urbanistica, cioè il senso, la politica e l’economia dei luoghi dove vive la grande maggioranza della specie umana.

il nostro rione nella Pianta del Buonsignori, 1594. Si noti l’abbondanza di orti dentro le mura (Wikimedia Commons).

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Eppure…

Non può esistere Natale alla stessa temperatura e con la stessa luce saccheggiata dalle viscere del mondo, che c’era pure ad agosto.

Come avrebbero cantato i Nomadi, Dio è morto in ogni luminaria accesa nelle vetrine dei negozi chiusi.

Senza Buio, senza Fame, senza Morte, non c’è Luce, non c’è Schiacciata co’ l’uva e non c’è Rinascita; e chi rimuove la Morte dal mondo, vi porta solo la morte.

Eppure, nonostante le scintillanti tenebre del Babbo Natale cocacolaroinomane e ammazzadio che ci avvolgono, qualcosa di straordinario avviene e avverrà in ogni ciclo di questo pianeta attorno al Sole.

Sydney Carter. Battezzato anglicano, quacchero nell’anima.

Obiettore di coscienza anche nella guerra che in Occidente ci raccontano sarebbe stata quella del Bene contro il Male (saccheggiatori americani e inglesi, massacratori sovietici, contro aspiranti saccheggiatori e massacratori tedeschi e giapponesi e riduculi in fundo anche italiani).

Ognuno di noi si porta dietro una storia, eccovi la mia.

Quattro nonni, due assenti giustificati. 

Degli altri, una cattolica, uno protestante, e per sposarsi dovevano permettere di crescere i figli come cattolici, per cui sono di razza cattolica, come il Masaccio e Botticelli, solo che al contrario di loro, traduco manuali tecnici e non so disegnare; ma nascondo anche da me stesso mondi protestanti.

Una delle cento straordinarie canzoni di Sydney Carter, radicalmente protestante, che potete ascoltare qui.

Creatore del vivente
Creatore del vivente,
Creatore della luce,
continua a splendere sui tuoi figli
che viaggiano nella notte.
Nella solitudine e nel terrore,
nella follia e nella disperazione,
Se l’amore è ciò che sei veramente,
Oh, mostra loro che ci sei.

Creatore del vivente,
non abbiamo altra vita all’infuori di te.

Sull’albero del terrore
Anche tu sei appeso e soffri.

La tua vita è in tua figlia,
la tua vita è in tuo figlio,
Creato e Creatore sono ancora
Su ogni croce sono uno.

Se il tuo nome è Amore,
I tuoi figli arrabbiati piangono,
È questo l’amore che ci mostri?

Soffriamo e moriamo.
Attraverso l’amarezza e la cecità
Continua a risplendere anche in noi,
affinché possiamo conservare e cullare ancora
la dolcezza di te.

Continua a splendere, Amore, e viaggia
-Continua a risplendere su di noi!
Come Maria possiamo essere madre,
e come Erode possiamo uccidere
Il miracolo che percorriamo
è anche il nostro creatore.
Continua a brillare, Amore, perché possiamo mostrare
la radiosità di te

Creator of the Living
Creator of the living,
Creator of the light,
Keep shining on your children
That travel through the night.
In loneliness and terror,
In madness and despair,
If Love is what you really are,
Oh, show them you are there.
Creator of the living,
We have no life but you.
Upon the tree of terror
You hang and suffer too.
Your life is in your daughter,
Your life is in your son,
Created and Creator still
On every cross are one.
If Love is what your name is,
Your angry children cry,
Is this the love you show us?
We suffer and we die.
Through bitterness and blindness
Keep shining on us too,
That we may keep and cradle
The gentleness of you.
Keep shining, Love, and travel
-Keep shining on us still!
Like Mary we can mother,
And like Herod we can kill
The miracle we travel
Is our creator too.
Keep shining, Love, so we may show
The radiance of you

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