I Modaioli di Corinaldo (2)

Ancora qualche riflessione sulla vicenda di Corinaldo. Toccando sostanze stupefacenti, cognomi lombardi, il Sessantotto e molto petrolio.

Il signor Boschetti Gionata, in merce Sfera Ebbasta, è in primo luogo un lombardo, come dimostra il suo cognome. Stessa razza, per capirci, del nostro tuittante Ministro degli Interni.

Il nome Gionata dice tutto su cosa devono essere i suoi genitori: Michele Serra vi può piacere o meno, ma è stato un genio quando ha coniato l’espressione, apostasia indolore, che in Italia è partita il giorno in cui un Emanuele è diventato Mànuel, come a me capita a volte di essere Mìgwel (o semplicemente Mìgwe) oppure Mìghel.

Qualcuno potrebbe definire Boschetti Gionata un trasgressivo.

Dice cose che di norma non si leggono nei comunicati stampa del PD:

“Stanza 26, io fatto in hotel
Come Kurt Cobain, fumo Malboro Red
Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me
Lancio i soldi in aria e penso: Tanto saremo ricchi”

Come giustamente ha notato il nostro commentatore Rutt1, non c’è nulla di più normale che essere trasgressivi, almeno dal 1960 (il che vuol dire che i ragazzotti trasgressivi che non sopportano il vecchio mondo hanno spesso superato gli ottant’anni, e non sono nemmeno più tra i modaioli di Corinaldo).

Penso a un discreto numero di miei coetanei, trovati morti con una siringa nel braccio, ammazzati a fucilate mentre facevano rapine, rovinati dall’alcol e dalla cocaina, in carcere a lamentarsi del tizio sul letto di sopra che fuma giorno e notte.

Tutto questo sembra molto figo visto, diciamo dalle ginocchia della curva demografica di cui abbiamo parlato nel post precedente.

Ma non sono per niente sicuro che Boschetti Gionata sia un trasgressivo.

Infatti, il punto principale è che per trasgredire, ci deve essere qualche cosa a cui “ci tiene la società” su cui sputare.

Il tizio che disegna uno svastica su una lapide in un cimitero ebraico sarà un cretino, ma come trasgressivo effettivamente trasgredisce cose che ti insegnano a scuola.

Una bella fetta della mia generazione ha capito che ai genitori importava parecchio del nostro benessere (magari secondo i criteri dell’epoca) e quindi la prima cosa trasgressiva che si poteva fare era farsi male da soli, che poi alla fine è il senso dei famosi versi di Allen Ginsberg:

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,

trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa,

hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,

che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz”

Insomma, essere molto più sensibili di quegli imbecilli dei genitori da una parte e dall’altra parte colpirli dove faceva male davvero, e cioè in noi stessi. Poi i nostri genitori con cui ce l’avevamo sono morti e noi, se ancora vivi, siamo rimasti con in mano i cocci di noi stessi.

Roberto Pecchioli (che immagino possiamo sbrigativamente classificare come un cattolico conservatore) scrive a proposito di quello che è successo a Corinaldo:

“La cultura del 68 ha arato il terreno, il radicalismo liberale ne ha compreso e promosso l’esito individualista e consumista, la mia generazione non si è opposta, ma si è accomodata con entusiasmo, abbandonando le idealità – giuste o meno- della stagione esaurita nel 1989 alla caduta del muro comunista. Il triste soggettivismo contemporaneo è la vittoria dei peggiori tra i cattivi maestri, Freud, Marcuse, Wilhelm Reich e la sua folle pan sessualità, Max Stirner l’individualista totale”

E’ una tesi interessante, che contiene un fondo di verità, ma secondo me è alla fine una pista falsa. Proviamo ad analizzarla in maniera oggettiva, senza cercare consolazione nei nostri preconcetti, qualunque siano.

Intanto, è vero che tra Sessantotto, droga, sinistra e autodistruzione, un legame c’è.

Vanessa Roghi ha scritto un testo che mi ha commosso profondamente sul rapporto, oggi inimmaginabile, tra fantasie rivoluzionarie ed eroina a Grosseto, dico Grosseto.

La roba arriva con Florenzo, “che è bello come Jim Morrison”:

“Ha i capelli lunghi. Un vecchio del PCI l’ha picchiato sul corso per questo motivo, perché è un capellone. Ha con sé tre pasticche bianche. Le ha portate da Istanbul dove è stato fermato dalla polizia.”

Ma se il vecchio comunista intuisce qualcosa, i giovani invece…

“M. mi racconta: “Mi ricordo che dissi che l’hashish e l’erba erano rivoluzionarie scandalizzando i compagni socialisti. Al nostro interno però c’era chi non era d’accordo. M. T. per esempio che faceva il sinistro, quello di Lotta Continua, caldeggiava l’ipotesi di fumare l’oppio e l’eroina. Mi ricordo che portò l’eroina e diceva che fumarla non faceva male, era differente.”

Personalmente, ho un ricordo di fascinazione, quasi di ossessione, negli ambienti dell’estrema sinistra, per la questione droga.

Mi hanno raccontato di gente espulsa da Lotta Continua perché si faceva una canna, ma è interessante come gli espulsi stessi la sentivano come una contraddizione.

In tanti ambienti di estrema sinistra ho sentito critiche all’eroina, che mi ricordavano la storia di Tanzan ed Ekido:

“Una volta Tanzan ed Ekido camminavano insieme per una strada fangosa. Pioveva ancora a dirotto.

Dopo una curva, incontrarono una bella ragazza, in chimono e sciarpa di seta, che non poteva attraversare la strada.

«Vieni, ragazza» disse subito Tanzan. Poi la prese in braccio e la portò oltre le pozzanghere.

Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi.

«Noi monaci non avviciniamo le donne» disse a Tanzan «e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?».

«Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù» disse Tanzan. «Tu la stai ancora portando con te?»

(Centouno storie Zen, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, Edizioni Adelphi).

Però credo che il rapporto non sia così lineare come dice Pecchioli.

Non c’è nulla nell’idea di una società in cui i lavoratori controllano i mezzi di produzione, che obblighi a crepare per strada facendosi di eroina, o nemmeno di fare altre cose poco salutari.

Ho il sospetto che il legame sia un altro, e che non sia colpa di cattivi maestri.

L’anno 1968 è stato il picco dell’ottimismo umano.

Chi ha vissuto quell’anno, aveva ancora un vago ricordo del neolitico da cui la maggior parte dell’Italia era appena uscita.

Non capiva bene da dove venisse la folle esplosione di benessere che vedeva attorno (centinaia di milioni di anni di molluschi schiacciati sottoterra, trasformati in petrolio e bruciati in pochi decenni), ma pensava che bastasse allungare la mano e si potesse prendere.

Non aveva ancora la minima idea delle conseguenze di quel momento di gloria petrolifera. Noi oggi stiamo iniziando a pagare tutti i veleni seminati in acqua, aria e terra in quegli anni.

L’anno 1968 fu un attimo che non potrà probabilmente mai ripetersi nella storia di questo pianeta.

Lì ci si illuse per un attimo che tutto fosse possibile.

Per una notevole minoranza, l’idea era di prendersi il tutto e ripartirselo secondo giustizia, e questo fu il “Sessantotto” politico.

Per la grande maggioranza, c’era la pacchia e via.

E auel sessantotto, con la esse minuscola, sospetto che sia la vera pista che ci conduce a Boschetti Gionata, senza dover scomodare Freud, Reich o Marcuse.

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I Modaioli di Corinaldo (1)

Un tentativo di parlare dei nostri tempi, cercando di dire quello che penso davvero, a prescindere da ogni luogo comune, di qualunque tipo, e al costo di farmi diversi nemici, confidando però sul fatto che difficilmente leggeranno un testo così lungo.

Avrete sicuramente sentito di cosa è successo nella discoteca di Corinaldo, comune di 4.927 abitanti nelle Marche, vincitore del premio “borgo più bello d’Italia”, dove il 94,8% della popolazione è costituita da autoctoni.

Insomma, non siamo nella peggio periferia romana, non c’è il minimo sentore di negri, islamici o messicani.

Vi presento la curva demografica di Corinaldo:

Quelli che sanno usare i termini tecnici/statistici mi dicono che i fianchi larghi attorno ai 50-59 anni sono la moda.

Insomma, a Corinaldo sei di moda solo se hai superato i 50 anni.

E nella nostra Italia per fortuna ancora policentrica, un posto come Corinaldo è l’Italia stessa.

A Corinaldo, c’era un numero imprecisato, da 500 a 1400, di persone ad aspettare un certo Boschetti Gionata autonominatosi Sfera Ebbasta.

Il signor Boschetti doveva fare un DJ Set, cioè mettere una canzoncina o due alle due di mattina dopo essersi fatto il giro di altre quattro discoteche.

Quindici, venti minuti e poi via.

Per ascoltare una canzoncina, c’erano i fianchi, le gambe e i piedi del grafico di cui sopra, pronti a versare 22 euro a testa.

Non so se fossero tutti residenti del borgo più bello d’Italia oppure no, e nessuno ha capito ancora quanti fossero davvero, ma erano tanti, tanti, tanti.

Ora, i 22 euro sono soldi li mettono i genitori, visto che i figlioli di oggi prima dei quarant’anni non lavorano, e spesso nemmen dopo.

I figlioli erano lì all’una di notte – in gran parte assieme ai propri genitori – per un evento partecipato (organizzato?) dagli studenti di cinque “istituti superiori”.

Perché se guardate il grafico sopra, i poveri 10-14enni sono un cuscino, su cui riposano le ampie chiappe dei loro superiori d’età.

Il problema non sono certo loro, e possiamo quindi tranquillamente toglierli dalle nostre riflessioni.

Il problema siamo noi.

Continua…

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Il Carnevale e la rivolta

Una riflessione su tre rivolte.

Il Sessantotto, la Rivolta Araba del 2011, i Gilets Gialli.

La mia idea è questa: le tre rivolte si somigliano, perché sono momenti liberatori e carnescialeschi. Ma sono radicalmente diversi, perché il Sessantotto avviene all’apice dell’illusione che “la pacchia è appena cominciata”. Mentre la rivolta araba prima e quella francese dopo, partono dalla constatazione che “la pacchia è finita”.

Il Sessantotto almeno Roma, mi raccontava chi c’era stato, fu una gran festa, cui parteciparono tutti i giovani vivi, a prescindere da considerazioni identitarie o astratte. Poi, mi spiegarono, divenne una faccenda ideologica.

Non so quanto questa ricostruzione corrispondesse ai fatti; ma sto guardando adesso una serie di foto e video delle manifestazioni dei Gilets Jaunes.

Gente che grida «Anti, Anti Anticapitalistes», i preti che benedicono i manifestanti, la bandiera di Casa Pound, gli Antifa mascherati che guidano il corteo, gli striscioni contro gli accordi di Marrakech, le bandiere dei NoTav italiani, i cori di Bella Ciao, una grande bandiera con il faccione di Apo Capo Curdo, le “A” cerchiate anarchiche sui muri, gente con i capelli bianchi e ragazzini, fricchettoni che suonano per strada, i pompieri schierati contro la polizia, le bande di motociclisti…

C’è un elemento di gioioso Carnevale in comune con il Sessantotto, che evidentemente risponde a un profondo bisogno umano.

La rivolta francese è quella di un mondo arrivato al limite, come in genere sono state tutte le grandi rivolte della storia: le rivolte sono quasi per definizione contro la modernità.

Gli europei – non solo i francesi – sono ovunque schiacciati dalla “crisi”: non a caso, a far scattare la rivolta, è stata una piccola misura presa dal governo francese per affrontare la crisi climatica.

Nel 70% dei francesi che sostengono la rivolta, deve essere esploso qualcosa di primordiale, nel vedere l’ineffabile faccia dell’ometto delle banche, Macron che chiedeva a chi fa fatica a tirare avanti, a decrescere al posto suo.

Questo mi ha fatto venire in mente le rivolte arabe del 2011.

Penso all’Egitto. Un paese in cui una minoranza aveva le armi in mano; e avendo le armi, aveva anche tutti gli appalti governativi, le carceri, torturatori di eccelsa professionalità, i media.

Questa minoranza offriva al popolo una generale sicurezza, scolarizzazione di massa, carburanti a prezzi ridotti e il pane a prezzi stracciati.

La scolarizzazione di massa ha creato i Fratelli Musulmani e poi l’Isis.

Le armi, il carburante e il pane (cioè il grano importato dagli Stati Uniti) venivano pagati tutti con un debito inestinguibile.

A un certo punto, i nodi arrivarono al pettine. La popolazione esplose, le risorse interne calarono, i debitori iniziarono a bussare alla porta. E salirono di colpo il prezzo del carburante e del pane.

A questo punto, scoppiò la rivolta.

Che i media da noi chiamarono la “primavera“, ci raccontarono un sacco di storie su come il mondo arabo starebbe “per diventare moderno pure lui”.

C’era probabilmente anche un elemento di buona fede in alcuni, che credevano davvero che il capitalismo ci libererà tutti, basta che ci siano libere elezioni e leggi che difendono la sacralitòà della proprietà.

Comunque da lì partirono le infinite strumentalizzazioni occidentali, alcune delle quali ancora in corso.

In realtà, la rivolta araba fu un collasso, uno dei primi grandi sintomi dell’implosione del mondo. E sicuramente in Egitto, si stava meglio quando si stava peggio.

Il collasso attacca prima la periferia, dove ci sono meno riserve di grasso.

Da qualche anno, anche la grassa Europa inizia a vacillare.

Le rivolte sono imprevedibili.

E’ difficile per me immaginare quale potesse era la crepa nel sistema egiziano: alla periferia, i milioni di piccoli soldati sottopagati per sparare al minimo segno sulla popolazione, una rete impenetrabile di raccomandazioni e di interessi al centro, il conformismo e la paura di tutti, il sistema di spionaggio… Onestamente, mi sembrava che non potesse crollare.

In maniera diversa, il sistema occidentale: la rete di interessi che coinvolge tutti, la capacità dei media di rappresentare le cose come vuole chi comanda, la cultura del prendere-o-lasciare-se-vuoi-mangiare-devi-sostenere-la-crescita-economica, il fatto che siamo tutti dipendenti da qualcuno e da qualcosa, la possibilità offerta dall’elettronica di monitorare la totalità della società.

Eppure devo ammettere che anche da noi, il sistema è più fragile di quanto pensassi, e lo si vede paese dopo paese: le eccezioni sono i paesi, come la Polonia e l’Ungheria, dove l’economia va ancora bene, e sul fronte opposto, la Germania perché è l’ultima potenza storica ancora a reggere.

Ma torniamo al Sessantotto.

La mia ipotesi è che – a parte l’aspetto carnevalesco – il Sessantotto fosse l’esatto contrario della rivolta araba e di quella francese.

Dal blog di Gail Tverberg, ricavo questo grafico. Rappresenta la crescita nel consumo energetico dagli inizi della Rivoluzione Industriale.

Noterete che il picco è proprio attorno al 1968. Il consumo energetico continua a crescere, fino ai tempi nostri, solo che questo grafico ci permette di vedere che cala la velocità a cui cresce.

Questo grafico – ma ne potremmo mostrare molti altri – ci fa capire che il Sessantotto doveva essere il punto in cui l’umanità ha potuto illudersi, credendo che la pacchia fosse appena cominciata.

Nel 1967, il sindacalista Luciano Lama disse che il salario era una “variabile indipendente“, un modo complicato di dire che c’era talmente tanta abbondanza per tutti, che gli operai potevano rivendicare qualunque stipendio.

Gli imprenditori ancora lo prendono in giro.

Hanno ragione ovviamente, ma tutto il loro dispositivo si fonda su una premessa ancora peggiore: la menzogna che l’economia stessa sarebbe una “variabile indipendente”.

Penso con orrore oggi alla mia insensibilità allora alla distruzione, l’indifferenza verso i rifiuti, la mia incapacità allora di chiedermi, “ma la busta di plastica che sto usando, da dove viene e che fine fa?” Al massimo, riuscivo a raffigurarmi che fosse un problema per uno spazzino.

Ecco, l’abbondanza immaginata allora era tale, che quando si dava fuoco a un’automobile, magari qualcuno poteva dispiacersi per il proprietario, ma nessuno pensava ai residui dei copertoni che ci entravano dentro i polmoni.

E’ interessante notare che dal Sessantotto, è passato mezzo secolo, ma la visione da “pacchia appena cominciata” è ancora molto forte: le idee cambiano decenni dopo i fatti.

Tra i meriti e le colpe del Sessantotto, ci metterei l’ossessione con le rivolte.

Il fatto che qualcuno sia contro, diventa per certi ambienti un bizzarro motivo per essergli a favore.

In realtà, le rivolte per definizione non portano da nessuna parte: sono solo sintomi di qualcosa.

Possiamo godere del male che fanno ai nostri amici – anch’io a vedere la République in tutta la sua arroganza in crisi ammetto una certa allegria – ma alla fine, se il nostro nemico sta male, il mondo starà davvero meglio?

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Il rappresentante che non voleva decrescere

Leggo la sintesi mediatica di un affascinante rapporto Censis, che fotografa un’Italia che riconosco perfettamente.

Sintetizzo: è un paese in decrescita:

Il miracolo italiano è diventato un incubo. Non c’è più la speranza di migliorare, di crescere, e questo ha rotto il patto con la politica. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita, rileva il Censis.”

Oggi “il 63,6% [degli italiani] è convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi.

In questi anni, gli italiani hanno provato governi di ogni colore, e fa  piacere sapere che due su tre si siano accorti che il governo, di chiunque sia, fa più parte del problema che della soluzione. Berlusconi, Renzi, grillini, Francia o Spagna, qui non si magna.

In questo contesto compare una figura carismatica, quella di Matteo Salvini, l’uomo semplice, normale, che non sa indossare una cravatta, che ha la barba incolta.

Inviterei tutti a seguirne il profilo su Twitter: ha una capacità comunicativa davvero notevole, e sa spacciarsi per essere umano virtuale addirittura meglio di Matteo Renzi.

Poiché nessun governo può fare nulla per governare il caos planetario in cui viviamo, non direi né di sperarci né di temerlo più di tanto.

Qualcuno giustamente obietta che il tizio approfitta del fatto di essere ministro degli interni della repubblica italiana per fare invece il piacione su Twitter, ma siccome ormai nessuno di noi crede più ai ministeri, alla repubblica o all’Italia, non ne farei un dramma.

Però un pochino mi preoccupa, perché mi sembra di capire che Salvini sappia rivolgersi ai bisogni immediati di un tipo umano sempre più diffuso.

Marino Badiale, tempo  fa, colse un’importante verità: la sinistra dei nostri tempi è rappresentata dalla figura del ceto intellettuale subalterno.

Salvini ovviamente fa appello al polo opposto, e mi sono chiesto chi è.

Scartiamo le idiozie paranoiche di chi immagina che i tanti che si innamorano di Salvini siano avidi lettori di testi del primo Novecento sulla razza.

Il Salviniano Puro me lo immagino così.

Un Rappresentante, perché il problema principale di aziende che non servono a nulla è, come spacciare le loro merci inutili a chi ha già casa e garage strapieni e comunque è pieno di debiti, perché trasformino la loro robaccia in rifiuti.

Il rappresentante è discendente di una miseria secolare, e sa che in ogni momento un errore, una disattenzione, può distruggere lui, il suo mutuo e tutta la sua famiglia. Basta anche un ritardo: nella sua genialità, Salvini ci ha messo pure, se ben ricordo, il limite di velocità a 150 chilometri orari sull’autostrada.

Il rappresentante ha difetti, e anche virtù. In fondo è un realista, e questo è in linea di principio positivo in tempi di fuffa virtuale.

Ha capito benissimo che l’Italia è messa male, e non può certo mantenere pure l’Africa dove ogni dodici giorni nascono un milione di nuovi potenziali migranti.

Lo striscione che si vede nelle tuittate di Salvini, “LA PACCHIA E’ FINITA“, coglie -involontariamente – l’essenza dei nostri tempi.

Magari lui vorrebbe solo dire che non ci sono più soldi per dare telefonini ai clandestini. Io penso anche a situazioni di inestricabile complessità, di gente che gente che non sa domani come farà a campare.

Ma se la frase la capiamo tutti, è perché sappiamo in qualche angolo del nostro cervello che persino in Cina, la pacchia è finita e sta arrivando la resa dei conti dell’intera civiltà occidentale, che poi ha distrutto l’unico pianeta abitabile noto.

Il problema è che il Rappresentante ha un orizzonte temporale molto breve.

Difficile dargliene colpa, visto che il massimo che può sperare è di firmare un contratto tra una settimana o due e tra un viaggio e l’altro, non ha di solito il tempo per leggere le riflessioni di Helena Norberg-Hodge, che magari condiverebbe. Perché capirebbe finalmente che la crisi ecologica, la crisi lavorativa e quella identitaria e psicologica, sono una sola.

Ma il Rappresentante, che alla fine accede solo ai media di massa, è tragicamente insensibile al vero motivo per cui la pacchia è finita.

Il Rappresentante si ferma alle due di notte all’autogrill per comprare un orrendo regalo di plastica cinese per suo figlio, ma non può pensare che tra quindici anni suo figlio camminerà come uno zombie, senza lavoro, in mezzo a un mare di rifiuti, sempre che trovi da mangiare in un pianeta devastato dall’agricoltura industriale.

Il Rappresentante non può permettersi di questi dubbi.

Il Rappresentante poi è solo: alle 2.32 mentre butta il bicchierino di plastica del caffè all’autogrill, riflette per un istante sul fatto che non può fidarsi di nessuno, a parte forse (forse) gli stretti familiari.

Per questo, il salvinismo, con la scusa della legalità, rischia di annientare tutti quelli che invece fanno qualcosa insieme, in comune, e che alla fine sono l’unica risposta possibile alla catastrofe che stiamo vivendo.

Attenti alla sequenza.

Il rappresentante ha molte virtù.

Non divinizza lo Stato.

Intuisce che il male sta nella globalizzazione.

Ma siccome non è un gran teorico e ha un appuntamento a Bologna tra mezz’ora ed è stanco morto, identifica come nemico quello che ha abolito la plastica cinese e tiene in piedi una piccola comunità autogestita, e gli invoca contro la forza dello Stato.

Per questo oggi considero Salvini il politico più pericoloso d’Italia.

Però Salvini non è solo: non sarebbe ciò che è, se non gli dessero una mano altri.

Leggo che “Ungheria e Polonia ce l’hanno con gli omosessuali“.

Anzi, “dicono no a LGBTIQ”, dove la Q finale sta sia per queer che  per questioning.

Mi chiedo, uno, se sono un questionoso anch’io, magari non sessuale ma in tanti altri campi; e due, e se lo sono, non mi merito forse una Q tutta per me, da non condividere con i queer?

Poi scopro che lo scandalo sarebbe questo: Ungheria e Polonia si sarebbero rifiutati di sottoscrivere un testo che impegna i paesi europei a

“support young people in strengthening their digital competences and self-confidence in using digital technologies as well as in improving their online and social media literacy by … taking steps to create and support an inclusive, safe and non-discriminatory online space for all … including young people of low socio-economic status, young people from ethnic minorities including Roma, young persons with disabilities, young people in rural areas, young people with a migrant background and young LGBTIQ persons.”

Traduzione dall’inglese: l’Unione Europea deve sostenere le contadine zingare sessualmente questionose e disabili a sentire che quando vanno su Facebook nessuno le prende in giro; e mentre comprano l’ultimo modello di Iphone di Apple per postare i selfie, devono pensare a Casa Zuckerberg come uno “spazio non discriminatorio“.

Sono i momenti in cui da una parte, capisci perfettamente i Rappresentanti, dall’altra ti chiedi perché invece di prendersela con le contadine zingare lesbiche, che se esistono saranno innocue quanto le nostre oltrarnine, non buttano via lo smartphone, che sarebbe un atto di ribellione più serio.

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Torri

Le Tours Aillaud sorgono a Nanterre, nella periferia parigina.

Il committente, nel lontano 1977, era un ente pubblico, che aveva come obiettivo quello di farci stare – in condizioni di razionale benessere – il massimo numero possibile di operai, che avrebbero dovuto dedicare le loro esistenze ad alimentare l’industria privata francese.

Operai, stato, fabbriche, razionalità…

Sono passati quarant’anni, il complesso è fatiscente, e comunque un nuovo quartiere sta sorgendo proprio accanto alle torri, uno scintillante coso in stile Macron.

Le torri Aillaud saranno quindi presto abbattute, i residenti che non hanno ancora trovato posto in carcere saranno mandati altrove e si apriranno nuovi orizzonti per gli investitori.

Stiamo entrando infatti in un nuovo mondo e quindi una nuova architettura:

Provate a indovinare a cosa serve questa opera di Daniel Libeskind.

Oppure questa, di Frank Gehry:

Lasciamo perdere se piace o non piace, e concentriamoci su alcune questioni.

Come leggo su una rivista di architettura, nell’architettura contemporanea,  nessuna costruzione “ha più riferimento al luogo, alla storia, alla funzione, né magari all’utente.”

E qui troviamo la differenza radicale con le Torri Aillaud.

L’oggetto serve solo per la vanità dell’architetto?

In parte sì; ma questa roba costa. E gli architetti costano. E quindi c’è qualcuno che paga, per cui sarebbe molto meglio dire che questi oggetti riflettono innanzitutto la vanità del committente.

Non solo: se pensiamo a come sia cresciuto il dislivello economico in questi anni, capiamo che la ricchezza in più deve pur sfogarsi da qualche parte.

Un altro elemento è la precarietà dell’opera. Le tecnologie costruttive sono migliorate moltissimo in questi decenni, i materiali sono molto più leggeri e resistenti; ma la legge della gravità, che sta demolendo le ancora semplici torri Aillaud, non è minimamente mutata dall’inizio dell’universo:

Per quanti gadget a energia solare possano incorporare, questi oggetti sono intrinsecamente insostenibili, nel senso più letterale del termine. Il costo non solo a metro quadro, ma soprattutto ad anno di vita utile, è quindi altissimo.

Questo oggetto ad esempio si spaccia per ecologico:

Ma anche qui abbiamo materiale utile per una riflessione su ciò che rende davvero inedita l’epoca che stiamo vivendo.

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Cretini, cretoni e smartofoni

Questa è Tim Junior Pack Senza Limiti Under 12.

Da traduttore madrelingua inglese, sono relativamente sicuro che Under 12 si riferisca, non a una temperatura invernale ma a un’età anagrafica.

Tim ci informa che i giochi ci sono tutti.

So che sono tempi ipersensibili. Se mi chiami sudamericano, e invece essendo messicano sono nordamericano, ti potrei denunciare per avermi offeso (e ti potrebbero denunciare pure i peruviani per averli confusi con uno sgradevole messicano come me).

Quindi è possibile che qualche animo sensibile si preoccupi per videogiochi come Fortnite (che nelle scuole elementari e medie va per la maggiore oggi) che hanno come unico scopo uccidere nella maniera più atroce il massimo numero di esseri umani.

Tranquilli, però.

Ho letto da qualche parte che è dimostrato che i videogiochi riducono il pericolo di commettere atti concreti di violenza.

Infatti i figlioli e le figliole non si staccano dallo smartphone, né per andare a picchiare qualcuno, né per uscire con gli amici, né per studiare, né per mangiare, né per drogarsi, né per farsi mettere incinte.

Anche perché uno che sa soltanto spippolare su uno schermo non sarà mai capace, ad esempio, di fare un elegante furto con destrezza. Non ha nemmeno la vista tridimensionale, ormai.

Vedo che nella pubblicità della TIM, accanto alla frase Giga illimitati per chat, ci sono tre simbolini, che rappresentano rispettivamente Whatsapp, Messenger di Facebook e Snapchat.

Leggo che negli Stati Uniti, la Children’s Online Privacy Protection Act vieta tutti e tre ai minori di tredici anni (“under thirteen“, sarebbe).

Però Facebook negli Stati Uniti ha inventato una roba chiamata Messenger Kids e Snapchat ha fatto più o meno la stessa cosa, inventando SnapKidz.

Che conta sul fatto che i genitori pur di assicurare uno smartphone ai propri figli, sono disposti anche a scaricare Zuckerberg e affini da ogni responsabilità legale in merito.

Comunque, la TIM è in Europa, e in Europa l’età minima per andare su Whatsapp è salita, alcuni mesi fa, da tredici a sedici anni.

Qualunque genitore sa che gli altri genitori dicono che gli smartphone piovono addosso ai bambini dal cielo: e se ce li hanno tutti, come posso dire di no?

Il problema è che i bambini, tranne rari casi di persone che sviluppano capacità commerciali in età precoce, non hanno di solito i mezzi economici per comprarsi strumenti in grado di andare su Whatsapp.

A comprarglieli quindi sono i genitori e spesso i nonni, nel segno del peculiare tradizionalismo italico, riassumibile in questa frase:

“per la prima comunione, si è sempre regalato lo smartphone al nipotino, chi sei tu che osi interrompere questa tradizione?”

(il vantaggio di un’educazione laica…)

Sapete che da qualche anno, la categoria degli psicologi precari, passata la moda di fare i mercenari nella guerra contro il satanismo pedofilo, si dedica a combattere il cyberbullismo.

Nell’episodio medio di cyberbullismo, troviamo all’opera quattro personaggi.

C’è il dodicenne con i primi brufoli che dice che la dodicenne che sta iniziando a truccarsi la dà a tutti.

C’è la dodicenne accusata di darla a tutti, che piange quando va su Whatsapp e legge gli insulti del brufoloso.

Poi c’è il babbo/mamma del dodicenne con i brufoli.

E il babbo/mamma della dodicenne con il trucco sciupato dal pianto.

Tra il/la dodicenne che fa il cretino e i’ su babbo che ha fatto il cretone regalandogli lo smartphone e permettendogli di usare un’identità falsa per andare su Whatsapp facendo finta di avere più di sedici anni, un buon giudice dovrebbe avere ben chiaro chi merita la punizione più grave. E badate che lo stesso principio dovrebbe valere per il babbo della vittima.

Però capisco, il sangue non è acqua.

Ci sono tanti affettuosi babbi e mamme che ci tengono davvero che la figlia undicenne non si annoi a studiare o a esplorare la città in cui vive, ma passi la maggior parte del suo tempo a scambiarsi foto ammiccanti e a piangere perché c’è gente in Indonesia che le dice “your boobs are f… ugly!” (utilissimo peraltro per imparare l’inglese dal vivo).

Per fortuna che TIM come sempre è dalla parte dei genitori premurosi che aiutano i bambini a diventare grandi.

 

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Droni Buoni e la Vuca

Noah Raford è un signore che è pagato, immaginiamo profumatamente, per fare il veggente di corte dell’emiro del Dubai.

In quel simpatico paese, svolge infatti l’incarico di Futurist in Chief, dove si occupa di cose come il progetto Droni Buoni (Drones for Good, ma suona meglio in italiano). E poi si è pure stampato il proprio ufficio, che non è male.

Il nostro futurista ha comunque un’ottima capacità per descrivere il presente. E la prima parte del suo “Manifesto” riassume molto bene la situazione attuale.

“La programmazione strategica classica si basa sul presupposto di un futuro che cambia lentamente. Questo presupposto è errato.

Il cambiamento climatico, l’innovazione tecnologica, la scarsità di risorse, i veloci mutamenti politici e sociali richiedono un nuovo contesto per come pianifichiamo le nostre vite. La Scuola Militare Americana lo chiama il “Contesto VUCA: Volatile, Incerto [uncertain],Complesso e Ambiguo“.

Questo ci ricorda uno degli innumerevoli modi di dividere in due l’umanità.

Ci sono quelli che passano il tempo a darsi le pacche sulle spalle da soli.

E ci sono quelli che vengono pagati per portare a casa dei risultati: in questo caso, c’è da fidarsi di più dei militari e degli imprenditori che degli idealisti.

Per fortuna, l’umanità non si divide in due, ma almeno in tre.

Ci sono infatti anche quelli come noi, che non vengono pagati da nessuno, ma stanno tutti i giorni a contatto con la vita vera, e sappiamo intuitivamente che stiamo vivendo una situazione Vuca.

Ci adattiamo momento per momento, e proprio per questo avremmo enormi difficoltà a fossilizzarci ad esempio in un impegno elettorale o un appalto, che per anni ci vincolasse a qualcosa.

E’ proprio per questo che i Commons fanno parte del futuro.

“Le condizioni VUCA ci portano a modificare la maniera in cui comprendiamo e mettiamo in pratica la programmazione strategica. Creano una crisi nella maniera in cui governiamo e gestiamo le organizzazioni.”

La prima cosa che perde di senso in una situazione Vuca è la democrazia rappresentativa.

Se il cittadino-elettore-consumatore, atomo razionale alla base di tutta l’ideologia moderna, non sa cosa succederà domani, non sa cosa scegliere, non capisce le conseguenze delle proprie azioni, e anzi trova che tutto ciò che fa porta al contrario di quello che voleva in partenza… come fa a scegliere chi ci governerà per i prossimi cinque anni?

“Vedere il mondo come un sistema complesso che si adatta in maniera incessante significa cambiare il ruolo che immaginiamo per noi stessi… da architetti di un sistema che possiamo controllare a giardinieri che vivono in un ecosistema in costante mutamento che per la maggior parte è al di là della nostra possibilità di controllo”.

“Abbiamo perso di vista il futuro… creandoci dei contesti sempre più deboli, miopi, degeneri, che tendono più a reagire agli eventi di ieri che a preparare la strada da qui verso il futuro.”

Difficile dargli torto, se pensiamo che a sinistra, il contesto interpretativo è ogni giorno di più una guerra finita settantatre anni fa, e a destra, i sani valori di quando si potevano dire le barzellette sui froci e inquinare senza ecologisti tra i piedi.

Il resto del manifesto di Raford ve lo lascio leggere da voi: il tipo deve guadagnarsi lo stipendio, e quindi lo perdoniamo se dice che gli imprenditori se la possono cavare se continuano a essere ottimisti e utilizzano tecniche come i giochi di ruolo.

Però fa piacere sapere che persino gente che non ci sta particolarmente simpatica, inizi a rendersi conto del mondo in cui viviamo.

Speriamo che inizino a rendersene conto anche quelli che ci stanno simpatici.

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Destre immaginarie

Le persone di Sinistra sono buone. Non lo dico in senso ironico: semplicemente, vogliono la pace, la giustizia, niente fame e comprensione invece di botte.

Diritti e benessere uguali per tutti gli esseri umani.

Questo punto di partenza porta la Sinistra a definire facilmente chi non è di Sinistra: è uno che vuole la guerra, l’ingiustizia, la fame e le botte. Insomma, è cattivo.

E’ un’idea che va contro la mia esperienza personale.

A parte i serial killer, mi sembra che la gente, come diceva Aristotele, cerchi qualche forma di bene. Insomma, tanti hanno un qualche ideale nella vita, fosse semplicemente quello di faticare meno oppure di far star bene i propri figli.

Tutti però fanno fatica ad ammettere che i loro avversari possano cercare qualche forma di bene. E per questi li immaginiamo sempre come gente disposta a dedicare la propria vita solo a fare il male. Che detto così ha qualcosa di grandioso, a pensarci.

Prendiamo un esempio di segno opposto: Laura Boldrini è una signora che avrà  numerosi e palesi difetti. Solo che i suoi innumerevoli critici sembrano credere che lei voglia davvero distruggere gli italiani e farli picchiare, drogare e violentare dai negri.

E’ molto più probabile che Laura Boldrini vorrebbe davvero il bene del massimo numero di esseri umani.

Secondo criteri tutti suoi, che magari faranno più danno che altro alla fine; e poi è anche un’insopportabile riccona che non sa sorridere, ma qui stiamo parlando di ideali, non di difetti umani, che quelli ce li abbiamo tutti, te compreso.

Dovrebbe essere ovvio che anche i non Sinistri – che sono poi la stragrande maggioranza dell’umanità – hanno ideali di qualche tipo.

Allora, mi sono divertito a immaginare quale potrebbe essere la “società ideale di Destra”.

Una visione del mondo positiva – nel senso tecnico che tende verso ciò che chi ci crede ritiene bene – e veramente inconciliabile con quella della Sinistra.

Che a raccontarla rischio di sembrarne l’apologeta, per lo stesso motivo per cui sembro un apologeta dell’Isis se cerco di spiegare come un musulmano vede il mondo.

Quindi via, fantastichiamo questo ideale di Destra.

Intanto, ci vorrebbe un riferimento simbolico centrale molto forte e abbastanza impersonale, ma non astratto: insomma, un re.

Attenzione, il re è carismatico perché ha una corona e avi lontani, non perché è simpatico o grintoso.

Al contrario, me lo immagino con i baffoni e piuttosto anziano, in bianco e nero, che non si fa quasi mai vedere in pubblico, perché non ama le folle e non urla in pubblico.

Poi conta molto la proprietà terriera, gli investimenti nell’industria sono qualcosa di secondario; anche perché la terra, come le dinastie e l’eredità, dura nel tempo. E questo vuol dire concentrarsi molto sulla maniera in cui si educano i figli.

Per essere davvero di Destra, bisogna essere rigorosi, e chi è rigoroso è meglio di chi non lo è.

Non avere la ridarella facile, non esibirsi in pubblico, guai a tingersi i capelli di colori strani o farsi i tatuaggi; e soprattutto sapersi controllare quando viene da arrabbiarsi.

Una volta un allievo carabiniere mi raccontò di come prima di concedere la libera uscita, l’ufficiale metteva gli allievi tutti in riga e controllava che avessero le scarpe lucide: chi non le aveva, non poteva uscire.

Se vedeva un giovane particolarmente agitato, l’ufficiale gli diceva,

“tu hai la scarpa sporca!”

“Nossignore”

Allora, l’ufficiale gli strusciava la scarpa con la propria e diceva,

“tu sei consegnato in caserma perché adesso ce l’hai la scarpa sporca!”

Che a me sembrava un’ingiustiza insopportabile, però l’allievo carabiniere spiegava:

“noi abbiamo un’arma in mano e possiamo uccidere. Per questo dobbiamo imparare a controllarci anche davanti a provocazioni che farebbero impazzire gli altri”.

Per questo, nel mondo immaginario di “Destra”, è importante dedicare anni a studiare cose inutili come il greco antico e non sbagliare mai un congiuntivo.

Indossare abiti scomodi: la cravatta, la divisa, la gonna senza piega, il trucco perfetto. Ma anche quella strana roba che portano i preti, se sei prete (e se non lo sei, non ci provi certamente a mettertela).

I maschi fanno a lungo i sottufficiali nell’esercito perché forma il carattere e le femmine stanno composte ma non sono sottomesse: c’è tutto uno stile da signore.

Che poi anche sul rapporto tra i sessi, ci sarebbe un lungo discorso da fare, penso a Marguerite Yourcenar,  Coup de Grâce, e il film straordinario, Der Fangschuß, che ne ricavò Volker Schlöndorff. Che non è una cultura di sopraffazione verso le donne, è piuttosto una fuga, un rimuovere il femminile.

Klaus Theweleit ha raccolto con meticolosa documentazione le lettere dei giovani volontari tedeschi che si lanciarono negli anni Venti in guerra contro la plebe rossa. Mandati, per paradosso della sorte, dal governo socialista.

Descrive il loro mondo immaginario, dove la loro castità (e paura della femminilità) si scontra con la dissolutezza acquatica dei rossi, l’ordine e il rigore con la promiscuità sessuale della massa e la sua tendenza, ai loro occhi, distruttiva, che rischiava di sciogliere nel caos le loro paure.

Essere migliori della plebe esibizionista, ruttante, che non si sa controllare, che si esalta per sport di massa e spettacoli e comizi e che si lamenta perché in caserma non c’è abbastanza riscaldamento, offre però un bel vantaggio: esonera dal lavoro manuale e dal maneggiare troppo direttamente i soldi.

Chi invece è condannato a livelli meno rispettabili di esistenza, si può permettere  libertà negate ai migliori.

Per questo, il Destro ama la diversità, perché lui è il primo che deve essere diverso.

I Migliori si ascoltano tutto un concerto di musica classica in silenzio e a schiena dritta, riconoscendo subito la differenza sottile tra un violino nuovo e uno del Settecento, ma i Contadini possono ballare sull’aia o gli ebrei prestare soldi e vestirsi con lunghi caftani neri, le chanteuse si possono far vedere in pubblico con il loro ganzo del momento e i neri possono suonare il sassofono, che hanno la musica nel sangue.

In questo senso, l’uomo di Destra è a modo suo tollerante (finché ognuno sta al posto suo!), e trova normale che comunità intere vivano in maniera diversa da lui: non  si sognerebbe mai di  imporre a un musulmano di mangiare carne di maiale, per lo stesso preciso motivo per cui non permetterebbe allo stesso musulmano di sposare la propria figlia. Con questo spirito, in fondo, poche migliaia di inglesi hanno dominato per oltre un secolo l’India.

Dentro la Società di Destra, ci possono anche essere persone umili che però ne accettano i valori.

Valori che passano tipicamente attraverso l’istituto del giuramento e del segreto: il Massone che davanti all’ara si inginocchia, anzi diventa un semplice muratore, il soldato che giura fedeltà al re, il prete che ascolta e tiene per sé le confessioni senza metterle su Facebook.

Ora, questi sono tutti ideali.

Poi la prassi sappiamo qual è, fu e sarà. Però se passiamo a parlare di prassi, il più pulito, si sa, ha la rogna; e quindi sarebbe un altro discorso.

Tre riflessioni su questa Destra ideale.

La prima è che non ha nulla di strano, in fondo somiglia un po’ a tutta l’Europa prima del 1914, tranne forse in parte la Francia.

La seconda è che quando cerchi di metterti nei panni di qualcuno, sembri diventarne un apologeta.

Per cui vorrei precisare che questa Destra ha avuto la colpa storica più grande di tutte: in Russia, in Germania, in Inghilterra e in Austro-Ungheria, ha scatenato la Grande Strage del 1914. Le catastrofi politiche successive sono quasi tutte una conseguenza di questa scelta.

Infine, questa Destra è una cosa precisa. E’ decisamente diversa dalla Sinistra, sotto qualunque forma.

Non sente alcun complesso di inferiorità verso la Sinistra, non sente di doverne scimmiottare i discorsi o dire “siamo più egalitari di voi!”

Pensiamo invece ai discorsi che sentiamo tutti i giorni dalla non Sinistra italiana:

“quelli di Sinistra permettono ai musulmani di trattare male le donne!

Quelli di Sinistra sono spocchiosi perché hanno studiato!

Quelli di Sinistra odiano chi torna stanco dal lavoro e guarda il Grande Fratello!

Quelli di Sinistra hanno gli yacht e la erre moscia!

Quelli di Sinistra non vanno mai a Gardaland!

Quelli di Sinistra preferiscono l’imam con tre mogli all’operaio che si fa un mazzo così!”

A questo punto fate un esercizio.

Matteo Salvini è oggi sicuramente il principale e più abile “non Sinistro” in circolazione.

Andate sul suo canale Twitter, e trovate almeno un punto in cui sarebbe di Destra, ovviamente secondo la mia opinabilissima definizione.

 

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