Piccole storie covidiane

Vi diletto con un nuovo racconto vero di vita ai tempi della Peste.

C’è un giovane alto alto che chiameremo Niccolò, così gli diamo un nome molto fiorentino.

Ha quattordici anni e va al liceo.

Ha una famiglia molto ligia che è corsa a vaccinarlo subito, e quindi si è fatto la seconda dose ben cinque mesi fa e ha già prenotato la terza.

La famiglia non legge abitualmente la Gazzetta Ufficiale e si fida: tanto il giovane è sanissimo.

Poi due dei suoi compagni (sani e vaccinati) scoprono casualmente di essere positivi. E da qualche parte c’è scritto, con tre positivi, tutti a casa a dormire davanti al computer.

Ahmed è un compagno di Niccolò che è scomparso da tempo: è in quarantena perché un suo familiare è positivo. Ahmed aveva fatto subito un tampone, risultando negativo, ma dopo molti giorni, a forza di stare rinchiuso con quel familiare, diventa positivo anche lui (manco uno starnuto, c’è voluto il tampone).

Ahmed avverte la scuola.

Nessuno della classe aveva incontrato Ahmed in questi giorni, ma a quel punto ci sono i tre positivi, e tocca mandare tutta la classe in didattica a distanza.

Poi si scopre che Niccolò (e tutta la sua classe) deve anche andare in “isolamento domiciliario fiduciario” perché i compagni di classe sono per definizione contatti stretti.

Non ho capito se la scuola abbia informato o no l’ASL: in quel caso presumo che Niccolò verrà inserito in una database da qualche parte che lo dichiara un pericoloso untore che non può uscire di casa.

Nella remota eventualità che lo fermi per strada una pattuglia della polizia mentre va a farsi una passeggiata, questo giovane sano, bivaccinato e che non frequenta realmente nessun “positivo” rischia quindi una multa da 400 a 1000 euro.

E qui si capisce perché la famiglia fa male a non conoscere a memoria la Gazzetta Ufficiale, nonché tutte le sentenze della Corte di Cassazione.

Perché cosa succede se il giovane esce di casa quando i genitori sono al lavoro, i genitori sono colpevoli di abbandono di minorenne?

Ah, e come farà a uscire di casa, salire su un autobus e farsi la terza dose che è prenotata a giorni?

Qui potete vedere tre cantanti d’eccezione che ci presentano l’inno dell’anno:

“Sì sì sì vax vacciniamoci
Se tranquillo vuoi stare i nonni non baciare
Il Covid non ci sarà più se ci aiuti anche tu
Se vuoi andare al bar
felice a festeggiar
le dosi devi far
per fare un buon Natal
mangia il panettone
vai a fare l’iniezione
proteggi gli altri oltre a proteggere anche te
con la terza dose tu avrai feste gioiose
Il Covid non ci sarà più se ci aiuti anche tu
per il calo dei contagi dosi anche ai Re Magi”.

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Io mi sveglio, cavalcando un miracolo

Ho avuto spesso occasione qui di citare Sydney Carter.

Leggo e traduco dal suo libretto Dance in the Dark, 156 paginette che ci ha messo sette anni a scrivere.

Io sono vivo, sarò morto. Non posso essere certo di nient’altro.

Cosa possa significare il mio essere morto, non lo so. Posso solo vederlo da fuori: vedo altri che muoiono. Ma essere vivo è diverso: lo posso vedere da dentro.

Essere vivo vuol dire sentire dolore e piacere: amare e temere. Essere vivo è, essere in grado di creare, di pensare a qualcosa che non c’è e fare sì che avvenga. Come io lo possa fare è un mistero: come io possa esistere è un mistero.

Ogni effetto deve avere una causa: è quello che ci hanno insegnato. Ma io non vedo alcuna causa dell’effetto che io sono. Io mi sveglio, cavalcando un miracolo. Tutta la mia logica si fonda su un fatto concreto, che sembra sfidare ogni logica. Qualcosa, apparentemente, è apparso dal nulla. E’ come se la mia ragione funzionasse con il presupposto che il mondo sia piatto; eppure so che il mondo è sferico. Io vivo in un paradosso.

La mia ragione mi serve bene. Ragionando, costruisco una strada, una sedia, una bomba. Eppure non con la sola ragione: qualcosa mi guida (o mi spinge) cui non posso dare un nome. La mia ragione ne è uno strumento. Come posso etichettare o descriverlo?

Desiderio. Devo chiamarlo così? Il mio desiderare è un mistero: come, perché ci riesco? Il desiderio fa parte del miracolo che io cavalco: posso dire che sono io a farlo, o che è esso che mi fa? Il mio desiderio è qualcosa di dato, come il corpo che io eredito: come questa facoltà che io chiamo ragione, che sembra contraddirsi eppure funziona.

La coscienza: altro mistero. La mia coscienza è intimamente legata a questo corpo in cui vivo e cammino. Io sono cosciente del mondo e di me stesso. Non posso immaginare la coscienza prima che io avessi un corpo, o dopo che sarò morto.

Non c’era alcun “io” che potesse essere cosciente. Come ha fatto la coscienza a sorgere dal nulla? Cosa le succederà quando sarò morto?

Io sono impossibile; eppure io sono. Se ciò è possibile, non vedo alcun limite a ciò che possa essere possibile. Ai fini pratici, vedo un limite: tutto il mio ragionare si fonda sul presupposto (che sembra funzionare) che alcune cose siano possibili e altre no. Ma davvero, non lo so.

Tutto ciò che so per certo è che sono vivo. Essere morto, o non essere ancora nato, è qualcosa che non riesco a immaginare. Non so cosa si prova a essere come una pietra o una stella: io le osservo da fuori, come osservo il fatto di essere morto o non ancora nato. Tutto ciò che io so di certo, dall’interno o dall’esterno (perché posso guardare la mia mano o il mio piede, posso sentire la mia nuca) è il fatto che vivo.

Questa è la sola pietra su cui io possa costruire.

ἀγὼ δέ σοι λέγω ὅτι σὺ εἶ πέτρος, καὶ ἐπὶ ταύτῃ τῇ πέτρᾳ οἰκοδομήσω μου τὴν ἐκκλησίαν, καὶ πύλαι ᾅδου οὐ κατισχύσουσιν αὐτῆς.

E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa, e le porte dell'Ades non la potranno vincere.
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Storie d’inverno

Sento una mia amica, che ha abbandonato il lavoro per via dell’obbligo vaccinale e adesso vive in una comunità di donne in campagna.

Le chiedo, da scemòfono a scemòfono (ma la versione che ha lei è ancora più scema della mia), come siano andate le feste.

Allora lei mi racconta:

“Noi dovevamo andare per Capodanno nel casolare di una nostra amica.

All’ultimo momento lei ci ha chiamati, per dire che non ci poteva ospitare.

Suo figlio era morto di colpo.

Si era appena vaccinato.

Aveva diciassette anni.

E così siamo rimaste tra di noi, con i gatti, e con la Menestrella Femminista

Che ha cantato la storia della Figlia di Mohammed

Un’altra amica – dimostra sessant’anni se va male, ma suo padre è scomparso in Russia durante la guerra.

Compagna da vent’anni di lotte nel rione, di passeggiate su per i colli, uno sguardo di luce tra la nuvola di capelli grigi.

Conosco solo qualche frammento della sua vita, ma mi ha sempre colpito come sapesse vivere da sola, ed essere allo stesso tempo così in relazione con tutto ciò che aveva attorno, così curiosa e attenta e sorridente.

Inciampa qui sotto in piazza, come siamo tutti inciampati mille volte. E mentre sdraiata osserva la Chiesa del Carmine, scopre improvvisamente che non le si muove più il braccio destro.

Operata per tre fratture sull’omero, apprende che almeno per ora, non è più autosufficiente.

E allora mi viene in mente una cosa che lessi anni e anni fa, nella Storia Ecclesiastica della Gente Inglese (II,13), del Venerabile Beda, che visse in tempi di inimmaginabile lontanza.

Paolino, che probabilmente proviene dall’Italia, cerca di convincere il re Edwin della veridicità del messaggio cristiano.

Interviene un nobile senza nome, e dice…

“Mi sembra, Vostra Altezza, che la vita dell’uomo sulla terra sia come il volo veloce di un passero solitario nella sala del banchetto dove voi siete seduto a cena in un giorno d’inverno con i vostri capitani e consiglieri.

In mezzo un fuoco accogliente riscalda la sala.

Fuori, le tempeste di pioggia e neve invernali imperversano. Questo passero vola velocemente dentro da una finestra della sala e fuori da un’altra.

Mentre è dentro, l’uccello è al sicuro dalle tempeste invernali, ma dopo alcuni momenti di conforto, scompare dalla vista nel mondo invernale da cui è venuto.

Così l’uomo appare sulla terra per un po’ di tempo – ma di ciò che ha preceduto questa vita, o di ciò che segue, non sappiamo nulla”.

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Un modesto augurio

Siccome non vogliamo strafare, ci auspichiamo solo che il 2022 sia meglio del 2023.

Per ora promette bene, che stamattina c’era la nebbia a Boboli, con gran gioia del Cavallo Pegaso:

Nell’immenso silenzio, si sentiva anche il verso di uno strano uccello, non credo fosse un merlo.

E poi (ma la foto risale a una giornata più assolata), sta benissimo la compostiera, e porta pure una nota di colore.

Purtroppo non si vedono i lombrichi, attivissimi, che salveranno il mondo.

“Und so knüpfen deine Hände der Vollendung großen Ring:
Tod und Leben, Anfang, Ende, alles kommt auf deinen Wink"

“E così le tue mani annodano il grande anello del completamento: morte e vita, inizio, fine, tutto arriva con un tuo gesto”.

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Storie fiorentine

Entro a Santa Maria Novella, e c’è da controllare il mio Cloropass, e mi rendo conto, con un certo senso di colpa, della carica di odio che provo verso il povero addetto pagato con le mie tasse per decidere della mia umanità con il suo smartòfono.

L'odio è una delle cose più belle, mi dispiace però di averne sprecato tanto per lui, spero che me ne rimanga ancora abbastanza per chi se lo merita di più...

In quel che resta del Chiostro de’ Morti (su gran parte il Progresso e il Fascismo ci hanno calato l’omonima stazione) calpesto i defunti, e ogni defunto, penso, è una storia che nessuno racconterà.

Poi, dentro la chiesa, riguardo la Trinità del Masaccio, e rileggo la frase scritta sopra lo scheletro alla base:

“IO FU’ GIÀ QUEL CHE VOI SETE, E QUEL CH’I’ SON VOI ANCO SARETE”.

Per un momento penso che sia verissimo per me; ma poi mi viene un’altra idea, che anche tu scheletro, sei stato una storia.

Ora l’Universo mi sta bene così com’è (e se non mi stesse bene, il problema sarebbe solo mio), ma spero tremendamente che da qualche parte ci sia uno scrivano, che raccolga tutte le storie.

Gesù

Faccio la fila alla cassa in libreria, e dopo due anni, riconosco la sua voce fuori per strada:

“Io sono il vostro Redentore, di cui parlano i profeti!

Vi amo!

I am Jesus!”

Appena superata la lunga fila, corro fuori per incontrarlo.

Lo trovo all’angolo di Piazza della Repubblica.

Gesù si è fatto crescere la barbetta, ha un’aria leggermente più trasandata, ma è sempre in forma, e non c’è traccia di mascherina.

Cammina sicuro di sé, sorridente, blocca improvvisamente un passante, gli soffia come un gatto, e poi:

“Ti voglio bene! Io sono colui che le generazioni hanno atteso!”

E quello si incolla allo smartòfono per non ascoltarlo.

L’unico che Gesù non si fila sono io, che pure sono letteralmente il suo solo seguace, o almeno pedinatore.

Gli sto quasi addosso, ma non ha nulla da dirmi.

A un certo punto Lui ferma un signore, e con la sua voce bella e potente, dice…

“Signore! Le posso chiedere una sigaretta?”

Quello gli dà la sigaretta, e Gesù se l’accende, dà una gran pacca sulle spalle al signore, e dice,

“La ringrazio davvero di cuore!”

Daniela

Daniela è la segretaria del mio dentista, ed è anche un fiume di storie e ironie toscane, e raccatta carabattole che vende ai mercatini, e ha un figliolo adolescente, e mi ha insegnato che quando ti puntano la pistola in fronte per prenderti la temperatura (io registro sempre attorno ai 34,5°) puoi chiedere invece che ti sparino al polso.

Vado tre volte dal dentista in un mese, ma non la vedo mai.

Alla fine chiedo, e l’assistente del dentista, senza guardarmi in faccia, borbotta qualcosa tipo, è in sospensione dal lavoro”.

Mando una mail a Daniela, e si commuove perché l’ho contattata, e mi dice che l’hanno sospesa dal lavoro, perché rifiuta di farsi vaccinare, e non sa cosa l’aspetta.

Diana

Diana è istriana, nel senso che a casa sua, il salotto è in Croazia e la cucina è in Slovenia, ma vive adesso a Firenze.

Ha perso il lavoro, e allora i nostri amici si sono messi in moto, e hanno convinto il farmacista a concederle l’edicola – un fondo attaccato alla farmacia – che aveva chiuso due anni prima.

E così l’edicola è diventata un riferimento per tutto il rione.

Una volta è entrato un uomo grande e grosso, dalla pelle nera, vestito e truccato da donna, e ha messo sottosopra l’edicola e ha picchiata Diana, e dopo la polizia ha fermata una tizia un po’ sciroccata, ma era una donna nera vestita da donna che non c’entrava niente, anche se ogni tanto picchiava la gente, ma non troppo.

Mi fermo a guardare la vetrina dell’edicola, e attacca subito discorso con me un ometto anziano, barba bianca, occhi ironici, tutto vestito di nero.

In testa porta un basco nero con una grande stella rossa, di chissà quale antico comunismo fiorentino.

Con un filo di voce e un bel sorriso, mi dice,

“Mi diha, l’è vero che l’è hambiata la gestione? Prima c’era una testa di hazzo, che gli importava solo del tennis!”

Filippo

Alla scuola elementare, mi raccontano, c’è da qualche anno il Custode Filippo.

Ogni volta che c’è uno sciopero, tutto dipende da lui, perché non si può sostituire nelle sue mansioni, e se lui sciopera, i figlioli te li devi tenere a casa.

Allora le mamme si organizzano per dirgli,

“se stavolta non scioperi, ti regaliamo il panettone!”

Solo che quando vanno a trovarlo con il panettone, scoprono che il Custode Filippo non c’è più, han cacciato anche lui perché non s’è vaccinato.

Marina

Marina è psicoterapeuta, ahimè freudiana, e ogni tanto si occupa, in maniera marginale e innocua, di cose penose come (scusate l’anglobale) il hate speech.

Per fortuna lei non sa cosa provo nei confronti di quelli che mi controllano il Cloropass, ma il mio è hateful silence, che non ci hanno ancora fatto i progetti europei.

Nessuno di noi è perfetto, però Marina è eccezionale come organizzatrice di cose concrete, sa mettere insieme molto bene le esigenze di tutti, e sono molto felice quando lavoriamo insieme.

Stiamo facendo una riunione nella sede di un Comune del contrado fiorentino. Un paese di periferia, dormitorio/mortorio della Metropoli, ma con un sindaco notevole di cui sentirete spesso parlare in futuro, e un palazzo comunale di una bellezza inattesa.

Affreschi su tutte le pareti, e le porticine segrete che sono una meraviglia della nostra terra, e apro la porticina tutta dipinta del gabinetto (freddissimo), e ci scopro una vasca da bagno e una finestra da cui si vede la luna piena.

Lavoriamo per tre ore con due funzionarie che fanno il loro lavoro, come se volessero davvero fare qualcosa. Sono fantastiche, per un attimo ti sembra di appartenere alla stessa specie, per quante cose condividete.

Sono felice che le tasse che pago, possano in minima parte sostenere anche loro.

A un certo punto, arriva una telefonata, Marina esce di corsa, e ritorna sconvolta.

“Mi hanno chiamata per un’audizione al Senato! Devo spiegare cos’è l’hate speech! Io non conosco nessun senatore, non ho capito perché hanno chiamato me, ho detto, chiamate invece Tizia che è una superesperta! Ho detto di no…”

Partiamo in macchina per Firenze, a un certo punto richiamano dal Senato, e Marina metta la vivavoce. Una voce femminile che potrebbe rappresentare tutti i secoli di burocrazia sulla terra, dice:

“Mi dispiace, la procedura per le audizioni è estremamente complessa, ed è impossibile cambiare le cose. Per cui venga lei, se vuole può portarsi dietro Tizia Superesperta come se fosse sua assistente”.

Ecco dove finisce un’altra parte delle tasse che pago.

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Un po’ di buonsenso sulle nostre crisi

Andrew Nikiforuk è un giornalista canadese, che da anni denuncia lo scempio del fracking e la devastazione delle antiche foreste del suo paese.

Lo scorso 17 novembre, ha tenuto una conferenza presso l’Università di Victoria, nella British Columbia, sul tema, Vicoli ciechi. Menzogne verdi, cambiamento climatico e una transizione caotica.

Dopo la conferenza, di cui abbiamo solo il video ma non la trascrizione, ha scritto un articolo in cui analizza le critiche e i commenti che ha ricevuto.

Sotto il titolo, On Getting Real About Our Crises, che significa, all’incirca, “Un po’ di buonsenso sulle nostre crisi”.

Grazie al commentatore Fuzzy che ha segnalato il testo.

Un po’ di buonsenso sulle nostre crisi

Due settimane fa, ho tenuto un discorso all’Università di Victoria sostenendo che la nostra civiltà moralmente fallita sta inseguendo vicoli ciechi quando si tratta di cambiamento climatico e di spesa energetica.

Ho sostenuto che concentrandoci sulle emissioni, non siamo riusciti a riconoscere la crescita economica e della popolazione come il principale motore di tali emissioni insieme al consumo sfrenato dei sistemi naturali che sostengono tutta la vita.

Ho aggiunto che la gente più il benessere più la tecnologia formano un algoritmo mortale che sta ora spianando la nostra strada verso la rovina collettiva.

Come Ronald Wright ha notato nel suo libro Una breve storia del progresso, la civiltà è una truffa piramidale che dipende da tassi di crescita cancerosi.

Ho anche spiegato che molte cosiddette tecnologie verdi, tra cui le rinnovabili, l’idrogeno e la cattura e lo stoccaggio del carbonio, non sono grandi soluzioni. Poiché richiedono minerali di terre rare e combustibili fossili per la loro produzione e manutenzione, queste tecnologie spostano i problemi.

Inoltre queste tecnologie verdi non possono essere scalate in tempo per ridurre le emissioni o richiedono troppa energia per fare la differenza.

Ho anche sottolineato che il nostro più grande problema è una tecnosfera che si auto-aggiorna e si espande sempre di più, che ha solo una regola: crescere ad ogni costo e costruire artefatti tecnologici che dominino in modo efficiente gli affari umani e la biosfera. L’impero tecnologico consuma energia e materiali per sostituire tutti i sistemi naturali con quelli artificiali che dipendono da alti input energetici e da una complessità ingestibile.

Questo assalto tecnologico alla biosfera e alla nostra coscienza ha indebolito enormemente la nostra capacità di prestare attenzione a ciò che conta, per non parlare di come pensare. Il risultato è una società altamente polarizzata e ansiosa che non può immaginare il proprio collasso e tanto meno i rischi del proprio pensiero distruttivo.

La migliore risposta a questa costellazione di emergenze è ridurre attivamente la tecnosfera e ridurre radicalmente la crescita economica e la spesa energetica. La nostra classe politica non può immaginare una tale conversazione.

Allo stesso tempo, le comunità e le famiglie devono ri-localizzare le loro vite, disconnettersi dalla macchina globale e lavorare attivamente per ripristinare gli ecosistemi degradati come le foreste di vecchia crescita. Chiunque si aspetti una “soluzione facile” o un comodo insieme di soluzioni ha passato troppo tempo ad essere condizionato dalle macchine digitali.

Il mio allegro discorso ha generato decine di domande. Non c’era tempo per rispondere, così ho selezionato cinque domande rappresentative inviate via Zoom nell’interesse di mantenere questa conversazione eretica.

La crescita della popolazione legata al consumo è un grosso problema

Molti ascoltatori hanno espresso inquietudine sul fatto che la crescita della popolazione sia una parte essenziale del problema.

“Sono deluso che ancora una volta Malthus sia entrato nella stanza quando la differenza tra le emissioni pro capite di gas serra tra il Nord e il Sud del mondo è significativa. Non è forse il modo in cui viviamo, non quanti siamo?”

ha chiesto uno.

La vera risposta è scomoda. Il modo in cui viviamo e consumiamo conta tanto quanto la crescente densità del nostro numero combinato con la proliferazione delle nostre macchine che divorano energia per nostro conto. (anche le strade e i cellulari consumano energia e materiali) Tutte e tre le questioni demografiche stanno aumentando a tassi insostenibili e si alimentano a vicenda per spingere più crescita economica, più emissioni e più fragilità.

L‘attuale popolazione mondiale è di 7,9 miliardi e cresce di 80 milioni all’anno. Ha rallentato negli ultimi anni perché i ricchi non hanno bisogno dell’energia dei bambini tanto quanto i poveri. Anche così la civiltà aggiungerà un altro miliardo al pianeta ogni dozzina d’anni. Ridistribuire la ricchezza energetica (e le emissioni) dai ricchi ai poveri non eviterà il disastro se le popolazioni umane non diminuiranno globalmente.

I nostri numeri riflettono anche un’anomalia demografica che è iniziata con i combustibili fossili, una fonte di energia a buon mercato che è servita come Viagra per la specie. Prima della nostra scoperta dei combustibili fossili, la popolazione del pianeta non ha mai superato il miliardo. I nostri numeri eccessivi sono puramente un artefatto temporaneo della spesa energetica a buon mercato e di tutto ciò che essa comporta – tutto, dai fertilizzanti alla medicina moderna.

Non è il capitalismo la vera minaccia?

Molte domande ruotavano intorno alla natura del capitalismo.

“Non sarebbe più accurato denunciare l’organizzazione capitalista della tecnologia piuttosto che la tecnologia in quanto tale per problemi come la polarizzazione e la frammentazione?”

No, non lo sarebbe. La tecnologia enfatizza la crescita e concentra il potere indipendentemente dall’ideologia.

Il capitalismo, come il socialismo e il comunismo, è semplicemente un modo di usare l’energia per creare tecnologie che strutturano la società in modo omogeneo. Rimuovere il capitalismo dall’equazione non cambierebbe la natura totalitaria della tecnologia stessa. O la capacità delle tecnologie di colonizzare le culture locali ovunque.

Ogni ideologia sulla Terra, fino ad oggi, ha usato le tecnologie per rafforzare la sua presa sul potere, incastrando i cittadini nella complessità e riducendo l’umanità ad una serie di efficienze. Tutte hanno sostenuto l’infrastruttura digitale per monitorare e censire i loro cittadini. Come il sociologo Jacques Ellul ha notato molto tempo fa, le ideologie non contano di fronte all’imperativo tecnologico.

Cosa viene dopo?

Molti ascoltatori hanno chiesto se “c’è un seguito all’economia di mercato fondata sull’abbondanza energetica?” Non ho la sfera di cristallo, ma ecco la mia risposta.

Ci sarà sempre una sorta di seguito e non è scritto. Ma non c’è nessun sostituto per i combustibili fossili a buon mercato e la loro densità e portabilità. Hanno reso la nostra complessa civiltà quello che è. Man mano che le risorse di combustibili fossili diventano sempre più costose e difficili da estrarre (una realtà che i media ignorano), la “ricca economia di mercato” sperimenterà più volatilità, disuguaglianza, interruzioni, corruzione e inflazione. È raro per qualsiasi civiltà gestire una discesa energetica senza violenza, per non parlare della grazia.

“Puoi dire di più sulla connessione tra la tecnosfera e le società totalitarie?” ha chiesto un ascoltatore. “Come vedi le connessioni tra le dittature e la tecnosfera?”

Questo è un argomento per un saggio molto più lungo. La tecnosfera, per definizione, offre solo un sistema di pensiero e di funzionamento (trionfo della tecnica su tutti gli sforzi) e sta erodendo le libertà umane da decenni. Crea semplicemente dei dipendenti o dei reclusi. Gli influenzatori sociali ora dicono ai suoi residenti cosa comprare e come comportarsi. Come tale, la tecnosfera è diventata un ambiente onnicomprensivo per i cittadini, che si tratti di cosiddette democrazie o di società totalitarie.

La principale differenza tra le due è semplicemente il grado in cui le tecniche sono state applicate per dare allo stato un controllo più totale sui suoi cittadini. Sia nelle società democratiche che in quelle totalitarie, le élite tecniche estorcono attivamente i dati dei cittadini in modo che le informazioni possano essere utilizzate per ingegnerizzare, monitorare e sondare il comportamento dei loro cittadini ansiosi e infelici in una società tecnologica. (Non si può vivere in una società tecnologica senza diventare un’astrazione.) Lo stato cinese non nasconde le sue intenzioni; l’Occidente si aggrappa ancora alle sue illusioni di libertà.

La tecnosfera corrompe il linguaggio

Un ascoltatore voleva sapere “di più sul linguaggio vuoto” impiegato dalla tecnosfera, come ho detto nel mio discorso.

Proprio come la tecnosfera ha sostituito il canto degli uccelli con i bip digitali, l’impero tecnologico ha sempre più sostituito il linguaggio significativo con il tecno-parlare.

Un mondo dominato dal pensiero riduzionista e meccanicista ha prodotto un proprio linguaggio simile a quello dei Lego, completamente avulso dalla realtà naturale. Decenni fa il linguista tedesco Uwe Poerksen ha chiamato questo nuovo linguaggio in evoluzione “parole di plastica”.

Esse includono parole come ambiente, processo, organizzazione, struttura, sviluppo, identità e cura. Tutte possono essere combinate senza sforzo per trasmettere stronzate: “sviluppare l’ambiente con cura è un processo“. Questo linguaggio modulare crea la propria tirannia di espressioni senza senso.

Esperti, tecnici, politici e futuristi impiegano questo linguaggio plastico per disorientare, confondere e offuscare. Poerksen nota che queste parole sono gravide di denaro, mancano di dimensione storica e non si riferiscono a nessun luogo locale o speciale. Questo linguaggio, avulso da ogni contesto, fa al pensiero ciò che un bulldozer fa a una foresta. Lo appiattisce.

La speranza non è una pillola che si prende al mattino o una briciola lasciata a tavola

Infine, ma non meno importante, molti ascoltatori hanno chiesto come si fa a mantenere la speranza di fronte a così tante emergenze, abusi e una leadership politica spaventosa?

“Come fai ad alzarti la mattina?”, ha chiesto tipicamente uno.

Questa domanda frequente mi confonde e mi lascia perplesso. Il mio umile lavoro di giornalista non è quello di vendere saponette o fare il tifo per ideologie e futuristi. Il mio lavoro non è quello di produrre speranza e tanto meno consenso. Ho ottenuto qualcosa di piccolo se riesco ad aiutare i lettori a distinguere tra ciò che conta e ciò che non conta e a evidenziare le implicazioni di potere nel mezzo.

Eppure in una società tecnologica la maggior parte di noi cerca un messaggio facile e inscatolato che indichi un futuro luminoso. Non posso in buona coscienza dire a nessuno, tanto meno ai miei figli, che i giorni a venire saranno felici o luminosi. Per ogni cosa c’è una stagione e la nostra civiltà è entrata, passo dopo passo, in una stagione di discordia e caos. La storia si muove come la vita stessa in un ciclo di nascita, vita, morte e rinnovamento.

Jacques Ellul, che ha scritto profeticamente sui pericoli inerenti alla società tecnologica, ha anche affrontato la necessità di un’autentica speranza perché non risiede nella tecnosfera. La tecnosfera, una prigione sterile, può promettere di progettare il tuo futuro con parole di plastica, ma ciò che offre veramente è l’antitesi della speranza.

Ellul, un cristiano radicale, ha scritto molto sulla speranza e sulla libertà. Ha notato che la speranza non abbandona mai le persone che hanno a cuore un luogo e sono radicate al di fuori della tecnosfera, perché sapranno sempre cosa fare grazie alla loro connessione reale con le cose reali. Aggiunge che la speranza non può essere separata dalle virtù della fede e dell’amore. Come tutte le virtù devono essere vissute tranquillamente, non segnalate quotidianamente.

Per Ellul, la speranza è una combinazione di attesa vigile, preghiera e realismo. “La libertà è l’espressione etica della persona che spera”, scrisse una volta.

La speranza è vivere pienamente in un luogo a cui si tiene e agire ogni giorno contro l’abuso di potere. La speranza, in altre parole, è usare ogni iniziativa “per ripristinare la possibilità che le persone prendano le proprie decisioni”.

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Una vita senza Big Tech

Di link in link, ho scoperto il bel sito Lealternative.net, dove persone che ci capiscono comunicano in linguaggio chiaro e semplice, quali sono i motivi per cui è triste diventare manodopera gratuita per le quattro o cinque multinazionali che stanno conquistando il pianeta – Apple, Samsung, Google, Amazon ecc.

O forse, più che manodopera, semplicemente materia prima, come spiega molto bene Daniela Danna.

E adesso scopro che qualche giorno fa, un video che parla di Le Alternative è stato premiato nel Salone de’ Cinquecento, qui a Firenze. Nella speranza che il nostro Comune, oltre che premiare, ascolti.

Purtroppo, WordPress non riesce a incorporare i video di Peertube, ma invito quelli più determinati ad aprire questo link. Il video non è breve, ma è importante.

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La Guerra, sola sanificazione del mondo

Proprio mentre si pensava che i Nostri stessero vincendo…

Immagine cortesia di The Proud Holobiont

… ecco che il Nemico contrattacca e finalmente svela il suo vero obiettivo:

Ma non abbiate paura, per salvare il futuro presidente arrivano milioni di nuove reclute, grazie a questo video, che merita di essere guardato fino in fondo (fare clic sul link per vederlo),

Quello che viene ammazzato, precisiamo è un drago, non un draghi.

Giuro che non è una satira.

Vincere! Vincere! Vincere!
E vinceremo in terra, in cielo, in mare!
È la parola d’ordine
d’una suprema volontà!
Vincere! Vincere! Vincere!
Ad ogni costo, nessun ci fermerà!
I cuori ch’esultano,
son pronti a obbedir,
son pronti lo giurano:
o vincere o morir!

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