La rovina del genere umano

Guardiamo attentamente questa immagine, perché è profondamente istruttiva.

Volti innocenti, popolari e sfigati, con un entusiasmo a modo suo bellissimo, che si esaltano per le storie che qualcun altro ha raccontato loro… c’è tutta la tragedia della nostra specie e la radice di tutto l’orrore senza fine che chiamiamo storia.

Chiamatela come volete, sacrifici umani, Auschwitz, Hiroshima, il gulag, l’Isonzo… La spiegazione sta tutta in questa foto.

its-a-princessLa tragedia, poi, è anche quella di una bambina, che a due ore di vita, ha già il destino segnato.

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Il cyber-Duomo e Appinocchio

Ieri c’è stata l’inaugurazione di Expo 2015, a poche ore dall’imposizione di un sistema elettorale rivoluzionario nel paese.

A settant’anni di distanza, Expo realizza il sogno mancato del 1942, per cui Benito Mussolini fece costruire l’EUR. Dove, sul Palazzo della Civiltà del Lavoro (oggi in mano al Gruppo Fendi), si legge la grande scritta:

«Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di trasmigratori»

I ricorsi storici sono interessanti anche nella loro differenza.

Expo 2015 non apre con una rigida scritta.

E il capo del governo taglia il nastro e ci presenta subito, non l’Italia, ma la Toscana, che è riuscita a farsi assegnare il Padiglione Italia per le prime quattro decisive settimane della fiera. Nel padiglione,

“i visitatori saranno accolti con la proposta di un viaggio multisensoriale che faccia loro sperimentare, in breve, tutte le bellezze e le eccellenze della regione, utilizzando le migliori tecnologie disponibili (video, multi touch, suoni, odori, app). Una apposita app “Appinocchio“, guiderà infatti il visitatore.”

Expo, a sua volta, si manifesta a Firenze tramite un cyber-Duomo che poi farà il giro del mondo e concluderà la sua esistenza virtuale a Dubai tra cinque anni, a dimostrazione che lo scontro di civiltà è roba da poveri.

Il cyber-Duomo è stato inaugurato dal sindaco Dario Nardella, rigorosamente in jeans, che ai nostri tempi manda lo stesso messaggio di certi abbigliamenti futuristici di un secolo fa.

Ma è davvero interessante vedere come viene riproposta la fatidica frase su poeti, artisti ed eroi, nel fluido videolinguaggio dei nostri tempi. Il video si intitola Magnificent. Sarebbe un errore pensare che il titolo sia in inglese “per farsi capire”: in realtà l’inglese, nella sua forma globalizzata, è il latino imperiale dei nostri tempi.

Tempo fa, avevamo buttato giù qualche ipotesi sull’Italia fiorentinizzata.

In sintesi, la fiorentinità consiste nel sapiente utilizzo delle ossa degli antenati per farne appendiabiti per negozi di moda.

Aggiungiamo al volo qualche riflessione in più.

1) La differenza tra renzismo e berlusconismo sta nel diverso modo di essere italiani. Berlusconi era lo Zio Pierino, quello che ai matrimoni guida i cori ammiccanti. Renzi è l’Uomo del Destino.

2) La fiorentinità parte dal presupposto che il mondo appartenga di diritto, non ai semplici ricchi, ma agli straricchi. Ora, se uno è straricco, non si accontenta delle solite signore in minigonna che si trovano lungo i viali, ma vuole avere un’esperienza unica. Quindi il destino dell’Italia deve essere quello della escort d’alto bordo, che dia almeno l’impressione di offrire qualcosa di molto particolare.

3) L’escort di alto bordo non vende soltanto una certa parte del proprio corpo, vende un’immagine complessiva, fatta di monumenti, gioielli, vestiti e anche – geniale scoperta del renzismo farinettiano – cibo.

4) In realtà, “l’esperienza unica” consiste semplicemente in una serie limitata di cartoline. I monumenti riconoscibili, i cibi noti, gli stilisti famosi. Tutto il resto può andare benissimo in malora: la scuola distrutta, i monumenti abbandonati all’incuria o alla camorra, si conciliano perfettamente quindi con l’Aura Italia.

5) I pochissimi venditori autorizzati di cartoline, per aprire le loro bancarelle, devono essere o fiorentini o molto generosi nei confronti di certi fiorentini.

“Pinocchio sarà ambasciatore della Regione Toscana all’Expo di Milano – ha confermato il sindaco di Pescia, Oreste Giurlani – e potremo presentare questa nostra icona mondiale con una pregevole scultura realizzata dalle mani abili degli artisti del Carnevale di Viareggio”.

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Alison Gross

E’ primavera, e come spesso capita si vota. Presi di improvvisa libidine, i politici iniziano a far la corte e ad allungare, metaforicamente, le mani.

Viene in mente la vecchia ballata scozzese di Alison Gross. Cantata in maniera indimenticabile dagli Steeleye Span, che però omettono gli ultimi versi, in cui la regina con una carezza libera il prigioniero dall’incantesimo.

Ma mentre di streghe abbonda il teatro elettorale, le regine serie giustamente si tengono lontane dalle urne.

Va da sé che il video non è affatto originale, ma nella sua ingenuità rappresenta perfettamente il mondo delle nostre Alison Gross in carne e ossa.

Alison Gross che vive in quella torre
La strega più brutta delle terre del nord
Mi corteggiò un giorno portandomi nelle sue stanze
e facendomi tanti bei discorsi

Mi accarezzò la testa, mi pettinò i capelli
Mi posò dolcemente sulle sue ginocchia
Dicendo, se diventi il mio amante fedele
Tante cose buone ti darò

Via, via, brutta strega
Va’ lontano e lasciami stare
Non sarò mai il tuo fedele amante
Non cerco la tua compagnia

Mi mostrò un manto di rosso scarlatto
Con i fiori dorati e frange fini
Dicendo, se diventi il mio amante fedele
Questo bel dono tuo sarà

Mi mostrò una camicia di morbida seta
con perle disposte tutt’attorno al collo
Dicendo, se diventi il mio amante fedele
Di questo bel dono tu sarai padrone

Mi mostrò una una coppa di buon oro rosso
Adorna di gioielli belli da vedere
Dicendo, se diventi il mio amante fedele
Questo bel dono tuo sarà

Via, via, brutta strega
Va’ lontano e lasciami stare
Mai bacerò la tua brutta bocca
Per tutti i doni che potresti darmi

Di scattò si voltò
Tre volte fece suonare un corno verde come l’erba
Giurò per la luna e le stelle in alto
Che mi avrebbe fatto pentire di essere nato

Tirò fuori una bacchetta d’argento
tre volte girò su se stessa
Mormorò parole che mi fecero perdere forza
E mi trasformò in un brutto verme

Alison Gross that lives in yon tower
The ugliest witch in the North Country
Has trysted me one day up to her bower
And many a fair speech she made to me

She stroked my head and she combed my hair
She set me down softly on her knee
Saying if you will be my lover so true
So many good things I would give to you

Away, away, you ugly witch
Go far away and let me be
I never will be your lover so true
And wish I were out of your community

[Chorus]
Alison Gross she must be
The ugliest witch in the North Country
Alison Gross she must be
The ugliest witch in the North Country
She showed me a mantle of red scarlet
With golden flowers and fringes fine
Saying if you will be my lover so true
This goodly gift it shall be thine

She showed me a shirt of the softest silk
Well wrought with pearls abound the band
Saying if you will be my lover so true
This goodly gift you shall command

[Chorus]

She showed me a cup of the good red gold
Well set with jewels so fair to see
Saying if you will be my lover so true
This goodly gift I will give to thee

Away, away, you ugly witch
Go far away and let me be
I never would kiss your ugly mouth
For all of the gifts that you could give

[Chorus]

She turned her right and round about
And thrice she blew on a grass-green horn
She swore by the moon and the stars of above
That she’d make me rue the day I was born

The out she has taken a silver wand
She’s turned her three times round and round
She muttered such words till my strength it did fail
And she’s turned me into an ugly worm

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Le mosche di Custer

The Handsome Family è una coppia di cantautori statunitensi, dotati di una notevole capacità poetica, soprattutto quando si tratta di parlare della natura.

Il ventaglio di capelli dorati oliati di rosa e cannella
mentre il sangue fioriva rosso come un papavero attraverso il tuo cappotto di velluto
il tuo cappotto di velluto blu scuro
sì, lì tra l’erba delle praterie del Montana i Sioux spararono a Custer
la sciarpa rossa legata, gli stivali neri lucidi
come appariva bello alle mosche, il regno felice delle mosche

Caro Custer, oggi c’è un Wal-Mart dove una volta vagavano gli orsi
montagne di gel per capelli e camicie da cowboy e tutti hanno un fucile
tutti hanno ancora un fucile
ma in alto tra le travi al di sopra delle luci, i fringuelli rossi nascondono i loro nidi
e quando le nostre auto se ne vanno, cantano sinfonie attraverso la notte
nella loro foresta di tubi di riscaldamento

E fuori oltre il parcheggio lungo il marciapiede tra l’erbaccia incolta e i rifiuti
grandi eserciti delle formiche più piccole combattono per la gloria della loro regina
una regina così piccola e gloriosa
ma nemmeno l’imperatrice delle formiche per cui diecimila danno la vita
fa un rumore sotto i fili d’erba del nostro grande impero di prati rasati
com’è silenzioso l’impero dei prati rasati

Your fan of golden hair oiled with rose and cinnamon
As your blood bloomed poppy red across your velvet coat
Your deep blue velvet coat
Yes, there in Montana prairie grass the Sioux shot Custer down
His red scarf tied, his black boots shined
How beautiful he looked to the flies, the happy kingdom of flies

Dear Custer there’s a Wal-Mart now where once the grizzlies roamed
Mountains of hair spray and cowboy shirts and everyone has a gun
Everyone still has a gun
But high in the rafters above the lights, red finches, they hide their nests
And when our cars drive out of sight they sing symphonies across the night
In their forest of heating pipes

And out past the parking lot along the curb in the wilds of weed and trash
Great armies of the smallest ants fight battles for the glory of their queen
Such a tiny glorious queen
But even the empress of the ants for whom ten thousand fall
Makes not a sound beneath the blades of our great empire of lawns
How quiet is the empire of lawns

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Il must per i lover del made in Italy

Come sapete, di Beretta ce ne sono due in Italia.

Il Porcaro:

“La Mission del Gruppo Beretta è quella di portare quotidianamente nelle case degli italiani tutte le specialità della più autentica Salumeria e Cucina Italiana coniugando tradizione, modernità, servizio e fornendo al Cliente Eccellenza Qualitativa e Sicurezza tramite l’impegno diretto di una Family Brand al 100%.”

e il Pistolero:

 “Lavoro, inventiva, rispetto della tradizione, attenzione al Cliente e alle Maestranze, ma insieme a questo studi ed aggiornamenti continui, miglioramento tecnologico ed avanzati metodi di fabbricazione sono le basi sulle quali Beretta ha costruito la sua immagine e da cui derivano le armi sportive e militari che dal 1526 portano in tutti i continenti il marchio della più antica fabbrica d’armi.”

Sul sito del Pistolero segnalo un prodotto – alla pagina Mondo Lusso – che sarà indubbiamente di particolare interesse per i lettori di questo blog.

Pistola_diamanti_interna41.000 Diamanti per una Beretta 92FS

Gardone Val Trompia - Made in Italy

1193 pietre incastonate
90 Carati

Un pezzo unico disegnato e creato da Beretta in collaborazione, con Barozzi, gioielliere a Brescia. Si tratta di una 92FS, famosa in tutto il mondo essendo la pistola lato ufficiale di corpi di polizia e gli eserciti in molti paesi. Un omaggio al concetto di puro lusso arricchita da manopole realizzate di oro bianco completamente ricoperta da diamanti.

Il lavoro è assolutamente straordinario. Grips sono stati fatti con modanature specifiche e possono sostituire le prese genuini di una 92FS standard. La superficie liscia del diamante è arricchito da una smaltato nero Logo Beretta. Sul telaio scorrevole due ulteriori linee di diamante completare il capolavoro.

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25 aprile, soffioni boraciferi, la Pasta Buitoni e altri fascismi che ritornano

Il 25 aprile è una buona occasione per riflettere sul trionfo planetario di una parola decisamente made in Italyfascismo.

E’ un termine meravigliosamente ambiguo. Qualche centinaio di persone, concentrate in Italia, si ritengono “fascisti” oggi. Mentre praticamente l’intera specie umana viene definita fascista da altri membri della stessa specie, che a loro volta ricevono la stessa definizione da altri.

Comunque, una volta il termine significava qualcosa: c’erano davvero delle persone che chiamavano se stesse “fascisti” e che coincidevano più o meno con quelle che gli altri chiamavano “fascisti”. E non sarebbe male limitare l’uso del termine appunto a costoro o almeno a chi agisce oggi in base a spinte molto simili.

Ad esempio, c’erano dei fascisti in Toscana tra il 1919 e il 1922.

Dico Toscana soprattutto perché oggi in Piazza Tasso c’era il sindaco Dario Nardella a parlare del 25 aprile.

Innanzitutti, a quei tempi, c’erano gli agrari.

Cioè i padroni di vaste terre, che vivevano in gran parte ormai in città: leggi i loro cognomi, e sono spesso gli stessi di chi conta oggi.

Come quella famiglia Rousseau Colzi del Vivo, che ha ospitato l’attuale sindaco di Firenze per sei anni in una casa di sua proprietà: per motivi misteriosi, Dario Nardella cambiò residenza appena cinque giorni dopo che divenne di pubblica notizia che il suo mentore Renzi era ospite gratuito a casa di Marco Carrai a Firenze. Ricordiamo en passant che Luigi del Vivo, industriale del vetro ma proprietario anche di gran parte della Val d’Elsa, fondò il fascio di Empoli e partecipò alla Marcia su Roma.[1]

Per affrontare la crisi del dopoguerra, gli agrari cercarono di modernizzare i propri terreni, coltivati – con il tipico sistema della Val d’Arno – in mezzadria; e siccome con i mezzadri si fa a mezzi, obbligarono i contadini a condividerne le spese, pena lo sfratto.

Nacque una grande ma pacifica rivolta – i mezzadri chiedevano di partecipare alle decisioni e che non fossero consentiti gli sfratti.

Il fascismo, in Toscana, fu soprattutto la risposta durissima a questo tentativo dei mezzadri di fermare il progresso.

Wikipedia riassume così la biografia di Pier Francesco Serragli, l’uomo che guidò la risposta:

“Proprietario terriero e accademico della crusca, fu sindaco di Firenze dal 1917 al 1920. Presidente dell’Associazione Agraria toscana, fu segretario fondatore dell’azienda Boracifera Larderello nel 1912. Fascista della prima ora, presiede il neocostituito Fascio di Firenze nel 1918.”

Il Serragli, di antichissima famiglia – sei gonfalonieri e ventun priori tra gli avi, senza dimenticare che la via più lunga del nostro quartiere è ancora oggi la via de’ Serragli – era quindi insieme uno studioso nella grande tradizione borghese, un politico, l’organizzatore dei proprietari terrieri e imprenditore nel campo minerario, un settore legato per propria natura alla proprietà terriera.[2]

La Boracifera in realtà apparteneva al Principe Piero Ginori Conti di Trevignano, che sposò la contessa Adriana de Larderel, nipote di un ingegnere francese nobilitato dai granduchi per le sue competenze di chimico-imprenditore, matrimonio che gli permise di lanciare una potente impresa basata sui soffioni dei Monti Metalliferi: Larderello, il paese chiamato così in onore dell’immigrato francese, oggi produce il 10% dell’energia geotermica mondiale.

Piero Ginori fu forse il più attivo fascista a Firenze in quegli anni; gli operai della Boracifera parteciparono in massa alla marcia su Roma, e Mussolini avrebbe fatto diventare ministro il Ginori, che nel 1939 ebbe funerali di stato in Santa Croce. Piero Ginori fu inoltre presidente della Rotary Club di Firenze.

Ginori e Serragli lavorarono a fianco di Idalberto Targioni, una delle personalità più in vista dello squadrismo fiorentino:  figlio di contadini, uno stornellatore assai conosciuto e apprezzato in molte località del Grossetano, dove si confrontava spesso con i locali “bernescanti””, ex-sindaco socialista di Lamporecchio, che così cantava il Primo Maggio: [3]

“Penso che in questo giorno, in cui tutto è giocondo,
Come vi son milioni di bambini nel mondo
Tisicucci, malati, senza vitto e vestito,
E penso che per loro Maggio non è fiorito!”

Parenti dei principi Ginori erano i marchesi Ginori, proprietari della ditta di ceramica Richard-Ginori e fondatori del fascio di Sesto Fiorentino.

Oppure, prendiamo la Montecatini di Guido Donegani (un signore che era anche presidente della Banca Commerciale Italiana). Diventata una delle più potenti aziende italiane grazie alla produzione chimica bellica, la società stava cercando di riciclarsi vendendo i fertilizzanti che richiedevano assolutamente la modernizzazione della mezzadria. Non a caso, divenne il principale finanziatore del fascismo toscano.

Francesco Buitoni che ereditò il pastificio paterno e vi aggiunse la cioccolata Perugina, fu membro attivo del fascio di San Sepolcro, i cui squadristi lo aiutarono non solo a cacciare con la violenza gli operai ribelli dalla propria fabbrica, ma soprattutto gli garantirono il controllo assoluto sulla cittadina, in cambio dell’impunità su estorsioni e ricatti. Partendo da San Sepolcro, i pasta-squadristi Buitoni imposero la sottomissione ai mezzadri di tutta l’alta Val Tiberina.

buitoni-pasta-fascismoA Prato, gli industriali della lana, che avevano fatto fortuna con le commesse militari senza prepararsi minimamente al dopoguerra, si  trovarono a dover affrontare scioperi e imporre licenziamenti: ecco che costituirono il fascio di Prato gli imprenditori Lucchesi, Calami, Rosaliti, Franchi e Mariotti.

Potremmo citare molti altri casi, ma non è difficile cogliere il senso del fascismo.

C’era un’oligarchia molto ristretta di imprenditori, alcuni di antica famiglia, altri nuovi ricchi, ma tutti legati alla proprietà della terra – agricoltura, miniere, cave, fertilizzanti, lana, il settore immobiliare…

Queste persone erano potenti prima del fascismo e quasi sempre lo sono rimaste dopo: il fascistissimo Giovanni Buitoni nel 1939 si trasferì a New York dove fondò la Buitoni Foods Corporation; e a scippare la ditta alla famiglia di squadristi non furono i partigiani, ma la Nestlé nel 1988. Mentre il marchio Richard-Ginori fu rilevato nel 2003 da Gucci. Come scrive Dario Nardella,

“Aggiudicata al gruppo Gucci la Richard Ginori. Si apre una nuova stagione di successi. Adesso azienda, lavoratori ed Istituzioni camminino insieme per non sprecare questa occasione!”

e un commentatore aggiunge giulivo:

“ciò accade quando la politica è vicina agli imprenditori”

Infatti, le imprese che fondano il fascismo si sono arricchite grazie alla vicinanza con lo Stato, inesauribile fonte – dal giorno dell’unificazione – di Grandi Opere, tra cui la più grande fu certamente la superTAV nota oggi come Prima guerra mondiale.

Al momento della crisi, gli oligarchi si trovarono di fronte a una sommossa generale, che minacciava quanto di più prezioso e sacro avessero: la proprietà.

E lì, reagirono con la massima forza. In quegli anni irripetibili, che hanno seguito il massacro generale di milioni di giovani, c’era il manganello. Che a pensarci ai nostri pacifici tempi, fa un certo effetto, e questo ci fa dimenticare la questione essenziale, che non è il mezzo, ma lo scopo: la riaffermazione della proprietà privata e del controllo dei pochi, attorno a un governo forte e deciso, che rappresentasse “tutti gli italiani”, senza ideologie o cedimenti a rivendicazioni utopiche.[4] Non a caso, liberali e fascisti, almeno in Toscana, erano quasi la stessa cosa.

Per mobilitare il consenso attorno alla loro proprietà, i signori fecero appello – con abilità istintiva più che premeditata – a tutto un insieme di forze psichiche che erano nell’aria.

Ogni epoca, di forze psichiche ha le sue, e tante di quelle degli anni Venti oggi non sono nemmeno comprensibili, o hanno assunto altri valori.

La patria risorgimentale e mazziniana come la famiglia cattolica, la rabbia dei braccianti che non venivano assunti dai mezzadri, l’idea giacobina del “popolo-nazione”, le paure dei fattori dei poderi di perdere le loro piccole clientele, i sogni adolescenziali, l’orgoglio aristocratico (considerando che in Toscana, gli aristocratici erano tutti osti e straccivendoli arricchiti), l’atavica moderazione italica che respinge la faziosità e la politicae così gli interessi di una minoranza divennero i sentimenti della maggioranza. 

Il fascismo non fu solo il 1919-1922 e non fu solo Toscana.

Ma se e quando vogliamo trovare segni del fascismo che ritorna, è bene cercare sintomi come questi. Alcune cose saranno diverse per forza – i simboli arcaici, la violenza fisica individuale che caratterizzava una società di reduci dalle trincee sono elementi sorpassati, o che oggi riguardano circuiti marginali che non possono fare la storia.

Ma altre cose sono molto simili, basta avere gli occhi per scovarle dove tanti non guardano.

Note:

[1] Empoli, industria del vetro (che risale al 1400), fiaschi dei contadini, famiglia Del Vivo, investimenti immobiliari, fascismo, PD:

La famiglia Del Vivo è un simbolo dell’operosità della nostra città – ha detto il sindaco Brenda Barnini – è un cognome che ha rappresentato in tutto il secolo scorso la capacità industriale ed economica di Empoli”.

[2] Lo spirito dei Serragli non tramonta, come dimostra questo sprezzante sfogo di una certa Ginevra Niccolini Serragli., che si occupa oggi di “Hong Kong Italian Excellence”.

[3] Il Targioni fu grande amico di Domizio Angiolo Silvio Ovidio Torrigiani, un signore i cui  eredi possiedono oggi circa un terzo del quartiere in cui viviamo (persone peraltro splendide). Domizio Torrigiani fu eletto Gran Maestro della Massoneria di Palazzo Giustiniani nel 1919 – accanito sostenitore della guerra, della laicità dello Stato, del fascismo e della marcia su Roma, finché il fascismo stesso non decise di colpire la Massoneria.

[4] Se volete avere davvero un’idea di cosa sia la storia che ritorna, ascoltate la signora Ilaria Carla Anna dei conti Borletti Dell’Acqua di Arosio in Buitoni – sottosegretaria nell’attuale governo nonché ideatrice degli «gli stati generali della Cucina italiana» – che esalta il regime che “tutti gli italiani” devono seguire, “l’ultimo treno”. La signora Ilaria Carla Anna dei conti Borletti Dell’Acqua di Arosio è coniugata, non a caso, in Buitoni. E altrettanto non a caso, è entrata nel PD. Interessante notare come la contessa sia orgogliosa di usare il cognome del marito pastaio.

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Gli intoccabili

Noi ci occupiamo ormai da tempo di poche cose, di cui l’unica che possa interessare a voi è quella goccia d’acqua in cui si vede il mondo intero, il giardino detto Bartlett-Nidiaci alle spalle della chiesa del Carmine.

Ecco cosa scrive un babbo, e siccome il nostro mondo è grande quanto il vostro, potrebbe benissimo essere un babbo scozzese… Raccontando quella parte della verità che si può dire su come viene governata la ridente città di Firenze.

Il testo l’abbiamo ripreso da un sito che si occupa di politica locale, per cui se avete fretta, potete anche saltare i primi otto paragrafi per arrivare al sodo.

Affaire Nidiaci: la storia ufficiale e quella nascosta – INCHIESTA

Il primo aprile di quest’anno, il Consiglio Comunale ha votato per togliere i vincoli all’area detta Nidiaci, consegnando così in mani private uno dei beni più preziosi dell’Oltrarno.[1]

A maggio 2014, in piena campagna elettorale, l’allora sindaco reggente, Dario Nardella, aveva fatto visita al giardino Nidiaci, con un ampio seguito tra cui l’assessore all’urbanistica, Elisabetta Meucci. Entrambi avevano promesso di espropriare la parte dell’area occupata dall’Amore e Psiche Holding e di trovare anche i soldi per farlo.

Il 12 luglio, nel corso della “Maratona dell’ascolto” dell’Oltrarno, l’assessore Meucci aveva ribadito l’impegno dell’amministrazione “di agire esclusivamente su mandato dei gruppi… non deve decidere l’amministrazione. La volontà di agire secondo il mandato dei residenti. Questo lo ribadisco, noi non prenderemo decisioni che non provengano da chi abita nella zona.”

Invece, il 24 novembre, le realtà dell’Oltrarno sono state convocate in Palazzo Vecchio, dove hanno appreso che l’amministrazione aveva deciso di accettare una proposta fatta dall’Amore e Psiche Holding: nessuno, nemmeno i consiglieri di maggioranza, ha mai potuto vederne il testo [2].

Nel contempo, veniva bocciata un’articolata proposta dell’ADUC – Associazione per i Diritti degli Utenti e dei Consumatori – per un’azione legale che avrebbe permesso al Comune di rientrare in possesso di tutta l’area. Una proposta respinta non perché l’azione non fosse fondata, ma perché era, a dire dell’avvocatura del Comune, “difficile” e “dall’esito incerto” – come se non fosse ancora più “incerto” l’esito per il privato, che avrebbe quindi avuto ogni motivo per trattare e restituire qualcosa in più.

Contro l’accordo, si sono espresse tutte le realtà del quartiere, dai comitati ai Bianchi di Santo Spirito, e le “genti di San Frediano e Santo Spirito” sono scese in piazza con un corteo senza precedenti per dimensioni e vivacità. Sul tema, i consiglieri dell’opposizione hanno presentato numerose interrogazioni. Per evitare di rispondere, l’assessore all’urbanistica è uscita dall’aula un lunedì e non si è nemmeno presentata il lunedì successivo. Tra il 31 marzo e il 1 aprile 2015, la maggioranza del Consiglio Comunale ha respinto uno dietro l’altro ogni emendamento teso a salvaguardare i vincoli sull’area detta Nidiaci.

Mentre i pochi consiglieri che peroravano il punto di vista degli abitanti dell’Oltrarno presentavano dettagliatamente la questione, i consiglieri di maggioranza parlavano al cellulare o abbandonavano i loro banchi, ritornando solo il tempo per un veloce voto contrario. Così, l’Amministrazione Comunale ha rinunciato unilateralmente alle uniche armi che aveva: i vincoli e la possibilità di un’azione legale; in cambio di un accordo il cui testo resta ignoto a chi ha votato. In particolare, il pubblico è rimasto colpito a vedere l’assessore all’urbanistica girare la propria sedia in modo da rivolgere le spalle ai consiglieri che parlavano del Nidiaci.

Nel corso della discussione – unilaterale, visto il silenzio della maggioranza – è avvenuto un episodio significativo: la presidente del consiglio comunale ha rivendicato in aula come una “scelta esclusivamente politica” quella fatta dall’Amministrazione di rinviare oltre i termini l’azione legale per rivendicare una striscia di terreno occupata dal privato (in una maniera che l’ex-vicesindaco Saccardi aveva definito “al limite della legalità”), scelta che ha portato l’Amministrazione a perdere l’unica causa intentata contro il privato.

A questo punto, è lecito chiedersi quale forza abbia spinto l’amministrazione a rischiare non solo di inimicarsi un intero quartiere, ma anche di rischiare sul piano legale, visto che l’ADUC ha presentato un dettagliato esposto alla Corte dei Conti e alla Procura sulla questione.

Può essere un utile esercizio esplorare il sito della Leggiero Real Estate, di cui fa parte anche l’Amore e Psiche Holding. Non per arrivare a risposte certe, ma soltanto per cogliere una certa atmosfera che evidentemente conta per chi prende le decisioni a Firenze.

Vediamo che la LRE ristruttura, vende o ha già venduto numerosi palazzi significativi a Firenze, suddivisi tra varie società: l’Amore e Psiche Holding ad esempio si occupa tra l’altro di Palazzo Santarelli, quello che fino a tre anni fare era la ludoteca di San Frediano.[3]

Un’occhiata al curriculum di Salvatore Leggiero ci rivela che si tratta di un ex-venditore di enciclopedie proveniente da Napoli. Deve averne vendute molte, visto che a un certo punto ha deciso “di fare l’imprenditore” comprando una serie di scuole (che poi diventeranno la base della nota CEPU), aprendo il ristorante in Piazza del Carmine poi venduto a Roberto Cavalli e fondando assieme a Roberto Re la HRD Corporate srl che vende corsi motivazionali per manager timidi; inoltre, il sito descrive come “iniziative speciali” della LRE l’iniziativa “Pasta & Sugo – Italian Street Food – la buona cucina italiana nel mondo” e “Coworking – scrivanie in affitto in centro a Firenze.”

Ma forse nel quartiere si è parlato troppo di Leggiero e troppo poco di altri. Apprendiamo infatti dal curriculum di Leggiero che nel 2009, “Il mio caro amico Sauro Bartolucci compra metà della mia Amore & Psiche ed insieme investiamo in palazzi nel centro di Firenze; facciamo via della Pergola, Palazzo Remedi, Corso Tintori, Borgo Pinti, e l’importante complesso di via della Chiesa.”

Sauro Bartolucci risulta infatti vicepresidente della LRE. Troviamo un suo dettagliato curriculum sul sito di Intermedia Iniziative, “Società di consulenza direzionale e finanziaria” con sede a Firenze. da cui emerge che Bartolucci opera tra Firenze, Londra – dove dirige la City Fund Management Limited – e Madrid.[4]. L’altro vicepresidente della LRE si chiama Gustave Bonde, descritto come “consulente di grandi gruppi di investimento” che opera a “ Ginevra, Lussemburgo, Monaco e Madrid.”[5].

Quando si cerca il nome di Gustave Bonde su Google, lo si trova quasi esclusivamente in due contesti. Il primo è quello del Club des Leaders, l’altro è di un’iniziativa denominata The Children for Peace. Quale sia il rapporto tra il vicepresidente della società che si è impossessata del “Nidiaci” e queste iniziative non emerge ovviamente da un’occhiata a Google, ma è pur sempre interessante.

Nel Club des Leaders, poi, non è facile cogliere quale sia il ruolo di Bonde, che però compare in numerose foto nonché nel video dell’inaugurazione della sede londinese del Club (avvenuta alla presenza del primo ministro Cameron). Il Club des Leaders si presenta come un’organizzazione che mette insieme affari e politica, decisamente di destra, visto che il suo presidente, Jean-Sébastien Robine, è consigliere personale del Conte di Parigi, il ricchissimo pretendente al trono di Francia; Robine, che si dichiara “ambasciatore della jeunesse doré di Parigi” e sostiene di avere tra i propri clienti anche la banca Rothschild e la Ferrari.

Vicepresidente del Club invece è un certo Giovanni S. Rondanini, che nella vita gazzettiera è anche compagno di Maria Gabriella di Savoia  e “Consigliere della Fondazione Umberto II e Maria-José di Savoia”, con sede nel paradiso fiscale di Vaduz.

robine-spoerri-bondeRobine a sinistra, Borde a destra e in mezzo, in mezzo Micheline Spoerre, deputata della destra svizzera

Con tono compiaciuto, il Club si autodefinisce “una potente rete internazionale che raggruppa personalità in tutti i campi nella misura in cui occupano posizioni importanti nella società. Il Club conta cinque antenne a Ginevra, Gstaad, Monaco, Londra e Lussemburgo.” Soprattutto, “il Club offre ai propri invitati la possibilità di incontrare personalità di primo piano in un ambiente intimo ed elegante. Il Club è uno strumento di qualità che permette ai propri soci di sviluppare relazioni performanti”. Anche facendoci la tara, il Club raccoglie comunque personaggi che le genti di San Frediano e Santo Spirito difficilmente potrebbe mettere insieme.

Benoit Clivio, responsabile della Banca Rothschild per i clienti svizzeri, con Gustave Bonde

Benoit Clivio, responsabile della Banca Rothschild per i clienti svizzeri, con Gustave Bonde

In una rapida occhiata al sito del Club, troviamo politici (rigorosamente di destra) come Henri Guaino, Michèle Alliot-Marie e Jean-Pierre Raffarin, imprenditori come Laurent Dassault ed Edmond de Rothschild, e una pittoresca sfilata di sovrani in dorata disgrazia (sempre definiti con i loro presunti titoli) come “Sa Majesté le Roi Fouad II d’Egypte”, “S.A.R. la Princesse Marie Gabrielle de Savoie”, “le Prince Charles-Philippe d’Orléans” il re della Jugoslavia o “S.A.I. le Grand-Duc George de Russie” .

The Children for Peace è invece un’iniziativa che si presenta come filantropica, con vari progetti nel mondo, anche se il sito sembra soprattutto un palcoscenico per VIP e personaggi dello spettacolo. Gustave Bonde appare come membro del “Comitato Esecutivo Internazionale” di The Children for Peace, assieme a Debbie Mace, Massimo Leonardelli, Claudie Stolz, Alice de Jenlis, Nour Gorani e altri.

Senza entrare in merito ad attività che non conosciamo, c’è una certa ironia nel fatto che il vicepresidente di una società che si arricchisce privando i bambini di San Frediano del loro storico spazio si impegni per l’infanzia in luoghi lontani.

Note:

[1] Riassumiamo brevemente la storia:

- nel 1915, il Comune prende in affitto l’area per farne una scuola elementare;

- nel 1920, la Croce Rossa Americana dona i fondi per acquistare tutta l’area e farne un “centro di educazione popolare” per il rione più povero di Firenze, assegnando l’incarico all’avvocato Umberto Nidiaci e a Carlo-Matteo Girard;

- il figlio di Umberto Nidiaci poi fa scivolare nelle proprie mani il titolo di proprietà sugli edifici e parte del giardino, ma entrambi restano ininterrottamente nell’uso pubblico, variamente come asilo, centro anziani, case per famiglie bisognose, luogo per l’adolescenza e ludoteca per i bambini piccoli;

-nel 2008, gli eredi Nidiaci vendono all’Amore e Psiche Holding, che nel 2012 inizia a fare lavori per trasformare tutta l’area in appartamenti di lusso, ottenendo immediatamente tutti i permessi necessari, persino quello di usare la parte pubblica del giardino come passaggio per i propri camion. Nell’autunno del 2012, un provvidenziale incidente porta alla chiusura “temporanea” della ludoteca, che viene trasferita in Via Maffia.

[2] A detta (verbale) dell’amministrazione, l’accordo prevederebbe la rimozione di ogni vincolo all’area da parte del Comune e un cambiamento al regolamento urbanistico del Comune tale da permettere al privato di costruire un parcheggio interrato. In cambio, il privato avrebbe restituito uno spicchio in fondo al giardino, dove la Holding avrebbe pagato se stesso per costruire una palazzina.

[3] Da visura camerale, il capitale dell’Amore e Psiche Holding è diviso tra due società legate a Leggiero e la Fincentro Società Fiduciaria S.r.l. di Alfredo Ceccarelli.

[4] Sauro Bartolucci “ha rilevato complessi immobiliari di particolare interesse storico o architettonico come casali, dimore storiche, ville e castelli. Da venticinque anni svolge attività di advisor in operazioni di MBO, LBO, dacquisition e corporate finance per conto di grandi Gruppi operando in Italia in Inghilterra e Spagna.” Tramite la Gherardini Real Estate, Sauro Bartolucci è anche l’amministratore del sito web di Villa Cassia di Baccano, altra iniziativa della LRE.

[5] “Formatosi lavorando in banche private e corporate con alcune delle principali istituzioni finanziarie a Ginevra, Lussemburgo, Monaco e Madrid. Oggi è un consulente di grandi gruppi di investimento e di sviluppo internazionale nel settore immobiliare e della hospitality industry, nonché un senior advisor del consiglio di amministrazione di una catena alberghiera leader a livello mondiale.”

*Alessio Brandi, Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno Onlus

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Il Silenzio, la Rapina e la Dittatura

Credo che ci conosciamo abbastanza bene ormai, da permettervi di capire questo testo, come l’ho scritto per le genti di San Frediano e Santo Spirito.

Ricordandovi che Firenze oggi non è un comune qualunque del centro Italia, ma è anche il modello dell’Italia renziana.

A titolo del tutto personale e soggettivo di osservatore tra il pubblico, vi racconto come ho vissuto questi due giorni. Senza coinvolgere l’Associazione, solo per sentirmi meno sconvolto e triste io…

In questi due giorni, l’amministrazione del Comune di Firenze ha reso felici alcuni investitori privati, che avevano fatto un’avventata scommessa: vedere se ci si può impossessare di un secolare bene pubblico a spesa quasi nulla, in barba a una montagna di documenti e leggi, e farla franca, perché affermare il diritto ha esiti incerti e tempi lunghi

In pratica, il Consiglio Comunale ha respinto tutti gli emendamenti che proponevano di mantenere un vincolo pubblico sull’area Nidiaci.

Assistervi è stata un’interessante lezione sul funzionamento della democrazia rappresentativa.

Per chi non c’era, un breve riassunto, da inesperto.

Il Consiglio Comunale è diviso in due settori: da una parte, la giunta, dall’altra i consiglieri.

Questi ultimi a loro volta sono divisi sostanzialmente in tre sottogruppi.

C’è la Maggioranza, che da noi si chiama PD, e in ogni angolo del mondo si chiama con il nome del conformismo del posto.

Ci sono poi i consiglieri della Destra, che in teoria dovrebbero stare all’opposizione.

Uno legge con grande attenzione i quotidiani. Un altro, con un vistoso orologio al polso e un’abbronzatura sorprendente per questa piovosa stagione, fissa lo schermo di un computer portatile e gesticola con straordinaria energia, parlando dentro un microfono – presumo che stia videotelefonando a qualche socio di affari. Non solo non votano, si siedono senza nemmeno segnare la propria presenza. Tanto quello che decide l’erede del Partito Comunista, sanno già in anticipo che va bene a loro.

Ci sono infine sette consiglieri che appartengono a schieramenti diversissimi – Amato, Grassi, Noferi, Scaletti, Trombi, Verdi e Xekalos. Che gli dèi e i santi patroni della nostra città ne conservino i nomi (Miniato che era armeno quanto Xekalos è greco).

Due del Movimento Cinque Stelle, una che con il Movimento Cinque Stelle ci ha litigato pesantemente, una lista civica, Sinistra e Libertà…

Questi sei consiglieri in questi giorni hanno presentato oltre trecento emendamenti al Regolamento Urbanistico.

I trecento emendamenti hanno seguito tutti lo stesso identico iter (semplifico alcuni passaggi tecnici):

- Uno di questi consiglieri si alza e parla per un massimo di cinque minuti del proprio emendamento, spiegando perché lo ha presentato.

Lo fa con una quantità di documenti, ragionamenti, riflessioni, appelli, domande…

Mentre questi consiglieri parlano, i consiglieri di giunta e maggioranza sono attivamente impegnati in chiacchiere, al telefonino o semplicemente escono dall’aula.

- Quando finiscono i cinque minuti di discorso, una persona normale si aspetta che la maggioranza si convinca della validità dell’emendamento e l’accetti, oppure tiri fuori ragioni valide per respingerla.

E invece c’è il silenzio totale da parte della maggioranza, nessuno risponde o controbatte (per correttezza, ieri due o tre volte, qualcuno della maggioranza ha commentato; stamattina almeno non lo ha fatto nessuno, io sono andato via alle 11 e parlo per quello che ho visto).

La presidente annuncia quindi che l’emendamento è messo ai voti.

Per votare, ci sono pochi secondi, e quindi i consiglieri di maggioranza mollano telefonini e chiacchiere e corrono disperatamente al proprio posto, sperando di fare in tempo per votare. Divertenti le facce di quelli che non arrivano in tempo.

Poi sul pannello elettronico in fondo, si vede una macchia di puntini rossi con cui i consiglieri di maggioranza respingono l’emendamento.

E’ andata così anche sul Nidiaci, su cui sono stati presentati diversi emendamenti tra ieri pomeriggio (due) e stamattina (quattro o cinque, a freddo controllerò meglio il numero).

Uno dopo l’altro, i consiglieri di opposizione presentano documenti, riflessioni, motivi storici, culturali, giuridici, sociali, quello che volete, perché si preservi il vincolo sull’area.

A volte con estrema precisione, altre volte con appelli appassionati, a volte con ragionamenti ineccepibili.

O anche con appelli alla coscienza: in questi giorni, sono state citate più volte le parole con cui il sindaco Nardella si era impegnato a procedere all’esproprio dell’area nel maggio del 2014. Ne abbiamo pure la registrazione video, di cui non gliene frega niente a nessuno.

Il Nidiaci lo conosco, ma su altre situazioni non so se i consiglieri abbiano ragione o torto, perché molte situazioni le conosco appena. Ma la cosa terrificante è il silenzio totale dell’altra parte.

Ai mitici Tempi Bui (metteteci chi volete), gli oppositori venivano silenziati.

Oggi, per avere il silenzio, li si lascia parlare e ci si mette i tappi alle orecchie da soli.

Unico momento di dialogo, ieri: Noferi e Amato hanno tirato fuori l’incredibile vicenda della causa persa dal Comune per il recupero di una striscia di terreno perché il Comune, pur avendo ragione, aveva presentato il ricorso in ritardo.

La presidente del consiglio comunale si è arrabbiata con una tale furia, che, causa la pessima acustica, non ci ho capito niente. Dopo ho ricostruito che la presidente ha inveito, dicendo che i due consiglieri non si dovevano permettere di offendere in questo modo gli uffici tecnici, perché il ritardo era stata una scelta politica da parte dell’amministrazione. Una scelta politica da parte dell’amministrazione di perdere una causa per compiacere uno speculatore immobiliare.

Durante la discussione degli emendamenti sul Nidiaci stamattina, l’assessore all’urbanistica ha girato la sedia e ha rivolte le spalle a chi parlava, discutendo animatamente con vari individui.

Alla fine di ogni intervento sul Nidiaci, la stessa scena.

Il silenzio della maggioranza, il richiamo al voto, il solido blocco di puntini rossi.

Fino all’ultimo, con la certezza di trovarci nudi di ogni vincolo.

E senza che nessuno ci abbia fatto vedere una riga scritta del presunto “accordo” tra la proprietà e il Comune.

Poi, con lo stesso inesorabile sistema, si è passato a bocciare tutti gli altri emendamenti su qualunque tema.

Ah, stamattina una commessa ha portato i pasticcini a tutti i consiglieri, e Miriam Amato ha fatto avere un pasticcino anche a mio figlio, che era con me tra il pubblico.

E nell’enorme disperazione, abbiamo sorriso tutti e quattro – mio figlio, io, Miriam e la commessa.

Avevo già scritto più o meno queste parole, e un’oltrarnina nata a mille chilometri di distanza da Via del Leone mi aveva risposto con queste parole:

Italo Calvino chiudeva le sue Città invisibili con Marco Polo che rispondendo all’imperatore Gran Kan in preda alla paura per il destino inevitabile (“la città infernale”) dice:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”

Che poi erano più o meno le stesse parole che mi aveva detto una tipa in bicicletta, in Via della Chiesa…

con questa vicenda, i nostri figli capiranno una cosa: che il male non è una cosa lontana, è qui, vicino a tutti noi”.

 comune

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