Ultimatum al Comune. In nome delle Margini

Cerco in questi giorni di parlare poco del nostro piccolo mondo largo una spanna,

quello delle stradine tutte storte e delle madonne dalle tette cariche di latte e dagli occhi marroni che ci guardano dalle Margini (proprio così, le Margini) che voleva dire le immagini,

di Lamberto che ti racconta che tra du’ anni, saranno stati settant’anni che fa il bronzista in quella bottega,  a tredici anni cominciò a scrivere la sua vita a grosse lettere, e un infarto dopo ma di spirito uguale, ci fece l’asta per lo stendardo del Drago Verde,

del sorridente africano con la barba bianca che ride in francese e porta solennemente i suoi carichi in mezzo agli automobilisti fregandosene degli isterici clacson di coloro che passano attraverso il nostro mondo come un coltello frettoloso,

di quel compare del sorridente africano, Filippo di Tommaso Lippi, nato in Via d’Ardiglione

(sarà nato alla porta accanto a Giulio che adesso se ne sta dentro il marsupio della mamma e quando lo guardo, mi ride con tutta la forza dei suoi quattro mesi, e sia il su’ babbo che la su’ mamma sono nati in Via d’Ardiglione, e Giulio è nato negli stessi momenti in cui moriva suo nonno ammazzato da una povera ragazza in motorino, e lei si porterà sempre dentro lui),

e Filippo Lippi faceva le caricature ai frati finché non gli hanno fatto inventare il Rinascimento in sovrappiù al freddo del Carmine

(tocca le pietre, guarda la vite, guarda la colonna di formiche lungo il muro),

della piazza in cui qualche sconosciuto ha preso i legni che stavano per terra e ha costruito su di un ceppo, un fantastico animale

(e prendete nota, hanno già pensato di sventrarla, quella piazza, farci buche e buchi e parcheggi),

di quella donna che fa le pulizie nel bedenbrecfess con i suoi occhi chiari, che vede il mondo con un distacco da mistica scienziata (ascoltatela attentamente, perché ne sa di più di me e di te messi insieme, ma se vi prende a schiaffi…) e che sul braccio porta tatuato lo Spirito Santo che scende sul nostro rione e sulla sua feroce gente Calciante,

del cane Dusia che ci osserva dall’alto di un incredibile buco nel muro unico al mondo in alto sopra dove una donna dai capelli neri impaglia le sedie a fatica e poco oltre, suo marito lavora il legno,

dei nostri santimartiri che si prendevano dignitosamente le proprie teste tagliate tra le mani e se le portavano dove decidevano loro,

degli etiopi che ti offrono il tè quando sfidi in faccia il loro padrone di casa che li ha fatti lavorare gratis per anni prima di cacciarli di casa e quando hai visto la bambina con i suoi fantastici crespi neri, ti veniva di giurare guerra eterna a chi la perseguitava,

di quella strana facciata tutta mattoni di una chiesa dove senti il fiume riecheggiare come se tutto l’Arno, fin da lassù, l’avesse catturato San Frediano venuto dall’Irlanda e ce l’avesse ficcato dentro,

del tizio dai denti cariati e sorridenti che si vanta di aver fatto la guardia del corpo di un mitico mafioso di New York e oggi era tutto felice di raccontarmi in inglese che Nigeria has no ebola, a lot of my friends are Nigerian!

della madri russe e filippine che raccontano degli incubi la notte quando pensano ai bambini che hanno lasciato in altri mondi, per poterli mantenere con lavori in nero e a volte sogno con loro e non mi ricordo più quali sono i miei e quali i loro,

del mercenario in sedia a rotelle che come in Africa era sempre dalla parte sbagliata, qui è sempre dalla parte giusta,

di Piero che è un orso, ed è aretino ma amico dei fiorentini, ripara organi di chiesa, costruisce flauti di bosso e maledice sindaci,

del Calciante tutto serio e muscoloso che se ne sta a fare la guardia al Chiostro de’ Morti di Santo Spirito perché nessuno entri dove un cagnolino bastardo ancora si nasconde sotto il tavolo di un affresco del Seicento dell’Ultima Cena (ma poi in fondo, dietro l’altare, c’è anche un gatto che nessuno vede),

gatti dell’Oltrarno, gatti di quella donna cui avevano distrutto la vita, che mi donò un ombrello nel temporale, gatti di nessuno…

di Carla che a ottant’anni cammina decisa e dritta con in testa i cappelli che fa lei, e ti sfida a parolacce per strada…

E’ per duemila anni di queste persone di cui nessuno ha raccontato le vite, e per le loro pietre, e anche per i gatti…

che domani pomeriggio ci tocca andare in Palazzo Vecchio, che per gli altri è una roba da fotografare, ma per noi è il Comune, e gettare con amore e rabbia una nuova carta:

Area Nidiaci. L’ultimatum delle Associazioni: basta tergiversare o si procederà per vie legali

Domani pomeriggio incontreremo l’Assessore Meucci e la Vicesindaco Giachi per discutere della fattibilità di un’azione giudiziaria da parte del Comune di Firenze volta al recupero dell’area “Nidiaci”, che negli ultimi anni, si sta colpevolmente facendo sottrarre dai privati.

Siamo convinti che il Comune possa utilmente incardinare un giudizio contenente una e più domande giudiziali volte al riscatto dei beni immobili in questione ed esporremo le ragioni del nostro convincimento con la consegna al Comune di un corposo dossier di documenti e atti, corredato di parere legale.

Si tratta del frutto di un lavoro che ha coinvolto tecnici ed avvocati, che il Comune avrebbe potuto e dovuto effettuare in proprio, ma che non ha, nei fatti e nonostante le promesse, svolto. Per questo, lo abbiamo fatto noi e chiediamo che quanto consegnato al Comune, porti l’Amministrazione ad intraprendere con urgenza immediate iniziative legali, altrimenti saremo costretti a depositare il materiale raccolto e le conclusioni giuridiche alle quali siamo pervenuti, alla Corte dei Conti, affinché faccia luce sui fatti ed indaghi sulle responsabilità erariali del caso.

Associazione per i Diritti degli Utenti e dei Consumatori (Aduc)

Comitato Oltrarno Futuro

Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno Onlus

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“Sono diventata parte dei racconti di mia nonna”

A volte basta una frase, per capire tante cose. 

Un secolo fa il governo turco, con un discreto aiuto da parte di alcune tribù curde e – in misura forse minore – arabe, sterminò gli armeni dell’Anatolia.

Oggi una donna armena racconta di come lei combatte a fianco dei curdi, che oggi sono diventati la speranza di tutte le antiche minoranze d’Oriente.

Insieme combattono contro un movimento islamista, certamente a maggioranza araba, ma che nega radicalmente ogni forma di nazionalismo. Un movimento però sostenuto, dietro le quinte, proprio dal nazionalismo turco.

Infine, l’intervista la nostra armena la rilascia a Özgür Gündem, un quotidiano vicino alla resistenza curda in Turchia. E che esce in lingua turca, che è inevitabilmente la lingua comune di tutti coloro che diffidano proprio del nazionalismo turco.

Ma se tutti i punti di riferimento sono svaniti e diventati altro, si vive ogni guerra come se fosse la stessa. Anzi, senza questa falsa certezza, le guerre andrebbero deserte.

Un’altra cosa interessante è come il mettere a rischio la propria vita (per non parlare delle vite dei nemici) sia sempre una parola data alla propria coscienza, come dice il titolo dell’articolo: tutti i combattenti sono quasi sempre in buona fede, da qualunque parte il destino li abbia lanciati nel mutevole balletto delle nazioni.

Il testo può sembrare retorico, ma è proprio nella retorica che si coglie l’essenziale.

(testo originale, Söz verdim vicdanıma“, ma noi abbiamo più comodamente tradotto in italiano la traduzione in lingua inglese).

Il massacro del Sinjar (Şengal) non ha solo lasciato segni indelebili nei cuori delle persone, ma riporta alla mente anche associazioni storiche. I bambini che hanno ascoltate le storie dei vecchi massacri dalle loro nonne si stanno incontrando sul Monte Sinjar. Decine di guerriglieri curdi, armeni, assiri arabi e yazidi, assieme a guerriglieri che provengono  da molte altre fedi e origini etniche, si sono ritrovati nel Sinjar con un unico obiettivo. Tra questi, Viyan, che proviene da una famiglia armena di Diyarbakir che emigrò nella città di Kobanê nella Rojava [Kurdistan siriano] in seguito ai massacri armeni del 1915. Viyan ha preso parte in innumerevoli battaglie nella Rivoluzione di Rojava ed è stata ferita molte volte, la più recente nel villaggio di Sününe nel Sinjar.

Sono diventata parte dei racconti di mia nonna 

Dopo essersi ripresa si è di nuovo arruolata nelle unità di difesa nel Sinjar. Viyan spiega così la propria esperienza nel Sinjar: “Quando mi sono trovata faccia a faccia con la banda dell’ISIS e abbiamo iniziato a spararci, le storie che mi narrava la nonna sono passate nella mia mente in un istante, come se fosse un film. Era come se io fossi diventata mia nonna e mi sentivo come se stessi vivendo una parte dei massacri di cui la nonna mi parlava. Mentre la gente attraversava la frontiera, non potevo non pensare a  quelle donne rapite e ho fatto mille promesse alla mia coscienza che i bambini che portavo nel mio braccio ferito non avrebbero mai più visto simili massacri”.

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Satana, il guastatore delle migliori passioni

Satan the Waster è il nome che Violet Page – meglio nota come Vernon Lee – diede nel 1919 alla stesura definitiva, e molto più lunga, di un breve testo sulla guerra che vi abbiamo presentato qualche giorno fa.

Mi prometto (promessa da marinaio) di ritornarci, perché credo che questo testo, scritto quasi un secolo fa, sia ancora insuperato come analisi del rapporto tra le passioni umane e i grandi delitti, il ballo tra il bellissimo e sempre cieco Eroismo e la Morte.

Infatti, Vernon Lee va molto oltre la banale critica agli orrori della guerra; va all’essenza, cioè alla demoniaca perversione di quanto vi sia di migliore negli esseri umani: ecco il concetto del guastatore.

In questi giorni mi sono preso il tempo di guardare alcuni video sulla guerra in Siria. Dove i paesaggi hanno qualcosa di familiare e i visi sono indistinguibili da quelli italiani, per cui non si corre il rischio di perdersi nell’esotico.

Innanzitutto i video che riguardano l’ISIS.

Dove si vede una gioventù molto bella e fiera, che per idealismo ha scelto di rischiare la vita. Per quanto parlino in arabo, si colgono gli stessi toni degli adolescenti nostri, le stesse timide risate, solo con uno sguardo più intenso e più innocente. Come il cieco Eroismo di Vernon Lee, sono quanto di meglio vi sia nella gioventù del mondo.

Facce di persone con tanti anni meno di me, e che presto moriranno nel modo più atroce, se non finiranno in qualche Guantánamo.

Come la ragazzina francese che da un Internet point di Raqqa – uguale a qualunque altro del mondo – che per Skype cerca di dire a genitori in lutto, che sono tutte menzogne, quel che si dice dell’ISIS; o il medico islamista che si prodiga per i bambini affetti da cancro nel reparto dell’ospedale di Ninivè; o il nonno che racconta delle vessazioni subite dal regime siriano e della sua gioia nel parlare con i giovani volontari venuti a liberare i sunniti.

Persone, come il ragazzo olandese di origine turca (credo che militi in Jabhat al-Nusra e non nell’ISIS, ma lo spirito è simile) che ha lasciato una carriera nell’esercito, perché non poteva stare con le mani in mano mentre la gente veniva massacrata in Siria, e ha insegnato allora le prime arti a contadini che non sapevano come difendersi.

Ma sul fronte opposto, o su uno degli innumerevoli fronti opposti, il giovane svizzero, che per quel che ha fatto rischia cinque anni di carcere in patria, che ha scelto di venire in Siria per insegnare alla gente di un villaggio cristiano, con i loro crocifissi tatuati e i bambini dai grandi occhi, come difendersi dagli amici del medico di Ninivè.

Poi un video (interessantissimo) di Vice, su Rojava, la povera terra curda autogestita nel nord della Siria. Dove altri contadini molto semplici, dei ragazzi e (particolarità curda) anche delle ragazze – qualcuna cristiana – si organizzano per non farsi massacrare dai discepoli del ragazzo olandese o dai fidanzati delle ragazzine francesi.

Quelle di Rojava sono piccole persone, normali e limpide, che devono difendere i campi e la vita comune di curdi e arabi, musulmani e cristiani, non solo contro orde di fanatici calate da mezzo mondo, ma anche contro l’inumana potenza dello Stato turco che sostiene quei fanatici.

Il nemico non si vede mai, è solo uno sparo in lontananza. Appare da vicino solo come il tremendo coltellaccio militare che i curdi hanno preso a un jihadista venuto chissà da dove (magari dall’Olanda?): “è un coltello americano, c’era scritto ‘non dimenticheremo mai l’undici settembre‘, quando l’abbiamo trovato era ricoperto di sangue, l’avevano usato per tagliare una testa”.

Un video poi sui volontari che affiancano l’esercito ufficiale siriano, giovani uomini e ancora donne che hanno accettato di rischiare la vita per salvare le comunità minacciate di massacro. E anche lì cogli tutta la sincera intensità di chi viene intervistato, sapendo che magari vivrà ancora poco.

O questa donna, madre quarantatreenne di dieci figli, che ad Aleppo dirige una squadra di donne islamiste con il niqab che combatte contro l’esercito siriano che “non ha lasciato vivo una donna, un bambino o un vecchio”. Accanto a lei, suo figlio tredicenne torturato dai governativi, che ringrazia la madre per avergli insegnato a combattere.

Infine, gli abitanti di un villaggio sciita libanese, contadini anche loro, che si organizzano per combattere in Siria. Perché, come spiegano con logica inconfutabile, se la Siria viene conquistata dai takfiri da coloro che condannano a morte tutti coloro che vedono l’Islam in maniera diversa dalla loro, gli sciiti verranno tutti sterminati. Come fare con un nemico che non esista a usare autobombe per massacrare civili a caso? E ovviamente hanno ben più ragione di certi italiani che temono il terrorismo.

Per combattere chi ti vuole uccidere, spiega ineccepibilmente un ufficiale di Hezbollah, “aspetti forse che entri in casa tua? Se qualcuno ti viene incontro con un coltello in mano, per tagliarti la testa, strapparti cuori e reni, violentare le tue donne, e rubare la tua terra, cosa fai?” 

E così i combattenti di Hezbollah hanno sconfitto i takfiri, cacciando migliaia di profughi sunniti in una sacca dentro lo stesso Libano. Nel campo di coloro che sono fuggiti da Hezbollah, una donna che regge in braccio un bambino con lo stesso sguardo dei bambini curdi, di quelli dell’ISIS, di quelli cristiani, di quelli di Hezbollah, spiega: “ci hanno inseguiti e bombardati. Hanno usato di tutto, ci hanno bombardati con gli aerei, con i razzi e con le bombe. Non so come siamo riusciti a scappare, ma ce l’abbiamo fatta.” Ma ora sono circondati, “siamo cascati dalla padella nella brace”.

Infine, nello stesso video, il piccolo cimitero del villaggio sciita, dove i visi sono tutti così familiari; dove la tragedia diventa comunque quasi festa, perché l’alternativa sarebbe una tragedia ben maggiore.

Trovarmi qui, con il computer davanti, a innumerevoli miglia da tutto ciò, a guardare video, è già una condanna morale… ma so anche quanto sia facile, quando il Guastatore lancia il suo richiamo, cadere nella sua trappola del volerci essere, cioè di partecipare anche noi al Balletto della Morte.

In una guerra civile, non abbiamo nemmeno lo storico alibi dei pacifisti di una volta: il Piero di De Andrè reclutato a forza e mandato a morire per qualcosa che non sa. Ognuno di questi sa, e a modo suo ha scelto, e ha fatto una scelta giusta. Tutti i loro discorsi sono fondati e non sono semplicemente il frutto di una superficiale propaganda, ma di ferite personali che non possiamo nemmeno immaginare.

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Arbusti e rovi, cardi e spine

In un villaggio inglese, oltre quarant’anni fa, una ragazza meravigliosa se ne stava seduta su di un muro, con la morte che l’avrebbe colta da lì a poco in silenzio alle spalle, davanti a un’antica chiesa, a guardare le lastre tombali.

Vide entrare il parson, che con l’ambiguità dell’anglicanesimo potete scegliere se chiamare pastore oppure parroco.

E poi lo sentì condurre il servizio e predicare in totale solitudine.

Le dissero che faceva così ormai da anni.

E allora la ragazza predestinata e fragile come le ali di un’ape, che si chiamava Sandy Denny, scrisse e cantò queste parole.

Arbusti e rovi, cardi e spine

Non ci posso credere che faccia tanto freddo
eppure non ha nevicato.
Mi arriva il suono di musica
ovunque io vada.
Domenica mattina, non c’è nessuno in chiesa,
tranne l’eletto del clero
e sta benissimo, non mi preoccupo per lui
porta il libro in mano.

Soffia un aspro vento d’oriente e i campi si muovono
i corvi stanno sui loro nidi.
Chi sa cosa sta dicendo lì dentro
a tutte quelle anime che riposano.
Vedo il sentiero che conduce alla porta
e l’eletto del clero.
Arbusti e rovi
tu e io,
dove stiamo?

Mi chiedo se sa che sono qui,
mentre guardo crescere i rovi.
E tutta questa gente sotto le mie scarpe,
mi chiedo se sanno.
C’era un tempo in cui fino all’ultimo,
riconoscevano l’eletto del clero.
Dove sono ora?
Cardi e spine,
tra la sabbia.

Non ci posso credere che faccia tanto freddo
eppure non ha nevicato.
Mi arriva il suono di musica
ovunque io vada.
Domenica mattina, non c’è nessuno in chiesa,
tranne l’eletto del clero
arbusti e rovi,
cardi e spine
su questa terra.

Bushes And Briars (Thistles And Thorns)

I can’t believe that it’s so cold
And there ain’t been no snow.
The sound of music it comes to me
>From every place I go.
Sunday morning, there’s no one in church,
But the clergy’s chosen man
And he is fine I won’t worry about him.
Got the book in his hand.

Oh, there’s a bitter east wind, and the fields are swaying,
The crows are round their nests.
I wonder what he’s in there a saying
To all those souls at rest.
I see the path which lead to the door,
And the clergy’s chosen man.
Bushes and bria
You and I,
Where do we stand?

I wonder if he knows I’m here,
Watching the briars grow.
And all these people beneath my shoes,
I wonder if they know.
There was a time when every last one,
Knew a clergy’s chosen man.
Where are they now?
Thistles and thorns,
Among the sand.

I can’t believe that it’s so cold
And there ain’t been no snow.
The sound of music it comes to me
From every place I go.
Sunday morning, there’s no one in church,
But the clergy’s chosen man
Bushes and briars,
Thistles and thorns
Upon the land.

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Immaginari del Sessantotto

Un perenne motivo di divergenza tra chi scrive e diversi commentatori di questo blog è il Sessantotto.

In breve, quei commentatori vedono nel Sessantotto il momento di rottura della vecchia società dei rigori borghesi, e fin qui possiamo essere d’accordo; ma in questa rottura, non vedono altro che il passaggio alla cultura del consumo sfrenato, allo sballo discotecaro e al Grande Fratello.

Io del Sessantotto ho una visione radicalmente diversa.

Chiaramente abbiamo ragione entrambi, perché la Realtà è immensamente complessa e sfuggente, come sempre: la Realtà, come diceva Violet Paget/Vernon Lee, è inseparabile dall’aggettivo altro, e il vero altruismo non consiste nel sacrificarsi per la propria visione, ma saper cercare proprio questo altro.

Però vorrei farvi capire qualcosa delle mie ragioni, presentandovi questa canzone, uscita proprio nel 1968, del gruppo scozzese The Incredible String Band.

Già nell’immagine di copertina, vediamo un mondo molto lontano da quello che oggi predomina. I corpi sono certamente più sciolti di quelli dei tremendi decenni precedenti, ma sono anche corpi austeri, che non hanno bisogno di nulla. E mirano alla semplicità, non certo all’artificialità dei corpi contemporanei. Una semplicità che ricerca anche la bellezza, dove c’è colore, ma senza l’aggressività del colore pubblicitario.

Ascoltiamo le enigmatiche parole di questa canzone: il Sessantotto è stato (anche) la capacità di rivedere ogni cosa del mondo con occhi nuovi, a volte trasognati, ma sempre profondamente curiosi.

Stranger than that we’re alive, Whatever you think It’s more than that, more than that…

Le lacrime di Giobbe

Stiamo ancora qui, tutti
nessuno è andato via
abbiamo recitato fin troppo bene
e rimandato

la croce della terra
(lasciatemi passare)
i quattro venti la indicano
corpo a corpo
mari per consacrarli
gli portarono la canna
spugna e aceto
serpenti di fuoco
che sputavano oro e cannella
la luna sanguinava
e le stelle erano poco profonde
e la spada che lo uccise
era una spada di salice

Buongiorno devo andare sono solo passato per dire
ho sentito chiamare mia madre e devo partire

Oh me lo ricordo tutto da prima

L’inverno e la mezzanotte
non poterono trattenerlo
il fuoco non lo poteva bruciare
né avvolgerlo la terra
sorgi Lazzaro
dolce e salato
fratelli soldati
smettetela di giocare a dadi e parlate con me
i ladri rubavano
ma la ragione condannò lui
e la tomba era vuota
dove l’avevano messo

perché gli eroi muoiono all’alba
perché gli uccelli sono le frecce dei saggi
perché ogni fiore profumato
perché ogni momento ha il suo tempo

Sei tu
è tutto vero

Ancora più strano, siamo vivi
ancora più strano
ancora più strano
qualunque cosa tu possa pensare
è più di quello, più di quello
uomo felice, l’uomo felice
che fa del suo meglio

Continua a camminare dove si sono mostrati gli angeli
(tutto sarà uno)
viaggiando dove hanno camminato i santi
di là nella vecchia terra d’oro
nel libro d’oro del gioco d’oro
l’angelo dorato scrisse il mio nome
quando l’affare sarà fatto poserò la mia corona
di là nella vecchia terra d’oro

Non dovrò baciarti quando saremo lì
(tutto sarà uno)
non avrò bisogno di sentire la tua mancanza quando saremo lì
di là nella vecchia terra d’oro

Lo capiremo meglio in un dolce tempo prossimo
non ti dovrai preoccupare e non dovrai piangere
di là nella vecchia terra d’oro

Job’s Tears

We’re all still here
no one has gone away
Waiting, acting much too
well and procrastinating

The cross of the earth
(let me go through)
The four winds point them
Body to body
Seas to anoint them
The reed they brought him
Sponge and vinegar
Fiery serpents
Spitting gold and cinnamon
The moon was bleeding
And stars were shallow
And the sword that killed him
Was a sword of willow

Hello I must be going well I only came to say
I hear my mother calling and I must be on my way

O I remember it all from before

The winter and the midnight
Could not hold him
The fire could not burn him
Nor earth enfold him
Rise up Lazarus
Sweet and salty
Brother soldiers
Stop your gambling and talk to me
The thieves were stealers
But reason condemned him
And the grave was empty
Where they had laid him

Why heroes die at sunrise
Why the birds are arrows of the wise
Why each perfumed flower
Why each moment has its hour

It’s you
It’s all true

Stranger than that we’re alive
Stranger than that
Stranger than that
Whatever you think
It’s more than that, more than that
Happy man, the happy man
Doing the best he can

Keep on walking where the angels showed
(All will be one)
Travelling where the saints have trod
Over in the old golden land
In the golden book of the golden game
The golden angel wrote my name
When the deal goes down I’ll put my crown
Over in the old golden land

I won’t need to kiss you when we’re there
(All will be one)
I won’t need to miss you when we’re there
Over in the old golden land

We’ll understand it better in the sweet bye and bye
You won’t need to worry and you won’t have to cry
Over in the old golden land

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Creativi fiorentini, torturatori nazisti, amministratori cialtroni e birrai onesti

La vicenda raccontata dal Corriere Fiorentino, nell’articolo sotto questa lunga premessa, è talmente bizzarra, e con tante possibili ramificazioni e simbolismi, da lasciare perplessi. A me interessa soprattutto perché successa a due passi da casa mia, e perché riguarda l’utilizzo di beni pubblici.

Giusto per precisare, conosco gli ultimi anziani partigiani rimasti ancora vivi nel rione e le ottime persone che tengono viva l’ANPI in Oltrarno, e posso garantire se c’è qualcosa di strano nella vicenda, non è per colpa loro – adesso il Comune chiede all’ANPI di pagare l’affitto, per un locale ben più piccolo di quello descritto qui.

Mi ricordo di una mattina, ormai diversi anni fa, in cui vidi una lunga bandiera nazista che pendeva dalla facciata del Chiostro dei Morti, e dei giovanotti che si aggiravano per la piazza mangiando gelati e vestiti da SS: evidentemente stavano preparando proprio il film di cui si parla qui.

Il regista, nell’unica intervista concessa, sostiene che il film è già stato completato, e lo confermano anche gli altri attori intervistati; il regista sostiene anche di aver speso centinaia di migliaia di euro per mettere apposto i locali.

Nella stessa intervista, egli nega di aver usato il palazzo a Santo Spirito per dormire, visto che lui possiede una suite a Montecarlo, una a Cannes e una a Nizza, “essendo stato il più grande giocatore del mondo”, avendo sbancato il casinò di Saint Vincent nel ’79.

E sicuramente  non è vero che il signor Favilli non abbia fatto nulla in questi anni. Ad esempio, lo scorso marzo, mandando una mail a villatriste002@gmail.com, ci si poteva mettere in fila per farsi fucilare allo stadio Carlo Castellani di Empoli (il regista prometteva, “le scene sono molto crude e violente”).

Resta curioso il fatto che – dopo una ricerca certo non meticolosa – abbiamo trovato solo una scarna pagina Facebook come traccia in rete dell’Astrofilm. Favilli, nell’intervista, sostiene anche di aver girato un film intitolato Linfa Vitale, di cui abbiamo trovato in rete però solo un enigmatico trailer con 46  visualizzazioni.

Ora, la cosa veniva denunciata già un anno fa, anzi, qualcuno ne discute dal 2011.

Ma è solo quando il signor Favilli si sarebbe messo lo scorso agosto a vendere illegalmente la sua birra in piazza (lui sostiene che stava solo girando uno spot) che sarebbe scattata la rivolta dei commercianti “onesti” (quelli per capirci che mettono i dehors abusivi in Piazza Santo Spirito).

Ciò che per cinque anni andava avanti, è cessato così nel giro di due mesi.

Quando il Comune mette i lucchetti – come in questo caso – non li toglie mai più, finché non casca giù il palazzo.

Santo Spirito, sgomberato il bar abusivo

La palazzina di proprietà del Comune era stata data in concessione ad un regista per fare un documentario, mai realizzato. Ma la casa era diventata lo stoccaggio di birra

E’ partito venerdì all’alba lo sgombero dell’immobile occupato abusivamente in piazza Santo Spirito di proprietà del Comune di Firenze. Tre piani di 250 metri quadrati che Palazzo Vecchio aveva dato in concessione a Fabrizio Favilli, un sedicente regista che avrebbe dovuto utilizzare l’immobile per ambientare un documentario sui fatti di Villa Triste e Bruno Fanciullacci. Documentario che però, almeno finora, non è mai stato portato a termine, mentre parte degli interni dello stabile sono stati trasformati per riprodurre una sala da interrogatorio e altre ambientazioni nazifasciste. L’immobile era stato dato in concessione dall’allora sindaco Leonardo Domenici per tre mesi, cioè fino al settembre 2009. L’occupazione si è però prolungata per cinque anni. Non solo.

 IL BAR ABUSIVO – Negli ultimi mesi la palazzina era diventata lo stoccaggio per casse e pinte di birra, che poi venivano vendute (abusivamente) in piazza Santo Spirito durante le serate della movida nel fine settimana. Quando i vigili sono arrivati Favilli era già sveglio, al lavoro sul suo computer. Al primo piano dell’immobile ci sono gli uffici, mentre al secondo c’è il set cinematografico con immagini di svastiche e bandiere con teschi che servivano a riprodurre le stanze degli interrogatori degli ufficiali nazifascisti. Non mancano anche alcuni letti, dove probabilmente il regista trascorreva le notti, utilizzando così lo stabile anche come abitazione. I tecnici del Comune e i vigili stanno adesso procedendo a chiudere porte e finestre coi lucchetti, oltre a stilare un inventario dei materiali del regista.

10 ottobre 2014

Interno di Piazza Santo Spirito 24 (parte analcolica)

Esterno di Santo Spirito (la mescita dell’Astrofilm)

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The Father’s Song

Ewan MacColl l’avevamo già incontrato.

Qui un altro straordinario scozzese, Dick Gaughan, canta una sua canzone, The Father’s Song (la mia traduzione qui, sotto il video il testo originale in inglese).

La canzone del padre

E’ passato un altro giorno, figlio mio, chiudi gli occhi
che la Luna dà la caccia alle nuvole in cielo
dormi e non aver paura, figlio
perché papà e mamma sono vicini, figlio
e il gigante è solo un’ombra sulla parete

Dormi e quando ti sveglierai ci sarà la luce
Non c’è motivo di temere il buio della notte
non è come il buio che troverai, figlio
in fondo alle menti di certi uomini, figlio
che sfida l’arrivo quotidiano dell’alba

Smettila ora di piangere, lascia che papà ti asciughi le lacrime
non c’è alcun uomo nero che ti vuole portar via, non aver mai paura
non ci sono orchi né streghe malvagie
solo avidi figli di buona donna
che aspettano di spolparsi la tua vita

Riposa tranquillo nel tuo letto e cresci forte
tra non molto avrai bisogno di tutta la tua forza
perché presto sarai per strada, figlio
a combattere battaglie tutti i giorni, figlio
contro un nemico che crede di possedere il mondo

Non permettere loro di comprarti o di spezzare il tuo orgoglio
non lasciarti usare e poi gettare via
se ascolterai le loro menzogne
ti inganneranno fino a farti morire
non saprai nemmmeno di essere stato un tempo vivo

Non parliamo più adesso è ora di andare a dormire
ci sono risposte alle tue domande ma possono attendere
continua a chiedere quando crescerai, figlio
continua a chiedere finché non saprai, figlio
e poi manda le risposte a risuonare attraverso il mondo

That’s another day gone by, son, close your eyes
For the moon is chasing clouds across the skies
Got to sleep and have no fear, son
For your mam and dad are near, son
And the giant is just a shadow on the wall

Go to sleep and when you wake it will be light
There’s no need to fear the darkness of the night
It’s not like the dark you find, son
In the depths of some men’s minds, son
That defies the daily coming of the dawn

Stop crying now, let daddy dry your tears
There’s no bogeyman to get you, never fear
There’s no ogres, wicked witches
Only greedy sons-of-bitches
Who are waiting to exploit your life away

Lie easy in your bed and grow up strong
You’ll be needing all your strength before too long
For you’ll soon be on your way, son
Fighting battles every day, son
With an enemy who thinks he owns the world

Don’t you let ‘em buy you out or break your pride
Don’t you let yourself be used then cast aside
If you listen to their lying
They will con you into dying
You won’t even know that you were once alive

No more talking now it’s time to go to sleep
There are answers to your questions but they’ll keep
Go on asking while you grow, son
Go on asking till you know, son
And then send the answers ringing through the world

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Anatomia di uno sfratto

1787, il Congresso degli Stati Uniti, in pieno rispetto di tutte le formalità, varò la legge detta la Northwest Ordinance, che tra l’altro prevedeva il rispetto di “property, rights, and liberty” degli indiani d’America – in un unico articolo della legge, troviamo insieme le parole “Religion, morality, and knowledge… good government… happiness of mankind…. utmost good faith… just and lawful wars… justice and humanity… peace and friendship.

Fu questa legge, e una raffica di altre astutamente calibrate da una coalizione di avvocati e di geometri, che permise in pochi decenni di cacciare dalle loro terre i nativi americani, quasi sempre in piena legalità.

Una persona è vissuta tutta una vita in un luogo, o magari ci è arrivata da poco.

Ma ha stabilito legami unici con altri esseri umani e conosce tutte quelle piccole cose che fanno di quel luogo, un luogo diverso da tutti gli altri: il lastrone sconnesso, il gatto randagio, il rumore del bandone che viene alzato la mattina.

Poi un giorno prendono e lo cacciano con la forza.

Questa è la storia di come ci si possa arrivare. L’ho trovata su Fuori Binario, il giornale dei senza fissa dimora che Maria Pia e i suoi amici fanno orgogliosamente da anni in totale autonomia.

Le note in fondo sono mie.


Mercoledi 16 aprile 2014, in Via dei Pilastri 30 [nel centro storico di Firenze], si è presentata la forza pubblica per sfrattare una famiglia dalla propria casa, in cui vive da 35 anni.

Vogliamo raccontare questa storia, non per vittimismo o protagonismo, ma perché le logiche e le prassi sociali neo-liberiste e neo-liberali ci vogliono far credere di essere individui e famiglie isolati e soli, ognuno con la propria storia di fallimenti e successi, carica di responsabilità e colpe individuali.

Noi la pensiamo diversamente e crediamo nell’importanza di condividere quello che ci è successo, sicuri di non essere gli unici a cui banche e legalità capitalista hanno tolto, se non tutto, qualcosa di imprescindibile come la casa e di conseguenza il quartiere, con la rete sociale e relazioni umane ad esso legate.

Questa è la storia di una bottega artigiana come ce n’erano tante a Firenze. Per gli alti costi dei materiali e come è in uso nelle piccole imprese individuali senza capitale iniziale, la bottega lavorava attraverso scoperti di conto corrente per acquistare le materie prime, restituendo poi il dovuto dopo la vendita del prodotto lavorato e finito con i dovuti interessi (non proprio spiccioli). Alla fine degli anni ’80 iniziano un pò di difficoltà nella restituzione degli interessi sugli scoperti e l’artigiano, consigliato dalle banche di cui era cliente solvente da anni, contrae un mutuo per estinguere il mutuo residuo sulla casa e coprire parte degli scoperti di conto.

Sempre consigliato dai funzionari bancari, che dovrebbero svolgere il ruolo di consulenti economici, contrae un “vantaggiosissimo” mutuo in ECU (European Currency Unit), la moneta virtuale comune della Comunità Europea. Il suddetto mutuo prevedeva come garanzie casa e bottega (cioè TUTTO), un tasso d’interesse che oscillava tra il 18 e il 24%, soggetto alla pratica dell’anatocismo. Per chi non fosse familiare col termine l’anatocismo, o tasso d’interesse composto, prevede la ricapitalizzazione degli interessi ogni 3 mesi anche su rate regolarmente pagate, che vanno così a far parte del capitale iniziale per generare essi stessi interessi. In parole povere interessi sugli interessi.

Tra il 1988 e il 1992, nonostante il catastrofico tasso d’interesse, le rate vengono regolarmente pagate. Come molti sapranno, a seguito di un attacco speculativo sui mercati finanziari nel 1992 Italia e Gran Bretagna sono costrette ad abbandonare il Sistema Monetario Europeo di cambi fissi e la lira viene pesantemente svalutata; il debito denominato in ECU semplicemente lievita. Dopo altri 4 anni di sforzi e dopo aver restituito più soldi di quanti ne avesse presi in prestito, nel 1996 l’artigiano si vede arrivare i decreti ingiuntivi. Naturalmente alla vicenda non è applicabile retroattivamente la Legge anti-usura (108/96) approvata quello stesso anno, e l’indagine della magistratura per usura bancaria si conclude con un nulla di fatto. Nel 2000 ha inizio il procedimento esecutivo e vengono messe all’asta le proprietà dell’artigiano e della sua famiglia. Per fortuna la bottega non suscita molto interesse e nessuno se la compra, ma la casa attira l’attenzione di speculatori vari e se l’accaparra, per meno della metà del suo valore di mercato, la società SIRAH s.r.l., di proprietà di Mario Razzanelli,[1] attuale consigliere comunale in quota Lega Nord e attualmente in campagna elettorale a sostegno del candidato di Forza Italia. Per possibili irregolarità nell’asta, incerte interpretazioni giurisprudenziali e svariate battaglie legali il decreto di trasferimento della proprietà della casa non arriva fino al 2012. (Così chi pensava di aver fatto un grande affare sulle disgrazie altrui almeno stavolta non ha avuto vita facile).

Ed è questa, in sintesi, la storia di come un artigiano, un lavoratore senza conoscenze finanziarie la cui colpa è stata quella di essersi fidato troppo dei funzionari delle banche e della retorica dell’indebitamento, dopo aver ingrassato le banche (Cassa di Risparmio di Firenze, Monte dei Paschi di Siena e Banca Toscana) per quasi vent’anni pagando regolarmente i loro assurdi tassi d’interesse oggi considerati illegali, si ritrova con la Forza Pubblica (che difende interessi privati) alla porta.

Oltretutto i tempi di assegnazione della casa popolare sono imprevedibili, come è incerto dove questa famiglia andrà ad abitare e con regole burocratiche che consiglierebbero di lasciare la casa e aspettare in silenzio, non si sa dove, che il Comune si occupi, non si sa quando, di assegnare una casa che per legge ti spetta.

Come già detto raccontiamo questa storia, oltre che per la solidarietà e la partecipazione alla giornata di resistenza del 16 aprile, perché non crediamo di essere gli unici in una situazione di questo tipo e pensiamo sia il momento di reagire e pretendere il rispetto della dignità dei lavoratori che questa legalità e burocrazia del capitale calpesta ogni giorno.

Per questo ci siamo opposti allo sfratto finché non sarà assegnata una casa a questa famiglia derubata del frutto del proprio lavoro dalle banche e dalla speculazione immobiliare.

Ringraziamo e sosteniamo il Movimento di Lotta per la Casa per essere sul territorio sempre al fianco dei più deboli.

PCL-Firenze [2]

Note:

[1] Sul suo sito web, Mario Razzanelli scrive,

” ho viaggiato e viaggio ancora moltissimo,spesso per lavoro, ma la mia casa è sempre stata Firenze.”

Casa, Firenze, mia…

[2] Il PCL è un piccolo gruppo di gente decisamente fuori moda (ma con diversi giovani), che è però molto meno astratto, almeno a Firenze, di quello che si potrebbe pensare.

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Posted in Il clan dei fiorentini, imprenditori, migrazioni, resistere sul territorio, riflessioni sul dominio, urbanistica | Tagged , , , , , , , , , , | 1,316 Comments