Non guarisce in mille anni

Il resto va e viene, come la vita e la morte, il teatro dei politici e la grande ruota della vita.

Ma quello che si fa con il fuoco contro terra, acqua e aria non guarisce in mille anni.

Due video delle nostre Mamme No Inceneritore: il primo dice tutto in poche parole, il secondo offre però qualche dettaglio in più.

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Pensieri globali

Incontro Abdullah.

Abdullah è un vero texano, di padre bengalese e madre ucraina, cresciuto in Giappone e statunitense fino in fondo, che quando la temperatura scende sotto i 30 gradi, comincia a sentirsi male.

La moglie di Abdullah è una signora del Minnesota così bionda da sembrare albina, di origini tedesche, che quando può, torna a prendere il freddo a Berlino, mentre la figlia – che a forza di mescolare geni sembra perfettamente italiana – oscilla tra la Finlandia e il Giappone.

Insieme, il signore e la signora Abdullah hanno una ditta che produce Autentico Abbigliamento Italiano, ovviamente  nel Bangladesh, ma lui ci tiene a far parte della Local Community in Oltrarno, e in fondo gli vogliamo bene.

Abdullah quando apre bocca predica, piuttosto che parlare.

Spande per il globo buono sentimenti e luoghi comuni, con il suo accento texano.

Però oggi è un po’ triste e preoccupato.

Devo dirti che mia moglie non mi rivolge più la parola perché ho votato per Trump. Sai, quei tedeschi del Minnesota votano tutti per Hillary.

Ma io sono un patriota americano, e credo che cambiare sia una buona cosa.

Sono preoccupato per l’Italia con questo referendum, tu lo sai che io credo che i cittadini devono impegnarsi per il bene del paese in cui vivono, e quindi anch’io ci tengo. E quindi mi auguro la vittoria di Renzi, perché anche l’Italia deve cambiare! Noi negli Stati Uniti cambiamo continuamente!”

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Una risposta sull’Articolo 118

La nostra amica Rossana, una delle menti più lucide del nostro giro virtuale, ha scritto una replica al mio articolo di ieri, che merita di essere letta con grande attenzione. La pubblico qui con il suo permesso.

L’obiezione, in estrema sintesi è questa: nessun Comune fa Patti con i singoli cittadini, i quali per diventare interlocutori devono prima diventare figura giuridica costituendosi in Associazione.

L’associazione, oltre a poter partecipare a Bandi periodicamente pubblicati dalle Regioni per l’assegnazione di risorse su progetti specifici, ha poi fra i suoi compiti quello di attivarsi per la ricerca di risorse finanziarie c/o privati (singoli, ma anche Banche, industrie, ecc).

I progetti presentati devono essere sottoposti all’approvazione dei rappresentanti incaricati dal Comune quali interlocutori, i quali riferiscono al Consiglio Comunale il quale approva (o no) un progetto di intervento sul territorio (un’associazione rappresenta una piccola parte di cittadinanza, in genere facendosi portavoce di esigenze specifiche di un ristretto numero di singoli portatori di esigenze specifiche, quindi ogni progetto deve passare poi per l’intero consiglio comunale, oltre che per la Giunta, la quale ha l’ultima parola sull’approvazione o meno di ogni progetto).

Alla fine, ammettendo che, come ormai in molti casi succede, il progetto venga approvato, i fondi per la realizzazione di un’opera sono sostanzialmente responsabilità  solo parziale del Comune, il quale affida poi la realizzazione di tali progetti appunto alle associazioni interessate che l’hanno proposto, così da alleviare il peso sulle casse comunali di opere ritenute tuttavia necessarie alla cittadinanza tutta (v. i casi di associazioni che si attivano per la messa a norma di edifici pubblici per l’accessibilità  ai portatori di handicap).

Queste procedure, grazie al lavoro volontario delle associazioni, le quali si sbattono poi a trovare fondi sul territorio andando a battere cassa da aziende, Fondazioni bancarie, ecc, ha contribuito e contribuisce in maniera massiccia alla morìa di aziende piccole o medie che fino a ieri vivevano perché potevano partecipare ai bandi comunali, provinciali, regionali per la realizzazione di opere necessarie alla comunità  e pagate con denaro pubblico, cioè con parte delle risorse che affluiscono a Comuni, Province e Regioni grazie alla tassazione.

La sussidiarietà, cioè il volontariato e l’associazionismo in genere, sostituendosi in sostanza alla libera impresa, da una parte contribuisce al fallimento delle imprese del territorio che fin qui lavoravano su incarico dei comuni alla manutenzione del territorio o alla cura del sociale; dall’altra finisce per creare quella disoccupazione che poi come associazioni benevolmente si occupano di reinserire nel tessuto sociale, vuoi dedicandosi a reperire spese alimentari gratis (v. le associazioni che si occupano di reperire e distribuire spese a chi non avendo più reddito non ha più i soldi per farsele in autonomia), vuoi interponendosi fra il dovere dei Servizi Sociali (dello Stato) nel provvedere ai bisogni materiali dei cittadini o vuoi, in ultima analisi, contribuendo a mantenere in stato di dipendenza (sociale e alla fine emotiva) chi viene prima escluso dalla società  grazie alla perdita del lavoro che non c’é più per via dei fallimenti, poi deviando risorse pubbliche verso l’associazionismo anzichè distribuire le stesse risorse direttamente ai cittadini attraverso un reddito di cittadinanza o di sopravvivenza.

Per capire il danno sociale che la “sussidiarietà ” crea al tessuto sociale, è necessario retrocedere nella catena fino ad arrivare all’origine da cui si dipartono e su cui si reggono tutte le associazioni che entrano giocoforza a far parte di uno dei 2/3 network cui fanno tutte capo.

Poi, necessario è studiare i bilanci di quelle 3/4 ultime realtà  cui finiscono per fare riferimento i 2/3 network e quindi tutte le Associazioni (qualunque siano gli scopi per cui nascono o i progetti sociali cui partecipano): ne troverai solo appunto 3/4, con bilanci miliardari e la partecipazione finanziaria dei soggetti più diversi ma tutti finalizzati a far girare denaro a valanghe (non a caso, Presidenti di queste mega strutture, sono spesso gli stessi presidenti di Fondazioni Bancarie o di potentissime associazioni di industriali o sindacali, e via discorrendo)…

Sia chiaro, non sto entrando nell merito dell’Associazione di cui tu Miguel fai parte, né discuto le ottime iniziative che hanno contribuito a far diventare la vostra associazione un soggetto giuridico (se ricordo bene avete dovuto diventare associazione, per poter sperare di diventare interlocutori del Comune come cittadini: nessun singolo cittadino può agire in nome della sussidiarietà  nemmeno per piantarsi un alberello grazioso nella striscia di erba dell’isola spartitraffico su una stradina di campagna, pena multa (se beccato) piuttosto salata).

Mi scuso per la valanga di parole, ma il tema è così complesso che mi riesce difficile esaurirlo fermandomi alla lettura delle buone intenzioni dell’art. 118 della Costituzione.

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Viva la Costituzione Italiana!

No, non sto parlando del dibattito poco interessante in corso di questi giorni a proposito di chi ci dovrebbe rappresentare, o recitare, a Roma.

Sto parlando dell’Articolo 118, che invece riguarda in prima persona noi e non quelli che fanno finta di essere noi. Lo conoscete, vero?

No?

E’ breve la parte che ci interessa qui, eccovela:

“Stato, Regioni, Province, Città Metropolitane e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio della sussidiarietà”

Ieri ce ne parlava R., di cui non scrivo per intero il nome, in modo che nessuno le attribuisca inevitabili imprecisioni o piccole aggiunte che sono invece mie.

Da due anni, R. lavora con un finanziamento della Regione Toscana per assistere i Comuni che stanno redigendo propri “regolamenti” per applicare questo articolo della Costituzione.

In Italia, i Comuni che hanno già approvato regolamenti propri sono un centinaio e vanno da Bologna, Genova e Torino a Macchiagodena e Castelnuovo di Conza; anche Firenze ci sta lavorando in questi mesi.

La portata dell’Art. 118 è talmente enorme, che R. deve impiegare di solito parecchio tempo a farla capire agli amministratori.

Alla base, c’è liniziativa autonoma dei cittadini.

Finora, il diritto amministrativo prevedeva sostanzialmente due realtà: l’amministrazione pubblica, diciamo “le istituzioni”, da una parte, e dall’altra, il singolo cittadino, la cui partecipazione consiste unicamente nel pagamento delle tasse e nella partecipazione – come cifra anonima – a vari livelli di elezioni.

Alla base di questa visione (dico io) c’è una visione del mondo che diamo per scontata, ma che scontato non è: la riduzione di ogni qualità a una quantità intercambiabile di atomi/individui, che offre al Principe di questo mondo la catastrofica illusione di poter governare il pianeta.

E’ un tema di cui abbiamo già parlato ampiamente in un articolo che invito a rilegggere.

L’articolo 118 introduce un attore completamente diverso: il cittadino attivo, che prende una iniziativa autonoma, per “attività di interesse generale”, che poi si va definendo -come vedremo – con il concetto di beni comuni. Beni Comuni che possono essere materiali – come una strada – oppure immateriali, come la salute.

Pensateci, si introduce per la prima volta la figura delle persone che realmente esistono e vivono in un luogo, cioè coloro che –  da una prospettiva umana – gli conferiscono qualità, attraverso la loro vita reale.

Lo scopo è la cura di un Bene Comune (non quello astratto, stiamo parlando di una parola che ha il plurale, Beni Comuni, esattamente come la parola casa ha il plurale case).

Un bene pubblico è il giardino delle Scuderie, qui vicino.

Dove se ho una cartaccia in mano, e sono più educato di tanti, butto la cartaccia in un cestino.

Grazie a un processo che ignoro totalmente, il fatto che io mesi prima abbia pagato in banca una tassa che va, presumo in un conto a Roma, una misteriosa mano svuoterà quel cestino (indifferenziato) a Firenze.

Invece, al giardino del Nidiaci, siamo noi che buttiamo i rifiuti (differenziati) dentro i bidoni che ci abbiamo messo noi e li svuotiamo noi (e quindi stiamo attenti a produrre meno rifiuti possibili). Questo è un Bene Comune.

A occuparsi del Bene Comune possono essere cittadini singoli o associati. Finora, gli amministratori potevano fare convenzioni solo con società – tipicamente cooperative e associazioni, cioè con organizzazioni rigorosamente strutturate e modellate sul diritto societario, cioè sull’impresa economica.

Associazioni e volontari hanno fatto e fanno molte cose buone, di cui è inutile parlare qui, ma esiste anche un ampio lato oscuro che viene spesso ignorato. Pensiamo a

- le grandi Associazioni Sportive che forniscono voti e riciclano “sponsorizzazioni” (la ditta mi dà 100.000 euro, gliene restituisco sottobanco 70.000)

- le “associazioni culturali” che sono le uniche intitolate a organizzare mostre in luoghi pubblici per i piccoli artisti che si trovano quindi costretti ad associarsi

- certe cooperative che fanno (involontariamente) campagna elettorale per Salvini, intascandosi 35 euro al giorno per far vivacchiare richiedenti asilo

- le grandi Associazioni Nazionali, in genere legate a partiti e Chiesa a perenne caccia di nuovi bandi e che si prendono una bella commissione su ogni singolo socio di ogni associazione aderente

- le associazioni senza scopo di lucro che in realtà sono semplicemente dei bar senza scopo di tasse (spesso grazie al pizzo concesso alle Associazioni Nazionali)

e attorno a questo, si forma un mondo di esperti sfigati, proletariato intellettuale che campa di perizie psicologiche per certificare alunni, di “formazione”, di “mediazione culturale”, di “stage per formare formatori di mediazione culturale”, sperando ogni giorno in un problema che magari nemmeno esiste, per potersi portare a casa la cena.

Ecco tutti questi devono improvvisamente fare i conti con la famiglia che si offre di tenere pulito il marciapiede sotto casa, o di aprire un orto sulla scarpata della ferrovia. Il mondo dell’associazionismo potrà fare tante cose, ma non più in regime di monopolio, e questo farà bene anche all’associazionismo.

L’associarsi diventa infatti occasionale: al posto del carrozzone che cerca convenzioni e decide dall’alto che “lì c’è un problema”, ci sono gli abitanti reali di un luogo che fanno comunità, e sanno da soli cosa vogliono, senza bisogno dell’esperto che li “animi” e glielo suggerisca. Che l’esperienza poi fa il maestro.

Ora, mentre la cultura della quantità tende a uniformare, la qualità è per definizione diversità. Ecco che R. cerca di fare in modo che i patti riguardino le cose più diverse e che ogni regolamento sia diverso, perché ogni luogo è qualitativamente diverso da ogni altro.

Tenere aperto un giardino, rimettere in piedi una fabbrica senza padroni, mantenere sentieri in montagna, fare un museo, il paesino di montagna che diventa cooperativa di comunità, aprire una scuola a corsi di ginnastica per adulti, trasformare edifici abbandonati in case…

Il tutto cercando di non sostituirsi gratuitamente agli impiegati statali (questo è in soldoni il senso della parola sussidiarietà). E siccome le esigenze reali delle persone sono tante, ci saranno anche tante cose che sembreranno assurde o sono strumentali a interessi privati.

Trattandosi di Costituzione, l’articolo 118 è fonte di diritto, e quindi prevale sul diritto amministrativo. Il funzionario deve “favorire l’autonoma iniziativa”. Dove favorire è quasi il contrario del vecchio controllare. Il cittadino fa un patto per l’amministrazione condivisa dei beni comuni con l’amministrazione, un patto in cui è alla pari.

Finora, infatti, gli amministratori pubblici controllavano le convenzioni che facevano, ispirandosi alla legislazione sul lavoro: in fondo, il membro di un’associazione che si prendeva cura, per convenzione, di un parco, era qualcuno che lavorava gratuitamente agli ordini del funzionario, con risultati estremamente restrittivi in termini di quello che poteva fare e forti vincoli di sicurezza e assicurativi. Adesso anche questo cambierà, in una maniera ancora tutta da definire.

Il 31 agosto del 2016, la Hanjin Shipping Company, la più grande società di trasporti della storia umana, veicolo primo della globalizzazione del pianeta, ha dichiarato fallimento. Un segno dei tempi, esattamente speculare a questa rilocalizzazione di cui l’Art. 118 è appena uno dei primi segnali.

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Tempi tristi

Interrompo un momento la serie di post sulle origini del fascismo – è davvero difficile mantenere una riflessione continuativa e documentata, in mezzo a tanti impegni – per esprimere il disagio che provo in questi giorni di fronte ai commenti che leggo sul blog.

Di solito, i conflitti che sorgono, tra visioni diversissime di ogni sorta, sono affascinanti, proprio perché provengono da un’umanità autentica e meravigliosamente eterogenea.

Ma in questi giorni vedo un tipo di conflitto che per sua stessa natura, può essere solo dannoso.

Qualcuno che è molto lontano da tutti noi ha deciso di lanciare un gioco, nei termini da lui definito, e che ammette solo due possibili scelte: essere totalmente d’accordo con lui, con un forte , oppure essere totalmente contrari, con un altrettanto stentoreo No.

Da questo, come da ogni contesa elettorale, non possono che discendere una serie di conseguenze perverse.

Innanzitutto, una forma di alienante identificazione: noi, che in tutto questo abbiamo solo  il ruolo di audience, per dirla mediaticamente, fingiamo di essere in campo e combattere anche noi, accettando amici e nemici definiti per noi da altri.

Proprio per la maniera infantile in cui è posta l’alternativa, la squadra per cui abbiamo deciso di tifare può soltanto vincere o perdere, esattamente come in guerra: i miei devono ammazzare i tuoi, con qualunque mezzo.

Ma non possiamo disporre di armi, abbiamo soltanto le parole, uno strumento che in teoria dovrebbe servire per dialogare, per arrivare a una comune verità: ma se io già so che devo arrivare al punto da cui sono partito, un elementare bofonchio oppure no, la comune verità può consistere soltanto nella distruzione della dignità del mio avversario di fronte ad altri spettatori. In mutande, il bischero!

A questo punto, la parola diventa strumento di menzogna, che assume innumerevoli forme: sottolineare che uno dei milioni e milioni di sostenitori della causa dei nostri avversari abbia espresso preoccupazione per le scie chimiche, abbia preso una tangente o abbia detto una parolaccia; far finta che le riflessioni dell’altro non esistano, per poi leggerle dieci volte di nascosto alla ricerca del minimo punto debole; rifiutarsi di guardare la trave nel proprio occhio; e fare spudoratamente finta che il trionfo del mio monosillabo salverà il mondo, mentre il trionfo di quello altrui porterà al collasso la società e ti farà morire di peste anche il cane.

In questo, come notava già Vernon Lee, Satana è davvero il guastatore delle migliori passioni, anche se qui siamo alla caricatura e non certo alla Grande Guerra.

Tutto questo impone una riduzione delle nostre sensibilità, un rifiuto dell’esperienza che la vita ci offre tutti i giorni, in nome del nostro pre-giudizio, cioè dell’idea che ci siamo già fatti.

E un’abdicazione alla nostra stessa intelligenza, dal momento in cui subiamo un gioco  imposto da altri. Un gioco già visto mille volte, ma non impariamo mai.

In questo, non c’è affatto un invito all’astensione: anche astenersi per principio dà un’idea eccessiva dell’importanza di queste cose.

Non è male anche andare alle urne, e una microscopica utilità potrebbe avere anche il nostro voto, a patto che abbiamo fatto altre cose più utili e durature per i beni comuni.

Ma sappiamo che le regole che ci invitano a cambiare o a mantenere saranno applicate poi da persone che, non essendo in grado di fare altro nella vita, hanno deciso di rappresentarci, e già questa finzione teatrale indica il loro spessore morale.

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Cosa vuol dire “fascismo” (2)

Continuiamo con la storia di ciò che successe nel dicembre del 1920, a San Piero a Sieve nel Mugello, tenendo presente che l’essenziale sono le divagazioni.

I contadini cattolici, dopo aver rumoreggiato davanti alla villa della contessa Cambray-Digny, passano alla fattoria detta la Casaccia, di proprietà del senatore marchese Gerino Gerini, cacciano il fattore e issano sulla cascina le loro bandiere bianche.

Sembra che non abbiamo ancora parlato di fascismo. Il fascismo immaginario gode infatti di una strana fortuna. L’idea, terrificante per la maggioranza, affascinante per una minoranza, di essere una roba da extraterrestri. E per alcuni, soprattutto oggi, il fascismo sarebbe quello che succede, quando si dà il diritto di voto al vile popolo, succube di passioni selvagge.

E invece, senza persone come quelle di cui stiamo parlando, non ci sarebbe mai stato il fascismo. E non si può certo dire che queste persone fossero rozze o ignoranti.

Nel lontano 1847, Luigi Guglielmo Cambray-Digny aveva spiegato così la propria visione del mondo, con una lucidità profetica che spiega in pieno i fatti degli anni Venti:

“”sostenere sempre più il principio della libertà commerciale, rassicurare il paese dai timori di perturbazioni popolari e di attacchi alla proprietà, in una parola dalle paure del comunismo”

mentre il senatore marchese Gerino Gerini, peraltro sindaco di Barberino di Mugello, discendeva da una famiglia di speziali già attiva quando Dante faceva lo strullo con Beatrice (ma i loro avi si vantavano di aver salvato Rolando a Roncisvalle).

Nel 1650, la famiglia dei Gerini (stemma troncato, in alto d’oro con un corno da caccia rosso, in basso di rosso con tre catene d’oro in banda) acquistò un gran palazzo nel centro di Firenze che secoli prima era stato dei Ginori (tre stelle azzurre su banda d’oro in campo azzurro).

I conti Ginori… quelli che con l’aiuto dello svizzero Giulio Richard (il foresto ci vuole sempre) fondarono la Richard-Ginori le cui opere forse decorano anche il bagno di chi legge queste righe: ma probabilmente non sapete che gli operai, privati delle cure mediche gratuite concesse in precedenza, furono obbligati a iscriversi al PNF, un dispetto che fece di Sesto Fiorentino il comune più comunista della Toscana.

Gerino Gerini, è bene ricordare, ebbe un figlio di nome Alessandro, che sarebbe diventato senatore democristiano per due legislature, che per passare dal mondo liberale a quello fascista a quello democristiano, ci vuole poco.

Essendo figlio di una Torlonia e nipote di una Borghese, Alessandro prende in mano un’estensione sterminata di Roma, la rende edificabile negli anni del boom e diventa uno dei più grandi palazzinari della Capitale: «Da Roma, pe annà in Sicilia passo solo su la tera mia».

Per motivi che non ci sono noti, i padri salesiani eressero, davanti al loro Ateneo a Roma, questa bizzarra lapide al fratello di Alessandro, Lippo:

lippo-geriniQuando morì, Alessandro trasferì le proprie ricchezze – oggi stimate in 660 milioni di euro – all‘ordine dei Salesiani, tramite una fondazione.

Ma pochi anni fa, arrivò un  tale Carlo Moisé Silvera, descritto nei media come “faccendiere siriano” (un ebreo di Aleppo che si occupava di diamanti e sosteneva di essere sempre stato vicino alle Acli), che invitò il nipote di Alessandro, l’anziano playboy Antonio Gerini, “il marchese della notte“, a fare causa (dimenticavamo, la sorella di Antonio sposò un Cordero di Montezemolo).

Il diamantaro d’Aleppo riassume così il motivo per cui Alessandro Gerini istituì la propria fondazione: “Ci sono vari diari, in cui negli ultimi anni della sua vita il marchese scriveva tutto: ‘Finalmente il mio capitale avrà vita eterna’, annotava”.

Ne nacque una vicenda giudiziaria di cui non ci occuperemo qui; ma mi affascina il fatto che il difensore dei salesiani sia Michele Gentiloni di Silverj (sì, con la “j”). Che dovrebbe essere il fratello del nostro attuale Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni di Silverj, che ho conosciuto da ragazzo: splendida chioma lunga e un megafono sempre vicino alla bocca, con cui incitava con lunghe variazioni sul tema, “compagni, studenti e lavoratori, dobbiamo batterci senza tregua per fermare l’attacco reazionario contro la classe operaia“.

Eppure, devo dire che ne conservo un ricordo positivo, a differenza di tutti i suoi dementi concorrenti di megafono. Forse la nostra specie richiede un’assoluta tranquillità sulla propria sopravvivenza, per non trasformarsi in canaglia.

Il megafonatore del Movimento dei Lavoratori per il Socialismo aveva un antenato che ebbe la stessa, geniale intuizione di Matteo Renzi: Vincenzo Ottorino Gentiloni, che fuse insieme il sentimento cattolico degli italiani e il nazionalismo dei risorgimentali (povero cuore e ricco cervello), inventando il Partito Liberale, che – non dimentichiamolo mai – fu la vera matrice del fascismo.

Il padre di Michele e Paolo Gentiloni Silverj, invece, me lo ricorderò per tutta la vita, per un aneddoto.

Fu avvicinato una volta da un mio conoscente, che per la sua impresa volle prendere in affitto un appartamento di molte centinaia di metri quadri nel centro stesso di Roma, esattamente di fronte alla sede del governo italiano.

“Piazza Colonna? Non mi ricordo… vediamo…” e aprì un gigantesco libro, che sfogliò pagina per pagina, fino a trovare questa sua dimenticata proprietà.

Questa divagazione, non tanto per dire da che gente fosse stato costruito il fascismo, ma soprattutto per dire quante storie, quanti capitali e quanti palazzi, si son costruiti sulle spalle e sul sangue dei coloni del Mugello e dell’Aretino, con le donne che portavano il cibo nei campi in un gran piatto condiviso, e a far veglia le notti davanti al focolare mentre il vento fischiava, e a raccontarsi storie.

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Cosa vuol dire “fascismo” (1)

I miei lettori sono pochi, ma buoni, come dimostra la folle quantità di commenti che segue ogni post; e quindi mi permetto di imporvi una lunga riflessione a puntate.

Io non so tutti i lettori cosa intendano quando usano il termine “fascismo”: ma credo che sia una delle parole più usata dai melaninodeficienti di questo mondo (gli altri han altri grilli per la testa).

Per me è banale: il fascismo è solo un movimento che rivendica il nome “fascismo”; e come tutti i movimenti, si coglie meglio alle sue origini, quando è ancora pieno di energia e non è stato ancora completamente condizionato dalle circostanze esterne.

Tutto il resto può avere qualche analogia con il fascismo, come il ruolo del Dalai Lama può avere qualche analogia con quello del Papa, o Renzi può avere qualche analogia con il signor Alfred Fuller, ma questo non significa che in Tibet siano cattolici o che il nostro capo di governo venda spazzole.

Tra le mani in questo momento ho il libro di Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919/1925, pubblicato nel 1972 e che mescola una notevole documentazione all’esperienza vissuta, ma sa raccontare le vicende umane con grande sensibilità.

L’autore, di cui non so nulla eppure che mi sento molto vicino, scrive, e sarebbe bello che potesse sapere che quasi mezzo secolo dopo, qualcuno lo legge commosso con gli occhi che tremano di lacrime:

Per questo ci sembra che, avviandoci alla fine, con animo ancora più che di storico, di combattente, di uomo di fede, di uomo di scuola, noi coi nostri figlioli, con le generazioni avvenire, si abbia, alla vigilia di andarsene, da assolvere un debito: quello di dare onesta testimonianza del nostro tempo, valga esso quello che valga, e dobbiamo tentare di farlo, come si diceva un tempo dai nostri vecchi, “sine ira ac studio”, almeno per quel tanto che potremo essere capaci noi che, non per colpa nostra certo, né senza cagione, “troppo odiammo e soffrimmo”.

Amo Cantagalli anche per i toscanismi, ricordando che, come Dio è una sfera infinita, il cui centro è dappertutto e la circonferenza da nessuna parte, la nostra parlata, qualunque sia, è la migliore del mondo.

Cantagalli racconta un piccolo episodio che spiega perfettamente il senso del fascismo.

Seguiamo con attenzione i vari passaggi, con tutte le mie lunghissime divagazioni.

Il nucleo è questo:

Il 1 dicembre del 1920, a San Piero a Sieve nel Mugello, i coloni “bianchi” si presentano piuttosto adirati alla villa di Schifanoia della contessa Marianna di Cambray-Digny, che non regolava i conti con loro da due anni.

Intanto, nella Villa di Schifanoia – e questo è fondamentale se volete capirci qualcosa dei signori della Toscana – si trova la tomba di Giulia Cavicchi, domestica di vent’anni impiccatasi a una trave della villa per amore, cui la Marianna volle dedicare una tomba di straordinaria bellezza.

I “bianchi” erano i contadini cattolici, quell’immenso, oscuro mondo campagnolo, nemico del Progresso, che in massa aveva respinto la guerra che tanto esaltava invece i giovani cittadini, formati ai miti del Risorgimento. Con molta ambiguità da  parte dei vertici religiosi, ma con altrettanta decisione da parte della carne da cannone, che dava spesso ascolto a veggenti che parlavano con Madonne pacifiste, come ci racconta in un affascinante studio Cesare Bermani.

Proprio in quanto bianchi, quei campagnoli erano per certi versi più pericolosi dei rossi, perché sognavano di diventare proprietari dei poderi su cui lavoravano.

Poi parliamo di contesse, e la storia toscana è curiosa in questo senso: secondo un recente studio, i cognomi dei primi contribuenti di Firenze sono quasi gli stessi di seicento anni fa.

La contessa Marianna di Cambray-Digny è figlia di uno dei più grandi personaggi dell’Ottocento toscano, Luigi Guglielmo di Cambray-Digny. Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio in quattro governi, promotore del libero mercato globale come diremmo oggi, Sindaco di Firenze, architetto, matematico, membro della straordinaria Accademia dei Georgofili, una stirpe scivolata senza il minimo attrito dal servizio ai Lorena al servizio ai Savoia. E anche un grande, molte spanne al di sopra dei moderni…

La Toscana fu acquisita da Cavour all’Italia con una brillante truffa; ma certamente i signori, che stupidi non erano, si lasciarono imbrogliare con grande piacere.

Che Cambray-Digny sia un cognome foresto, non è un caso: con l’eccezione del principe Piero Ginori Conti, tutta la modernità toscana è dovuta a foresti, tra cui non pochi ebrei.

Come i fratelli Arturo e Attilio Luzzatto, calati dal Friuli, Ilva e Ferriere Italiane, le grandi imprese che campavano di Tav e appalti statali, entrambi deputati del Partito Radicale Democratico che scavalcava a sinistra il Partito Liberale e i primi ad aver inventato squadre di mazzieri per bastonare gli operai recalcitranti.

Non a caso gli squadristi fascisti arrivati in ritardo avrebbero cantato, Per Luzzatto e Mussolini eja eja alalà!

Oppure i  fratelli Alfredo e Massimo di Frassineto: figli di Sidney di James Hertz, ebreo di Amburgo promosso a Conte di Frassineto dal re sabaudo. Oggi la marchesa Giuliana Citterio di Frassineto dirige anche lei una fiorente azienda vinicola.

Dopo la marcia su Roma, Massimo avrebbe dominato sulla vita delle campagne aretine, diventando vicepresidente della Federazione nazionale degli agricoltori; mentre Alfredo avrebbe diretto poi la Banca di Agricoltura di Arezzo e sarebbe diventato Senatore, incarico che perse con una condanna per fascismo: di ebrei perseguitati, non hanno il monopolio gli antifascisti.

Le origini ebraiche di queste famiglie ci interessano soltanto per due motivi.

Primo, perché gli ebrei sono lontani dalla “arcaica cultura clericale” cui spesso si associa il fascismo; secondo, perché i Luzzatto come i di Frassineto facevano (per dirla alla veteromarxista) i propri interessi di classe, che li accomunavano appunto ai Cambray-Digny.

Ma torniamo a Luigi Guglielmo di Cambray-Digny (il cui padre fu anch’egli sindaco di Firenze ed è sepolto a Santa Croce). Ne abbiamo già parlato qui, chiamandolo sbrigativamente “architetto”, in quanto costruttore di una delle più grandi opere massoniche del mondo, il giardino esoterico della famiglia Torrigiani. Il giardino di Domizio Torrigiani, fascista e ultimo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il giardino privato più grande d’Europa e che occupa almeno un terzo del nostro rione di case oscure ammucchiate l’una sull’altra.

E qui viene in mente il principale personaggio del fascismo toscano, presente dal primo all’ultimo giorno: il marchese Dino Perrone Compagni della Serenissima Gran Loggia di Rito scozzese antico ed accettato, poi Luogotenente Generale della Milizia, prefetto di Reggio Emilia e senatore e infine combattente nella Repubblica Sociale.

Aggiungiamo che a fianco del Perrone Compagni, che era sceso ben in basso nella scala dei nobili, c’era, ben in alto, il marchese Giuseppe della Gherardesca, che saltava anche lui sui camion futuristicamente rombanti a bastonar contadini in prima persona, per poi diventare Podestà della città di Firenze.

 Lo ricordiamo perché taluni ritengono che l’Italia Moderata si sia fatta abbindolare per un attimo dall’Ordine Fascista, ma si sia presto rinsavita, accorgendosi che il fascismo fosse solo una roba da plebaglia agitata.

Continueremo per un po’, finché non ci annoieremo…

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La rabbia, la paura e la speranza

Qualche giorno prima delle elezioni statunitensi (ma dopo tanti altre segnali clamorosi) l’amico Jacopo Simonetta ha fatto questa riflessione semplice, diretta e sostanzialmente inoppugnabile. Copiamo, incolliamo e ringraziamo.

La maggioranza di noi si sente defraudata di un benessere e di una fiducia nel futuro che eravamo abituati a dare per acquisiti una volta per sempre.   Dimenticando che “per sempre” nella realtà riguarda eventualmente le perdite, mai le acquisizioni.

La reazione la vediamo quotidianamente sul web e sulla stampa: rabbia, rabbia e ancora rabbia.   Ed uno spasmodico desiderio di cambiamento: di un evento drammatico o di leader carismatico che rimetta il mondo sul giusto binario, dov’era prima che “loro” rovinassero tutto.

A livello cosciente, i ragionamenti che si fanno sono tanti e diversissimi, ma sotto sotto la trama mitica che li struttura è antica e narra di come il mondo corrotto sarà distrutto e dalle sue ceneri sorgerà un mondo finalmente giusto, dove gli ultimi saranno i primi.   La forza del mito nasce proprio dal fatto che rende sinergiche le tre passioni più forti: l’ira, la paura e la speranza.   Anzi, fa scaturire la terza dalle prime due.

Nella storia non si contano le sette religiose, i movimenti politici e le rivolte animate da questo tipo di mitologia, tuttora vivissima.

A ben vedere, un motivo per essere adirati effettivamente c’è, solo che non è quello che fa presa sulle folle.

La stravagante sovrabbondanza di risorse cui siamo abituati sta finendo, lasciandoci in eredità un livello di distruzione proporzionale alla quantità di risorse usate.   Non è un fatto banale da capire, ma è risaputo da almeno 50 anni e persone particolarmente intuitive lo avevano capito anche prima.

Dunque nessuno ci ha defraudati del nostro benessere e delle nostre aspettative.  Semplicemente è arrivato l’oste e sta facendo il conto di quel che abbiamo mangiato.   Arrabbiarsi servirà solo a farsi buttare fuori a calci, dopo aver comunque pagato.

Tuttavia, un paio di categorie di persone che meritano la nostra ira ci sono.   Innanzitutto coloro che speculano vantaggi politici e/o economici sfruttando la crisi.   Ma non perché non ci ridanno dei giocattoli che sono rotti per sempre, bensì perché continuano a prometterceli.   Mentre i loro predecessori nei decenni scorsi ci hanno aiutati a restare ben fissi nel sogno, invece di cercare di svegliarci.   Ma bisogna dire che riescono così bene solo perché noi ci ostiniamo a voler credere che ci sia un mezzo per riavvolgere il Tempo e far tornare la pacchia.  Oppure che questa sia l’occasione buona per far finalmente sbocciare “la primavera dei popoli”.

Diciamocelo chiaramente: quanti voterebbero un candidato che dicesse “Se votate me e facciamo un sacco di sacrifici subito forse, fra 10 anni, andrà un po’ meno peggio di come altrimenti andrebbe”?    Nessuno, nemmeno la sua mamma lo voterebbe.

E questo ci porta alla seconda categoria di persone contro cui ha senso arrabbiarsi: tutti coloro che preferiscono continuare a sognare panfili invece di darsi da fare per tenere a galla la scialuppa bucata in cui ci troviamo.   Oppure che pensano che finire di affondarla sia il modo migliore per provocare la generale catarsi da cui sorgerà il panfilo del futuro.

Amici miei, il mito dell’Apocalisse ha un forte e profondo fascino, ma per far risorgere una civiltà dalle ceneri della precedente di solito sono necessari alcuni secoli.   E non sempre succede.

Qualcuno mi accuserà di voler sostenere la classe dirigente attuale.   Niente di più sbagliato.   Anzi, l’unico modo per sbarazzarsene sarebbe proprio smettere di inseguire i sogni da cui dipende il perverso potere che hanno su di noi.   Se la piantassimo di farci delle illusioni, diventerebbe molto più difficile manipolarci.

La barca su cui troviamo fa schifo e fa acqua, ma è anche l’unica che c’è e intorno nuotano parecchi pescecani.   E’ meglio cercare di tappare qualcuno dei buchi o rovesciarla sognando panfili?

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