Vie di fuga (3)

Alla prima parte

Qui userò spesso il fastidioso pronome io.

E’ importante però perché non ho assolutamente le competenze per suggerire qualcosa.

Racconto semplicemente le mie tecniche personali di elusione, perché la mia è un’esperienza limitata, da autodidatta.

Inoltre, io sono una persona priva di qualunque importanza, per cui non mi devo preoccupare seriamente di venire spiato in quanto individuo da nessuno: vengo spiato solo in quanto essere umano, come tutta la nostra specie.

Infine, probabilmente diverse cose che faccio sono proprio sbagliate, e mi farebbe piacere quindi cambiarle.

Qualsiasi singola tecnica può essere sbagliata o sorpassata, ma credo profondamente al principio su cui si devono basare tutte le tecniche.

Si tratta della compartimentalizzazione: teniamo diviso ciò che i nostri sfruttatori vorrebbero tenere unito.

Nel mio caso, separo:

Computer fisso, macchina fotografica, telefono cellulare semplice, navigatore…

HARDWARE E SICUREZZA

Ho un computer assemblato a suo tempo da un computeraro. Posso aprirlo fisicamente, pulirlo, e soprattutto ha diversi dischi rigidi e la possibilità di aggiungerne ancora.

Senza telecamera o microfono incorporati, che sono spesso la fonte di guai (e mi permette di sorridere tutte le volte che arriva il messaggio dell’anonimo che dice di avermi filmato attraverso la mia telecamera mentre guardavo dei siti porno).

Probabilmente ha molte vulnerabilità, legate anche alla vetustà dei componenti.

L’antivirus probabilmente non è dei migliori, non so molto di firewall e affini, e condividerei volentieri suggerimenti. Su come evitare attacchi esterni e disastri, ma soprattutto su come mantenere la propria autonomia.

SISTEMA OPERATIVO

Uso Microsoft Windows: chi usa Linux mi dice che è una pessima scelta. Microsoft a ogni aggiornamento prova a convincerti a dargli tutti i tuoi dati, ed è anche pesante e lento.

Però non mi sono preso la briga di imparare a usare Linux, e lavoro con gente che mi manda esclusivamente file Word, e non so se riuscirei a restituirli in maniera impeccabile usando un altro sistema operativo (se si può, fatemi sapere).

Quindi, Windows, dicendo di “no” a tutte le preferenze non indispensabili, e soprattutto alla posta o ai browser di Microsoft.

BROWSER

Come browser, uso Firefox. Innanzitutto perché non è di Microsoft e non è di Google – compartimentalizzare.

Firefox permette di aggiungere numerosi utili add-on.

Eccone alcuni che adopero:

  • Auto-Delete Cookie, che cancella i cookie dalle schede chiuse
  • FeedBro, per seguire siti vari
  • OneTab: prima di chiudere il browser, posso salvare e ordinare le schede che mi interessano
  • Privacy Possum, che nutre di dati falsi chi cerca di seguire ciò che faccio
  • Track Me Not, che inventa domande cretine per i motori di ricerca
  • Tranquility Reader, che permette di leggere articoli interi senza pubblicità, interruzioni e fuffa

Ma soprattutto, uso Firefox Multi-Account Containers, che sono l’essenza della compartimentalizzazione: piccole “scatole” con colori diversi, in cui aprire vari tipi di siti, sempre sulla stessa finestra di Firefox.

In pratica, posso aprire ad esempio Facebook in un proprio “container”, dove il robottino di Zuckerberg potrà rovistare e spiare e scoprire che… ogni tanto guardo pagine Facebook e nient’altro.

Google invece verrà a sapere che ogni tanto faccio ricerche su Google, ma non che frequento il sito Kelebek.

Mentre Dagospia non verrà a sapere nulla sul mio conto in banca.

Ovviamente anche i container non saranno infallibili, ma il principio è fondamentale. E mi rassicura il fatto che tutte le volte che apro siti come Youtube, mi accolgono come se non mi avessero mai visto prima.

Ogni tanto alterno usando Tor, se non altro per il piacere di far credere che io scriva dalla Mongolia o dall’Alaska; e sarebbe bene che tutti almeno lo scaricassero.

MOTORE DI RICERCA

Tutte le curiosità della specie umana, da pizzerie aperte dopo le 23 a terzo sovrano dell’Ungheria dopo Santo Stefano a fruste per sadomaso, passano con milioni di interessanti sfumature, attraverso un’unica azienda, che deve rendere conto solo (e solo in parte) al diritto statunitense.

Dare anche me stesso in pasto a questa azienda è un po’ troppo, almeno alla mia età: qualche anno fa, andavo su Google senza troppi problemi.

Qui avevo suggerito di usare Startpage, poi ho scoperto che appartiene a una misteriosa ditta che si occupa di pubblicità.

Per ora, le ricerche le faccio:

  • prevalentemente con Duckduckgo, che ho impostato come motore di ricerca
  • Inevitabilmente, Google è un po’ meglio, e quando sono costretto, lo apro rinchiudendolo nel suo container (vedi sopra), oppure aprendolo in un altro browser (di solito Brave).

Sarà sufficiente per battere le migliori menti del mondo che lavorano giorno e notte per controllare me e te? Forse sì, perché partono dal presupposto che il 90% sceglie la via più comoda.

PASSWORD

Fino a non molto tempo fa, usavo quasi le stesse password, abbastanza banali, su decine di siti, che ci dicono è l’errore più grossolano e stupido che un utente possa fare.

Non memorizzo (più) le password sul browser: le tengo tutte su Keepass, che dopo i primi giorni diventa semplicissimo – mi basta ricordare un’unica password di una quarantina di caratteri. Non contiene una sola parola che si trovi tal e quale nei dizionari, ma è costruita usando frammenti di varie lingue e riguarda una piccola storia personale.

Per darvi un suggerimento estremo, ovviamente da non copiare alla lettera:

Ma1 libste libro est :a Deevine kommed! bai Phlorentine poetA

che se ci pensate, non è tanto difficile da ricordare e ha una sicurezza di 279 bit. Ora, da 128 bit in su è “molto forte”, quindi vi basta qualcosa di molto meno complicato. A quel punto, potete generare password diverse per ogni sito, senza doverne memorizzare nemmeno una (tipo jBvHZ5mSzz,,^&\Nl35:X[@Z:G>tZP).

L’importante è non dimenticarsi mai l’unica password, e salvare la database su vari computer. Io ho un giro di amici fidati con cui le condivido, dovesse saltare il mio computer.

POSTA

La posta la leggo quasi esclusivamente offline, scusate il centesimo anglicismo.

Compartimentalizzare. Chi mi vende il sistema operativo non ha il diritto di leggere pure la mia posta.

Non usare quindi i lettori di posta proprietari, come Outlook.

Da quando è morta la compianta Eudora, uso Thunderbird (assieme al suo calendario e indirizzario). Ci sono alcune cose tecniche che non mi piacciono (ad esempio il fatto che non esista un facile archivio di file in cui andare a pescare gli allegati), ma temo che non abbia concorrenti.

L’indirizzo di posta è invece un problema.

Avevo degli indirizzi datimi da un piccolo server amico (tipo, invento, miguel@scandicciserver.org), che però hanno cessato di funzionare, e gli indirizzi più o meno personali, magari legati a un sito di proprietà tipo info@miguelmartinez.com (non esiste, me lo sono inventato) tendono essere respinti o a avere un basso livello di sicurezza.

Per cui per anni ho usato indirizzi gmail, come quello che compare su questo blog. Sapendo che Google riesce a realizzare il sogno della KGB, leggendo tutta la posta che gli passa per le mani.

Per fortuna adesso esiste protonmail.com, che risponde solo alle leggi svizzere.

La differenza con gmail è riassunta in questa tabella:

Protonmail ha una versione gratuita con un’archiviazione ridotta (ma si tratta sempre di 500 mb, e potete svuotarla regolarmente se volete), e una a pagamento, per 48 meritatissimi euro all’anno.

Quindi consiglio vivamente a tutti di provarlo, almeno per avere anche un indirizzo non pubblico.

Protonmail sta anche sviluppando un (ariscusate gli anglicismi) un drive su cloud, insomma la possibilità di mettere una copia, criptata, del vostro computer in un luogo sicuro, per il giorno in cui vi si sfascia tutto.

Attualmente uso Backblaze, che costa poco, è criptato, ne parlano tutti bene, ma mi fido il giusto visto che si trova negli Stati Uniti.

E QUINDI?

Vi ho raccontato di come cerco, da incompetente, di eludere a un sistema di criminalità planetaria senza precedenti nella storia.

Lo so, ci siamo talmente abituati, e fa talmente comodo, che non ce ne rendiamo conto, ma alla fine la questione è quella.

Cerco di vendermi il meno possibile. Per usare una frase orrendamente maschilista (ma efficace), sono una demi-vierge del dispositivo informatico.

Comunque, con i sistemi che uso, mi trovo benissimo: non richiedono troppa fatica, e riesco a fare quasi tutto ciò che mi interessa.

Il quasi riguarda le interazioni con chi dà per scontato che si debba essere totalmente venduti a gratis.

Che finché è l’idraulico che ti chiede di mandargli la foto “su Whatsapp” della perdita nel tubo, va bene. Gli dici di no e siccome pago io, si arrangia.

Va meno bene quando lo Stato italiano esige che tu acquisti un oggetto che ti faccia spiare giorno e notte da uno Stato straniero, per poter avere un piccolo sconto. Chiamato anch’esso con anglicismo, cashback.

Ma ne riparleremo.

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Vie di fuga (2)

alla prima parte

Ho un nemico.

Alessandro è una persona molto gentile e intelligente, con una famiglia splendida e che mi ha anche ospitato a casa sua.

Dove mi ha raccontato qualcosa del suo lavoro.

Lui riceve uno stipendio svizzero (uno discreto, non lo stipendio minimo da cassiera di supermercato che sono appena 3500 euro al mese) per stare otto al giorno a un computer, a trovare trucchi per convincere le persone a passare qualche secondo in più su alcuni noti siti commerciali.

E’ un lavoro estremamente complesso, in continuo cambiamento, con tentativi incessanti per migliorare le tecniche di spionaggio, seduzione e controllo, che lui con un sorriso riassume così:

“Il mio lavoro è il Male”.

Non ho idea quanta gente ci sia al mondo che faccia lavori analoghi al suo, per conto di ditte pienamente legali o di servizi segreti o di criminali intercontinentali.

Diciamo un milione, dieci milioni, di persone molto abili, impiegate a tempo pieno, con risorse praticamente illimitate a disposizione?

Dall’altra parte ci sono io, la loro preda.

So che quella parolina “io” può irritare, come se mi stessi dando delle arie.

Dico “io”, non certo perché pensi che ce l’abbiano con me: ce l’hanno con tutti, tra cui anche me, a un posticino proprio in fondo alla scala.

Ma è importante capire che loro sono un’organizzazione, dall’altra parte ci sono semplicemente individui isolati, degli “io” appunto.

Rendiamoci subito conto che non c’è scampo: per la prima volta nella storia, ogni centimetro del pianeta è sorvegliato e controllato da migliaia e migliaia di satelliti in volo incessante, e non esiste più alcuna grotta in cui ritirarsi a fare vita da eremita.

Come dice giustamente il commentatore Roberto, è una tigre che ci tocca cavalcare.

Non essendo un esperto, non essendo pagato da nessuno, avendo mille altri interessi nella vita, e non volendo farmi emarginare dalle cose che mi interessano, cerco di sopravvivere alla tigre arrangiandomi alla giornata con alcuni espedienti che vi racconto, che magari cambierò anche in base ai vostri consigli.

Non possiamo evadere, ma possiamo eludere.

Nel caso mio, parto dal fatto che idealmente, il flusso informatico è unico. Ti dominano totalmente quando sanno tutto insieme.

Per cui la prima e ultima cosa è tenere separati i dati.

Si tratta di estendere il principio di buon senso per cui non raccontiamo i nostri fattacci personali su media che possono arrivare ovunque e restano indelebili.

Ora, su Facebook ti chiedono il numero di telefono e la foto, e se possibile tutto il resto, ed è fondamentale, perché vogliono ricostruire tutta la tua personalità insieme.

Per commentare su questo blog, basta invece scrivere un indirizzo email plausibile – anche silvio.berlusconi@partitocomunista.com va benissimo, non controlleremo mai – e inventarsi uno pseudonimo: se poi diventeremo amici, lo diventeremo fuori dai commenti a questo blog, nella vita reale.

Separare i dati, compartimentalizzare, riguarda anche gli strumenti che si usano.

Molto dipende dal lavoro che facciamo: se facessi il portapizze, probabilmente dovrei essere reperibili in ogni istante e ovunque.

Facendo il traduttore che lavora con varie agenzie e ditte, mi posso permettere di compartimentalizzare la mia vita informatica così:

  1. Un computer fisso. Grosso, con molta memoria, attaccato con un cavo al modem. Sarà pure geolocalizzabile, ma si trova nello stesso posto da dieci anni.
  2. Una macchina fotografica. Compatta, la porto spesso alla cintura, tengo spento il GPS (che purtroppo c’è). Poi scarico le foto nel computer, che resta quindi il punto debole.
  3. Un telefono cellulare all’antica. Con cui posso mandare SMS e telefonare. Credo che sia facilmente geolocalizzabile (ci sarà la lista di tutte le antenne che aggancia), ma di me racconta il meno possibile. Voglio che chi porta in giro le mie telefonate e i miei messaggi sia il più stupido possibile: non deve essere quindi smart.
  4. Un navigatore, per quando viaggio. Che dice dove sono. Forse dice anche chi sono alla ditta (ovviamente cinese) che mi ha venduto il navigatore. Ma non credo che per rompere le scatole a casi isolati come il mio, la ditta cinese si metta d’accordo con Google per dire dove sono.

Con questi quattro dispositivi mi sono trovato finora perfettamente a mio agio, posso lavorare, viaggiare, commerciare, corrispondere, condividere. E soprattutto staccarmi quando sono fuori casa.

Ovviamente, avrei potuto gestire molto meglio ciascuno di questi dispositivi.

Ad esempio, qualunque esperto di sicurezza ti dirà che è meglio usare un modem che funzioni esclusivamente via cavo, senza permettere un accesso via wifi, e avrei dovuto controllare meglio al momento di fare il contratto; ma poi si scopre che anche i modem via cavo hanno i loro rischi

Oppure, quando ho preso il cellulare, avrei dovuto prenderlo con la doppia SIM, in modo da avere un numero di telefono (a ricarica mensile) per la mia vita normale, e un secondo (a consumo) per fare registrazioni a siti e simili.

Il navigatore potevo anche farlo comprare da un amico: l’ho fatto adesso per una mia amica, e quindi la ditta cinese – nell’improbabile caso che gli interessi cosa faccio – potrà trovare un Miguel Martinez che si aggira contemporaneamente dalle parti di Venezia e di Napoli.

Nella prossima puntata, vi dico qualcosa su come utilizzo il computer – browser, email, “social”, password e così via.

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Vie di fuga (1)

La nostra vita è sempre più virtualizzata.

Anzi, la virtualizzazione è ormai una condizione indispensabile per sopravvivere. Non puoi riempire il modulo più semplice, senza dare almeno un indirizzo mail e il numero di un cellulare.

La virtualizzazione assume innumerevoli forme diverse: dalla carta d’identità con il chip elettronico alle istruzioni al drone che porta esplosivi, al navigatore sull’auto…

La cosa fondamentale è capire che queste virtualizzazioni apparentemente diverse, sono separate tra di loro soltanto da un sottile muro di password, o da leggi la cui applicazione è quasi impossibile controllare.

Non possiamo nemmeno contare sul muro della concorrenza, come quello che una volta separava la sfera statunitense da quella sovietica del mondo: Amazon, Google, Facebook/Whatsapp/Instagram, Apple, Samsung, Microsoft sono ciascuno un monopolio nel proprio campo, intimamente legato agli altri monopoli; e tutti sono legati a stati-nazione (USA e secondariamente, Cina) con i propri interessi di dominio militare.

I dati possono scivolare da una categoria all’altra, per negligenza anche nostra, per hackeraggio, per modifica a qualche clausola contrattuale che comunque pochissimi leggono, o magari perché una ditta fallisce e i suoi creditori hanno diritto a spartirsi i capitali, tra cui giocano un ruolo decisivo proprio i dati.

Anzi, possono scivolare per legge:

“Il governo USA il 23 marzo 2018 ha emanato il “Cloud ACT” per il quale le autorità governative (ad esempio la NSA) possono accedere al Cloud (fisicamente i “server”) delle società statunitensi ed accedere ai dati da loro raccolti nei loro server anche se provenienti da paesi europei, cfr. qui: https://www.agendadigitale.eu/…/cloud-act-la-norma…/…

Nessuna legge fisica impedisce di assemblare i dati delle mie preferenze musicali, dei libri che acquisto, delle immagini delle telecamere che mi ritraggono a spasso, del tipo di cibo che acquisto al supermercato, della posizione GPS del mio cellulare, dello smartwatch che misura i passi e i battiti del cuore, delle emozioni che emergono da ciò che scrivo, e di come quelle emozioni variano in rapporto a chi ho incontrato, all’ora, al tempo trascorso dall’ultimo pasto, a quanto ho camminato…

Finché sono solo i dati miei, poco importa.

Ciò che è in ballo è infinitamente più importante: se qualcuno mette insieme quei dati per centinaia di milioni di persone, riuscirà a prevederne e controllarne i comportamenti.

Un conto è sapere che Miguel Martinez ha due gatti e quindi mandargli la pubblicità di cibo per gatti, che probabilmente è ciò a cui pensiamo quando sentiamo parlare di privacy.

Un altro è sapere che per motivi che nessuno capisce, uno studio svolto su mezzo miliardo di casi dimostra che avere un numero pari di gatti e un numero pari di lettere nel cognome comporta un alto rischio assicurativo.

L’esempio è volutamente buffo, perché è esattamente il tipo di dato non intuitivo, da cui noi non ci possiamo difendere preventivamente, se non evitando di mettere il dato stesso nelle mani altrui.

Nessuna legge fisica impedisce poi la conservazione a tempo indeterminato di tutta questa mole di dati:

“In USA nessun dato viene mai eliminato, per la semplice ragione che in USA non esiste il diritto all’oblio. Ne consegue che quando noi cancelliamo qualsivoglia dato, o ad esempio ci cancelliamo da Google, Whatsapp o Facebook, questo NON significa che i dati che abbiamo inserito vengano cancellati ma solo che non sono più resi “pubblici”.

E non sappiamo cosa si potrà fare tra vent’anni con dati che oggi ci appaiono innocui.

Permettetemi di giocare per una volta la Hitler Card, non solo perché voglio vincere facile, ma perché questa volta ha un preciso senso storico: dati insignificanti nel 1918 – la fattura per una circoncisione, l’acquisto di un libro di preghiere in ebraico – avrebbero potuto assumere un valore improvvisamente interessante nel 1938.

Ovviamente non è possibile alcuna resistenza vincente, ma cosa possiamo fare, individualmente, per farci mangiare vivi il meno possibile, e per essere il meno possibile complici?

Cerchiamo, nelle prossime puntate, di scambiarci piccoli consigli di sopravvivenza.

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“There is no limit to the greatness of America!”

Per l’11 settembre, e soprattutto le ore e i mesi e i vent’anni dopo, con i due trilioni e passa di dollari spesi in bombe e mance per rendere il pianeta più americano.

Si vedono molti video, in questi giorni delle strade di Kabul.

Che con tutto rispetto è la capitale di uno dei paesi più poveri e sovraffollati e inguerrati di tutto il pianeta, e che ha appena perso l’accesso al Distributore di Mance.

Trovo molto più interessanti i video che un certo Kimgary mette in rete, di ordinarie strade della più grande potenza economica, mediatica e militare del pianeta.

Questa volta, Kimgary guida lentamente per una strada di Philadelphia, l’utopica Città dell’Amore Fraterno fondata da un ottimistico gruppo di quaccheri tre secoli fa.

Il video dura ben 23 minuti, ma sono sicuro che vi fermerete molto prima. E non certo perché sia noioso.

Non serve accendere l’audio.

“There is no limit to the greatness of America!” fu una frase pronunciata da Bush II quando celebrò la propria rielezione per merito delle guerre in Afghanistan e Iraq.

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Amadeo Bordiga e il fascismo

Per gli appassionati di storia moderna, segnalo che Roberto Massari ha pubblicato un libro sulle vicende di Amadeo Bordiga, che sembra molto interessante.

BORDIGA E IL FASCISMO NEL LIBRO DI AMICO

di Diego Gabutti 

Fondatore e primo segretario del Pc italiano, espulso con ignominia dal partito, qualche anno di confino dietro le spalle, Amadeo Bordiga non fu mai un oppositore del regime. Voleva abbattere il capitalismo, e del fascismo non poteva importargli di meno. Pertanto, una volta scontata la pena, si ritirò a vita privata senza neppure sognarsi di combattere la dittatura del suo ex amico Benito Mussolini. 

A differenza degli altri comunisti – che scesero sul sentiero di guerra contro l’ex direttore dell’Avanti autoproclamatosi Duce, un po’ come Stalin s’era autoproclamato Padre dei popoli e Togliatti «il Migliore» – Bordiga era «bordighista» abbastanza da lasciare che il fascismo passasse, come un’emicrania della storia. Aspirina e santa pazienza. Non serviva altro. Con «bordighismo», del resto, s’intendeva proprio questo: se all’ordine del giorno c’era la palingenesi sociale, bene, perché no, ma se c’era soltanto da distribuire volantini e da rendere testimonianza d’antifascismo, allora no, grazie, i bordighisti in generale e Amadeo Bordiga in particolare non erano disponibili. Agli occhi di Bordiga il regime dei salti nel cerchio di fuoco, del manganello e dei pugni sui fianchi non era che un’increspatura sull’onda della storia.

Sull’orizzonte, ancora invisibile, si stava già alzando lo tsunami della rivoluzione socialista, uno sconquasso dell’ordine universale che si sarebbe abbattuto, secondo profezia, sul «bagnasciuga» del vecchio mondo, devastandolo e trasfigurandolo. Era tutto scritto. Inutile scalmanarsi, pensava Bordiga. Tempo al tempo, e il capitalismo avrebbe avuto il fatto suo. Così era scritto nei testi sacri con l’evidenziatore rosso fuoco.

Di questa singolare e bizzarra epopea tra Marx e Balzac rende conto l’ultimo libro di Giorgio Amico: Bordiga, il fascismo e la guerra. Storico delle eresie comuniste, autore di testi importanti sulla storia dell’ascesa e caduta dei movimenti goscisti nel Novecento, Giorgio Amico racconta il «ventennio» di Amadeo Bordiga nel dettaglio e senza condividerne le scelte, a suo giudizio poco coraggiose. Ma qui non è questione di coraggio. Come Marx, che passò la vita a parlare del capitale senza che gli ballasse una sterlina in tasca, Bordiga non fece che disquisire per tutta la vita della Storia maiuscola – dove presto o tardi ma infallibilmente avrebbero finito per scontrarsi gl’immani eserciti di classe chiamati a contendersi il mondo dal Manifesto del partito comunista– mentre a lui personalmente non toccarono che storie minuscole. E dire che nel 1921 aveva fondato la sezione italiana dell’Internazionale comunista e che col suo estremismo e le sue intemerate antiparlamentari aveva ispirato a Lenin L’estremismo, malattia infantile del comunismo, uno dei suoi pamphlet più chiacchierati. Qualche anno dopo, nel 1926, aveva ridotto Stalin a balbettare: «Non avrei mai creduto che un comunista potesse parlarmi così. Dio vi perdoni, compagno Bordiga». Sempre nel 1926, tornato a Roma da Mosca, venne arrestato e gli fu sequestrata una borsa piena di dollari del Comintern destinati al partito italiano. A Ustica, dove venne confinato, organizzò insieme a Gramsci, suo amico e rivale, una scuola di partito. Ma una volta lasciato il confino, cacciato dal Pc d’Italia, riparò nell’ombra. Ingegnere, badò a tenersi lontano dai guai, e dai piani alti della Storia, dove per un po’ era stato di casa. 

 Trotsky, cacciato anche lui dal partito, gli mandò un messaggio dall’esilio turco, dov’era stato confinato dal Corifeo delle Scienze: «Lascia l’Italia, e raggiungimi qui a Prinkipo. Organizziamo insieme la grande rentreé della rivoluzione proletaria». Bordiga lasciò cadere l’offerta. Grazie, ma grazie no.

Lasciò cadere, in effetti, ogni offerta militante, quale ne fosse la provenienza. Non era aria, da come la vedeva lui, per la guerra di classe, né lui si sarebbe impegnato per meno. Napoletano e fatalista, attendeva che passasse «’a nuttata» della «fase controrivoluzionaria». Venne a patti col fascismo? Be’, non lo affrontò a petto nudo, con un coltello tra i denti, invocando la democrazia o il ritorno del parlamento, irriducibilmente antidemocratico e antiparlamentarista com’era (ben più di Mussolini o di qualsiasi fascista). Si rivolse ai tribunali borghesi, trattò con la polizia, ebbe parole d’elogio (forse sincere, ma forse no) per le imprese coloniali del DUX, dichiarò di preferire il Führer (e qui fu sincero) alle democrazie occidentali. Detestò la Resistenza, della quale si fece beffe fino all’ultimo (e qualche ragione, dal suo punto di vista d’«ostinato e immobile marxista», certamente l’aveva, o almeno la fantasticava). Non s’ammorbidì nemmeno nel dopoguerra, quando gli si raccolse intorno una claquedi seguaci: il Partito comunista internazionalista, progenitore d’ogni gruppuscolo goscista a seguire. Ancora non era passata la nottata. Venne a patti con la democrazia come nel Ventennio era venuto a patti col fascismo: ignorandola e beffeggiandola, da quello snob che era.

Viveva nell’Italia e nel mondo reale da marziano. Non partecipava, era fuori dal gioco, e comunque non ne conosceva le regole, né intendeva impararle. Più naif che discreto, gli piaceva guidare il suo gruppuscolo d’illuminati senza mostrarsi in pubblico. Ciò «ricorda molto da vicino» – postilla Amico – la storia di Robert Barcia, importante industriale farmaceutico parigino, morto nel 2009, che i suoi colleghi della Confindustria francese conoscevano come uomo di grande simpatia, fin quando in seguito a un’inchiesta giornalistica dei primi anni 2000 si scoprì che, col nome di battaglia di “Hardy”, era in realtà il capo incontrastato di Lutte ouvrière, la principale organizzazione trotskista francese». Anche Amadeo Bordiga, come Barcia e i supereroi, che sotto la mascherina nera sono degl’incorreggibili esibizionisti, ebbe dunque un’identità segreta.

Non era perfetto, naturalmente. Tutt’altro. Una volta scrisse che «contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona singola come soggetto economico, titolare di diritti e attore della storia umana». Sono solo parole, d’accordo, e lui non le mise mai in pratica (lungi da lui mettere qualunque cosa «in pratica»). Ma quest’attenuante, che non fu uomo d’azione ma d’opuscoli e di «riunioni generali», varrebbe anche per Pol Pot, se il macellaio maoista si fosse fermato a Parigi a filosofare davanti a un pernod con i suoi amici esistenzialisti del Café Voltaire, e non fosse tornato in Cambogia a far danni. Bordiga, ideologicamente parlando, fu un cattivo soggetto, un «malamente» dell’immaginario politico. 

Proclamò la nobiltà dell’«anonimato»: la funzione della personalità nella storia era meno di zero. Ma il suo fan club ne fece un’icona, e lui non fece niente, salvo schernirsi un po’, come le primedonne nelle conferenze stampa, contro questa deriva da rock star (altro che anonimato). Fu anche profeta, come i Padrini di Scientology o dei Testimoni di Geova. Scrisse che nel 1975, cinquant’anni dopo l’età del Comintern e dell’Armata rossa, sarebbe immancabilmente tornata la «fase rivoluzionaria, anonima e tremenda». Sono passati altri cinquant’anni, e ancora niente. 


Giorgio Amico, Bordiga, il fascismo e la guerra (1926-1944), Massari Editore 2021, pp. 240, 15,00 euro
Nella diffusione e/o ripubblicazione di questo articolo si prega di citare la fonte: www.utopiarossa.blogspot.com

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Titolo razzista dell’anno

Scopro oggi che per Repubblica i neri (umani) non sono Primati:

Repubblica si dimentica di precisare se sono Tubulidentati o Chirotteri.

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Ursula, il SuperPartito Unico!

Su questo blog, abbiamo sempre definito il partito che governa la nostra città il Partito Unico, per diversi motivi.

Il primo è che nasce dalla fusione dei Due Partiti, quello di Peppone e quello di Don Camillo, che dopo essersi fatta la guerra per mezzo secolo sono diventati Uno.

Secondo, perché le altre formazioni politiche sono… beh, come a scuola, ti danno l’opportunità di chiuderti al bagno o in cabina e scrivere qualche rima sconcia contro il preside senza essere visto, poi passa il bidello e cancella tutto.

L’altro giorno c’è stata qui al Galluzzo la Festa dell’Unità, che forse pensate abbia qualcosa a che fare con questo vecchio quotidiano italiano:

Invece, a quanto pare, la parola Unità fa riferimento alla miracolosa capacità del Partito di unire tutto.

Infatti, il nostro sindaco deve aver sentito che in giro per l’Italia ci sono ancora altre forze politiche che non sono state unificate.

E così pare che alla Festa dell’Unità, Dario Nardella abbia proposto di creare un Partito Unico nuovo, che a quello vecchio sta come l’ipermercato sta al supermercato.

Praticamente, ha proposto di mettere insieme quelli di Sinistra che ce l’hanno con la Destra, quelli di Destra che ce l’hanno con la Sinistra, e i Vaffanzisti che ce l’hanno con entrambi, fondendo PD, LEU, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle.

“Il sindaco martedì sera ha invitato sul palco della festa dell’Unità del Galluzzo un parterre inedito con 3 ministri – Luigi Di Maio dei 5 Stelle, Roberto Speranza di Leu e Mara Carfagna di Forza Italia – approfittandone per tracciare un’ipotesi di rotta politica per il Pd e il centrosinistra: e se l’alleanza parlamentare e di governo si trasformassero in un esperimento politico? Se Pd, sinistra, 5 Stelle e moderati liberali provenienti dal centrodestra stessero insieme […]?”

E in effetti, perché no? A parte diverse clientele di poveretti che li hanno votati per tutt’altro motivo, cosa distingue realmente questi professionisti della politica?

Il simbolo di questo nuovo SuperPartito Unico sarebbe la Ursula von Leyen, tanto che Repubblica titola così la notizia:

Paniscus ha gentilmente preparato il logo del futuro SuperPartito Unico di Centrodestrasinistravaff, con un’immagine che ricorda un’Ursula che ha un piede dappertutto anche lei.

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Burocrazia cinica (2)

alla prima parte

Siamo partiti da una minuscola ma significativa goccia: il nuovo regolamento del Comune di Firenze per le aree cani.

Ci sono (teoricamente) 46 aree cani a Firenze.

Tra le norme, troviamo ad esempio il divieto di giocare con i cani perché ciò potrebbe “creare fonti di eccitazione”.

Questa è la classica cosa che gli italiani buttano sul personale. I burocrati sarebbero persone che si inventano cavilli assurdi per rendere difficile la vita alla gente normale. Anzi, “burocrate” è diventato una specie di insulto (mentre è ovvio che caratterialmente sono in media come tutti gli altri).

Anch’io una volta probabilmente ragionavo così, ma frequento burocrati da abbastanza tempo, da riuscire a ricostruire, nell’immaginazione, ciò che deve essere successo.

Un giorno, nell’Area Cani n. 23, il padrone di un cane ha lanciato un frisbee. Il cane di un altro gli è corso dietro, i due cani hanno litigato e si sono fatti leggermente male.

E siccome uno dei due padroni è un avvocato, ha pensato bene di chiedere un risarcimento al Comune perché manca il divieto di lanciare dei frisbee.

Il cerino è rimasto in mano a un burocrate, che ha pensato a salvarsi inventando un nuovo divieto.

Il burocrate ha tutte le ragioni.

Anzi, sicuramente quella volta lì, in quell’area cani, sarebbe stato molto meglio se quel canaro avesse lasciato il frisbee a casa.

Il nuovo divieto che il burocrate impone ha però necessariamente due caratteristiche.

Uno, deve coprire anche casi futuri. Che non saranno mai identici, ma solo simili. Se un padrone, invece di un frisbee, lanciasse un bastone? Oppure una palla? Oppure qualunque altra cosa?

Quindi per un incidente specifico, si crea un divieto il più possibile generico.

Due, il divieto deve essere identico ovunque. Non solo nell’Area Cani 23, quindi, ma anche in quella 1, 2, 3, 4…

E’ un Principio di Prevenzione mille volte più esigente di quello richiesto dai critici dei vaccini.

In tutto questo, il Burocrate non ha mai consultato un padrone di cani, un esperto di cani e nemmeno un cane.

Ha consultato la Tabella Rischi Legali per Funzionari, stilata da altri Burocrati come lui: denuncia per non aver messo un cartello di divieto, rischio 10; denuncia perché tutti i cani della città si ammalano lentamente di depressione canina difficilmente diagnosticabile, rischio 0.

Il Burocate ha deciso da solo, ma ha deciso per padroni e cani, e i padroni (e i cani) che non obbediranno potranno essere puniti.

Ora – ambasciatore non porta pena – conosco gente che dirà che i padroni dei cani sono stati già consultati.

Se ho capito bene, ragionanon così:

“Come tutti i cittadini, i padroni dei cani hanno votato tre anni fa per i candidati alle elezioni comunali che i partiti avevano presentato loro; e gli eletti hanno approvato in Consiglio Comunale il nuovo regolamento, scritto dai burocrati.”

Ricapitoliamo: Tizio ha votato per il Partito che ci Doveva Salvare dagli Immigrati, Caia ha votato per il Partito che ci Doveva Salvare dai Fascisti, e quindi hanno solo se stessi da rimproverare, se quelli che hanno votato hanno deciso che loro non possono più giocare con i propri cani.

Per fortuna in Italia esiste ancora un ampio margine di libertà: tutti potranno continuare a fare ciò che vogliono nelle aree cani (anche i clochard e/o i drogati, che ripeto non hanno uno spazio proprio, ma hanno un sano bisogno anche loro di vita all’aperto).

Se i pochi vigili che ci sono dovessero pure occuparsi di queste cose…

Come dicono qui sempre al Comune, “va tutto bene finché non succede qualcosa“.

E quando succederà qualcosa, il Burocrate sarà al sicuro da eventuali rischi legali, e potrà scaricarli tutti sui padroni dei cani.

Perché ritengo fondamentale questa storiella?

Perché è un minuscolo esempio, molto facile da analizzare, di un meccanismo che attualmente governa l’intero pianeta.

Ora, qual è l’essenza di questo processo di Prevenzione Totale?

Poniamo che esista un Bosco, ed esista un Deserto.

Il Bosco è ricco di una diversità incredibile di vita, dove nessuna specie riesce a sopraffare l’altra, e che sviluppa da solo forme di coesistenza spontanee, non programmabili. Ma ci sono anche lupi e altri animali pericolosi.

Il Deserto è una non vita, sterile, dove tutti i granelli di sabbia sono identici agli altri. Ma non ci sono i lupi. E nemmeno nient’altro di vivo.

In questo contrasto sta l’essenza di tutta la questione ambientale: senza biodiversità, senza varietà imprevedibile, senza l’incontrollabile, ci estingueremo tra breve. Però in un ambiente uniforme e sterile.

Il Burocrate è uno sterilizzatore su grande scala: per eliminare un solo lupo in un solo angolo del bosco, ordina l’uccisione di ogni mammifero del bosco; per rimuovere i rami su cui qualcuno potrebbe inciampare, fa tagliare tutti gli alberi.

Insieme, capitalisti e burocrati hanno trasformato, come dice in maniera brillante Christopher Hadley, il landscape in blandscape, il blandorama uniforme e quantificato, i campi industriali con pochissime specie di prodotti, la cementificazione degli spazi periurbani, l’estinzione delle specie e dei dialetti…

Ovviamente la questione dei cani di Firenze fa sorridere a confronto, ma i meccanismi di livellamento sono identici.

Si può facilmente dire, “non c’è alternativa“, e temo che sia vero: il processo della distruzione di ogni diversità, l’atomizzazione e il controllo stanno accelerando a una velocità incredibile l’autodistruzione dell’umanità. E siccome la causa della catastrofe sta nella pretesa di controllare, il controllo non può essere la soluzione.

Ma proprio perché è di dimensioni minime la questione delle aree cani, è proprio uno di quei casi in cui l’alternativa esiste.

Il Comune di Firenze si dichiara infatti disponibile a

stipulare convenzioni e accordi per la gestione e la manutenzione degli spazi con associazioni”

Siccome è proprio la roba di cui ci occupiamo noi, ci permettiamo di tradurre dal burocratese.

“Cerchiamo canari disposti a sborsare 200 euro per registrare un’associazione all’agenzia delle entrate e impelagarsi in un mare senza fine di carte e rischi di controlli..

… allo scopo di vigilare affinché gli altri canari eseguano gli editti emanati dal Comune e per risparmiare un po’ di soldi al Comune stesso occupandosi di piccoli lavori di manutenzione.

Mettendoci soprattutto la Firma, perché la responsabilità legale possa ricadere su di loro e non sui Burocrati”.

Eppure idealmente, potrebbe essere il contrario: i canari amano davvero i loro cani e ci tengono ai luoghi dove li portano, hanno probabilmente ciascuno tante capacità diverse. E gestire un’area cani non è mica difficile come gestire un sistema fognario.

Si potrebbero affidare le aree cani ai loro utenti, con un minimo assoluto di regole dall’alto. Lasciando che ogni area si crea le proprie regole da sé, secondo la propria esperienza, reale, vissuta e concreta, anche cambiandole di settimana in settimana.

Come quando si lascia incolto un terreno cementificato, ne verrebbe fuori con il tempo un Bosco, una biodiversità di luoghi, alcuni belli, altri brutti…

Pubblicato in ambiente, Censura e controllo globale, esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini | Contrassegnato , , | 321 commenti