Per una Nuova Agricoltura Contadina

Nel contesto della rivolta europea dei trattori, un gruppo di contadini e loro amici ha lanciato questo manifesto per la “Nuova Agricoltura Contadina“, proprio qui, a Firenze. Se volete aderire, potete mandare una mail a nuovagricolturacontadina@gmail.com

La nuova agricoltura contadina si distingue alla radice dall’agricoltura industriale, quindi stronchiamo subito le due obiezioni che tanti solleveranno contro questo manifesto.

Uno…

Eh, ma senza tonnellate di chimica e montagne di burocrazie, non si sfama il mondo”.

Qui ci sarebbe tanto da discutere – come la “chimica” (per semplificare) desertifichi il suolo; o di come i controlli formali siano tarati sulle grandi imprese industriali.

Ma tagliamo la testa al toro (senza averlo riempito prima di ormoni): qui stiamo parlando della possibilità per chi vuole di fare un’agricoltura senza “chimica” e senza “burocrazia”.

Però c’è anche un punto che mi affascina perché sovverte tutti i nostri punti di riferimento.

Qui si propone di decommercializzare le attività di autoproduzione.

Oggi, l’artigiano che costruisce con le sue mani un violino, o la pastora del Chianti che fa il formaggio di pecora e lo vende in Piazza Tasso, sono equiparati al negoziante, ma anche allo speculatore immobiliare o al trafficante in investimenti bancari: sono “imprenditori” che fanno “commercio“, su cui opera una tassa specifica, l’Iva, diversa dalle “tasse” ordinarie che giustamente paghiamo tutti per avere strade o scuole o ospedali.

Mi dicono che da qualche parte nel Capitale di Marx che io non ho letto, c’è scritto che esistono due modi radicalmente diversi di scambiare beni e denaro.

Il primo: coltivo rape/trasformo il legno in violino; poi vendo rape/violino a qualcuno, che mi dà un po’ di soldi; e trasformo quei soldi in una cosa importante per me, un pasto, una casa, un libro.

Bene – Denaro – Bene 1

Il secondo modo è… mi trovo tra le mani dei soldi, e voglio averne ancora di più. In mezzo, qualunque cosa può fungere come la schedina di Totò:

Ogne semmana faccio na schedina:
mm a levo ‘a vocca chella ciento lire,
e corro quanno è ‘o sabbato a mmatina
‘o Totocalcio pe mm’ ‘a ji a ghiucà.

Per cui scommetto su… i ceci boliviani, gli schiavi neri, il film di successo, la lotteria di capodanno, i missili da lanciare sul nemico, il cantante di Sanremo, il vino del Chianti, il palazzone di cento piani, il grano da sfruttare per farne biocarburante…

Denaro – Bene – Denaro 1

E’ una scommessa anche la nostra, che si possa escogitare una maniera per distinguere chi ci vende il vino in piazza da chi specula sulle armi in borsa.

Ma è parallela e tanto vicina a una battaglia che abbiamo già vinto: quella che ha fatto saltare la mostruosa dicotomia “pubblico/privato”, e ha introdotto l’idea di cittadini attivi, che non ricercano un guadagno personale, ma agiscono per il Bene Comune.

OBBIETTIVI PER UNA NUOVA AGRICOLTURA CONTADINA

Centro Studi per la nuova agricoltura contadina

Firenze,18 febbraio 2024

Le manifestazioni dei trattori, nate dall’evidenza di essere nel vicolo cieco, senza futuro perché il dominio dell’industria, dopo la rincorsa all’agricoltura 3.0, 4.0, 5.0, porterà alla fine ad alimenti prodotti in fabbriche/laboratorio, alla ricerca dei prezzi più bassi e di profitti più alti, vengono astutamente interpretate dalle istituzioni politiche come richieste allineate a quelle della finanza, che vuole più glifosate, più tecnologia, più veleni, cioè proprio quegli strumenti che hanno portato l’agricoltura in fallimento, e perciò bisognosa di finanziamenti, che bastano sempre meno a remunerare i contadini ma a sostenere un apparato sempre più invasivo. La crisi dell’agricoltura impone una via di uscita dalla catena infernale dell’agricoltura industriale.

La costruzione di un nuovo mondo contadino è la base necessaria della transizione ecologica, della messa in sicurezza del territorio, della salvezza delle città, della bonifica della terra, delle acque, dell’aria e del cibo da ogni forma di inquinamento.

Tali scopi del più alto interesse pubblico passano dalla promozione di un’agricoltura autonoma dall’industria, senza inquinanti, dalla forestazione e/o piantumazione con i maggiori assorbitori di anidride carbonica, dalla difesa della biodiversità, dalle policolture, dalla produzione di alimenti della più alta qualità.

È nuova agricoltura contadina ogni podere o unità produttiva coltivata da una comunità familiare, amicale, associata in qualunque modo, orientata a utilizzare macchine di potenza totale sempre minore, eliminando la chimica di sintesi, producendo soprattutto per l’alimentazione, allevando animali non in batteria e operando in policoltura, come tale non è un’attività speculativa.

  • È riconosciuto ai contadini agro-ecologici il diritto all’analfabetismo burocratico e digitale. Tutte le pratiche pubbliche saranno a carico pubblico, espletate da funzionari appositi e itineranti, a cui deve essere dato l’incarico di completarle senza lavoro-ombra a carico del contadino.
  • Da questo e dall’assenza di scopi speculativi discende che la nuova agricoltura contadina dev’essere esentata dall’obbligo di iscriversi alla camera di commercio e dall’IVA.
  • Saranno finanziati dal pubblico a misura sul lavoro compiuto le opere di pubblico interesse di manutenzione del territorio con sistemazioni agrarie come: la costruzione o ricostruzione dei muri a secco, della rete idrografica, la manutenzione delle strade vicinali, la bonifica di terreni degradati, la piantumazione di varietà migliorative del microclima.
  • Riservare una quota parte del terreno a siepi, alberature, fossi e sistemazioni agrarie, mantenere e accrescere la fertilità del suolo. Tutto ciò non rappresenta solo un valore di bellezza del paesaggio, ma aumenta la qualità e quantità delle produzioni.
  • Istituire cantieri di lavoro per i nuovi insediamenti contadini con impiego di disoccupati, operai in cassa integrazione, tirocinanti, studenti con borse di studio e immigrati. I cantieri saranno centri di istruzione e sperimentazione, comprendente ogni aspetto della nuova vita rurale e a cui si potranno aggregare anche le scuole di ogni ordine e grado nelle attività pratiche inseparabili dalla formazione. Le associazioni che da anni lavorano in queste materie e rappresentano le varie forme di agricoltura ecologica, organizzeranno il personale docente. In particolare si studieranno e sperimenteranno gli strumenti per la migliore trasformazione artigianale dei prodotti, le tecniche per l’uso di animali nelle attività di trasporto, le piccole attività di trasformazione dei prodotti agroalimentari e altre, come molitorie ad acqua o micro-impianti di produzione energetica rinnovabile nella prospettiva di una rinnovata sovranità tecnica.
  • Istituire per cinque anni un salario di contadinanza per chi intraprende un’attività di nuova agricoltura contadina.
  • Istituire un servizio per l’istruzione, la verifica e i controlli delle buone pratiche e della qualità dei prodotti alimentari delle attività della nuova agricoltura contadina.
  • Sostituire le certificazioni biologiche con autocertificazione comprovate da controlli chimici anche da parte di un servizio di controllo all’interno della comunità sull’ambiente e sui prodotti alimentari che verifichino l’assenza di chimica di sintesi.
  • Riportare in vigore per i nuovi contadini la vendita diretta al dettaglio o al pubblico in regime di esenzione e quindi senza pagamento del suolo pubblico, garantendo la tracciabilità del prodotto con l’autocertificazione.
  • Facilitare l’accesso alla terra promuovendo la concessione delle terre agricole demaniali o pubbliche o private alla nuova agricoltura contadina, e a tale scopo concesse per periodi crescenti in base ai risultati per attività, liberalizzando il rapporto fra proprietà e conduttori; sono parimenti liberalizzati i rapporti di collaborazione e di volontariato in agricoltura anche sotto forma di cooperazione di comunità;.
  • Premiare le filiere corte attraverso reti di comunità alimentari tra produttori e utenti. In particolare, agevolare cooperative di cibo contadino che non solo venda a domicilio ma incentivi il mestiere per attirare nuove generazioni; ed è giusto che siano a carico di tutta la società comunale, regionale, nazionale.
  • Vista al momento la scomparsa quasi totale della trasmissione diretta delle conoscenze pratiche di coltivazione e di vita agricola nelle giovani generazioni, ogni contadino della nuova agricoltura che lascia per malattia o limiti di età dovrà essere sostituito solo da comunità di apprendimento o di analoga produzione, col contributo pubblico.
  • Liberalizzare lo scambio, la vendita e selezione dei semi da parte delle attività dei nuovi contadini, purché prodotti da loro.
  • Il territorio agricolo non potrà essere urbanizzato e le nuove costruzioni rurali necessarie saranno realizzate in materiali naturali facilmente rimovibili. A questo scopo occorre allestire un nuovo catasto agricolo comprendente i terreni utilizzati in agricoltura contadina o a essa vocati, che si tratti di terreni demaniali o privati.
  • Fissare il prezzo minimo di ingresso in Italia di tutti i prodotti agroalimentari secondo il livello medio del costo di produzione nel nostro paese, purché coltivati secondo le norme vigenti.
  • L’Unione Europea deve garantire il diritto alla sovranità e all’autonomia alimentare di ogni paese nel rispetto delle usanze o tradizioni, e basata sulla solidarietà per compensare tutte le situazioni di necessità alimentari anche provocate da eventi straordinari.

Le leggi e regolamenti attualmente vigenti per l’agricoltura restano in vigore per l’agricoltura industriale. Per la nuova agricoltura contadina si costruirà un nuovo codice.

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Uitdaagrecht, anche a Firenze!

Uitdaagrecht è un parolone olandese, che spiegheremo alla fine, ma questa immagine riassume tutto, se ci aggiungiamo cinque cadaveri.

Avrete sentito della trave che in un cantiere ha stritolato le vite di cinque operai a Firenze.

La narrazione è scontata: se le Regole fossero state rispettate in fondo, forse non sarebbe successo.

Probabilmente vero, ma rischia di portarci su una pista falsa: le Regole spesso inutili divorano una quantità paurosa delle nostre vite.

Noi volontari non pagati da nessuno, per tenere aperto il Giardino, dobbiamo pagare l’assicurazione appunto sui volontari, l’assicurazione responsabilità civile verso terzi e addirittura l’assicurazione incendio edifici ecclesiastici, e dobbiamo fare anche un Piano Antincendio a nostre spese. Sapendo che comunque anche noi sbaglieremo sicuramente qualcosa.

Molto più semplicemente, il cantiere dove sono morti i cinque lavoratori non ci doveva proprio essere.

Sono esattamente vent’anni che lo dicono i cittadini che vivono in quell’area, riuniti nel Coexpami, il “Comitato ex-Panificio Militare, lo dicono. Denunciano, spiegano, documentano. E non se li fila nessuno.

Il luogo dove è avvenuta la tragedia era un “Panificio Militare“, quindi apparteneva al Demanio.

Il Demanio (che poi sarà pure un funzionario con nome e cognome) decide di non farne un parco, non farne edilizia popolare, non farne una scuola.

E ha pensato bene di venderlo nel 2002, senza consultare i residenti, a un certo Riccardo Fusi, che fantasticò di vari progetti, tra cui un palazzone alto 45 metri.

Ora, quando a un fiorentino dici “criminalità“, la prima parola che gli viene in mente non è “cocaina” ma “edilizia“.

Nel lontano 2011, la società del signor Fusi fu coinvolta in un’inchiesta:

«Presso l’ufficio urbanistica del Comune di Firenze gli interessi pubblici venivano sottomessi a quelli privati, in totale spregio rispetto all’obiettivo di una corretta e legittima gestione della cosa pubblica e in particolare del territorio e dell’assetto urbanistico di una città come Firenze».

Con queste le parole il GIP Rosario Lupo ha illustrato la situazione che ha portato alle gravissime accuse di associazione a delinquere e corruzione nei confronti di 24 indagati, di cui uno in carcere e sei ai domiciliari, tra cui l’ex capogruppo del PD Alberto Formigli, l’ex Presidente dell’Ordine degli architetti e socio della società Quadra Progetti Riccardo Bartoloni, oltre a vari dipendenti e tecnici comunali.

Fusi è inestricabile dal simpatico Denis Verdini, suocero di Salvini: Fusi e Verdini hanno trafficato per quindici anni insieme, dividendosi soldi e condanne penali.

Scarico oggi un articolo di tre anni fa, e il caso vuole che sulla colonna di destra ci sia un aggiornamento del 2024 sul “Crollo di Firenze”:

Il signor Fusi craccò, come capita ai suoi simili; ma sul cadavere di ogni avvoltoio, cala un avvoltoio cannibale.

Nel 2013, infatti, la Esselunga si impossessò dell’area, per farci appunto, una Esselunga.

Che c’è di male, la gente avrà pure fame!

Sieeh…

Il Comitato Ex-Panificio Militare fa sapere che vicino alla futura Esselunga ci sono già:

  1. La Conad di via Mariti a 100 metri
  2. La Coop di Novoli a 400 metri
  3. la Conad via Circondaria a 200 metri
  4. l’Esselunga di via Galliano a 550 metri
  5. l’Esselunga di via Milanesi a 750 metri
  6. la Coop di piazza Leopoldo a 650 metri
  7. la Coop di via Carlo del Prete a 600 metri
  8. la Lidl di via Benedetto Dei.

Il resto è scontato.

E’ scontato che quando leggi che a morire sono tutte persone venute da lontano e quasi tutte di una certa età, e uno pure senza permesso di soggiorno, capisci come funzionano i subappalti delle megaditte. Ogni volta che subappalti, ci fai la cresta, e togli qualcosa a quelli che vengono sotto.

Ma è normale. Perché la gente investe in Esselunga, mica per assicurare il cibo a te, lo fa perché ci vuole guadagnare il più possibile. Chiedere a loro di essere etici è come chiedere alla mia gatta di essere vegetariana.

Quello che non è normale, è che in Italia non esista, come in Olanda, l’Uitdaagrecht, il right to challenge, che il Comune di Amsterdam introduce con queste parole:

“Come residenti, ovviamente conoscete meglio il quartiere in cui vivete.”

“I promotori hanno il diritto di presentare un piano per svolgere o co-produrre autonomamente i compiti esistenti del comune, se ritengono che in questo modo si rifletta meglio ciò che accade nel quartiere o nella città.”

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Problemi tecnici

Se siete arrivati fin qui, probabilmente noterete campanelli di allarme vari, tipo, “Vuoi entrare nella giungla? Lo fai a tuo rischio e pericolo!” e problemi con i commenti.

Se ho capito bene, è scaduto il certificato necessario per l’https, sto aspettando che un amico lo aggiusti.

Comunque è solo il problema di una scadenza, non dovrebbe essere successo niente.

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Vitamorte

Due giorni di vitamorte, da condividere, con chi vuole e ha pazienza.

Ieri, facciamo il corteo di Carnevale del rione.

Io ho l’incarico di mandare la pec alla questura, che lancio nel cliccatoio senza aspettarmi, né ricevere risposta.

Il nostro rione, invaso, svuotato, sfrattato, speculato, con i palazzi che crollano e i prezzi che volano, dove i peruviani sbucano fuori dagli anfratti misteriosi in cui passano la notte, per pulire i bedenbrecfas che i proprietari non visitano mai.

Alle 16.30, all’angolo di Piazza Tasso sotto il Tabernacolo dipinto dal Giottino, che usava il chiaroscuro dalla “maniera dolcissima e tanto unita“.

All’angolo della Piazza, quattro della polizia municipale, tre in divisa, e una invece è una delle nostre mamme che assieme al marito sta raccogliendo le storie del rione, prima che spariscano: la prima sarà quella di Libertario, 102 anni, che vive in Via del Leone, proprio di fronte alla casa che fu dell’architetto statunitense cui ammazzarono la figliola.

E poi dal nulla spunta una folla che diventa sempre più grande. Babbi, mamme, e tanti bambini che non si vedono mai, nonne, mamme con le pance cariche di altri bambini ancora, che tra poco porteranno i figlioli sui nostri marciapiedi larghi trenta centimetri… donne sanfredianine di nascita, ed etiopi, e statunitensi e indiane. E provo una strana sensazione di esaltazione, a scoprire che ci siamo e siamo vivi!

Comunicando il corteo alla questura, avevo parlato di duecento persone… Chiedo a uno della polizia municipale, “ma tu, che sei più esperto di me, quanta gente pensi che ci sia?” E mi risponde, “almeno il doppio!

Due giovani spacciatori marocchini appaiono e scagliano insulti in dialetto contro quelli della polizia municipale. Traduco per il vigile, che sorride, e mi risponde, “quello alto era anche bello, ma l’altro era proprio bruttino“.

In testa al nostro corteo, il Cavallo Fulmine, e in groppa al Cavallo Fulmine la sempre surreale Francesca. Che viene dalla Sardegna, e tiene insieme pezzi enormi di rione.

La mattina dopo, con un sole troppo bello per essere febbraio, andiamo a portare un ramoscello di alloro sulla tomba di Vernon Lee, che scrisse il Balletto delle Nazioni. E che salvò il nostro rione dalla distruzione modernista, e Firenze nemmeno lo sa.

Al Cimitero agli Allori, solo che a differenza di tre anni fa, non fa per nulla freddo.

Per arrivarci, passiamo come sempre davanti alla casa dove nacque Florence Nightingale, quella della Croce Rossa; che aveva una sorella Parthenope nata a Napoli, e una sorella Athena nata ad Atene.

Siamo io, una danzatrice decisa, delicata e dolente di cui non vi dico il nome, Ugo, Bella la ceramista californiana che è sulla tracce della pittrice Violante Siries, la Federica del Palmerino e sua sorella, una scrittrice argentina che sta traducendo le opere di Vernon Lee in spagnolo, e la Cecilia alla cui pagina, non siete autorizzati ad accedere.

Bella depone il nostro mazzo di alloro sulla tomba di Vernon Lee, che lei chiama, la nostra angela custode.

E Federica racconta di come sua nonna volle fare una lapide per Vernon Lee, sulla tomba, e come venne il prete anglicano per benedirla.

Poi spulciando tra le carte, scoprirono che Vernon Lee aveva chiesto che sulla sua tomba non comparisse il suo nome. Oggi infatti, trent’anni dopo, mentre le altre tombe di famiglia si leggono, sulla sua è scomparsa la scritta, che con Vernon Lee succedono queste cose.

Ascolto Bella che racconta di come si sta scoprendo in questi anni, il ruolo di donne tessitrici, di donne artiste, di donne scomparse dalla storia, eppure c’erano.

Oggi mi chiama un’amica straordinaria, molto più giovane dei suoi tanti anni, che con dolce ironia, a Firenze fa rivivere, se non i morti, almeno tanti condannati a morte.

Mi dice che sua figlia è stata massacrata a colpi di pentola in testa dal suo compagno, che poi si è suicidato.

La figlia si è salvata, perché lo ha guardato in faccia, e gli ha detto, “non mi uccidere“. Lui ha desistito, ma adesso mentre lei è in ospedale, è lei a sentirsi colpevole del suo suicidio.

Sulla tomba di Vernon Lee, Federica legge da un foglio stampato uno degli ultimi scritti di Vernon Lee. Poi mi guarda, e mi dice, tienilo tu Miguel.

Eccolo, e forse spiega tutto quello che abbiamo scritto sopra.

Cui bono

Ho sempre più la sensazione della completa mancanza di scopo nella vita stessa, o meglio della natura illusoria dei diversi fini che applichiamo alle varie parti della vita come un dato di fatto.

Ma con questa sensazione cresce anche la convinzione più forte e più sicura che questa mancanza di scopo non deve farci dubitare del valore della vita per noi, o della grandezza della vita stessa.

Tutt’altro: perché se questi fini sono un’illusione, non è forse un segno che la vita è autosufficiente, che è sufficiente vivere la vita, la nostra vita, nella sua costituzione imperiosa?

Sono le necessità della vita stessa e la sua potenza che portano a queste azioni, a questi sentimenti, a questi pensieri che la ragione riflessiva cerca invano di spiegare e legittimare attraverso i fini. Per di più, questa stessa ricerca di fini, questa critica e intervento della ragione, è solo un’altra manifestazione di queste necessità forse senza scopo, e della potenza delle cose.

Perché viviamo? -Ditemi innanzitutto perché gli atomi si attraggono l’un l’altro, perché l’umidità si condensa sulla terra ed evapora dalla sua superficie, spargendo sabbia e scavando rocce; perché gli animaletti nel gesso si ammassano a formare i continenti e i piccoli coralli costruiscono isole nel corso dei secoli? Perché il polline dei fiori è trasportato dal vento, perché le carcasse degli animali restituiscono al suolo gli elementi che vi hanno sottratto?

Per niente, ma per tutto. E perché pensiamo e, pensando, ci poniamo tutte queste domande, se non perché il pensiero e la domanda sono modi di essere della nostra stessa vita. E se continuiamo a pensare abbastanza a lungo, potremmo arrivare alla conclusione che “a che scopo?” è una domanda che l’uomo ha il diritto di porre solo quando si tratta delle proprie azioni, ma che ha il dovere, quando si tratta di queste ultime, di porla a volte in modo più critico di quanto non faccia.”

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Il più grande appalto del secolo

Molto, molto tempo fa, l’umanità si divise in due, tra quelli che facevano la fila per farsi vaccinare contro il Covid, e quelli che accettavano di farsi licenziare, pur di non farsi vaccinare.

In questo conflitto, avevo due ferme incertezze.

La prima, che essendo laureato in lingue orientali e non in medicina, ci capivo il giusto; e che magari anche molti laureati in una delle centomila medicine ci capivano il giusto, e che tutte le voci che mi arrivavano, da una parte o dall’altra, erano frutto di pregiudizi più che di profonde e documentate riflessioni.

Per cui non ho mai dato eccessivo peso alle critiche contro il contenuto dei vaccini, tanto che mi sono anche vaccinato per amore di quieto vivere, e sono ancora vivo.

La seconda ferma incertezza, era che si trattava dell’Appalto del Secolo (poi scoppiò la guerra che rende ancora di più, e mi confondo).

Vedete, diversi anni fa, ho vissuto uno scambio intenso: io insegnavo inglese ai funzionari della Glaxo (oggi un impronunciabile GSK plc), e i funzionari della Glaxo, conversando in inglese, mi insegnavano in cambio come funziona il mondo dell’industria farmaceutica.

In questo dialogo con persone spesso simpatiche, dirigenti e tecnici e venditori mi hanno insegnato come si fanno gli studi medici:

la megaditta X fa un prodotto, contatta un Noto Accademico per testarlo, dicendo che lo pagheranno solo se i risultati sono favorevoli

il Noto Accademico presenta uno studio in cui dice di aver fatto un tot di esperimenti, elencati in dettaglio tecnicamente ineccepibile, da cui emerge che il prodotto è abbastanza buono (mai esagerare!)

nessuno pagherà mai per fare un controesperimento: il peer review riguarda solo la forma, in cui il Noto Accademico è un esperto.

Tralascio i discorsi tra l’ammirato e l’invidioso che mi facevano poi, sul tenore di vita del Noto Accademico

Con lo studio redatto dal Noto Accademico, il venditore della ditta farmaceutica va dal direttore dell’ospedale X, e si scrive insieme il bando, che prevede che il prodotto vincente deve corrispondere esattamente alle specifiche del prodotto presentato dalla ditta in questione.

Poi mi chiamavano a fare da interprete (in questo caso non per la Glaxo) e scoprivo ad esempio che il bando per le siringhe specificava la lunghezza esatta di aghi prodotti proprio dalla ditta il cui agente aveva scritto il bando. A buon rendere, perché il prossimo appalto lo poteva scrivere la ditta concorrente, quindi niente cattivo sangue, e soprattutto nessuno così indispettito da pagare per smentire gli studi scientifici pagati dal vincitore.

Poi si arrivava nello spicciolo, a promuovere le prescrizioni da parte di singoli medici. Ad esempio regalando inviti a conferenze di aggiornamento da svolgersi in note località marinare brasiliane: la parte scientifica si svolgeva solo la mattina; pomeriggio e soprattutto sera liberi. E il bello che pagavano per una persona sola.

Medico italiano in viaggio di lavoro che studia l’efficacia di una nuova bevanda in Brasile. Tra poco manda un messaggio alla moglie che se ne sta a Coglioniano Veneto.

Questa era la norma quando non c’erano emergenze. Immaginatevi la pacchia, quando a comprare e imporre il prodotto del Privato è lo Stato con autoblindo e licenziamenti.

E se l’emergenza è tale che si fa sostanzialmente, prima il prodotto e poi la prova.

Grazie ai miei istruttori, quindi ho avuto la fortuna di intuire cosa stava succedendo.

E ogni tanto fa piacere sapere di averci capito davvero qualcosa!

Pino Cabras sul suo canale Telegram racconta così ciò che Francesco Forciniti (ex-parlamentare fuoruscito dalle 5 Stelle) riassume di una puntato di Report che non ho visto. Fate quindi tutta la tara al riferito del riferito, ma il quadro mi sembra chiaro:

Francesco Forciniti, con il quale ho avuto l’onore di condividere tante battaglie parlamentari giuste e coraggiose, ha riassunto mirabilmente l’inchiesta di Report sui cosiddetti vaccini anticovid:

Dal 2020 ad oggi l’Italia ha speso 4,4 miliardi di euro per 381 milioni di dosi.

Più della metà sono già finite in discarica oppure ci finiranno a breve perché scadute o non aggiornate, con buona pace della svolta green.

Gli stati nazionali sono stati esautorati dalla trattativa con le case farmaceutiche, perché la Commissione europea ha negoziato in nome e per conto di tutti i Paesi membri.

Il primo contratto prevedeva un costo di 15 euro a dose, poi inspiegabilmente salito a 19 con un secondo accordo.

Le condizioni contrattuali (rigorosamente secretate) prevedono l’esonero da qualsivoglia responsabilità per i produttori su eventi avversi, la pubblicazione dei dati solo nel 2025 e l’impossibilità di utilizzarli in tribunale.

Il direttore generale dell’AIFA in una chat privata definì questi contratti un “capestro presa in giro per analfabeti con l’anello al naso”.

Quando ci si è resi conto che le dosi acquistate erano troppe si è rinegoziato l’accordo per prenderne di meno, ma le dosi alle quali si è rinunciato sono state comunque pagate a Pfizer con un indennizzo pari a 10 euro a dose, quindi gli stiamo pagando pure ciò che non ci hanno dato.

Nonostante ciò siamo vincolati fino al 2026 a prendere almeno 12 milioni di dosi all’anno quando si prevede di utilizzarne a malapena 2.

Ursula Von Der Leyen ha contrattato personalmente tali condizioni con il capo di Pfizer Bourla attraverso delle chat sul cellulare.

I dati sull’efficacia nel lungo periodo delle dosi erano falsi.

Mentre le istituzioni massacravano cittadini e PMI con green pass e super green pass, gli utili della Pfizer sono passati dai 9 miliardi di utili del 2020 ai 32 miliardi del 2022.

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Riflessioni contadine

Un paio di settimane fa, parlammo qui di contadini, citando tra l’altro Giovanni Pandolfini che lavora i campi vicino a Montespertoli.

Giovanni ha scritto questo testo per gli amici, che pubblico con il suo permesso.

UNA STORIA PER GLI AGRICOLTORI IN LOTTA E I CITTADINI CHE LI SOSTENGONO

di Giovanni Pandolfini

Qualche anno fa mi trovai a parlare con un agricoltore, un collega, che gestiva la sua impresa agricola cerealicola familiare nelle terre fertili e pianeggianti della zona del parco Milano-sud. Era molto preoccupato per il futuro della sua attività che sosteneva economicamente la sua famiglia da più generazioni.

I conti non tornano più, diceva :

“Le spese sono sempre in crescita così come gli obblighi burocratici, gli adempimenti fiscali, le norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro, quelle per la sostenibilità ambientale, quelle per l’adeguamento delle strutture , quelle per l’acquisto e la manutenzione delle macchine necessarie per lavorare la terra, per i semi, per le cure colturali (diserbanti,concimi e pesticidi) e per il trasporto dei prodotti, per non parlare poi del costo dell’energia, delle consulenze agronomiche, di quelle legali e commerciali di cui ho assoluto bisogno per lavorare e per sentirmi minimamente in regola e non correre rischi .”

Lamentandosi ancora aggiungeva :

“Dall’altro lato dei costi dovrebbero esserci adeguati ricavi ma.. il raccolto ha dei prezzi che a malapena coprono le spese correnti quando tutto fila liscio senza considerare i mille possibili intoppi che ormai sono sempre più frequenti, nuove avversità come insetti nocivi invadenti, attacchi fungini particolarmente forti, danni da selvaggina come ungulati e molti altri, lunghi periodi siccitosi senza pioggia, periodi con troppa pioggia e alluvioni, grandine e forti temporali con venti distruttivi, temperature fuori dall’usuale con escursioni termiche giornaliere intorno ai 20° e molte altre, l’unica nostra salvezza sono i contributi della PAC e le agevolazioni per gli acquisti delle macchine come contributi in conto capitale del psr (ovvero a fondo perduto, da non restituire) e i crediti di conduzione come le cambiali agrarie che le banche rinnovano senza troppe pretese .

L’associazione di categoria mi ha consigliato di specializzarmi, di ammodernare la mia impresa, di innovare le mie attrezzature, di investire con più decisione nella mia attività, di credere in me stesso e di affidarmi a loro per la consulenza finanziaria, per districarmi nella giungla dei contributi e nelle paludi degli obblighi di legge .

D’altronde sono sempre loro che hanno le cooperative ed i consorzi che mi vendono tutto ciò di cui ho bisogno e poi mi ritirano il prodotto nei loro centri di lavorazione e stoccaggio, non posso non considerarli.

Ovviamente per poter beneficiare dei contributi, che sempre loro mi aiutano ad ottenere, gli acquisti per l’innovazione e lo sviluppo della mia azienda devono rigorosamente essere effettuati con macchine nuove, sempre più costose e sofisticate. Un tempo i trattori e le attrezzature con una piccola officina, una saldatrice e un flessibile le riparavo io stesso oggi invece la meccanica si è fusa con l’elettronica e devo rivolgermi ad officine specializzate che costano un patrimonio,

La banca mi ha concesso crediti, scoperti,anticipi fatture perché faccio girare i soldi ma adesso mi sta dicendo che la mia impresa non è più tutta mia ma è un po’ anche loro e pertanto se veramente ci credo nella mia attività, così come ci hanno creduto loro, non posso rifiutarmi di mettere una firmetta per garantire con la mia proprietà immobiliare, la casa e la terra, tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che la mia famiglia ha costruito con tanto lavoro e tanta fatica nel tempo .

Ho le mani legate. Non so più come fare, devo lavorare di più ma ho bisogno di più terra, devo aumentare il mio giro di affari e di contributi.

Alla fine del suo ragionamento arrivava ad una conclusione :

Ho solo 150 ettari ed oggi con 150 ettari di terreni seminativi non si riesce a campare la famiglia ne occorrerebbero almeno il doppio per stare tranquilli ”.

Incredibile e completamente assurdo. Con quale contorcimento di pensiero si può arrivare ad una simile convinzione?

Il ragionamento del povero imprenditore agricolo modernizzato, specializzato, industrializzato e al passo più o meno col grado minimo di “legalità” occorrente alla sua attività, è più o meno questo :

Per lavorare la terra, assistere le colture, raccogliere e stoccare i prodotti che ottengo ho bisogno di attivare molti investimenti. Il loro ammortamento mi costa in modo sproporzionato a quello che posso realizzare vendendo sul mercato, a prezzi correnti, il frutto del mio lavoro (ammesso che vada tutto bene e con i rischi a mio carico). La mia attività diventa “possibile” solo se al prodotto vendibile aggiungo una quota di sussidio proveniente dal sistema di incentivazione agricola messo in campo dalla Comunità Europea con il suo complicato meccanismo di assegnazione.

E poiché il principale meccanismo di erogazione dei fondi PAC si riferisce ad un premio ad ettaro, ho bisogno di una superficie “minima” di cui disporre per rendere economicamente vantaggiosa la mia impresa . Si capisce che chi possiede una superficie di terra sotto questo limite non riesce a fare fronte ai costi di produzione e se non lo ha già fatto deve smettere, chiudere l’attività, chi è nei pressi di questo limite rischia molto lavora tanto e guadagna poco, chi invece possiede dieci o venti volte questo limite ha ben altri margini di tranquillità e di profitti interamente offerti dalla comunità europea attingendo al prelievo fiscale di milioni di lavoratori.

Avete mai visto un meccanismo più ingiusto?

Una superficie tale che mi consenta di investire sempre di più in innovazione tecnologica e maggior impiego di imput energetici e di coltivazione affinché riesca ad ottenere il massimo possibile e il più velocemente possibile dalla mia terra e al tempo stesso di attingere agli investimenti che il sistema propone via via più vantaggiosi nel momento.

Avete mai visto qualcosa di più pericoloso per l’ambiente e per la salubrità degli alimenti ?

Il livello di questa quantità minima di terra necessaria a questo tipo di sopravvivenza è estremamente variabile di anno in anno con la tendenza all’aumento e al favorire le grosse aziende ai danni delle più piccole .

Un percorso perverso e diabolico destinato a portare alla rovina quasi tutti i praticanti per farne emergere solo alcuni, i più strutturati, i più dotati di capitali alle spalle, i già grossi, i più predatori, a danno di tutti gli altri .

Questo rapporto fra superficie e sostenibilità economica è più evidente sulla specializzazione cerealicola o foraggera ma lo possiamo estendere a tutte le altre specializzazioni agricole più intensive come l’orticoltura, la frutticoltura, la viticoltura ecc ecc fino alla zootecnia con i sui mega allevamenti industriali.

Intermediari e GDO hanno tutto da guadagnare da un sistema simile e il produttore agricolo che si troverà immancabilmente ad avere in un preciso e limitato momento dell’anno una grande massa di prodotto quasi sempre deperibile è l’anello più debole dell’intero sistema .

Avete mai visto qualcosa di più pericoloso?

Invece.

150 ettari sono, per chi non avesse dimestichezza nelle proporzioni della superfici da coltivare, un campo di 1 Km per 1,5 Km, pari più o meno a 215 campi da calcio .

Come è possibile sostenere che con una superficie così grande di buona terra fertile di pianura con acqua a sufficienza in un clima temperato come il nostro, se pur in variazione, non si possa arrivare ad un reddito sufficiente per campare una famiglia.

Approssimativamente in 150 ettari potrebbero vivere e lavorare dalle 180 alle 200 e oltre persone e produrre cibo per loro stesse e per altre 800, con un livello di meccanizzazione minimo e con la quasi completa autosufficiente dal punto di vista energetico e di materie prime necessarie.

Sarebbe possibile solo praticando agricoltura contadina agroecologica .

Con un sistema di distribuzione locale e diretto dei propri prodotti, senza intermediari, senza consulenti, senza azzeccagarbugli, con l’assunzione diretta delle proprie responsabilità ambientali e sociali, con un meccanismo semplice ed efficace di garanzia partecipata sulla salubrità dei propri prodotti a livello locale, con un sistema di credito autogestito, con la possibilità di trasformare e conservare i propri prodotti in piccoli impianti artigianali, con regole diverse da quelle dell’agroindustria, si potrebbe ottenere anche un reddito dignitoso senza troppi sforzi e senza autosfruttamento.

Cosa è accaduto e cosa accade tuttora nelle nostre campagne? Perché un agricoltore arriva a sostenere il paradosso che non riesce a campare se stesso e la propria famiglia con soli?? 150 ettari.

Inutile chiedere e rivendicare alle istituzioni maggior investimenti, maggior attenzione ai lavoratori del settore primario, condizioni di vendita dei propri prodotti più dignitose, un reddito sufficiente alle proprie aspettative e ai propri bisogni, risponderanno sempre con più burocrazie, con più tecnologia, con più specializzazione e con più asservimento al loro sistema. E’ necessario uscire dalla condizione di impresa agricola in un mercato globalizzato e costruire un tessuto comunitario locale e decentralizzato che autonomamente possa disporre del proprio territorio, controllarlo e difenderlo.

Mille e mille autonomie di villaggio che attraverso la produzione del proprio cibo possano rappresentare il modo economicamente ed ecologicamente più sostenibile ed umanamente più piacevole di stare a questo mondo.

Avete mai visto qualcosa di più facile?

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Esseri furiosamente sociali (2)

Alla prima parte

E’ importante capire le premesse da cui si parte quando si tocca un tema come la mobilità.

Abbiamo parlato di due prospettive diverse: quella individuale e quella sociale in senso molto ampio: l’insieme del mondo di relazioni con altri esseri umani, con le generazioni passate, con tutto ciò che abbiamo attorno e dentro di noi e di cui viviamo.

La visione individuale oggi costituisce il criterio assoluto, riassunto nell’ingannevole frase, “la mia libertà finisce dove inizia la tua”.

Proviamo a guardare la città con una visione individuale.

Vedo il mio diritto di affittare o vendere la mia proprietà al prezzo che voglio io; di avere la strada sgombera per poter guidare la mia auto; di investire in quel che voglio io.

A patto di non parcheggiare il mio Suv in modo tale da impedire a un altro individuo di far uscire dal garage il suo, di Suv. Stiamo attenti ai diritti umani, perbacco!

Sembra il massimo della neutralità, che accontenta tutti gli Individui Umani Maggiorenni e Responsabili coinvolti.

Ma come tutte le cose fintamente neutrali, tesse un mondo attorno a sé, che determina violentemente tutte le vite.

Come sempre, cito un esempio dell’area fiorentina. Non perché sia minimamente importante, ma perché so di cosa parlo. E sono sicuro che voi potrete trovare tanti paralleli nelle realtà che conoscete meglio.

Qui abbiamo due immagini, a un anno di distanza, dello stesso terreno nel Comune di Campi:

Nel 2021, a Campi c’eran, giustamente de’ campi.

Poi arrriva qualcuno, si compra i campi. Presumibilmente con mutua soddisfazione dell’acquirente e dell’agricoltore che si è portato a casa un po’ di soldi invece di soli debiti.

La mia libertà coincide con la tua. Il Mercato al suo meglio. Facciamo pure finta che tutti i permessi fossero in regola e che il prezzo fosse proprio quello che il Mercato chiede.

Ora, sul terreno brullo che si vede a sinistra, l’acquirente ci ha costruito un gran capannone, che ancora non si vede qui.

Un anno dopo, la Regione Toscana lancia un appello per raccogliere fondi, perché un’alluvione inattesa, ha improvvisamente spazzato via vaste zone del Comune di Campi.

E hanno scelto di pubblicare proprio questa foto:

Se guardate bene, è esattamente il terreno che si vedeva nelle foto di prima, più il bel capannone nuovo di zecca.

Ora, quando si cementifica, si impermeabilizza. E quindi le acque che prima si muovevano lentamente e poi si lasciavano assorbire sensualmente dal terreno, fanno disastri. Specie in zone che fino a qualche decennio fa erano ricche di paludi, in grado di assorbire facilmente gli eccessi di pioggia.

La colpa non è ovviamente solo di quel capannone. Ma l’insieme di centinaia di scambi economici cementificatori, in cui entrambi i contraenti erano d’accordo, ha portato a danni stimati dal Comune in 300 milioni di euro. Circa cinque euro a testa per ogni italiano, neonati compresi, dalla Val d’Aosta a Noto.

In un certo senso, abbiamo visto che la libertà dell’acquirente finisce dove inizia la libertà di qualcun altro, solo che a quel punto il “qualcun altro” è un insieme, è un mondo intero. E’ la libertà di migliaia di campigiani, ma anche la libertà dell’acqua di scorrere. E le singole azioni devono essere valutate con un criterio di questo tipo, che va ben oltre, “e non mi parcheggiare il tuo Suv davanti al mio garage!”

Una decina di anni fa, quando abbiamo salvato il nostro giardino, c’erano quelli che contrapponevano noi piccoli umani, al “Privato“. Che era un eufemismo per definire un camorrista con ottimi avvocati.

Lì ho cominciato a chiedermi il senso della parola, privato.

Che casomai i privati siamo noi a cui è stato tolto qualcosa. La parola giusta per indicare l’Individuo Impossessante sarebbe dunque, il Privante.

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Esseri furiosamente sociali (1)

Si parlava nei commenti di mobilità: un tema immenso (anche il Canale di Panama prosciugato dal cambiamento climatico indotto tra l’altro da troppe navi è mobilità), dove tutto è collegato. Ma ne abbiamo discusso soprattutto dal punto di vista dei trasporti privati e pubblici in città.

Io ho scelto di parlare dell’unica cosa che conosco bene: il rione di San Frediano dell’Oltrarno fiorentino. Non perché sia importante, ma perché so di cosa parlo e quando lo faccio, non do fiato alle trombe.

A un certo punto, perdendomi in discussioni surreali, mi sono reso conto di una cosa.

E’ normale non essere d’accordo.

Ma se partiamo da premesse molto diverse, finiamo per non capire proprio ciò che l’altro sta dicendo.

Per cui vi dico la mia sulla mobilità, partendo molto, molto a monte.

Oggi, si pensa agli esseri umani come individui. Dotati di proprietà, di diritti e di doveri, passibili di arresto nel caso. In fondo c’è qualcosa di vero: ogni essere senziente, piattola o umano, vede il resto dell’universo dai suoi due piccoli occhi mortali, e non potrà mai essere davvero dentro nessun altro.

Eppure siamo anche esseri furiosamente sociali, legati tra di noi da un flusso incessante di doni, furti, inganni, amori, amicizie, eros, violenza, simpatia, sopraffazione, mutuo aiuto, affetti che oltrepassano le generazioni, curiosità, conformismi, ribellioni.

Veicolato, sempre, da quella cosa incredibile che è la lingua. Stessa parola che usavano duemila anni fa i latini, e ce la siamo trasmessi per innumerevoli generazioni, da nonna analfabeta a figlia a nipote.

Shakespeare, insomma.

Solo che poi le relazioni vanno persino oltre la lingua, riguardano gli orizzonti, i luoghi familiari che mutano, i sapori; e poi dietro i sapori, un universo in vasta parte ancora inesplorato: “un cucchiaino da tè di suolo può contenere un miliardo di creature viventi.”

Ma la socialità è anche dentro ciò che chiamiamo “noi” – dentro di me, ci dice chi ci capisce di più di me di quanto ci capisca io, i batteri-individui sono almeno pari per numero alle cellule che posso dire “mie”.

Questo significa che possiamo legittimamente guardare la vita umana da due prospettive diverse. Che portano a esiti molto diversi.

Continua…

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