La Putiara e il Campanile

Dietro paroloni come Destra e Sinistra, ci sono sempre esseri umani.

Per questo non si dice, “quel progetto di legge è errato“: la gente che decidiamo di etichettare come di Destra o di Sinistra, o la amiamo o la odiamo visceralmente.

Ciò che amiamo o odiamo è un archetipo, il “vero, assoluto sovversivo comunista di cui tutti i singoli sinistri sono pallidi riflessi“, ad esempio.

Mi è venuto in mente il detto siciliano, a putiara voli i piccioli, “la proprietaria dell’osteria/bottega vuole i soldi”, con cui si stroncano le chiacchiere oziose.

La Putiara fa un mestiere preciso (che magari facevano anche i suoi nonni) e vive da sempre nello stesso luogo.

Non ha alcun interesse a scoprire altri posti.

Quando la temperatura scende sotto i venti gradi, fa vestire il figliolo da esploratore artico, perché non bisogna esporlo a quello sconosciuto che è il freddo.

La Putiara sa che con le chiacchiere preti, nobili e notai ti fregano da sempre, e non crede a nulla: né alla religione, né alla scienza, né alla legge, né alla buona fede degli altri.

A nulla, andrebbe precisato, tranne la jella.

A differenza del hustler, però, la Putiara non intende scappare da nessuna parte, per cui sviluppa con cura i rapporti sociali che le interessano, tessendo legami rituali attraverso cene, matrimoni, battesimi e cresime.

Non lo fa per egoismo: la Putiara ama davvero i figlioli e i nipoti, e magari anche qualcuno che non è né l’uno né l’altro, ma che lei ha imparato a rispettare (come “lo Slavo”, misterioso personaggio d’Oriente, che le famiglie del paese sugli Appennini che ora non esiste più, accolsero a rischio della loro vita, durante la Seconda guerra mondiale, mentre i loro stessi figli scomparivano in una guerra incomprensibile in Russia).

La Putiara sa che l’uovo oggi vale molto più della gallina domani, e quindi diffida di ogni promessa o minaccia sul futuro: a differenza degli americani, per lei non esistono né Armageddon, né Gerusalemme Celeste.

La Putiara esprime il proprio pensiero per battute e detti, ma non lo elabora mai, per cui i suoi nemici – che hanno il monopolio della scrittura e dei media – la possono liberamente accusare di non avere idee, di pensare solo con la pancia.

La scrittrice inglese, Ouida, invece capì il vero sentimento della Putiara e il suo antico terrore, in un romanzo scritto un secolo e passa fa:

“Ma Pippo e Viola temevano tutto: è un orribile peso di paura, quello che i poveri onesti si portano dietro attraverso le loro giornate di fatica e di fame, quella paura vaga e opprimente della legge che spia sempre su di loro, che insegue sempre i loro passi, che svuota sempre le loro tasche.”

La Putiara (che si sente povera anche quando non lo è, e certamente non è sempre onesta) elabora però retoriche teatrali, di due tipi.

La prima, quando parla di qualche Gloria – la magnificenza del Principe, del Papa, della Patria, insomma di ciò che le conviene recitare sul momento.

La seconda è la sceneggiata minacciosa, alla “areggèteme, areggèteme, che se no je cavo l’occhi!”: la Putiara quando alza la voce, è la prima a ridere, ed è contenta anche quando i suoi interlocutori non le credono.

L’Italia ha dichiarato, da centosettant’anni, la guerra contro la Putiara.

Da quando Cavour che non conosceva nemmeno uno dei mille dialetti italiani ma parlava in francese aveva ordinato di “fare gli italiani”, a Mussolini che si lamentava di un popolo di panciafichisti che non aveva voglia di conquistare imperi, agli europeisti di oggi che se la prendono con gli italiani gretti, egoisti e provinciali… tutti tentativi di sottomettere la Putiara.

Tentativi tutti falliti, perché la Putiara è impossibile da acchiappare e da sottomettere, impermeabile a ogni disegno di dominio; bofonchia e si lamenta, ma non resiste: esteriormente si adatta sempre, ma in segreto, evade – in tutti i sensi.

Camaleonte, parla ogni linguaggio dominante e ne ride poi; applaude a capi che si credono di essere carismatici, al solo scopo di ottenerne qualche piccolo vantaggio, come successe a Mussolini e come succederà a Salvini, perché la Putiara sa che non gliela contano giusta.

Fare la guerra alla Putiara è come fare la guerra alle nuvole.

E se smettessimo?

L’aveva già proposto, tantissimi anni fa, un bizzarro aristocratico russo, Mikhail Bakunin, padre dell’anarchismo.

Capitai, tre anni fa, a Sulmona, che fa parte dell’Italia che tanti sicuramente non pensano nemmeno che esista.

Non sapevo che fosse il giorno della Giostra Cavalleresca. Che presumo sia una festa totalmente inventata, ma proprio per questo molto più autentica delle sagre che bisogna ripetere per forza.

Ero quasi l‘unico spettatore, perché l’intera città era la giostra stessa, e ognuno aveva trovato una maniera straordinario di essere fino in fondo il proprio luogo. Ogni sulmonese deve essersi preparato per mesi e mesi, per esibirsi davanti a nessuno. Preparato a cucirsi costumi costosi, a imparare come tenere in mano un falco, a misurarsi con balestre e spade, saggiandone la perfezione.

In quel momento ho capito l’incredibile fortuna che avevo di vivere in questa assurda antinazione, in questo paese che si vergogna di esistere, che si lamenta incessantemente perché non siamo un paese normale.

No, non siamo un paese normale.

Nessuno, nei paesi normali, conosce e ama il proprio villaggio e il proprio campanile (“italiani, vergogna, campanile!”) come la Putiara.

Nessuno è in grado, come lei, di proteggere il luogo in cui vive, di curare tutti quei piccoli rapporti che fanno l’unico mondo che esiste realmente: il nostro.

Sentendo in piccolo, questo quartiere, questa collina, questo albero, questa bottega, alla faccia delle Grandi Opere, degli Imperi, della NATO, delle Nazioni Unite, del Sistema Globale.

Ma innanzitutto alla faccia dell’Italia, che è da sempre il primo nemico degli italiani.

Però la Putiara deve innanzitutto impossessarsi della sua osteria e del suo campanile, senza permettere più all’Italia, sotto qualunque maschera, di rubarglieli.

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Tulsi Gabbard

Una semplificazione estrema delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti: in realtà, i dettagli contano poco, perché qui si sta pensando soprattutto al difetto strutturale che c’è in ciò che chiamiamo “democrazia rappresentativa”.

Raccontiamola in questo modo.

Da una parte, ci sono due partiti, i Democratici e i Repubblicani, con una storia molto complicata, ma che oggi sono “identitari“: “destra/sinistra”, ma anche “città/suburbia”, “bianchi/non-bianchi”, “bifolchi/intellettuali”.

Del tutto indipendente da questo, negli Stati Uniti ci sono due questioni fondamentali.

La prima è un sistema sanitario che fa risparmiare molte tasse e burocrazia, ma lascia crepare chi non se lo può permettere (semplificazione, lo so!).

La seconda è un sistema militare che dà lavoro a tanti e ha un indotto immenso, ma in cambio ha come unici prodotti, macchine per uccidere e cadaveri, in genere in posti del tutto sconosciuti al 96% degli statunitensi.

Se mai il “popolo” americano potesse dire la sua, con ogni probabilità vorrebbe un sistema sanitario simile a quello europeo e la farebbe finita con le guerre.

Forse sono “cose di sinistra”, ma dovrebbero far comodo anche all’operaio bianco del West Virginia che crede a Gesù e alla Patria e diffida degli intellettuali.

Allora, nel 2020 ci sarà un candidato repubblicano che ha creato un sistema fiscale che punisce i poveri e non vuole un sistema sanitario europeo; però sta cercando – tra mille ostacoli – un compromesso con il sistema militare, per cui non riduce la produzione di macchine per uccidere, ma almeno taglia il numero di cadaveri.

Contro di lui ci sarà un candidato democratico che forse vorrà un fisco un po’ meno punitivo verso i poveri, potrebbe introdurre qualche piccolo miglioramento nel sistema sanitario, ma vorrà tante guerre, dal Polo Nord all’Antartico.

A questo punto compare una terza candidata, Tulsi Gabbard – sempre dentro il Partito Democratico, ma fuori dal sistema del partito stesso.

E’ interessante riflettere su come lei si presenta, perché il Presidente è soprattutto un ente simbolico.

E’ donna, ma non ha quei tic da femminista che allontanano subito gli elettori di destra.

E’ militare da tutta la vita, con tanto di medaglie guadagnate in combattimento,  eppure vuole farla finita davvero con le guerre. E siccome appena si dice donna si pensa a immagine, ha una striscia naturale di capelli grigi che le sono venuti quando era in servizio in Iraq.

Non è bianca (nel senso storico americano, che bastava una goccia di sangue ed eri inquinato), ma non è nemmeno una vittimista rivendicativa, e comunque le sue origini samoane esulano dallo scontro “bianchi contro neri”.

E’ sportiva come sognano i destri, e vegana come sognano i liberal.

Nel paese più mistico del pianeta, è intensamente religiosa, di una religione strana – l’induismo – che nessuno conosce e che quindi non dà fastidio.

Rifiuta i soldi dalle corporation, e quindi non sarà in debito né verso la lobby farmaceutica, né verso quella delle macchine per uccidere.

Viene dalla periferia estrema dell’America, non è un’intellettuale, non ha nessuno dei segni identitari della sinistra, ma nemmeno della destra, oppure li ha tutti insieme.

Simbolicamente è quindi perfetta per fare da ponte tra tutti gli americani “normali”, a prescindere dai loro identitarismi, su temi condivisi dalla grande maggioranza della popolazione. 

Insomma, una persona che ha idee apparentemente estremiste, in realtà potrebbe essere seguita da milioni, anche perché è stimata tra i “veterani” che sono figli, mariti, mogli e padri di americani normali. Ricordando che il mestiere militare è ormai tra gli ultimi che riconoscono diritti e dignità a chi ci lavora.

Eppure Tulsi non ha nessuna possibilità di venire eletta; e quindi gli statunitensi resteranno con un sistema sanitario disumano e un regime di guerra più o meno permanente.

Non è solo che le mancano i soldi: è il meccanismo identitario stesso che lo impedisce.

Vediamo come la stanno distruggendo.

Innanzitutto, Hillary Clinton l’ha chiamata più o meno esplicitamente “un’agente russa“.

La russofobia negli USA è profondamente radicata: “i servi della gleba dello zar” sono il contrario del hustler americano libero di girare in macchina dove vuole; “il superstato sovietico che ti controlla in ogni momento” è un incubo che ha permesso di giustificare armi nucleari in grado di distruggere il pianeta molte volte, nonché basi militari nella lontana Germania invece di scuole funzionanti nei ghetti neri in casa.

Julius ed Ethel Rosenberg, messi a morte nel 1953 come “spie russe”

L’accusa di essere una spia russa, ridicola e ovviamente falsa, è comunque sufficiente per alienare sia i patrioti di destra, sia i liberal di sinistra, che vedono poca differenza tra Nicola II, Stalin e Putin.

New York Magazine dedica invece un lungo articolo all’induismo di Tulsi Gabbard, per presentarla come una strana mistica, sgradita sia ai bravi cristiani sia ai laici: certamente lei e tutta la sua famiglia avevano e hanno un intenso e variegato spirito religioso, che però è un elemento cruciale della cultura americana.

Comunque è ovvio che Trump riuscirà meglio di lei a parlare alle viscere degli identitari repubblicani, bianchi e provinciali; il rischio per le lobby militari e farmaceutiche è a sinistra, e quindi le lobby lavorano soprattutto per stroncarla lì.

Tulsi Gabbard critica l’apparato Democratico, come è suo diritto.

Alcuni commentatori di destra, che per tutt’altri motivi, conducono la propria guerra personale contro il Partito Democratico, dicono, “brava”.

Ovviamente non la voteranno mai, ma i media più potenti colgono di corsa l’occasione per dire che Tulsi Gabbard ha dalla parte sua, “unusual Americans”: il New York Times si scomoda a elencare meticolosamente ogni singolo matto di destra che su qualche forum ha parlato bene di lei.

Subito dopo Hillary Clinton, arriva l’imbecille in cerca di pubblicità, David Duke, un signore di 68 anni, già Gran Stregone del Ku Klux Klan, che sul suo profilo twitter mette una foto di quando ne aveva circa trenta:

David Duke, qualche anno fa, è finito anche in carcere per aver truffato i propri  seguaci (diceva che la Causa della Razza Bianca aveva bisogno di soldi, e se li spendeva al casinò).

Ora, questo individuo proclama che Tulsi Gabbard è attualmente l’unico candidato ad aver dichiarato che “non manderà ragazzi bianchi a morire per Israele“. Che è un po’ come dire che se una strada viene pedonalizzata, non ci saranno più le Punto rosse che mettono a rischio i Testimoni di Geova che passano di lì. E’ una mezza verità, ma riflette solo le sue fissazioni personali.

Duke tutti i giorni se la prende con gli “amici ebrei” di Trump, senza che gliene importi nulla ai media; ma con questo colpo, lui è uscito dal limbo dei dimenticati, perché ha offerto l’occasione per mettere contro Tulsi anche gli elettori ebrei e pure quelli neri,  cui magari un servizio sanitario gratuito avrebbe fatto ancora più comodo che ad altri. E tutti i media mainstream hanno subito rilanciato la presunta “approvazione razzista” per Tulsi.


Ma forse, a pensarci, è meglio così: il sistema è congegnato in modo tale che se venisse eletta presidente degli Stati Uniti, incontrerebbe una quantità tale da ostacoli da farle venire tutti i capelli grigi.

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Trump the Hustler

Donald Trump è un hustler, incarna uno degli archetipi fondanti della sua nazione.

Libero dagli innumerevoli vincoli di mondi comunitari, quello che fa il gioco delle tre carte, bluffa e fa balenare in altri la speranza di fare soldi in maniera facile, poi intasca e sparisce in qualche luogo lontano, magari cambiando nome, o investendo la cifra in qualche progetto come quello di Astronaut Farmer, il contadino texano che decide di lanciarsi nello spazio.[1]

Tutte cose possibili in un paese immenso e dove i legami umani sono ridotti al minimo.

Il hustler ha bisogno di uno Stato minimale; fa occasionali rapine, ha bisogno di guardie armate attorno alle miniere dove fantastica di trovare l’oro, ma non si dedica a guerre.

Hustler, non a caso, è anche il titolo della rivista pornografica di Larry Flynt (lui stesso un hustler non da poco), che il 15 ottobre del 2017, pubblicò su The Washington Post un’inserzione a piena pagina offrendo 10 milioni di dollari a chi trovasse materiale in grado di incastrare Trump

Alla fine dell’Ottocento, però gli Stati Uniti si trasformano, grazie ad alcune immense imprese. Sull’individuo si impone la disciplina della fabbrica. Con una valvola di sfogo: l’automobile, che permette allo spirito irrequieto di riconquistare una parvenza di libertà.

Fabbrica e automobile richiedono organizzazione e risorse: e infatti alla fine dell’Ottocento, quell’ente che è il “governo” inizia a dotarsi di un esercito. Nel 1945, vista la pacchia economica che la guerra aveva portato, gli Stati Uniti decidono di mantenere lo stato di guerra per sempre.

Questo richiede cose che non vanno molto d’accordo con lo spirito del hustler, come le tasse.

Al cuore dell’America dell’Organizzazione, c’è l’esercito con cui gli USA dominano le risorse del mondo; attorno c’è il famoso complesso militare industriale. Che non è solo la Boeing, ad esempio, ma anche la madre single che gestisce il bar dove i militari della base vicina vengono a bere la sera.

Questa entità mostruosa deve giustificare la propria esistenza.

Intanto, con un’insistenza sulla sicurezza di un paese dove l’ultima invasione la fece nel 1916 Pancho Villa con alcuni scalcagnati briganti messicani.

Ma anche con una missione salvifica nei confronti del mondo.

La retorica ha molte fonti, ad esempio nelle buone cause, in genere “progressiste”, cui gli americani si sono dedicati, dall’abolizionismo alla Croce Rossa. Ma anche nel cosiddetto postmillennarismo, l’idea secondo cui i fedeli starebbero costruendo, adesso, il Regno di Dio in terra.

Questo concetto di nazione eccezionale è gratificante per chi ci crede, ma è relativamente nuovo, ed è anche in conflitto con l’idea protestante della sola fede.

Dai tempi della guerra del Kuwait, il complesso militare-industriale ha precipitato il mondo nella catastrofe, conducendo attacchi in luoghi la cui esistenza era ignota alla grande maggioranza degli americani. E spesso per motivi incomprensibili anche ai politologi.

L’inno dell’aeronautica militare americana:

“Minds of men fashioned a crate of thunder,
Sent it high into the blue;
Hands of men blasted the world asunder”

“Menti umane forgiarono una cassa di tuono,
la inviarono in alto in cielo;
mani d’uomo fecero esplodere il mondo, spaccandolo in due”

Alla fine, senza mai perdere una battaglia, hanno perso la guerra; proprio mentre il mondo arriva al picco delle risorse e a una grande, forse tragica, svolta ambientale, e la Cina si prepara al sorpasso economico.

Come cantava Johnny Cash:

“You can run on for a long time
Run on for a long time
Run on for a long time
Sooner or later God’ll cut you down
Sooner or later God’ll cut you down”

Nel 2016, Tom Engelhardt capì chi avrebbe potuto svolgere il ruolo del passaggio:

““Donald Trump è la prima persona a candidarsi a presidente, e senza scusarsi, con una piattaforma che si basa sul declino dell’America.” Questo paese, spiegava, non era più “grande”. Dicendo così (e criticando, in qualche modo, le guerre permanenti americane di questo secolo), colse, alla sua strana maniera, l’eredità che l’establishment di Washington, dopo la Guerra Fredda, aveva lasciato a lui e al resto del paese.”

In sostanza, gli Stati Uniti si trovano nella condizione di dover ridiventare una nazione normale. Che non significa una nazione simpatica: semplicemente una nazione che preferisce vendere le bombe, piuttosto che buttarle in testa agli altri.

Per fare dell’America una nazione normale, ci voleva un ritorno al vecchio archetipo del hustler, che è anormale per definizione.

Note:

[1] Walter McDougall ha scritto un bel libro su questo tema, Freedom Just Around the Corner. A New American History 1585-1828.

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Capitalisti! (2)

Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra

Giorgio Gaber

Gli anticapitalisti sono di destra o di sinistra?

Il termine capitalismo, mi dicono, fu usato pochissimo da Marx, ma si diffuse tra i suoi seguaci e particolarmente con la rivoluzione sovietica; pare che solo per reazione sia diventato di moda (in senso positivo) negli Stati Uniti.

Da cui deduco che la Sinistra può rivendicare di diritto il termine anticapitalismo. Anche perché ritiene che possa esistere qualcuno che sia realmente anti-capitalista.

Semplifico forse troppo, perché non ho dovuto subire nella vita il dominio di un padrone, la figura semifeudale di qualcuno che può darti ordini e usare il tuo lavoro, garantendoti in cambio la sopravvivenza. I miei clienti, come quelli delle signore dai facili costumi, vengono e vanno.

Alla base dell’anticapitalismo di Sinistra c’è il concetto dello scontro tra sfruttatori e sfruttati.

“Se magnano la carne li padroni
e a noi ce danno l’ossa come i cani
o a noi ce danno l’ossa come i cani.”

L’uomo sfrutta la natura, come è suo indiscusso diritto. Il problema è il tizio che ha messo solo i soldi, ma non il lavoro e la fatica, che si tiene il grosso dei frutti della fatica altrui.

Quindi ci sono i capitalisti e ci sono gli anticapitalisti, almeno potenziali, che sono i lavoratori.

Adamo Tinti, contadino, nato mezzo secolo prima a Bucine, cantò ad alcuni ricercatori questa canzone (che tra l’altro rivela la straordinaria ricchezza linguistica della gente di campagna della Toscana dell’epoca).

Vi invito ad ascoltare con attenzione tutta la canzone (immaginandovi le campagne dell’aretino in un pomeriggio di tardo autunno), ma commento solo alcuni versi:

“Vi prego o cittadini
di ascortare de’ contadini
che dopo quanto che si lavora
e mai di pace non abbiamo un’ora

Fatto il raccolto, ecco:

Il primo frate che vien sull’aia
saluta i’ capoccio e po’ la massaia
e a sedere si mette ar fresco
lo vòle il grano pe’ San Francesco

E si capisce l’anticlericalismo dei toscani, e il motivo per cui prete e padrone sembrano una realtà indissolubile.

“Lasciamo andà queste partite
ma ce n’è d’artre più squisite
e dopo tutte queste persone
la mezza parte la vòle il padrone”

Aggiungiamo al frate e al padrone, un’altra figura di cui il Tinti non parla: il fascista, lo studentello ganzo di città figlio di avvocato che scende dalla sua automobile per far bere l’olio di ricino al mezzadro che sciopera, e abbiamo il quadro che ha forgiato l’immaginario della Sinistra toscana, attraverso i racconti che i nonni hanno tramandato ai figlioli.

Il grande Cesare Bermani ha raccolto i versi dell’anarchico Ernesto Ragazzoni:

“Certamente, tra voi pure
c’è il felice, il ricco, il nobile
che non ha che sinecure,
che viaggia in automobile,
che la notte dorme al morbido,
ed il dì fa lunghe sieste
senza mai un sogno torbido
sovra il lembo di una veste,
che s’impinza di biscotti,
va in carrozza, ai bagni, ed è
ricevuto nei salotti,
tra le dame, come un re.”

Chi, privo di biscotti, carrozza o bagni, osserva questa scena, è l’anticapitalista di Sinistra.

Il problema è che i versi di Ragazzoni descrivono perfettamente la vita che fa oggi il  trentenne disoccupato figlio della cassiera del Penny Market.

Almeno in Occidente, di padroni sono rimasti soprattutto quelli piccoli – i piastrellai di Sassuoli, il concessionario della Penny Market (appunto); o anche i tanti piccoli sfruttatori che campano del lavoro in nero degli immigrati.

Certo, esistono ancora alcuni enormi apparati (come un’immensa ditta per cui mi è capitato di fare dei lavori, orgoglio del made in Italy, che vende in tutto il mondo strumenti ingegnosi per uccidere altri esseri umani), ma non me la sento di onorare i loro dipendenti del titolo di sfruttati.

Sostanzialmente, il capitalismo occidentale ha abolito i lavoratori. E nel contempo, ha abolito i padroni.

Subappaltando il problema ai cinesi, ma anche nascondendosi dietro a una terza categoria: i clienti.

Recentemente parlavo con la moglie di uno dei più noti estremisti politici d’Italia, che mi diceva che suo marito si lamentava perché lo avevano bandito da Facebook. Invece di brindare perché il padrone per cui lavorava gratuitamente gli aveva concesso finalmente la libertà.

Chiaramente, gli sfruttati esistono ancora, in qualche modo lo siamo tutti; ma il capitalismo assoluto, come lo chiamava Costanzo Preve, non si pone nemmeno più la questione.

Al massimo, a forza di licenziamento, i capitalisti si possono preoccupare dello scarso potere d’acquisto dei loro clienti.

Ecco perché quando sento oggi la Sinistra mescolare anticapitalismo, anticlericalismo, antifascismo (e con un piccolo tocco americano, anche la lotta al patriarcato, al razzismo e all’omofobia), sospetto che abbiano perso il treno.

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Capitalisti! (1)

Comincio ad avere qualche problema con la gente che si dice anticapitalista, come se il capitalismo fosse qualcosa da cui ci si puo distaccare come ci si distacca (oggi) dalla Chiesa cattolica: “io non credo ai miracoli di Padre Pio e non faccio battezzare i miei figli!

Il capitalismo non funziona così.

Il capitalista è un tizio che investe soldi in qualunque cosa, allo scopo di ricavare più soldi.

Questa è un’azione che fanno sicuramente anche molti che si dichiarano anticapitalisti, diciamo più o meno chiunque abbia un conto in banca.

Il vero capitalista però è uno che fa di questa attività il centro della propria esistenza: quindi il capitalismo è anche uno stile di vita.

Il suo modo molto pratico di fare, privo di qualunque apparente ideologia, sbucalta però il mondo. Come non si dimenticano mai di ricordarci gli apologeti, c’è uno stretto rapporto tra capitalismo e il fatto che quando abbiamo una carie, c’è l’anestetico e non, come nell’Italia di settant’anni fa, il cavadenti che arrivava con i tamburi e una sedia in piazza e tirava via quello che il mio odontoiatra chiama il “dentino”.

Ma se il mondo si divide tra soldi e qualunquecosa, solo i soldi hanno valore; qualunquecosa è un’informe palla di roba che contiene minerali, spiagge, luoghi sacri e profani, animali, cattedrali, storie, popoli, manodopera e consumatori.

Il capitalista, per capirci, è un signore cinese a cui non interessa né la Madonna né il Rinascimento, ma che produce in massa immagini della Madonna di Guadalupe mandando in rovina i tipografi messicani; e poi investe gli stessi soldi per acquistare palazzi nel centro di Firenze sfrattandone gli abitanti.

Ogni investimento deve rendere di più di ciò che è stato investito, e quindi le qualunquecosa devono venire spremute fino in fondo e poi bisogna trovarne di nuove. Ciò comporta necessariamente la morte della gallina dalle uova d’oro, che è ciò cui diamo il nome eufemistico di “questione ambientale”.

Però attenzione: il processo che permette di diventare capitalisti è selettivo, e seleziona un preciso tipo umano.

Il capitalista che vuole fare il capitalista è innanzitutto un giocatore, in due sensi.

Deve giocare in ogni istante con la massima astuzia contro la natura, contro i propri clienti, contro i propri concorrenti e contro le leggi. Dove contro significa sfiorare sempre il limite (e anche superarlo, quando nessuno lo vede).

Ma il capitalista è anche un giocatore in un altro senso: scommette sul futuro, perché è lì che il suo investimento deve rendere. Però il suo futuro è molto più imprevedibile di quello del meteorologo: ci sono anche mille altri come lui che barano e truccano le carte.

Quindi, il capitalista è sostanzialmente un giocatore d’azzardo.

Anni fa lessi dei problemi cardiaci di cui soffrivano i capi della ‘Ndrangheta calabrese; e ho riconosciuto subito la sindrome da sovreccitazione che ho visto in tanti imprenditori.

Infatti, la maggior parte degli aspiranti capitalisti finisce male: dal 2012 al 2019, ci sono stati in Italia mille suicidi per “motivi economici” – il 41,8% erano imprenditori, il 40,1% disoccupati.

La differenza però tra un mafioso e un capitalista sta nel fatto che il mafioso deve curare ogni giorno la propria aura, il detto-e-non-detto, la sottile capacità di mescolare generosità e terrore, di ispirare fiducia e rispetto, di curare mille rapporti, la memoria che sostituisce lo scritto.

Il capitalista invece deve badare solo ai soldi; ed è garantito dalle stesse leggi che vorrebbe ogni giorno infrangere. Come le foche hanno perso i piedi, il capitalista quindi perde in profondità psicologica.

E allo stesso modo risparmia sulle energie intellettuali che creano l’aura del prete o dell’ideologo.

Ma se  può lasciare atrofizzare aura e intelletto, deve fare ogni sforzo per sembrare un buon giocatore.

I soldi veri non dormono sotto il materasso, ma girano incessantemente nel mondo virtuale: il capitalista deve saperli acchiappare al volo, proprio per poterli investire.

Quindi ha bisogno che altri capitalisti li affidino a lui.

Per fare i soldi, deve far credere di averne, e qui subentra un’enorme spesa in oggetti, animati o non: macchinoni, jet privati, quadri e donne.

Mentre nel paleolitico, possiamo immaginare che l’uomo si prodigasse a riportare all’accampamento le prede per fare colpo sulle donne, il capitalista usa le donne per far colpo sulle prede.

Qui potete ammirare il signor Eike Fuhrken Batista, brasiliano, già venditore di polizze porta a porta, poi imprenditore nel variegato campo del petrolio, del gas e dell’oro e settimo uomo più ricco del mondo, secondo Forbes. E ovviamente marito/compagno/poligamo seriale di un gran numero di signore appariscenti, assieme alle quali ha avuto cura di farsi fotografare.

Il signor Eike lo scorso agosto è stato condannato a trent’anni di carcere.

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Quando l’eccellenza italiana incontra il mercato globale

Mi segnalano che il signor Roberto Cavalli, stilista in Firenze, è stato ricoverato in ospedale. Da tale luogo, saluta la sua fidanzata, come la definisce la stampa.

Teniamo presente che il fidanzato è del 1940, la fidanzatina è del 1986: come la sua compaesana Greta Thunberg, la signora Nilsson è diventata famosa all’età di sedici anni, ma per motivi piuttosto diversi, come potete capire sfogliando le dotte pagine dell’Encyclopedia of Big Boobs.

Dall’ospedale, il signor Cavalli, che si è fatto fotografare con un tubo di plastica che gli esce dal naso, lancia un appello:

“Now I expect many nice words from all the people that love me ………all over the world”

Abbiamo pensato di raccogliere il suo invito, ripubblicando un articolo apparso su questo blog ben nove anni fa ma con numerosi aggiornamenti  (l’articolo originale lo trovate qui).

21 aprile 2010, con aggiornamenti a ottobre 2019

Il Roberto Cavalli Club di Firenze è stato posto sotto sequestro preventivo dall’autorità giudiziaria.

Abbiamo già dedicato qualche riga al Roberto Cavalli Club di Piazza del Carmine, nonché al suo ineffabile gestore, Joseph Danilo Jacoviello, marito della figlia dello stilista Roberto Cavalli (oggi, 2019, il Club non esiste più).

Il signor Joseph Danilo Iacoviello è figlio di un certo Nicolangelo Iacoviello, che si fece un breve periodo agli arresti domiciliari per aver ideato una creativa truffa di 5 milioni di euro ai danni dello Stato italiano (“associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, di concorso in truffa e riciclaggio” a essere precisi).

Nel 2016, Joseph Danilo Jacoviello incorse lui stesso in qualche problema, quando venne arrestato un tale Giordano Arbolino:

“Uomo di fiducia del boss “Sandokan” Schiavone, conduceva il [ristorante] Cabreo di via De’ Guicciardini, dopo averlo acquistato con i soldi frutto delle estorsioni ai danni dei commercianti di Aversa.

Da un lato il pizzo e le armi per conto di Carmine Schiavone, dall’altro gli investimenti in Toscana per riciclare il denaro dei Casalesi. Con l’arresto di uno degli irriducibili (secondo la Dda) del gruppo di Casal di Principe, ovvero Giordano Arbolino, spunta fuori una storia che vedrebbe i capitali della camorra conquistare Firenze e, in particolare, entrare in società con la Onda srl, di Joseph Danilo Iacoviello…

Ma credo che sia di notevole interesse antropologico capire come si sia arrivati alla chiusura del Club Cavalli.

L’altra sera [ricordiamo che questo post risale al 2010], all’ora in cui traduttori, imbianchini e altre persone normali se ne stanno a letto, alcuni brutti ceffi giravano oziosamente per il centro di Firenze.

Il primo era Adrian Mutu, un post-extracomunitario (visto che la Romania è entrata in Europa), appassionato di cocaina.

Il signor Mutu, che guadagna 3,5 milioni di euro l’anno spingendo di qua e di là un pallone sotto le telecamere ma non manda soldi alla nonna, è stato recentemente sospeso per nove mesi dal campionato per uso e abuso di un’altra sostanza, la sibutramina, la cui funzione ci è fortunatamente ignota.

L’extracomunitario in questione era in compagnia di un’altra extracomunitaria, tale Consuelo Matos Gómez, figlia di un certo Leonardo Pastor Matos Berrido.

La signora Consuelo, come tutti noi latinoamericani, porta due cognomi.

Uno è del padre e l’altro è della madre, la signora Edith Gómez.

Separati da alcuni anni, il 31 ottobre del 1982, Leonardo vide Edith salire in macchina con un uomo, e la ammazzò con otto colpi di pistola.

Cose che capitano, ma il signor Leonardo Matos Berrido venne punito in maniera assai originale: poco dopo l’omicidio, divenne, uno dopo, l’altro dirigente del Partido Reformista Social Cristiano, Ministro dell’Educazione, diplomatico a Taiwan, ambasciatore in Italia poi presso il Vaticano e presidente di un’importante banca, e attualmente gode di una pensione di 27,485 dollari statunitensi al mese.

La signora Consuelo è un’ex-modella e attuale moglie dello stesso Mutu [nota del 2019, ovviamente hanno poi divorziato]: al loro matrimonio, hanno ricevuto regali per un valore di 350,000 euro, tra cui una Lamborghini donatagli dal nipote del politico romeno Gigi Becali, presidente del Partito Nuova Generazione – Cristiano Democratico, un signore che in seguito sarebbe stato condannato in patria a tre anni di carcere.

Ricordiamo che la signora Matos Gómez in Mutu, di mestiere modella, nel tempo libero svolgeva il mestiere di console della Repubblica Dominicana in Vaticano.

La coppia di immigrati si accompagnava a un libanese, tale Fawaz Gruosi.

Se state pensando che Gruosi sia un cognome strano per un arabo, avete ragione: il signore infatti va in giro con il cognome della madre, italiana, per non usare quello paterno di El Hage, che significa “pellegrino alla Mecca“. Il signor El Hage alias Gruosi traffica in gioielli. Anzi, grazie al suo matrimonio con l’ereditiera extracomunitaria (svizzera) Caroline Scheufele (proprietaria di un cane che porta al collo un collare di diamanti), è diventato patron de la maison [sic] di una marca che ha chiamato De Grisogono, per fare appello al culto mondiale del Made in Italy  [non vi sorprenderà sapere che da un po’ di tempo, la stampa attribuisce al signor Gruosi una nuova consorte che non si chiama Scheufele].

De Grisogono è un bellissimo esempio di apertura a un mondo che ha saputo superare ogni pregiudizio ideologico o di colore.

Partiamo da lontano nello spazio e nel tempo (1977), quando il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) dichiarò il marxismo-leninismo la propria ideologia.

Nello stesso anno, un ragazzo romano di diciotto anni, Piero Bruno, morì ucciso dalla polizia durante una manifestazione di solidarietà con i compagni dell’MPLA in lotta contro l’imperialismo.

Pietro Bruno

Il Compagno Capo dell’MPLA, José Eduardo Dos Santos, ebbe migliore sorte del suo ammiratore romano: diventò presidente per decenni del proprio paese e mise al mondo una figlia, Isabela Dos Santos, che oggi è la donna più ricca dell’Africa, con un patrimonio, secondo Forbes, di 2,1 miliardi di dollari.

Una scintilla di speranza per i diseredati, se si pensa che l’Angola sarebbe il 149esimo paese più povero del mondo, su 186.

Comunque, la signora Dos Santos è riuscita con i suoi sudati risparmi a comprarsi la De Grisogono, con tanto di Fawaz. Poi lì la storia diventa molto complicata

Siccome un certo mondo è piccolo, Fawaz El Hage alias Gruosi è solito celebrare i propri compleanni con feste sfarzose al Billionaire, il locale di Flavio Briatore, un geometra di Cuneo che fece fortuna a partire dal momento in cui il suo socio saltò in aria con una provvidenziale carica di tritolo. Il signor Briatore ebbe successivamente alcuni momenti oscuri nella vita, come quando si fece una lunga latitanza mentre veniva ricercato per aver organizzato – a dire dei magistrati – una serie di truffe in collaborazione con la mala milanese.

Ci scuserete della piccola divagazione, che serviva soprattutto per riportare i lettori a Daniela Santanchè, già socia di Briatore e nota a questo blog per le sue rumorose campagne islamofobe. Che comunque si indirizzano solo contro i pellegrini alla Mecca che non frequentano il Billionaire.

Non dimentichiamo che al matrimonio dell’ex-latitante con l’indagata di Vallettopoli  (peculato, estorsione, spaccio di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione [1] ) Elisabetta Gregoraci – matrimonio celebrato dal senescente cardinale Paul Poupard – la sposa indossava gioielli creati da Fawaz El Hage alias Gruosi. Stylosophy, mescolando il trash umano con il trash per l’infanzia, ne riassume così il concept:

“sono dei gioielli davvero da favola che hanno reso la showgirl una vera e propria principessa.” [2]

La favola è finita, da quando la signora Gregoraci si è accompagnata a un certo Francesco Bettuzzi, imprenditore che ha come caratteristica fondamentale “molti tatuaggi” e un profilo Instagram che lui stesso ha usato per annunciare al pianeta l’inevitabile successiva separazione tra lui e la signora Gregoraci.

Il quarto elemento a spasso per la notte fiorentina era un certo Tommaso Buti, un signore che di mestiere fa il tommasobuti. Nel senso che la cosa principale che fa è mettere il marchio TButi su orologi con nomi come “Principessa” (di nuovo) e “Shark“. Precisa il suo sito:

“Lusso Italiano…dalla “T” (tradizione) al “B” (buongusto).”

Ora, Tommaso Buti non deve essere esattamente l’orologiaio dalle mani magiche che è diventato famoso senza nemmeno accorgersene.

E’ ancora giovane, e un po’ di tempo fa si occupava di locali di moda chiamati Fashion Cafè. Le sue acrobazie finanziarie finirono con l‘arresto a Milano su richiesta statunitense per «truffa aggravata e riciclaggio». Il signor Buti, che come i suoi compari ha una discreta abilità nel cascare in piedi, avrebbe poi introdotto Gianpaolo Tarantini nel giro che avrebbe portato quel noto mediatore di corpi femminili nei pressi del Presidente del Consiglio, il cavaliere Silvio Berlusconi.

Tommaso Buti è molto presente nei motori di ricerca per quella particolare cosa che si chiama gossip.

Ora, sapere con chi va a letto Tommaso Buti non è in sé più interessante che sapere con chi va a letto il negoziante di telefonini a due passi da qui.

Ma se Novella 2000 costituisce, come abbiamo teorizzato in passato, lAlmanach de Gotha dei nostri tempi, è di estrema utilità cogliere lo stretto rapporto che esiste tra media, imprenditoria, prostituzione di alto bordo, delinquenza, potere politico e “immagine”, sigillato dalle foto di baci veri o presunti nei locali di moda. Dove lo scambio di donne in qualche modo suggella un patto di potere tra i loro acquirenti maschi.

Tommaso Buti è stato “associato” a Manuela Arcuri – un’avvenente signora cui il sindaco di Porto Cesareo aveva dedicato una statua -, ad Anna Falchi, moglie del trafficante Ricucci, (arrestato nel 2018 per “corruzione in atti giudiziari”) a Beatrice Borromeo Arese Taverna – nipote di Marta Marzotto, cognata di John Elkann e collaboratrice di Michele Santoro – a Martina Stella, una ex di Lapo Elkann, fratello dell’appena citato John. Il giro dei guitti e dintorni è in fondo piccolo.

Nel 2018, abbiamo potuto leggere:

“I fratelli Tommaso e Francesco Buti, di 52 e 57 anni, noti soprattutto come playboy e promotori dei Fashion Café, sono stati nuovamente rinviati a giudizio per bancarotta fraudolenta, come richiesto dalla pm Christine von Borries. Nel dicembre 2016 erano stati arrestati dalla Guardia di finanza per la bancarotta della loro società Sfera, che progettava orologi.”

Ma torniamo a Mutu, Consuelo, El Hage alias Gruosi e Buti.

Girovagando di notte, questa banda poco raccomandabile capita – presumiamo con il solito SUV da parcheggiare in seconda fila o sul marciapiede, a scelta – al Roberto Cavalli Club di Piazza del Carmine, gestito da Joseph Danilo Jacoviello. Il locale, come ricorderete, era stato devastato alcune settimane prima da un gruppo di senegalesi, adirati per la violenza con cui un loro connazionale era stato trattato dagli omoni della Security.

Visto il contesto del locale, nonché l’abbigliamento presumibilmente vistoso di Madame Mutu, qualche frequentatore deve aver chiesto all’immigrata dominicana una prestazione veloce ma ben remunerata. La richiesta è finita in una violenta rissa. Mentre Mutu, fedele al proprio cognome e presumibilmente inebetito dalle proprie abitudini, restava in disparte, Tommaso Buti e Fawaz El Hage alias Gruosi sono stati generosamente picchiati (no, io a quell’ora dormivo, l’ho saputo il giorno dopo da un SMS di Io non sto con Oriana).[3]

La polizia, arrivata sul posto, ha preso nota del fatto che al Roberto Cavalli Club si stava allegramente ballando, nonostante fosse stato già chiuso due volte perché non aveva né l’autorizzazione né le minime misure di sicurezza per evitare una strage di vip e/o pregiudicati.

La polizia chiude il Club Roberto Cavalli di Firenze

La polizia appone i sigilli al Roberto Cavalli Club di Piazza del Carmine, Firenze

Per una volta schierati dalla parte delle forze dell’ordine nella lotta contro il degrado e per la sihurezza del Centro Storico, ci fa piacere citare integralmente il comunicato della Questura di Firenze:

Sigilli al locale “Cavalli Club” di Piazza del Carmine. Il provvedimento è stato notificato dalla polizia Amministrativa questa mattina al gestore del locale, un ventinovenne di origine napoletana. Il sequestro preventivo è stato disposto dall’Autorità giudiziaria a conclusione dell’istruttoria condotta dalla Polizia Amministrativa della Questura, diretta dal dr. Sergio Vannini. Alla base della misura vi sono gli esiti di numerosi controlli effettuati dagli agenti negli ultimi mesi, dai quali sono emerse irregolarità nella gestione del locale nonché, in alcuni casi, turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica. Il 10 marzo scorso il locale era già stato colpito da un decreto di sospensione della licenza da parte del Questore Francesco Tagliente per un periodo di 15 giorni in seguito ad una rissa.

I reiterati controlli hanno consentito di riscontrare che all’interno del club venivano sistematicamente organizzate serate danzanti, pur in assenza delle prescritte autorizzazioni, determinando “una situazione di rischio per gli avventori, in assenza di adeguate vie di fuga in caso di incendio o da altri eventi tali da imporre l’immediata evacuazione”.

La notte scorsa, inoltre, all’esterno del locale si è verificata l’ennesima aggressione ai danni di due uomini intervenuti per difendere una avventrice che era stata importunata con ripetute avances. I “corteggiatori” hanno infatti colpito i due amici della donna per poi darsi alla fuga. Uno dei due aggrediti colpito al volto con un pugno è stato soccorso dal 118 e portato all’Ospedale di Careggi dove gli hanno diagnosticato 30 giorni di prognosi. Sull’episodio, dopo l’intervento delle Volanti, sta ora indagando la Squadra Mobile.

16/04/2010 16:26

Questura di Firenze

Note:

[1] Questo blog è orgogliosamente non garantista nei confronti di coloro che si sanno garantire da soli.

[2] Per Principessa si intende un oggetto di altezza più o meno umana e dalle misure scelte o costruite da appositi tecnici, preferibilmente muto ma capace di battere le ciglia in maniera appropriata. In tempi passati, doveva essere vergine fino al suo acquisto da parte di un Principe.

Oggi, ciò non è possibile per due motivi. Innanzitutto, perché per arrivare all’attenzione di un Principe, deve essere consumata prima da una lunga serie di intermediari; in secondo luogo, il piacere principale del Principe deriva dall’aver rubato la Principessa a un altro Principe che ne godeva precedentemente i favori.

Per questo, la Principessa diventa vergine dopo il matrimonio, grazie a uno spettacolare intervento ecclesiastico-mediatico.

Sul compito di protettore che incombe su certi principi, ci rende edotti uno dei tanti blog che ci inculcano un pettegolo affetto per i dominanti. Parlando della Gregoraci, ci dice che

“Come nelle favole, è un principe azzurro dei giorni nostri, Briatore, a sostenerla e difenderla pubblicamente.”

[3] L’episodio ha illustri precedenti. Ricordiamo la reciproca denuncia – per “lesioni gravi” e per “lesioni gravi e minacce aggravate” – scambiata tra Gabriele Moratti, figlio di Letizia Brichetto in arte Moratti (sindaco di Milano), e il pilota di Formula Uno, Irvine, dopo una rilassante serata in una discoteca milanese.

Oppure il caso più recente dell’imprenditore Roberto Maria Adago del marchio Baci & Abbracci,

“Dopo l’abbandono del puro logo, il marchio ha rafforzato la propria filosofia, presentando un look informale ma elegante, semplice e raffinato al tempo stesso, ideale per un uso quotidiano; trasmettendo valori come l’amicizia, l’amore, la passione mista a complicità.”

Il signor Adago fu arrestato nell’Armani Privè di Milano mentre cercava di baciare & abbracciare una signora non consenziente e di picchiare numerosi agenti delle forze dell’ordine, anch’essi non consenzienti.

Già nel 1994, era stato arrestato per aver guidato una folla di turisti italiani a lanciare molotov e incendiare macchine a Formentera, in una grande rivolta contro i vigili che si permettevano di cercare di far rispettare le leggi.

Aggiungiamo che nel 2012, lo stesso signor Roberto Maria Adago

“avrebbe aggredito un suo amico (36 anni, pluripregiudicato), accusandolo di avergli rubato l’iPhone durante una serata tra amici. L’aspetto inquietante della storia è che l’imprenditore gli si sarebbe scaraventato contro staccandogli il naso e sputando il pezzo per terra. La polizia giunta sul luogo della lite ha portato la vittima al pronto soccorso insieme alla suo naso, per farlo riattaccare in ospedale.”

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Il ghetto escludente della “inclusività”

Ieri sera, mi sono messo a leggere il libro di Roger Hallam, cofondatore di Extinction Rebellion, Common Sense for the 21st Century.

Come tutti i Savonarola – di cui ha anche un po’ l’aspetto – Hallam taglia il mondo con l’accetta, ma tira anche fuori molte cose che preferiremmo non dire o sapere.

Tra molte riflessioni memorabili, una piccola frase fulminante sulla Sinistra: il ghetto escludente della ‘inclusività'”.

Oggi nella nostra piazza, c’erano tante persone, molte delle quali miei amici; con cui condivido tante cose e con cui ho anche fatto tante cose. Sono sicuramente persone generose, sostanzialmente in buona fede e di carattere buono.

Ma qui mi interessa cogliere qualcosa di più sottile, perché un conto sono gli individui, un conto le collettività.

La festa/corteo/manifestazione è stata convocata da un insieme di realtà – come si dice – che si chiama resistenze. Astraiamo dal richiamo alla Seconda guerra mondiale, è guardiamo la parola in sé. Che vuol dire, Loro fanno, ma Noi resistiamo.

C’è una netta divisione in due dell’umanità, sostanzialmente tra sfruttatori e sfruttati.

Che contiene un elemento di verità, ma pone anche un’alternativa che pochi osano guardare in faccia:

la prima possibilità è che si diventi sfruttatori perché l’occasione fa l’uomo ladro, e quindi non esistono buoni e cattivi, ma solo ladri riusciti e ladri mancati che si lamentano;

oppure esistono alcuni individui intrinsecamente malvagi, magari per motivi genetici, che guarda caso sono quelli che vincono sempre.

Sfruttare è comunque un agire; ed essere sfruttati un subire. Non è del tutto diverso da quello che passa per la testa di chi divide il mondo in invasori islamici e invasi italici.

Si parte con un corteo “per il Rojava“, e qui di nuovo si aprono tante domande, cui non so rispondere.

Possibile che dopo un secolo e passa di lotte da parte delle masse, cioè teoricamente della grande maggioranza dell’umanità, l’unico esempio al mondo di successo sia una striscia di deserto nel nord della Siria?

Ma che cosa rende quella striscia particolare?

Parto dalla certezza che l’YPG non sia peggio di tutti gli altri che si sono massacrati in Siria in questi otto anni; e quindi non mi lascio influenzare particolarmente da chi lo accusa  di pulizie etniche o di “violazioni di diritti umani” o di imporre la volontà di un piccolo gruppo di militanti sugli altri.

Ho anche letto qualche testo del Grande Capo Apo, quello con i baffoni: molti anni fa, quando fu arrestato lessi un articolo su un giornale italiano, che non ho più ritrovato, dove lui sosteneva la propria affinità con l’Italia, perché i kurdi sarebbero i discendenti dei legionari romani in Oriente, ancora impegnati nella difesa contro le orde d’Oriente.

Poi pare che il Grande Capo Apo abbia letto in carcere gli scritti di Murray Bookchin, un anarchico americano emarginato tra i suoi litigiosi compagni, e abbia avuto altre rivelazioni. Che trovo molto generiche e astratte, ma in linea di massima mi piacciono.

Ma perché l’YPG dovrebbe essere meglio, ad esempio, di al-Qaida che in Siria ha cercato anch’essa di costruire una società alternativa, con forti motivazioni ideali?

Certo, quelli di al-Qaida sono musulmani, e noi – e l’YPG – no, e questo è un comprensibilissimo motivo per preferire l’YPG ad al-Qaida.

Poi sappiamo che l’YPG mette in posa donne con il mitra, che fa pensare che siano meno primitivi degli arabi e di altri arretrati. Ma questo lo fa anche il governo siriano che entusiasma pochi a Sinistra.

L’YPG avrebbe messo in piedi, dicono, una “rivoluzione ecologista“.

Non ho molte informazioni in merito.

Però l’ecologia è una cosa meravigliosamente materiale: riguarda come la gente mangia, consuma, gestisce i rifiuti nel senso più ampio della parola.

E mi rendo conto che, da gente di sinistra che dovrebbe stare attenta a queste cose, non ho mai sentito nulla riguardo alle domande fondamentali – di cosa campano in quella striscia già misera e devastata da otto anni di guerra? Chi possiede i mezzi di produzione, e cosa producono? Cosa mangiano, come lavorano i campi, come usano l’acqua e cosa ci riversano? Usano pesticidi? Li importano? Da dove? E il petrolio…?

Qualcuno mi dirà giustamente, “informati meglio!” Però ho il sospetto che nemmeno la folla che è partita in corteo oggi si sia informata meglio.

In testa al corteo, come sempre da memoria d’uomo, c’è un furgone, con musica sparata ad alto volume.

Che soffoca il megafono subito dietro, dove ad aguzzare l’udito, c’è una voce appassionata, che recita un discorso.

E’ una sorta di spiegazione della realtà, che non ammette alcuna domanda o incertezza. Come sempre, la maggior parte è semplicemente incomprensibile, ma c’è una cantilena inconfondibile, un modo di prolungare le sillabe e di marcare gli accenti che sento da quando ero piccolo, eppure io ho i capelli grigi e la ragazza al megafono è molto più giovane di me.

Sembra un discorso sciamanico, in trance, dove le parole, sempre uguali, fluiscono senza alcun bisogno di pensarle. Sarebbe affascinante farci uno studio fonetico, linguistico, poetico.

Un ragazzo con gli occhiali mi dà un volantino, con la stupenda firma Prospettiva Operaia. Il volantino, lungo quasi come i miei post, dice diverse cose intelligenti su ciò che succede in Medio Oriente, se facciamo la tara a una sfilza di parole melodrammatiche (“criminale” “boia del capitalismo” “fiero popolo” “scarponi dei militari turchi”); comunque conclude emanando una serie di ordini al mondo.

Innanzitutto, spiega a me, a te  e alla zia Carmela che “occorre mobilitare non solo il proletariato mediorientale ma anche quello europeo e degli altri paesi nel mondo in difesa del Rojava“, poi proclama:

“E come Prospettiva Operaia rivendichiamo:

– la fine immediata dei bombardamenti […]

– la cacciata degli imperialismi occidentali e della Nato dai territori curdi e da tutto  il Medioriente”

E me lo vedo, il malvagio Erdogan, che si fa tradurre febbrilmente il volantino, e poi prende l’iPhone per ordinare di smettere i bombardamenti.

Scrivo tutto questo, non per antipatia verso persone che comunque vorrebbero qualcosa di buono, ma perché lo spreco di energie dispiace sempre.

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L’Imperativo Extraterrestre e l’Unico Antiambientalismo Possibile

Alcuni giorni fa, la deputata democratica statunitense Alexandria Ocasio-Cortez stava parlando a un gruppo di giovani a New York, quando una ragazza ha chiesto la parola.

La giovane ha fatto un breve intervento, in cui ha affermato di essere molto preoccupata per i cambiamenti climatici. Non è più sufficiente evitare di fare bambini, disse: è arrivata l’ora di mangiarseli direttamente. E togliendosi la giacca, ha fatto vedere una maglietta con la scritta “Save the planet. Eat the children”.

Con ammirevole calma, una signora le ha tolto il microfono e la deputata ha proseguito parlando di altro, convinta che si trattasse di una persona con problemi psichiatrici.

Il presidente degli Stati Uniti in persona ha ritenuto di commentare l’intervento, sulla scia di migliaia di altri che dicevano che i democratici avevano finalmente gettato la maschera.

Passa un po’ di tempo, e l’intervento della mangiabimbi viene rivendicato, come azione provocatoria, teso a ridicolizzare gli ambientalisti, da parte del movimento di Lyndon LaRouche: i giornalisti frettolosi liquidano i larouchiani come “estremisti” e “sostenitori di Trump”, ma in realtà si tratta di un’organizzazione molto interessante, perché ha teorizzato, come vedremo, l’unico antiambientalismo possibile.

F acciamo prima però un salto in Italia.

Il centro propulsore dell’antiambientalismo da noi è la rivista 21esimo Secolo scienza e tecnologia, diretta da Roberto Irsuti e che conta tra i principali collaboratori Franco Battaglia, promotore di una recente petizione che invitava il governo italiano a non prendere provvedimenti per il clima. Se digitate su Google il nome della rivista o del suo direttore, e quello di Battaglia, troverete anni di collaborazione, tra articoli e convegni e interventi di ogni sorta.

L’indirizzo attuale della redazione di 21esimo Secolo è Via Ludovico di Breme 18, ma quello precedente era Via Piacenza 24, sempre a Milano, come si vede ad esempio su questa pubblicazione:

Io conoscevo Via Piacenza 24 come la sede di un’organizzazione affascinante, che ha cambiato spesso nome – Nuova Solidarietà, Partito Operaio Europeo, Movisol – e che cercava di realizzare in Italia i propositi del pensatore statunitense, Lyndon LaRouche, morto lo scorso febbraio.

Già nel lontano 1979, il movimento di LaRouche aveva sede in Via Piacenza 24 (dal bollettino Le Républicain, avril-mai 1979)

E infatti, la pubblicazione scientifica del movimento di LaRouche come si chiama?

Proprio 21st Century Science and Technology.

LaRouche, che proveniva dal movimento trotzkista, aveva messo in piedi un’organizzazione mondiale per realizzare la propria visione filosofica dell’universo, finendo non solo per passare qualche anno in carcere, ma a essere demonizzato da destra e sinistra.

Secondo quanto mi hanno raccontato informalmente i larouchiani, la testata della rivista e la sede di Via Piacenza 24 erano storicamente loro; ma i redattori, all’inizio militanti del loro movimento (in effetti, Irsuti risulta anche autore di qualche foto in vecchi convegni di LaRouche) le avrebbero tolte di mano all’organizzazione mettendosi in proprio. Ho sentito solo una campana, e sarei felicissimo di pubblicare anche la versione degli attuali redattori.

Comunque siano andate le cose, il pensiero di LaRouche traspare chiaramente dalle posizioni della rivista.

Antiambientalismo” può sembrare un termine forte, ma come altro definire il pensiero di chi, come Franco Battaglia, scrive:

“È indubbio che l’ambientalismo è animato da, apparentemente e a parole, ottime intenzioni, come peraltro ottime furono, almeno a parole, le intenzioni di nazismo e comunismo. […]

ditemi se è vero o no che l’ambientalismo ha o non ha fatto danni enormi, tali da farlo di diritto entrare nella classifica dei grandi mali del mondo. E ancora più danni potrebbe fare se i suoi insani propositi non saranno fermati. “

Ora, nell’essenziale, cos’è questo ambientalismo che si vorrebbe combattere?

L’ambientalismo si basa su un’idea forte e chiara del mondo in cui viviamo.

Noi viviamo su un pianeta limitato, che tende verso il disordine (entropia), ma ricrea ordine, delicatamente e lentamente, grazie all’energia che assorbe dal Sole.

Su questo pianeta, abbiamo una società che tende a una crescita infinita. Questa società usa il fuoco dei combustibili fossili per trasformare risorse in massima parte non rinnovabili in prodotti che poi diventano rifiuti.

Questo modo di procedere ha inevitabilmente delle conseguenze, che sono in larga parte imprevedibili. Tra queste conseguenze, i climatologi ci mettono anche un impatto sul clima – difficile da calcolare – ma l’importante è capire che è tutto un pacchetto, tra le api che scompaiono, le tartarughe strozzate dalle buste di plastica, le microparticelle che entrano nei feti e gli effetti sulle correnti dell’Oceano, non c’è confine.

C’è solo da discutere sulla portata di ciascun dettaglio.

Ora, se non si pone una visione alternativa del mondo, l’ambientalismo è inattaccabile.

Al contrario, l’antiambientalismo è fortissimo nei fatti – chi vorrebbe la fine dei voli low-cost o meno riscaldamento d’inverno? – ma debolissimo come spiegazione del mondo.

Gli antiambientalisti sono costretti a dirsi “scettici” – che vuol dire non credere a qualcosa – o a scendere a confusi compromessi: “sul clima non mi fido della Greta Thunberg, ma l’inquinamento e la plastica sono davvero un problema!”

L’unico pensatore contemporaneo che io conosca che abbia presentato una visione realmente antiambientalista del mondo, è Lyndon LaRouche.

Provo a riassumere quello che ho capito: molte cose le cito a memoria, avendole lette anni fa, e salto tutta la sua pur interessante teoria economica (correggete e aggiungete, è un work in progress).

LaRouche parte da grandi principi, che poi applica alla realtà: è induttivo e non deduttivo, dicendosi platonico e anti-aristotelico.

E riprende la grande visione del mondo dello scienziato sovietico, Vladimir Vernadsky.

LaRouche, seguendo infatti Vernadsky, fa un’affermazione radicale: tutto l’universo è un processo evolutivo, dalla biosfera verso la noosfera. E perciò animali e uomini sono intrinsecamente diversi, perché l’uomo, scienziato o artista, percepisce le idee, come diceva Platone, che gli permettono di uscire dalla caverna della bestialità.

L’opera fondamentale di Vernadsky, tradotta dai larouchiani

La forza che permette l’ascesa dell’uomo, LaRouche la chiama neghentropia (“negentropy”). Tutti i sistemi incorporano una quantità crescente di energia, quindi di ordine. Perciò, non ci sono limiti alla crescita – il titolo di un libro che lui scrisse in polemica con il Club di Roma.

Ogni grado evolutivo consuma sempre più energia per individuo, ma proprio questo libera l’energia che permette un’ulteriore evoluzione.

Sappiamo che chiunque sia andato a scuola obietterà che si va a cozzare così contro il Primo e Secondo Principio della Termodinamica.

LaRouche non ha paura di affrontare questa obiezione:

“La nozione che l’universo sia caratterizzato dal principio di massimizzazione dell’entropia in base al Primo e Secondo Principio della Termodinamica, e che ogni apparente eccezione a tale principio, denominata entropia negativa, alla fine risulta in un aumento dell’entropia, è una nozione pseudo-scientifica, che se diventasse predominante in una società, come è successo in larga misura oggi, comporterebbe necessariamente la morte della società stessa a causa della sua incapacità di aumentare la propria potenziale densità relativa di popolazione.”

Altrove (in Aristotle is the root of the evil we confront today”)

“L’universo nel suo insieme, su scala astrofisica, è ciò che chiameremmo neghentropico, non entropico come insiste oggi la maggior parte dei fisici; l’universo nel suo complesso non obbedisce alla cosiddetta Seconda Legge della Termodinamica, e ciò vale anche su scala microscopica […]. La Seconda Legge della Termodinamica non funziona da nessuna parte, serve solo a far aumentare gli stipendi dei professori e far ottenere buoni voti ai loro studenti. Per il resto la Seconda Legge della Termodinamica, a parte prendere in giro la gente, non funziona affatto. Funziona solo come retorica”.

Termini come “termodinamica” possono addormentare; ma LaRouche ha colto il punto fondamentale di uno scontro cosmico:

se il Primo e Secondo Principio della Termodinamica sono validi, hanno ragione gli ambientalisti;

Se non sono validi, si libera tutto il potenziale umano di popolare all’infinito il pianeta e di conquistare l’universo e questa e altre galassie: in questo caso hanno ragione LaRouche e gli antiambientalisti in generale.

Per LaRouche, tutta la storia è uno scontro tra quelle che potremmo chiamare le forze del Progresso, quelle neghentropiche, e quella della Reazione, quelle entropiche.

Usando questo criterio, LaRouche etichetta in modo molto netto i personaggi più diversi.

Sono dalla parte della Reazione i pagani dell’antichità, i romantici, i nazisti, Malthus, la controcultura anni Sesssanta e soprattutto gli ecologisti; ma anche tutti i deduttivi da Aristotle a Galileo, da Cartesio e Newton a Maxwell; mentre sono dalla parte del Progresso Sant’Agostino, Nicola Cusano, Leonardo, Leibniz, Benjamin Franklin e Papa Giovanni XXIII…

LaRouche estende questa divisione alla storia politica, schierando per vari motivi dalla parte del Progresso la Firenze rinascimentale, la rivoluzione americana, Franklin D. Roosevelt e John Kennedy, e dalla parte della Reazione, il culto di Ishtar e di Apollo, i dogi di Venezia, i Gesuiti, i Rosacroce, Napoleone, il sinarchismo (i movimenti neofascisti), la WWF, Margaret Thatcher e soprattutto il male assoluto, l’Impero Britannico.

Se partiamo dalle idee di LaRouche, tutto diventa chiaro. Basta dividere l’umanità tra chi aiuterà la specie a realizzare il suo “imperativo extraterrestre” e chi lo ostacolerà (il termine spacefaring è ricalcato su seafaring, “marinaro”), come in questo testo dei suoi seguaci:

“Ma LaRouche aveva già dimostrato nel 1972 che non esistono limiti alla crescita, come sostiene il suo libro dallo stesso titolo. L’Umanità, soprattutto nello spazio, non ha limiti.

Dobbiamo innanzitutto deciderci a rivendicare questo “imperativo extraterrestre” dell’umanità e diventare un popolo di navigatori spaziali tra le nazioni che navigano nello spazio”.

Ma soprattutto, la conquista della Galassia rappresenta la sconfitta della visione entropica dell’Universo. Scrive oggi la sua vedova:

“La cosa bella dei viaggi spaziali è che dimostrano che non viviamo in un sistema chiuso in cui le materie prime sarebbero limitate, e in cui i punti di vista omicidi di Thomas Malthus, Julian Huxley, Bertrand Russell, e del Principe Filippo d’Inghilterra sarebbero corretti.

I viaggi spaziali sono la prova inconfutabile che l’universo “obbedisce” a un’ipotesi adeguata della mente umana, e che vi sia quindi un’assoluta coerenza tra le idee immateriali prodotte dalla ragione e le leggi fisiche dell’universo, e che queste idee sono le punte di lancia delle dinamiche antientropiche dell’universo”.

Questa visione ha effetti politici sorprendenti per chi è abituato ad altri paradigmi: tutti conosciamo i motivi un po’ provinciali per cui certi partiti da noi sostengono la TAV Lione-Torino; i larouchiani invece la sostengono come un elemento cruciale per la realizzazione della Nuova Via della Seta (cui LaRouche voleva aggiungere anche un tunnel sotto lo stretto di Bering), che potrà permttere la creazione di un’alleanza quadripartita Usa, Russia, Cina e India.

Un’alleanza che permetterà di abbattere il neoliberismo, distruggere l’Impero Inglese, realizzare opere infrastrutturali senza precedenti nella storia umana e arrivare finalmente alla fusione nucleare.

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