“I più estranei di tutti gli stranieri…”

banlieuesNel terzo numero di Dabiq, la patinata rivista del cosiddetto Stato Islamico, leggiamo una citazione dell’antico teologo Ibnul-Qayyim che trovo di straordinario interesse.

In fondo, dell’ISIS (da non confondersi con l’Institute for the Secularization of Islamic Society) non sappiamo quasi nulla; ma qualcosa della sua immagine, di ciò che smuove i cuori di tanti giovani delle periferie del mondo, emerge da queste parole.

Si tratta di uno dei poli delle possibilità umane: lo sradicamento non solo come dato di fatto, ma come scelta assoluta di esistenza.

Al polo opposto abbiamo tutto ciò che qualifica, il politeismo non solo degli dei e delle immagini, ma di luoghi, legami, costumi, lingue, storia, pietre.

Ibnul-Qayyim (1292-1350) di Damasco fu discepolo di Ibn Taymiyyah e  autore di molti trattati.

A lungo incarcerato per aver predicato contro i pellegrinaggi alla tomba del Profeta, fu uno dei primi studiosi a confutare alchimia e astrologia in base a riflessioni scientifiche. E anche questo ci sta, a pensarci bene, come ci sta la sua ardita tesi del fanaa’ al-naar, la natura limitata nel tempo e più purificatrice che punitiva, del fuoco dell’inferno.

Il brano citato ruota attorno alla radice araba gh-r-b, cui abbiamo già dedicato qualche riflessione (parlando di Rim Banna e della tomba di Tameka Cunningham).

Gli editori di Dabiq, che scrivono un perfetto inglese, hanno fatto l’ottima scelta di usare i termini strange e stranger: quest’ultima somma in sé i valori semantici dei termini italiani, straniero, forestiero ed estraneo.

A noi non interessa la discussione, per definizione in malafede, tra xenofobi che dicono che l’Isis sarebbe il “vero” Islam e altri che lo negano, semplicemente per evitare pregiudizi contro gli immigrati.

Nella nostra modesta opinione di non musulmani, è “vero musulmano” chiunque si consideri tale, anche se ha una visione delle cose del tutto inconciliabile con quella di altri “veri musulmani”.

Ibnul-Qayyim (che Allāh ne abbia misericordia) disse, “Allah subhānahū inviò il Suo Messaggero ai tempi in cui le genti della terra seguivano diverse religioni. Tra di loro, adoratori di idoli, adoratori del fuoco, adoratori di immagini, adoratori della croce, ebrei, mandei e filosofi. Quando l’Islam cominciò ad emergere, era qualcosa di strano e chiunque lo abbracciasse e rispondesse ad Allah e al Suo Messaggero diventava uno straniero nel proprio distretto, nella propria tribù, famiglia e clan.

Quindi, quelli che rispondevano alla predicazione dell’Islam abbandonarono le loro tribù. Piuttosto, erano individui solitari che emigravano dalle proprie tribù e clan ed entravano nell’Islam. Perciò erano davvero stranieri, fino al momento in cui l’Islam emerse pienamente, la sua predicazione si era diffusa e la gente vi era entrata a moltitudini, e allora cessarono di essere stranieri.

Poi l’Islam iniziò a spaccarsi e a svanire, fino a tornare per diventare qualcosa di tanto strano, quanto lo era stato agli inizi.

Il vero Islam, che il Messaggero di Allah (sallallāhu ‘alayhi wa sallam) e i suoi Compagni seguivano, è oggi qualcosa di ben più strano di quanto fosse quando apparve per la prima volta, anche se i suoi aspetti apparenti e le sue caratteristiche sono ben noti e famosi.

Perché il vero Islam è estremamente strano, e i suoi aderenti sono i più estranei tra tutti gli stranieri, in mezzo alla gente”.

Tratto dai Madārij us-Sālikīn.

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Trombe, tube, tromboni e percussioni

Gli Ottoni dei Medici, i suonatori di ottoni del Maggio Musicale Fiorentino, hanno deciso di dimostrare la loro solidarietà al nostro rione con una serata al giardino Bartlett-Nidiaci, per raccogliere fondi per la nostra associazione.

A chi casualmente non sarà da quelle parti, e non sa dove dare il 5×1000, ricordiamo la formula magica:

Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno ONLUS
Codice Fiscale 94 22 62 90 487

15-05-23-ottoni

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Teologia toscana

Via de’ Serragli è lunga, storta e sofferta, e porta persino nel nome il peso dei Signori che hanno deciso le vite della piccola gente.

Ci sono gli autobus rossi a due piani pieni di turisti che salutano i  poco ospitali abitanti del primo piano alla finestra;  e la strada ha il marciapiede largo trenta centimetri quando va bene, per cui la evito quando posso.

Il buon falegname dell’Ardiglione, il nostro Riccardo, se ne andava a spasso qualche mese fa per quella via, e si trovò quella striscia di marciapiede occupata da una signora grintosa con un microfono vicino alla bocca, che stava impartendo ordini in inglese a nessuno in particolare.

Riccardo si accorse che dentro un fondo, c’era tutto un gruppo di americane che stavano facendo yoga, talmente tante americane fitte e bionde che la maestra doveva stare fuori e comandarle in remoto.

Riccardo mi fa,E mi hiedevo, o che l’è grulla questa qui?”

Chi è di destra, chi di sinistra, in questa storia?

Roberto Sieni ha scritto un piccolo, sconosciuto e bellissimo libro su I ‘ragazzi’ di Via de’ Serragli. Persone, parole e luoghi minori dell’Oltrarno.

Forse il pezzo che mi ha fatto riflettere di più, perché ci dice tanto non solo su Via de’ Serragli, ma anche sulla Toscana, l’Italia e il cattolicesimo:

“Di mio zio ricordo un modo tutto suo di imprecare, pratica diffusissima, da quelle parti, e soprattutto condita di costante e copiosa blasfemia.

Ma mio zio non faceva esattamente questo. Instaurava dialoghi con l’Onnipotente come Don Camillo faceva con il Cristo, ovviamente – nel caso di mio zio – in forma polemica e spesso anche irata. Riteneva infatti, mio zio, che “se non ti fai vedere arrabbiato il Padreterno ne approfitta”.

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O Daio Bečiri!

“O Mikeli, sono morta, è morto lo Zio Bèčir!”

Lo Zio Bečir se n’è andato, in qualche diroccata casa vicino al santuario di Gračanica.

“Russava molto”, spiegano.

La prima volta che l’ho visto, era uscito dritto dal mare, su di uno scafo veloce che portava chi fuggiva dalle notti in cui gli zingari sognavano sangue, e credeva di essere andato in Serbia, ma era l’Italia.

Lo Zio Bečir faceva paura a vederlo, la prima volta.

Il viso che sembrava cuoio nero d’India solcato dalle rughe, i grandi occhi che ti fissavano, un unico dente in bocca; poi capivi come attorno a quella bocca crescesse un sorriso tutto piegato e allegro, e un fiume di parole senza senso e di affetti intensi che abbracciavano il mondo intero.

Lo Zio Bečir aveva capito che ero gagiò, e quindi con cortesia mi parlava sempre in gagiokhanè, un serbo veloce e misterioso che nemmeno i suoi parenti capivano.

Dàio Bečìri, con i bambini degli scafi e dei campi in braccio, a reggere un mondo intero con compassione e dolcezza, Dàio Bečìri con cui improvvisavamo recite con qualunque cosa trovassimo per mano, e nelle nostre non lingue, inventavamo personaggi sempre più assurdi prima di crollare dalle risate.

I dottori lo guardavano e non capivano cosa avesse, magari possiamo sognare che non ci sia un nome per definire la sua stranezza, e lui rideva lo stesso.

In quel mondo di infinito dolore, di cadaveri annegati in fondo al mare, di gente che non sapeva dove sbattere la testa, di documenti incomprensibili, di donne sempre incinte ferite a pugni e bastonate (ma che fuggivano in universi di sogni premonitori), di fabbri che guardavano i figli morire e si chiedevano da dove venisse la maledizione, di vampiri che riempivano le notti e di poliziotti che riempivano i giorni, di uomini che avevano solo la sljivovica con cui passare notti al gelo, di maschi che si credevano pirinò e invece finivano incarcerati lasciandosi dietro una scia di figli affamati,  con sullo sfondo le case del Kosovo incendiate ad una ad una…

In quel mondo, hai portato tanta gioia, gioia di un’intensità che i signori del pianeta non potranno mai comprare.

In un modo misterioso e strano, eri parte davvero della mia familija.

Dàio Bečìri, bellissimo nella tua grandiosa bruttezza, so che nessun altro scriverà di te.

Perché degli zingari, non si scrive.

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Seeräuber Jenny

Signori, oggi mi vedete pulire i bicchieri
e rifaccio i letti per tutti.
Mi date una moneta e subito ringrazio
mi vedete con questi stracci in questo albergo straccione
ma non sapete con chi state parlando
però una sera si sentirà gridare giù al porto
e qualcuno si chiederà, “perché gridano?”
e mi vedrà sorridere dietro i miei bicchieri
e si chiederà, “ma perché sorride?”

E una nave con otto vele
e cinquanta cannoni
si accosterà al pontile.

Qualcuno dice: “Va, lava i bicchieri, bambina mia”
e mi stende la moneta.
E la moneta viene presa e il letto rifatto!
(tanto stanotte non ci dormirà più nesuno)
e non sanno ancora chi sono io
e non sanno ancora chi sono io
ma una sera ci sarà un gran tumulto giù al porto
e qualcuno chiederà, “ma cos’è questo tumulto?”
e mi vedrà in piedi dietro la finestra
e dirà, “perché sorride con aria così cattiva?”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
bombarderà la città.

Signori, allora le vostre risate cesseranno
perché le mura cadranno
e la città sarà rasa al suolo.
Solo un albergo straccione sarà risparmiato dal colpo
e qualcuno chiederà, “chi è così speciale che vive lì dentro?”
e qualcuno chiederà, “chi è così speciale che vive lì dentro?”
e quella notte ci sarà un gridare attorno all’albergo
e qualcuno chiederà, “perché è stato risparmiato l’albergo?”
e mi si vedrà uscire dalla porta la mattina
e si dirà, “lei viveva lì?”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
isserà la bandiera sull’albero.

Verso mezzogiorno scenderanno in cento a terra
cammineranno all’ombra
prenderanno uno qualunque da una porta qualunque
lo legheranno in catene davanti e me lo presenteranno
chiedendo, “quale dobbiamo uccidere?”
E in quel mezzogiorno ci sarà silenzio al porto
quando ci si chiederà, chi dovrà morire.
E allora mi sentirete dire, “tutti!”
e quando la testa cadrà, dirò, “hoppla!”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
scomparirà con me.

1
Meine Herren, heute sehen Sie mich Gläser abwaschen
Und ich mache das Bett für jeden.
Und Sie geben mir einen Penny und ich bedanke mich schnell
Und Sie sehen meine Lumpen und dies lumpige Hotel
Und Sie wissen nicht, mit wem Sie reden.
Und Sie wissen nicht, mit wem Sie reden.
Aber eines Abends wird ein Geschrei sein am Hafen
Und man fragt: Was ist das für ein Geschrei?
Und man wird mich lächeln sehn bei meinen Gläsern
Und man sagt: Was lächelt die dabei?

Und ein Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird liegen am Kai.

2
Man sagt: Geh, wisch deine Gläser, mein Kind
Und man reicht mir den Penny hin.
Und der Penny wird genommen, und das Bett wird gemacht!
(Es wird keiner mehr drin schlafen in dieser Nacht.)
Und sie wissen immer noch nicht, wer ich bin.
Und sie wissen immer noch nicht, wer ich bin.
Aber eines Abends wird ein Getös sein am Hafen
Und man fragt: Was ist das für ein Getös?
Und man wird mich stehen sehen hinterm Fenster
Und man sagt: Was lächelt die so bös?

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird beschiessen die Stadt.

3
Meine Herren, da wird ihr Lachen aufhören
Denn die Mauern werden fallen hin
Und die Stadt wird gemacht dem Erdboden gleich.
Nur ein lumpiges Hotel wird verschont von dem Streich
Und man fragt: Wer wohnt Besonderer darin?
Und man fragt: Wer wohnt Besonderer darin?
Und in dieser Nacht wird ein Geschrei um das Hotel sein
Und man fragt: Warum wird das Hotel verschont?
Und man wird mich sehen treten aus der Tür am Morgen
Und man sagt: Die hat darin gewohnt?

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird beflaggen den Mast.

4
Und es werden kommen hundert gen Mittag an Land
Und werden in den Schatten treten
Und fangen einen jeglichen aus jeglicher Tür
Und legen ihn in Ketten und bringen vor mir
Und fragen: Welchen sollen wir töten?
Und an diesem Mittag wird es still sein am Hafen
Wenn man fragt, wer wohl sterben muss.
Und dann werden Sie mich sagen hören: Alle!
Und wenn dann der Kopf fällt, sag ich: Hoppla!

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird entschwinden mit mir.

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Vivere a Firenze

Pubblico molto volentieri questo sfogo di Lorenzo Bargellini (un cognome carico di storia, come tanti cognomi della nostra città), che con enorme impegno smuove il Movimento di Lotta per la Casa a Firenze.

La città-faro d’Italia, dove tutto ciò che luccica è falso, e di veri ci son solo i sassi, e qualche cuore.

…racconti nei tempi della crisi…

E’difficile per noi, abituati a comunicati che parlano il linguaggio della “guerra infinita”, raccontare storie di “vita quotidiana”, di persone dimenticate, nella babele di mille rincorse metropolitane, di tempi difficili e di aperta disumanità.

Eppure la crisi colpisce tante persone, donne e uomini, molte persone sole, sempre di più.

Salvatore Lo Presti aveva fatto uno dei tanti “mutui” per acquistare un alloggio in Via Reginaldo Giuliani, poi la crisi, la moglie in crisi depressiva che si toglie la vita, i figli che se ne vanno, sino allo sfratto… senza preavviso. Salvatore ha quasi ottanta anni e nessuno lo aiuta. Dopo mille peripezie viene sistemato per un mese all’Albergo Popolare, ma i primi di aprile viene allontanato anche dall’Albergo Popolare. Oggi dorme alla stazione.

Jolanda abita in Via del Pino, Campo di Marte, l’otto di giugno subirà l’esecuzione di sfratto, tre bambini sulle spalle, lasciata dal compagno e una attività di Parrucchiera fallita. Gli assistenti sociali che, come sempre, non l’aiutano di certo. Ora si trova ad affrontare la realtà da sola, con il solo movimento che la sostiene.

Cruciano Muscarella, per la terza volta ha fatto i conti con vigili e polizia in una casa popolare dove ha risieduto per oltre trenta anni. E’ accusato di tutto, per non avere fatto niente, e l’assessore alla casa di Campi lo ha scelto come NEMICO NUMERO UNO, ma non ha fatto i conti con la solidarietà di tante persone che non riescono a capire il perché Cruciano deve lasciare la casa di Via Palagetta dove ha vissuto per tanto e ha sempre pagato. Ieri mattina si è barricato in casa, sono arrivati alcuni solidali e la polizia se ne è andata… sino a quando?

Cinzia Carotti, un’altro sfratto per morosità incolpevole, si trova da sola dopo un incidente, la perdita del lavoro, la depressione a fare i conti con i tempi dell’oggi. Stamani lo sfratto, Bloccato da militanti e solidali del movimento di lotta per la casa, un rinvio sino a settembre, ma per le persone sole, sopratutto dopo i quarant’anni non c’è futuro.

Questi insieme a tanti altri, sono i migranti di casa nostra, esclusi dalla ferrea logica della Meritocrazia economica impartita dal governo Renzi.

Questi, insieme a tanti altri sono coloro che hanno vissuto in solitudine la profonde ferite della crisi..

Ma per queste e altre persone il tempo della pazienza è finito…

Lorenzo a nome e per conto del movimento di lotta per la casa

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Crocifissioni mediatiche

L’altro giorno, un bambino appena appena arrivato in Italia ha litigato con alcuni bambini indigeni che a suo dire, lo prendevano in giro. Durante lo scambio di infantilate, pare che abbia strappato anche una collana a una bambina. Collana su cui era appeso un crocifisso.

Il Ministro degli Interni della Repubblica Italiana, prontamente interpellato, con altrettanta prontezza ha risposto:

alfano-senegaleseOggi, al giardino, c’era Giovanni, un bambino grande e grosso, italiano, che voleva salire sull’altalena.

Arriva Amir, che viene dall’Egitto ed è la metà di Giovanni. Con uno spintone violento allontana Giovanni, che si mette prontamente a piangere sotto un albero.

Arriva subito la mamma di Amir, una donna molto bella e alta e che indossa sempre il hijab e non parla una parola d’italiano.

Prende Amir, lo redarguisce in arabo e lo allontana dall’altalena.

Poi va da Giovanni, gli dà una carezza sulla spalla e lo invita a salire sull’altalena.

Attendiamo i commenti del Ministro degli Interni.

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Gente d’Oltrarno

Stamattina, questo signore esercitava il nobile mestiere di barbiere in Piazza Tasso, come si può vedere da questa immagine.

georgeAlcune ore dopo, ci incontriamo dalla vinaia messicana.

Il nostro barbiere fa educatamente la fila (questa volta con un paio di scarpe da ginnastica).

In attesa di ordinare il vino più economico, tira fuori un flauto e pronuncia un’unica parola, “Mozart”.

Ascoltiamo in rapito silenzio, mentre suona.

E adesso un brano molto ostico di Shostakovich”.

Ascoltiamo di nuovo.

Finito il brano e basandomi sull’accento, gli chiedo…

Are you British?”

Con una forte nota di disprezzo, mi risponde,

I am English!”

E se ne va a bere a Santo Spirito.

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