Satana il Guastatore

فِى كلِّ وادٍ بينَ يثرِبَ فالقصورِ إلى اليمامة
تطريبْ عانٍ او صِياحَ مْحَرَّقٍ او صَوتْ هامة

“In ogni valle tra Yathrib e al-Qusûr, fino a Yamâma –
il lamento del prigioniero, o il grido di un uomo arso vivo, o la voce di un barbagianni”

Così, molti e molti secoli fa, ‘Abîd ibn-al-Abras: il barbagianni, hâmah, è l’uccello che esce dal corpo dell’uomo che è stato ucciso, e finché non sarà vendicato, sorvola il luogo della morte gridando, usqûnî “dissetatemi!”

Per questo, ‘Urwah ibn al-Ward diceva,

“il coraggioso non è immortale quando diventa un barbagianni sopra la propria tomba, rispondendo alle pietre del recinto e lamentandosi con chiunque veda, che sia conosciuto o forestiero”.

Da un po’ di anni, faccio un’enorme fatica a parlare del Medio Oriente.

Dove in questi giorni, aerei americani hanno ucciso centinaia di russi, Israele ha minacciato di distruggere lo stato siriano, la Turchia ha invaso senza alcun diritto con le proprie truppe minacciando i soldati americani che vi si trovano senza alcun diritto, e sono successe cento e mille altre cose che fanno tremare i polsi.

Ci riuscivo ancora a parlare del Medio Oriente, quando nel 2003, ragazzi americani che non sapevano nulla di cosa ci fosse a est della Virginia distrussero un paese antico seimila anni, e scatenarono l’inferno sul mondo.

George Bush, 20 marzo 2003:

“Miei concittadini, vinceremo sui pericoli che incombono sul nostro paese e su mondo. Supereremo questo momento di pericolo, e porteremo avanti l’opera di pace. Difenderemo la nostra libertà. Porteremo la libertà ad altri e prevarremo.

Dio benedica il nostro paese e tutti coloro che lo difendono.”

Ho smesso più o meno da quando Gheddafi fu torturato a morto e sodomizzato con una baionetta, e qualche giorno dopo Hillary Clinton disse, “we came, we saw, he died”.

Ascoltatela bene, e capirete perché lei e lo psicopatico dai capelli biondi che le ha rubato il pulsantino della bomba atomica, pari sono.


E così la Libia divenne la via di fuga per un continente intero, chi annegava nel mare e chi ce la faceva a toccare l’Europa.

E toccando l’Europa, quel tremendo flusso instillò il terrore in una popolazione di anziani benestanti, che però intuivano che il loro tempo era finito per sempre.

O forse a dirmi, non parlare più del Medio Oriente, fu quando, davanti alla moschea della santa, Rābiʿa al-ʿAdawiyya in un solo giorno soldati e poliziotti ammazzarono più di mille persone, e qui nessuno se ne accorse.

Rābiʿa da bambina fu venduta schiava; liberata quando il suo padrone intuì la sua strana natura, lei visse poi da sola, con una tazza rotta, un tappeto e un mattone come cuscino.

A Rābiʿa, le fu chiesto ”Da dove sei venuta?”
“Dall’altro mondo”
“E dove stai andando?”
“All’altro mondo”
“ E cosa fai in questo mondo”
“ Me ne prendo gioco”
“ E in che modo te ne prendi gioco”
“Mangio del suo pane e compio l’opera dell’altro mondo”

Una volta, gli animali del bosco si radunarono attorno a Rābiʿa.

Apparve Hassan Basri, che era santo pure lui, e le bestie fuggirono. “Perché?”, si chiese lui.

Rābiʿa gli chiese, “cosa hai mangiato oggi?”

“Carne e pane”, rispose lui.

“Se hai mangiato carne, ti sorprendi se fuggono?”

O quando ho cominciato a riflettere sulla siccità, che sta trasformando quella che a scuola chiamavano la mezzaluna fertile irrversibilmente in deserto: con avvisaglie nel Darfur anni fa, che portarono gli assetati a massacrare i contadini.

Poi devastò la Siria portando un milione di profughi climatici a invadere le città, e infine la diga con cui l’Etiopia porterà alla sete quasi 100 milioni di egiziani, e l’Eufrate che muore.

Eufrate…

“Mancano due giorni a Ramadan. Stanotte i Tornado
colpiranno tra Eufrate e Tigri
per illuminare Babilonia… in diretta su  CNN.”

O il giorno che l’Arabia Saudita divenne il primo paese al mondo a vietare l’agricoltura, perché aveva finito l’acqua. Agricoltura, acqua… quale segno più chiaro della fine del mondo?

Tutto si concentra sullo Shām, che vedrete tradotto come “Siria”, ma significa la parte sinistra del mondo quando noi guardiamo sorgere il sole.

Dalla parte a destra, invece, Yaman/yamîn, la parte destra del mondo, dove in questi giorni rinasce allegro il colera sotto le bombe saudite e americane, in buona parte prodotte in Sardegna (per ogni bambino morto, una cena in più per i propri figli).

La fragile vita (cintura, muwasshah) del mondo, che sta morendo…

Satana il Maestro del Balletto oggi lavora, prima di ogni cosa, sulla paura e sul suo gemello, l’onore.

Paura cristiana, alawita, mandea e di altra strana gente che per millenni hanno convissuto, spaventati, con califfi, ma sanno che adesso è arrivata l’ora dello sterminio.

Paura curda, di gente che ha paura di altri curdi, ma ancora di più di tutti coloro che li circondano.

Paura turcaHüseyin Nihâl Atsız ( (At-sız, “io sono senza nome”), cresciuto in una Turchia che non doveva nemmeno piu esistere, mangiata da francesi, inglesi, russi e italiani, con metà dei maschi morti ammazzati in guerra, elencava a suo figlio, i nemici che fremevano per sterminare i turchi (e non è detto che avesse tutti i torti):

“comunisti, ebrei, russi, cinesi, persiani, greci, bulgari, tedeschi, italiani, inglesi, francesi, arabi, serbi, croati, spagnoli, portoghesi, romeni, fuori… armeni, curdi, circassi, abkhazi, bosniaci, albanesi, pomachi, lazi, lesghi, georgiani, ceceni dentro”

 Poi pare che suo figlio non avrebbe accolto i consigli di tanto babbo, ma questa è un’altra storia.

Paura araba: gente con un’immensa storia e un orgoglio smisurato, invasa e occupata da mongoli, crociati, veneziani, genovesi, turchi, curdi, iraniani, inglesi, francesi, israeliani, che da sette secoli tirano loro addosso catapulte e bombe.

L’Auschwitz degli arabi, 1258, l’attacco dei mongoli, che Saddam Hussein paragonò all’attacco americano del 2013:

“Le acque del Tigri si tinsero con tanto sangue assieme all’inchiostro dei suoi libri, ripieni di scienza e di conoscenza, che furono gettati nell’acqua nell’anno 1258, come punizione per una storia dove l’anima aveva abbandonato il corpo, e una civiltà la cui fede e i cui custodi erano scomparsi.”

Paura sunnita.

La paura di un miliardo di musulmano, che non riguarda solo singoli nemici, ma tocca il potere, lo stato, il dominio stessi, come diceva Sayyid Qutb (un destino musulmano: viso mite, di origini indiane eppure cresciuto in Egitto, lettore da piccolo di Sherlock Holmes, esorcista, sprezzante di ogni autorità, morto impiccato), e trovo meraviglioso il riferimento ai mercanti sul mare:

“Nell’Islam, non esiste alcun clero, nessun intermediario tra la creatura e il Creatore;  ma ogni musulmano, da ogni luogo della terra o sui sentieri del mare, ha la possibilità di avvicinarsi al Signore senza né prete né ministro. Né può il governante musulmano derivare la propria autorità da alcun papato, né dal cielo; ma la deriva unicamente dalla comunità islamica. Allo stesso modo, deriva i propri principi di amministrazione dalla legge religiosa, che è universale nella sua applicazione e davanti a cui tutti gli uomini ovunque si presentano come uguali”.

E quindi per i sunniti il pericolo deriva da ogni torturatore di stato, da ogni raccomandato del dittatore, da ogni delatore, da chiunque sostenga l’esistenza di diversità o razze, ma anche da chiunque chieda obbedienza a chi non è Dio.

E gli israeliani, con la storia di settant’anni fa in Europa, che sanno che il solo fatto che esista gente al proprio confine è la certezza che ci sarà un altro Auschwitz?

E anche lì, penso a gente che decenni e decenni e decenni fa, per una storia tutta europea, si salvò per miracolo… qualcuno di loro mi ha dato cose meravigliose, e qualcun altro, inevitabilmente, vuole vedere distrutta Damasco.

Unica paura che non ammetterò mai, quella degli amriki, che a mille e mille miglia di distanza, lanciano bombe e droni su questo mondo di cui nulla sanno. Hanno da temere mille mali, ma a casa loro.

Però ricordiamoci sempre, che l’arma preferita di Satana, sempre e ovunque, è la paura.

 

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Abbasso l’Italia, viva gli italiani!

Il commentatore Francesco ribattendo a chi sostiene che l’integrazione degli “stranieri” sarebbe difficile, se non impossibile, scrive:

“ti risponderò con poche parole
Repubblica Federativa del Brasile
Commonwealth dell’Australia
Canada
Stati Uniti d’America

Impero Romano

L’integrazione è necessaria, punto. Bisogna avere una identità con cui i nuovi possano identificarsi (SPQR funziona, il fanatico laicismo francese no).”

C’è qualcosa che non va.

Brasile, Australia, Stati Uniti, Canada… sono tutti paesi creati da bande eterogenee di immigrati che hanno spodestato (in misura maggiore o minore) gli autoctoni nel giro di pochi anni e si sono impossessati insieme di immense distese di terra. Esempi che non hanno nulla a che vedere con l’Italia.

La Francia somiglierebbe molto di più all’Italia; ma lì esiste qualcosa che si è eretto fuori e contro tutta la società, il grande artifizio della République, che si è anche nutrito per decenni decisivi del saccheggio dell’Africa. Ente divino, impersonale e (fortunatamente) poco italiano.

E l’Impero Romano? Arriva l’esercito, organizzatissimo. Prende l’uomo più ricco del posto e dopo avergli crocifisso la famiglia, gli dice, “anche tu puoi essere un latifondista con un acquedotto, e noi ti difendiamo. Devi solo costruire un anfiteatro, fare un altare all’imperatore e leggerti un po’ di letteratura greca, se vuoi ti vendiamo uno schiavo che te la insegna”.

Anche qui, l’Italia non c’entra niente.

L’Italia è un immensa rete di reti di reti di relazioni umane, dai volontari della Misericordia alla camorra, da quelli che vanno in vacanza all’Argentario ai centri sociali, da quelli che in Molise scrivono romanzi nostalgici sui sabini agli adepti di Comunione e Liberazione che si prendono gli appalti per l’asilo nido, da quelli che ci tengono a parlare in veneto stretto alla banda di discotecari bulli o ai Bianchi di Santo Spirito.

Sono relazioni in cui si entra solo umanamente, sposandosi, partecipando a momenti di vita condivisa, condividendo chiacchiere per strada o delitti. E mangiandoci insieme.

In un certo senso, è facile integrarsi: proprio perché non è un paese astratto, i pregiudizi astratti sul colore della pelle o la religione o la lingua d’origine pesano molto meno che altrove.

In un altro senso, è difficile, perché non c’è nulla di astratto da imparare. Ecco perché in Italia – a differenza di altri paesi – non si riesce mai a capire a che cosa questi stranieri dovrebbero adattarsi.

Chi teme “gli stranieri” prova realmente un disagio; ma appena cerca di teorizzarlo, si rende ridicolo.

Ecco che troviamo puttanieri che invocano “i valori cristiani”, gente che non crede nemmeno allo Stato, ma che invoca “la Costituzione”, uomini nella media del maschilismo italico che invocano “i diritti delle donne”, gente che va in chiesa che dice che “dobbiamo difendere la laicità”, gente che sposa donne keniote e poi parla di “uomini bianchi”.

Sono tutte balle, proprio tutte.

No, l’integrazione nel tessuto italico è una faccenda infinitamente più delicata.

Non richiede nemmeno il sacrificio di qualcosa di proprio: anche in un paese così riccamente pettegolo, infinite sfumature di diversità vengono da sempre tollerate – che si tratti di femminielli, del cugino che ogni tanto finisce in carcere, di ebrei, del vecchio zio bestemmiatore che si rifiuta di andare in chiesa, cosa vuoi che sia in più il figliolo che ha sposato la senegalese che cucina bene?

Sono storie antiche, se si pensa alle famiglie che a Orvieto predicavano il catarismo nel Duecento, e ci vollero gli inquisitori venuti da lontano per farli fuori.

Che poi, c’entra la capacità italiana a non giudicare le persone per il loro grado di legalità.

Due episodi, entrambi attorno all’anno 1944.

Uno sorta di slavo, non meglio identificato, finito non si sa come sugli Appennini, ospitato per tanti mesi da famiglie che avevano poco da mangiare e avevano i figli in lontani campi di battaglia. Perfettamente integrato, non certo in nome di qualche astratto principio, ma “finché mio figlio sarà in Africa non so dove, mi occuperò di te, visto che tua madre non sa dove sei“.

E poi una nostra amica, dell’Oltrarno, bambina all’epoca.

Il babbo era nascosto in casa, per non essere richiamato – come pure esigeva la legge – a lavorare in Germania.

Suonano alla porta, apre la mamma.

C’è un soldato tedesco con un ragazzino italiano, un piccolo fascista che avrà avuto quindici anni sì e no.

Stanno cercando uomini da portare via, la mamma terrorizzata borbotta, “no qui non ci sono uomini!”

Il ragazzino italiano tira per il braccio il tedesco e gli dice, “perquisiamo la casa!” A quindici anni, siamo tutti un po’ esaltati.

Il soldato tedesco lo ferma, si fruga in tasca e tira fuori una foto: quella di suo figlio rimasto in Germania, lo fa vedere commosso alla signora. E poi trascina via il piccolo italiano troppo poco italiano.

Questo modo di essere dell’Italia è fonte di innumerevoli guai, molti dei quali mi feriscono personalmente: diciamo, dagli abusi edilizi alle spiagge sporche, a quello che pretende di parcheggiare sulle strisce pedonali e si arrabbia pure se glielo fai notare (e i fiorentini in questo sono molto peggio dei napoletani, perché se ne fregano di chi potresti essere).

Rende l’Italia oggetto di derisione planetaria, e di autocommiserazione (“in un paese normale, che non fosse l’Italia…”), di autofustigazione sul campanilismo, sulla mancanza di senso civico, e tutto il resto.

E’ qualcosa da cui molti italiani cercano di fuggire – invocando ridicole Glorie Antiche che devono Risorgere (come Mazzini o Mussolini), oppure cercando di creare un’immaginaria République in stile francese, con la Costituzione e i Valori Democratici e la Legalità.

L’Italia non sarà mai una République

L’essenza di una République è la semplificazione: al posto della vita, c’è il codice; e al posto degli esseri umani, ci sono i funzionari. Al posto di “ho visto”, c’è il Ditino Imparatore, che risponde “c’è scritto”.

Mentre l’italiano sa che la realtà è infinitamente complessa.

Talmente complessa, che lui sospetta che ci siano complotti e secondi e terzi e quarti sensi, anche là dove non ci sono: strati su strati come una cipolla – e la domanda, che si poneva Gavin Maxwell nella sua biografia di Salvatore Giuliano, cosa c’è quando arrivi all’ultimo strato?

Il mio sogno sarebbe partire proprio da questo.

Io sono nato all’estero, ho un sacco di filoni dentro di me, che non sono italiani; ma questo non è mai stato un problema per essere italiano.

Dico “italiano”, per indicare ciò che accomuna una popolazione che non ha nazione.

Qualcosa separa irrimediabilmente gli oltrarnini dagli altri fiorentini, figuriamoci i sardi dal Continente; eppure sottilmente, tutti sono uniti da abilità che mancano nel resto del mondo.

La capacità italiana di capire la complessità è tale da poter, tutto insieme, diffidare dei miei limiti come straniero, cogliere la ricchezza in più che nasce da altri punti di vista, sorridere delle mie stranezze (e un po’ mi ammirano perché non ho l’auto e non mi metto l’ombrello quando piove), sospettare che dietro quello che faccio ci sia sempre qualcos’altro, tollerare questo fatto sapendo che comunque nessuno è perfetto, capire cose di me che sfuggono anche a me stesso, confidare parti consistenti del proprio cuore, tenendo riservatissime altre parti, dare una cosa senza aspettarsi alcun ritorno, ma sapendo che da qualche parte una sorpresa arriverà quando meno se la aspettano, e quando più ne hanno bisogno.

Gli italiani si sono lasciati colonizzare.

Hanno creduto davvero che fosse davvero meglio essere più stupidi e meno complessi, e si vergognano ancora di essere intelligenti, ricchi, ambigui, sottili e saggi.

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Il più grande avvelenamento di massa della storia umana

Il lato ormai chiaro e scoperchiato di Oxfam, lo conosciamo tutti: la charity britannica è accusata di aver coperto una notevole attività di bunga bunga nei propri uffici a Haiti e forse altrove.

Di questo non so dire nulla, e anzi ho sempre qualche dubbio quando esplodono scandali insieme così clamorosi e così difficili da dimostrare.

Questo scandalo però ha permesso di scoprire un lato ben più oscuro di Oxfam, come racconta in un interessante articolo Theodore Dalrymple.

Ma prima andiamo sul sito italiano di Oxfam.

Dove troviamo la foto di una certa signora Aramla, nazionalità imprecisata.

Mamma nera, bambino nero, fame nera, un’immagine già vista da qualche parte…

… fosse mai che questi vengan a battere cassa?

E infatti:

Adesso torniamo all’articolo di Theodore Dalrymple.

“Oxfam afferma che per ogni  £1 ricevuta in donazione, 84 pence (percento) vengono spesi per emergenze, sviluppo e  campagne, 9 pence per sostenere i costi e 7 pence per “generare fondi futuri”.

Un’occhiata al rapporto annuale di Oxfam per il 2011-2012 fa pensare che questo sia un modo piuttosto benevolo di interpretare le proprie attività. Oxfam raccolse £118.5 milioni in donazioni volontarie quell’anno, ma spese £101.8 miloni per gli stipendi del proprio personale – £59.5 milioni solo per il personale nel Regno Unito. […]

La maggior parte dei donatori non immagina che la maggioranza dei fondi di Oxfam viene dai governi, cioè da fondi estratti forzosamente dai contribuenti in vari paesi. Questi fondi ammontavano a £170.1 milioni contro i £118.5 milioni di contributi veramente volontari.”

Dalrymple aggiunge diversi altri dati interessanti, ma il quadro è chiaro: abbiamo una macchina privata ben retribuita, mantenuta in parte con le tasse, in parte con i buoni sentimenti delle persone.

Questo non vuol dire che manchino le buone intenzioni, o persino magari qualche buona azione.

Semplicemente, qualunque organizzazione, pubblica o privata, al di sopra di una certa dimensione diventa fine a se stessa, e sviluppa una burocrazia che si espande incessantemente, con ritorni però decrescenti.

Sono meccanismi che si vedono già nelle piccole cooperative assistenziali messe insieme da due psicologhe precarie e tre assistenti sociali, figuriamoci quando si ha in mano un’impresa multinazionale di quelle dimensioni.

Ma anche le buone intenzioni possono fare danni seri.

In un altro articolo, lo stesso Dalrymple ci ricorda che l’UNICEF si è resa protagonista del più grande avvelenamento di massa di bambini della storia moderna.

Ma prima, visitiamo il sito italiano dell’UNICEF. C’è qualcosa di decisamente familiare: Tornando a Dalrymple… racconta come si è trovato recentemente su un aereo, di una linea imprecisata. Appena prima dell’atterraggio, gli steward passano per il corridoio, raccogliendo fondi per l’UNICEF.

E questo gli fa venire in mente un episodio che già conoscevo, ma che facciamo bene ricordare: il più grande avvelenamento di massa di bambini nella storia umana, di cui si rese – certo involontariamente – colpevole proprio l’UNICEF, quando con i soldi di tante brave persone, fece scavare pozzi profondi nel Bangladesh, per permettere di arrivare all’acqua pura di falda.

Mentre analoghe azioni nel resto del subcontinente sono tra le principali cause della devastante siccità in corso, nell’acquoso Bengal, i pozzi permisero di arrivare a un ricco strato di arsenico naturale, che sta attualmente portando alla lenta morta per tumore circa venti milioni di bengalesi.

Adesso, Dalrymple ci informa, l’UNICEF sta raccogliendo fondi per decontaminare un milione di pozzi nel Bangladesh.

E l’immagine pronta per la campagna?

Potrebbe essere questa, se non fosse già stata appropriata da due ragazze americane molto sveglie:

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Giostre magiche

Seguo con curiosità le vicende di Macerata. Proviamo a ripercorrerle con entomologico distacco.

All’inizio, ci sono due persone, (1) Pamela e (2) Innocent Oseghale.

Cioè un nome contro un nome-e-cognome, che poi in questi giorni si sta trasformando in un branco. E’ comprensibile che una ragazzina ammazzata faccia più simpatia di chi l’ha ammazzata, ma se andiamo per simpatie e antipatie, rischiamo di cadere in una serie di trappole.

La cosa interessante è che il signor Oseghale non ha una storia. O almeno, io non ho trovato nulla che andasse oltre i dati anagrafici: avrà una mamma anche lui, certamente cristiana (forse più religiosa dei parenti della vittima), sarà arrivato in qualche modo in Italia; si sa vagamente che avrebbe un bambino, non si sa dove. Curiosamente, trovo che di persone con il cognome Oseghale è piena la rete: professori universitari, intellettuali, architetti. Non so cosa voglia dire, forse è un clan che ha avuto accesso a un alto grado di istruzione.

Immagino che Innocent fosse innocente del tutto della politica italiana, comunque con la propria azione, ha segnato un fantastico Punto Vittima per la Destra politica, in piena campagna elettorale. Poco importa che la vittima non fosse esattamente la figlia ideale che l’elettore medio sogna di avere, ma le foto sono perfette: è insieme carina e innocente (di nuovo quell’aggettivo).

Passa qualche giorno, e un curioso personaggio rovina tutto, segnando un clamoroso Punto Vittima per ciò che chiamerò sbrigativamente la Sinistra. Ha un cognome, Traini, e si mette a sparare contro gli immigrati nigeriani della sua città.

Traini ha una sorta di storia (abbandonato dal padre, con la mamma malata, sotto occasionale cura psichiatrica e piantato recentemente dalla fidanzata), ha amici che si lasciano intervistare, una pagina Facebook e altre cose che lo rendono un po’ meno alieno di Innocent Oseghale.

Il Punto Vittima per la Sinistra viene garantito dal fatto che lui una volta si sarebbe presentato in fondo a una lista alle elezioni comunali di una cittadina in una lista della Lega, prendendo esattamente zero preferenze. Quindi, praticamente, è stato Salvini in persona a sparare.

Notate la simmetria: è un “nemico” della Lega a fare propaganda alla Lega, è un “nemico” della Sinistra a fare propaganda alla Sinistra. La strategia per raccogliere Punti Vittima consiste nel non fare assolutamente nulla, restando però estremamente vigili: il primo che fa qualcosa, perde.

Chi dice, “ma dall’alto, hanno istigato” o non ha capito questo meccanismo, o – più probabilmente – non lo vuole capire. La mitica Boldrini non vuole scatenare nigeriani killer per l’Italia, per il semplice motivo che quelli portano Punti Vittima al suo nemico; e Salvini non vuole scatenare italiani killer, per lo stesso ovvio motivo.

Mentre, in linea del tutto teorica, possiamo immaginare che alla Boldrini piacerebbe che l’Italia si popolasse di fascisti sparatori, e a Salvini che si popolasse di nigeriani con la motosega.

A questo punto, parte il grande corteo antifascista a Macerata. Durante il corteo un gruppetto canta, «Ma che belle le foibe da Trieste in giù», e la Destra cerca di succhiarne fuori uno striminzito punto vittima, e qualche politico di centrosinistra corre a prenderne le distanze (attività sempre perdente, tanto la distanza non sarà mai abbastanza).

Ora, qual è lo scopo di un corteo, oltre a quello conviviale (fare una passeggiata con i vecchi amici fa sempre piacere)?

Potrebbe essere quello di conquistare militarmente una città.

Ma, tanto finito il corteo, torneranno i vigili a comandare, non i manifestanti.

Dopo anni di osservazione, questo entomologo ha deciso che lo scopo di un corteo consiste nel compiere un rituale di Magia Deambulatoria, e c’è un motivo preciso.

Il mondo si divide in due: noi contro quello dell’altra parte.

Alla fine, con quello dell’altra parte, cosa ci fai?

Puoi trattarlo come un avversario a calcio, con cui ti scontrerai lealmente infinite volte, finché non andrete in pensione entrambi, stringendovi la mano.

Ma in “politica” non funziona così, almeno in Italia.

Ognuno sogna che il proprio nemico smetta di esistere.

Cioè sogna gli venga tolto il diritto di parola o di voto, che finisca in galera o che muoia di colpo. Anzi, l’unica cosa che funziona in maniera sicura è l’ultima.

Quindi è assolutamente normale che si fantastichi di vedere il proprio avversario morto.

Poi esiste anche il piacere profondamente umano di immaginare che quello lì faccia una fine particolarmente atroce, ma la cosa importante è che faccia comunque una fine.

Per vari motivi – mancanza di coraggio personale, paura della polizia e paura di attribuire punti-vittima al proprio nemico – tutto questo resta in un mondo immaginale, che è esattamente quello in cui prospera la magia.

Infatti, lo scopo della Magia Deambulatoria è di compiere un rituale che faccia morire i propri nemici.

E più sono esplicite e potenti le formule che chi compie il rituale pronuncia, più è probabile che funzioni.

Quando ero giovane, mi ricordo due slogan contrapposti:

“Il comunismo non passerà!”

“Fascisti carogne tornate nelle fogne!”

Nel primo caso, si tratta di creare una realtà futura nella mente. E’ come la preghiera, “venga il Tuo regno”. Io lo voglio, quindi sarà così.

Nel secondo caso, abbiamo un ordine rivolto al nemico stesso, lo stesso meccanismo che troviamo negli esorcismi:

“D’ora innanzi, perfido serpente, non ardire ingannare il genere umano, perseguitare la Chiesa di Dio e scuotere e crivellare come frumento gli eletti di Dio.”

E’ interessante poi il concetto di fogna, cioè di luogo infero, di ciò che noi escludiamo dalla nostra vita, buio, quasi una metafora del lato oscuro dell’inconscio: il Nemico proviene dalle tenebre, e noi gli ordiniamo con fermissima volontà di farvi ritorno.

Insomma, non togliete la magia ai cortei: sono la parte più interessante.

E poi, da scettico incallito, sospetto che sia anche la parte meno pericolosa.

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Open Day alla #FriendlyForce

Anno 2021, dopo la vittoria di Salvini alle elezioni e la reintroduzione del Servizio Militare Obbligatorio

Open Day alla caserma #FriendlyForce di Nave a Rovezzano.

La #FriendlyForce è una caserma che si basa su principi di Open Awareness e Share-in-Action, e vanta la migliore mensa di tutte le caserme toscane, con prodotti approvati da alcuni dei più noti chef televisivi.

Si ricorda che a causa di una recente decisione dell’ASL, è severamente vietato alle reclute entrare in cucina, pulirla, servire ai tavoli o pulirli o scambiarsi posate, bicchieri o cibo.

Nella discoteca della caserma, dove operano alcuni dei migliori DJ della regione, si ricorda che sono in azione telecamere HandsOff, per prevenire eventuali molestie. Pertanto durante le DanceEvenings si consiglia sempre di preservare una debita distanza dai propri partner.

Dopo la recente sentenza che ha condannato quattro sergenti a cento milioni di euro di multa per danni all’udito, si ricorda che è vietato l’utilizzo di armi da fuoco all’interno di tutta l’area militare.

Per chi porta un certificato di Disagio Marziale firmato da uno psicologo iscritto all’Ordine, si ricorda che ci sono i Personal Tutor a disposizione che possono accompagnare le reclute alla piscina durante gli orari di esercitazione. Il Sergeants’ Board può comunque disporre misure dispensative straordinarie anche in assenza di certificazione, se ritiene di rilevare segni di Bisogni Militari Speciali.

Per l’utilizzo di IPhone e gli scatti di selfie durante le esercitazioni, esistono due sentenze contraddittorie: la prima li vieta perché violerebbero la privacy delle altre reclute, la seconda vieta di vietarli perché la recluta ha il diritto in ogni momento di restare in contatto con i propri cari e con i propri legali. Si consiglia pertanto prudenza e moderazione nel loro utilizzo.

In seguito alle minacce di ricorso legale da parte delle Florence Soldier Moms, la caserma ha introdotto un innovativo Cold Warning. Appena la temperatura scende sotto i diciotto gradi, scatta l’allarme, le reclute vengono evacuate e portate in alcuni alberghi convenzionati.

Attualmente, per mancanza di fondi, i jeep e carri armati non sono in sicurezza e quindi non si possono adoperare. Un focus group sta però lavorando su un bando europeo per la costruzione di mezzi in cartone riciclato, in uno spirito di Sustainable Imitation.

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La feccia di contadini, nobili, preti e re

Sempre sugli anglosassoni…

Anno 1813, ditemi voi in quale altra paese del mondo qualcuno aveva capito quanto capì Shelley, scrivendo Queen Mab. Notate la parola drudgery, che i dizionari traducono pomposamente come “lavoro faticoso e ingrato, lavoro pesante e noioso”, e che è la base – assieme ai rifiuti – di tutta la nostra civiltà. Un termine che deriva al protogermanico, dreuganą, ma, ancora più lontano, dal proto-indoeuropeo dʰrówgʰos, che indica soprattutto, l’inganno, il fantasma, il tradimento.

Il commercio ha imposto il segno dell’egoismo,
il sigillo del suo potere che tutto rende schiavo,
su un minerale scintillante, chiamandolo oro.
Davanti alla sua immagine si inchinano i volgari grandi,
i vanamente ricchi, i miseramente orgogliosi,
la feccia di contadini, nobili, preti e re,
e con sentimenti ciechi riveriscono il potere
che li schiaccia nella polvere della miseria;
Ma nel tempio dei loro cuori in affitto
l’oro è un dio vivente, e comanda con disprezza
su ogni bene terreno tranne la virtù…
come gli schavi costretti da forza o fame
sotto un padrone volgare, a compiere
un compito di freddo e brutale drudgery;
induriti contro la speranza, insensibili alla paura,
pullegge appena viventi di una macchina morta,
mere ruote di lavoro, e articoli di commercio,
che adornano la pompa orgogliosa e noiosa della ricchezza

Commerce has set the mark of selfishness,
The signet of its all-enslaving power,
Upon a shining ore, and called it gold;
Before whose image bow the vulgar great,
The vainly rich, the miserable proud,
The mob of peasants, nobles, priests, and kings,
And with blind feelings reverence the power
That grinds them to the dust of misery;
But in the temple of their hireling hearts
Gold is a living god, and rules in scorn
All earthly things but virtue. . . .
Even as the slaves by force or famine driven
Beneath a vulgar master, to perform
A task of cold and brutal drudgery;
Hardened to hope, insensible to fear,
Scarce living pulleys of a dead machine,
Mere wheels of work, and articles of trade,
That grace the proud and noisy pomp of wealth

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La scienza mi spiega come votare

Sul sito di Repubblica, un test -il Partitometromi rivela finalmente per chi voterò. Una cosa che, confesso, incuriosisce anche me.

“Il test aiuta a individuare le differenze tra i partiti sulla base dei tratti valoriali che li contraddistinguono, con un approccio scientifico e metodologicamente validato dal Laboratorio di statistica applicata dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e dall’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo.”

Facciamoci validare scientificamente.

Ci sono una serie di affermazioni, con cui puoi essere fortemente in disaccordo, in disaccordo, né d’accordo né in disaccordo, in accordo, fortemente in accordo.

1. “È estremamente importante proteggere i nostri valori morali e religiosi tradizionali”

Totalmente d’accordo che i nostri valori vadano protetti con i denti e con il mitra, se occorre. Solo che non ho capito se intendono i valori miei, o quelli tuoi, di cui me ne importa molto poco.

Valori religiosi tradizionali: sì, i digiuni di quaresima, le cappelle lungo i sentieri con i fiori freschi, evviva! Evviva pure quelli che si puliscono i denti con i bastoncini di siwak, o si svegliano alle 5 di mattina per pregare verso la Mecca.

Ma insegnanti di religione raccomandati dal vescovo, assolutamente no (dice un bambino che non fa religione, “oggi l’insegnante di religione ci ha fatto vedere Anna Frank”).

Quindi, né d’accordo né in disaccordo.

2. “Bisognerebbe privatizzare tutte le imprese pubbliche”

Beh, toglierle ai funzionari statali sarebbe una gran bella cosa. Darle in mano ai privanti, decisamente no.

Quindi, né d’accordo né in disaccordo.

3. Le persone che vengono da altri paesi generalmente contribuiscono a rendere l’Italia un Paese migliore in cui vivere

Io vengo da un altro paese, e grazie a me sono sicuro che per me l’Italia sia un paese migliore in cui vivere, non è detto che lo sia anche per voi.

Però non voglio fare l’egoista, quindi… né d’accordo né in disaccordo.

4. “Se le persone venissero trattate in modo più equo in questo Paese avremmo molti meno problemi”

Non ho capito cosa voglia dire. Chi tratta chi come? Quali persone? Cosa stiamo mettendo a confronto? Le bidelle accusate di riti satanici con gli inquinatori? Gli amici di Renzi con gli amici di Mamadou l’immigrato senegalese? Il diritto di tutti gli studenti a essere promossi senza studiare? Occhiali per tutti?

Quindi, né d’accordo né in disaccordo.

5. “Ho fiducia nella Presidenza della Repubblica”

Vai, questa è semplice: non ho fiducia in alcuna istituzione, di alcun tipo, fine. Fortemente in disaccordo.

6. “Per me è importante essere ricco/a. Ambisco ad avere molti soldi e cose costose”.

Facciamo bella figura e diciamo, Fortemente in disaccordo.

7. “Penso che sia importante che ogni persona al mondo venga trattata allo stesso modo. Credo che ognuno dovrebbe avere le stesse opportunità nella vita”

Ma non era uguale al punto 4, solo che qui si tira in ballo il mondo intero?

Penso che tutti dovremmo avere il diritto fondamentale di essere trattati diversamente. Poi non ho capito cosa significhi “avere le stesse opportunità”. Di venire salvati personalmente da Gesù Cristo? Di andare sulla Luna? Di diventare grandi imprenditori? Di avere da mangiare tutti i giorni? Di farci le vacanze ai Caraibi?

Siccome non capisco, né d’accordo né in disaccordo.

 8. “Ho fiducia nel Governo Nazionale”

Questa è facile facile: non ho fiducia in alcuna istituzione, non credo al governo e non credo alla nazione. Fortemente in disaccordo.

9. “I nuovi stili di vita permissivi stanno contribuendo al declino della nostra società”

Questa  è difficile. La “nostra” società, se declina, declina a causa del picco delle risorse e di un’urbanistica criminale e certo, il fatto che oggi valga il silenzio-assenso della Sovrintendenza è un caso estremo di permissivismo. Ma siccome non sono sicuro di aver capito bene, torniamo alla risposta più sicura: né d’accordo né in disaccordo.

10. “Più il mercato è libero dall’interferenza dello stato, meglio è per il nostro Paese”

Che è più o meno come dire, più la camorra è libera dall’interferenza della ‘ndrangheta, meglio è. A una domanda così, unica via di fuga: né d’accordo né in disaccordo.

11. “Le persone che vengono a vivere in Italia da altri paesi minacciano l’armonia della nostra società”

Ancora non ho capito quale sarebbe la “nostra” società, o che armonia dovrebbe regnare tra Guelfi e Ghibellini, mangiapreti e baciapile, rossi e neri, pisani e livornesi, o cosa dice un tifoso della Fiorentina quando vede uno straniero (“gobbo”?).

Troppo complicata la domanda: né d’accordo né in disaccordo.

12. “Bisognerebbe assicurare a tutti la libertà di esprimere se stessi e di credere in ciò che si vuole”

E no, eh. Qui mi volete fregare. “Il diritto di tutti di esprimere la propria identità di genere per quanto fluida?” oppure “il diritto di tutti di dire ciò che pensano davvero del proprio vicino di casa, degli storpi, dei negri, dei fasci di m…, delle zecche comuniste, dei rabbini usurai, dei preti pedofili, delle donne troie?”

Troppo a rischio. Né d’accordo né in disaccordo.

13. “Ho fiducia nell’Unione Europea”.

Già detto, non ho fiducia in alcuna istituzione. Fortemente in disaccordo.

14. “Avere molto successo è importante per me. Mi piace fare colpo sugli altri”

No, è importante per me fallire, e mi piace risultare antipatico agli altri. Solo che siccome non lo voglio confessare, rispondo, Né in accordo né in disaccordo.

14. “È molto importante per me che il mio Paese sia al sicuro. Ritengo che lo Stato debba stare in guardia contro minacce provenienti dall’interno e dall’esterno”

Occhio, qui non dice, “è molto importante stare in guardia contro gli scippatori”. Parla di roba grossa. Pericoli tipo essere coinvolti in una guerra a fianco degli Stati Uniti, oppure avere qualcuno che inquina tutto il paese. Solo che l’idea dello Stato che Sta in Guardia non mi affascina. Quindi, Né in accordo né in disaccordo.

Prima, mi autovaluto.

Ho detto né in accordo né in disaccordo, su quasi tutto. Il che può indicare, o che mi manchi il sacro fuoco della passione politica, o che non mi informo sul mondo, o che sono irrimediabilmente cretino.

Unici temi su cui mi esprimo: non mi interessa diventare ricco e non affido la mia vita alle istituzioni.

Quindi, mi sembra ovvio: dovrei starmene a casa il 4 marzo.

Faccio clic su “guarda i risultati” e vedo:

Credo di aver capito l’improbabile risultato: non ho espresso fiducia nel Presidente della Repubblica, nel Governo Nazionale e nell’Europa (intesa come organizzazione burocratica).

Al momento attuale, tutti e tre hanno qualche transitoria vicinanza con il Partito Unico, quindi divento automaticamente dell’opposizione.

Ma io avrei espresso lo stesso parere, se le istituzioni citate fossero invece più vicine ai tre partiti cui l’Università Cattolica mi imputa simpatia. E la stessa scienza mi avrebbe trasformato in un piddino.

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Scale down

Qui si va spesso a finire per parlare degli anglosassoni, e più precisamente degli americani.

Su cui esistono due versioni, che se ci pensate finiscono per dire la stessa cosa.

Versione Uno.

Gli angloamericani sono meravigliosi araldi del progresso, della proprietà privata, della libertà, della fantasia industriale e cinematografica, in un mondo pieno di antichi e superstiziosi tiranni, e il loro destino è salvare il mondo.

Gli angloamericani sono bestioni ignoranti ed esaltati che vogliono dominare il mondo e distruggere tutte le cose antiche e belle in nome del consumismo.

Qualcosa di vero c’è, ovviamente.

Ma esiste anche qualcos’altro di profondamente americano.

Una sensibilità che esiste sin dagli inizi, o almeno dal 1705, quando  Robert Beverley pubblico History and Present State of Virginia, dove contrastò la vita degli Indiani d’America alla “società libertina, corrotta e vana” che aveva reso “depravata e schiava la restante parte dell’umanità.”

In Europa, quella che possiamo chiamare la Sinistra nasce (sommariamente) combattendo il feudalesimo: da lì tutto il pesante apparato di gloriose forze produttive da scatenare, il disprezzo per tutto ciò che sapesse di tradizione. Insomma, quella cosa che rende la Sinistra quasi un parassita (in senso tecnico) del capitalismo e dell’individualismo: “voi capitalisti inventate, noi socialisti ridistribuiamo!” Poi, come sempre, le cose sono infinitamente più complicate, e gli esseri umani reali, per fortuna, non ci stanno nelle scatole in cui decidono di rinchiudere se stessi.

Nel mondo anglosassone invece, le persone sensibili percepiscono da sempre (diciamo almeno dai tempi di William Blake) che il problema è proprio la modernità.

E dove ogni tradizione è stata sistematicamente smantellata, ogni comunità umana è stata dispersa, tradizione, paesaggio e comunità assumono un senso molto diverso.

Rising Appalachia sono due sorelle, dai banali nomi di Chloe e Leah Smith, nate nel deserto cementizio di Atlanta Georgia e poi fuggite tra i monti dell’Appalachia, dove un secolo fa mio nonno raccoglieva le canzoni dei contadini.

Anche le Rising Appalachia hanno fatto qualcosa del genere, mescolandovi molte altre cose e suonando per strada.

Oggi cantano e commerciano i propri album senza intermediari.

Scale Down vuol dire “ridimensionare”, rendere più piccolo qualcosa.

Ci possiamo leggere, se volete,

la Omnia vincit humilitas, dell’Ordine degli Umiliati (così anonimi che dedicarono la propria chiesa qui a Ognissanti),

oppure l’opposto della “crescita” che è la base stessa di tutti i prometeici progetti della modernità, dal Canale di Suez alla conquista della Luna

oppure, semplicemente, non prenderti troppo sul serio.

Ma queste riflessioni non possono disgiungersi da qualcosa che la rivoluzione della proprietà nell’Inghilterra del Quattrocento ha inciso indelebilmente nelle intelligenze anglosassoni: la riflessione su se stessi. Che a pensarci, accomuna Shakespeare agli sciroccati in cerca di terapie alternative.

Alzati in piedi, guardati attorno e poi ridimensiona anche quello

Woh, io credo a una rivoluzione,
credo che adesso sia a portata di mano, ci credo,
mani forti si rafforzano tutti i giorni, tutti i giorni a richiesta
perché vedete, io sono un fabbro di metallo e di parole
e anche una pecora nera come la pece,
e o Signore, in questa vita, questo è tutto, tutto ciò che abbiamo finito per fare
perché cinquecento anni fa, quando questi stessi alberi erano più folti,
e tutto questo colore primordiale, e quindi il caos qui aveva un senso.
Non c’era alcuna coscienza di perdere tutta una montagna,
quella montagna che io chiamo casa
e, o Signore, o Signore, questi stessi alberi, si stendevano avanti e avanti
senza che si parlasse di scomparire o a chi appartenere
e queste stesse montagne mandavano echi di pace
Molto tempo prima che ci fossero le notizie, e ora, oh, anche quello è quasi andato,
ora anche quello è quasi andato,
dimmi allora cosa abbiamo fatto come civiltà
per distruggere nella nostra stessa scia
quella metaforica mano che ci nutre tutti
stiamo buttando nella spazzatura la nostra stessa torta di compleanno
e io mi ritengo una scettica, ma, o Signore, sono ottimista nell’anima
veniamo tutti scagliati e trascinati in giro come un toro
lui è potente e adirato, eppure in qualche modo quegli spessi anelli lo sottomettono e lo trascinano
Allora, non ti mettere anche tu a chiudere la porta alla verità sgradevole e appiccicosa delle cose.

Ecco che andiamo.
Forza esci dall’auto,
cammina, ti fa bene,
smettila di consumare ciecamente,
arrangiati con ciò che hai e possiedi
e ridimensiona pure quello.

Comincia lì,
tutti hanno tanto da ridire su tutti gli altri,
ma sono le nostre stesse trasgressioni che tendono sempre a sciogliersi
e scomparire nella critica di chi è la colpa o chi va accusato o chi è nel torto,
Ma, no, no, no, ciasciuno di noi,
stiamo facendo qualcosa che è troppo difficile o troppo veloce o troppo lungo
e non c’è nessuno a parte noi stessi che possa far durare questa cosa, nessuno a parte noi stessi

Comincia allora lì,
Ognuno guardi a lungo e severamente se stesso, a lungo e severamente se stesso
Signore, comincia lì,
Ognuno guardi a lungo e severamente se stesso, a lungo e severamente se stesso

Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too.

Woh, I believe in a revolution,
I believe it is at hand now, believe in it,
Thick hands are strengthened daily, daily on demand
Because see, I am a blacksmith of metal and words
And a sheep that’s pitch black too,
And lord, in this life that’s all, all we wound up to do
Because 500 hundred years ago, when these same trees were more dense,
And all this color pristine, so the chaos here made sense.
There was no knowing of the loss of a whole mountain,
Of that same mountain that I call home
And lord, lord, these same trees, they rolled on and on,
Without mention of vanishing or with whom to belong
And these same mountains echoed peace out
A long time before the news, and oh, now that too is nearly gone,
Now that too is nearly gone,
So tell me what have we done as a civilization
To destroy in our own wake
Oh, that metaphorical hand that feeds us y’all
We are trashing our own birthday cake
And I consider myself a skeptic but lord, I’m an optimist in soul
And we are all getting throwed around and dragged along like the bull
He is huge and rageful, yet somehow subdued and hauled by those thick rings
So don’t you too shut out the nasty, sticky truth of things.

Here we go.
Get the fuck out your car,
Walk, it’s good for you
Stop consuming blindly,
And get by on that that you do have and possess
And then scale that down too.

It starts there,
Everybody’s got a lot to say about everybody else
But it’s our own transgression that always tends to melt away
And fade into that critique of whose fault or whose blame or whose wrong,
But oh, no, no, each and everyone of us,
We are doing something it’s too hard or too fast or too long
And there’s none but ourselves to make this thing last, none but ourselves
No, there’s none but ourselves to make this thing last, none but ourselves
So there’s none but ourselves to make this thing last, none but ourselves
Oh no, there’s none but ourselves to make this thing last, none but ourselves.

So it starts there,
Everybody take a long, hard look at you, a long, long, hard look at you
Lord, it starts there
Everybody take a long, hard look at you, a long, hard look at you
Oh no, it starts there,
Everybody take a long, hard look at you, a long, hard look at you
Oh no, it starts there,
Everybody take a long, hard look at you, a long, hard look at you.

And you stand up, and you look around and then you scale that down too
Lord, stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too
Stand up, look around and then scale that down too.

[Woh, you scale that down]
Stand up and you look down and scale that down too
[Oh no, you scale that down]
Stand up and you look down and scale that down too
[Oh no, you scale that down]
Stand up and you look down, then scale that down too
[Woh, you scale that down]
Stand up, you look down and scale that down too.

Woh no, you stand up, you look down and scale that down too
Oh, you stand up, you look down and scale that down too
Oh, you stand up, you look down and scale that down too
Oh, you stand up, you look down and scale that down too.

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