La crepa nel cemento dell’OttoNovecento e le Mamme con le Sciarpe

Uno dei nostri commentatori più interessanti è Davide. Confusionario, disortografico, criptico e offensivo, tanto che spesso mi chiedono di bandirlo, ma mai superficiale, e quindi sempre apprezzato.

Davide scrive:

“Io ho detto che per combattere il sistema bisogna o morire o farsi imprigionare o creare comunità davvero altre e non farlocche come Miguel spaccia. Comunità monasteriali mix stile Amish.”

E’ una critica che stimola molte riflessioni, e aiuta anche me ad avere idee più chiare. Per cui userò spesso il pronome io, ma per modestia, nel senso che sono cose che riguardano solo me. Poi spero che qualcuno si riconosca nel mio percorso.

Rifrullo tutto, vediamo cosa viene fuori.

Mi rendo conto che io non voglio combattere il sistema.

Il signor Mark David Chapman, attualmente ospite di una poco amena prigione statunitense, ha dedicato la propria vita a combattere John Lennon.

Per almeno un decennio, ha pensato solo a John Lennon.

Tanto l’ha combattuto che ha vinto, ammazzandolo.

E poi ha dedicato i successivi 27 anni a una lunga morte dentro la tomba dello stesso Lennon. Praticamente un matrimonio monogamico a vita, con John Lennon.

Il che mi fa pensare: chi combatte qualcosa è solo un riflesso di ciò che combatte.

Combattere John Lennon è stato facile, lo si riconosceva dagli occhialini.

Ma “combattere il sistema” richiede una definizione di cosa sia il “sistema”.

Ora, molti sono ancora legati a una pittoresca ideologia OttoNovecentesca, che sosteneva simultaneamente due cose:

1) tutti gli esseri umani sono buoni, occorre amarli tutti ugualmente e tutti devono stare ugualmente bene, grazie al Progresso Tecnologico e alla Ragione, anche quello più bizzarro è Uno di Noi

2) i suddetti esseri umani si dividono in Sfruttati e Sfruttatori, e la vita è una guerra all’ultimo sangue tra queste due specie.

Con varie riletture del concetto di Sfruttati e Sfruttatori, tipo, “democratici e fascisti, femministe e maschilisti, liberali e terroristi, razzisti e neri”. La definizione più chiara resta quella di Scientology che dice che il problema sono i Soppressivi:

“La Persona Soppressiva è anche conosciuta come la Personalità Antisociale. In questa categoria si trovano Napoleone, Hitler, l’assassino impenitente e il signore della droga. Ma se tali sono facilmente identificabili dai corpi che lasciano nella loro scia, Personalità Antisociali sono comunemente presenti nella vita corrente e spesso non vengono identificate.”

Se si crede alla Teoria delle Due Specie, il Sistema finisce per coincidere con gli Sfruttatori: scoprili, sparagli se puoi, se non ci riesci, fai grandi gesti teatrali per far vedere che non  appartieni alla loro razza.

Insomma, sterminiamo i fascisti, vivremo tutti felici.

Per me, il Sistema somiglia piuttosto al sole di luglio. Non possedendo razzi interplanetari, non mi viene in mente di combatterlo, mi viene in mente di ripararmi.

Se invece di ripararmi, decidessi di sfidare il sole di luglio, il risultato sarebbe scontato:

 indexIo diventerei più brutto e il Sole resterebbe tale e quale, e se ne sbatterebbe.

Che è più o meno quanto succede a tutti quelli che praticano troppo la Magia Deambulatoria (“cammiiiina in corteo per tutta la città, grida forte frasi ritmaaaaate, e il male scompariràààààà!“).

Centotrent’anni fa, Ouida – una scrittrice inglese con un cagnolino che capiì del nostro paese più di quanto avrebbero mai capito i suoi intellettuali – scrisse quattro righe sugli italiani:

ouida“La lingua italiana chiacchiera come quella di una gazza: se non si sfogassero così, sarebbero più difficili da dominare; ma nessun gran chiacchierone ha ancora realizzato nulla di grande, in questo mondo”.

Queste feroci parole, compaiono in realtà in uno dei più straordinari testi di amore per l’Italia vera, il romanzo A Village Commune, che è una sorta di anti Promessi Sposi. Uno dei testi più profondi e ricchi sull’Italia che il sistema Italia, imposto da quello stesso Risorgimento per cui Ouida all’inizio simpatizzava, stava sistematicamente uccidendo.

Le stesse riflessioni sull’inutilità di certe attività valgono per le sottoforme di Magia Deambulatoria tipo, “io faccio sculture che rappresentano la cacca per dire che il sistema fa schifo”, oppure “mi lancio con il camion in mezzo alla gente che cammina per strada”. Non vogliamo ovviamente mettere sullo stesso piano chi incassa un sacco di soldi per fare la cacca, con quello che invece ci rimette la vita.

Invece, io a luglio so che prima o poi arriva dicembre, e avremo problemi diversi. E magari rimpiangeremo luglio.

Saltiamo a piè pari le “comunità monasteriali tipo Amish” di cui parla Davide, contro cui ho nulla, ma di cui non faccio parte: l’importante è che non esistano solo per combattere il sistema.

E passiamo alle comunità farlocche come Miguel spaccia”.

Non mi offendo, è che credo sia sbagliato il ragionamento.

Una comunità, può essere pericolosa, odiosa, aliena; ma se è una comunità, non è farlocca.

L’OttoNovecento si basa su un’immensa illusione di progetto, di controllo e di progresso. La Mente dell’Uomo Geometra che domina su un Mondo tutto da domare.

Tecnici, legislatori, riformatori, assessori, innovatori, amministratori delegati, commissari politici, think tank, progettisti, creativi, CEO, psicoterapeuti, analisti, enciclopedisti, personal coach, dighe, illuministi, esperti, direttori didattici, argini, sorveglianti che hanno creato una situazione in cui sette miliardi di esseri umani stanno trasformando in un deserto surriscaldato di plastica un pianeta che quando era in buona salute, a stento bastava per un miliardo.

L’OttoNovecento è stato un mondo farlocco per definizione.

Invece, una Comunità è semplicemente, realmente quello che è.

L’altro giorno, c’era il nostro amico funzionario in pensione, trentasette anni dietro una scrivania e tanti tanti nel Partito, che cercava di impedirci di raccogliere le foglie che cadevano dagli alberi:

“questo è un compito che spetta al Comune! Noi paghiamo le tasse, hanno il dovere di farlo loro!”

Mi direte, non è un ragionamento del tutto sbagliato.

Soltanto che il Comune, le foglie non le raccoglie.

E se le raccoglie, le fa raccogliere da una cooperativa sottopagata che deve pulire dieci giardini ogni giardino con due addetti.

E se la cooperativa sottopagata le raccoglie, le sbatte dentro i rifiuti indifferenziati, poi  finiscono nell’inceneritore e ci avveleniamo pure con le foglie, come se la plastica non bastasse.

E se io protesto per tutto questo, e riesco a far togliere i soldi a un asilo nido per fare invece la raccolta delle foglie come si deve da noi, mi viene il fegato amaro da fare schifo: perché quando andiamo a litigare, i primi a stare male siamo sempre noi.

Mentre noi le foglie le raccogliamo, le trasformiamo in compost per le piante tra cui viviamo. Che vale molto, molto di più del principio astratto del dovere delle istituzioni.

foglie-butta

Queste sono le foglie nostre. Che sono assolutamente uniche al mondo, come lo è ogni singola altra foglia, ovunque cada.

Qui si sente il peso diverso della storia.

Mi dice l’amico Jacopo,

“ho lavorato con boscaioli italiani e con boscaioli romeni.

Quando c’era un problema, il boscaiolo italiano si chiedeva, che strumenti mi servono per risolverlo?

Mentre il boscaiolo romeno si chiedeva, come posso affrontare il problema con gli strumenti che ho?”

Il nostro funzionario in pensione è una brava persona: litiga pure con il Partito Unico per fedeltà al Partito Vecchio, si legge con maniacale attenzione gli statuti e i regolamenti (ma è stato pure, del tutto falsamente, arrestato una volta perché sospettato di non aver rispettato lui il comma virgola capoverso di qualcosa).

E il suo mondo è un sistema razionale: i privati saccheggiano il mondo per fare soldi, diano qualcosa di questi soldi per mantenere gli altri esseri umani che non ce la fanno, grazie a una serie di servizi elargiti da una grandiosa macchina burocratica.

Il punto è che il nostro funzionario non si capisce con gli altri, sopratutto gli stranieri.

Non perché il nostro funzionario sia italiano, anzi perché lui è il prodotto ultimo della anti-Italia descritta da Ouida.

Quando Messer Nellemane, il Don Rodrigo modernista, funzionario democratico e progressista del Comune scopre che è rimasto ancora un bosco nel vecchio convento degli olivetani, oggetto di speculazione e saccheggio, pensa:

ouida3

Che spreco dell’erario pubblico! E che provvigioni erano lì, che aspettavano qualcuno! Messer Nellemane, di tutte le cose che c’erano in questo mondo, amava soprattutto le opere [a job]. La mente ufficiale ama sempre le opere. Detestava, inoltre, gli alberi, proprio come detestava i cani. E come i cani si potevano sopportare solo se erano guinzaglio, per lui gli alberi erano tollerabili soltanto quando erano state segati in tavole ben piallate.

La mente ufficiale, con cui lui era stato creato, aborriva l’esistenza imministeriale e improvvida permessa a quel bosco un tempo sacro, mentre il convento che quel bosco circondava era stato trattato come il libero pensiero sa sempre trattare tali monumenti alla superstizione.”

La nostra A., combattiva mamma albanese, lancia un grido, “voglio una foto con le Mamme con le Sciarpe, voglio troppo bene a loro!” E scoppiamo in una grande risata per questa definizione.

Le Mamme con le Sciarpe sono le nostre musulmane con il hijab, sempre sorridenti e forti e pronte a fare qualcosa per il bene comune, che non capiscono nemmeno le obiezioni del funzionario in pensione, ma capiscono perfettamente la vita, il cibo, gli alberi, le risate, l’amicizia, la fiducia. E magari avranno anche cento difette e imperfezioni e contraddizioni anche loro, come tutte le creature della natura.

E abbiamo anche il diritto poco politicamente corretto, di esprimere allo stesso tempo il nostro affetto, la nostra ammirazione e dire, “ma guarda in che maniera strana e bella si vestono!”

Ecco, la Comunità è ciò che è.

E’ qualunque cosa nasca, in una crepa nel cemento. Potrebbe essere anche velenosa, ma è viva.

Proprio qualche ora fa, all’angolo puzzolente e inquinato tra Via de’ Serragli e Via di Sant’Agostino, nel punto in cui i camion si piazzano ogni giorno sulle strisce pedonali per scaricare bevande per i locali (e i vigili si sono arresi da anni), ti trovo questo:

crepaIo non sono sicuro che quella piantina sia bella.

Non credo che le sfiori nemmeno da lontano il pensiero di combattere il sistema.

Ma certo, farlocca non è.

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L’edera, il bucaneve e il dono degli inglesi

Chi vive in un luogo, raramente riesce a distinguere gli alberi dal bosco, e quindi non può, spesso, apprezzarne la particolarità.

Qualcuno deve pur venire dai monti senza che nessuno lo senta arrivare.

“The only way he could come, was floating and flying”

Che poi il miracolo, è quando qualcuno da dentro, come attraverso un vetro, tocca con mano qualcuno che è fuori.

S. viene dall’Inghilterra, che è la strana gemella del Granducato.

Anni fa, S. scrisse un libro affascinante, Getting Things Done in Naples, uno studio dei meccanismi grazie a cui Napoli funziona benissimo, nonostante le improbabili apparenze. I napoletani non sanno perché, ma una ragazza inglese colse con affetto i segreti che sfuggivano agli autoctoni.

In anni recenti, S. si è dedicata a Firenze, scagliando in un abisso senza fondo proposte che avrebbero potuto risollevare la nostra città.

L’altra sera, le scrissi le parole di Christopher Alexander, sulla Timeless Way, la via senza tempo che gli antichi architetti adoperavano, e che noi cerchiamo di riscoprire:

“si tratta semplicemente del desiderio di creare una parte di natura, di completare un mondo che è già costituito da montagne, ruscelli, fiocchi di neve e pietre, con qualcosa fatto da noi”

S. mi ha risposto, chiamandomi love come fa la gente delle lande del Nord e che non ha significati ambigui, e raccontandomi di suo zio, vicar anglicano in un piccolo paese e storico locale, che una domenica aveva preparato la predica da leggere in chiesa, e invece vide un bucaneve – snowdrope rimase folgorato, cambiando tutto il discorso.

Il vicar vide l’edera che cresceva contro il muro della chiesa, e invece di dire, “I believe in God the Father, “credo a Dio Padre”, inventò una formula nuova:

Ivy leaf in God the Father“.

Che se osassi, sarebbe tutto il mio credo.

Quando il vicar morì, S. dovette cercare una lapide per lo zio.

Il marmista le disse che poteva regalarle una lapide già pronta, abbandonata non si sa per quale motivo, su cui era ritratta l’edera che cresceva: era una lapide semplice, di quelle che nel tempo sarebbero scomparse, ma lo zio non voleva certo imporsi per sempre.

S. accettò la lapide, ma vi fece incidere anche un bucaneve, e le parole, “Ivy leaf in God the Father”. Snowdrop.

Scrisse Christopher Alexander:

Cattura“Senza alcun aiuto da parte di architetti o di progettisti, se operi nella maniera senza tempo, una città crescerà sotto le tue mani, sicura come i fiori nel tuo giardino”

La meraviglia dell’Inghilterra, madre dei mali del mondo e custode degli antidoti che nessun altro conosce.

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Carrefour

Mentre sento incolpare

la lobby gay, i fascisti, Renzi, Salvini, Grillo, i massoni, gli skinhead, gli immigrati, i preti, gli anticlericali, la Boldrini, gli ebrei, i comunisti, la buonanima di Benito morto da oltre settant’anni, i sindacati, il fondamentalismo islamico, le femministe, i revisionisti storici, gli animalisti…

Ecco che seguendo il tag su Twitter, scopro questo incommensurabile, quasi geniale contributo alla distruzione della vita stessa sull’unico pianeta su cui ballano Renzi, Salvini, Grillo e tutti gli altri.

Cortesia di Carrefour:

carrefour

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Vogliamo tutti la dittatura!

Leggo che secondo un sondaggio, il 23% degli italiani vorrebbe una “dittatura  di 4-5 anni” perché sarebbe l’unica soluzione “per riuscire a cambiare realmente l’Italia e fare riforme vere e durature”.

Ora, la parola “dittatura” è un pochino forte e di parte. Sostituiamola con la parola, “governo forte”, anzi fortissimo.

Partiamo da me.

Un governo che imponga, ai locali di tutta Firenze di usare piatti e bicchieri biocompostabili, faccia pagare tasse da bancarotta a chi tiene la seconda casa sfitta,  vieti l’ingresso dei Suv nel centro storico, faccia pagare una tassa ecologica ai prodotti secondo la distanza da cui provengono, imponga l’arresto dei genitori che abbandonano i minorenni a Facebook…

sì, lo voglio subito, con i maganelli e tutto, e una risata in faccia agli avvocati!

Quindi, potete arruolare anche me.

Ma mica sono solo.

C’è quello che vuole il governo con gli attributi che fermi l’immigrazione; quello che vuole il governo che sbatta in galera omofobi, fascisti e razzisti; quello che dice, basta sottostare ai dettami del Vaticano e dei preti, lo Stato è Stato, perbacco, fuori i preti dalle scuole!

Quello che dice allo Stato di sbattere fuori chi non rispetta i Valori Cristiani.

Quello che dice che è ora che lo Stato faccia pagare le tasse fino in fondo alle aziende, e quello che dice che bisogna licenziare i lavativi statali, senza farsi intimorire dai sindacati.

Quello che dice che è ora che lo Stato frusti a sangue chi inquina, e chi dice che è ora che mandino i carabinieri a cacciare gli ambientalisti che impediscono di fare le grandi opere di cui l’Italia ha bisogno.

Quello che dice che nessuno manda via gli spacciatori marocchini dalla piazza e quello che, lo Stato non sbatte in carcere tutti quelli che su Facebook fanno apologia del Duce.

Altroché 23%, siamo il 99%!

Più dittatura subito!

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L’imprevedibile

Sapete che ho parlato spesso bene delle Mamme No Inceneritore.

Per aver posto al centro la questione che sta al centro, cioè quella dei rifiuti.

Noi viviamo in quanto consumiamo energia e la trasformiamo in rifiuti, consumiamo cioè ordine e lo trasformiamo in disordine. Poi la fotosintesi e i lombrichi lentissimamente ricreano l’ordine.

Godiamo invece delle magnifiche sorti e progressive,  quando saccheggiamo più energia di quella che il  pianeta possa sostituire e creiamo più rifiuti di quanto i lombrichi possano curare.

Motivo per cui stiamo per fare un grande salto in avanti mentre ci troviamo sull’orlo del precipizio.

La catastrofe è insita nel meccanismo stesso; poi se ci sfracelleremo di testa o di piedi, lo lascio a tutte quelle astruse ipotesi tipo, “nel 2082 la terra sarà un deserto”, che mi interessano poco. Magari nel 2082, ci sarà il diluvio universale.

Detto questo, non sono certamente in grado di dire qualcosa di più tecnico sugli inceneritori in sé.

Semplicemente, trovo interessante riflettere su come di queste cose si discuta sempre pensando a come i progettisti dicono che saranno. Se saranno come dicono i progettisti, le sostanze tossiche rilasciate nell’aria saranno un tot, e così via.

Ora, le cose non sono mai come dicono che saranno.

Proprio come sappiamo che la profezia ecologista per il 2082 è inattendibile, sappiamo che la profezia tecnocratica dei progettisti è inattendibile, perché la realtà va sempre da un’altra parte.

Proprio gli inceneritori, infatti, ci offrono uno splendido esempio di come le cose non vadano mai come previsto. Poi possiamo estendere questa riflessione a tantissime altre cose.

Ho messo su google le parole incendio inceneritore, e ho visto che ci sono stati incendi, negli ultimi mesi, negli inceneritori (o “termovalorizzatori”) di San Vittore del Lazio, Parona, Trieste, Campi Bisenzio, Torino, Mortara, Montale, Acerra, Manzano, Alcamo, Colleferro, Bevera, Riccione. Poi mi sono fermato.

Ah, dimenticavo, anche Messina:

messina-inceneritore

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I quadri della contessa

Mi raccontano oggi della morte della Contessa Anziana.

La nostra amica parla con il custode, che ha l’incarico di sgomberare tutto, ci faranno magari un bedenbrecfas.

“In cantina, doveva vedere quanta roba c’era, un troiaio”.

“E cioè?”

“Ma tanti, tanti quadri. Però erano tutti molto vecchi.”

“Sì, però che fine hanno fatto?”

“Non si preoccupi, erano proprio tanto vecchi. Come i libri, pensi che ce n’erano certi che non erano nemmeno in italiano, erano in latino.”

“Sì però che fine hanno fatto?”

“Ma ho buttato tutto, ovviamente, sa che fatica!”

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Inutile e utile in Oltrarno

E’ sabato sera, poi il post lo metto in rete con ritardo per non rubare spazio a quello ben più importante sui grandi vampiri inutili del declino:

Se ci si pensa bene, l’unico settore in crescita rimasto nell’economia statunitense è quello di imprese che spiano i cittadini statunitensi. E quelli europei.

Fuori, una fila interminabile di auto che si appresta a entrare nel quartiere in cool al mondo, a provare l’ebrezza di parcheggiare sui passaggi pedonali.

Per una miracolosa metamorfosi alchemica di solido in liquido, gli entrerà la cocaina nel naso e gli uscirà la pipì sui marciapiedi. E il fatto che a vendere siano marocchini dalle facce patibolari non toglie che gli acquirenti siano italiano dalle facce da ebete.

Torno indietro di qualche ora.

Al parcheggio in Viale Ariosto, ci sono i posteggiatori abusivi.

Dall’aspetto, dovrebbero essere – insolitamente – somali. Davanti a ogni bar del quartiere, c’è adesso un nigeriano o un ghanese con un cappellino in mano, ma mai un somalo.

Provo a contare i posteggiatori abusivi.

Uno, due, tre… sono dieci in uno spazio in cui ci stanno poche decine di auto, perfettamente allineate.

Dieci.

Non so quanto siano aggressivi, ma stanno cercando in dieci di sopravvivere di un mestiere perfettamente inutile, e certamente anche fastidioso. Non sapranno cosa voglia dire, ma diciamo che l’unica cosa che fanno di concreto è fare i galoppini per Salvini.

Poi incontro Giovanni, davanti alle poste.

Giovanni è uno straordinario fotografo, che sa cogliere particolari misteriosi:

gianluca-botta gianluca-botta1 gianluca-botta2 gianluca-botta3Gli chiedo, “come stai?”

“Male, grazie!”

e mi racconta una lunga e complessa storia di come l’ha truffato senza pagarlo, l’amministratore dei beni di una signora italiana anziana per cui faceva il badante (e l’unica persona onesta era il figlio galeotto della signora), e più si infervora a raccontare i dettagli (“sono stato sindacalista e son figlio di avvocato!“), meno ci capisco.

Mica perché lui non si sappia esprimere, il problema sono le mie scarse conoscenze in materia di diritto di lavoro.

“Poi prendono gli stranieri, perché possono pagarli di meno, prima aveva un badante peruviano che non le dava nemmeno da mangiare, non le cambiava la dentiera e non la puliva… ma io non voglio fare la guerra tra poveri”.

Mi racconta che il suo computer e la macchina fotografica, hanno accettato di tenerseli fino a lunedì, in un centro per disastrati. Poi non si sa.

“E io ho ventiquattro anni di contributi”, dice con aria quasi feroce. “Io faccio di tutto per non crollare, per non lasciarmi andare, ma sulla strada è dura. Ma tu non sei italiano vero?”

“Sono messicano…”

“E che ci sei venuto a fare in questo c… di paese? Io ci sono stato in Messico, negli anni Novanta, ed era un paese più civile di questo… beh, quasi. Ero nel Chiapas, a fare qualcosa” e ride forte, poi mi guarda con sospetto… “ma forse non la pensi come me sullo zapatismo?”

Diplomaticamente, dico che conosco meglio il Messico centrale di quello meridionale.

“Sono stato anche nel Kurdistan, anche lì a fare qualcosa, e anche lì un paese più civile di questo”, e ridiamo insieme.

“Ma adesso dove dormi?”

“Nella sala d’attesa dell’ospedale di Careggi. Si sta dritti sulla sedia tutta la notte, ma almeno non mi buttano fuori. Adesso sono venuto a prendere tutti i soldi che ho sul conto, dal bancomat”.

“Sicuro che sia il caso di tenerteli addosso?”

“Eccoli!” e mi fa vedere un solitario biglietto da cinquanta euro.

“Me li vado a bere tutti in vino, perché mi girano troppo… mi devo calmare se no commetto qualche scemenza!”

Anche Giovanni è diventato inutile. Il momento – sempre più comune – in cui una farfalla si trasforma in bruco.

Invece, l’altro giorno cercavamo Ahmad.

E’ un giovane marocchino, con un fratello più piccolo, biondo e con gli occhi azzuri.

Ahmad è affetto dalla sindrome di Down, come si dice.

E’ venuto da noi un paio di volte per portare il fratello, ma ha timore di tornare in un posto che sarebbe riservato ai bambini e ai loro accompagnatori, visto che lui ha venticinque anni. E per questo ci sfugge, rintanandosi in qualche antro buio (nel quartiere in cool al mondo, ci sono anche gli antri bui), dove mi immagino la televisione sempre accesa, il tè profumato e la paura di venire sfrattati.

Ora, potete accusarci di tutti i buoni sentimenti di questo mondo, ma il vero motivo per cui cerchiamo Ahmad è che noi ne abbiamo bisogno.

In un mondo dove il denaro ha reso tutti superflui, noi abbiamo bisogno di tante persone.

Di chiunque sia disponibile, attento, pronto a dare una mano senza chiedere nulla in cambio. Sapendo che le facoltà cosiddette intellettuali sono solo una piccola parte delle cose belle e utili che gli esseri umani possono dare.

Poi quello che si dà in cambio diventa naturale.

Come ai bei vecchi tempi in cui io ti regalavo, a mio rischio e pericolo, un pranzo intero di carne di mammut, senza chiederti niente.

E tre anni dopo, tu salvavi mio fratello da una tigre con i denti a sciabola, senza segnare tacche o obblighi da nessuna parte.

Solo che non possiamo dare l’unica cosa di cui si abbia davvero bisogno: un tetto. Di tutto il resto, in questo mondo, ce n’è pure troppo.

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Facebook, Google, Uber, AirBnB e tutti gli altri

Ringraziamo Io Non sto con Oriana per aver tradotto questo importante saggio sul ruolo dei vampiri virtuali ai nostri tempi.

Raúl Ilargi Meijer – Tassateli a sangue. Facebook, Google, Uber, AirBnB e tutti gli altri.

Traduzione da The Automatic Earth, 11 novembre 2017.

Jean-Léon Gérôme, La Verità esce dal pozzo per far vergognare il genere umano, 1896.

Negli ultimi giorni sta uscendo un’intera biblioteca di articoli sui giganti della tecnologia e credo che la maggior parte di essi siano scritti così bene, e le idee ivi contenute così bene espresse, che c’è poco da aggiungere. Unica cosa, credo di poter avere la soluzione ai problemi che sono davanti agli occhi di molta gente. Temo altresì che non verrà adottata, e che si farà in modo che non lo sia proprio. Se le cose stanno in questo modo, siamo davvero lontani da qualsiasi soluzione. E questa è davvero una brutta notizia.

Cominciamo con una critica in senso generale -e financo benevola- scritta per il Guardian da Claire Wardle e Hossein Derakhshan.

In che modo le notizie sono diventate “false notizie”? Quando i media sono diventati sociali

I media sociali ci costringono a vivere sotto gli occhi di tutti, ci mettono al centro della scena in qualunque cosa facciamo ogni giorno. Erving Goffman, sociologo statunitense, ha formulato il concetto della “vita come teatro” nel suo libro Presentation of self in everyday life uscito nel 1956. Il libro è uscito sessant’anni fa, ma l’importanza del concetto non ha fatto che aumentare. Avere una vita privata è sempre più difficile non solo per quello che riguarda il mantenere lontano dagli occhi del governo o delle multinazionali i propri dati personali, ma anche per quanto riguarda il tenere i nostri spostamenti, i nostri interessi e -cosa ancora più preoccupante- i nostri comportamenti di consumo lontano dagli occhi del resto del mondo.
Le reti sociali sono congegnate in maniera tale che ci ritroviamo a valutare continuamente gli altri, e ad essere noi stessi continuamente oggetto di valutazione. Di fatto ci ritroviamo sparpagliati su diverse piattaforme e le nostre decisioni, che diventano atti pubblici o parzialmente pubblici, sono guidate dal nostro desiderio di fare buona impressione sul nostro pubblico, immaginario o reale. Accettiamo di mala voglia questo mettere in piazza quando si tratta dei viaggi che facciamo, degli acquisti, degli appuntamenti e delle cene. Sappiamo come funziona la cosa. Gli strumenti on-line che utilizziamo sono gratuiti, ma in cambio vogliono informazione sul nostro conto e siamo consapevoli del fatto che le utilizzano per pubblicizzare le decisioni che stanno a monte del nostro stile di vita in modo da incoraggiare le persone che fanno parte della nostra rete a unirsi, connettersi e acquistare.
Il problema è che queste stesse forze hanno influito pesantemente sul modo in cui consumiamo notizie e informazioni. Prima che i nostri media diventassero “sociali”, solo i nostri familiari più prossimi o i nostri amici sapevano che cosa leggevamo o che cosa guardavamo, e se volevamo tenere segreti certi nostri piaceri proibiti eravamo in condizioni di poterlo fare. Adesso, quanti di noi fruiscono di notizie tramite le reti sociali si trovano a far sapere a molta gente quello che apprezzano e quello che seguono […] Fluire di notizie è diventato un comportamento che non riguarda soltanto il cercare di tenersi aggiornati o il divertimento. Quello su cui mettiamo un “mi piace” o che decidiamo di seguire diventa parte della nostra identità, un’indicazione della classe sociale a cui apparteniamo, del nostro status, e soprattutto delle nostre opinioni politiche.

Il contesto è questo. La gente vende la propria vita, la propria anima, per unirsi a una rete che poi vende questa vita e quest’anima al miglior offerente, ottenendo un profitto che per nessuna parte torna alle persone. Non si tratta di un’idea inverosimile. Come spiegato in seguito, in termini di scala Facebook è il cristianesimo dei giorni nostri. E queste preoccupazioni non sono patrimonio esclusivo di cittadini preoccupati; a parlare senza mezzi termini sono anche alcuni pionieri come il cofondatore di Facebook Sean Parker.

Facebook: Dio solo sa cosa sta facendo al cervello dei nostri figli

“Sean Parker, presidente fondatore di Facebook, mi ha fornito una panoramica disinteressata su come le reti sociali attirano e possono danneggiare la nostra mente. Occhio: la testimonianza in prima persona del signor Parker rappresenta un preziosissimo punto di vista nel nascente dibattito sulla potenza e sugli effetti delle reti sociali, che ormai hanno uno sviluppo e una portata che non ha precedenti nella storia umana […].

Ai tempi in cui stavamo mettendo in piedi Facebook mi trovavo con persone che venivano da me e mi dicevano “Io sui media sociali non ci sono”. Io rispondevo “Va bene, in futuro ci sarai”. Quelli allora dicevano: “No, no, no: io ci tengo ai rapporti che ho nella vita vera. Io ci tengo al singolo momento. Io ci tengo alla presenza concreta. Io ci tengo all’intimità.” Io gli dicevo: “…Beh, alla fine ti beccheremo.”

“Non so se davvero avevo compreso le implicazioni delle mie parole; una delle non volute conseguenze dell’esistenza di una rete che arriva a comprendere uno o due miliardi di persone e… è che essa cambia, letteralmente, i rapporti che si hanno con la società e con gli altri… probabilmente interferisce con la produttività, e lo fa in modo strano. Dio solo sa che costa sta facendo al cervello dei nostri figli.

Il processo cognitivo implicato nella realizzazione di applicazioni del genere, di cui Facebook è stata la prima… era centrato solo su ‘Come assorbire il più possibile del tempo e dell’attenzione consapevole dell’utenza?’ Insomma, bisogna trovare la maniera di darti una botta di dopamina ogni tanto, perché qualcuno aveva apprezzato o commentato una foto o uno scritto o che altro. Così i tuoi contributi arrivavano sempre più volentieri, e ti avrebbero portato… più apprezzamenti e più commenti.

Insomma, una sorta di validazione sociale ciclica… esattamente il genere di cosa che metterebbe in piedi uno hacker come me, perché si tratta di sfruttare una vulnerabilità nella psicologia dell’uomo. Noi inventori, noi realizzatori, io stesso, Mark [Zuckerberg], Kevin Systrom di Instagram, tutti noialtri insomma, siamo consapevolie di questo. E siamo andati avanti lo stesso.

Anche uno dei primi ad investire in Facebook, Roger McNamee, ha qualcosa da aggiungere in linea con quanto affermato da Parker. Sembra che loro siano Frankenstein, e Facebook il loro mostro…

La minaccia di Google e di Facebook alla salute pubblica e alla democrazia

“Non è esagerato parlare di dipendenza. Il consumatore medio controlla il proprio smartphone centocinquanta volte al giorno, con più di duemila sfioramenti e tocchi. Le applicazioni più frequentemente utilizzate sono proprietà di Facebook e di Alphabet, e sono prodotti il cui numero di utenti è ancora in crescita. In termini di scala, Facebook e Youtube sono paragonabili al cristianesimo e all’Islam, rispettivamente. Ogni mese più di due miliardi di persone usano Facebook; un miliardo e trecento milioni ne fa uso quotidiano. Più di un miliardo e mezzo di persone usano Youtube. Altri servizi di proprietà di queste società assommano utenti per più di un miliardo di persone.

Facebook e Alphabet contano perché gli utenti barattano privacy e franchezza con qualcosa di comodo e di gratuito. Dapprincipio i creatori di contenuti hanno opposto resistenza, ma la domanda degli utenti li ha costretti a rassegnare controllo e profitti a Facebook e ad Alphabet. La verità è triste, ed è che nel perseguire profitti smisurati Facebook e Alphabet si sono comportate in modo irresponsabile. Esse hanno consapevolmente unito le tecniche di persuasione usate dai propagandisti e dall’industria dell’azzardo con la tecnologia, in una maniera che è pericolosa per la salute pubblica e per la democrazia.

Il problema non si trova nella rete sociale o nella ricerca. Il problema è nel modo in cui sono veicolate le pubblicità. Mi spiego meglio. Dacché esistono i rotocalchi gli editori sono consapevoli delle potenzialità racchiuse nello sfruttamento delle emozioni umane. Per vincere la guerra dell’attenzione, gli editori devono dare al pubblico quello che il pubblico desidera, contenuti che fanno leva sulle emozioni più che sull’intelletto. La sostanza non può competere con la sensazione, e con la sensazione si deve giocare permanentemente al rialzo, altrimenti i consumatori si fanno distrarre e si rivolgono ad altro. Lo sbattimento dei mostri in prima pagina ha guidato le scelte editoriali per più di un secolo e mezzo, ma è diventato una minaccia per la società nel corso degli ultimi dieci anni, con l’arrivo degli smartphone.

I supporti mediatici come i giornali, la televisione, i libri e gli stessi computer sono capaci di persuasione, ma la gente se ne avvale solo per qualche ora al giorno, e tutti sono destinatari degli stessi contenuti. La guerra in atto oggi per attirare pubblico non è uno scontro leale. Ogni concorrente sfrutta le stesse tecniche, ma Facebook e Alphabet possono contare su due vantaggi incolmabili: la personalizzazione e gli smartphone. A differenza degli altri media, Facebook e Alphabet sanno praticamente tutto dei propri utenti: li seguono ovunque sul web e spesso anche al di fuori di esso.

Rendendo ogni esperienza gratuita e semplice, Facebook e Alphabet sono diventati i guardiani di internet e questo assegna loro prerogative di controllo e di profitto mai viste prima nei media. Sfruttano i dati per personalizzare l’esperienza di ogni utente e per drenare profitti dai creatori di contenuti. Grazie agli smartphone, la guerra del pubblico si svolte su una sola piattaforma accessibile in ogni momento che si trascorre svegli: i concorrenti di Facebook e di Alphabet non hanno nessuna speranza.

Facebook e Alphabet traggono profitto dai contenuti tramite pubblicità indirizzate in maniera più precisa di quanto sia mai stato possibile in precedenza. Le piattaforme creano “bolle filtro” attorno a ciascun utente, confermando le sue credenze preesistenti e spesso creando l’illusione che tutti condividano i suoi stessi punti di vista. Lo fanno perché questo porta profitti. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che le credenze di ciascuno diventano più rigide e più estreme. Gli utenti diventano meno aperti a nuove idee e persino ai dati di fatto.

In un dato momento Facebook può mostrare a ciascun utente milioni di contenuti. A essere scelti sono quei pochi che più probabilmente porteranno il massimo profitto. Se non fosse per il modello con cui vengono veicolate le pubblicità, Facebook potrebbe presentare invece contenuti che informano, ispirano o arricchiscono altrimenti l’utenza. L’esperienza dell’utente su Facebook invece è dominata da cose che fanno leva sulla paura e sulla rabbia. E questo sarebbe già una brutta cosa, ma la realtà è anche peggiore.

In un articolo sul Daily Mail, le idee di McNamee vengono portate parecchio più avanti. Goebbels, Bernays, paura, rabbia, personalizzazione, civiltà.

I primi finanziatori di Facebook paragonano le reti sociali alla propaganda nazista

I piani alti di Facebook sono stati paragonati da un ex finanziatore al ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels. Roger McNamee ha anche paragonato i metodi della società a quelli di Edward Bernays, il pioniere delle pubbliche relazioni che promosse tra le donne l’abitudine al fumo. Il signor McNamee ha fatto fortuna sostenendo Facebook nei primi tempi, e ha esposto senza mezzi termini le proprie preoccupazioni per le tecniche che i giganti della tecnologia usano per trovare utenti e inserzionisti. […] L’ex finanziatore ha detto che tutti ormai “in misura più o meno estesa sono dipendenti” da quel sito e che temeva che la piattaforma stesse inducendo le persone a scambiare i rapporti umani veri e propri con relazioni fasulle.

Ha paragonato le tecniche della società a quelle di Bernays e del ministro delle pubbliche relazioni di Hitler. “Per tenere viva la tua attenzione hanno saccheggiato il repertorio di Edward Bernays, di Joseph Goebbels e di tutti gli altri professionisti della persuasione, di tutte le grandi agenzie pubblicitarie, e lo hanno riversato in un prodotto permanente che presenta informazioni altamente personalizzate in modo da renderti dipendente”, ha detto al Telegraph il signor McNamee. McNamee ha detto che Facebook stava costruendo una cultura basata “sulla paura e sulla rabbia”. “Abbiamo abbassato il livello del discorso civile, le persone si comportano in modo meno civile le une con le altre…”
McNamee ha detto che i giganti della tecnologia hanno usato il Primo Emendamento come un’arma, “essenzialmente per autoassolversi da ogni responsabilità.” Ha poi aggiunto: “Parlo da persona che all’inizio era coinvolta in tutto questo.” Le considerazioni di McNamee arrivano come un altro schiaffo a Facebook, dopo che il mese scorso l’ex collaboratore Justin Rosenstein ha fatto presenti le sue preoccupazioni. Il signor Rosenstein è l’ingegnere di Facebook che ha creato un prototipo del bottone “mi piace” del portale; ha chiamato la sua invenzione “l’argentino rintocco del piacere falso”. Ha detto che era stato costretto a limitarsi nell’uso della rete sociale perché era preoccupato per l’impatto che essa aveva avuto su di lui.

In merito agli effetti che i media sociali hanno sul piano economico, e non su quello della società o dei singoli, qualche settimana fa Yanis Varoufakis ha detto questo:

Il capitalismo è alla fine perché si è reso obsoleto da solo – Varoufakis

L’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis ha affermato che il capitalismo sta avvicinandosi alla fine perché si sta rendendo obsoleto da solo. L’ex professore di economia ha detto al pubblico dello University College di Londra che l’affermarsi delle grandi società nel campo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale farà sì che l’attuale sistema economico si indebolisca da solo. Varoufakis ha detto che in società come Google o Facebook, per la prima volta in assoluto, il capitale sociale viene acquistato e prodotto dai consumatori.

“Le tecnologie, tanto per cominciare, sono state finanziate con denaro governativo; poi, ogni volta che si cerca qualche cosa su Google, si porta un contributo al capitale di Google,” ha detto Varoufakis. “E chi è che si prende i frutti del capitale? Google, non voi. Non c’è dunque dubbio che il capitale sia prodotto in modo sociale, e che i suoi frutti invece siano privatizzati. Questo, insieme all’intelligenza artificiale, sta per portare alla fine del capitalismo.

Insomma, quando la gente vende vita e anima a Facebook e ad Alphabet, vende anche la propria economia. Ecco cosa significa tutto questo. E dire che stavate solo guardando cosa facevano gli amici. E’ interessante vedere come le due cose si mescolano, e interagiscono tra loro.

Come l’economia ha fatto fallire l’economia

Quando il grande economista Simon Kuznets dopo il 1930 ha ideato il concetto di Prodotto Interno Lordo, ha deliberatamente lasciato due settori industriali fuori da quella che all’epoca era un’idea di reddito nazionale innovativa e rivoluzionaria: la finanza e la pubblicità. […] La logica di Kuznets era semplice e non si trattava di una sua mera opinione ma di un dato di fatto frutto di un’analisi: la finanza e la pubblicità non creano nuova ricchezza. Si limitano ad allocare o a distribuire la ricchezza esistente: il prestito per comprare un televisore non è un televisore, un prestito per accedere a cure mediche non è una cura medica. Sono soltanto i mezzi per conseguire un qualche bene, non il bene stesso. Adesso tocca parlare di due tragedie della storia recente.

Quelli del Cogresso si fecero una risata, come fanno di solito quelli del Congresso, ignorarono Kuznets e inclusero comunque nel Prodotto Interno Lordo pubblicità e finanza per motivi politici. Insomma, per come pensano i politici più alto significa anche migliore, per cui un reddito nazionale più alto deve andare meglio per forza. E’ chiaro? Teniamolo presente. Ai nostri giorni sta succedendo qualcosa di veramente strano.

Se ci comportiamo come aveva suggerito Kuznets e togliamo dal PIL la finanza e la pubblicità, cosa indicano i grafici, grafici che mostrano l’economia come essa è veramente? Ecco, dal momento che nella crescita la parte del leone (oltre il cinquanta per cento l’anno) la fanno proprio la finanza e la pubblicità -con Facebook o Google o gli hedge fund di Wall Street- si nota che la crescita economica che gli USA hanno perseguito così affannosamente, così furiosamente, in realtà non è mai esistita.

La stessa crescita non è stata altro che un’illusione, un gioco di numeri, creato tenendo conto di cose che avrebbero dovuto esserne escluse. Se avessimo tolto dal PIL quelli che potremmo definire “settori allocativi”, noteremmo che la cescita economica è in realtà inferiore alla crescita della popolazione e che le cose stanno così da molto tempo, probabilmente fin dagli anni successivi al 1980; insomma, l’economia statunitense ha ristagnato, e questo è -oh, sorpresa- quello che rivela l’esperienza quotidiana.

Gli indicatori economici non ci raccontano più una storia realistica, preziosa e accurata sulle vere condizioni dell’economia; non l’hanno mai fatto. Solo che per un po’ il giochetto ci ha fatto credere che la realtà non fosse quella che era. Oggi i giochetti sono finiti e l’economia cresce, ma la vita della gente, il benessere, i redditi e la ricchezza non crescono. Ed è questo il motivo per cui l’estremismo si è scatenato in tutto il mondo. Si comincia forse a notare perché i due piani si sono separati uno dall’altro: le analisi economiche hanno fatto fallire l’economia.

Adesso facciamo prima uno, poi due passi avanti. La finanza e la pubblicità oggi non sono solo industrie allocatrici. Sono industrie rapaci, che tolgono a molti per dare a pochi. Esse incamerano ricchezza dalla società e deviano su di essa i costi, senza creare ricchezza di per sé.

L’esempio di Facebook permette di comprendere nel modo più semplice come stanno le cose. Facebook rende i suoi utenti più tristi, più soli e più infelici, e corrode anche la democrazia in modi che sono spettacolari e catastrofici. Non si vede nulla di buono in tutto questo, eppure a livello di reddito nazionale sono tutte cose considerate vantaggi e non costi; l’economia così figura in crescita, anche mentre una società formata da persone impoverite viene manipolata da attori stranieri perché distrugga la sua stessa democrazia. Bello, vero?

Questo perché la finanza e la pubblicità sono state considerate creative e produttive, mentre invece erano soltanto allocative e distributive, e presto hanno mutato la propria natura in rapace. Insomma, se fin da principio avessimo asserito che questi settori non contavano, forse non avrebbero avuto bisogno di massimizzare i profitti (o i venture capital non avrebbero avuto bisogno di annegarli nel denaro…) per un tempo indefinito in modo da contare di più. Solo che non lo abbiamo fatto.

Insomma, presto non hanno avuto altra scelta che assumere un carattere rapace, mettersi ad accumulare sempre maggiori profitti per alimentare l’illusione della crescita, e cominciare a fagocitare l’intera economia; come notato da Kuznets, finanza e pubblicità allocano tutto quanto il resto e finiscono di fatto per controllarlo.

Insomma, i settori dell’economia davvero creativi, produttivi e vivificanti sono deperiti sia in termini relativi che in termini assoluti, perché sono stati marginalizzati, dissanguati e logorati per mantenere i settori predatori, che non espandono il potenziale umano. L’economia ha divorato se stessa, proprio come aveva ipotizato Marx; solo che non è accaduto per un motivo intrinseco, ma a causa di una scelta, di un errore, di una tragedia.

[…] La vita non prospera, non cresce, non si sviluppa in un modo unico che io o voi possiamo identificare o indicare con chiarezza. Sembra proprio che l’economia stia crescendo, perché imprese meramente allocative e distributive come Uber, come Facebook, come le agenzie di rating, come l’infinità di hedge fund senza nome o i trafficanti di dati personali che operano nell’ombra e altre cose del genere che non portano alcun contributo positivo identificabile alla vita umana sono tutte considerate in modo positivo. Non è evidente l’assurdità di tutto questo?

[…] Non è un caso che i settori validi dell’economia non siano riusciti a crescere, e non si è certo trattato di volontà divina. E’ stata una scelta. Un mero rapporto di causa ed effetto: da una parte una società che stava ingannando se stessa fingendo disperatamente di crescere, dall’altra la crescita autentica. Il non togliere la finanza e la pubblicità dal PIL e creare così l’illusione della crescita; se gli USA non lo avessero fatto, magari si sarebbero trovati a doversi impegnare a fondo per trovare qualche modo per crescere in modo significativo, vero, autentico, invece di cavarsi d’impaccio per la via più facile e ritrovarsi oggi a ristagnare, senza neanche riuscire a capire perché.

Le imprese che non producono ma si limitano a drenare denaro dalla società devono essere tassate in maniera talmente pesante da rendergli problematico sopravvivere. Se questo non succede, la nostra conomia non si riprenderà mai; non sopravviverà neppure. Tutta l’illusione dell’economia dei servizi deve essere abbattuta finché siamo in tempo a farlo. Un sistema economico deve produrre beni reali, tangibili, altrimenti muore.

Nel caso dell’industria finanziaria tutto questo vuol dire tassargli anche il culo, per ogni transazione che combina. Vogliono tirar su soldi da derivati complessi? Bene: aliquota del settantacinque per cento. Anticipato. Ah, no, niente trasferimenti in paradisi fiscali. Che non si azzardino nemmeno.

Nel caso di Uber e di Air BnB vuol dire essere tassati fino al culo, sia come società che come singoli proprietari di auto o di case. Uber e Air BnB sottraggono grandi quantità di denaro alle economie locali, alla società, ai contesti locali; una cosa senza senso, senza necessità e che porta alla miseria. Ogni città può realizzare un proprio sistema per il noleggio di auto o per l’affitto di abitazioni. I profitti dovrebbero rimanere all’interno della comunità locale ed essere reinvestiti in essa.

E Google e Facebook, che sono oggi le agenzie pubblicitarie più grandi del mondo (ma sono solo questo)? Fracassarle di tasse, o proibire loro di diffondere pubblicità. Per quale motivo? Perché esse drenano dalla società enormi quantità di capitali produttivi. Capitali che esse, come spiega Varoufakis, non hanno creato.

I capitali li state creando voi, voi stessi che dovete poi pagare per accedere ai capitali che avete creato. Oh sì, sembra che uno non faccia che connnettersi e guardare cosa stanno combinando gli amici, ma il totale che viene tolto a voi, ai vostri amici e alla vostra comunità è talmente altro che non avreste mai accettato di pagarlo volontariamente se ne aveste avuto contezza.

L’unica cosa che non mi pare nessuno abbia denunciato, e che potrebbe impedire alla radicale proposta di tassarli -senza mezzi termini- a sangue di rappresentare una minaccia per i grandi della tecnologia è che Facebook, Alphabet e gli altri hanno tutti stabilito solidi rapporti con varie agenzie di spionaggio. Ecco: Goebbels e Bernays a servizio della CIA!

Visti i rapporti sempre più stretti tra Google, Facebook e la CIA, queste due società sono talmente importanti per quello che le teste d’uovo impegnate là dentro considerano l’interesse nazionale che non faranno altro che proteggersi a vicenda. Insomma, visto che il quartier generale della CIA a Langley in Virginia protegge tutti sia scopertamente che segretamente, siamo a posto per la vita. Per tutta la vita, proprio.

Proissimo passo, prendersi interi sistemi economici e intere società. Lo stanno facendo proprio adesso. Lo so, pensavate che fossero “i russi”, con qualche pubblicità su Facebook di cui non ci sono neanche le prove, a minacciare la democrazia in USA e in Europa. Ecco, sarebbe il caso di rivederle, queste opinioni.

Il mondo non si è mai trovato davanti a tecnologie come queste. Non ha mai visto una tale densità, una tale profondità di informazioni e neppure una tale dipendenza da esse. Non siamo pronti ad affrontare alcuno di questi aspetti. Ma dobbiamo imparare velocemente, o ci ritroveremo a fare la parte degli utili idioti e degli schiavi in una pièce di teatro dell’assurdo con tutti i crismi di 1984. I nostri politici a riguardo sono tutti assenti ingiustificati o dispersi; non hanno idea di cosa dire o di cosa pensare, non capiscono davvero cosa significhino Google o la bitcoin o Uber.

Intanto però c’è una cosa che possiamo fare, portando a giustificazione il concetto di considerarle industrie non produttive e rapaci. Cavargli il sangue a furia di tasse. Colpire l’industria finanziaria in questo modo, dargli così un benvenuto molto in ritardo sui tempi. Abbiamo bisogno di rendere produttiva l’economia, o siamo spacciati. E Facebook, Alphabet e la Goldman Sachs non producono un cazzo di niente.

Se ci si pensa bene, l’unico settore in crescita rimasto nell’economia statunitense è quello di imprese che spiano i cittadini statunitensi. E quelli europei. La Cina ha messo al bando sia Facebook che Google. Per quale motivo pensate che l’abbiano fatto? Perché Google e Facebook sono 1984, ecco perché. E se esisterà un Grande Fratello nel Regno di Mezzo, non sarà nella Silicon Valley.

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