Mannamo i posmoderni sull’arbero de cocco!

Sul postmodernismo, che va tanto di moda adesso, in particolare negli Stati Uniti.

Uno, ho letto poco di Foucault, che tutti i postmoderni esaltano come il loro profeta.

Due, quel poco che ho letto mi è sembrato scritto in un italiano chiaro: dico italiano, perché l’ho letto in italiano. Derrida e altra gentaglia, non si capisce nemmeno se tradotto in Nahua, e la colpa è loro.

Tre, Foucault mi è sembrato uno storico, che ci capiva davvero e che ha detto cose che ho trovato condivisibili.

Quattro, postmodernismo dovrebbe significare una cosa semplice: ritenere che la Modernità, lo Sviluppo, la Crescita, l’Ottantanove e il Risorgimento e il Progresso e la Democrazia siano potenzialmente il punto più basso e catastrofico della breve storia umana, che rischiano per la prima volta nella storia miliardennaria del pianeta di annientare la biosfera…

senza per questo che dobbiamo per forza accettare le encicliche antimoderniste di Leone XIII.

Cinque. Se ho ben capito (ma non voglio perderci troppo tempo) queste intuizioni sono state scippate, per dire che tutte le relazioni umani siano sempre e solo atti di violenza, perché l’intera storia umana è un’unica gigantesca MICROAGGRESSIONE.

Per riassumere il concetto in modo che sia chiaro a tutti, la religione, la scienza, la letteratura, la matematica, la fisica e l’astronomia, la medicina, la poesia sono un unico immenso insulto personale contro lesbiche nere americane ciccione transessuali e dislessiche.

Ma se da quando esiste la specie umana, ogni rapporto tra membri della nostra genìa è stato un insulto, e magari anche uno stupro e una prevaricazione…

La scienza dice che se dopo aver ripetuto, diciamo, mille volte un esperimento, e quell’esperimento ha dato sempre lo stesso identico risultato, bene, esiste un’alta probabilità che:

noi siamo una specie dedicata intrinsecamente, unicamente alla VIOLENZA.

E quindi, con tutto rispetto per Foucault, mi sembra che i neopostmdernisti dovrebbero avere un’unica parola d’ordine: viva le micro, le meso e le macroaggressioni!

Ma Trilussa aveva già capito tutto, ottant’anni fa:

LA FINE DER FILOSOFO

Appena entrò ne la foresta vergine
er Professore de filosofia,
tutte le scimmie scesero dall’arberi
co’ l’intenzione de cacciallo via.

Ma l’Omo disse: — No, nun è possibbile
che torni a fa’ er filosofo davero
in una società piena de trappole
dove l’Azzione buggera er Pensiero.

Oggi, quelo che conta so’ li muscoli:
co’ la raggione nun se fa un bajocco…
Mejo le scimmie! — e er povero filosofo
s’arampicò su un arbero de cocco.

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La faccia e la questione (2)

 A tutti voi sarà capitato di farvi un mazzo così per qualcosa che ritenete davvero importante, e sentirvi prendere in giro dopo da gente che non ha fatto un tubo, perché avete la erre moscia o perché vi siete messi i calzini spaiati.

In questi giorni molto particolari, succede a raffica, perché c’è gente che si è presa l’impegno di manifestare in tutta Italia “per il clima”.

Venendo immediatamente presa in giro.

Ammetto di essere il primo a trovare un sacco di pretesti per prendere in giro.

Vedo il sedicenne al corteo qui a Firenze che ha preso un pennarello e ha scritto su un cartone chiaramente strappato a una scatola la frase bicolore PORCO2.

Dove in sei caratteri posso trovare da ridire sull’offesa agli animali, la mezza bestemmia e la presunta cattiveria del CO2, che in realtà è una sorta di specchio neutrale del consumo energetico, l’assenza di ogni riferimento alla storia della “civiltà dei consumi”, la sottintesa critica al ruolo della Chiesa che invece forse non ha particolari colpe in questo caso, la mancanza di accenni alla demografica, la totale mancanza di proposte alternative, l’assenza di riferimenti ai meccanismi dell’economia mondiale, l’uso di un facile gioco di parole invece di trecento pagine di studi scientifici su un tema complicatissimo…

Però a prendere in giro, se non gestisci una giostra, arrivi a poco.

Se voglio criticare davvero qualcosa, devo sostenere una precisa tesi contraria, che sia coerente con le proprie premesse e che spieghi quanto succede.

Trovo finalmente qualcuno che ha il coraggio di sostenere una tesi coerente, su un sito che si chiama Vox News.

Vale la pena di leggere tutto il pezzo:

Rita Pavone contro Greta Thunberg:

“Sembra il personaggio di un horror”

Quella ” bimba ” con le treccine che lotta per il cambio climatico, non so perché ma mi mette a disagio. Sembra un personaggio da film horror…

Per chi non lo sapesse, la ragazzina in questione è la nuova creazione in laboratorio di media di distrazione di massa e globalisti per distogliere l’attenzione dai reali problemi. Proposta dai socialisti a Premio Nobel per la ‘Pace’. Dopo Obama, vale tutto.

‘Lotta’ contro il ‘cambiamento climatico’. Un po’ come dire al sole di non sorgere.

Non per nulla è svedese. Invece di pensare al futuro in burqa che l’attende, pensa ad un problema che non esiste o che comunque non dipende da azioni umane.

E’ tipico degli esseri umani impegnarsi in questioni non esistenti invece di problemi reali. Perché i primi non devi risolverli. Quindi non puoi fallire.

Ma chi è questa ‘bambina’? Il giornalista svedese Andreas Henriksson ha svelato dietro Greta e il suo personaggio della “ragazzina ambientalista” un entourage di adulti affaristi.

Il format dello sciopero scolastico davanti al Parlamento non sarebbe altro che parte di una strategia pubblicitaria finalizzata al lancio del nuovo libro della madre di Greta, la celebre cantante Malena Ernman – che nel 2009 partecipò anche all’Eurovision. E il grande deus ex machina di questa campagna sarebbe Ingmar Rentzhog, esperto di marketing, che avrebbe sfruttato a sua volta l’immagine di Greta per la promozione della sua start-up.

Un horror, insomma.

L’articolo pare che sia anonimo, per cui chiameremo il suo autore semplicemente Vox.

La citazione di Rita Pavone va benissimo: Greta Thunberg non sostiene di essere una climatologa, pone solo domande ai potenti sul clima, e quindi di per sé non conta più di Rita Pavone. La battuta di Rita Pavone è carina, anche se non ci dice nulla su Greta, ma qualcosa sull’immaginario dei film dell’horror ispirati forse a Cappuccetto Rosso.

Ma ammiro Vox, perché invece di prendere in giro, presenta una posizione chiara e contraria alle tesi Greta Thunberg.

I critici di Greta si limitano di solito a dire che manifestare non serve a niente, che non è una critica molto utile: da persona poco portata all’arte, credo che dipingere non serva a molto, ma non è un motivo per prendermela con i pittori.

Vox invece accusa Greta di fare un danno preciso, togliendo potenziali manifestanti da una causa vera e lanciandoli in una causa fasulla.

La causa vera sarebbe il pericolo di islamizzazione della Svezia, che entro la vita di Greta, la porterà a essere costretta a indossare un notorio costume indossato da una minoranza afghana, i pashtun. Ogni manifestante “per il clima” è un manifestante in meno contro la pashtunizzazione, insomma.

Badate che Vox non dice che ci saranno quartieri ghetto o attentati in Svezia, ma prevede la conversione forzata nel prossimo futuro anche di persone come Greta, che sono di origine palesemente non afghana.

Questo ci dà un’ipotesi precisa su cui ragionare. Ad esempio partendo dal dato che gli afghani in Svezia sono 34,754.

Sarebbe da capire quanti di quei 34.754 siano di origine pashtun e quanti tra quelli di origine pashtun occupino posizioni in grado di imporre a Greta di indossare il burqa, ad esempio perché dirigenti di partiti politici, imprenditori con ruoli chiave nell’economia nazionale, proprietari di importanti catene mediatiche.

Ma è proprio l’onestà di Vox che ci permette di discutere di dati concreti come questi.

La causa per cui Greta invita a battersi riguarderebbe “un problema che non esiste o che comunque non dipende da azioni umane.”

E qui abbiamo una precisa affermazione sul sistema climatico mondiale, su cui possiamo ragionare, partendo da tre domande:

1) il cambiamento climatico esiste?

2) il cambiamento climatico è causato da azioni umane?

3) il cambiamento climatico, qualunque ne sia la causa, è risolvibile da azioni umane?

Per operare la “distrazione di massa”, apprendiamo che Greta sarebbe stata creata “in laboratorio” da “globalisti”.

Qui ci sarebbe piaciuto capire meglio, chiedendo magari a Vox di definire i globalisti, che a noi sembra indicare sostenitori accesi del co0mmercio internazionale.

Ora, non sono al corrente di specifiche dichiarazioni  di Greta sul commercio internazionale, ma sicuramente la più accesa avversaria mondiale del sistema commerciale globale è un’altra svedese sicuramente ecologista, Helena Norberg-Hodge. E c’è una logica: più importiamo mandorle dalla California invece che dalla Sicilia, più inquiniamo, più produciamo CO2, più maltrattiamo il clima.

Ma siamo sicuri che Vox saprà precisare meglio anche questo argomento, visto che vi fa solo un accenno fugace.

Vox ha affermato correttamente le premesse del proprio argomento.

Non solo,  introduce un secondo argomento, indipendente dal primo.

Ci dice che la madre di Greta vorrebbe scrivere un libro e ha un amico esperto di marketing.

Non contestiamo affatto questa ipotesi, ma ci sembra corretto contestualizzare.

Facciamo un esempio.

Magdi Allam afferma alcune cose sul pericolo islamico; Magdi Allam scrive libri.

Il secondo fatto ci potrebbe far sospettare che lui voglia esagerare il pericolo islamico per poter vendere dei libri, ma non ci dice nulla sua verità o falsità del “pericolo islamico” in sé.

Quindi è bene distinguere tra la domanda primaria e quella secondaria.

La domanda primaria, nel caso di Magdi Allam, è:

“un miliardo e mezzo di musulmano sono pericolosi?”

La domanda secondaria è:

“Magdi Allam, che probabilmente non conoscete, ma è un immigrato egiziano in Italia, è o no interessato a promuovere i propri libri?

Insomma, il carattere personale di Magdi Allam non ci dice nulla, nel bene o nel male, a proposito del problema che lui denuncia.

Con Greta, le due domande equivalenti sono:

“Ci stiamo avviando verso l’autodistruzione della specie umana, e possiamo farci qualcosa?”

“la mamma della sedicenne Greta Thunberg ha intenzione di scrivere un libro?”

Ci auguriamo che Vox voglia rispondere su questo blog, dove – come è noto – vige la massima libertà di espressione. Non solo tra i commenti, saremo felici di ospitare le sue repliche direttamente tra i post.

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La faccia e la questione (1)

In questi giorni, è successo qualcosa di straordinario, a livello mondiale.

Fino a qualche settimana fa noi eravamo:

1) qualche esperto che ci capisce davvero di biologia, clima, meteorologia, scienze, ma non riesce  a farsi ascoltare da quasi nessuno

2) qualcuno come me che non ci capisce nulla, ma intuisce che l’espansione infinita è inconciliabile con un pianeta finito

A noi, non ci si filava nessuno, per ovvi e validissimi motivi.

Ugo Bardi, ad esempio, è straordinariamente libero da dipendenze identitarie, è dotato di un umorismo diabolico e ha una mente instancabile, ma appena sentono che insegna all’università, lo prendono sul serio e si annoiano.

Poi arriva una ragazzina con 250.000 seguaci su Twitter, e dice più o meno quello che diciamo “noi”, e tutto cambia.

Il primo risultato è che si personalizza la questione.

Non riesco a immaginare nulla di più impersonale di ciò che stiamo vivendo: è difficilissimo e in fondo irrilevante capire se ci sono dei “colpevoli”.

Io butto una bottiglia di plastica nella “plastica” (virgolette, perché a Firenze si chiama giustamente “contenitori”), e mi sento apposto con la coscienza.

Poi oggi una geologa mi dice che se c’è l’etichetta di carta, dovrebbe andare nel misto. E che comunque, se nella “plastica” c’è più del 10% di indifferenziato, lo devono rimettere nel misto. E ci vuole pure uno sforzo in più.

E quindi sono di nuovo colpevole.

O è colpevole chi non mi ha informato?

O è colpevole il produttore che ha attaccato la carta alla bottiglia di plastica?

O è colpevole il governo che…

fermi tutti, ma cosa c’entra una geologa

E se lei fosse colpevole di avermi detto qualcosa che solo un tecnico dei polimeri mi avrebbe dovuto dire?

O sono colpevole io a fidarmi di lei?

Allora a quel paese tutti quanti, me compreso.

Eppure, siamo fatti così: non riusciamo a schierarci su una questione, finché non la identifichiamo con la faccia; ma la faccia ovviamente non è la questione.

Il guaio è che la faccia diventa poi la questione.

La gravità è la faccia (e la mela) di Newton; e se si venisse a scoprire che Newton metteva le corna alla moglie, vorrebbe dire che le mele non cadono, ma fluttuano libere nello spazio.

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Sciopero per il clima

Venerdì nelle scuole ci sarà uno sciopero per il clima.

Dico subito che a livello estetico, queste cose mi piacciono poco.

Se volete convincere uno come me a inquinare e magari riprendere pure la patente, presentatemi la foto di una sedicenne con 250.000 follower su Twitter, che presumo non ci capisca molto di più di climatologia di me.

Metteteci il neo-eletto capo del PD che la elogia e aggiungeteci uno sciopero che consiste nel non andare a scuola per ricattare gli adulti perché facciano qualcosa ma non sappiamo che cosa.

Però tutto questo ci dice molto sui media, sul mio carattere, sull’adolescenza, sulle manipolazioni dei politici, senza dirci nulla sulla questione in sé.

Cioè, è vero o è falso che siamo sull’orlo di una catastrofe planetaria, che riguarda tutti noi e i nostri figli, a prescindere dai media, dai caratteri personali e dai politici?

La risposta si trova in questo schema, pubblicato su Global Footprint Network, che indica il numero di mondi di cui abbiamo bisogno per mantenere la civiltà attuale.

Ovviamente sono calcoli molto approssimativi, ma credo che niente spieghi meglio quale sia il vero problema.

Fino al 1968, circa, ci serviva meno di un mondo.

Oggi ce ne serve circa uno e mezzo.

Solo che quel mezzo in più non esiste: lo possiamo ottenere soltanto saccheggiando l‘uno. E da lì derivano per forza tanti guai, che sembrano scollegati tra di loro.

Quando io voglio spendere 1500, ma ho solo 1000, cosa faccio? Mi indebito, così io mi godo più 1500, mentre mio figlio dovrà arrangiarsi con meno 500.

I figli dovranno pagare in molti modi quei 500 che non avranno. Uno di questi è il “clima”.

L’imminenza della catastrofe climatica è ormai scientificamente fuori di dubbio, e quindi il tema ha una certa efficacia, ma io preferisco non parlarne troppo.

Primo, perché il clima è uno dei sistemi più complessi immaginabili, e quindi è facile tirar fuori controprove, cui solo gli esperti sono in grado di rispondere.

Poi perché le cose incomprensibili ci portano facilmente a sperare in rimedi magici: nuove energie “pulite”, fantasie di geoingegneria (come il famoso specchio nello spazio grande quanto la Groenlandia per rimandare indietro un po’ di irradiazione solare) e simili. Insomma, sono le classiche cose che si potrebbero chiedere con uno sciopero, perché ci pensino gli adulti. 

Con il rischio del Sillogismo di Sinistra, che all’incirca procede così:

1) e persone comuni sono tutte brave e innocenti, vittime dell’avidità dei capitalisti o dei traffici dei politici

2) se si sbraita abbastanza e si cammina per molte ore su e giù per le strade con dei cartelli in mano, capitalisti e politici, che sono gli adulti del mondo, ripareranno ai danni che loro stessi hanno creato.

Se invece  partiamo dal grafico dei mondi di cui abbiamo bisogno, capiamo, non il clima, ma cosa sta scombussolando il clima; come capiamo perché i fiumi nel Veneto sono avvelenati; o ciò che dice oggi in un’interessante intervista Giuseppe De Rita, ottantasei anni compiuti:

“La nostra è stata una generazione felice, che ha potuto fare il salto in avanti rispetto alla miseria degli avi contadini. L’attuale risentimento nasce in chi non ce l’ha fatta. O in chi teme che i propri figli non abbiano le stesse chances. Gli italiani hanno il terrore di scendere di un pianerottolo o anche di un solo gradino. E soprattutto stanno male nell’ascensore fermo”.

Come Ugo Bardi, sono quindi moderatamente felice per questo improvviso movimento attorno al clima. Qualunque cosa attiri l’attenzione sulla questione centrale è positivo, a prescindere se incontra o no i miei gusti.

E non è nemmeno importante se lo sciopero venerdì servirà a qualcosa (o se si possa chiamare “sciopero” il fatto di permettere agli insegnanti di godersi di una giornata di libertà retribuita). Da un breve giro in rete, non trovo infatti nessuna rivendicazione concreta.

Però sono occasioni in cui una minoranza di giovani inizieranno a preoccuparsi, finalmente, almeno di qualche aspetto della Grande Questione.

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“Cammino a schiena dritta, cammino a testa alta tengo nella mano un ramo d’ulivo, sulle spalle porto la mia bara”

Le nostre vite, per quanto lunghe, sono sempre all’inizio, fino all’ultimo istante.

Ma stasera ascoltavo e riascoltavo Marcel Khalife, e mi sono ritrovato, a fare un bilancio del mio finora.

Alla fine, sono fiero che ci sia qualcosa che corrisponde, tra il fuoco che arde dentro, e ciò che si riesce davvero a essere.

Forse sarebbe bene fare un sunto, un giorno, di tutto ciò che ci va bene, in questi brevi attimi in cui camminiamo sulla terra…

wa ana amshi wa ana amshi…

Alla fine, è solo una questione di postura.

La traduzione è assai più breve del testo, perché ho omesso le ripetizioni.

منتصبَ القامةِ أمشي مرفوع الهامة أمشي

منتصبَ القامةِ أمشي مرفوع الهامة أمشي

في كفي قصفة زيتونٍ وعلى كتفي نعشي

وانا امشي وأنا أمشي وانا امشي وانا وانا وانا امشي

قلبي قمرٌ أحمر قلبي بستان

فيه فيه العوسج فيه الريحان

قلبي قمرٌ أحمر قلبي بستان

فيه فيه العوسج فيه الريحان

شفتاي سماءٌ تمطر

نارًا حينًا حبًا أحيان

شفتاي سماءٌ تمطر

نارًا حينًا حبًا أحيان

في كفي قصفة زيتونٍ

وعلى كتفي نعشي

وانا امشي وأنا أمشي وانا امشي وانا وانا وانا امشي

منتصبَ القامةِ أمشي مرفوع الهامة أمشي

منتصبَ القامةِ أمشي مرفوع الهامة أمشي

في كفي قصفة زيتونٍ وعلى كتفي نعشي

وانا امشي وأنا أمشي وانا امشي وانا وانا وانا امشي

Cammino a schiena dritta, cammino a testa alta
tengo nella mano un ramo d’ulivo, sulle spalle porto la mia bara
Il mio cuore è una luna rossa, il mio cuore è un giardino
dentro c’è l’awsaj[1] dentro il basilico
Le mie labbra sono un cielo
da cui piove fuoco a volte e a volte amore

Nota:

[1] L’awsaj o lycium shawii è un arbusto del deserto arabo, su cui crescono bacche rosse.

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Le capre di Seneca pascolano sotto la Torre di Pisa

Gli amici di Apocalottimismo organizzano per venerdì 22 marzo un convegno all’Università di Pisa che sarà sicuramente interessante, sull’impegnativo tema, Resilienza o estinzione? Cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, crisi economica: scegliere il futuro dopo la crescita.

Ci saranno Jacopo Simonetta e Luca Pardi, autori di Picco per capre, Ugo Bardi del Dirupo di Seneca, Serge Latouche e altri.

Potrebbe essere un’occasione per incontrarci con qualche lettore?

Fatemi sapere…

==========

9,30: Registrazione dei partecipanti

10,00: Apertura dei lavori, moderatore Jacopo Simonetta, ecologo

10,10 Dopo la crescita e verso il picco di tutto, Luca Pardi, IPCF-CNR,  Associazione per lo Studio del Picco del Petrolio – Italia

10,40: Non linearità, complessità e tracollo dell’economia attuale, Angelo Tartaglia, Politecnico di Torino

11,10: Sostenibilità sociale della transizione energetica, Simone d’Alessandro, Università di Pisa, Luigi Giorgio, segretario del    Movimento per la Decrescita Felice

11,40: Resilienza nell’Antropocene, SergeLatouche, professore emerito presso l’Università di Paris Sud, Parigi.

12,30 Pausa pranzo

14,00: Sobrietà per i diritti di tutti, Francesco Gesualdi, Centro Nuovo Modello di Sviluppo

14,30: Il futuro della biodiversità nell’Antropocene, Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia

15,00 Importanza delle Aree Protette per la conservazione della Biodiversità, Andrea Bertacchi, Università di Pisa

15,30 Biodiversità e Paesaggio, Elisabetta Norci, Agronomo paesaggista

16,00 Il Picco di Seneca, Ugo Bardi, Università di Firenze, Club di Roma

16,30: Tavola rotonda.  Il ruolo delle Aree Protette nella resilienza locale e globale

18,00:Chiusura dei lavori

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Loot!

Peter Bellamy, con il suo meraviglioso accento del Norfolk, ha cantato l’Inghilterra profonda e poi, a quarantasette anni, si è suicidato.

Dedicò buona parte della sua vita a mettere in musica e cantare le poesie che Rudyard Kipling aveva dedicato alla vita e alla morte dei soldati inglesi ai tempi del più esteso impero del mondo.

Kipling sarebbe stato condannato, decenni dopo la sua morte, come apologeta dell’Impero; ma non è così semplice.

Oggi ho sostenuto un’interessante discussione con chi, da italiano, confrontava Kipling con il Libro Cuore. E ci si chiedeva, quanto fossero educativi entrambi.

Il Libro Cuore è educativo (o diseducativo) di sicuro: è una storia inventata di sana pianta, perché il lettore commosso si comporti come il protagonista.

Ora è chiaro che il consenso (nella misura in cui esiste) su “come bisogna comportarsi” cambia ogni dieci anni, per cui per forza tutti i ‘testi educativi’ di ogni epoca finiscono nella pattumiera.

Ma credo che Kipling abbia fatto una cosa diversa: ha raccontato cosa volesse dire sentirsi parti dell’Impero, nel bene e nel male, e se noi ci rifiutiamo di ascoltare cosa la gente che ha fatto la storia sentiva dentro di sé, non capiremo nulla della storia.

Perché l’essenza migliore dello spirito inglese, quello che ha inventato il romanzo e la biografia, è la capacità di entrare dentro le vite delle persone, cogliendo tutte le sfumature delle loro passioni, con un affettuoso distacco che sa ascoltare le loro passioni, senza giudizi.

Nella nostra Isola dei Morti, giace ciò che resta di Walter Savage Landor che visse il passaggio del mondo dall’Ancien Régime alla modernità. Sto sfogliando (non oso di più) la biografia che ne scrisse John Forster (che ebbe per un periodo lo straordinario incarico di Commissioner in Lunacy del governo inglese).

Sono circa settecento pagine, se non di più, di descrizione della vita di una persona che (a parte essere un mio vicino di casa) non fu di enorme importanza; con un delicatissimo equilibrio tra ammirazione mai eccessiva, discussione franca dei suoi numerosi e pittoreschi difetti e un mettersi, per quanto possibile, dal punto di vista suo, senza mai perdere di vista il mondo in cui viveva.

Tra le innumerevoli poesie di Kipling, spicca una sul bottino, “Loot“, l’elementare motore che ispirava i poveri soldati della Regina a recarsi al capo opposto del mondo.

Ho conosciuto molte persone semplici e molti ladroni – due categorie difficili da distinguere – e non ne conosco una descrizione migliore.

Se hai mai rubato un uovo di fagiano alle spalle di un guardacaccia,
se hai scippato il bucato steso su di un filo,
se ti sei mai ficcato un’oca dentro lo zaino,
capirai questa mia canzoncina.

Ma le regole di servizio sono dure, e questo ci viene negato,
perché non sta bene con l’etica inglese.

E chiamano un uomo ladro se riempie la roba che si porta in marcia
con il  —
Loo! loo! Lulu! lulu! Loo! loo! Loot! loot! loot!

Ma è proprio questa la roba che fa alzare in piedi i ragazzi e sparare!
Uguale per cani e uomini,
se vuoi farli andare avanti
spingili avanti con il bottino!
Cucciolo mordi!

Se hai fatto fuori un negretto mentre cercava di ammazzarti, e
devi stare attento a lasciarlo dove è caduto;

e ringrazi le stelle e la divisa se non hai sentito il suo coltello,
e che non ti impongono pure di seppllirlo.

Allora i soldatini sudati, mentre scavano la fossa alla canaglia
si chiedono perché mai saccheggiare dovrebbe essere un delitto;
Allora, se vuoi ascoltare la mia canzone, ti racconto chiaro e tondo
come pagarti se ti fanno fare gli straordinari per combattere.

Adesso ricordati, se stai combattendo attorno a un dio birmano dorato
i loro occhi sono spesso fatti di pietre preziose;
e se dai a un negretto una giusta dose di bastonate
è probabile che ti mostri tutto ciò che possiede.

Quando non tira fuori più niente
butta un po’ d’acqua per terra
sentirai un rumore sordo sotto lo stivale.

Dove il terreno inizio ad affossarsi, ficca la baionetta nella buca
e di sicuro toccherai la —
Loo! loo! Lulu! Loot! loot! loot!
Ow the loot! . . .

Quando c’è da dare la caccia di casa in casa, lavorate sempre in due —
dimezza il guadagno, ma starai più al sicuro —
perché un uomo da solo lo incastrano sulle scalinate tutte storte,
arriva una donna e ti accoppa alle spalle.
Quando li hai messi sossopra, e sei sicuro ogni oltre dubbio
che non ne resta abbastanza da spolverare un flauto,
prima di richiudere lo zaino, dai un’occhiata ai tetti,
perché è sotto le tegole che nascondono il bottino.

Di solito puoi portare dalla tua parte il sergente e il furiere,
se ci sai fare;
io non ho mai potuto tenermi quello che ho preso
ma ti ho insegnato tutto ciò che so,
ma non dire mai che te l’ho detto io!

E ora  ti saluto, che vado a bere qualcosa,
e vedo che c’è un altro che si appresta a suonare la tromba

Allora, buona fortuna a coloro che indossano i vestiti delle vedove,
Il diavolo mandi loro tutto ciò che vorranno saccheggiare!

Bottino
nei vestiti e nella schiscetta e nello stivale!

E’ lo stesso per uomini e cani,
se vuoi lanciarli
mandali avanti con…

Loo! loo! Lulu! Loot! loot! loot!
Heeya!

acchiappali, cane!

Loo! loo! Lulu! Loot! loot! loot!

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La normalità della vita

Come ho già avuto occasione di raccontare, vivo nel luogo più bello del mondo (nessuno si ingelosisca, lo è ogni luogo del mondo).

Di fronte c’è la facciata di San Frediano in Cestello, dove passò tutta la sua vita Maddalena de’ Pazzi e dove risuona misteriosamente l’acqua (e Don Gonella fermò la Piena con le candele sui gradini).

La facciata del Cestello è tutta bucherellata, con quei fori che si facevano un tempo per farci stare le impalcature: sono buchi grandi, diciamo almeno dieci per venti centimetri, se non di più.

Poi ci sono dei buchi piccolissimi, in alto.

I buchi grandi li occupano da prima della Rivoluzione francese i piccioni; e quelli piccoli, i rondoni, i Delfini dell’Aria.

Adesso stanno facendo lavori per sistemare tutta la chiesa. Allora ho raccontato al parroco la vita incredibile dei rondoni, e mi ha assicurato che i loro buchi non verranno toccati.

Invece hanno tappato i buchi dei piccioni, e su questo nessuno avrà da ridire.

Negli ultimi due giorni, hanno tolto le impalcature.

Oggi c’era una coppia di piccioni sulla facciata.

Non so quale sia lui o chi sia lei, ma certamente erano una coppia. Con l’enorme problema di trovare casa, vista la primavera in arrivo.

Stavano attaccati precariamente, lui (chiamiamolo così) aggrappato a quello che restava di uno dei buchi, e lei  a una minima sporgenza del muro.

Ogni tanto,uno di loro volava alla ricerca di qualcosa di più sicuro: un buco più a sinistra, che però era troppo piccolo. Sbatteva le ali, ma non ce la faceva, e poi tornava dalla compagna, e i due, sospesi nel nulla, si consolavano a vicenda baciandosi.

Io so due cose sui piccioni.

La prima è che sono sporchi, portano malattie, i loro escrementi corrodono gli edifici e sono potenzialmente infiniti. Se potessero riprodursi come pare a loro e sopravvivere pure, il pianeta intero sarebbe un unico immenso piccione, e un giorno dopo, sarebbe due piccioni.

Esiste un sito ricco di informazioni sul tema, dal nome assai chiaro: Basta Piccioni:

“Se siete su questo sito avete molto probabilmente problemi con piccioni e colombi, che potrebbero aver nidificato sul vostro balcone o, ancora peggio, colonizzato il vostro terrazzo o i condotti di areazione. Sarete quindi alla ricerca dei metodi migliori per allontanarli. Ma, come si dice, per combattere un nemico bisogna prima conoscerlo.”

La seconda cosa che so, è che per qualche puro, assurdo caso, io sono nato nella prima specie ad avere un potere totale sul pianeta.

Sono nato in quella specie, in un momento unico della storia: ho vissuto da giovanissimo il momento, attorno al 1968, in cui ha raggiunto il proprio irripetibile picco.

Potevo nascere benissimo piccione. Sarei sempre io? Non lo so, so soltanto che il piccione è per se stesso al centro dell’universo esattamente quanto lo sono io.

Solo che a differenza di me, per lui c’è l’abisso sotto, la buca tappata, niente cibo, un nido da fare e un gatto che dalla finestra di casa Martínez agita la coda perché spera di catturarlo.

Aggrappati a uno spigolo, ci si bacia.

Che a pensarci, è la normale condizione anche degli esseri umani, passati e futuri, tranne il surreale istante che ho avuto la fortuna di vivere e, per troppi versi, di sprecare.

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