The WEIRDEST people in the world

Weird. strano, insolito, bizzarro, inusitato, strambo

Dizionario italiano-inglese sul sito di Repubblica

Leggo questa splendida presentazione di una ricerca condotta da Joseph Henrich, Steven J. Heine e Ara Norenzayan del Dipartimento di Psicologia (ma Henrich, è interessante notare, è anche economista) dell’Università della British Columbia, a Vancouver in Canada, intitolata The weirdest people in the world?

Al di là della specifica questione della ricerca psicologica, contiene una verità assolutamente fondamentale.

Abstract:

Gli scienziati del comportamento abitualmente pubblicano ampie affermazioni sulla psicologia umana e il comportamento nelle principali riviste di tutto il mondo, basandosi su campioni prelevati interamente da società Western, Educated, Industrialized, Rich, and Democratic (WEIRD) [occidentali, industrializzate, ricche e democratiche).

I ricercatori – spesso implicitamente – partono dal presupposto che vi sia poca variazione tra le popolazioni umane, o che questi “soggetti normali” siano i rappresentante della specie, come qualsiasi altra popolazione.

Sono giustificate queste ipotesi?

Qui, la nostra recensione del database comparativo da tutte le scienze comportamentali suggerisce sia l’esistenza di una sostanziale variabilità nei risultati sperimentali in tutte le popolazioni, sia la natura particolarmente anomala dei  soggetti WEIRD rispetto al resto della specie umana – i valori fuori norma appaiono infatti frequentemente tra i soggetti WEIRD.

I campi studiati comprendono la percezione visiva, l’equità, la cooperazione, il ragionamento spaziale, la categorizzazione e l’induzione inferenziale, il ragionamento morale, gli stili di ragionamento, i concetti di sé e delle proprie motivazioni, e l’ereditarietà del quoziente intellettivo.

I risultati suggeriscono che i membri delle società WEIRD, compresi i bambini, siano tra le popolazioni meno rappresentative per poter trarre generalizzazioni sugli esseri umani. Molti di questi risultati riguardano campi associati agli aspetti fondamentali della psicologia, della motivazione, e del comportamento – quindi, non ci sono evidenti motivi aprioristici per sostenere che un fenomeno comportamentale particolare sia universale sulla base del campionamento di un’unica sottopopolazione.

Nel complesso, questi modelli empirici suggeriscono che abbiamo bisogno di essere meno superficiali nell’affrontare le domande riguardanti la natura umana sulla base dei dati ricavati da questa fetta particolarmente sottile e piuttosto insolita  di umanità.

Chiudiamo proponendo modi per strutturalmente riorganizzare le scienze comportamentali per affrontare al meglio queste sfide.

spazio-autoSpazio pedonale, spazio automobilistico in una qualunque città Weird

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“Nell’alfabeto, non ci sono solo la A e la Z”

Quando qualcuno ti dice di scegliere tra A e B, pensa a quante altre lettere ci sono nell’alfabeto”

Poco dopo l’elezione di Trump, c’è stata una raffica di minacce telefoniche e/o virtuali a vari centri ebraici, precisamente 159 sparsi in ben 38 stati degli Stati Uniti.

Minacce che suscitarono uno sdegno planetario contro la ondata di antisemitismo negli Stati Uniti.

bomb-threatsCosì, nasce la curiosa idea che il Presidente degli Stati Uniti dovrebbe condannare quelli che fanno queste telefonate, anche se non risulta che la Condanna Telefonica rientri tra le prerogative presidenziali (a differenza, ad esempio dei teleomicidi via drone).

Il Presidente degli Stati Uniti quindi condanna gli anonimi utenti dei servizi telefonici, i quali continuano a telefonare. I liberal così hanno la prova provata che Trump in realtà ci sguazza e gli piacciono le telefonate, altrimenti i telefonatori avrebbero smesso (il fatto che Trump sia il presidente più filoisraeliano della storia americana non conta).

Per cui nasce l’idea che il Presidente degli Stati Uniti non avrebbe condannato abbastanza, e cento senatori su cento degli Stati Uniti chiedono quindi di aumentare le Condanne.

Poi arriva la svolta, con il primo arresto di un Telefonatore Antisemita Seriale, che è questo signore qui:

juan-thompsonJuan Thompson, autore di otto delle minacce, è un affascinante prodotto dei tempi virtuali.

Licenziato per aver falsificato le fonti di ciò che scriveva su The Intercept, un ottimo sito web di informazioni alternative che possiamo classificare di “sinistra”,

Juan Thompson mollato dalla fidanzata, pensa di approfittare dello sdegno mediatico, mandando minacce a centri ebraici e poi accusando pubblicamente la propria ex di esserne l’autrice lei.

Juan Thompson però era solo un copione. Il vero Minacciatore Seriale, l’hanno arrestato l’altro giorno.

Ad Ashkelon in Israele.

Diciannovenne, doppia nazionalità israeliana e statunitense, aveva costruito un elaborato sistema elettronico – software per falsare la voce, trasmettitori e antenne che sfuggivano alla rete telefonica normale.

Alla fine l’hanno preso.

Vediamo di trarre qualche morale dalla favola.

Innanzitutto, che i media ci cascano sempre quando una storia rientra nella loro narrazione predeterminata. Anche un clamoroso idiota come Juan Thompson (che mandava le minacce dal proprio computer) può essere sicuro di fregarli.

Secondo, però, che prima di dire, “ah, è stato un ebreo a mandare le finte minacce antisemite“, pensiamo al fatto che la notizia dell’arresto del vero padre (israeliano) di tutte le minacce, la leggiamo su un sito israeliano e che l’arresto è stato compiuto dalla polizia israeliana.

Insomma, la storia A – “il nazista Trump perseguita egli ebrei per telefono!” – e la storia B – “ah, l’organizzazione internazionale degli ebrei inventa balle per attaccare Trump!” sono entrambe false.

Liberarci dalle pigre Narrative A e B ci permette di esplorare possibilità molto più interessanti.

Domande (tutte correlate), ma che necessitano di due concetti: le Vittime e i Vittimi, da una parte; e il loro opposto speculare, che curiosamente non ha un nome unico (bullo? omofobo? antisemita? ultrà? femminicida?).

Chiameremo Carnefice, lo specchio della Vittima/Vittimo.

1) Perché Juan Thompson pensa di poter rovinare davvero la vita alla sua ex, non picchiandola per strada, ma accusandola di essere una Carnefice?

2) Perché si dà questa enorme importanza al fatto che arrivino delle “minacce“?

3) E poi, la domanda più difficile. Perché tutto questo mette in qualche modo in imbarazzo le comunità ebraiche statunitensi?

Tutte le domande girano attorno al ruolo del Victimhood, della Vittimità. Che è un capitale da tenersi stretto.

Juan Thompson, imbecille tecnologico ma genio sociologico, trasforma la propria ex, che lui sta brutalmente perseguitando nei fatti, in Carnefice immaginale; anzi, in Carnefice assoluta, visto che la inserisce nel ruolo obbligatorio di tutti i film di guerra e dei pellegrinaggi ad Auschwitz.

Ma perché mai sembra ai lettori che “gli ebrei ci facciano brutta figura” in questa faccenda?

In fondo, nessun ebreo si è fatto male; nessuno dei tanti ebrei “minacciati” negli Stati Uniti era minimamente corresponsabile; era tutto una specie di scherzo da parte di due diversissimi disadattati, di cui solo uno ebreo; e sono stati degli israeliani (presumibilmente ebrei) ad arrestare  e denunciare pubblicamente il colpevole, per cui solo un ottuso potrebbe accusare collettivamente “gli ebrei” di aver architettato tutto.

Il problema sta nella perdita di status: si è un po’ meno Vittime e Vittimi. Ma perché è un problema?

Provo con un’ipotesi, vediamo cosa ne pensate.

Quando lo Stato arroga a sé il monopolio della violenza, e pretende di poter disporre di ognuno di noi, l’unico onore che resta al cittadino è la Vittimità. Lo schiavo, lavorando nella piantagione, può vantarsi solo delle piaghe che ha sulle mani.

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Di saggi barbuti, ce n’è stato più d’uno

Sì, lo so a chi pensate, se parlo di uno scrittore, filosofo e analista del mondo, dalla lunga barba, vissuto nell’Inghilterra dell’Ottocento.

Io invece penso a John Ruskin; che magari sarà stato meno metodico, ma fu infinitamente più umano, sensibile e interiormente ricco di Karl Marx.

E poi fu Ruskin a notare per primo the Storm-Cloud of the Nineteenth Century, i primi segni del grande cambiamento climatico indotto dall’industrializzazione di cui Marx riusciva solo a intuire l’aspetto progressivo. Mentre Marx raccoglieva le statistiche economiche, Ruskin ogni giorno prendeva attenta nota dello stato delle nuvole, scoprendo così che il cielo che aveva permesso la grande arte dei paesaggi non esisteva più: “quell’armonia è ora spezzata, e spezzata in tutto il mondo”.

Era la illth, il termine che Ruskin aveva coniato in parodia di wealth, la malattia che colpiva insieme i cuori e il paesaggio.

“For I do not speak, nor have I ever spoken, since the time of first forward youth, in any proselyting temper, as desiring to persuade any one of what, in such matters, I thought myself; but whomsoever I venture to address, I take for granted his creed as I find it; and endeavour to push into it such vital fruit as it seems capable of”.

                          John Ruskin, The Crown of Wild Olive

Io non parlo, né ho mai parlato, sin dai tempi della prima avventata giovinezza, con spirito di proselitismo, nel desiderio di convincere qualcuno a pensarla come me; ma a chiunque io mi rivolga, accetto il suo credo così come lo trovo; e mi sforzo a far sì che dia i frutti vitali di cui è capace.”

john-ruskin

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Due richieste ai lettori

L’altro giorno, un orangutanessa è entrata nel nostro giardino, dopo essersi fatta a bìpedi  tutto l’Ardiglione.

orangEra la Giornata Mondiale delle Foreste, e la signora oranga era venuta a dare una mano anche a lei per piantumare un melograno nel nostro giardino.

Un compito che abbiamo delegato a due persone.

La prima è D., che grazie a noi ha scoperto che il giardino fu affidato quasi un secolo fa a suo nonno, perché ne facesse ciò che ne stiamo facendo adesso, un “Ente, che, nel quartiere di   San   Frediano   di   questa   Città,   curi   la   istruzione   e   la   educazione popolare, con speciale riguardo alla infanzia.”

L’altra ha un nome che inizia per D. pure lei, ha dieci anni, è albanese, è una splendida artista e sa assumersi la responsabilità di tante cose.

melogranoLa piantumazione del melograno ha suscitato una serie di allarmi nelle istituzioni, poi fortunatamente rientrate, quando hanno gentilmente concesso l’autorizzazione alla pianta di esistere.

Sapete che non amo quelli che dicono weekend quando basta dire, fine settimana.

Però c’è un concetto per il quale conosco solo un termine in inglese.

Paradossalmente, si tratta di un concetto universale, qualcosa che ci accompagna dall’inizio della specie e – speriamo – fino alla sua estinzione. Però è un concetto talmente universale, che ogni volta che lo si nomina, viene scippato per dire qualcos’altro.

Cerchiamo qualcosa insieme, e diventiamo com-petitori, prendiamo una cosa insieme, e finiamo per essere con-sumatori, ci sentiamo vicini a qualcuno e diventiamo con-formisti, ci scambiamo qualcosa e finiamo per prendere ordini dal funzionario del Com-une o magari dal partito dei com-unisti (riflessioni rubate a Marianne Gronemeyer).

Di pulito, ci resta solo l’antica espressione inglese, the Commons. I campi condivisi spontaneamente, massacrati poi dalle Enclosures, quando i privanti hanno chiuso fuori tutti gli altri.

I Commons non sono i “Beni Comuni”, perché non sono dei beni. Non sono qualcosa. Sono persone che insieme fanno tante cose, imprevedibili come la vita stessa.

Qui, cinque anni fa, c’era una cooperativa di bravissime persone che, a chi pagava le tasse, offriva un servizio preciso, in un orario preciso, secondo precise regole predeterminate: una ludoteca. Tu vai lì, gli scarichi il bambino, li pagano apposta. Orario sedici e trenta diciannove trenta.

Oggi c’è qualcosa di totalmente diverso. C’è chi ci vede un orto, e crescono pomodori; c’è chi ci sente della musica, e sono violini; c’è chi vuole giocare fuori dal mercato, e nasce una scuola di calcio come nessun altro.

Ovunque si crepi il cemento, nasce la vita, escono fuori fiori non previsti da nessun regolamento, arrivano strani insetti impollinatori, tutto diventa inafferrabile e complesso.

E la quantità di persone pronte a fiorire è molto più alta della quantità di persone pronte a partecipare a qualcosa.

Commons sono quindi un fare.

E l’inglese ti permette subito di farci un sostantivo verbale, commoning.

Se i commons li facciamo noi, capiamo anche perché un regolamento li possa impedire oppure agevolare, ma non li può inventare.

Chi fa commoning, è un commoner, che poi in inglese significa più o meno, persona comune.

Tutto questo per chiedere ai fedeli lettori, critici e spulciatori due cose.

La prima, aiutare a trovare termini italiani adatti per Commons, commoning e commoner. Che non è giusto che la cosa meno intellettuale del mondo si debba dire in un’altra lingua.

La seconda, venirci a trovare l’8 aprile, che organizziamo la festa della primavera.

Magari durante l’evento, non avrò tantissimo tempo, ma certamente il giorno dopo sì, e poi potrebbe essere l’occasione non solo per leggere quello che si scrive qui, ma anche per vederlo.

E quindi un invito alla variopinta folla di ateo-catto-destro-sinistri-oriental-occidentalisti e molto altro… l’email ce l’avete, scrivetemi, vi aiuto anche a trovare qualche forma di sistemazione per la notte!

 melograno-medio

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Tassonomia e sordofobia

La famosa Università di Berkeley è frequentata da poco più di 30.000 giovani che hanno circa 60.000 dollari l’anno da spendere, o perché pagano i genitori o perché hanno scelto di indebitarsi fino al collo senza sapere se ne usciranno vivi (poi qualcuno usufruisce sicuramente anche di borse di studio).

Pagano, perché è davvero una delle migliori università del mondo.

Insomma, si potrebbe immaginare che gli studenti di Berkeley pensino solo a studiare.

Ma il mondo non è così semplice.

Negli Stati Uniti, le razze vengono analizzate e declinate con un perfezionismo che Joseph Arthur de Gobineau avrebbe invidiato.

Sappiamo intanto che appena il 2,5% degli alunni di Berkeley si iscrive nella categoria di ethnically unknown. C’è anche una certa percentuale di non-resident Aliens, che non hanno diritto evidentemente a essere tassonomizzati. Il 4,7% si vanta invece di appartenere a “two or more races“.

Il 35,1% degli alunni sono Asian, che presumiamo spiaccichi lo sciita iracheno addosso al filippino evangelico, ma in linea di massima significa gente con gli occhi a mandorla.

Appena il 27,8% sono White (gli ebrei devono fare la fila assieme agli scandinavi).

La razza Hispanic è al 13,8%.

In fondo a tutta la scala, ci sono i Black or African Americans, appena il 2,1% (il somalo appena arrivato negli Stati Uniti viene evidentemente omologato a forza tra i discendenti di ghanesi arrivati tre secoli fa).

Tra i docenti, il 6% si identifica come gay, lesbian or bisexual, l’87% come eterosessuale e solo l’8% ha il coraggio di non raccontari i fatti propri ai censori (nel senso di estensori di censimenti).

E così via, le altre statistiche le potete trovare anche voi.

150 dipendenti a tempo pieno (diretti da una vicepresidente con uno stipendio diverso, 215.000 dollari l’anno) si occupano esclusivamente di diversity issues all’Università, perché nessun ventenne si senta mai escluso, stilando piccoli dizionari come questo.

Non ci riescono a fare felici tutti, visto che l’autunno scorso alcuni studenti hanno impedito l’ingresso agli studenti “bianchi” (dal video, pare che la qualifica riguardi anche gli Asians), chiedendo safe places (luoghi in cui gli studenti possono trovare “compassione ed empatia”) segregati, riservati esclusivamente a una curiosa combinazione di studenti di colore (sopratutto hispanics, a quanto pare) e transgender.

Probabilmente agli occhi di chi legge balza subito all’occhio una diversità non presa in considerazione dall’augusta università: quella tra chi ha 60.000 dollari l’anno da spendere per studiare (secondo la Global Rich List, 60,000 dollari o più l’anno li guadagna lo 0,19% dell’umanità) e chi non li ha.

Ma ndirettamente, a Berkeley forniva qualcosa anche al 99,81% di esclusi: per aiutare i propri studenti con disabilità motorie, avevano messo su Youtube non meno di 20.000 video di lezioni, che potevano essere visti e ascoltati da chiunque in tutto il mondo.

Il risultato è che si sono presi così una denuncia da parte di due ricercatori sordi (non di Berkeley).

Il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha condotto una rigorosa inchiesta, scoprendo due gravi violazioni dell’Americans with Disabilities Act: i sottotitoli dei video erano imperfetti e talvola mancavano del tutto; come imperfetto era il contrasto dei colori nei video, che poteva creare problemi per ipovedenti.

E ha quindi ordinato all’Università di correggere tutti i video subito, oppure farli sparire.

Nemmeno lavorando per un anno, i 150 tecnici della diversity ci sarebbero riusciti; e così il 1 marzo, l’Università di Berkeley ha reso inaccessibili al pubblico i 20.000 video in questione.

Ovviamente, tutte queste cose hanno una lontana origine in qualche autentico problema: i neri schiavi centocinquant’anni fa, i pregiudizi storici contro gli omosessuali, le difficoltà che incontrano i disabili…  ma qui siamo a un effetto che è si è ormai distaccato dalla sua causa: in media, gli studenti neri di Berkeley non vengono sfruttati per coltivare il cotone per le camicie inamidate degli allievi bianchi, né ci sono feroci pestaggi collettivi di studenti ritenuti effeminati.

Quindi queste cose vanno avanti con una forza propria, che deriva da qualcos’altro.

Sarebbe banale leggere tutto questo nella solita chiave Destra-Sinistra: la Destra radicata ai pregiudizi dell’Uomo Bianco Eterosessuale, la Sinistra che maniacalmente impone il Politicamente Corretto perché odia la Storia Giudeo-Greco-Cristiana e la Famiglia.

No, i non-udenti che hanno sconfitto i video non sono nemici della Famiglia o della Storia.

E poi in Italia si sta diffondendo – con effetti sconvolgenti sul sistema scolastico – un’analoga cultura della dislessia e dei “bisogni educativi speciali”, che non ha nulla a che vedere con razza, storia o sesso, che (specie l’ultima) sono le questioni che eccitano i tifosi di Destra e Sinistra.

E se il senso fosse da trovarsi invece in qualcos’altro?

Proviamoci in una frase: la fine dell’illusione di progetto istituzionale che ha ispirato tutta l’enorme macchina del sistema educativo occidentale (strettamente correlato ai dispositivi militari e nazionali).

In pratica, la scuola si sta trasformando in bar.

Il cliente entra, chiede ciò che vuole in quel momento, non quello che il barista ritiene sia meglio per la sua salute futura.

E se il barista insiste nel non servirgli il sale nel caffè o gli nega il permesso di mangiare con le mani, il cliente può rivolgersi a un avvocato e rovinare la vita al barista.

Un processo che potrebbe essere irreversibile, divertente a volte da constatare ma sostanzialmente impossibile da contrastare.

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Complicità a sorpresa

In via de’ Serragli, dopo lunghe lotte, i residenti hanno ottenuto che venisse imposto il limite di velocità di trenta chilometri orari, almeno sotto forma di cartelli che nessuno legge.

Ieri me ne stavo fermo al semaforo di via de’ Serragli, aspettando che diventasse verde.

Accanto a me una signora di una certa età, che non conosco.

Passa un indiano in bicicletta, con un grosso carico sopra, evidentemente per lavoro.

Dietro di lui, un’auto sportiva bianca, pulitissima, con un giovane italiano alla guida. Il giovane suona prepotentemente per dire all’indiano di fargli largo e poi parte sparato a gran velocità, fregandosene di ogni limite di velocità.

Non avendo a portata di mano un sasso da lanciare all’autista, mi limito a guardare con un sorriso ironico la signora accanto a me.

E vedo che anche lei mi guarda con lo stesso sorriso ironico. Siamo complici.

Allora lei si sfoga,

“quello lì in bicicletta si vede che è arabo, deve averla rubata, vanno tutti in giro con le biciclette rubate, solo perché sono stranieri possono permettersi di fare quello che vogliono, mentre a noi italiani ci stroncano subito, che schifo!”

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La comunità ruscello e la comunità pozzanghera

Tempo fa, si parlava qui del particolarissimo rapporto che è esistito tra certi  inglesi e Firenze. Un po’ nei miei post, un po’ in un illuminato commento di Pino Mamet.

Poi leggo questa riflessione di Franco Arminio. Di lui so poco, oltre a quello che leggo su Wikipedia, ma l’importante è quello che dice.

Non so se sono d’accordo su tutte le virgole, e poi l’Oltrarno non è un dimenticato paese del Sud. Però è una splendida riflessione, che ci aiuta anche ad uscire dal binomio conservatore-gretto-che-non-ascolta-nessuno contro hipster-globalista.

Da qui in poi, si cita dal suo blog, mi sono permesso di spezzare i suoi lunghi paragrafi ed evidenziare alcune riflessioni che mi hanno colpito.

APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo.

Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici.

I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo.

Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito.

Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.

Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale?

La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito.

Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese.

Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse.

Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento:  bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.

Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.

Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna.

Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitano nell’imbuto del paese.

Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso.

Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia.

Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

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Spacciatori e falafel

L’altro giorno,Warda ha preparato i falafel per quasi tutti.

E quelli che non li hanno potuti assaggiare, sono rimasti male, a sentire l’entusiasmo di chi li aveva assaggiati.

Warda è una signora egiziana, alta e con quello sguardo e quel sorriso fiero, così raro in Italia ma che ho visto tante volte in Egitto, tra le muhajjabaat, le donne con hijab. Il marito si fa vedere quando può, ma ha un impegnativo lavoro in pizzeria.

La cosa curiosa è che la nostra egiziana con il hijab non conosce quasi una parola d’italiano, eppure comunica con tutti; le frequentatrici del giardino restano tutte in qualche modo affascinate – il carisma non ha bisogno di parole.

E infatti, la vedi seduta sulla panchina con la sua migliore amica, una mamma Sikh indiana che parla solo panjabi.

Warda ha due figli, uno più grande che è un esempio di gentilezza e cortesia, e uno più giovane, che all’inizio era piuttosto litigioso, ma ha scoperto una disciplina e un ruolo per sé nella nostra scuola di calcio autogestita (e c’è anche il figliolo Sikh, con la cuffia in testa che un giorno diventerà turbante e intriga tutti).

Insomma, quando si vive vicini, si allevano i figlioli insieme, ci si scambia il cibo e si ama il luogo in cui si vive, non esiste nemmeno il seme di tutte quelle cose che ossessionano le metropoli dei nostri tempi.

In questi giorni, però si sono moltiplicati gli spacciatori nel quartiere.

E’ un gruppo di giovani maschi che non mantiene per niente un profilo basso.

Stanno sempre insieme, sbraitano tra di loro in arabo, non saprei se marocchino o tunisino. A differenza degli antirazzisti di professione, non credo che l’origine etnica sia irrilevante: la lingua diversa permette di comunicare liberamente, e ci saranno  legami di sangue o comunque di luogo di provenienza, che giocano un ruolo decisivo.

Riflettiamoci: sono i rapporti comunitari che fanno sì che Warda e tutta la sua famiglia siano dei nostri, esattamente come sono rapporti comunitari di altro tipo che fanno sì che quei maschi senza famiglia siano i nemici.

Premetto che alcuni dei miei migliori amici (come si dice) sono ex-spacciatori tunisini che hanno fatto anni di galera, e se dico che qualcuno è nemico, non implica alcun giudizio morale.

E trovo anche divertente la battuta con cui hanno risposto a una mamma che li invitava a cambiare quartiere, dicendo, “noi siamo turisti tedeschi!

Ma è un po’ una scelta loro: in una piazza vicina, hanno iniziato a sfottere le famiglie che ci portavano i bambini a giocare. Niente di violento, però sono cose che la gente poi si porta dentro, cogliendo quanto siamo soli: dopo aver scoperto che Babbo Natale non esiste, tocca scoprire che non esistono nemmeno le Istituzioni con cui hanno allietato e ingannato la nostra infanzia.

Ovviamente, se quei ragazzotti sono arrivati qui, è perché trovano clienti; e trovano clienti perché esiste la sciagurata ideologia/urbanistica secondo cui il centro stoooorico dovrebbe essere (ecco la parolina magica) vibrante. Vibrante di imbecilli autoctoni e/o americani a caccia di cocaina alle due di notte.

Due poliziotti si sfogano con me, e mi sembra giusto riportare le loro parole, senza giudizi e senza dire nomi, se no li stroncano anche a loro.

“L’altro giorno ho fermato uno di questi… aveva in tasca 600 euro, abbiamo dovuto correre a identificarlo, perché se lo tenevamo per un minuto in più, il magistrato ci avrebbe accusati di sequestro di persona… due giorni dopo, lo stesso ragazzo lo ferma lui e lo troviamo con 3.000 euro in tasca. Niente, non si possono sequestrare, perché il magistrato dice che forse il ragazzo lavora in nero, libero di nuovo.

Capisci adesso perché non gliene importa niente di noi, e perché non possiamo poi fare niente? Se non sentissimo che è una missione, ci saremmo arresi da tanto tempo, anche se ormai non serve a niente.

Avete fatto bene a organizzarvi da soli qui, con i camorristi chiudono sempre l’occhio, non contate mai sulle istituzioni che con loro chi ha potere vince sempre, fate da voi che è meglio!”

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