Cronaca Nera

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La scienza economica

Nel 1860, Ruskin scrisse un lungo saggio – ma i vittoriani erano pazienti e non scappavano altrove al primo clic – su Cornhill Magazine, che poi fu ristampato sotto il titolo Unto This Last nel 1862. Un testo che ebbe una forte influenza nella diffusione di quel vago concetto che chiamiamo “socialismo” nella cultura inglese.

Da ignorante di chimica, immagino che quando Ruskin parlava di azoto e cloruro, si riferissse al tricloruro di azoto, che è effettivamente un esplosivo.

A tanta distanza, rileggete le prime righe.

Traduco social affections in maniera letterale, “affetti sociali”, ma credo che il senso di fondo sia l’istinto sociale, il bisogno umano di fare comunità e tutto ciò che supera il mero individualismo.

Tra gli inganni che in vari periodi si sono imposessati delle menti di grandi masse della razza umana, forse il più curioso – e certo il meno meritevole – è la moderna sedicente scienza dell’economia politica, che si fonda sull’idea che un codice vantaggioso di azione sociale si possa istituire a prescindere dall’influenza degli affetti sociali.

Certo, come nel caso dell’alchimia, dell’astrologia, della stregoneria o simili credenze popolari, alla radice dell’economia politica c’è un’idea plausibile. “Gli affetti sociali”, dice l’economista, “sono elementi accidentali e di disturbo nella natura umana; mentre l’avarizia e il desiderio di progresso sono elementi costanti. Eliminiamo gli incostanti e, considerando l’essere umano semplicemente come una macchina avida, cerchiamo di esaminare tramite quali leggi di lavoro, acquisto e vendita si possa ottenere il massimo risultato in termini di accumulazione di ricchezza.

Una volta che abbiamo determinato tali leggi, spetterà a ciascun individuo introdurre quanto ne vuole dell’elemento di perturbazione affettiva, e decidere per se stesso i risultati in base alle nuove condizioni”.

Questo sarebbe un metodo perfettamente logico e funzionale di analisi, se gli elementi accidentali da introdurre successivamente fossero della stessa natura dei poteri esaminati in precedenza.

Se supponiamo che un corpo in movimento sia influenzato, insieme, da forze costanti e incostanti, la cosa più semplice di solito consiste nel tracciarne il percorso prima sotto le condizioni persistenti, e successivamente introdurre cause di variazione.

Ma gli elementi di disturbo nella questione sociale non sono della stessa natura degli elementi costanti: alterano l’essenza stessa della creatura sotto esame nel momento in cui si aggiungono; non agiscono matematicamente, ma chimicamente, introducendo condizioni che rendono inutili tutte le nostre conoscenze pregresse.

Abbiamo condotto esperimenti dotti sul puro azoto, e ci siamo convinti che si tratta di un gas molto facile da controllare; ma attenzione, ciò con cui abbiamo a che fare praticamente è il suo cloruro; e questo, nel momento in cui lo tocchiamo applicando i nostri rigorosi principi, fa saltare in aria noi stessi assieme ai nostri dispositivi.

Guardate bene, io non critico né metto in discussione le conclusioni della scienza, se se ne accettano le premesse. Semplicemente, non mi interessano, come non sarei interessato a una scienza della ginnastica fondata sulla premessa che gli uomini sono privi di scheletro. Si potrebbe dimostrare che sarebbe vantaggioso arrotolare gli studenti in palle, schiaccarli per formare torte, o stirarli a formare cavi; e che una volta ottenuti questi risultati, il reinserimento dello scheletro comporterebbe non pochi problemi per la loro struttura.

Questo ragionamento potrebbe essere degno di ammirazione, le conclusioni logiche e l’unico difetto di tale scienza risiederebbe nella sua non applicabilità.

La moderna economia politica si fonda su una base proprio di questo tipo.

Assumendo , non che l’essere umano manchi di scheletro, ma che sia tutto scheletro, fonda un’ossificante teoria del progresso sulla negazione dell’anima; e avendo dimostrato tutto ciò che si può fare con le ossa, e avendo costruito numerose interessanti figure geometriche con teschi e omeri, dimostra con successo la scomodità di far riemergere l’anima tra tali strutture corpuscolarli.

Non nego la verità di tale teoria; semplicemente nego la sua applicabilità alla presente fase del mondo.

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Il transatlantico che non può girare

Come ben sapete, mi piace annoiarvi con storielle dell’Oltrarno, che però mi permettono di capire parecchie cose.

Certo, non tutte.

Vengo a sapere che la deputata del Partito Unico, di passaggio nella propria roccaforte, ha voluto andare a cena con il Marchese (proprio Lui in Persona, quello che ha una porticina segreta che gli permette di entrare anche di notte nella nota chiesa); con l’Antiquaria; e con il Fruttivendolo.

Allora capisci perché non è nemmeno immaginabile che si possa cambiare governo, qui.

Però in Italia, il governo è effettivamente cambiato, e ammetto di non riuscire a capire fino in fondo.

Uno dei motivi però me lo ha fatto capire una mia amica, che mi ricorda che oggi è l’ottavo anniversario di una dichiarazione dell’allora Sindaco, Matteo Renzi.

Parla proprio del nostro giardino:

Questa frase fa capire perché il Mago Renzi piaceva.

Il linguaggio è di mussoliniana semplicità, non è equivocabile.

Oggi l’area che lui avrebbe mantenuto verde, costi quel che costi, è invece un parcheggio, dove un ex assistente elettricista napoletano vende posti auto a 50.000 euro l’uno.

All’epoca, tanta gente a Firenze ci credeva al Mago.

Non solo, ma il mito del giovane asfaltatore, del bambino che si mangiava i comunisti, si stava diffondendo in tutto il paese.

Poi il mito da noi è crollato, esattamente nel momento in cui è diventato nazionale.

Solo che da noi la fiducia del popolo è del tutto irrilevante, rispetto alla volontà  del Marchese, dell’Antiquaria e del Fruttivendolo.

Il Mago raccontava su scala nazionale storie come quella sul giardino che avrebbe salvato, e alla fine tutto il paese ha capito il trucco.

Così da Mago è diventato Bugiardo e Truffatore. I toscani infatti sono complottisti straordinari, di quelli che riescono a tirar fuori prove su prove con scientifica eleganza e una prosa eccezionale, per cui per loro, è dimostrato, che se il giardino oggi è un parcheggio, è colpa del Mago.

Io, che non sono toscano, penso una cosa molto diversa.

Penso che il Mago credesse, o facesse finta di credere, che i politici possono fare qualcosa.

Invece, non possono, alla fine, nemmeno salvare qualche metro quadro di un giardino. Nemmeno andando a dirlo su Facebook o scrivendo “costi quel che costi”.

L’altro giorno, eravamo a colloquio con un Assessore, cioè una persona di nomina politica.

Gli Assessori hanno tutti le stesse caratteristiche: la barba, la giovane età, il fatto di darti del tu e soprattutto di occupare un posto per diciotto mesi al massimo.

Sei mesi per cominciare a capire un minimo di quello che sarà il loro lavoro,

sei mesi per lavorare

e sei mesi sapendo che tra poco li manderanno a fare un altro lavoro

e quindi che non saranno più responsabili di ciò che è successo durante il loro assessorato, per cui i cocci li dovrà raccogliere il loro successore.

Il risultato è che

1) spesso capiscono meno di noi, che ci stiamo sul pezzo da una decina di anni

2) qualunque cosa decidano non varrà per il loro successore

3) si rivolgono al Tecnico, che invece è lì da secoli e sa tutti.

Il Politico ha una soluzione, veloce e semplice, per ogni problema.

Il Tecnico, come diceva Z in un commento a questo blog, è invece la persona che trova un problema per ogni soluzione.

Ogni volta, da cinque, sei anni, assistiamo alla stessa scena.

La Promessa dell’Assessore e il Tecnico che dice, “guarda che non si può”.

Ieri abbiamo avuto la fortuna di incontrare un Tecnico identico a tutti gli altri, ma che si divertiva anche.

Gli descriviamo la situazione: 120 bambini che giocano a calcio in un campo tutto rotto, con buchi enormi nella rete e pezzi di ferro che gli possono finire negli occhi; poi c’è uno spazio con le mattonelle rotte, dove sul gabinetto c’è scritto “non toccare”, se no casca a pezzi.

Una di noi definisce lo spazio di cui si ha bisogno uno “spogliatoio“, e il Tecnico esplode di rabbia.

“Ma lei lo sa cosa vuol dire spogliatoio? Lo sa che esistono leggi precise? Gli italiani pensano che possono sempre fare il c… che gli pare, ma qui ci sono leggi, leggi che nemmeno vi immaginate, leggi che regolano tutto, anche lo spessore e la provenienza della sabbia, e io come pubblico ufficiale vi potrei anche arrestare se sgarrate!

Sapete che se si fa una sola variante non autorizzata, se si fa uno spogliatoio, poi si procede di ufficio, il primo che se ne accorge può far sbattere in galera a lei!”

E ricorda la lezione che poi ribadirà davanti alla Commissione Urbanistica:

“Non vi dimenticate di D. [il predecessore di Matteo come sindaco] la cui carriera fu distrutta, perché fece abbattere, peraltro legalmente, due platani”.

Provo a intervenire, dicendo:

“Guardi, per me è esattamente il contrario: i cittadini attivi devono poter non solo proporre, ma anche fare, e spetta alle istituzioni trovare il modo perché possano fare le cose legalmente!”

Lui ironizza, “vengo lì al giardino, lo occupo e mi ci faccio la casa!”

Mi vengono in mente le decine di funzionari che ho conosciuto, che non riescono proprio a distinguere il cittadino che invece di limitarsi a votare, pagare le tasse e stare zitto, si prende cura di un bene comune, a proprie spese e rischio, dal tizio che occupa un marciapiede pubblico per farci un bar senza chiedere permessi.

Ovviamente, ha ragione il Tecnico.

La ragnatela impersonale che ci avvolge è tale che forse è impossibile davvero trovare il modo per permettere a 120 bambini di cambiarsi, andare al bagno, lasciamo perdere l’idea di farsi la doccia. Sono cose che potrà fare soltanto una società sportiva tenuta in piedi da un miliardario, che riesce a farsi assegnare un campo perfetto dai politici.

Comunque, anche se fosse possibile, il Tecnico non ha alcuna intenzione di farci sapere come si potrebbe fare: se lo dicesse, cesserebbe di avere il potere che ha.

Qui mi scatta l’oltrarnometro.

Perché se trasformare una stanzetta scassata in uno spogliatoio posto dove cambiarsi le scarpe è impossibile, o solo alla portata dei migliori avvocati amministrativisti del paese, cambiare qualunque cosa è impossibile.

Pensiamo a un transatlantico, in rotta diretta verso un iceberg (o il suo equivalente da tempi di riscaldamento globale).

Dove il timone è chiuso dietro cento porte, e per aprire ogni porta, un giurista deve risolvere un enigma, forse irrisolvibile in sé, rischiando il carcere. Difficile come far quadrare un orario definitivo delle lezioni in una scuola senza scontentare nessuno.

Poi uno si chiede perché quelli che vorrebbero fare qualcosa, si limitano a fare tweet contro i neri – di pelle o di camicia.

A parte quelli come noi, che sorridiamo e continuiamo e cerchiamo di trovare un sinonimo per “spogliatoio” che non ci faccia passare il resto dei nostri anni in galera.

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, Italia | Tagged , | 110 Comments

Salvini, Salvini e ancora Salvini!

Ci sarebbe molto da dire sulle immense migrazioni umane dei nostri tempi: la prima è che sono solo sotto un sottoflusso del vorticoso Flusso Globale.

I salmoni abituati per milioni di anni a fare il giretto da vivi di un angolino del Pacifico, da morti invece vanno dall’Alaska in Cina e tornano negli Stati Uniti, mentre il CO2 che le navi dispensano per fare questo giro finiscono (semplifico) per riscaldare il clima da noi e bruciare i nostri boschi.

Qualunque discorso sulle migrazioni deve partire da qui, o è una perdita di tempo.

Ma resto affascinato dalla maniera in cui Salvini è riuscito a trasformare la questione in un meccanismo da cui lui personalmente può solo uscire vincente.

Un piccolo racconto immaginario.

Facciamo conto che un giorno, un ghanese uccida una ragazza italiana. Nello stesso giorno, due mariti italiani hanno ammazzato le proprie mogli, ma poco importa.

Salvini fa subito un tweet, “buttiamo fuori gli stranieri che uccidono!”

Ora, noi sappiamo tutti che nel Grande Cimitero dei Tweet, miliardi e miliardi di chiacchiere inutili dormono ignorate, come è giusto.

Invece, a stretto giro di clic, arriva un’ondata di protesta per il tweet di Salvini.

In un crescendo che funziona più o meno così:

“Salvini dice ‘buttiamo fuori gli stranieri!'”

“Il Ministro degli Interni sta buttando fuori gli stranieri!”

“Salvini ha buttato fuori gli stranieri dall’Italia!”

Innanzitutto, la questione delle Migrazioni (che come dicevo è solo un sottoflusso, per quanto importante) diventa la questione centrale del paese, esattamente come voleva Salvini.

Posto in questi termini, l’esito dello scontro è  inevitabile.

La maggior parte dei ghanesi si schiererà da una parte, la maggior parte degli italiani dall’altra, con la piccola precisazione che i ghanesi in Italia non votano.

Ma soprattutto, succederà un’altra cosa.

In Italia, tutti pensano che i politici siano fanfaroni. Li votiamo per fare i miracoli, poi non combinano niente e ci arrabbiamo. Pensate al mago Renzi, che ancora gli ridono dietro.

Ma con Salvini, è diverso.

Poniamo che io abbia votato per Salvini perché mi sta antipatico il gruppetto di quattro spacciatori tunisini dal coltello facile che bighellona in piazza (e non conosco i cento tunisini che fanno i muratori e tornano stanchi morti la sera).

Incredibile… leggo che Salvini è riusciti a  buttare fuori gli stranieri, e non lo dice lui: lo dicono persino i suoi avversari!

All’inizio diffidavo, ma adesso ci credo sul serio!

Cercavo i fatti concreti e li ho avuti.

Il giorno dopo, gli spacciatori tunisini stanno sempre lì, ma questo non lo fa notare nessuno, anche se per smontare Salvini e mandarlo a casa, sarebbe bastato dire, “il cretino  fa il duro alla tastiera, ma gli spacciatori stanno sempre lì!”

Questo non lo dice nessuno, perché quelli che se la prendono con Salvini, hanno bisogno di avere paura di lui. Se non esistono i draghi, che gusto c’è a salvare le vergini e sentirsi San Giorgio?

Tutta la retorica della parte avversa è drammatica, “mai sottovalutare, il mostro può risvegliarsi in ogni momento, siamo nell’agosto del 1939!” Quindi l’ipotesi che Salvini sia un fanfarone, non è nemmeno contemplabile.

Mentre Salvini Fa i Fatti (con tanto di certificazione avversaria), i suoi nemici si crogiolano in un brodo emotivo, che da una parte è fatto di buoni sentimenti (buoni davvero, non è ironia), dall’altra di rabbia incontrollata.

E i Fatti vincono facilmente sulle Emozioni. Anche quando non esistono, ma tutt’e due le parti concordano che sono reali.

Ora, qualcuno potrebbe anche sottrarsi a questo gioco, ricordando che esistono questioni molto più importanti (come il fatto che tra poco dovremo stare tutti con l’aria condizionata accesa a dicembre, solo che non essendoci più il lavoro, non avremo come pagarcela).

Ma anche se lo fa, ci sarà sempre un numero sufficiente di gente che ci cascherà e manterrà in vita il meccanismo.

Come conquistare l’Italia con quattro tweet.

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I Tre Pilastri che crollano

Ho capito la vanità dei nove decimi delle discussioni politiche che sento in giro, il giorno che Costanzo Preve mi fece leggere un suo saggio, dove spiegò che il sistema  (parliamo di una decina di anni fa) si fondava su tre pilastri (enfatizzo con la maiuscola i concetti chiave):

Una CULTURA di SINISTRA

Un’AMMINISTRAZIONE di CENTRO

Un’ECONOMIA di DESTRA

So che ogni termine può essere interpretato in mille modi, ma l’importante è che ci capiamo.

Costanzo Preve ha significato molto per me, perché grazie a lui ho imparato a rispettare l’illuminismo, il rigore ottocentesco, la borghesia e anche quel gran borghese illuminista, rigoroso e ottocentesco di cui non ho letto quasi niente, che fu Karl Marx.

C’è gente buffa che oggi usa il nome di Costanzo Preve a caso, e mi dispiace, ma l’autore della Divina Commedia che ci può fare se a Firenze, oggi esiste un Ristorante Dante e Beatrice, con tanto di insegna al neon?

Il mondo di Costanzo mi è lontano quanto il Bisanzio che lui tanto amava: non sono borghese, non sono ottocentesco, non sono marxista, non sono illuminista, non sono antropocentrico, e so che lui non percepiva nemmeno l’immensa questione ambientale.

Posso solo rispettare il suo mondo.

Come ho già scritto da qualche parte, sentivo molto più vicino a me un altro saggio, Roberto Giammanco, che già intuiva i mondi in cui stavamo entrando, e mi diceva che Costanzo, che pure stimava, apparteneva al passato. Ma Roberto aveva tutto insieme studiato con Adorno a Francoforte in tedesco e aveva vinto una borsa di studio negli Stati Uniti, e quindi aveva visto un mondo diverso da quello di Costanzo, che  invece aveva studiato con Althusser a Parigi.

Ma l’intuizione di Costanzo sui tre pilastri del mondo in cui si viveva un lontano decennio fa, mi ha fatto capire molte cose.

Mi ha spiegato il luogo in cui vivo, in cui un’AMMINISTRAZIONE tutta pragmatista, “basta ideologia“, si sposava poligamicamente con un’ECONOMIA di rapina privante e una CULTURA fatta di cooperantesse precarie quarantenni che si prendevano settecento euro al mese per fare prediche contro il bullismo omofobo e parlare male di un certo Benito Mussolini, morto settant’anni fa.

In questa triade, la CULTURA conta molto meno delle altre due. Le cooperantesse sfigate non sono lontanamente paragonabili agli intellettuali semidivini della Francia.

Però i destri  che si fissano su queste cose, non hanno tutti i torti.

La CULTURA è di SINISTRA (nel mondo da cui stiamo uscendo) perché si fonda sul concetto di uguaglianza tra esseri umani; e siccome tutti cercano di raschiare il fondo del barile per avere voti, tutti devono fare gli egalitari.

Facciamo un esempio semplice semplice.

In una società in cui la metà degli elettori sono donne, a un politico non conviene dire che le donne siano più stupide degli uomini, perché il 50% dei suoi potenziali elettori sono elettrici. Quindi è presumibile che il politico medio (maschio) in pubblico dirà sempre cose simpatiche sulle donne.

E fin qui, poco male.

Siccome viviamo in una società in cui i maschi si sentono ancora padroni per molti versi, una battuttina di tanto in tanto tipo, “le donne hanno una marcia in più” accontenta le donne e non ferisce la maggior parte dei maschi.

Solo che una piccola minoranza di maschi inizia a bofonchiare, “hai visto, quelli di sinistra fanno tanto gli egalitari ma in realtà dicono che le femmine sono meglio dei maschi!”

E’ una base discutibilissima, però tecnicamente hanno ragione i Destri: se dici che le femmine hanno una marcia in più dei maschi, non sei un egalitario.

Su questa discutibile base, nasce una sorta di anticultura di Destra: non propone nulla di proprio, ma sottolinea le contraddizioni dell’avversario.

Nel momento in cui lo fa, però accetta le premesse dell’avversario.

E infatti la reale cultura di Destra consiste in una serie di sgradevoli pretese di sinistra, dal “porco per tutti alla mensa”, a “ti strappo il hijab perché le donne devono essere tutte candidabili per Sanremo”.

Se io dico, “quelli di Sinistra mi fanno schifo, perché dicono che va bene che le donne islamiche vengano umiliate portando il velo”, da una parte rivelo una vera contraddizione della Sinistra, dall’altra dico che non esiste altra cultura possibile che quella di Sinistra.

Ecco, la Destra, in Italia (a differenza ad esempio dell’Inghilterra) è quasi interamente parassitaria della cultura di Sinistra.

Quindi, nel sistema dei lontani dieci anni fa descritti da Preve, è vero che la CULTURA era  di SINISTRA.

Chi ha una formazione antropologica potrebbe restare un po’ sorpreso, visto che l’Italia è lontanissima di ciò che vorrebbe la “Sinistra”.

Precisiamo, per CULTURA intendo solo la cultura ufficiale, lo spazio ammesso nelle scuole, nei discorsi dei politici, nei grandi media.

Però il sistema economico e amministrativo ha totalmente distrutto ogni cultura reale, creando frammenti umani, atomi isolati.

Decenni fa, esistevano in Italia mondi interi, che però sono stati annientati in un genocidio radicale, compiuto insieme dal nazionalismo, dall’illuminismo, dai media, dalla cultura “di Sinistra”, dal fascismo, dalla Chiesa: quasi nessuno in Italia si è schierato dalla parte degli italiani. Mi vengono in mente due nomi di difensori degli italiani veri, delle loro straordinarie culture – Michael Ende che era tedesco, e Ouida che era inglese.

Restano stili di vita, assai vaghi – l’abitudine di vestire i figlioli da esploratori artici quando la temperatura scende sotto i venti gradi, l’idea che la famiglia perbene guarda il Grande Fratello insieme mentre la nonna fa da mangiare cibi straordinari di cui la metà verrà buttata, la grintosa certezza che alla cresima dalla notte dei tempi i nonni hanno sempre regalato uno smartphone al bambino di sei anni e guai a chi interrompe la tradizione…

Lo sterminio delle culture reali ha portato alla creazione di una CULTURA sostanzialmente unica, e moderatamente di SINISTRA, anche se di scarsa importanza: l’Italia, per fortuna, non è la Francia, e dà un peso minimo alla “cultura”.

A preoccuparsi della cultura, in Italia, è in genere un ceto fragile e precario di gente che ha avuto la sfortuna di laurearsi in materie inutili, il ceto intellettuale subalterno, intuito da Marino Badiale.

Questa gente vorrebbe certamente costituire quello che esiste in alcuni altri paesi (torniamo sempre lì, in Francia), ma non ci sono proprio le circostanze.

In Francia, i Signori del Ditino Imparatore hanno creato l’unico regime ancora clericale d’Europa.

Il compito sostanziale del Clero consiste nel mescolare le carte di realtà e di etica.

Tipo, io constato il fatto (realtà) che Tizio ha un tumore e morirà tra sei mesi.

Arriva Caio, e mi dice che non è vero, perché non è etico che io auguri la morte di Tizio, l’odio è una brutta cosa, quindi è realtà che Tizio camperà cent’anni.

Fin qui, il mondo descritto da Costanzo Preve.

Costanzo era un uomo dell’Ottocento, con un cervello e una disciplina mentale tre volte la mia e la tua.

Ma era un uomo dell’Ottocento latino.

L’Ottocento anglosassone, come più volte ho scritto, aveva la capacità di intuire il futuro e non solo il presente.

E infatti, la brillante e correttissima intuizione di Costanzo, sta andando a pezzi.

Gli imperi di Bezos e Zuckerberg non sono l’ECONOMIA di DESTRA che lui aveva in mente.

Per quanto criticasse il capitalismo e – da buon hegeliano – avesse prefigurato il capitalismo assoluto che ci attende, Costanzo non era in grado di cogliere il suo aspetto virtuale, immateriale, menzognero.

Ora, da questa menzogna,  gli atomi isolati che il capitalismo ha prodotto, hanno trovato una perversa voce e hanno trasformato la CULTURA in un urlo costante, che non richiede alcuna ideologia di partenza, se non i diritti individuali.

Rivendicati nello spazio visivio di uno smartphone, uno spazio piccolo come uno slogan.

E il mio diritto individuale può essere quello di fare un’orgia omosessuale a tre, di far promuovere mia figlia che ha tre in tutte le materie, di sbattere fuori il negretto che mi sta antipatico, di ottenere un risarcimento milionario perché sono stato escluso dal Grande Fratello…

Se la CULTURA non è più quella di dieci lontanissimi anni fa;

se l’ECONOMIA non somiglia più al capitalismo di dieci lontanissimi anni fa;

è forse inevitabile che le AMMINISTRAZIONI di CENTRO stiano perdendo il potere in tutta Europa.

Vorrei chiamare Costanzo, e fare una delle nostre lunghe telefonate, per rimarcare con affetto tutta la distanza tra me e lui.

Costanzo era un conservatore, voleva difendere il mondo dell’illuminismo, della ragione, della scienza, della correttezza dei comportamenti, delle regole, dello Stato, dalla barbarie.

Pur volendogli un immenso bene, io invece era dalla parte di tutta quella Vita che la sua Ragione ha distrutto.

Tanto ha lavorato la Ragione, a controllare ogni cosa, che oggi  corriamo rischi che somigliano solo a quelli che corsero i dinosauri nel giorno della loro estinzione.

Il futuro che ci attende fa drizzare i capelli in testa, ma siamo certi che fosse migliore il mondo dei Tre Pilastri?

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Il segreto delle genti antiche

Cara A.

Ho un’immensa stima di tutti gli sforzi che fai da una vita, per le cose che sono importanti per tutti noi: in questo mondo sull’orlo del collasso, fare sì che le comunità di persone vere e vive, ce la facciano a resistere.

E capisco il tuo sfogo di stasera, la tua rabbia per quando ti hanno chiesto di organizzare eventi che dall’alto dovrebbero cambiare qualcosa, e capisco perché tu con noi non vuoi più organizzare eventi.

Però quando tu mi racconti delle cose che non vanno, sono meno pessimista di te.

Perché nel posto che chi ha il tuo vissuto potrebbe considerare il peggiore di Firenze, abbiamo costruito ciò che anche tu riconoscerai, è il posto migliore di Firenze.

E’ una storia molto, molto piccola, però da lì dipende forse tutto il destino dell’Italia.

Capire questo piccolo racconto, permette di capire come possiamo salvarci dalla barbarie.

La V., che tra i cinquemila dipendenti comunali è probabilmente la migliore, va dalla Fornaia, perché gliel’ho detto io, e le dice che sta organizzando un Evento, per contrastare lo spreco di cibo.

La Fornaia, tutta tatuata e con i capelli viola, che qualche anno fa le crollò il soffitto in testa e poteva finire per strada, la guarda storta, si sfoga con me e dice, io di rado sbaglio a giudicare la gente, per me questa V. qui vuole qualcosa per sé.

La frase che ho sentito mille volte tra fiorentini sospettosi.

Ora, io so che questa è la rada volta che la Fornaia sbaglia: la V. ha in mente un’iniziativa bellissima, che sarà organizzata in maniera perfetta. So anche che la V., se prende lo stipendio dal Comune, proprio per questo non ha altri obiettivi. Anzi, so quanti problemi ha lei stessa con l’amministrazione.

E’ una situazione in cui mi trovo spesso: sapere che entrambi hanno profondamente ragione.

Chi sforna la schiacciata tutti i giorni non sa mai quanto le arriva in tasca a fine mese, a differenza di chi riceve magari un misero ma sicuro stipendio comunale; e in questo tiferei istintivamente per la Fornaia, se non capissi intimamente anche l’altra parte.

Proprio come la Fornaia, anche la V. si sfoga con me, per raccontarmi dei fiorentini tirchi  e chiusi, dell’immensa difficoltà di fare qualcosa di buono in questa città, e mi commuovo a sentire in lei tutta l’impotenza di quelli che vorrebbero calare cose buone, ma buone davvero, dall’alto.

E fin qui, avete un quadro banale del mondo, su cui destri e sinistri concordano: il mondo sarebbe diviso tra quattro intellettuali illuminati sopra, e in basso una feccia di popolaccio egoista che se ne frega.

E l’Oltrarno potrebbe essere benissimo essere l’ennesimo caso di squallido quartiere populista razzista che non impara niente dalle gite ad Auschwitz.

Passa una settimana, e io la Fornaia Tutta Tatuata ci troviamo al Giardino.

Io e la Fornaia ci frequentiamo da sei anni, il tempo che ci vuole per  fidarci l’uno dell’altra. E un anno in più dell’incarico di qualunque politico.

Una fiducia profonda, fatta di sguardi, di voci, di momenti vissuti, che sono l’unica cosa che possa sciogliere i suoi tatuaggi, e il mio essere un messicano laureato in lingue orientali.

Tempo, tempo, tempo.

L’esatto contrario di Evento.

V. ha profondamente ragione per quanto riguarda i concetti, ma sbaglia i tempi. Che sono la cosa più importante di tutte.

La Fornaia arriva alle nove di mattina e per otto ore, senza che nessuno la retribuisca, riesce a ripulire il ripostiglio del giardino, caricandosi quantità incredibili di rifiuti, senza che nessuno glielo abbia chiesto.

La V. non lo sa, ma la Fornaia, da sola, è anche riuscita a organizzare una festa con centinaia di persone, dove non si usava la plastica usa e getta, prendendosi anche qualche infamata che dalle sue forti spalle scivolavano via come niente.

La Fornaia, con la sua volontà, ha realizzato concretamente ciò che la V. avrebbe voluto fare.

La Fornaia che della politica se ne sbatte, è riuscita da sola a trasformare un quartiere in una giornata, mentre chi fa politica ha fatto soltanto danni al quartiere.

La Fornaia diffida della V., come tutti gli indigeni diffidano dei foresti, anche se la V.  arriva da appena tre chilometri di distanza.

Invece la Fornaia capisce benissimo chi è vicino a noi.

Non ha un attimo di dubbi sul valore dell’avvocata egiziana che si è offerta per pulire i bagni, sulla donna Sikh che non parla quasi italiano e ha due figlioli con buffe treccine in testa, perché sono vicine; come nessuno dubita della geniale mamma che da piccola si rotolava già per i bidoni sulla collina di un bidonville di Nairobi…

Non sono foresti, perché ci conosciamo, ci tocchiamo con mano, ci riempiamo di offese a vicenda, ma diventiamo lentamente, insieme, una comunità, senza nessuno che ci imponga nulla da fuori…

Mentre vedo la Fornaia buttarsi a gratis tra i rifiuti (piccola vanteria, lei mi dichiara il vero maestro che sa dove vanno i rifiuti), e far battutacce sulle storie d’amore delle nostre donne vere o immaginate (“ma la Luisa, l’è vero che si tromba i’Gianni?”), caricandosi pesi enormi senza che nessuno glielo chieda, capisco che non esiste altra base che queste:

i figlioli che conosciamo, nel bene e nel male, e con tante ciane sulle loro mamme,

il tasso che è magico e che nessuno devo toccare

la mamma di qualunque colore di pelle ma che ha il marito che la picchia e noi siamo con lei,

la donna albanese che litiga con tutti per mettere i fiori sui tavoli perché crede al valore supremo dell’eleganza,

l’ultimo artigiano di tutto il quartiere che sull’incudine dal suono acuto batte da quando era ragazzo il ferro e crea draghi,

il bambino zingaro romeno geniale con gli occhiali che inventa parolacce e battute che ti stroncano…

Ciò che si costruisce da fuori, dall’alto, è destinato a finire male, qualunque siano le intenzioni.

Le cose devono crescere da dentro, in piccolo, costruendo a partire

dalla teppaglia bianca che magari stroncherebbe i foresti di Santa Croce, ma guai a chi tocca il loro fratello dalla pelle nera,

dalla clandestina moldava che ti racconta del Monte Athos e che ha la figlia musicista,

dall’anziana che minaccia di chiamare i vigili, e poi la tenti a scendere con te nel giardino,

dall’ex-carcerato napoletano che vende papere di plastica e inveisce contro gli stranieri e dorme sui treni in sosta alla stazione finché non lo caccia la polizia, e ti si espande il cuore, quando vedi che gli hanno affidato un furgone da guidare.

Alla fine, le sorti dell’Italia sono queste.

O si è dentro tutto ciò che di bello ha questa umanità, o si fa la guerra per imporre a questa umanità ciò che non è, e ci si ritrova tra le mani mostri impazziti.

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Posted in Il clan dei fiorentini, resistere sul territorio | Tagged , , | 38 Comments

Totonacos y Prosecco

La Vinaia Messicana è la filosofa del nostro quartiere.

Lei è tutta bianca, a differenza della huaxteca dell’Istmo che ha un bar e ha le risate grosera di una sanfredianina e i capelli un po’ ricci.

Il prosecco (che io pensavo avesse qualcosa a che fare con “secco”, finché non mi sono trovato nel paesino di Prosek sul Carso) richiede molto tempo, per passare dalla botte in bottiglia, e così si forma dietro una fila di anziani (come quello che ti racconta che a dieci anni, gli si dava come merenda il biscotto con il vino), ex-carcerati, clochard di Santo Spirito, scrittrici americane, africane ridenti, lavoratori precari sfruttati, ciascuno pronto a raccontarti la sua storia.

Ma se sei fortunato e la fila è corta, Mariella la Messicana ti racconta.

Ad esempio, ieri (immaginatevela a pochi metri dal luogo in cui nacque San Filippo Neri, tra una fila di tubi, in una sorta di caverna trecentesca, e all’ingresso una cassa di dinamite – vuota – ma con chiare istruzioni riguardanti i pericoli di utilizzo).

“Io vengo da Cordoba, che sta nelle montagne, e vicino a noi c’è un villaggio abitato da Totonacos, che non parlano nemmeno lo spagnolo.

Allora si pensava che noi dovevamo aiutarli, ancora non ci rendevamo conto che vivevano meglio di noi… E così andai volontaria a insegnare loro lo spagnolo, e conobbi un signore che mi raccontò la sua storia.

Un giorno, era sceso in città, da solo.

Era entrato in un supermercato, e aveva trovato una fila di bottiglie di shampoo.

Ne svitò una, e lui che aveva finora soltanto sentito odore di erbe, rimase incantato; e così ne svitò un’altra e un’altra ancora e un’altra ancora.

Prese una bottiglia e se la portò via, perché nel villaggio tu sai com’è, non si deve chiedere o pagare.

Alla cassa, suonò l’allarme, lo fermarono, e da noi se tu rubi trecento euro o una bottiglietta, è la stessa cosa, sei un ladro.

In Messico, se rubi, puoi pagare una cauzione del valore di 25 euro, e ti lasciano libero, ma lui non aveva soldi, e non aveva nessun modo di comunicare ciò che gli era successo.

Così lo arrestarono, e tu sai che il carcere non è come qui, ti riempiono di botte, e nessuno nel villaggio venne a sapere perché era scomparso… Passarono anni e anni, ma un giorno una religiosa che lavorava con i carcerati lo incontrò e conobbe la sua storia.

Così la religiosa fece una colletta e trovò i venticinque euro, e lo liberò.

Nel villaggio, lui mi chiese da dove venivo, e quando gli dissi, da Córdoba, lui tremò tutto, e disse, non vorrei mai tornare lì, che la gente è molto cattiva!”

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, Il clan dei fiorentini, Messico | Tagged , , | 34 Comments

Volare!

Per qualche misterioso motivo, questo post mi è semplicemente sparito… ho trovato un autosalvataggio tra le bozze, mi auguro che sia la versione completa. Non sono nemmeno ben sicuro di chi fine abbiano fatto i commenti…

Siamo a Firenze, nel breve periodo in cui fu la capitale d’Italia.

Il primo ambasciatore statunitense è George Perkins Marsh, un signore che ha questo imponente aspetto ottocentesco.

Mentre attende i vari ricevimenti e frequenta i salotti, trova il tempo per scrivere un immenso libro, che si chiama The Earth as Modified by Human Action, “Il mondo modificato dall’azione umana”, in cui analizza minuziosamente l’impatto spesso devastante dell’uomo sulla terra, sull’acqua, sulla varietà di vita.

Un libro pubblicato in italiano – 643 pagie – nel 1872, da Barbera, come L’ uomo e la natura, ossia La superficie terrestre modificata per opera dell’uomo, di “Giorgio P. Marsh”.

Non c’era nemmeno la luce elettrica a Firenze, l’agricoltura industriale era appena agli inizi, e in cielo volavano solo gli uccelli.

C’erano in giro ben poche delle oltre 82.000 sostanze chimiche oggi in uso nelle industrie e ormai insediatesi nei nostri ormoni.

Marsh parte dalla constatazione di come siano state devastate e spesso desertificate le più fertili terre dell’Impero Romano, dal granaio libico alla Sicilia. Ma è interessante come lui riesca a cogliere la questione fondamentale: anche se

“Non possiamo sempre distinguere tra i risultati dell’azione dell’uomo e gli effetti di cause puramente geologiche o cosmiche… anche se non siamo ancora in grado di misurare la forza dei vari elementi di disturbo, o di dire quanto si possano neutralizzare a vicenda o essere neutralizzati da influenze ancora più oscure”

sappiamo oggi, come lui sapeva già allora, che sta avvenendo un sconvolgimento planetario, e che

“la distruzione delle foreste, il prosciugamento di laghi e paludi, le operazioni dell’allevamento e dell’industria hanno indubbiamente prodotto grandi cambiamenti nella condizione igrometrica, termometrica, elettrica e chimica dell’atmosfera”.

Ci vorrebbe una schiera di studiosi delle più diverse discipline per capire quanto ci sia ancora di valido nella montagna di prove che Marsh porta a sostegno di questa tesi; ma a pensarci quello che dice è semplice buon senso, ovviamente sprecato.

Un secolo e mezzo dopo, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) ha aggiunto una piccola nota a piè di pagina a queste parole, pubblicando un dossier basato su

due anni di lavoro di 91 ricercatori, provenienti da 44 Paesi, che hanno esaminato 6mila studi in materia e valutato 42mila recensioni di colleghi e governi”

in cui si afferma che se non si riesce a tenere l’aumento della temperature globali medie al di sotto di 1,5° siamo destinati a una catena montante di disastri, qualcosa di ben peggiore del caldo che abbiamo subito quest’estate.

Lo studio dell’Ipcc, secondo alcuni, avrebbe il limite di considerare solo processi lineari, senza prendere in considerazioni gli imprevedibili momenti di svolta – tipping points – di singoli processi che possono creare retroazioni positive tali da far saltare ogni previsione.

Come tutti gli studi molto pubblici di questo genere, si conclude con un “non è ancora troppo tardi”, concetto che ritrovo da anni in vari contesti (Christiana Figueres, ex-responsabile per il clima delle Nazioni Uniti, ci dà tre anni ancora).

Il momento in cui il baricentro di miliardi di fattori, in massima parte del tutto sconosciuti, slitta irrimediabilmente oltre il punto di equilibrio, non lo sappiamo noi, come non lo sapeva l’imperatore romano che visse inconsapevole un attimo analogo.

Perciò possiamo definire le scadenze che ci fanno più comodo. L’Ipcc parla di “dodici anni”, guardacaso due anni per fare qualcosa subito, più i dieci anni che ci vogliono per rendere produttivo un investimento, e quindi motivare le imprese a fare effettivamente qualcosa.

Le profezie in campi così complessi sono scommesse casuali: in fondo, pochi decenni fa, gli esperti di allora non prevedevano il cambiamento climatico, almeno non nelle forme che la preoccupazione assume oggi.

Soprattutto, il cambiamento climatico è semplicemente uno dei tanti sintomi di un unico fenomeno, i cui esiti si potevano capire anche un secolo e passa fa.

In The Crown of Wild Olive – nel lontano 1866 – John Ruskin colse uno dei meccanismi fondamentali semplicemente guardando una sontuosa cancellata di ferro davanti a una piccola e inutile rientranza che conduceva alla porta di un pub a Croydon.

La decorazione doveva attirare i passanti, ma la nicchia era piena di mozziconi di sigaro e rifiuti.

Il pub di fronte, per non farsi battere, avrebbe dovuto costruirsi una cancellata altrettanto imponente, per cui alla fine i due pub si sarebbero ritrovati al punto di partenza; a differenza del capitalista che si era arricchito scavando minerali e vendendo cancellate di ferro ai due localari.

Ma anche con tutti i limiti di studi come quello dell’Ipcc, una cosa dovrebbe essere ovvia.

Il 97% degli esperti che concordano sull’esistenza di un serio e imminente pericolo legato al riscaldamento globale causato dall’uomo potrebbero essere tutti pagati dalla lobby dei poveri che si battono contro tutto ciò che rende ricchi.

Oppure potrebbero avere sostanzialmente ragione.

Prendiamo un tema che ci ha già interessato in passato, il trasporto aereo.

L’autore Jack Miles racconta di come abbia volato, assieme a sua moglie, da Los Angeles a Casablanca per una conferenza. Facendo un po’ di conti, ha scoperto che in due avevano immesso nell’aria così la bellezza di 7,6 tonnellate di CO2: oltre cinque volte (a testa) l’impatto in termini di emissioni CO2 del consumo di carne annuo da parte dell’americano medio.

Il carbon footprint di Jack Miles e sua moglie è così passato in un solo viaggio da 15 tonnellate a 22,6 tonnellate.

Dice Miles – se tutti i sette miliardi di esseri umani avessero un impatto simile, ci troveremmo davanti a un aumento globale della temperatura di 18 gradi Celsius ogni sette anni.

Che ovviamente è una cifra un po’ di fantasia, ma ci dà un ordine di grandezza, che a pensarci stronca tutto il senso del progressismo del Novecento. Che era, più o meno “l’intera umanità deve avere accesso al livello di  consumo dell’euroamericano di ceto medio”.

E infatti, il principale ragionamento contro chi parla – ad esempio – di riscaldamento globale è, “non può essere vero, perché significa negare ai bengalesi di viaggiare in aereo“.

Jack Miles in realtà ha affrontato il problema, decidendo di non volare più lui stesso, e invitando altri a smettere anche loro.

Ma una rinuncia individual non può certo risolvere la situazione.

Un problema di quelle dimensioni dipende solo dalle decisioni politiche o dei tribunali.

Quando le questioni diventano molto grosse, prendo il microscopio e guardo in piccolo.

Qui a Firenze, come in tutta Italia, ci sono quelli che Difendono la Costituzione contro il Rinascente Fascismo, in duello contro quelli che Difendono l’Italia dall’Invasione Islamica.

Ma a minacciare di riscaldare il mondo di 18 gradi ogni sette anni, non sono né i rinascenti fascisti né gli invasivi islamici, bensì i voli in aereo.

Uno si aspetta che i politici allora dicano, bene, abbiamo pochissimo tempo, dobbiamo salvare il futuro dei nostri figli, piantiamo due alberi nel giardinetto, cerchiamo di ridurre al minimo il traffico aereo.

Vediamo come i due schieramenti fiorentini affrontano la questione dell’aeroporto: è in ballo infatti un progetto per raddoppiare il numero di passeggeri, arrivando a 4,5 milioni l’anno (con relativa impronta CO2).

Il capo di quelli che ci Difendono dal Fascismo tuona:

““Sono qui per difendere Firenze da ogni tentativo di affossamento dei progetti di sviluppo del nostro territorio, a cominciare dall’aeroporto. Giù le mani dalla città: l’aeroporto di Firenze con la pista nuova a nuovo orientamento va fatta senza se e senza ma”

Il capo di quelli che ci Difendono dagli Islamici afferma deciso:

“La popolazione vuole la nuova pista – sottolinea Stella – e se qualcuno non la vuole è sicuramente contro lo sviluppo economico e le nuove prospettive occupazionali dell’area metropolitana. Mi ha colpito lo striscione esposto dalle categorie ‘Sì all’aeroporto. Facciamo volare il nostro territorio’. Il manifatturiero ha bisogno di porte internazionali. Firenze deve essere messa nelle condizioni di crescere, non possiamo più sopportare gap infrastrutturali che frenano la ripresa”.

I due contendenti hanno ragione: devono rappresentare la maggioranza numerica della popolazione, e probabilmente la maggioranza numerica almeno di quelli che fanno votare gli altri, in città, pensa che avere cinque turisti in più nel loro ristorante valga il costo di non avere più acqua corrente tra dieci anno in casa – anzi, l’aeroporto potrebbe far comodo per importare acqua dalla Cina.

A Brescia, dove l’aeroporto serve soprattutto a scaricare merci, quelli che ci difendono dagli islamici riassumono il concetto così:


Notate che i due temi messi insieme alla buona si riferiscono entrambi a due facce dello stesso moto globale: le merci cinesi che tre volte a settimana Alibaba scarica a Brescia però vanno bene, gli africani che magari sperano di diventare scaricatori no.

Il grande motore che inesorabilmente ci spinge verso la deriva, lo riassunse molto bene sempre Ruskin:

“Whatever we have—to get more; and wherever we are—to go somewhere else.”

“Qualunque cosa abbiamo – ottenerne di più; ovunque andiamo – andare altrove”.

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