My bonnie yew tree

Noi, che viviamo in luoghi che sono sotto l’incantesimo del passato, ci poniamo sempre lo stesso problema.

Amiamo questi luoghi perché li tocchiamo con le mani.

Altri fantasticano ogni giorno, di stuprarlo, il passato.

Come con tutti gli stupratori, noi si coglie da subito che il loro è un amore falso; ma loro lo sanno raccontare bene, visto che possiedono il dominio della parola.

E a volte nasce il sospetto che lo facciano con qualche diritto, se pensiamo a come i signori dei bei palazzi abbiano costruito le loro fortune con la pelle e le ossa degli altri.

Quindi ci troviamo nella situazione paradossale di chi, mentre difende ciò che la gente di questa città vive davvero, riconosce immediatamente la minaccia dietro parole come “autenticità”, “bellezza” e “fiorentinità“.

Questa canzone del gruppo scozzese Battlefield Band, dedicata allo straordinario tasso di Ormiston, rivela come certi dilemmi siano universali.

A un miglio da Pentcaitland, lungo la via che porta al mare
c’è un tasso vecchio di mille anni
e le anziane giurano sul grigio dei loro capelli
che quell’albero sappia cosa tiene in serbo il futuro
perché le ombre della Scozia gli stanno attorno
tra i cavoli e il grano e le mucche
tutte le speranze e le paure di mille lunghi anni
sotto il cielo del Lothian

Mio bel tasso
dimmi cos’hai visto

Hai guardato attraversato la foschia dei lunghi giorni d’estate
verso sud e il lontano confine inglese
tutti gli elmi d’acciaio del lontano campo di Flodden
hanno marciato in buon ordine accanto a te
hai chiesto loro il prezzo della loro gloria
quando hai sentito cominciare il gran massacro
perché la polvere delle loro ossa si sarebbe sollevata
portando lacrime agli occhi del vento

Mio bel tasso
dimmi cos’hai visto

Non una sola volta hai parlato per i poveri e i deboli
quando i briganti se ne stavano alla tua ombra
a contare il bottino e ripararsi dal tuono
e condividere le spoglie delle loro razzie
ma tu hai visto i sorrisi dei possidenti
e le risate dei signori per i loro guadagni
quando i poveri danno la caccia ai poveri attraverso la montagna e la brughiera
il ricco li può tenere incatenati

Mio bel tasso
dimmi cos’hai visto

Non hai pensato di parlare quando John Knox in persona
predicava sotto i tuoi rami così neri
alla povera gente comune che voleva togliersi di dosso
il giogo di vescovi e preti
ma voi sapete che merce spacciò loro
la libertà era solo una parte
perché il prezzo delle loro anime fu un vangelo così freddo
da gelare la gioia nei loro cuori

Mio bel tasso
dimmi cos’hai visto

E pensavo mentre me ne stavo in piedi e toccavo con mano il tuo legno
che sarebbe stato un atto di gentilezza abbatterti
un bacio dell’ascia e saresti stato libero
dai tristi racconti di sangue come quelli che gli uomini ti raccontano
ma un piccolo uccello volò fuori dai tuoi rami
e cantò come mai prima
e le parole della canzone durarono mille anni
e a impararle ci sarebbero voluti altri mille anni

A mile frae Pentcaitland, on the road to the sea
Stands a yew tree a thousand years old
And the old women swear by the grey o’ their hair
That it knows what the future will hold
For the shadows of Scotland stand round it
‘Mid the kail and the corn and the kine
All the hopes and the fears of a thousand long years
Under the Lothian sky

My bonnie yew tree
Tell me what did you see

Did you look through the haze o’ the lang summer days
Tae the South and the far English border
A’ the bonnets o’ steel on Flodden’s far field
Did they march by your side in good order
Did you ask them the price o’ their glory
When you heard the great slaughter begin
For the dust o’ their bones would rise up from the stones
To bring tears to the eyes o’ the wind

My bonnie yew tree
Tell me what did you see

Not once did you speak for the poor and the weak
When the moss-troopers lay in your shade
To count out the plunder and hide frae the thunder
And share out the spoils o’ their raid
But you saw the smiles o’ the gentry
And the laughter of lords at their gains
When the poor hunt the poor across mountain and moor
The rich man can keep them in chains

My bonnie yew tree
Tell me what did you see

Did you no’ think tae tell when John Knox himsel’
Preached under your branches sae black
To the poor common folk who would lift up the yoke
O’ the bishops and priests frae their backs
But you knew the bargain he sold them
And freedom was only one part
For the price o’ their souls was a gospel sae cold
It would freeze up the joy in their hearts

My bonnie yew tree
Tell me what did you see

And I thought as I stood and laid hands on your wood
That it might be a kindness to fell you
One kiss o’ the axe and you’re freed frae the likes
O’ the sad bloody tales that men tell you
But a wee bird flew out from your branches
And sang out as never before
And the words o’ the song were a thousand years long
And to learn them’s a long thousand more

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Una leggera parabola

Un novelliere oltrarnino ci gira questa leggera parabola dei rapporti tra comunità, privanti e istituzioni… Di inventato, c’è davvero poco.

“Agente, agente! Vede quell’uomo lì! Mi ha appena scippato la borsa! Lo fermi!”

“Signora, mi dica… cosa c’era nella borsa?”

“La carta d’identità… le foto e i disegni dei miei figli…”

“Soldi?”

“No, cioè appena dodici euro. Ma perché non fa qualcosa?”

“Signora, si calmi… le faccio presente che se quel signore fosse davvero un delinquente, potrebbe essere armato”.

“Ma non vedo armi!”

“Potrebbero essere armi leggere… E lei non ha certo il diritto di mettere a repentaglio la mia incolumità personale. E poi l’assicurazione copre la mia divisa, ma non il mio cellulare, sa quanto ho speso per comprarlo? Guardi, è un gioiello…”

“Ma di cosa ha paura, lo scippatore sembra così piccolino e leggero!”

“Appunto, un ometto così leggero potrebbe anche non averla scippata”.

“Ma almeno controlli se ha addosso la mia borsa!”

“Signora, si calmi, si ricordi che sta parlando con un pubblico ufficiale. Anche se gli trovassimo addosso la sua borsa, potrebbe essere stata lei che gliel’ha regalata… Signora, lei mi chiede di rischiare per riprendere la sua borsa, ma alla fine sarà un magistrato a decidere, e l’esito e i tempi di una causa non sono affatto sicuri.”

“Ma cosa devo fare?”

“Guardi, telefoni in commissariato tra sei mesi, chieda di me, sono l’Agente Rossi. Faremo senz’altro tutte le indagini del caso”.

Sei mesi dopo…

“Scusi, cercavo l’Agente Rossi…”

“Rossi? E’ stato trasferito tre mesi fa in Val d’Aosta. Mi dica…”

“Sei mesi fa mi hanno scippato la borsa…”

“Oh quanto mi dispiace. Il nostro impegno è, una Città Sicura per Tutti. Mi dica, in cosa posso esserle utile?”

“Ma avete fatto indagini?”

“Indagini? Ma certo, abbiamo letto con attenzione la deposizione dell’Agente Rossi in cui dice di essere stato interpellato da lei, cos’altro dovremmo fare?”

“Ma con quanta leggerezza trattate questo caso! Io sono disperata! Sono mesi che giro senza carta d’identità! E poi le foto dei miei figli!”

“Signora, lei ha tutta la nostra simpatia, noi siamo dalla sua parte, purtroppo nel passaggio della questione dall’Agente Rossi a me, si sarà perso un po’ di tempo, ma mi impegno personalmente…”

“Lei come si chiama?”

“Sono l’Agente Verdi, e risolverò il caso! Mi chiami tra sei mesi”.

Sei mesi dopo.

“Scusi, cercavo l’Agente Verdi…”

“L’Agente Verdi? E’ stato trasferito a Trapani. Mi dica…”

“Sono stata scippata un anno fa…”

“Ma scusi, signora, perché non si informa, la sua denuncia è caduta in prescrizione esattamente due giorni fa, avrebbe dovuto muoversi prima. Sarebbe bastato che lei leggesse il codice penale, un avvocato non ce l’ha?”

“Ma con quanta leggerezza trattate questa vicenda, io…”

“Signora, lei non si permetta di attribuirmi eventuali colpe degli agenti Rossi e Verdi, io sono l’Agente Bianchi. Se insiste, la faccio arrestare per oltraggio, le regole sono regole! Comunque noi siamo al servizio dei cittadini, se si ridimensionano un po’ nelle loro pretese, mi dica…”

“Ho pagato un investigatore privato, ha fatto delle indagini, ho trovato il nome e cognome dello scippatore… ho anche le foto mentre mi strappa la borsa…”

“Noi siamo sempre felici quando i cittadini collaborano, siamo una polizia moderna, aperta, partecipata e multiculturale, ci faccia sapere tutto, ma forse doveva fare queste indagini prima signora, adesso è troppo tardi. Comunque, esiste sempre la via del dialogo e della negoziazione”.

“E come funziona?”

“Lei ci faccia avere nome e cognome e indirizzo dello scippatore, se dice di averli…”

“Io? E voi cosa avete fatto, non l’avete trovato da solo, ve l’avevo anche indicato?”

“Signora, non alzi la voce, noi abbiamo fatto il nostro dovere istituzionale. Io personalmente ho passato il concorso con 60 punti su 100, quindi non metta in discussione la mia professionalità, altrimenti potrebbe turbare il dialogo, che è una cosa che non si deve mai fare con leggerezza”.

“Mi scusi, non volevo offendere, ma cosa devo fare…”

“Ci chiami tra un anno, nel frattempo prenderemo contatti con il signore che lei accusa. Promettiamo che avrà indietro tutto!”.

“Carta d’identità? Disegni e foto dei bambini? Dodici euro?”

“Si fidi di me, sono l’Agente Bianchi!”

Un anno dopo.

“Signora! Abbiamo una splendida notizia per lei!”

“Che bello, vi siete fatti vivi voi, finalmente, questa volta non ho dovuto chiamare io! Lei è l’Agente Bianchi?”

“No, sono l’Agente Orange, ma tutta la sua pratica è stata affidata a me, e le dico subito che a differenza degli Agenti che mi hanno preceduto, e che forse sono stati un po’ leggeri, ho preso misure immediate per restituirle il sorriso.”

“La mia carta d’identità? Le foto e i disegni dei miei bambini?”

“Signora, ancora meglio… abbiamo impegnato un dialogo deciso, senza tentennamenti, con il signore che lei ha definito “scippatore”, ed è disposto a restituirle due euro!”

“Ma le foto? La carta d’identità?”

“Guardi, il signore fa i suoi legittimi interessi, e il compito del nostro commissariato consiste nel conciliare gli interessi di tutti, sia di lei che di altri cittadini come il signore che lei con leggerezza definisce uno scippatore…”

“Ma le foto? La carta d’identità?”

“Signora, ma una carta d’identità valida, lo sa quanto costa sul mercato oggi? Il nostro interlocutore giustamente ci ha fatto presente che lui ci può guadagnare molto di più di lei – scusi, se lei provasse a vendere la sua carta d’identità, non saprebbe nemmeno a chi venderla…”

“E i disegni dei bambini? Le foto?”

“Non facciamone una questione ideologica, signora, digiti disegni foto bambini su Google e ne troverà quanti ne vuole. Il signore che lei a cuor leggero ha accusato di averle scippato la borsa, è pronto a donarle la cifra di due euro per chiudere la faccenda, lei avrà due euro in più, si rende conto di quante lenticchie si comprano con due euro?”

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A scuola di libertà

Matteo Renzi, 7 gennaio 2015:

“Siamo tutti francesi perché la libertà è l’unica ragion d’essere per l’Europa”

Manuel Valls, ministro degli Interni della République, 11 gennaio 2015:

“Les soutiens, la solidarité, venus du monde entier, de la presse, partout, des citoyens qui ont manifesté dans de nombreuses capitales, des chefs d’Etat et de gouvernements, tous ces soutiens ne s’y sont pas trompés ; c’est bien l’esprit de la France, sa lumière, son message universel que l’on a voulu abattre. Mais la France est debout. Elle est là, elle est toujours présente. […]

C’est cette même volonté, curieuse concordance liée au calendrier, que nous exprimerons tout à l’heure en votant le prolongement de l’engagement de nos forces en Irak. C’est là aussi notre riposte claire et ferme, je m’exprimerai ici même dans un instant, le ministre des Affaires étrangères le fera au Sénat. C’est là aussi notre riposte contre le terrorisme, et nous devons avoir pour nos soldats engagés, sur les théâtres d’opération extérieurs, à des milliers de kilomètres d’ici, un profond respect et une grande gratitude.”

Il carcere visto da Amedy Coulibaly

Nel 2008 il quotidiano francese Le Monde era entrato in contatto con un ex detenuto del carcere di Fleury-Mérogis in possesso di un video di due ore e mezza e di un centinaio di foto della prigione più grande di Francia. Queste immagini, pubblicate nel 2008 dal quotidiano, sono state poi inserite in un documentario diffuso sul canale pubblico France 2, nella trasmissione Envoyé Spécial.

Internazionale ne aveva pubblicate alcune nel numero del 4 giugno 2010, per accompagnare un articolo del settimanale tedesco Die Zeit che denunciava le pessime condizioni di vita nelle carceri francesi. Le aveva avute da una piccola casa di produzione francese che si occupava del sistema carcerario.

Il carcere di Fleury-Mérogis - I-screen
Il carcere di Fleury-Mérogis I-screen

Erano state filmate clandestinamente da cinque detenuti ed ex detenuti della prigione per vari mesi nel 2007 per mostrare il degrado degli edifici e la violenza quotidiana della vita carceraria. Uno di questi ex detenuti era Amedy Coulibaly, ha svelato il giornalista Luc Bronner in un articolo pubblicato su Le Monde il 13 gennaio 2015.

Amedy Coulibaly è l’uomo che giovedì 8 gennaio, all’indomani dell’attentato contro Charlie Hebdo, ha ucciso un’agente della polizia municipale a Montrouge, a sud di Parigi, e che il giorno dopo ha preso degli ostaggi in un supermercato kosher vicino alla stazione di Porte de Vincennes, nell’est della capitale, uccidendo quattro persone di religione ebraica, in nome del jihad.

“Era un ragazzo uscito dalla prigione, di quelli che si incontrano spesso facendo reportage nei quartieri più difficili della periferia parigina. Un ragazzo di colore, muscoloso, sospettoso, condannato per rapina”, racconta il giornalista. Anche se il ragazzo, allora ventiseienne, sembrava interessato all’aspetto economico della vendita delle immagini in suo possesso – con i soldi della vendita avrebbe potuto pagarsi un avvocato, visto che per la diffusione di queste immagini rischiava un anno di carcere – Coulibaly sosteneva di voler mostrare la realtà della situazione delle carceri, quella che l’amministrazione francese nasconde sempre ai giornalisti. Voleva smuovere “lo stato francese” sul sistema carcerario.

Il carcere di Fleury-Mérogis - I-screen
Il carcere di Fleury-Mérogis I-screen

“Quando l’avevamo incontrato nel 2008”, scrive Luc Bronner, “promettendogli l’anonimato, il ragazzo, già più volte condannato, aveva detto: ‘La prigione è la migliore scuola della criminalità. Nella stessa passeggiata puoi incontrare corsi, baschi, musulmani, rapinatori, piccoli spacciatori, grossi trafficanti e assassini. Là guadagni anni di esperienza. All’inizio quando sono arrivato dopo una prima cazzata, mi sono detto smetto tutto. Dopo un po’ di tempo mi sono detto vaffanculo a tutto, mi fanno impazzire. Come volete insegnare la giustizia con l’ingiustizia? La prigione crea l’odio’, aggiungeva, ‘e la prigione ti offre delle reti criminali’”.

Mentre scontava la pena a Fleury-Mérogis, Amedy Coulibaly ha incontrato Djamel Beghal, figura dell’islam radicale, condannato a dieci anni per aver progettato un attentato contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Parigi, che è diventato il suo mentore e gli ha presentato Chérif Kouachi, uno degli attentatori di Charlie Hebdo.

“Sei anni dopo”, conclude Le Monde, “dopo aver ucciso un’agente della polizia municipale e quattro ostaggi ebrei, Amedy Coulibaly è morto sotto il fuoco della polizia come ‘soldato del califfato’, il titolo dato al video di rivendicazione. Un video che comincia proprio con immagini girate clandestinamente in un carcere”. (Mélissa Jollivet)

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Di ritorno in Oltrarno

Visto che è qualche giorno che parliamo delle banlieues di Parigi e dintorni, un ritorno a casa ci vuole.

Grazie ai ragazzi dell’Occupazione di Via del Leone, che hanno realizzato questo bel video.

Le cose che dice Alessandra non risulteranno molto interessanti se non abitate tra il Pignone e Palazzo Pitti, ma credo che il video racconti bene il nostro piccolo mondo.

 

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“Dividono ciò che dovrebbe essere unito e uniscono ciò che dovrebbe essere diviso”

Alcuni giorni fa, come sanno anche i sassi, è avvenuta una strage.

Non quella dei 43 aspiranti maestri di scuola fatti assassinare, scuoiare e poi bruciare da un intraprendente sindaco di centrosinistra (avete visto quanti piddini c’erano in giro in questi giorni con il cartello “Non in mio nome!”, “Il centrosinistra non è solo sangue!” e “il diritto allo studio è la base della nostra civiltà”?), ma quella di Parigi.

A Parigi c’è stata una strage con una Matrice chiara come il sole: una strage tamarro-banlieusard (pochi tamarri sparano, ma chi spara senza divisa di solito è un tamarro, e anche buona parte di quelli che sparano avendo la divisa).

Ora, riconoscere una cosa così ovvia non si può, perché significa ammettere che chi governa i processi economici, politici e urbanistici in Francia (e che non è gente tamarra) si è costruito da solo una polveriera sotto i piedi e poi si è divertito a buttarci dentro un cerino tutto coperto di vignette.

Qualunque mistificazione diventa preferibile – “è l’Islam”, “sono gli estremisti”, “al-Qaida o l’Isis?” (così il nemico se ne vola a qualche migliaio di chilometri), “il lavaggio del cervello dei predicatori”. Una setta di gente un tempo trotskista, che ogni tanto predica dalle nostre parti, parla addirittura di “strage di marca neo-nazista”. Immaginiamo il giovane Coulibaly che fantastica sull’espulsione dei turchi e sul ritorno della Prussia orientale alla grande Germania…

Ma proprio questa mistificazione non fa che peggiorare la situazione. Perché riafferma questa volta con la massima ferocia l’esclusione, la naturale colpevolezza e la sottomissione della gente delle banlieues. Nella République in cui, come dice David Rovics, “l’imparato insegna al novellino”.

Lo spiega molto lucidamente Saïd Bouamama in questo articolo che va letto con grande attenzione da chi conosce il francese.

Poi confrontate l’intelligenza e la profondità di questa analisi con le banali sciocchezze sciorinate da qualcuno famoso come Umberto Eco.

Scelgo il termine piuttosto pesante di sciocchezze, perché Umberto Eco è stato in grado di tenere, il 15 maggio del 2008, una splendida conferenza sul tema “Costruire il nemico”. Non ha l’alibi dell’ignoranza.

P.S. Vedo che l’articolo di Bouamama è stato tradotto in italiano!

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Before the War Came Home

Una canzone di David Rovics sui fatti di Parigi, nel suo particolare stile narrativo.

Traduzione di Pino Mamet (grazie!)

Milioni di persone dalle colonie
vivevano nelle città lontane
casa di quelli che hanno ucciso la loro terra
che hanno cercato per più di un secolo
di riportare Gesù indietro in Africa
dal Mali all’Algeria
e hanno sparato su chi protestava
li hanno buttati nei fiumi
c’era un sacco di gente che si adattava bene
un sacco di gente che sentiva di aver ricevuto un torto
nelle affolate strade di Parigi
nei sedili di dietro delle auto-pattuglia
nella terra del catechismo
nella terra del secolarismo
dove l’imparato insegnava al novellino
e le macchine a volte prendevano fuoco
prima che la guerra giunse in casa

C’era aumento dei prezzi immobiliari
c’era paura del Califfato
non c’è dubbio di cosa significasse
che LePen prendeva il 25%
Jet da caccia in volo
che illuminavano la notte
si crearono altri nemici
quando gli eserciti dell’Ovest invasero
c’erano frotte di chiacchieroni
che citavano qualcosa che avrebbe detto qualcuno
c’erano vignette blasfeme
che gettavano sale nelle ferite
pc’erano più paesi da attaccare
ora la Siria, ora l’Iraq
combattenti che tornavano
che avevano visto bruciare le città
prima che la guerra giunse in casa
Before the war came home

C’era gente nei caffè
che si incontrava, beveva un “au lait”
c’erano turisti sulla Torre
ragazze che raccoglievano fiori
c’erano musulmani che pregavano
c’erano altri che dicevano
questa è una nazione laica
non c’è spazio per le dimostrazioni religiose
c’era gente che parlava della vampata di ritorno
c’erano attacchi occasionali
c’era molta gente che chiedeva
cosa bolliva in pentola
suonavano le campane di chiesa
e c’erano cellule dormienti di Al-Qaeda
passanti che non avevano idea
di quello che avrebbero fatto quei tizi mascherati
prima che la guerra giunse in casa.

 

Millions of people from the colonies
Were living in the far-away cities
Home of those who killed their country
Who tried for over a century
To bring Jesus back to Africa
From Mali to Algeria
And they fired into the protesters
Dumped them in the rivers
There were lots of folks getting along
Lots of folks feeling they’d been wronged
In the crowded Paris streets
In the patrol car’s back seats
In the land of the catechism
In the land of secularism
Where the learned taught the learning
Where the cars were sometimes burning
Before the war came home

There was rising real estate
Fear of the Caliphate
No question what it meant
When Le Pen got 25%
Fighter jets in flight
Lighting up the night
More enemies were made
When the armies of the west invaded
There were lots of talking heads
Quoting something someone said
There were blasphemous cartoons
Pouring salt upon the wounds
More countries to attack
Now Syria, now Iraq
Fighters returning
Who had seen the cities burning
Before the war came home

There were people in the cafes
Having meetings, drinking au laits
There were tourists in the tower
There were girls picking flowers
There were Muslims praying
There were others saying
This is a secular nation
No room for religious demonstration
There were people talking about blowback
There were occasional attacks
There were many people asking
What kind of beer was brewing
There were ringing church bells
And Al-Qaeda sleeper cells
Passersby without a clue
What those masked men were about to do
Before the war came home

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Parigi tra urbanistica e manipolazione

Chi scrive ha la fortuna di poter vivere senza bisogno di una protesi televisiva, per cui mi sono risparmiato fiumi di fuffa sulle sofferenze di Parigi in questi giorni.

Però è affascinante osservare le manipolazioni in corso, che rientrano in due ampie categorie opposte e convergenti, che possiamo definire rispettivamente islamofoba e repubblicana.

La manipolazione islamofoba parte dal fatto che gli attentatori si dichiarano musulmani.

Ora, si stima che vi siano circa sei milioni di persone di origine islamica in Francia.

Di questi sei milioni, quanti sono impegnati in qualche forma di lotta armata?

Il governo francese sostiene che circa 900 giovani siano partiti per la Siria (cioè proprio il paese per la cui distruzione la Francia si prodiga ormai da qualche anno), ma non sappiamo su cosa si fondi tale statistica.

Apprendiamo dallEU Terrorismo Situation and Trend Report per il 2014, che in tutto il 2013, vi fu in Francia un unico episodio di “terrorismo islamico”: un giovane convertito, senza fissa dimora e disoccupato e ritenuto affetto da sindrome bipolare, ferì un soldato, accoltellandolo.

Per il resto, 58 attentati su 63 in Francia, nel 2013, furono compiuti da gruppi separatisti, baschi, corsi o bretoni. Atti di “terrorismo” legati – a differenza di quello islamico – a organizzazioni, per quanto piccole.

Chiaramente sui grandi numeri, gli eventi improbabili possono succedere, e possono anche essere clamorosi: l’ammiratore medio di Oriana Fallaci è uno sgradevole bofonchiatore, ma quando diventano tanti e tanti, uno può anche chiamarsi Breivik e fare molto rumore.

Ma è evidente che non esiste alcuna “questione sociale” di “terrorismo islamico” in Francia.

Quello che esiste è la presenza, invece, di un vasto numero di balordi dai nomi musulmani, appassionati di birra, canne e rap, dalle cui fila, provengono proprio gli attentatori parigini.

Ovunque al mondo esistono personaggi del genere, ma quando superano a tal punto la media statistica, diventa evidente che c’è un forte elemento ambientale. Che è quello delle banlieues, descritto in questo interessante articolo.

Le banlieues sono un prodotto diretto del meccanismo che separa la gente per censo, creando le fortezze dei ricchi e gli accampamenti dei poveri. E questa è una questione di urbanistica, anche perché non sono stati certo i “fondamentalisti religiosi” a redigere i piani regolatori dei comuni francesi o a stabilire le leggi sull’edilizia o sugli affitti (e per questo, occuparmi dell’Oltrarno è la migliore risposta che posso dare a ciò che è successo a Parigi).

In quel contesto, si genera l’odio reciproco, l’esclusione sistematica (la division et la haine), il bisogno di identificarsi in qualcosa di simbolico e forte e la facilità a prendersela per un’offesa proprio a ciò che si ha di simbolico. E quando i propri simboli vengono offesi, si vendica l’offesa con l’unica cosa che i poveri sanno usare meglio dei ricchi – il proprio corpo e il proprio coraggio personale.

Charlie Hebdo – qualunque fossero le intenzioni dei suoi redattori – ha simboleggiato per anni il potere che avevano certi uomini “bianchi”, protetti da polizia e avvocati, di sputare giorno dopo giorno su chi viveva nelle banlieues, e quindi non troviamo molto sorprendente ciò che è successo. Non abbiamo bisogno di attribuire ai ragazzi delle banlieues che hanno agito, certe costruzioni complottistiche, come quella che dice che “la strategia” degli attentatori sarebbe di “radicalizzare i musulmani” suscitando l’odio verso di loro.

Alla mistificazione islamofoba, si contrappone la mistificazione repubblicana, come si dice in Francia (républicain è una parola che bisogna pronunciare a labbra contratte, alzando impercettibilmente il tono senza aumentare il volume, e con gli occhi immobili; chi sente proprio il bisogno di gesticolare, può anche alzare il dito indice mentre la pronuncia).

Nella mistificazione repubblicana, gli attentatori non hanno identità.

Sono cattivi, perciò non possono essere dei balordi sciroccati, infatti nessuno odia i matti.

Ma sono talmente cattivi, che non possono avere alcuna motivazione comprensibile. Solo accennare alla possibilità che l’abbiano, diventa apologie du terrorisme: le prime  condanne in base alla nuova legge che aggiunge anche questa alla schiera dei reati possibili, l’altro giorno hanno messo in galera i seguenti tre signori:

1) un senza professione che mentre viaggiava in tram senza biglietto aveva detto a un poliziotto che lo perquisiva che « Les frères Kouachi, c’est que le début, j’aurais dû être avec eux pour tuer plus de monde »

2) un ubriaco che mentre veniva perquisito dalla polizia, inveiva, « On va tous vous niquer à la kalachnikov »

3) un senza fissa dimora che mentre usciva da un locale notturno, nel corso di una rissa, avrebbe detto, « Je nique les Français, je suis propalestinien, je veux faire le djihad et vous tuer à la kalach’ sales juifs ! »

Il magistrato Patrice Michel, inaugurando con orgoglio la nuova legge, afferma, da vero repubblicano, “il ne faut pas reculer d’un centimètre“.

Dieci, dieci e tre mesi di prison ferme, cioè di carcere da scontare obbligatoriamente. Per un po’ di espressioni. Magari non elegantissime, ma mica tutti crescono nei salotti bene degli intellectuel parigini.

Nella costruzione repubblicana, gli attentatori e i loro presunti “apologeti” sono estremisti, terroristi e “nemici della libertà”.

Definizioni risibili: estremista è un tratto psicologico (Breivik era una specie di liberale moderato caratterialmente estremista); “terrorismo” è una tecnica, che applica tanto il bombarolo quanto il bombardiere; e “nemico della libertà” è una definizione insensata per qualcuno che è disposto a morire combattendo gli apparati armati che impongono l’Ordine (o più modestamente, per chi cerca di viaggiare a scrocco sui mezzi pubblici).

L’ipocrisia repubblicana viene facilmente fatta a pezzi dagli islamofobi, che giustamente chiedono, “ma perché tacete sull’identità islamica che gli stessi attentatori fieramente rivendicano?”

E infatti, nessuno ha il diritto di dire che qualcuno “non è un vero musulmano”. Esistono milioni di persone diversissime tra di loro che, tra le loro molteplici identità, includono anche quella “islamica”. Non è certo un imam pagato dallo Stato e scelto dal Ministero degli Interni (come avviene nella “laica” Francia) a poter dire chi lo è, e chi non lo è; né tantomeno un giornalista che non è nemmeno musulmano.

Possiamo solo dire che il 99,99% dei musulmani francesi non usa la violenza per fini che possiamo definire politici; e siccome questo è un fatto, i musulmani francesi non hanno alcun dovere di chiedere scusa o condannare alcunché, o di chinare la testa di fronte a ministri e politici. Nemmeno della République in tutta la sua gloria.

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Il Sacro e la République. E la morte che ride di noi

Ogni giorno, 864 milioni di persone vanno su Facebook e scrivono qualcosa.

E così ha fatto l’altro giorno il comico francese Dieudonné, di ritorno dalla grande manifestazione di Parigi, scrivendo:

“Dopo questa storica marcia, che dire… leggendaria” Un istante magico uguale al Big Bang che ha creato l’Universo!… o in misura minore (più locale) paragonabile all’incoronazione di Vercingetorige, finalmente torno a casa. Sappiate che stasera, per quello che mi riguarda, mi sento Charlie Coulibaly”.

Il post poi lo toglie, quindi resta su solo qualche ora.

Invece di un like da qualche ammiratore, Dieudonné si prende nientemeno che un proclama del ministro degli interni Bernard Cazeneuve in persona. Sul serio.

Ecco cosa dice il Ministro, appena arrivato lunedì mattina in ufficio, preannunciando che lo Stato punirà il comico:

«C’est une abjection. Cette déclaration, après la manifestation d’hier, témoigne d’une irresponsabilité, d’un irrespect et d’une propension de cet individu à attiser la haine et la division.»

Pochi minuti dopo, la magistratura annuncia l’apertura di una “inchiesta per apologia di terrorismo” contro il comico.

Dieudonné dichiara:

“Depuis un an, l’Etat m’a dans le viseur et cherche à m’éliminer par tous les moyens (…) Depuis un an, je suis traité comme l’ennemi public numéro 1, alors que je ne cherche qu’à faire rire, et à faire rire de la mort, puisque la mort, elle, se rit bien de nous, comme Charlie le sait, hélas. (…) Mais dès que je m’exprime, on ne cherche pas à me comprendre, on ne veut pas m’écouter. On cherche un prétexte pour m’interdire. On me considère comme un Amedy Coulibaly alors que je ne suis pas différent de Charlie.”

Sarebbe facile parlare di ipocrisia istituzionale, o ricordare che la division lamentata dal ministro è la caratteristica di una società divisa appunto per classi (e in Francia, anche per ghetti etnici).

Ma quello che è veramente interessante è ciò che questo episodio ci insegna sul Sacro.

Non esiste Sacro senza tabù, e questo presuppone diverse cose.

Una particolare condizione di attenzione, accompagnata però dalla sospensione di giudizio e di critica.

Il divieto di ogni ironia, perché spezzerebbe quella condizione incantata. Sarebbe, nelle parole di Cazeneuve, irrespect.

La necessità di punire con la forza fisica chi spezza l’incantesimo.

Il punto non è impedire la violazione, altrimenti basterebbe far finta che non sia avvenuta; anzi il Sacro si nutre di violazioni pubblicamente punite.

L’azione punitiva deve essere priva di spiegazione, esattamente quanto deve essere privo di spiegazione il Sacro stesso, perché il Sacro si fonda su stesso; la violenza ne è l’espressione materiale, perché dimostra l’esistenza del Sacro sui corpi delle persone.

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