Lode alla Cornacchia

Mi chiedono cosa penso del  Vincitore di Sanremo.

Calcolate che il mio interesse è quasi nullo, però i titoli li vedo.

Il fatto più interessante è ovviamente Sanremo in sé, una cittadina dall’incredibile valore simbolico, che abbiamo conosciuto grazie al meticoloso lavoro di ricerca dell’amico Riccardo Mandelli.

Un tizio che si chiama Mahmood (con la doppia “o” stranamente inglese) ha battuto un tizio che elogia sostanze stupefacenti, spacciatore in pensione all’età di 28 anni,  che si fa chiamare con il nome di un sindaco monarchico di Napoli, che ebbe più preferenze di qualunque politico nella storia per i suoi metodi creativi:

O’ Comandante, il soprannome che Lauro si era guadagnato da armatore, faceva campagna elettorale dentro la pancia del popolo: i mitici banchetti in cui si distribuivano pacchi di pasta da 1kg sono ancora una leggenda popolare a Napoli, così come le banconote tagliate a metà e i dollari di piccolo taglio distribuiti alla cittadinanza. Achille Lauro faceva politica “con le scarpe spaiate”: distribuiva ai comizi centinaia di scarpe sinistre e finiva il paio consegnando le destre solo dopo il voto; nelle sue arringhe elettorali Lauro prometteva di avviare il “vero motore dei meridionali: l’edilizia”.

E un pochino mi piace qualcuno che sceglie un soprannome così insolito e significativo.

L’ammiratore del sindaco dalle scarpe spaiate, che incarna i valori occidentali contrapposti al mussurmano, è questo signore qui:

Un programma, insomma. Che la pistola con il cavetto che ti mantiene collegato mentre ti spari in un orecchio, non importa se proiettili o sostanze stupefacenti o memi, mi sembra il migliore riassunto della Civiltà Occidentale.

Mi immagino il vero Achille Lauro, con l’angelo della morte che gli sussurra nell’orecchio, e agli occhi che stanno per chiudere, avvicina spietato l’iPhone: ecco la fine che farà tutta la tua fatica.

Totò:

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato… dormo, o è fantasia?

Basandomi su questi dati minimali, provo a elaborare la mia tesi.

A. Intanto, il barometro morale: diffidare di chiunque si presenti a Sanremo. E se vince, ancora peggio. Certo, non vuol dire che il signor Mahmood faccia schifo, ma è già un buon indizio.

B. Il vincitore ha un nome, che in arabo, vuol dire, “Lodato”, per cui possiamo ipotizzare che abbia vinto facile.

C. Lodato ha vinto, o:

c1) perché è “bravo” (cioè piace a gente decisamente poco raccomandabile)

c2) o perché ha un nome Strano: per capirci, “Lodato” è strano, “Benedetto”, “Massimo”, “Diletta”, “Azzurra”, sono normali.

Nell’ipotesi c1), non vedo cosa ci sia da discutere.

L’ipotesi c2) è decisamente meno noiosa, e la cosa più interessante è che è condivisa da Destra e Sinistra (ma non dal signor Mahmood stesso, che sostiene di sentirsi “integralmente italiano”, quindi un achillelauro qualunque in attesa della seconda scarpa).

Secondo la Destra, Lodato ha vinto perché gli Eurocomunisti Renziani ti premiano sempre e solo se hai un nome strano.

Quindi per la Destra, il Lodato è una cornacchia gracchiante che ha vinto senza meriti diversi dalla nascita.

Secondo la Sinistra, Lodato ha vinto perché l’Italia Migliore ha deciso di reagire all’Ondata Populista, non vuole Rigurgiti del Ventennio, ha Imparato la Lezione del Rispetto del Diverso.

Quindi per la Sinistra, il Lodato è una cornacchia gracchiante che ha vinto senza meriti diversi dalla nascita.

ah, a questo punto mi sono pure preso la briga di ascoltare la canzone. Diciamo, rapper gentile quindi con un po’ di riflessioni interessanti, voce discreta, testo banale (in periferia si sta tristi),  non vale la pena di ascoltarla tutta, ma non è antipatica.

Corso di musica della seconda media, sei più, magari pure sette.

Achille Lauro non ho proprio voglia di sentirlo. C’è gente che merita di essere sconfitta senza essere ascoltata.

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Un capolavoro di antropologia

L’antropologia è un’arte, che consiste nell’ascoltare gli esseri umani e capire come interagiscono, senza giudicare, predicare, idealizzare, demonizzare.

Dove tirare i confini con la sociologia da una parte o la psicologia dall’altra, non saprei, ma comunque preferisco l’antropologia.

Il commentatore Mauricius Tarvisii ci segnala quello che ritengo uno dei migliori trattati di antropologia politico-elettorale mai prodotto: e certamente il miglior video-trattato in questo campo.

Il video-trattato nasce in un contesto specifico (le ormai lontanissime elezioni del 2015), ma la sua forza sta nel fatto che non descrive le singole parti, ma descrive il gioco complessivo che crea le stesse parti.

Geniale.

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“Soprattutto, contro il contadino testone”

Sto leggendo adesso (in inglese, ma esiste un’edizione italiana che non ho consultato) Il secolo ebraico di Yuri Slezkine, slavista russo residente negli Stati Uniti.

In fondo parla di se stesso, perché dedica il libro a una nonna cristiana perseguitata dai bolscevichi, diventata fedele cittadina sovietica; e anche all’altra nonna, ebrea e rivoluzionaria, diventata anticomunista.

Slezkine ci offre chiavi originali per capire le tragedie del Novecento, che non rientrano in nessun luogo comune, e riesce a cogliere i meccanismi sottostanti senza demonizzare nessuno.

Il suo libro è immenso, complesso e ricco di sfumature, per cui semplifico un po’, nel dire che divide l’umanità in apollinei (contadini, operai, stanziali, ma anche pastori nomadi, insomma tutti quelli che “fanno qualcosa di concreto”, come anche i loro aristocratici) e  mercuriali (che vengono e vanno, campano di espedienti, scambi, astuzie).

Mercurio, dio dei viaggiatori, dell’eloquenza, del commercio, dell’inganno, dei ladri, dei truffatori, dei bugiardi, della divinazione

Slezkine è il primo a notare una cosa fondamentale: l’affinità tra il ruolo storico degli ebrei (nella Polonia/Russia del Sette/Ottocento, poniamo) e minoranze analoghe e ben più numerose nel mondo: cinesi in Asia Orientale, mercanti e fabbri in Africa, cristiani d’Egitto con le loro farmacie,  zingari, che occupano saldamente nicchie economico-sociali di mediazione tra uno stato e l’altro.

I mestieri dei mercuriali variano:

il cambiavalute e il banchiere…

il violinista ai matrimoni…

il cristiano che vende vino al poeta musulmano Abu Nuwas nella taverna di Baghdad…

il mercante di schiavi (pensate a quanto gli zingari abbiano contribuito al commercio degli schiavi in Brasile)…

quello che ti fa uscire dalla malattia…

 quello che ruba denti d’oro nei cimiteri…

gli urtisti romani: il mestiere più mercuriale di tutti, che permette ai cristiani di non commettere simonia, vendendo oggetti sacri; e agli ebrei di scaricare ai cristiani la feccia idolatrica, e a tutti insieme di guadagnare scaricandosi addosso a vicenda l’impurità.

(gli esempi sono miei, non di Slezkine)

Slezkine sottolinea come il rapporto tra apollinei e mercuriali sia insieme complementare e conflittuale.

Il rapporto spontaneo tra esseri umani infatti non è commerciale:

io ti salvo dalla tigre dente di sciabola, e quando mi dici “grazie”, rispondo, “ma che scherzi, siamo amici!”

Tre anni dopo, tu salvi mio figlio che sta per annegare, e quando io provo a dirti grazie, rispondi, “ma di che?”

Quattro anni dopo, io ti incontro e ti ammazzo, perché mi hai guardato male

(storiella mia, non incolpate Slezkine)

Il rapporto tra apollinei e mercuriali è insieme necessario e conflittuale, perché viola questa regola spontanea.

Il contadino malesiano che si rivolge all’usuraio cinese, lo considera ipso facto un ladro; e lo stesso cinese deve disprezzare il malesiano, per poterlo costringere a pagargli gli interessi, che non chiederebbe invece a un altro cinese (almeno del suo stesso clan).

Ecco che i mercuriali creano un muro loro stessi per escludere gli apollinei e rafforzare la solidarietà interna, unico mezzo di sopravvivenza in un mondo in cui l’astuzia è tutta da una parte, e le armi dall’altra.

Lo zingaro ubriaco beve una bottiglia di birra dopo l’altra, poi le lancia nel cortile

Se ne sbatte della romnì furibonda, che gli grida, ‘ma potresti far male ai miei figlioli’

… e lui mi racconta…

della mahalla del Kosovo, prima che gli albanesi la distruggessero e cacciassero nel mare gli zingari, dei suoi fabbri, ‘era una meraviglia’, poi mi dice:

‘Ascolta… c’è uno che passa la frontiera con un asino, e lo fermano, e perquisiscono l’asino, ma non trovano niente…

l’anno dopo, lui passa ancora la frontiera con un asino, e non trovano niente..

e ancora, e non trovano mai niente che non sia in regola…

anni e anni dopo, il doganiere che è in pensione chiede, ma, ‘dimmi adesso che non posso farti più niente, cosa contrabbandavi, che non sono mai riuscito a capire?

E quello: contrabbandavo asini!”

(avventura mia, assolvete Slezkine)

“Phirinì!”, potete tradurre, banalmente, come “furba!”

immaginatevi la mamma di cinque figli, che sa che uno morirà presto ammazzato, un altro annegato, un altro incarcerato, a uno gli andrà bene, e la quinta ha la disgrazia di essere femmina, con una  vita di botte e dolore davanti…

Eppure, è phirinì!

O Devla!

Tanti benintenzionati fanno fatica a capire che non siamo esattamente “noi che discriminiamo gli zingari”.

Sono gli zingari a dividere il mondo in zingari e gagè, ad avere problemi a mangiare assieme ai gagè, a ritenere (con mille sfumature e livelli) che il contatto fisico con i gagè contamini (ma anche spesso il contatto tra diversi clan e livelli di zingari).

Consiglio ai curiosi, Gypsy Law Romani Legal Traditions and Culture a cura di Weyrauch, che chiarisce che stiamo parlando di diritto e non semplicemente di “strane usanze”.

Eppure basterebbe riflettere per un momento (come ha fatto da qualche parte Ugo Bardi) sul fatto che le zingare sanno di essere poco amate, anzi temute, eppure si vestono clamorosamente da zingare.

Che non è nemmeno facile trovarli, quei vestiti:

“E’ arrivato il mercante delle gonne da Istanbul, dove puntano tutte le antenne del Campo, e c’era con lui uno che cantava, e se tu solo potessi capire le parole che diceva, piangeresti da morire!”

Precisazione: dico ‘zingari’ perché ‘rom’ non è sinonimo di zingaro. ‘Rom’ vuol dire maschio sposato, tipo ‘signore’, con accanto la sua ‘romnì’ o ‘signora’. Anzi, che io sappia, tra gli zingari esiste una parola ben precisa per definire gli altri, ma nessuna per definire se stessi.

Onore allo Zio Bechir, – ‘O daio becìri!

Non so cosa avesse – la sindrome di Down? – arrivato clandestino in Italia su una barchetta, e mi parlava sempre a raffica in gadzhokanè, nella lingua dei gadzhè. E cioè in serbo. E poi è morto, e mi manca.

Ma è esattamente questo muro che permette agli zingari di non diventare dei clochard, frammenti insensati di umanità collassata, a morire sui bordi delle strade.

Questi muri sono mentali e linguistici: il Romané ha una base indiana, ma è una lingua voluta, costruita, per non essere la stessa dei gagè; e Slezkine nota come anche lo Yiddish, sebbene a base tedesca, fosse una lingua arbitraria, che permetteva a un popolo sacro di distinguersi.

Come la lingua, anche la visione dell’altro è in funzione di separazione: il contadino russo è ubriacone, passionale, stupido, sporco e violento, l’ebreo è intelligente, giudizioso, pulito e morigerato.

Oppure, se preferite, il contadino russo dice pane al pane e vino al vino, lavora con le mani, mentre l’ebreo è chiuso, segreto, ingannatore, incapace di autentici sentimenti, privo di amore per i luoghi, fa un profitto che è sempre percepito come un furto, e poi se ne va.

Considerazioni analoghe, ovviamente, separano il contadino tailandese dal mercante cinese.

Slezkine poi dice che questo teso equilibrio è saltato quando la rivoluzione industriale ha trasformato gli apollinei in mercuriali – siamo tutti migranti, scolarizzati, con mestieri che mutano continuamente, che campano di astuzie:  e ci proteggiamo, o alla maniera “ebraica” diventando un “popolo sacro” (e quindi inventando il nazionalismo) oppure alla maniera “protestante”, vincolandoci ad astratte leggi.

E’ quando tutti diventano mercuriali, che esplode lo scontro.

I mercuriali non hanno più un motivo particolare per esistere come tali; ma anche gli apollinei hanno perso ciò che li rendeva orgogliosi, entrambi si devono reinventare.

I mercuriali, con le loro abilità accumulate e le loro reti familiari, dilagano ovunque, occupando gli spazi economici, culturali e politici, a discapito degli apollinei infuriati; ma entrambi hanno perso la propria bussola, perché competono sullo stesso terreno.

E gli stessi mercuriali sono costretti a reinventarsi come apollinei: nazionalisti tedeschi o russi; rivoluzionari comunisti universalisti; inventori di un’Apollonia sionista.

I mercuriali non necessariamente barano, anzi hanno l’occhio fresco, di chi per la prima volta vede ciò che altri non hanno mai notato.

Isaac Levitan, nato e morto ebreo, è stato il più grande pittore di paesaggi russi

Ciascuna di queste scelte è carica di rischi straordinari, come dimostra la storia di Essad Bey, e qui divago, perché non ne parla Slezkine.

Di Essad Bey ho raccolto ad uno ad uno i libri, tanto diffusi negli anni Trenta, quanto introvabili oggi.

A suo dire di padre aristocratico russo e di madre rivoluzionaria azera, cantore in lingua tedesca di tutta l’immensa varietà umana e culturale che la rivoluzione bolscevica aveva cercato di annientare, con racconto su racconto, dove cogli che i fatti sono spesso inventati o esagerati, ma l’essenza è vera.

Essad Bey guarda il mondo che ha attorno e se ne innamora, una sensazione che capisco profondamente:

“Ho visto le grandi distese del sabbioso deserto arabo, ho visto i cavalieri, i loro burnus bianchi come la neve nel vento, ho visto il gregge del Profeta che pregava verso la Mecca, e volevo essere una sola cosa con questo muro, con questo deserto, con questa incomprensibile e intricata scrittura, uno con tutto l’Oriente islamico”

Fedele allo zar di cui aveva raccontato la vita e la morte, morì a Positano a trentasette anni. In piena guerra mondiale, scegliendo di stare quindi dalla parte sbagliata del fronte.

Solo in anni recenti, si è scoperto che Essad Bey in realtà si chiamava Lev Nussimbaum; la madre, ebrea quanto il padre, era morta suicida; ed Essad Bey è morto a sua volta di una rara malattia che colpisce solo gli ebrei ashkenaziti; ed era fuggito nell’Italia fascista, dalla Germania nazista.

Aveva amato i cosacchi, i pellegrini della Mecca, i montanari del Caucaso, come nemmeno loro amavano se stessi, eppure non era mai riuscito a essere uno di loro.

Ma citiamo direttamente Slezkine:

Gershon Shalom scriveva che “per molti ebrei, l’incontro con Friedrich Schiller contava più del loro incontro con i veri tedeschi”.

E chi erano i veri tedeschi?

Secondo Franz Rosenzweig, erano “il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante”. Se volevi essere un tedesco, dovevi farne parte, abbracciarli, diventare uno di loro – se ci riuscivi”.

Slezkine riassume l’esito finale, con la più sintetica descrizione del Novecento che io conosca:

“In Germania, il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone, il maestro di scuola pedante riuscirono a  reagire contro le impossibili imposizioni della modernità, identificandole con gli ebrei e organizzando il pogrom più brutale e meglio organizzato della storia;

in Russia, i figli dell’intelligentsia (molti di loro ebrei) si impossessarono del potere e riuscirono a portare a termine una visione senza compromessi del ‘modello francese’ conducendo l’attacco più brutale e meglio organizzato della storia contro  il geometra, lo studente membro della confraternita goliardica, il piccolo burocrate, il contadino testone. Sopratutto, contro il contadino testone.”

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L’antro dell’eternità e la galleria degli specchi

L’altro giorno facevo una lezione d’inglese a un’imprenditrice preoccupata per suo figlio ventenne un po’ visionario, che lei vorrebbe avviare a studi tosti all’estero, mentre una persona invisibile gli avrebbe consigliato lo studio del turco. E così le ho raccontato ciò che avevo appena visto, nella Galleria degli Specchi.

Tra le innumerevoli fortune che hanno costellato la mia vita, c’è anche quella di capirci poco di arte.

Questo vuol dire che ogni volta che vedo un’opera che mi colpisce, ne rimango stregato come se fosse una novità sconvolgente.

Sono tre notti che mi sveglio a ore assurde, raffigurandomi le scene che ho rivisto l’altro giorno nella Galleria degli Specchi di Palazzo Medici Riccardi.

Verso le due, tre di notte, mi ritornano, in tutta la loro luminosità.

Partiamo da Luca Giordano, pittore napoletano.

Gli arriva una proposta che potremmo definire solo oscena.

Una famiglia di banchieri con pochi scrupoli, i Riccardi, gli propone di decorare la soffitta di una sala del loro palazzo, con unapoteosi, addirittura, di un’altra famiglia di banchieri con ancora meno scrupoli, i Medici, gentaglia che ha in mano tutti gli appalti della città.

Luca Giordano accetta.

Ora, la famiglia di strozzini che lo pagò, sarebbe incorsa in bancarotta un secolo e poco dopo; la famiglia di strozzini da apoteosizzare è sparita pure quella; però io, tre secoli e passa dopo, sogno ancora le immagini di Luca Giordano.

Luca Giordano mise al centro del soffitto, alcune figure svolazzanti, che avevano le facce dei governanti medicei, ma secoli dopo, chi li riconosce?

Mi chiedo piuttosto  come abbia fatto a rappresentare perfettamente figure umane volanti e tridimensionali a testa in giù. Immaginatevi un cavallo che posa per questo:

Ma Luca Giordano, dopo aver creato in pochi giorni l’impossibile per cui l’avevano pagato, trasformò il soffitto nel racconto dell’intera esistenza di ciascuno di noi. Ci mise, dicono, appena cinque mesi.

A ovest, pose l’Antro dell’Eternità.

Non trovo alcuna immagine in rete in grado di renderne la particolarissima luce aurorale: un luogo che c’è e non c’è, che emana luminosità appena intuibile.

Riesco a decifrare appena una minima parte delle figure che Luca Giordano ha creato nel suo cielo.

Alla base, c’è un enorme serpente che si morde la coda, che sarà lo stesso che chiude la Storia infinita di Michael Ende.

Che finché si concentra tutto sul mordere, è così tranquillo che può accogliere il tizio barbuto  che sta affidando me e te che leggi, ad Atropo, la tizia dall’aria professionale che con le forbici si prepara a tagliare la nostra esistenza; Cloto tiene in mano la rocca da cui dispensa la tua e la mia esistenza; e Lachesi, che ci fissa, la misura.

Ma quasi al centro, vedete imburqata, la figura senza volto di Demogorgon, origine velata di ogni cosa (accanto alla sua amica mezza nuda, che non ho idea chi sia).

Se ti permettono di sdraiarti per terra nella Galleria degli Specchi, guardando in alto, potrai seguire, in senso antiorario, il percorso della tua stessa vita.

Ci sono due animali, secondo la simbologia del Ripa. L’elefante, austero, campa di poco; e lo struzzo… chi se lo ricorda che fa?

Tutta l’energica violenza della tua e della mia e della nostra catastrofica giovinezza, si riassume nell’uccisione di Adone da parte del cinghiale:

Mi viene in mente un ragazzo di Roma, che lo chiamavano Falco delle stelle, e amava correre sulla Via Ostiense in mezzo alle macchine, senza sapere se ne sarebbe uscito vivo. E ve lo regalo come simbolo degli inizi di ciascuno di noi (ma cosa cerca di dirci quella figura mascherata china su Adone?).

Poi c’è il culmine erotico della nostra esistenza, quando tra le acque, avviene il matrimonio tra Nettuno e Anfitrite:


Immagino sempre Luca Giordano, a testa in giù su un’impalcaltura, che crea mari impossibili, e coglie il dettaglio degli sguardi dei cavalli, che mi sembrano più intensi di quelli umani.

Il trionfo di Bacco, innalzato sul suo carro, e l’illusione giovanile di cogliere l’infinito…


Ma guardo le figure in basso, e mi chiedo cosa voglia dirmi il signore che si mette il dito sulle labbra (e cosa mai tiene in mano il suo amico?), o la nave che sfida le onde, o la volpe, o quell’uomo con il serpente alla vita, sovrastato da un’aquila.

Se capissi tutto ciò che Luca Giordano mi voleva raccontare, la mia vita sarebbe diversa…

Piano piano ci avviciniamo alla svolta, che poi è semplicemente l’angolo della stanza, dove compaiono Ercole e la Fortezza, perché nell’immenso, acquatico sconquasso della nostra tragica esistenza, occorre un punto fermo. Colgo la corazza, il leone, la colonna, che mi fanno tremare un po’ di meno, ma chi sa quanto altro ci sarà, o chi sarà la tizia sfatta sotto la colonna.

e poi, all’estremo opposto dell’Antro dell’Eternità, compare Minerva, protettrice delle Scienze, che esiste anche questo nelle nostre vite.
E c’è qualcosa di fondamentale nella maniera in cui lei, con la sua aria da Dirigente Scolastica e il suo pratico martellino, consegna una sorta di chiave (peraltro simbolo araldico dei committenti del lavoro) al dio che cambia e sconvolge qualunque cosa. Con Minerva, pensavate di essere arrivati, all’apice, ma Ermete vi puà tradire…

E infatti, le prossime scene proseguono sulla quarta e ultima parete.

Leggo che sarebbero la Prudenza, e giustamente ogni immagine si accompagna al proprio contrario, qui ci sarebbe anche la Frode dai piedi biforcuti, ma non ne trovo l’immagine.

Poi c’è per tutti noi l’autunno…

Demetra madre vaga per il mondo alla ricerca della figlia scomparsa. Incontra Trittolemo e Cerere, e insegna loro le arti dell’agricoltura:


Sono proprio i colori che nell’ultima sera dell’anno, abbiamo visto da Bellosguardo (e sentite l’acqua che scroscia fredda dalla fontana…).

Ma ecco che Persefone fa la fine di tutte le fanciulle rapite, portata nelle tenebre del mondo dell’equinozio autunnale (esattamente di fronte al matrimonio di Nettuno e Anfitrite):


Nella mia ignoranza artistica, resto incantato da due figure: le arpie, diavolette-putti-con-le-tette, e poi a sinistra, la figura per me misteriosa di Ercole rivestito dalla pelle di leone, che affronta l’ultima prova, l’uomo con l’elmo che somiglia alla testa di un lupo.

Già sento il freddo dell’inverno… ed ecco infatti che arriva la scena più straordinaria di tutte:

Sappiamo dai documenti, che Luca Giordano, napoletano, ebbe dai suoi committenti del vero lapislazzuli, che proviene solo dalle miniere dell’Afghanistan, per produrre quel meraviglioso azzurro del cielo.

Ma guardate la nave di Caronte, con la sua tenebrosa passeggera donna dalle tette avvizzite (la mortessa, la conoscevate?), Cerbero dalle tre teste, ma  in lontananza una caverna dalla strana luce, che appena si intuisce.

Avevo cominciato questo post, scrivendo che non riuscivo a trovare un’immagine che rendesse la luce aurorale dell’inizio di tutto il percorso.

Bene, questa immagine rende finalmente quella luce: perché quel luogo misterioso, dietro il cane tricipite, dove si intuiscono i fabbri che battono sull’incudine (conoscete il suono?), alla fine della tua e della mia vita, è lo stesso luogo, ha la stessa luce dell’Antro dell’Eternità. Basta girare l’ultimo angolo, e la Fine coincide con l’Inizio.

Non a caso, il grosso Serpente si morde la corda.

E niente mai perduto va
al centro tornerà…

Ma queste parole, sono molto più pesanti e noiose di quelle immagini.

Che bella persona doveva essere Luca Giordano, da giovane…

ma anche anni dopo, con i suoi buffi occhiali:

 

 

 

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Hansken, poverina

Siamo con la Zoe, che è vita, nel luogo in cui Pietro Leopoldo decise di fondare le scienze della Toscana.

Ci porta su dove cicogne alate sorreggono il soffitto da cui lui guardava le stelle:

“Non abbiamo mai capito il simbolismo delle cicogne… abbiamo trovato qualcosa per il Quattrocento, ma nel Settecento era certamente diverso”

Ci racconta dell’artigiano che si mise a lavorare per pulire il meridiano e scoprì il piccolo buco da cui entrava la luce, e così si capì che l’intero palazzo si era spostato negli anni.

Poi su ancora, per una scala stretta stretta fatta in modo che chi teneva la spada nella destra, potesse infilzare chi saliva, fino al tetto, dove Zoe ha sistemato le case per i suoi pipistrelli, le bat box.

Che avrei voluto mettere su anch’io, però non l’ho fatto perché ci batte un sole assassino; ma Zoe mi assicura che i pipistrelli stanno meglio proprio se esposti a sud.

Prende in mano un escremento di pipistrello e mi dice, se lo guardi al microscopio, è fatto tutto di insetti.

Attorno a noi, tutto, dai malefici pappagalli che a Boboli rubano i pomi, a Bellosguardo, alla cupola del Brunelleschi. E palazzo su palazzo di quelli che erano, sono e saranno i signori di Firenze.

“Qui ci sono stati un sacco di omicidi, ma ho anche passato le notti in questo palazzo, e non ho sentito nulla!”

Riscendiamo, dove ci sono gli animali imbalsamati (la Zoe, che li ha sistemati tutti, non ama le farfalle, ma ha un debole per i coleotteri).

C’è il colibrì con il nido e dentro due uova, che però rischiavano di spaccarsi, e allora la Zoe ci ha buttato due mentine tic tac, perché son identiche alle uova, e si chiede ridendo cosa ne penseranno tra cinquecento anni.

E c’è anche un luogo segreto che puzza, con pipistrelli in bustine di plastica e il cotone al posto degli occhi.

Scendiamo ancora, la Zoe accende innumerevoli pulsanti in una stanza tutta buia, e vediamo uno dopo l’altro, tanti scheletri di animali.

Questa è Hansken”.

Vedo lo scheletro di un elefante, anzi di un’elefantessa. Non tanto grande e senza zanne (beh, è femmina, direte).

Zoe le tocca gli arti che sembrano marmo corroso, e con occhi di scienza, mi dice,

“guarda come era ridotta dall’osteoporosi, poverina!”

Non oso sfiorarla.

Hansken nacque nell’isola di Ceylon, nell’anno 1630. A due anni, fu strappata dalla madre e portata in Olanda, dove non avrebbe mai più visto qualcuno della propria specie, ma venne messa a

“sventolare una bandiera, sparare un colpo di pistola, battere un tamburo, alzare le zampe anteriori, rubare denaro dalle tasche, mettersi un cappello, portare un secchio d’acqua e raccogliere soldi da terra.”

In Olanda la ritrasse Rembrandt:

Di esibizione in esibizione, arrivò a Treptow an der Riega/Trzebiatów, in Pomerania, dove la ritrassero così:

Un anonimo cartellone pubblicitario illustra tutte le abilità di Hansken:

Hansken arrivò a Parigi, e poi, il domatore e proprietario di Hansken la portò a Münster, per la curiosità dei potenti d’Europa che si stavano riunendo per porre fine a quello che fu il conflitto più terribile della storia europea prima del 1914.

Hansken, tranquilla, con il suo tamburo, cappello e pistola…

Johann Leuber, l’inviato della Sassonia, si auspicò:

„Gott gebe, daß dieses Monstrum dem Römischen Reich auch eine glückseligen Frieden portendire.”

“Dio voglia che questo mostro presagisca anche all’Impero Romano una felice pace”

Hansken porge un secchio a tutti, e quando si sono lavati le mani, porge loro un asciugamano.

Portano Hansken attraverso le Alpi, e giù fino a Roma; e il 7 ottobre del 1655, arriva a Firenze.

Il 9 novembre muore, e la ritrae Stefano della Bella.

Poi la Zoe spegne le luci, cinque, dieci, venti, trenta pulsanti, e siamo fuori dalla storia.

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Sfanatizzare il Messico

Sul sito ComuneInfo, sempre pieno di notizie e riflessioni interessanti, la traduzione di un preoccupante articolo di Gustavo Esteva sul progresso che incombe sul Messico.

Il nuovo presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, meglio noto come AMLO, proviene dallo stato del Tabasco.

Tabasco lo conoscerete per la salsa piccante, ma fu anche  il regno di Tomás Garrido Canabal, figlio di grandi latifondisti del Chiapas, che comandò sulla regione dal 1920 al 1935.

Su un alto albero di ceiba si fece costruire un curioso nido di cemento, dove accoglieva le sue innumerevoli amanti; promosse la produzione di petrolio, cacao, banane e zucchero, spingendo lo stato nel mercato mondiale, in alleanza con Standard Fruit, il grande monopolio statunitense; e cercò di vietare il fanatismo nella sue triplice e messicanissima forma – il ballo, l’alcol e la religione – con l’ausilio delle sue temute Camisas Rojas: chiamò un proprio figlio Lenin, e un proprio toro, Dio. I preti li fece ammazzare, chiuse le chiese e vietò persino di scrivere il nome di Dio (tranne, come abbiamo visto, per i tori).

Un progetto fallito, visto che il Tabasco fa parte della fascia più sfuggente del Messico, la cui radicale religiosità ha radici ben più profonde del cristianesimo (e infatti mentre l’Ovest del Messico si ribellò contro vessazioni assai più moderate di quelle di Garrido, il Tabasco rimase tranquillo).

E’ interessante che si desse a questa campagna il nome di desfanatización, un concetto che rientra in un altro, più ampio, che nel 1927, il famoso sottosegretario all’istruzione, Mosés Sáenz, espresse in una nota in cui spiegava come fosse necessario incorporare la civiltà dentro all’Indio.

AMLO alla fine, mi sembra di capire, fa parte della stessa cultura, anche se presumo che sia meno preoccupato per i crocifissi e gli altari: viene anche lui dall’eterno Partito Unico che governa il Messico, che nel tempo ha partorito uno specchio di sinistra di se stesso – il PRD, fondato dal figlio del presidente più famoso che aveva espresso il Partito Unico.

Ora, la storia del Messico, come sottolineò Guillermo Bonfil Batalla, è quella della guerra secolare del Messico immaginario contro il Messico profondo. E ogni vittoria del Messico immaginario è stata una nuova tragedia per il paese.

Un figlio del Partito Unico come AMLO – certamente onesto e, per quanto possibile per un politico per giunta messicano, anche in buona fede – è per definizione dalla parte del Messico Immaginario.

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Julia, guardiana dell’Isola dei Morti

Piazzale Donatello si trova dove un tempo c’erano le mura di Firenze, e invece ci hanno messo i viali.

Il micidiale flusso di tonnellate di acciaio, mosso dal fuoco vitale di miliardi di animaletti che hanno avuto la cattiva idea di liquefarsi in quella che un giorno sarebbe diventata l’Arabia Saudita, non si ferma mai, ma si divarica attorno a un’isola di terra.

L’Isola l’avevo vista tante volte, ma non avevo mai osato avvicinarmi.

Ieri abbiamo scoperto per caso, in Borgo Pinti, la chiesa dedicata a Maria Maddalena de’ Pazzi, che invece aveva vissuto tutta la vita in un palazzo proprio accanto a casa mia, e probabilmente non sapeva nemmeno dove si trovava Borgo Pinti.

La vicenda di Maddalena mi aveva  colpito, per come una certa epoca vedeva le donne; eppure quella stessa epoca sapeva ascoltare quasi con timore quella che oggi sarebbe schedata come una povera nevrotica.

Facciamo cento metri in più, ci guardiamo in faccia, e ci lanciamo in mezzo ai missili per scoprire l’Isola.

Sopravviviamo e tocchiamo terra ferma.

L’isola è tutta circondata da un alto muro.

Ovviamente siamo arrivati dal lato sbagliato, dall’altro ci sono persino strisce zebrate e un semaforo, ma non importa.

L’isola mi ricorda la famosa Isola dei Morti di Arnold Böcklin:

Proprietà di un’assente Chiesa riformata svizzera (un po’ Zwingli e un po’ Calvino), l’Isola dei Morti è nota infatti a Firenze come il Cimitero degli inglesi, visto che a un certo punto, un quarto dei fiorentini erano in realtà inglesi. Anche se al centro dell’isola campeggia l’imponente colonna eretta da uno dei vari Federico Guglielmo di Prussia.

Così conosco finalmente la mitica guardiana dell’Isola dei Morti, Julia Bolton Holloway.

Julia Bolton Holloway, foto da City Desert

Julia è talmente tanto da sembrare impossibile che esista.

Ottantuno ridenti anni e occhi azzurri che ti scrutano dentro, in un’oretta che parliamo, vengono fuori storie su storie.

Mi racconta come da bambina aveva seguito il suo babbo in viaggi avventurosi attraverso la Francia appena uscita dalla guerra, con mine che potevano esplodere da ogni parte, scoprendo che nel mondo esistono lingue e religioni diverse, e come questo le aveva segnato la vita;

di come era andata negli Stati Uniti a sedici anni, finendo per diventare mamma, nonna e bisnonna, e docente di studi medievali in alcune delle più importanti università americane.

Julia tra tante altre cose, si trovò a curare i manoscritti di Elizabeth Barrett Browning, e decise diciotto anni fa di andare a vedere dov’era sepolta – appunto nell’Isola dei Morti di Firenze.”

“This morning, at half-past four, she expired unconsciously to herself with the words, “It is beautiful”

Julia scoprì che la tomba – e tutto il cimitero – era in abbandono completo, e così grazie ai morti Julia cambiò vita.

Piantò un melograno accanto alla tomba di Elizabeth e diventò eremita tra le tombe, ripulendole, riscoprendo le vicende di tutti i non cattolici che erano sepolti lì, da Walter Savage Landor che era solito scrivere versi satirici sui potenti, alla schiava nera che i compagni di Champollion il decifratore avevano comprato in Egitto e si erano portati in Europa, dove si era convertita alla fede ortodossa, sepolta sotto il nome di Nadezda De Santis…

A curare l’Isola dei Morti, e a seminare l’iris fiorentino tra le tombe, Julia ha portato un gruppo di zingari romeni, e mi spiega – quando le mamme chiedono l’elemosina e la polizia le trova con un bambino in braccio, chiamano i servizi sociali che si portan via i figlioli. E così le mamme zingare sono costrette a lasciar i bambini per mesi e anni dai nonni in Romania, senza vederli.

Sicché Julia ha creato un’associazione per la salvaguardia del cimitero inglese in cui zingari e aristocratici inglesi sono alla pari, e se ci pensate, è proprio questa l’essenza di Firenze.

Siccome l’energia di certe persone non ha limiti, Julia mi racconta delle sue ricerche su Brunetto Latini, nella biblioteca Laurenziana: toccare le pagine scritte a mano dal maestro di Dante, in enormi volumi legati con catene, stando attenti che il clanking of the chains non disturbi gli altri ricercatori… scoprire le fonti da cui Dante ha tratto la sua geoastronomia cosmica. E ride raccontando di come il volume che sta preparando sarà illeggibile perché già consta di settecento e passa pagine.

Poi passiamo a parlare di una coppia che vorrebbe riunire: William Somerville, che è sepolto nel suo cimitero, e Mary Somerville, “la donna più straordinaria d’Europa”, astronoma, matematica, biologa, che da ragazzina non toccava lo zucchero per protestare contro la schiavitù, che avrebbe ispirato i principali scienziati dell’Ottocento (fu anche maestra di Ada Lovelace che ci piace pensare abbia inventato il computer), la quale invece è sepolta nel cimitero acattolico di Napoli, dove il suo nome non si legge nemmeno più sulla lapide, andata in rovina, c’è solo la statua:

Tomba di Mary Somerville a Napoli

Julia racconta di come si è convertita al cattolicesimo, “la chiesa anglicana è messa peggio”.

E poi dice come noi stranieri, forse, riusciamo a dare vita a Firenze più dei fiorentini stessi, perché non diamo nulla per scontato. E siccome tutto quello che abbiamo fatto noi al Nidiaci, non sarebbe mai cominciato se non ci fosse stata una violinista americana appassionata di Vivaldi, capisco subito.

Mi viene in mente una riflessione. Nessun paese al mondo ha fatto più danni dell’Inghilterra; e nessun paese al mondo ha saputo creare più antidoti alla devastazione.

Perché solo in Inghilterra si è formato – diciamo dai tempi di Blake – un atteggiamento verso il mondo e la vita che coglie le tenebre che avanzano, e che si fonda su un innamoramento per la vita, la natura e la storia, eppure riesce a sfuggire ai fanatismi,  all’astio, alla chiusura delle menti, al culto delle Grandi Istituzioni.

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L’avvento del Salsicciaio

“PAFLAGONE (porgendo il capo) —Soffiati il naso, o Popolo, e pulisciti le dita sul mio capo.

SALSICCIAIO (prevenendolo) — Sul mio, piuttosto.”

Come ho avuto più volte occasione di raccontare, un autore che mi ha aperto gli occhi è stato Régis Debray.

Che a differenza della tremenda specie dell’intellettuale francese medio, parla in maniera chiaro e semplice e dice cose che sono anche vere.

Debray, scrivendo nel 1994, ci spiega come la televisione abbia cambiato la natura dello Stato, per il semplice motivo che lo Stato non è più una lontana statua in piazza, ma la faccia del singolo politico che ti entra nel salotto di casa. Cosa che non lo rende più potente, anzi: il Cittadino Onnipotente lo può uccidere con un colpo di telecomando, se non sorride nel modo giusto e non dice cose divertenti.

Ecco che lo Stato deve farsi seduttore, trovando ogni giorno modi nuovi per attirare le volatili simpatie del Cittadino Onnipotente, inventandosi Eventi, Inaugurazioni, pacche sulle spalle, storie d’amore e sciocchezze varie.

Dopo Debray, quelli che parlano di politica si dividono nelle due categorie di chi ha capito questo, e di quelli che credono che stiamo ancora combattendo la Seconda guerra mondiale.

Debray scriveva prima dell’esplosione di Internet e dei social media. Che hanno semplicemente moltiplicato per cento e poi per mille il processo che lui descriveva; e quindi le tesi di Debray oggi sono ancora più valide di quanto fossero allora.

E questo ci aiuta anche a liberarci da eventuali simpatie o antipatie per i vari personaggi che affollano il palcoscenico politico: date le circostanze, non può essere diversamente.

Per quanto moderno, il meccanismo dello Stato Seduttore si basa su modalità molto antiche dell’essere umano.

Infatti, lo slittamento Andreotti – Amato – Berlusconi – Renzi – Salvini fu descritto quattrocentoventun anni prima della nascita di Gesù Cristo da Aristofane, nei Cavalieri.

I due servi rubano l’Oracolo a Paflagone (che “dopo aver leccato delle focacce al miele, russa ubriaco, supino sulle pelli“) e scoprono quanto prevede il futuro:

SERVO I — Qui c’è scritto quale fine deve fare.

SERVO II — E come?

SERVO I — Come? L’oracolo dice chiaro che anzitutto verrà un mercante di stoppa e sarà il primo nel governo della città.

SERVO II — E uno, il mercante. E poi, di’?

SERVO I — Dopo costui, poi, il secondo sarà un mercante di pecore.

SERVO II — E fanno due mercanti. E a lui che cosa capiterà?

SERVO I — Comandare, finché arrivi un altro più svergognato di lui: dopo di che, per lui è finita, perché arriva il Paflagone mercante di pelli, rapace, schiamazzatore, con una voce da Cicloboro [ruscello rumoroso vicino ad Atene].

SERVO II — Il mercante di pecore deve dunque finire per mano del mercante di pelli?

SERVO I — Certo, per Zeus.

SERVO II — Ahi, misero! E donde verrà ancora un mercante, uno solo?

SERVO I — Ce n’è ancora uno,che ha un’arte straordinaria.

SERVO II — Dimmi, ti supplico, e chi è?

SERVO I — Lo devo dire?

SERVO II — Certo, per Zeus!

SERVO I — Un salsicciaio sarà, a distruggerlo.

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