Notizie dal crepuscolo

L’avevo visto più volte, a San Frediano.

Seduto su qualche stretto marciapiede, barba e aria nordica, con cartelli stampati – stile titoloni strillati di quotidiani popolari – in lingua inglese, dove si dichiara un pensatore perseguitato in esilio che sta organizzando un crowdfunding.

Oggi mi sono presentato.

Mi stringe la mano e mi parla in inglese.

“Io sono Matthew, cioè Matthias, sono fuggito dalla Svezia”.

Tira fuori dalla tasca una piccola mappa, dove si vede che ha disegnato un percorso che lo porta dalla Svezia in Francia,poi in Spagna e infine in Italia.

Provo a seguire il flusso un po’ confuso, ma nemmeno troppo, dei suoi discorsi. Ha una voce calma e un’espressione molto seria.

“Avevo un’impresa di elettronica, mi sono sempre occupato di comunicazione e di media.

Con quattro dipendenti, di cui dovevo farmi totalmente carico, perché in Svezia è così: erano tutti sulle mie spalle, e a un certo punto non ce l’ho fatta più, ma in Svezia nessuno ti sa rispondere quando poni certe domande.

Ho denunciato su Internet il sistema economico svedese, che si basa tutto sull’inflazione… che bello, dicono, l’inflazione sta aumentando! Mentre ci vorrebbe invece la deflazione, come ho provato a spiegare…”

“Mi hanno ricoverato gli psichiatri, erano ricoveri forzati, mi obbligavano a subire iniezioni. E sono diventato uno zombie, mi hanno distrutto la mente.

Ho conosciuto l’inferno, ho toccato la morte, e non potevo sfuggire, perché erano ricoveri coatti.

Alla fine mi hanno rilasciato, ma hanno continuato a impormi i trattamenti fin dentro casa, l’ultima volta per farmi le iniezioni, la polizia ha sfondato la porta, ed è rimasta rotta per mesi.

E’ allora che ho deciso di andarmene dalla Svezia.

Io mi sento profondamente svedese, ma non accetto il governo del mio paese”.

Gli chiedo dove dorme.

“Ho una piccola tenda, l’ho piazzata lungo le rive dell’Arno.

Io sono cresciuto con l’idea di Firenze come città d’arte, ma ho trovato qui un’altra arte! Non riesco a capire abbastanza l’italiano, ma ho visto che ci sono davvero le statue di Michelangelo.”

Gli chiedo se scrive qualcosa.

Mi fa,

Tu hai già visto la mia pubblicazione?

Tira fuori dalla tasca un fogliettino stampato, intitolato:

“Twilight News

FREEDOM FIGHTER IN EXILE!”

Notizie dal crepuscolo.

Contiene una serie di brevi testi e di aforismi. Mi colpisce questo:

“PARS PRO TOTO” VUOL DIRE PRENDERE UN FRAMMENTO DI QUALCOSA – FALSANDO COSI LA VERITA’ CHE E’ UN TUTTO – LA SCIENZA SPEZZA LE COSE PER SCOPRIRE COSA SONO.”

Gli chiedo posso darti un piccolo contributo?

Mi ringrazia con molta dignità, informandomi – senza lamentarsene – che non capita spesso.

Sull’opuscolo, trovo un indirizzo:

Twitter @the_eng_circle

Vado a vedere:

“Ecco un’altra canzone che ho riscritto per tutti voi lì fuori – nell’etere, o questo “vuoto” nero come la pece dove io ho, in una tasca, tutto ciò che è mio”

I testi che scrive sono assai più confusi dei suoi discorsi dal vivo, ma mettendo insieme le due cose, ci ritrovo un senso.

C’è comunque la sua foto:

e quella della sua piccola casa lungo le sponde dell’Arno:

In quel momento immagino uno sterminato esercito di uomini dotati di libri e mandati e siringhe e contratti e manette e manualetti con tante figurine con i sorrisini inclusivi, che in tutto il pianeta danno la caccia ai Bedlam Boys, che tre secoli fa Thomas D’Urfey aveva cantato:

“Still I sing bonnie boys, bonnie mad boys
Bedlam boys are bonnie,
For they all go bare and they live by the air
And they want no drink nor money”

Canto ancora, bravi ragazzi, bravi ragazzi folli
i ragazzi di Bedlam sono bravi
perché vanno tutti scalzi e vivono d’aria
non vogliono né liquore né denaro

 

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Nei panni di Mamur

L’altro giorno ho raccontato la storia di Jacopo e Mamur, il senegalese che sta per tornare in patria…

Antonino Bonan, il nostro amico meteorologo che da Padova ci segnala nebbia, smog e diserbanti, conosce molto da vicino il mondo della diaspora senegalese; e si è divertito a fantasticare le tappe per cui Mamur è arrivato lla decisione di tornare a casa.

Di Antonino Bonan

Prima fase

Che schifo stare qua in Senegal. Non vedo come potrei migliorare la mia speranza di futuro. Potrei accontentarmi come fanno in tanti, in primis i miei genitori, ma poi scopro che anche loro se avessero potuto… avrebbero preso l’aereo per la Francia.

A me, che sono fortunato, mi han fatto studiare nelle finte scuole alte francofone, sborsando tangenti quasi quotidiane che forse a diploma ottenuto aiuterebbero a farsi una “posizione” in patria, poi darebbero qualche speranza di essere parzialmente riconosciute in Francia.

Ma mica tutti possiamo andare in Francia. Qualche possibilità c’è anche in Italia. L’importante è che lì io trovi qualche aggancio compaesano. Già lo conosco (andavamo a scuola insieme da piccoli), e se è ancora lì malgrado non abbia studiato come me… allora posso farmi anch’io, da quelle parti, un minimo di sicurezza di vita.

Parlano tutti del razzismo. Ma in fondo che cos’è? Una roba che fa incomparabilmente più schifo di quanto non ci faccia il nostro paese? Sì, vabbè, ma che c’entra? Facciamoci le spalle larghe, e ce ne faremo una ragione. Farsi una vita conta ben di più che resistere al vento. Ti fai un riparo, e si campa.

Ho paura che conterà ben di più la nostalgia, che avrà sempre le sue buone ragioni e sotto quel riparo verrà pure lei a tormentarmi. Vabbè, si conviverà.

Mi consolo pensando a quelli che magari non prenderanno l’aereo ma le carovane dei trafficanti usurai. Anzi, è meglio non pensarci. Oppure disprezzarli: vi date in mano alla mala e rischiate la vita!

Ma come si fa?

Siete scemi o criminali da sbattere in prigione, come dice in tv il nostro Primo Ministro dopo la visita del Ministro italiano col suo codazzo di imprenditori della pasta (perchè voi portate via la generazione più attiva del Senegal, mentre l’investitore qualcuno di voi lo farebbe pure lavorare in un pastificio)?

Seconda fase

Mamma che fatica.

Non pensavo fosse così difficile districarsi da questa parte del mondo.

Tutti chiamavano i genitori in patria dipingendo per loro rispetto una situazione migliore, almeno finchè i parenti stessi non chiedevano un aumento delle rimesse… visto che ci si stava sistemando in Europa. Da quei dialoghi, dal Senegal si vedeva poco delle difficoltà. Si riusciva solo a immaginare, cosa fossero il razzismo e le difficoltà “burocratiche”.

Il primo grazie ai racconti degli immigrati in Francia, dove però le tradizioni postcoloniali hanno pur sempre anche un risvolto positivo per noi. Il secondo lo vedevamo come notoriamente assai astruso ma perciò stesso affrontabile: c’è pure in Senegal, in certi casi anche peggiore, e spesso aggirabile con una mazzetta. Dicono che pure in Italia le cose andavano così, almeno fino a quando si stava peggio di oggi, e forse anche dopo…

La fatica l’ho dovuta affrontare inventandomi ambulante abusivo, perchè così fanno vari miei connazionali qui in Italia.

E’ una cosa in un qualche modo sicura, anche se in molti la consideriamo di passaggio prima di un lavoro più pagato e tutelato. La rete dei connazionali è qua pronta, quella dei fornitori cinesi pure. Non è neanche una mafia cattiva, come sarebbe invece quella dei nigeriani (che noi difatti consideriamo un popolo di m…, salvo eccezioni che nemmeno andiamo a cercare). Dobbiamo solo sapere dove andare a vendere e come sfuggire dai vigili.

E poi, ho cominciato a parlare con tutta la varia umanità degli italiani. E’ un mondo. Ognuno ha le sue ragioni, perfino chi ci bestemmia dietro tutte le possibili divinità e tutte le possibili stupidaggini. Perfino chi lo fa per semplice completa ignoranza.

Di fronte a tutti, ho imparato ad essere cortese comunque.

Non solo per vendere. Anche per capire davvero con chi ho a che fare. Fatica immane, pure questa: ogni persona è diversa, anche se i luoghi comuni magari sono sempre i soliti… Ho capito che non la posso affrontare, derubricando tutto a odio insensato o ignoranza. Solo che… ancora non ce l’ho fatta, a capire il perchè ce l’abbiano con noi.

Terza fase

Più di qualcuno sta iniziando a cogliere la mia cortesia, e anche il mio desiderio di trovare una sistemazione più canonica per la vita qui in Italia.

Stanno pensando a me, finalmente, come a una persona che cerca di campare onestamente. Lo vedo perchè, tra i luoghi comuni che sento, ce n’è uno che mi garba almeno un po’: mi dicono “ma tu non sei come gli altri tuoi simili, quindi ti posso anche apprezzare”. Taluni ci aggiungono anche roba tipo “ma perchè non torni al tuo paese, per dire anche agli altri che non si deve venir qua a delinquere?”

A questi ultimi, mi pare quasi di dover spiegare il mio percorso, ma vedo che è meglio lasciar perdere: non capirebbero. Tantomeno capirebbero, che di percorsi come il mio (o magari anche molto diversi, con vari gradi non disprezzabili di dignità) ce ne sono talmente tanti… da smontare ogni assurda generalizzazione.

In questo contesto morale, vedo formarsi anche un mio gruzzoletto con le rimesse e i risparmi. Mettendoli insieme, ricostruisco economicamente un contesto familiare. In Senegal, che culturalmente e soprattutto per gli affetti considero ancora oggi più mio dell’Italia.

Ma per oggi è solo un progetto. Intanto, un lavoro fisso non lo trovo facilmente. Ancor più, per il fatto che a cercarlo bene… dovrei lasciare la vendita come ambulante. Oppure entrare nella lotteria di chi prova ad ottenere una licenza, che chi vince poi deve pagarci una caterva di tasse…

Quarta fase

Ormai non sento più quasi nessun italiano, che mi parli come ad una persona e non come ad un immigrato. Ma se mi vedete qui da parecchi anni! Chi mi tratta bene, dice che capisce tutto. Ma va! Chi mi tratta male, è meglio fingere di non curarsene. Chi mi tratta “medio”, insiste a dire che non sono come gli altri immigrati.

Quest’ultima voce è tanto maggioritaria (o come tale rintrona ormai nella mia testa), che comincio a pensare sia la più fondata. E mi chiedo il perchè.

Fatico a trovare i motivi, ma qualcosa riesco a raggranellare anche da questo punto di vista. Basta fare nella propria testa un collage di quel che la gente e i media di vario tipo dicono.

Sarà una mia autodifesa psicologica, ma quel collage… prende la forma di una spirale, che si centra sulla mia persona. Vi trovo anche delle giustificazioni per le mie scelte di vita. Giustificazioni che nemmeno pensavo di avere. Me ne sento gratificato. Sì, sono migliore. Sì, molti degli altri (tutti? non me la sento di dirlo, ma non lo escludo, almeno per quelli che non sono miei amici) non sono sulla retta via. Non lo dico in giro, perchè la modestia la insegna pure il Corano. Ma dentro di me ho cominciato a pensare così.

Ho pure scoperto che altri come me pensano allo stesso modo.

Sono quelli che si sono sistemati qui in Italia, o quelli che almeno han cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel psicologico della condizione di immigrato. I primi sono anche quelli che meglio sanno spiegare le cose, magari perchè hanno accesso alla cultura (mandano i figli a scuola e parlano abitualmente con gli altri genitori, ad esempio). I secondi (e io sono nella categoria) vedono i primi come una fonte attendibile.

E’ così che ho interiorizzato un’idea: siamo veramente troppi, immigrati, in Italia.

E’ ora di mettere un freno. Se arriva il mondo (e arriva, lo dicono tutti), cade qualsiasi sogno. Anche quello di chi, essendo arrivato prima, aveva pure iniziato a intravederne la realizzazione.

E’ il momento per me di farmi una domanda: sto qui a rischiar di veder cadere il mio sogno, o senza aspettare oltre vado dove pensavo a realizzare la parte che finora mi sono costruito? Mi sono dato una risposta, e mi accingo a intraprendere la mia quinta fase, sperabilmente da “ex immigrato”.

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Quando non potremo più essere amici

Guardiamo i Carpazi innevati, nella notte.

Jacopo viene dalla periferia di Firenze (ma il nonno era sanfredianino).

Ogni tanto fa le grigliate assieme agli amici, che sono una congrega mista di fiorentini dall’insulto facile (temo che siano molto più vicini ai Rossi che ai Bianchi), di figli di marocchini e di figli di meridionali.

Tra di loro si divertono a chiamarsi, “marocchino di m…!” “italiano del c….!”, e per questo si vogliono ancora più bene.

Quando partono, chiamano anche Mamur, un senegalese gigantesco che vende carabattole davanti a un bar.

Mamur mette le sue robe al sicuro da un negoziante italiano amico, e parte con la comitiva, con la sua birra e il pollo, per non rischiare di contaminarsi con il maiale.

Un paio di anni fa, Mamur ha salutato Jacopo, abbracciandolo forte e facendogli un discorso serio.

“Ho messo da parte un po’ di soldi, adesso posso tornare in Senegal. Ma è il momento giusto, perché io e te non potremo più essere amici.

Stanno per arrivare in tanti, tanti dall’Africa, e nulla sarà come prima”.

Mamur ha capito di più dell’antropologia di tanti laureati.

 

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La Madonna Madre di Storie

Al monastero di Sâmbăta, in Transilvania, improvvisamente, mi viene in mente che forse sia un errore pensare al cristianesimo sopratutto come un presunto “messaggio” oppure (in contrasto) una “teologia”.

Il cristianesimo è sempre stato un racconto per quasi tutti i fedeli.

Adamo ed Eva a spasso nel giardino,

Noè sulla barca con gli animali,

il bue e l’asinello e tre re con oro, incenso e mirra,

Ma sono storie anche la creazione in sette giorni o i cherubini con quattro facce e quattro ali o la Meretrice di Babilonia o la Gerusalemme Celeste;

o i diavoli irosi e lussuriosi che torturano i peccatori tra le fiamme e lo scorrere del sangue;

o San Giorgio con la sua lancia che trafigge il drago;

o San Nicola da Tolentino che era vegetariano e quando gli diedero un pollo arrosto gli fece sopra il segno della croce e l’uccello volò via dalla finestra.

E storia delle storie, c’è una mamma che stringe tra le braccia un bambino.

Ciascuna di queste storie è già completa così.

Ccolpisce qualcosa di profondo e inspiegabile dentro di noi, soprattutto se aiutata da immagini (e magari con un po’ di canto e incenso, che viene anche meglio).

Poi se uno vuole pure tirarne fuori un “messaggio” o una “teologia” o qualunque altra cosa, fa parte del gioco, ma mica è l’essenziale.

Ecco, la Madonna Acqua Madre di Storie, incinta di Cielo, che ci disseta tutti:


E un bambino dalla barba nera ascolta le storie e vi medita, che non significa farne astrazioni:

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Transilvania

Appena tornato da una settimana in Transilvania – vedo che si parla di questa regione tra i commenti al post precedente.

Ho troppo da fare per scrivere un post, ma vi do almeno un’àncora a cui attaccare i vostri prossimi commenti.

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Santo delle acque

Ieri, l’Arno, di solito tristemente puzzolente, ha ripreso a vivere.

Con un rumore violento, trascinava con sé tronchi interi, che scomparivano tra i vortici che lanciava gioiosamente in aria

e sembrava per un momento di vedere tutta la storia del mondo, gli eserciti furiosi e i giovani ambiziosi di tutti i secoli che si lanciavano a capofitto per venire in un istante travolti e trasformati in qualcos’altro, di irriconoscibile.

E proprio stasera, nella chiesa dove sembra che dentro scorra il fiume, si è celebrata la festa di San Frediano che con il suo piccolo bastone, deciso, deviò le acque del Serchio, e attraverò pure l’Arno a piedi per andare su a San Miniato.

Nella notte famosa del novembre del 1966, quando tutto il centro di Firenze fu sommerso, il parroco mise sulla gradinata una fila di candele a sfidare l’Arno, e mentre il fiume invadeva tutte le strade accanto, si pregava dentro la chiesa, e non fu toccata dalle acque.

A vedermi in chiesa oggi, una ragazzina rimane così stupita che quasi le cade l’ostia dalla bocca, e le spiego che son lì per il santo.

Nella chiesa, oggi c’era il parroco polacco e attorno il piccolo popolo a cantare, stonando solennemente:

“O verde germoglio di Iesse,
con lodi noi ti celebriamo;
rifulse la luce ai lucchesi
del santo Pastore Frediano.

Cantiamo qui lieti un cantico
si canti a gloria di Dio:
o terra Toscana rallegrati:
conosci un uomo santissimo.

Un grande macigno egli sposta: nessun
cavapietre lo smuove;
Frediano vi fonda una chiesa
assieme ai chierici suoi.

L’alveo del Serchio si gonfia,
inonda la piana lucchese:
distrugge la terra e i suoi frutti:
le genti costringe alla fame.

Frediano, impugni il rastrello, scavando,
implori il Signore:
di freonte alle genti stupite
il fiume muta il suo corso”.

 

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La morte dell’Ultima Gatta

Ciò che segue non è solo il racconto di una mattinata, è la descrizione di una visione intera del mondo.

Stamattina mi chiamano, per dire che l’Ultima Gatta del Giardino è morta.

L’ha trovata Sincero, mentre ripuliva tutto il giardino e curava l’orto, e l’ha messa su di una sedia, dentro una camicia rimediata chi sa dove, e con sopra un ombrello, solo la faccina fuori…

“l’ho trovata con gli occhi aperti, porina!”

Mi chiama la Laura, che è la moglie di Fabrizio, il nostro candidato a sindaco cui i Rossi (che non sono quelli politici) avevano spaccato un gran numero di costole all’ultimo giohino del Calcio Storico, ma il Vallero rimbalza sempre.

Siamo nell’Ardiglione, la strana viuzza che dal 1300 non è mai cambiata, e che fa una elle: è in realtà un dardiglione, la fibbia di una cintura, e su un muro c’è lo Spirito Santo che scende in picchiata sul nostro rione, proprio sopra la botteghe dove le ragazze mi hanno fatto vedere il Della Robbia che stavano restaurando.

Tiriamo giù Annie, che insegna letteratura francese, e suo marito, e seppelliamo la gatta.

“Aveva diciassette anni, ma aveva una fibra! E’ sopravvissuta a tutte le altre! Ma ha fatto la vita che voleva…”

Dormiva, la gatta, in una piccola buca, una sorta di presa d’aria esattamente sotto la cappella dov’è sepolto Sant’Andrea Corsini – i carmelitani la notte rubarono il suo cadavere ai fiesolani, che li inseguirono nella notte, ma riuscirono a portarlo da noi, e lì ancora sta;

e c’è un incredibile altorilievo di marmo, con la zampa di un cavallo che esce fuori dal muro, che celebra come il nostro Santo apparve in cielo con la spada in mano per guidare i fiorentini alla vittoria di Anghiari contro i milanesi.

L’immagine non rende la sconvolgente tridimensionalità dell’opera

Seppelliamo l’Ultima Gatta.

Vicino al Platano?

Il Platano i cui rami nelle notti ventose avevano tolto le tegole dal tetto dalla casa dove vive la piccola donna che ha dedicato la sua vita ai poeti greci (quasi piangevo a vedere la sua collezione di testi, a sentirla parlare dei miei poeti).

Il Platano però ha radici in superficie, che non vorremmo tagliare.

Andiamo allora al Tasso.

Sempre verde e sempre oscuro, che getta radici dentro se stesso.

Il Tasso è notte e morte e veleno e bellezza, e sotto, nessuna pianta osa crescere.

Il Tasso dell’antica Europa, con i suoi rami così bassi (vogliono scendere, toccare terra), cresce accanto al Cipresso persiano sottile come una matita, e che si lancia verso il cielo senza mai sbilanciarsi.

E molto vicino, c’era un alberetto piccolo, su cui i bambini amavano arrampicarsi, e che fu tagliato in pochi attimi da un poveretto albanese mandato dal Privato, e a cinque, sei anni, ci penso ancora con una rabbia che mi sconvolge, perché ho visto fare tutto, e non sono riuscito a fermarlo…

Il Privato voleva ammazzare il Tasso, proprio come aveva ammazzato un altro cipresso. E per salvarlo, ci siamo trovati in guerre che nemmeno ci aspettavamo, ma ci siamo riusciti, il Tasso è vivo.

L’unica divisione sensata della specie umana è tra quelli che vogliono ammazzare i tassi, e quelli che li difendono.

Piede sull’asta della vanga, rifletto sul significato di privato, che non descrive il signore in questione: ci dice soltanto che noi tutti siamo stati privati di qualcosa. Terra privata, negata, obliterata.

Non esistono “i Privati”.

Esistono i Privanti.

Più tardi oggi il Nanni che addestra la squadra di calcio (stranissima squadra tutta volontaria che in tre anni ha svuotato le squadre a pagamento, ma è un’altra storia) porterà un gruppo di bambini al giardino e sotto la leggera pioggia, indicherà il muro che il Privante ha eretto in mezzo al giardino, e le auto parcheggiate su pezzi di giardino venduti a 50.000 l’euro l’uno, e Nanni dirà alla Maria bionda e dallo sguardo intenso, e che avrà sette anni,

“Un giorno verrai a questo giardino e dirai, qui tanti tanti anni fa, ho imparato a giocare a calcio con il Nanni, e per difendere questo bene comune, mi incatenerò al Tasso!”

Tra le radici del Tasso, ci sono cocci vecchi di qualche secolo, terra morbida, pezzi di cemento scagliati lì dal Privante in uno dei suoi delitti, sottilissimi fili di radice.

E poi tocco una radice vera, la scortico un po’ e mi metto paura.

Il marito dell’Annie mette delicatamente un DVD vicino al naso della gatta, per controllare se per caso respira. Le tocca le zampe, e mi spiega che prima diventano dure e poi si ammorbidiscono di nuovo: “non deve esser morta da molte ore”.

Ci chiediamo, quanto sarà lunga l’Ultima Gatta?

Quanto spazio vorrà, lei che mangiava esseri viventi, per lasciarsi mangiare dal Tasso, dai miliardi e miliardi di piccoli esseri viventi che si annidano tra le radici del Velenoso?

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Mondeggi vince

Rubo per intero un articolo da Comune.info, su un tema che mi sta particolarmente a cuore.

Mondeggi vince il processo

Mondeggi Bene Comune

08 Novembre 2019

L’accusa era quella di aver occupato una terra abbandonata e lasciata per anni al massimo degrado per poterla poi svendere a chi doveva realizzare la solita speculazione. Il pubblico ministero ci aveva aggiunto, bontà sua, il furto di acqua ed elettricità, mentre la Città metropolitana di Firenze, costituasi parte civile, aveva chiesto 77 mila euro di danni, più – fatto particolarmente significativo – altri 50 mila per aver recato danni all’immagine dell’Istituzione. Gli imputati, i 17 partecipanti al presidio della nota Fattoria Senza Padroni di Mondeggi, coltivando la terra e recuperando un bene pubblico alla sua funzione sociale e all’utilizzo comunitario, avrebbero dunque leso il buon nome dell’ex Provincia di Firenze e del Comune di Bagno a Ripoli. Nella sentenza di oggi, 8 novembre, il Tribunale ha deciso invece per la piena assoluzione degli imputati, perché “il fatto non sussiste”. Una sentenza esemplare, per una volta, che restituisce speranza e allegria a chi lavora una terra libera in una tenuta con una gestione comunitaria e ci aiuta, anche in questa occasione, a non confondere la giustizia e l’interesse di tutti con la presunta e astratta legalità che copre i bassi interessi speculativi di qualcuno e, nella migliore delle ipotesi, il disinteresse per i beni comuni

Mondeggi bene comune è una comunità che si contrappone al tentativo di svendita della tenuta di Mondeggi, attraverso un progetto di agricoltura contadina, gestione comunitaria e condivisione dei saperi. L’autogoverno che pratichiamo si ispira ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Ci siamo riappropriati collettivamente della terra nel giugno 2014, dopo anni di degrado e abbandono, fatto che ci ha portato molto rapidamente nelle aule dei tribunali.

Il processo

Oggi 8/11/19 si è svolta l’udienza che sanciva la sentenza di primo grado del processo per occupazione e furto di elettricità e d’acqua, i cui imputati erano 17 presidianti del progetto Mondeggi bene comune.

Il pm aveva chiesto 1 anno e due mesi di pena e 1000 euro di multa per ciascuno degli imputati, a cui si sommano le richieste della Città metropolitana, costituitasi parte civile, di 77.000 euro di danni, di cui 50.000 per danno di immagine. Il dispositivo della sentenza di oggi prevede la piena assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste“.

Alcune valutazioni

Abbiamo sempre avuto chiaro che le nostre azioni sono perseguibili e che i nostri intenti ci pongono al di fuori della legalità, che abbiamo deciso di sfidare apertamente con l’occupazione. Tuttavia la sentenza di oggi ribadisce la legittimità delle nostre aspirazioni e nega le
bizzarre richieste risarcitorie della Città metropolitana
. Infatti
l’amministrazione pubblica non ha fatto altro che depauperare – con il suo abbandono – un bene pubblico, con un’azienda che ha accumulato debiti di 1,5 milioni di euro fino a fallire, lasciando la terra in stato di degrado, per poi cercare di svenderla a cifre sempre più irrisorie; e che infine chiede i danni alle uniche persone che si sono concretamente occupate del futuro di Mondeggi, mettendo in gioco la propria vita.
La vittoria di oggi – ottenuta nell’aula di un tribunale – non fa altro che rafforzare le nostre convinzioni ed aumentare la nostra determinazione per raggiungere il nostro obiettivo.
Continueremo a lavorare la terra, per renderla fruibile a chiunque se ne voglia assumere la responsabilità, coltivando relazioni sul territorio per far crescere la nostra comunità, attraversata già da centinaia di persone.

Continueremo a batterci per l’agroecologia e la riappropriazione della terra, a fianco di tutti coloro che contestano il modello delle grandi opere e delle nocività, dell’agroindustria e dell’estrattivismo, dell’atomizzazione sociale e dell’individualismo. Ci fa piacere immaginare , con questa piccola grande vittoria, di facilitare un po’ altri processi di riappropriazione dei beni pubblici in stato di abbandono. Sia quelli già in essere che quelli che potrebbero avviarsi in ogni territorio. In particolar modo per l’accesso alla terra.
Una sentenza che crea un importante precedente.

Il comitato di Mondeggi Bene Comune-Fattoria Senza Padroni

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