L’effetto Seneca e le prostitute a Firenze

Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa lentezza con cui si produce e, invece, l’incremento è graduale, la rovina precipitosa.”
Lucio Anneo Seneca, Lettera a Lucilio, n. 91

Qualche anno fa, Ugo Bardi, docente di chimica all’Università di Firenze, assieme ad alcuni collaboratori, lanciò una di quelle idee geniali che gettano luce su una vasta quantità di fenomeni.

Ugo è uno scienziato di quelli seri, che però ha una vasta conoscenza del mondo classico e dei testi latini e greci, non ha i paralizzanti pregiudizi politici che rendono banali le menti migliori, è decisamente toscano (è nato in Oltrarno) ma anche un poliglotta che scrive in perfetto inglese, peraltro con un sano senso dell’umorismo, e possiede una notevole capacità di divulgazione.

L’Effetto, Curva o Dirupo di Seneca è un concetto semplice:

Non vi capita mai, di tanto in tanto, di trovare qualcosa che sembra avere molto senso ma non sapete dire esattamente perché? Per lungo tempo ho avuto in mente l’idea che quando le cose cominciano ad andar male, vanno male alla svelta. Potremmo chiamare questa tendenza “Effetto Seneca” o il “dirupo di Seneca”, dallo scritto di Lucio Anneo Seneca che scrisse che “l’incremento è graduale, la rovina precipitosa”.

L’applicazione primaria è al rapporto tra risorse, economia e inquinamento, ma il meccanismo va molto oltre.

Negli anni, questo concetto si è andato sviluppando, grazie anche a un gruppo di ricercatori che si è messo a studiare come funziona l’Effetto Seneca in termini matematici, storici, ecologici, demografici, climatici e fisici. La maggior parte di queste riflessioni si svolgono in inglese sul blog Cassandra’s Legacy, ma si trova qualcosa anche in italiano sui vari altri blog che Ugo cura.

Insomma, la Curva di Seneca ha questo aspetto:

SenecaBriteLa curva di Seneca ci aiuta a cogliere il ritmo sottostante a cose di cui sentiamo parlare confusamente, a partire dalla crisi climatica.

Tutto questo per introdurre una mia riflessione.

La città in cui vivo è cresciuta nel tempo: per semplificare, possiamo immaginare l’aumento contemporaneo di popolazione, risorse, comodità, istruzione, aspettativa di vita come un’unica linea, simile a quella che si vede a sinistra nello schema: è la linea della città.

Ma la città è tenuta insieme da regole. Che all’inizio erano molto semplici, poi ognuna di queste regole è stata ridefinita. Un po’ perché sorgono nuove situazioni, un po’ perché fatta la legge, trovato l’inganno e un po’ perché un tizio pagato per scrivere regole passa otto ore al giorno da quando è stato assunto finché va in pensione proprio a scrivere regole.

Aggiungiamo poi, ovviamente, le regole sovraordinate: ad esempio le leggi nazionali; ma anche quelle subordinate, come le tabelle degli orari degli autobus.

Gli esseri umani, a tutti i livelli, seguono le regole, insomma sono le regole che comandano.

Anche le regole seguono un proprio percorso ascendente, più o meno parallelo a quello della città.

Ora, immaginiamo che la Linea della Città tocchi l’apice e inizi a declinare.

Non c’è il botto, anche perché il mondo è interconnesso, e se l’Egitto va a rotoli, la mia città ci guadagna in turisti (ma anche in rifiuti non riciclabili e residenti in fuga).

Semplicemente, aumenta il traffico, salgono i livelli di inquinamento, nelle aule gli alunni passano in media da 22 a 23, diminuisce magari di poco l’aspettativa di vita, non si trovano più spazi dove scaricare i rifiuti.

Si torna apparentemente indietro, ma non si tratta soltanto di “vivere come quarant’anni fa”, perché alcune cose – a partire dalla plastica nell’acqua ad esempio – allora non c’erano.

Ogni cittadino si trova di fronte a piccole difficoltà nuove.

Cose minuscole, che però si sommano: rispetto all’anno scorso, deve fare un chilometro in più su un autobus che fa due corse in meno di prima, per avere un’analisi medica con un ticket che costa due euro in più, e quando torna a casa trova che non riesce a entrare nel portone, perché qualcuno ha parcheggiato davanti approfittando del fatto che hanno tagliato di un’unità il numero di vigili nel quartiere.

E’ un tema che ho trattato qui cinque anni fa, interessante notare come la parte propositiva di cui parlo all’inizio – i tablet per tutti – non si sia affatto realizzata, mentre per quanto riguarda le adozioni a distanza, credo che non si facciano proprio più.

Affrontare una situazione di declino richiederebbe un intervento deciso, che permetterebbe una discesa controllata lungo il crinale destro del grafico.

Chiaramente nessun candidato oserebbe mai dire, “scendiamo insieme, alla fine del mio mandato starete peggio di oggi, ma non troppo” perché lo voteremmo solo io e Ugo, e questo è già un problema.

Ma per avere una discesa controllata, bisognerebbe smantellare e rifare ad una la maggior parte delle regole ideate per seguire un percorso ascendente. Però sono le regole a comandare sulle persone, e ogni regola è presidiata da un interesse di qualche tipo, spesso in grado di smuovere studi legali.

Si può pure essere d’accordo che esista un problema globale, ma…

“Il cambiamento climatico non è certo dovuto solo al mio impianto di aria condizionata che ho comprato regolarmente, eccoti lo scontrino se non ci credi, e poi ho il diritto umano al fresco d’estate! E poi ve la prendete sempre con noi poveracci che lavoriamo, ai ricchi non gli dite niente?”

Ma il declino significa anche meno risorse economiche per le istituzioni che dovrebbero governare il declino, e quindi meno forza per modificare le regole.

Ogni figura istituzionale, dall’ultimo vigile al Presidente del Consiglio, si trova quindi praticamente paralizzato. E l’impossibilità di governare la discesa ovviamente  rende molto più veloce la discesa stessa. E’ uno dei fattori che contribuiscono decisamente all’Effetto Seneca.

Ma è esattamente nel momento di crisi –  cioè quando si passa il crinale dalla sinistra alla destra del grafico – che la gente sente più bisogno delle istituzioni.

Quindi le istituzioni reagiscono in due modi.

Da una parte, tutelandosi con quantità sempre crescenti di nastro bianco e rosso per chiudere ciò che è pericolante, riparandosi dietro un muro di assicurazioni, evitando di firmare qualunque cosa possa metterli nei guai.

nastroDall’altra, mandando segnali sempre più rumorosi e mediatizzati nei pochi campi in cui possono davvero intervenire: leggi contro i saluti romani su Facebook, decreti contro i lavavetri o improbabili gride contro la prostituzione nelle strade, insomma tutto quel mondo pittoresco che giorno per giorno vediamo sui siti dei quotidiani.

Cose che riescono a sembrare importantissime, perché creano subito schieramenti contrapposti e una grande eccitazione generale, trascurando il fatto che ben poche delle sempre meno vigilesse fiorentine oseranno affrontare magnaccia armati di coltelli alle tre di notte.

Il punto non è se certe misure o proposte siano giuste o sbagliate; è che sono tutto ciò che un politico oggi può fare.

Però così tutti finiscono per distrarsi ancora di più, rendendo ancora meno facile adattarsi al declino.

“All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa/ e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora”

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Scontri di civiltà

L’altro ieri, il figlio di Anila ha cominciato la prima elementare.

Anila è molto orgogliosa di essere nata in piena campagna albanese, e si esalta ogni volta che vede una zappa. Mentre cura il nostro orto, spiega entusiasta, “questa è la vera ginnastica!”

Venerdì ha vestito il suo figliolo cinquenne in giacca e cravatta e l’ha fornito di un mazzo di fiori da regalare alla maestra, che la scuola è una cosa seria.

Insomma, Anila è la solita straniera che pretende di fare a modo sue e non sa adeguarsi ai Nostri Valori.

Quest’estate, abbiamo visto come, mentre gli autoctoni scappano dal quartiere, gli stranieri restano per forza di cose, sorbendosi un caldo così devastante che una nostra amica filippina si lamentava di non aver mai sofferto nulla di simile.

Così un giorno, al giardino, ecco chi c’era:

facebook_1501709474904Da sinistra a destra… Senegal, Albania, Giappone, Pakistan, Sardegna, Egitto, Macedonia, India, Palestina.

A pochi metri da lì, mi ferma per strada un giovane alto e robusto, con le incisioni sulle guance da nigeriano. Un po’ vuole chiedere l’elemosina, soprattutto si vuole sfogare. Si chiama, pare Festos – gli chiedo due volte il nome, che non sembra né cristiano, né musulmano né africano.

Racconta dello sfacelo del suo paese, mi fa vedere i segni sulla pancia delle torture che ha subito in Libia, mi racconta di come non riesce a trovare lavoro e non sa come andrà a finire con i documenti e dice che vorrebbe tornare in Nigeria, in questa Italia c’è solo disperazione.

Qual è la differenza, in fondo, tra lui e le nostre?

Non è una questione di riconoscimento legale – non escludo che qualcuna delle donne che compaiono nelle foto sopra sia attualmente clandestina in senso giuridico. Tante lo sono state, ma mica si vede. E di certo, noi non si denuncia.

Non è questione di colore della pelle o di religione, due qualità che Festos avrà in comune con una o più delle nostre.

Non è conoscenza della lingua. Nella foto non compare la mamma Sikh, che parla solo punjabi ed è molto amica dell’egiziana: “come fate a essere così amiche?” chiediamo all’egiziana, e lei risponde, “parliamo con il cuore, non servono parole!”

E poi mi rendo conto che è proprio la domanda che è sbagliata.

Noi pensiamo sempre a qualità astratte – il diritto, la lingua, il grado di istruzione; oppure a qualità individuali – persona simpatica o antipatica, stupida o intelligente, ad esempio.

Però nessuno di noi esiste senza un contesto.

Siamo l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, le parole che apprendiamo dagli avi, il nostro sguardo sul paesaggio, i suoni che sentiamo e le persone, gli animali, le cose con cui conviviamo.

Le nostre sono nostre perché sono nostre.

Non è uno scioglilingua.

Sono state modellate anche dal fatto di condividere un luogo che possono vedere e in qualche modo trasformare, di incontrarsi tutti i giorni, di stabilire piccole relazioni di fiducia con un numero limitato di persone – l’antropologo inglese Robin Dunbar diceva che possiamo legarci in modo significativo a non più di 150 esseri umani.

Ma non si tratta solo degli esseri umani.

Il contesto è dato da ciò che William Morris chiamava la bellezza:

“La bellezza, che è ciò che si intende con l’arte, adoperando il termine nel senso più ampio, io ritengo, non è un mero accidente della vita umana, che le persone possono prendere o lasciare a scelta, ma una vera e propria necessità vitale.”

Festos forse aveva una comunità significativa in Nigeria – a credergli, suo fratello sarebbe stato ucciso da Boko Haram, e comunque posso immaginare che le condizioni che permettevano alla sua comunità di sopravvivere siano finite.

Oggi, Festos è uno degli infiniti frammenti di nessuno che galleggiano sulle onde in tempesta del mondo. Non diversamente dai pendolari autoctoni in fila ai caselli dell’autostrada o soli di fronti ai televisori; soltanto che attorno agli atomi come Festos, si possono accumulare false comunità, fatte tanto da autoctoni terrorizzati e rancorosi, quanto da immigrati reattivi pronti a dare venti coltellate per ogni sguardo diffidente.

Parlare in questi termini suscita sempre reazioni emotive.

Sia in coloro che pensano che i “nostri” siano tali così, per un caso linguistico o per insignificanti parentele; sia anche in coloro che cercano di inventare soluzioni globali a tutti i problemi del pianeta – “aboliamo il razzismo!” “basta con le frontiere!” “aiutiamoli a casa loro!” “espelliamoli tutti!” “mettiamo fuorilegge Casa Pound!” “proibiamo il velo islamico!

Che poi finisce sempre in un coro di “piove, governo ladro!”

“E tu cosa proponi? Parli bene tu, che vivi in Oltrarno!”

Bene, non propongo nessuna soluzione ai problemi del mondo.

Vedo che con una comunità naturale e in un ambiente che corrisponde a certi canoni estetici, certi problemi nemmeno sorgono, quindi non devo risolvere proprio niente.

Mentre altrove, miliardi di dollari, bombe, spese sociali o in polizia, cooperative di sfigati che si dedicano alla integrazione – tutti risolvono ben poco.

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Il quartiere in cool al mondo

Ecco come titolava qualche giorno fa Repubblica:

Il quartiere più “cool” del mondo? E’ Borgo San Frediano a Firenze: lo dice Lonely Planet

Meglio, ci precisano, di Dubai e New York.

A Dubai non ci sono mai stato, ma a New York mi ricordo in effetti che i sacchetti dei rifiuti li buttano direttamente sul marciapiede, da noi li buttano nei cassonetti senza differenziarli, per cui non posso dire che abbiano torto.

Ci si chiede, perché il bisogno di mandare gli hipster a fare in cool proprio da noi?

Sono stradine strette strette, con marciapiedi che due gatti non ci stanno insieme…

1-two-cats-ardiglioneLe facciate saranno pure belle, ma tocca storcere il collo e guardare molto in alto per vederle, e finora non ho mai visto un solo incoolatore alzare lo sguardo dal suo coctèl o dalla sua sniffata, per chiedersi cosa avesse attorno.

L’unica cosa di buono che ha il nostro rione è che ci sono tanti vicoli, in cui si può fare la pipì. Sul marciapiede, esattamente in mezzo alla strada, sul vecchio legno dei portoni, ci sono un sacco di scelte. Tra l’altro, è roba molto maschia, si riconosce subito dall’odore.

L’incoolatore medio ha alcune esigenze semplici, in fondo.

La prima è di alzarsi molto tardi. Tanto se si ha meno di cinquant’anni il lavoro non c’è,  e se ne ha di più, il lavoro non c’è uguale. E se il babbo ha fatto i soldi per me, perché devo fatihare io?

La seconda esigenza è di passare il tempo che gli rimane fino alla sera a curarsi baffi, barba e man bun (in italiano, codino da deficiente), nonché a guardarsi i tatuaggi allo specchio. Cose che richiedono ore e ore di attenta cura e molti soldi, ma tanto pagano babbo e mamma.

Poi l’incoolatore medio deve sbucare fuori di notte, e questo lo capisco, mica siamo tutti animali diurni.

 Ma perché proprio a San Frediano?

Basterebbe inventare il turno di notte al grande centro commerciale dei Gigli.

gigli-fronteI Gigli, così se per percoolare, c’è bisogno del brand di Florence, sono a posto. E ci sono persino i cessi, non c’è bisogno di fare la pipì proprio sul portone di casa di qualcuno.

Si ficcano tutti gli hipster lì dentro con tutte le dosi di quello che gli pare e pomata per barba fin che vogliono, e li si lascia andare a dormire appena l’alba minaccia di risbatterli nella tomba, in quel tremendo momento in cui arrivano le sfigate moldave e peruviane e oltrarnine vere che non hanno nessuno che le mantiene  e che devono pulire il vomito e la pipì e far ripartire il centro commerciale in tutta la sua diurna gloria.

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Riassunto di una carriera

Al Festival dell’Unità di Firenze.

Il perfetto riassunto di una carriera.

renzi

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Giudizi contro constatazioni

In questo periodo, abbiamo avuto una fortuna non da poco nel mondo: un bizzarro personaggio che si è fatto eleggere presidente degli Stati Uniti non crede che esista una questione ambientale.

Il bizzarro personaggio in questione è odiatissimo, e quindi tutti quello che lo vorrebbero morto hanno scoperto che esiste appunto una questione ambientale, cosa che noi sapevamo già perfettamente anche prima. Ma meglio così.

Ieri, un mio amico mi ha fatto un’interessante riflessione sulla differenza che c’è tra i problemi veri, e le simpatie e le antipatie che proviamo.

Ambasciatore non porta pena, ve la racconta come la racconta lui, senza censure.

“L’altra sera, alle tre di notte, ho sentito il solito gruppo di gente che sbraitava sotto la finestra di casa mia, uscendo da qualche locale. E siccome non avevano alcuna intenzione di lasciarmi dormire, ed ero troppo addormentato per tirare loro un secchio d’acqua in testa, mi sono messo a pensare.

Basta ascoltare le voci, per capire immediatamente, senza ombra di dubbio, chi sono le persone più odiose che infestano questa città.

Sono i giovani fiorentini, zombie che non si vedono mai di giorno, sbucano fuori molto dopo il tramonto con uno smartphone sempre acceso in mano per illuminare loro la strada, reduci di ore dal parrucchiere e dal tatuatore.

Le voci straniere sono molto di meno: qualche laborioso tunisino, preso dal senso di dovere, che fa il turno di notte per rifornire di cocaina i giovani fiorentini, per il resto niente, non senti nessun accento straniero, nemmeno di Pisa.

Tranne talvolta quello degli studenti americani.

Se mi ricordo bene, ci sono circa quaranta università che scaricano la feccia più ricca degli Stati Uniti su Firenze, dove per un anno gente con il quoziente intellettivo di una tartaruga, gli ormoni – maschili o femminili – di una banda di psicopatici e bionda come il grano marcio, si dedica al consumo dell’alcol e alla produzione di vomito.

Quelli che non senti la notte, sono i turisti. I turisti vengono con passo delicato, non fanno mai casino, la notte dormono, sono tutti curiosi di capire il posto in cui si trovano. E amano Firenze più di noi.

Nessuno di noi ha mai avuto un problema con un turista.

 Ora, avrete capito, credo quali siano le mie simpatie e le mie antipatie.

E adesso passiamo a ragionare sui problemi veri.

I fiorentini, che sono quelli che fanno veramente schifo, siamo noi.

Gli studenti americani sono pochi alla fine, pulito il vomito e raccolta l’immondizia che buttano per strada quando se ne vanno, lasciano il tempo che trovano.

Mentre i quindici milioni di turisti sono il vero, unico, gigantesco problema di questa città, che rischia di distruggerla.”

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Be You, diventa anche tu personabilizzabile!

Il sito di Repubblica Donna ci ricorda che è arrivata l’ora di venderci a noi stessi, e pure in inglese.

C’è everything che tu puoi need per be you, anche la tavoletta, che giustamente non deve mai mancare al momento del bisogno.

E adesso scorrete giù alla seconda immagine, con ingrandimento di un dettaglio che compare nella prima.

personabilizzabile

Infatti, la cosa fondamentale è che tutto ciò è personabilizzabile:

personabilizzabile3

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Genitori italiani

Nella sala d’attesa del dentista.

Una mamma, con un neonato in braccio e una bambina sui due anni e qualcosa. E la nonna.

La bambina, molto vivace e carina, ha un ciuccio in bocca, a cui è attaccata una lunga collana fatta di pezzi di legno decorativi. I capelli sono tutti tirati su in due ciocche molto ordinate, indizio di un notevole impegno da parte di qualcuno.

Il ciuccio le casca per terra, e se lo rimette in bocca. Penso alla cacca di cane che ho da poco pestato con i miei sandali, e ai miei sandali che sono passati più o meno dove è cascato il ciuccio.

“No, no, non lo rimettere in bocca!” dice vanamente la mamma, e poi si giustifica con il mondo, cioè con me che non le avevo chiesto niente, “pazienza, tutti anticorpi!”

Immagino che tra due anni staranno ancora a lacerarsi su come togliere alla bambina la dipendenza dal ciuccio, senza chiedersi chi è che gliel’ha ficcato in bocca prima.

Poi la bambina molla il ciuccio e prende in mano uno smartphone.

Fa finta di parlarci, poi ci digita a caso.

Entra la segretaria del dentista, e la mamma si schermisce con una bella excusatio non petita:

“L’oggetto di perdizione è della nonna, ma la nonna poi se ne torna a casa sua, e non ci sarà più lo smartphone!”

Nessun accenno a chi possa aver ficcato in mano un oggetto del genere alla nonna, che non sembra particolarmente moderna.

La mamma esce dalla sala d’attesa con il bambino piccolo, restiamo solamente io, la nonna e la bambina.

La nonna vede che la sto guardando.

Non le ho mica rivolto la parola, ma sente evidentemente il bisogno di giustificarsi.

“Eh, cominciano già così piccoli!”, dice con aria rassegnata.

Ah ecco, ho capito.

Tutta colpa della bambina.

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La storia delle storie

Si parlava ieri, tra i commenti, di questioni come “scopo della vita”, “morale”, “religione”, “materialismo”.

Nazım Hikmet scrisse un testo che ci parla di un altro modo di vedere il mondo, che se lo leggiamo attentamente, ci dovrebbe cambiare completamente la prospettiva.

Si intitola Masalların Masalı, la “storia delle storie”, dove storia ha il senso, insieme, di racconto e di favola morale (la radice, araba, riporta al concetto di “esempio”). Il titolo non è casuale, perché questo testo in apparenza semplicissimo, in realtà contiene in sé davvero la storia di tutte le storie.

Il testo è stato musicato in anni recenti dal compositore Fazıl Say e cantato da Serenad Bağcan, nella versione che potete ascoltare qui.

Di seguito, traduzione e testo originale.

Il platano, di cui parla il testo, è il grande albero antico che cresce tra i Balcani e l’Iran, e che in farsi si chiama  çanār o çanāl, dove è l’elemento fondante, assieme all’acqua, dei giardini persiani.

La “luce del sole”, nel testo, è una sola parola, di origine araba – şavak – che non ha nulla a che fare con la parola che indica il Sole (güneş), una distinzione importante, ma difficile da rendere in italiano.

 

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua,
io con il platano.
Sull’acqua, compare la nostra immagine.
Quella mia, assieme al platano.
La luce del sole sull’acqua ci colpisce.
Me, assieme al platano.

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua,
io con il platano e anche un gatto.
Sull’acqua, compare la nostra immagine.
Quella mia, assieme al platano,
E quella di un gatto.
La luce del sole sull’acqua ci colpisce.
Me, assieme al platano, e a un gatto.

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua,
Il platano, io, il gatto e un sole.
Sull’acqua, compare la nostra immagine.
Del platano, la mia, del gatto e di un sole.
La luce del sole sull’acqua ci colpisce.
Il platano, me, il gatto, un sole.

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua,
Il platano, io, il gatto, il sole e anche la nostra vita.
Sull’acqua, compare la nostra immagine.
Del platano, la mia, del gatto, del sole e anche della nostra vita.
La luce del sole sull’acqua ci colpisce.
Il platano, me, il gatto, il sole e anche la nostra vita.

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua,
per primo, se ne va il gatto,
scompare nell’acqua la sua immagine.

Poi me ne andrò io,
scomparirà nell’acqua la mia immagine.

Poi se ne andrà il platano,
scomparirà nell’acqua la sua immagine.

Poi scomparirà l’acqua e resterà il sole.
Poi anche il sole se ne andrà…

Ce ne stiamo sul bordo dell’acqua.
L’acqua è fresca.
Il platano è meraviglioso,
io scrivo una poesia.

Il gatto dormicchia.

Il sole è caldo.

Viviamo con molta gratitudine.

La luce del sole sull’acqua ci colpisce.
Il platano, me, il gatto, il sole e anche la nostra vita.

Su başında durmuşuz, Çınarla ben. suda suretimiz çıkıyor. Çınarla benim. suyun şavkı vuruyor bize, Çınarla bana. şu başında durmuşuz, Çınarla ben, bir de kedi. suda suretimiz çıkıyor, Çınarla benim, bir de kedinin. suyun şavkı vuruyor bize, Çınarla bana, bir de kediye. Su başında durmuşuz, Çınar, ben, kedi, bir de güneş. suda suretimiz çıkıyor, çınarın, benim, kedinin, bir de güneşin. suyun şavkı vuruyor bize, Çınara, bana, kediye, bir de güneşe. Su başında durmuşuz, Çınar, ben, kedi, güneş, bir de ömrümüz. suda suretimiz çıkıyor, çınarın, benim, kedinin, güneşin, bir de Ömrümüzün. Suyun şavkı vuruyor bize, Çınara, bana, kediye, güneşe, bir de Ömrümüze. Su başında durmuşuz önce kedi gidecek, kaybolacak suda sureti. sonra ben gideceğim, kaybolacak suda suretim. sonra çınar gidecek, kaybolacak suda sureti. sonra su gidecek güneş kalacak; sonra o da gidecek… Su başında durmuşuz. su serin. Çınar ulu, ben şiir yazıyorum. kedi uyukluyor güneş sıcak. çok şükür yaşıyoruz. suyun şavkı vuruyor bize Çınara, bana, kediye, güneşe, bir de Ömrümüze…

 

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