Di stranieri e stranieri

Quanto siamo tutti lontani dalla vita, quando parliamo di immigrazione.

Stamattina, ho incontrato Gennaro.

Aveva un’aria insolitamente disordinata, non si era fatto nemmeno la barba. Mentre lui ci tiene parecchio alla sua dignità, e a parte il caffè non ha vizi.

Dovete sapere che Gennaro ha passato gran parte della sua vita in carcere, a partire da quando mandò in ospedale un carabiniere che aveva molestato la sua ragazza.

Gennaro vende papere.

Piccole paperelle di plastica che provengono da una misteriosa fonte napoletana, in bella vista su un espositore che si è fatto costruire apposta per portarselo addosso. E dietro quell’espositore, ci sono un sacco di studi di ingegneria.

La notte, siccome non ha dove dormire, la passa sui treni, e siccome bisogna restare svegli per non farsi beccare dalla polizia o derubare dai compagni di sventura, pensa.

Le idee che vengono in mente a Gennaro sono straordinarie, ha già ricostruito tutta San Frediano: la siepe che andrebbe risistemata, i giochi per i bambini come vanno rifatti, lo spazio per i cani, quali fiori mettere, come fare una statua, in che modo evitare che si rubino le biciclette, come cambiare la pavimentazione, come fare una cucina per i clochard del quartiere, come creare una scuola per giardinieri… Tutto spiegato con una logica e una chiarezza che convincerebbero qualunque architetto, e con dietro una determinazione concreta che farebbe invidia a un imprenditore.

Gennaro mi dice che San Frediano dovrebbe diventare come Secondigliano, dove suo cugino ha messo in piedi un’associazione di ex-carcerati, e mi descrive le periferie mediaticamente più dannate di Napoli, come una “piccola Svizzera”, se butti per terra una cicca, c’è subito un ragazzo che ti si avvicina e ti spiega perché non dovresti farlo.

E ammetto che questa idea, di un gemellaggio, tra Secondigliano e San Frediano, invece che tra Beverly Hills e Firenze, ha un suo fascino.

L’altro giorno, ha fatto una fiera con le sue paperelle a Fiesole.

A un certo punto, è arrivato un temporale, sono scappati tutti sotto una tettoia. E mentre erano lì, quattro zingari hanno rubato tutto. Si sono portati via i soldi di Gennaro e il suo telefonino, ma anche una macchinetta che non ho capito a cosa serviva, ma che era costata quindicimila euro a una ragazza, che se l’era fatta dare per il suo lavoro da suo padre. E Gennaro a darle il consiglio che dà sempre a tutti, “dille la verità”.

“Vedi, Michi, perché non voglio stranieri?“, mi dice Gennaro.

“Ma non sono tutti uguali…”

“Tu parli così perché non hai vissuto come me, che all’Albergo Popolare mi trovavo la notte, con uno di questi stranieri che mi frugava in tasca, e cercava di rubarmi tutto, non ti sei trovato a dormire sui treni, perché questa gente può fare quello che vuole, che gli stranieri li aiutano sempre e gli italiani li lasciano morire di fame! Se facciamo qualcosa in San Frediano, deve essere tricolore!”

Qualche ora dopo, mi chiama Rebecca, che viene dalle Filippine. “Puoi prendere mia figlia a scuola?”, mi chiede.

Rebecca lavora da mattina a sera a fare le pulizie nelle case, suo marito lavora in un bar quando può.

Insieme, mantengono una figlia che sta qui in Italia e ha nove anni.

La ragazzina ha tanti problemi a scuola, non parla né Tagalog né inglese né italiano, è timidissima e silenziosa; ma disegna in modo straordinario, una cosa che non c’entra niente con i disegni che fanno i suoi coetanei, e l’altro giorno mi sono commosso vederla che finalmente giocava con le sue coetanee.

Insieme, Rebecca e suo marito mantengono una famiglia intera che sta nelle Filippine – una nonna che sta morendo di cancro, ma lì si paga tutto, ogni singolo medicinale; una sorella e un fratello che stanno studiando.

“Anche il mio datore di lavoro me lo dice, pensa a te, però forse tu mi puoi capire, la mia famiglia mi ha dato tutto, mi ha voluto tanto bene, come posso tradirla?”

Oggi è un giorno importante per Rebecca, perché deve andare in questura, a chiedere il ricongiungimento familiare con l’altra bambina.

Questa bambina ha sei anni, ma la mamma non la vede da tre anni. Metà della sua vita l’ha passata senza la madre, accanto alla nonna morente. In campagna, e Rebecca cerca di farmi capire le strane piante che crescono nel loro campo.

Rebecca poi mi manda un messaggio, per chiedermi se posso mandare sua figlia con Rossella, la ragazza albanese, che va al catechismo. Che la Chiesa è l’ancora di Rebecca in questo mondo spaventoso.

Tra cinque minuti esco, a prendere la figlia di Rebecca a scuola, e magari mandarla pure a catechismo, ma volevo condividere queste storie di stranieri con voi. Se ci sono errori di ortografia, abbiate pazienza, li correggerò dopo.

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1914-2014, a cento pagine dal Capitolo Uno (1)

Apriamo la prima pagina di un libro di storia.

“Faceva caldo a Parigi, quella mattina di luglio…”

Già da queste righe, sappiamo che il titolo del libro potrebbe essere, Storia della rivoluzione francese, ma non, Vita di Luigi XIV. Poi magari nel secondo capitolo, l’autore farà un salto indietro, fornendoci un po’ di retroscena, ma sempre in vista della Rivoluzione.

Ecco, questo è ciò che chiameremo il Capitolo Uno: la scelta di far partire la storia da un momento preciso e decisivo, ricollegandovi ciò che è successo dopo e spesso anche prima.

Qui lo abbiamo detto più volte – per questo blog, il Capitolo Uno è il 1914, quando ebbe inizio ciò che per vent’anni sarebbe stata chiamata semplicemente la Grande guerra.

E’ un Capitolo Uno a cui non siamo particolarmente abituati. La Grande guerra è in genere una faccenda da secondo capitolo, quello in cui si raccontano i retroscena, che però non sono mai così importanti come il vero punto di partenza della narrazione.

Le appendici alla Grande guerra hanno finito per oscurare le proprie origini, e la mancanza di cattivi dai contorni netti ce ne maschera la natura straordinaria. Abbiamo dimenticato come si odia Cecco Beppe; e un colpo su Google ci rivela questo a proposito di un signore baffuti, responsabile di qualche milione di morti:

 ”Scopri i migliori ristoranti di Lecce – Via Antonio Salandra su mappa: leggi le recensioni, scegli il tuo ristorante preferito e crea il percorso per raggiungerlo!”

Quindi, cosa ce ne facciamo di una montagna immensa di cadaveri, se non possiamo usarli come scusa per avere in antipatia qualcuno?

Ci vuole tempo, probabilmente: a questa distanza, quei pochi che se ne interessano, vedono in Cleopatra o persino nella statue buddhiste del Gandhara, delle appendici al Capitolo Uno della conquista macedone dell’Oriente.

Il Capitolo Uno è una scelta letteraria dell’autore, ma è una scelta che determina tante cose.

Come esempio, e senza approfondire seriamente l’argomento, prendiamo quello che viene rappresentato come lo Scontro tra Oriente e Occidente.

Stiliamo una breve lista di possibili Capitoli Uno, partendo proprio dal capitolo primo delle Storie di Erodoto, che narra di come i mercanti fenici, sbarcati nel porto di Argo, attirarono sulla loro nave le donne curiose di vedere le merci, e poi rapirono Io, la figlia del re.

Ma lo stesso Erodoto ci offre un altro possibilità, quando racconta di come i Greci poi rapirono Europa, la figlia del re di Tiro.

E anche noi possiamo scegliere il nostro Capitolo Uno:

- l’invasione araba della Siria
– l’attacco dei Crociati alla Terrasanta
– l’assedio turco a Vienna
– la spartizione occidentale del Medio Oriente attorno al 1920
– l’attentato dell’11 settembre del 2001.

Porre la Grande guerra come Capitolo Uno vuol dire seguire una serie di catene di causa ed effetto, messe in moto nell’agosto del 1914. La Croazia annessa a forza alla Jugoslavia, la Croazia che si ribella vent’anni dopo, e di nuovo settant’anni dopo…

Ma vorremmo anche cercare di fare qualcosa di più particolare: guardare alla Grande guerra come evento rivoluzionario in sé, il più rivoluzionario di tutto il Novecento: il resto è stato una serie di reazioni.

Però prima ancora, dobbiamo avere una semplice sensazione dell’immensità della Grande guerra.

Basta andare in un qualunque paesino tra la Sicilia e la Scozia. Quattro casette, una piazza, un brutto monumento ai caduti. I cognomi a blocchi, che si ripetono: a volte ci mettono le virgolette e basta:

Porocristi Adelmo
“           Adone
“          Domenico

E la lista dei morti nella Prima è regolarmente molto, molto più lunga di quelli nella Seconda.

La prima volta che ci ho pensato, non era in una piazza, ma in un cimitero pieno di fiori davanti a una chiesetta nel Sudtirolo.

Su una tomba, c’era la foto di un ragazzo che indossava una divisa che non esiste più, morto nella lontana Galizia per il regio-imperiale esercito.

Qualcosa devo anche a lui.

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Ugo Bardi e le volanti della polizia

Dovete sapere che tra i maestri occulti al cui insegnamento attinge questo blog, c’è Ugo Bardi, docente di chimica fisica all’università di Firenze, e curatore di due blog, uno in lingua inglese – Extracted  - e uno in italiano – Effetto Cassandra, dai contenuti molto diversi: quello in inglese è certamente il più curato.

Ugo Bardi, oltre a essere dotato di un notevole senso dell’umorismo (il post più recente è il suo pesce d’aprile), tratta la questione dietro tutte le altre: il futuro prossimo del sistema energivoro su cui si reggono tutte le cose su cui passiamo il nostro tempo a polemizzare.

Un po’ di tempo fa, ho fatto un piccolo commento sul suo blog; Ugo Bardi non solo ha risposto, ma ha anche detto che segue questo blog, proprio Kelebek insomma.

Gli dedico quindi in cambio un aneddoto.

La settimana scorsa, capito per la prima volta al tribunale di Firenze.

La prima cosa che noto è che il palazzo è grande più o meno un terzo di tutto San Frediano, e certo molto più alto delle chiese più alte del nostro quartiere.

Qui, molto più che in Palazzo Vecchio, si decide la vita della città, in un’immensa rete di dispositivi impersonali.

Affisso a una parete, leggo un volantino del sindacato di polizia.

Che spiega che le volanti della polizia, a Firenze, sono state tagliate da 40 a 20.

Ma delle 20 volanti rimaste, solo tre funzionano, e non ci sono i soldi per riparare le altre.

Queste sono le fragili basi concrete su cui si regge tutto il dispositivo-tribunale, perché senza i poliziotti, i magistrati si troverebbero nella situazione del parroco che mette in bacheca le encicliche del Papa per l’istruzione di quattro pensionate.

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La verità turanica sugli avi di Benigni. Con una nota di affumicato

L’ideologia turanica è notevole per la sua capacità di estendersi nello spazio e nel tempo, grazie soprattutto all’indefessa applicazione del metodo goropista.[1]

Tra i popoli più fermamente rivendicati dai turanici, ci sono da sempre gli etruschi.

Questo video, con titoli in inglese, ci rivela tra l’altro il vero nome della città kazakha di Roma (Uq Urum) e viene presentato dal suo creatore con queste parole:

“E’ ora di Riscrivere la Storia  !!! Europa SVEGLIA !!!

I turchi hanno insegnato agli europei come scrivere e a governarsi.

Mar Tirreno = Mar Türkkan”

Di nostro, aggiungiamo la scoperta della Birra Turan di Montefiascone, che gli esperti descrivono così:

“Le note di affumicato sono generose ma per niente invadenti mentre nel finale lungo riemerge l’amaro della luppolatura. L’unica sfumatura, in una vita all’insegna dei contrasti.”

Nota:

[1] Dicesi goropismo il metodo escogitato da Johannes Goropius Becanus, medico di Gorp in Olanda nel Cinquecento, che a forza di giocare con assonanze, dimostrò che tutte le lingue del mondo derivavano dal dialetto di Anversa, che doveva quindi essere la lingua parlata nel giardino dell’Eden.

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Fantasie turaniche con doccia

L’idea che ungheresi e turchi avessero radici comuni si deve, ecumenicamente, a un ebreo dal nome tedesco, Hermann Bamberger, magiarizzato in Ármin Vámbéry, nato in Slovacchia e diventato cittadino ottomano, stipendiato dai servizi britannici e che attraversò l’Asia centrale mascherato da derviscio sunnita.

Dobbiamo a Vámbéry l’uso moderno del nome Turan, e quindi la nascita di quel grande mito di cui ci occupiamo talvolta qui.

Il termine Turan nell’antico Iran indicava vagamente le steppe a nord (da cui proveniva la Turan-dokht, la “figlia di Turan”, nota ai cultori dell’opera lirica). A lungo dimenticato, fu ripreso dal filologo tedesco Max Müller nell’Ottocento, per indicare una presunta famiglia che comprendeva praticamente tutte le lingue asiatiche non indoeuropee né semitiche.

A un secolo dalla morte di Vámbéry, ma senza fare alcun riferimento all’avventuroso fondatore, la Federazione Turanica Ungherese ha creato Kurultáj, un evento che si svolge in Ungheria in cui le “tribù fraterne”, rappresentanti “150 milioni di anime dal bacino dei Carpazi fino in Siberia” si ritrovano in nome dei loro “grandi e riveriti antenati“:

“Per ordine del Cielo: kazak, kirgiz, ozbek, turk, azeri, uygur, bashkir, sakha (yakut), bolgar, magyar, madyar, tatar, turkmen, mongol, chuvash, gagauz, giapponesi sono fratelli Unni.”

Gli organizzatori avvisano che il sito dispone di gabinetti, docce e un parcheggio custodito.

Qui vediamo la gioventù turanica in vacanza estiva. Nella presentazione del video leggiamo (in tedesco), “I figli e le figlie di Attila nel ventunesimo secolo, che Tengri possa indicare loro la via. Amen”.

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Immaginari turchi: l’inverno e la primavera

Come sapete, mi occupo di due cose.

La prima è fare il traduttore, che consiste sostanzialmente nel dire coniugare tradizione e modernità in inglese.

La seconda è l’Oltrarno.

Ogni tanto mi rilasso, girando tra immaginari turanici: il Turan è il grande paese inventato a cavallo dell’Ottocento/Novecento da qualche ottomano inebriato di romanticismo, paralinguistica, laicismo e teosofismo, per dare un senso a quel mistero che è l’Anatolia.

Che comunque un fondamento ce l’ha, nel fatto che esiste un’enorme fascia del mondo in cui si parlano lingue turche, molto simili tra di loro: si parlano persino in quel paese che per un capriccio del destino ha deciso di chiamarsi Turchia.

Anche nella Repubblica Sakha, nella lontanissima Siberia, c’è quindi un mondo turco, mai islamizzato; dove sopravvive qualcosa della cultura originaria di queste genti. Che se la Repubblica Sakha fosse indipendente, sarebbe l’ottavo stato al mondo per estensione.

In questo video yakut, intitolato Sub yer, “acqua-terra” (a Istanbul direbbero su yer), vediamo la dea, forse Yer Ana, che per conto del Signore del Cielo Tengri (i concittadini di Erdoğan ancora chiamano Dio Tanrı) trasforma l’inverno in primavera.

Il turanista che ce lo offre, ci presenta anche uno splendido esempio di quella filologia con cui i nazionalisti turchi rivendicano modestamente il pianeta Terra:

“Sub-Yer …=(Water-Ground) – Siberia
Sum-Yer….= Sumer (Mesopotamian region, Tigris-Euphrates river system)
Su-Meru….= Mount Sumeru (or Meru) at the north pole in the middle of the sea
Su-Jer ……= (Water-Ground), Jersey Island in the English Channel, State of New Jersey in the U.S.)”

Al di là della discutibile filologia, il video è di un gradevole kitsch, la musica è bella ed è comunque vero che ci aiuta a capire perché la sensibilità turca – anche a Istanbul – è così radicalmente diversa da quella araba.

Non sono sicuro, ma credo che tutti i versi di animali che si sentono siano in realtà fatti con voce umana.

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Turchia: il paese dei due volte nati, e l’enclave mobile

“Chi non resterebbe meravigliato da ciò, chi non resterebbe sorpreso / nell’apprendere come il potere di Eros / abbia unito chi viene da diverse razze, portandoli a un’unica fede?”

Epopea di Digenìs Akrìtas, Libro 3, 320-323).

Come avrete letto, il governo turco, alla vigilia delle elezioni di domani, ha messo al bando – dopo Twitter – anche Youtube.

Bisogna sapere che il partito del presidente Erdoğan ha un’enorme presenza nei social media, come documenta il sempre attento Giuseppe Mancini da Istanbul.

Tranquilli quindi, il governo turco non ce l’ha con la civiltà occidentale: non è intervenuto per impedire ai giovani di guardare video porno o leggersi Oriana Fallaci.

All’origine, c’è piuttosto una di quelle storie che solo in Turchia sanno creare.

Esiste un’enclave (o exclave, secondo i punti di vista) turca in Siria, e già questo – per chi come il sottoscritto è andato in pellegrinaggio a Llivia – rende la faccenda interessante.

Solo che questa particolare enclave dovrebbe essere anche l’unica enclave mobile al mondo.

Si tratta del territorio, poco più grande della Città del Vaticano, che circonda la tomba di Süleyman Şah, un avventuriero contemporaneo all’incirca di Federico II, noto soprattutto come nonno di Osman I, fondatore dell’impero ottomano.

L’ambiente di Süleyman Şah, anche se posteriore, era più o meno quello narrato nell’epopea bizantina di Digenìs Akrìtas, cantato e ballato poi per secoli tra i greci del Ponto.

Infatti, Digenìs, come dice il nome, era di “doppia nascita“, il padre essendo un emiro musulmano che dopo aver rapito una donna cristiana – la madre del futuro eroe – si sarebbe convertito al cristianesimo.

Il giovane Digenìs riuscì non solo a uccidere orsi a mani nude e un drago, ma anche a rapire-barra-sposare la figlia di un generale bizantino, che poi tradì con la tosta guerriera Maximou, pagana o forse musulmana (rimediò all’adulterio uccidendo l’amante).

Nell’epopea, un emiro musulmano cede la vittoria a un guerriero cristiano con queste parole: “Ζῆς, νὰ χαίρεσαι, νεώτερε, ἐδικόν σου ἔν’ τὸ νίκος” – “Vivi, e stai bene, giovane, che la vittoria è tua!”. [1] Che esprime meravigliosamente la filosofia su cui è nata quella strana cosa che oggi chiamiamo Turchia.

La cosa interessante è che esiste una speculare narrazione araba di quelle stesse guerre – la storia della guerriera al-Dalhama, letteralmente la Lupa, e di suo figlio dalla pelle nera. Il padre del ragazzo tradirà, facendosi cristiano; ma anche la Lupa aiuterà i nemici bizantini contro i “Franchi” d’Occidente.

In un altro ciclo, l’eroe musulmano Battal sarà salvato da una suora cristiana, che poi sposerà; quando Battal cadrà in battaglia, l’imperatore cristiano Leone gli terrà compagnia fino alla morte, permettendone poi l’onorevole sepoltura.

La dice lunga sui problemi di identità dello Stato che oggi si chiama Turchia, che la repubblica laica che teoricamente rovesciò la dinastia ottomana di Istanbul rivendichi come propria culla la tomba di un sovrano vissuto in Siria, i cui avi venivano dall’attuale Kazakhstan; tanto che Kemal Atatürk volle che quel piccolo spazio restasse turco, pur trovandosi all’epoca in un territorio occupato dai francesi.

Nel 1974, il governo siriano fece costruire una diga che diede origine a un lago, denominato con molta fantasia il Lago Assad. Che avrebbe sommerso l’enclave, se non fosse stata spostata – assieme alla tomba – di un’ottantina di chilometri più a nord.

Enclave, vecchia versione

Enclave, nuova versione

Recentemente, il ministro degli esteri della Turchia, il capo dell’esercito e quello dei servizi segreti si sono riuniti in gran segreto ad Ankara, in un ambiente protetto elettronicamente contro ogni forma di spionaggio.

In questo incontro, hanno detto che finora hanno mandato circa duemila camioni di armi ai ribelli siriani, ma era arrivata l’ora di intervenire direttamente.

E hanno proposto di usare come pretesto un attacco alla tomba di Süleyman Şah. Siccome purtroppo nessuno aveva intenzione di attaccare quella tomba, avrebbero mandato loro stessi alcuni soldati delle forze speciali turche a inscenare un finto attacco. Infine, hanno detto che per questa avventura si poteva contare sulla grande impresa militare, MKE, che esporta in 29 paesi.

Voi sapete che avere la registrazione di colloqui di questo genere è il sogno di tanti. Che so, quella della riunione in cui i vertici militari statunitensi hanno deciso di far finta che in Iraq ci fossero le armi di massa…

Bene, per la prima volta nella storia, i nostri desideri di voyeur sono stati soddisfatti: la registrazione di questa riunione è uscita infatti su Youtube. Nessuno ha smentito l’autenticità del testo, si sono solo scandalizzati per l’attacco alla sicurezza nazionale.

E come nei gialli di Agatha Christie, stanno lì a chiedersi chi ha fatto la spia, e come.

Disclaimer: Trattandosi della Turchia, tutto ciò che avete letto in questo post potrebbe essere falso.

Nota:

[1] Si confessa che si tratta di un copincolla da Wikipedia, dove c’è anche una comoda traduzione in inglese a fianco.

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Vorrei vedere il fuoco luminoso del cielo

Konrad Pickel, latinizzato in Conradus Celtis, nacque in Germania nel 1479, figlio di un vinaio. Studiò e insegnò a Colonia, Buda, Firenze, Padova, Venezia, Ferrara, Cracovia, Dalmazia, Croazia, Praga, Norimberga, Ratisbona, Heidelberg, Vienna. E non è poco, credo.

Teologo, poeta, geografo, conobbe tra altri, Marsilio Ficino e l’imperatore Massimiliano. E raccolse in un’unica opera, la Germania Illustrata, tutto ciò che si sapeva di quella terra.

Conoscevo solo vagamente il nome di Celtis, finché non ne ascoltai per caso un brano, in una raccolta di testi sulla guerra dei contadini del 1525, di cui non viene precisata la provenienza.

In poche parole, Celtis coglieva l’essenza del passaggio di civiltà, del mondo immaginale e anche della Germania, gli innumerevoli conflittuali staterelli, divorati dai vicini e dalla peste, da cui è sorta mezza cultura europea.

L’ho trascritto come l’ho sentito, i germanofoni più provetti mi aiutino con eventuali errori di ortografia, controllando con la bella lettura che si può ascoltare in fondo a questo post.

Conrad Celtis è morto di sifilide, e anche questo ci dice qualcosa sulla piccolezza della nostra incredibile grandezza.

Ich möchte des Himmels leuchtende Feuer schauen, des Meeres und der Erde, des Windes, Nebels und Schnees Herkunft erkennen.

Ich möchte Dich finden, Vater des Alls, durch den die unermessliche Welt gegrundet ist und dessen Wink sie ins Chaos zurück schleudern wird.

Allgegenwärtig durchschwebt der Geist den Weltraum, jeden einzelnen Teil beseelend.

Alles kommt jetzt ans Licht, was Griecher und Lateiner verfasst haben, was am Nil und am Euphrat erstanden ist.

Der Himmel ist erschlossen, die Erde durchforscht, und was in den vier Weltgegenden besteht, kommt ans Licht durch die deutsche Kunst, die mit gedruckten Buchstaben schreiben gelehrt hat.

Vorrei vedere il fuoco luminoso del cielo e conoscere la provenienza del mare e della terra, del vento, della nebbia e della neve.

Vorrei incontrare Te, Padre del Tutto, tramite cui l’incommensurabile mondo è stato fondato e che un Tuo cenno rigetterà nel caos.

Onnipresente, lo Spirito trapassa l’universo, animandone ogni singola parte.

Tutto ora viene alla luce, ciò di cui hanno scritto greci e latini, ciò che è sorto lungo il Nilo e l’Eufrate.

Il cielo si è aperto, la terra è stata esplorata e ciò che si trova ai quattro angoli della terra viene alla luce attraverso l’arte tedesca che ha insegnato a scrivere con lettere impresse.

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