L’altro giorno ho raccontato la storia di Jacopo e Mamur, il senegalese che sta per tornare in patria…
Antonino Bonan, il nostro amico meteorologo che da Padova ci segnala nebbia, smog e diserbanti, conosce molto da vicino il mondo della diaspora senegalese; e si è divertito a fantasticare le tappe per cui Mamur è arrivato lla decisione di tornare a casa.
Di Antonino Bonan
Prima fase
Che schifo stare qua in Senegal. Non vedo come potrei migliorare la mia speranza di futuro. Potrei accontentarmi come fanno in tanti, in primis i miei genitori, ma poi scopro che anche loro se avessero potuto… avrebbero preso l’aereo per la Francia.
A me, che sono fortunato, mi han fatto studiare nelle finte scuole alte francofone, sborsando tangenti quasi quotidiane che forse a diploma ottenuto aiuterebbero a farsi una “posizione” in patria, poi darebbero qualche speranza di essere parzialmente riconosciute in Francia.
Ma mica tutti possiamo andare in Francia. Qualche possibilità c’è anche in Italia. L’importante è che lì io trovi qualche aggancio compaesano. Già lo conosco (andavamo a scuola insieme da piccoli), e se è ancora lì malgrado non abbia studiato come me… allora posso farmi anch’io, da quelle parti, un minimo di sicurezza di vita.
Parlano tutti del razzismo. Ma in fondo che cos’è? Una roba che fa incomparabilmente più schifo di quanto non ci faccia il nostro paese? Sì, vabbè, ma che c’entra? Facciamoci le spalle larghe, e ce ne faremo una ragione. Farsi una vita conta ben di più che resistere al vento. Ti fai un riparo, e si campa.
Ho paura che conterà ben di più la nostalgia, che avrà sempre le sue buone ragioni e sotto quel riparo verrà pure lei a tormentarmi. Vabbè, si conviverà.
Mi consolo pensando a quelli che magari non prenderanno l’aereo ma le carovane dei trafficanti usurai. Anzi, è meglio non pensarci. Oppure disprezzarli: vi date in mano alla mala e rischiate la vita!
Ma come si fa?
Siete scemi o criminali da sbattere in prigione, come dice in tv il nostro Primo Ministro dopo la visita del Ministro italiano col suo codazzo di imprenditori della pasta (perchè voi portate via la generazione più attiva del Senegal, mentre l’investitore qualcuno di voi lo farebbe pure lavorare in un pastificio)?
Seconda fase
Mamma che fatica.
Non pensavo fosse così difficile districarsi da questa parte del mondo.
Tutti chiamavano i genitori in patria dipingendo per loro rispetto una situazione migliore, almeno finchè i parenti stessi non chiedevano un aumento delle rimesse… visto che ci si stava sistemando in Europa. Da quei dialoghi, dal Senegal si vedeva poco delle difficoltà. Si riusciva solo a immaginare, cosa fossero il razzismo e le difficoltà “burocratiche”.
Il primo grazie ai racconti degli immigrati in Francia, dove però le tradizioni postcoloniali hanno pur sempre anche un risvolto positivo per noi. Il secondo lo vedevamo come notoriamente assai astruso ma perciò stesso affrontabile: c’è pure in Senegal, in certi casi anche peggiore, e spesso aggirabile con una mazzetta. Dicono che pure in Italia le cose andavano così, almeno fino a quando si stava peggio di oggi, e forse anche dopo…
La fatica l’ho dovuta affrontare inventandomi ambulante abusivo, perchè così fanno vari miei connazionali qui in Italia.
E’ una cosa in un qualche modo sicura, anche se in molti la consideriamo di passaggio prima di un lavoro più pagato e tutelato. La rete dei connazionali è qua pronta, quella dei fornitori cinesi pure. Non è neanche una mafia cattiva, come sarebbe invece quella dei nigeriani (che noi difatti consideriamo un popolo di m…, salvo eccezioni che nemmeno andiamo a cercare). Dobbiamo solo sapere dove andare a vendere e come sfuggire dai vigili.
E poi, ho cominciato a parlare con tutta la varia umanità degli italiani. E’ un mondo. Ognuno ha le sue ragioni, perfino chi ci bestemmia dietro tutte le possibili divinità e tutte le possibili stupidaggini. Perfino chi lo fa per semplice completa ignoranza.
Di fronte a tutti, ho imparato ad essere cortese comunque.
Non solo per vendere. Anche per capire davvero con chi ho a che fare. Fatica immane, pure questa: ogni persona è diversa, anche se i luoghi comuni magari sono sempre i soliti… Ho capito che non la posso affrontare, derubricando tutto a odio insensato o ignoranza. Solo che… ancora non ce l’ho fatta, a capire il perchè ce l’abbiano con noi.
Terza fase
Più di qualcuno sta iniziando a cogliere la mia cortesia, e anche il mio desiderio di trovare una sistemazione più canonica per la vita qui in Italia.
Stanno pensando a me, finalmente, come a una persona che cerca di campare onestamente. Lo vedo perchè, tra i luoghi comuni che sento, ce n’è uno che mi garba almeno un po’: mi dicono “ma tu non sei come gli altri tuoi simili, quindi ti posso anche apprezzare”. Taluni ci aggiungono anche roba tipo “ma perchè non torni al tuo paese, per dire anche agli altri che non si deve venir qua a delinquere?”
A questi ultimi, mi pare quasi di dover spiegare il mio percorso, ma vedo che è meglio lasciar perdere: non capirebbero. Tantomeno capirebbero, che di percorsi come il mio (o magari anche molto diversi, con vari gradi non disprezzabili di dignità) ce ne sono talmente tanti… da smontare ogni assurda generalizzazione.
In questo contesto morale, vedo formarsi anche un mio gruzzoletto con le rimesse e i risparmi. Mettendoli insieme, ricostruisco economicamente un contesto familiare. In Senegal, che culturalmente e soprattutto per gli affetti considero ancora oggi più mio dell’Italia.
Ma per oggi è solo un progetto. Intanto, un lavoro fisso non lo trovo facilmente. Ancor più, per il fatto che a cercarlo bene… dovrei lasciare la vendita come ambulante. Oppure entrare nella lotteria di chi prova ad ottenere una licenza, che chi vince poi deve pagarci una caterva di tasse…
Quarta fase
Ormai non sento più quasi nessun italiano, che mi parli come ad una persona e non come ad un immigrato. Ma se mi vedete qui da parecchi anni! Chi mi tratta bene, dice che capisce tutto. Ma va! Chi mi tratta male, è meglio fingere di non curarsene. Chi mi tratta “medio”, insiste a dire che non sono come gli altri immigrati.
Quest’ultima voce è tanto maggioritaria (o come tale rintrona ormai nella mia testa), che comincio a pensare sia la più fondata. E mi chiedo il perchè.
Fatico a trovare i motivi, ma qualcosa riesco a raggranellare anche da questo punto di vista. Basta fare nella propria testa un collage di quel che la gente e i media di vario tipo dicono.
Sarà una mia autodifesa psicologica, ma quel collage… prende la forma di una spirale, che si centra sulla mia persona. Vi trovo anche delle giustificazioni per le mie scelte di vita. Giustificazioni che nemmeno pensavo di avere. Me ne sento gratificato. Sì, sono migliore. Sì, molti degli altri (tutti? non me la sento di dirlo, ma non lo escludo, almeno per quelli che non sono miei amici) non sono sulla retta via. Non lo dico in giro, perchè la modestia la insegna pure il Corano. Ma dentro di me ho cominciato a pensare così.
Ho pure scoperto che altri come me pensano allo stesso modo.
Sono quelli che si sono sistemati qui in Italia, o quelli che almeno han cominciato a vedere la luce in fondo al tunnel psicologico della condizione di immigrato. I primi sono anche quelli che meglio sanno spiegare le cose, magari perchè hanno accesso alla cultura (mandano i figli a scuola e parlano abitualmente con gli altri genitori, ad esempio). I secondi (e io sono nella categoria) vedono i primi come una fonte attendibile.
E’ così che ho interiorizzato un’idea: siamo veramente troppi, immigrati, in Italia.
E’ ora di mettere un freno. Se arriva il mondo (e arriva, lo dicono tutti), cade qualsiasi sogno. Anche quello di chi, essendo arrivato prima, aveva pure iniziato a intravederne la realizzazione.
E’ il momento per me di farmi una domanda: sto qui a rischiar di veder cadere il mio sogno, o senza aspettare oltre vado dove pensavo a realizzare la parte che finora mi sono costruito? Mi sono dato una risposta, e mi accingo a intraprendere la mia quinta fase, sperabilmente da “ex immigrato”.