Aria di pentole e padelle

Tortuga ha un blog che si chiama Inizio dalla fine. Migrazioni al confine fra reale e immaginario, e invece inizia dall’inizio: insomma, il primo post che vedi è il più vecchio.

Inizio dalla fine è sicuramente molto in sintonia con la parte del nostro blog che abbiamo intitolato mundus imaginalis in onore di Henry Corbin.

Da due video di cui si era parlato nei commenti del nostro blog, Tortuga ha tirato fuori questo testo, che le rubiamo integralmente in cambio di un poco costoso grazie!

Ricordiamo che abbiamo già presentato qui due brani dei Kardeş Türküler, con Tencere tava havasi, torniamo per la terza volta a questo gruppo.

Tortuga ha prima tradotto il testo di “Tencere Tava Havasıdall’inglese dei sottotitoli, poi lo abbiamo riguardato insieme, confrontando con l’originale turco; infine, lei ha riscritto il tutto in un italiano più scorrevole – ho quindi tolto da qui la prima versione italiana, che lei, con scrupolo filologico, ha conservato sul suo blog.

In fondo al testo, dopo la nota sul termine Aman che è di Tortuga, ho aggiunto anch’io qualche nota.

Questo filmato, oltre ad essere stupendo, si accomuna per diversi aspetti, a quello successivo altrettanto meraviglioso

Fonte della segnalazione:
http://kelebeklerblog.com/

Il gruppo Kardeş Türküler (tradotto sia come Canzoni Fraterne o come Ballate di Fraternità) è una band moderna turca etnico-folcloristica, che ha posto alla base della sua attività una vera e propria ricerca musicologica scientifica di raccolta delle diverse tradizioni folcloristiche della regione.
Ad eseguire i brani sono artisti Anatolici e delle regioni Balcaniche che cantano in turco, arabo ,curdo, assiro, azero, georgiano e armeno, e il patrimonio culturare di tale musica è quello dei Laz (un popolo caucasico affine ai Georgiani, ma abitanti nella Turchia nordorientale alle frontiere con le ex repubbliche sovietiche dell’Agiaristan e della stessa Georgia), Georgiani , Circassi , Rom , Macedoni e Aleviti.

Nel loro repertorio è presente “Tencere Tava Havası che significa “Suono di pentole e padelle”

L’uso di pentole, padelle e altri comuni utensili da cucina per creare rumori fragorosi o per comporre – come in questo caso – vere e proprie melodie musicali da eseguire per le strade in segno di resistenza non appare come un atto minaccioso o sovversivo.

Tuttavia, azioni di questo tipo sono state utilizzate come atti di resistenza in tutto il mondo in una varietà di lotte nonviolente nel corso della storia, ed hanno creato scalpore in Turchia.

Tencere Tava Havası è una canzone della resistenza turca non violenta che racchiude in sé diversi aspetti della “musica di resistenza” compreso l’uso di cacerolazos (casseruole).

Si tratta di un inno che è stato adottato come simbolo musicale della lotta nonviolenta turca

A catturare l’unità che il movimento ha cercato di creare, e l’evoluzione della stessa lotta non violenta, sono stati la canzone, il suo testo, il suo ritmo, la sua storia, la scelta strumentale, la partecipazione di artisti rappresentanti di una significativa moltitudine di riferimenti culturali, ed il fatto di aver remixato trasformando, esaltando, ampliando e amplificando il significato di un brano di musica popolare, conducendolo ad un altissimo grado di arte musicale.

(Fonte: wikipedia)

[inciso]

Comporre musica di questo genere è tutt’altro che semplice, proprio perché si serve di strumenti a suono indeterminato ed unico, ovvero ciascuna padella, teglia, pentola, bicchiere mestolo, grattugia o qualsiasi altro utensile da cucina ha un suo suono, ovvero una tonalità sua propria, che dipende totalmente dalla sua struttura, e può emettere praticamente solo una ristretta gamma di inflessioni della medesima tonalità. In questo caso tutta l’armonia del brano è stata così costruita sulle note iniziali date dai bicchieri.

Utilizzando questo tipo di strumenti, dunque, i cantanti non hanno grandi possibilità di scegliere la tonalità vocale del proprio canto, ma sono vincolati ad intonare la voce sulla base del suono che gli stumenti fornisco ed adattarla a questi ultimi, facendo dunque affidamento sulla propria agilità vocale.

Lo stile musicale appare particolarmente vicino ad una parte del blues degli spirituals, ma è anche denso di altre componenti estremamente miste (si potrebbe dire “come un valzer gregoriano”), non solo mediorientali ma anche occidentali, tanto da renderlo un brano altrettanto familiare ed “orecchiabile” per entrambi gli estremi e per tutte le culture che si trovano fra questi due estremi; è sicuramente assolutamente popolare e tipicamente denso di elementi di musica folklorica, e come tale può evocare il ricordo sia di tipicità della musica afro, che sudamericana, o altro ancora; d’altronde un notevole carattere di l’internazionalità è tipico proprio della musica folklorica: nell’istante dell’attacco dell’assolo del cantante, per un attimo può assai legittimamente sembrare di trovarsi a Napoli o in Puglia.

[fine inciso]

(prosegue traduzione da nuova fonte segnalate in calce)

Il ricorso a questo genere di espressione, battere su pentole e padelle, trasformato in una vera e propria arte di alto livello, come metodo di resistenza non violenta che Tencere tava Havası rappresenta è un esempio di due elementi

a) l’utilizzo del suono come simbolo
b) l’espressione di rivendicazioni simboliche

e questi sono 2 dei 198 metodi di azione nonviolenta che sono stati meticolosamente documentati dal famoso studioso Gene Sharp.

Sbattere pentole e padelle (o musicare con esse) è un metodo che è stato documentato in Cile nei primi anni ’70, quando la popolazione sbatteva pentole e padelle per protestare contro le condizioni economiche durante il governo di Salvador Allende, e di nuovo di fronte alle difficoltà economiche sotto il regime di Pinochet.

Questo metodo di azione nonviolenta è stato così ampiamente impiegato in tutta l’America Latina che il termine cacerolazo o cacerolada, che indica particolarmente una pentola per cucinare lo stufato, ovvero – appunto – una casseruola, è stato coniato per indicare il metodo non violento.

Ma questa tattica non è unicamente dell’America Latina né specifica esclusivamente delle crisi economiche.

Come sono sorti movimenti di protesta “cacerolazos” in Argentina nei primi anni 2000 quando scoppiò la crisi economica, così sono sorti anche a Oaxca, in Messico, nel 2006, quando le donne hanno marciato sbattendo pentole e padelle per sensibilizzare sulla violenza e la repressione contro gli scioperi degli insegnanti, e mentre in Islanda, nel 2008, “La Rivoluzione della Cucina” ha fatto ricorso a questo metodo per protestare contro la crisi finanziaria e nel 2012, in Quebec i “cacerolazos” sono stati adottati nelle zone rurali per esprimere solidarietà con i manifestanti degli studenti delle città.

L’estate scorsa un gruppo di egiziani, stufo sia dei Fratelli Musulmani che dell’esercito, ha organizzato una “protesta di pentole e padelle” addirittura come vera e propria “tattica” per sovvertire il coprifuoco attuato dai militari egiziani per la repressione delle proteste dopo che l’ex presidente Morsi era stato rovesciato.

Infatti il coprifuoco e le leggi di emergenza comportavano che dei manifestanti non potessero organizzarsi e non potessero riuscire neppure a scendere a riunirsi in strada per timore di rappresaglie violente.

Ma, ispirati dal metodi di sbattere di pentole e padelle già usato in Turchia, alle 21 di ogni notte gruppi di egiziani hanno sbattuto sulle loro pentole e padelle dalla sicurezza delle loro case.

Come un artista, che è stato intervistato in Francia dal canale 24 su tale forma decentrata di resistenza, ha detto:

“La stampa è completamente imbavagliata e le strade sono chiuse a causa dello stato di emergenza”.
L’unico posto dove gli egiziani possono ancora esprimersi è sui social media. Tuttavia, questo non basta. Vogliamo usare i social media come punto di partenza per recuperare gli spazi pubblici. E quando si sbatte su pentole e padelle è abbastanza pubblico!”

L’accessibilità di pentole e padelle ha ispirato molti movimenti di tutto il mondo ad adottare questo metodo come tattica relativamente sicura. E proprio come nel testo di “Tencere Tava Havası” “Sound on Pots and Pans” dei Kardes Türküler, anche i loro testi lamentano in primo luogo la privazione del popolo del proprio spazio pubblico.

Quando guardiamo a come lo sbattere di pentole e padelle è stato utilizzato come metodo di azione nonviolenta, vediamo che si tratta di una tattica che quasi nessuno non sarebbe in grado di utilizzare.

Pentole e padelle sono strumenti comuni, e quasi tutti ne dispongono o vi possono accedere facilmente, quasi chiunque ne ha qualcuna a portata di mano nella propria cucina.
In questo senso, pentole e padelle sono una rappresentazione simbolica di gente comune.
Quando utilizzata da gruppi di donne che lavoravano in casa, la tattica potrebbe essere vista come un simbolo di partecipazione delle donne e una dimostrazione forte della loro resistenza allo status quo.

Questo è stato certamente il caso della Turchia, dove pentole e padelle sono state appunto simbolizzate tipicamente come “strumenti delle casalinghe”, e il metodo è stato utilizzato da gruppi di donne che hanno lasciato le loro case alle 21 di sera, ogni sera, per camminare per i loro quartieri battendo su pentole e padelle a sostegno della lotta non violenta in corso.

In molti casi, per battere su pentole e padelle non è necessario lasciare le proprie case al fine di partecipare all’azione.
Tatticamente parlando, nei casi in cui il “cacerlazo” è stato condotto dalla propria casa, innanzi ad una finestra aperta o in piedi su un tetto, lo sbattere di pentole e padelle è stata una tattica a basso rischio grazie all’effetto di decentramento, in quanto non richiedeva che la gente si riunisse in una determinata postazione. Questo rende alla polizia o alle forze di sicurezza difficile interrompere l’azione o reprimere le persone coinvolte nell’azione, inoltre si tratta di un’azione più agevole da mettere in atto nelle campagne, come è più facile organizzare movimenti o operare singolarmente ed anonimamente per sollecitare una diffusa partecipazione nell’azione.

Durante le proteste di piazza in Turchia, ci sono stati molti momenti in cui venivano lanciati gas lacrimogeni, e la presenza intimidatoria della polizia ha reso pericoloso per le masse di persone il fatto di riunirsi. Public Radio International ha denunciato, “non tutti potevano farlo fuori in strada per dire la loro, così lo hanno fatto da casa. Ogni sera alle 21 nei quartieri in tutta Istanbul sono scoppiati i tintinnii dei cucchiai di legno contro pentole e padelle, e di posate contro i piatti. Questa volta, il suono ha ispirato musicisti.”

Tencere Tava Havası è anche un esempio di recupero simbolico, riuso e remix di una dichiarazione fatta dal Primo Ministro turco che, in risposta alle proteste notturne di pentole e padelle, ha detto, “pentole e padelle è sempre la stessa melodia”.
Una agenzia di stampa ha chiamato la canzone “una risposta musicale al licenziamento del primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, da parte delle persone che hanno sostenuto le proteste in corso nel paese sbattendo su pentole e padelle.”

Tencere Tava Havası è un bellissimo esempio di musica di resistenza.

Con l’uso di pentole e padelle, gli strumenti della gente comune – e grazie alla quotidianità del momento di protesta – come strumentazione, e dei suoi testi che cantano le lamentele delle persone che sono stufe di divieti, comandi, arroganza, odio, corruzione e mancanza di spazio pubblico, Tencere Tava Havasi è diventato un inno per la resistenza che è tutt’altro che “lo stesso vecchio motivo.”

Althea Middleton-Detzner [l'autrice di questo articolo tradotto, escluso quanto fornito dalla fonte di wikipedia ed alcuni inseriti di contributi diversi] è Senior Advisor dell’istruzione e della formazione presso il Centro Internazionale sul Conflitto Nonviolento, dove ha lavorato sulla base di iniziative programmatiche ed educative per quasi otto anni. Lei è anche un consulente nel campo della resistenza civile, ha un background musicale, e crede nel potere della narrazione e le arti per creare il cambiamento sociale.

Fonte:
Freedombeat.org

Testo di “Tencere Tava Havasıin lingua originale (Turco)

Bir öyle bir böyle kelamlardan, yasaklardan
İllallah
Başına buyruk kararlardan, fermanlardan
İllallah

Aman aman bıktık valla
Aman aman şiştik valla
Bu ne kibir, bu ne öfke
Gel yavaş gel, yerler yaş

Satamayınca gölgelerini
Sattılar ormanları
Devirdiler, kapadılar
Sinemaları, meydanları
Her tarafın AVM’den
Geçesim yok bu köprüden
N’oldu bizim şehre n’oldu
Hormunlu bina doldu

Aman aman bıktık valla
Aman aman şiştik valla
Bu ne kibir, bu ne öfke
Gel yavaş gel, yerler yaş
Gel yavaş gel, yerler yaş…

Hüsnü perişan oldu bibaht kaldı aziz İstanbul
Bu gam, bu gaz bu kederle
taş kalmadı taş üstünde
Ne oldu sana böyle, söyle söyle söyle….
Seni böyle istemem, istemem
Ammaan…

Aman aman bıktık valla
Aman aman şiştik valla
Bu ne kibir, bu ne öfke
Gel yavaş gel, yerler yaş

Fonte

Testo Tradotto in Italiano

(intro in parlato)

Dirò così:
“Pentole e padelle:
è sempre la stessa vecchia melodia”
.

(titolo)

“Melodia su Pentole e Padelle”

Basta con sanzioni incoerenti e divieti

İllallah
Basta con decreti ottusi e imposizioni.
Basta con sanzioni incoerenti e divieti.
İllallah

Oh poveri noi, oh poveri noi,
ne abbiamo avuto abbastanza.
Oh poveri noi, oh poveri noi,
siamo davvero stufi.
Quanta arroganza! Che odio!
Siam qui che camminiamo piano piano
perché hanno bagnato ovunque per terra.

Oh poveri noi, oh poveri noi,
ne abbiamo avuto abbastanza.
Oh poveri noi, oh poveri noi,
siamo davvero stufi.
Quanta arroganza! Quanto odio!

Obbligati a camminare piano piano
perché per terra è bagnato.
Costretti a camminare piano piano
perché il terreno è incerto.

Non potevano vendere le loro ombre
così hanno venduto le foreste.
Hanno abbattuto ogni cosa,
e hanno chiuso cinema e piazze.
Non potevano vendere le proprie ombre
così hanno venduto le foreste.
Hanno abbattuto ogni cosa,
hanno chiuso cinema e piazze,

e poi hanno coperto tutto di centri commerciali.

Non me la sento,
non so come posso attraversare il ponte.
Che cosa è successo alla nostra città?
È stravolta da costruzioni mostruose.

Oh poveri noi, oh poveri noi,
ne abbiamo avuto abbastanza.
Oh poveri noi, oh poveri noi,
siamo davvero stufi.
Che arroganza! Quanta aggressività!

Obbligati a camminare piano piano
perché hanno bagnato ovunque per terra.
Costretti a camminar pian piano
perché il terreno bagnato non è sicuro.

Condannati a fare attenzione persino a dove mettiamo i piedi
perché hanno bagnato ovunque per terra.
(Ripete)

(Assolo)

Oh, amata Istanbul,
rasa senza pietà,
la sua bellezza rovinata!

Che guaio è questo, cosa sono questi gas,
che dolore è questo?
Tutto è raso al suolo.
Che cosa mai ti è accaduto?
Dimmi, dimmi!
Tu non vuoi questo destino.
No, certo che non lo voglio!
Oh poveri noi!

(coro)

Oh poveri noi, oh poveri noi,
ne abbiamo davvero abbastanza.
Oh poveri noi, oh poveri noi,
ma siamo davvero stufi.
Quanta arroganza! Che aggressione!

Obbligati a camminare con circospezione
perché il terreno è bagnato e insicuro.

Oh mio oh mio,
davvero ne abbiamo fin troppo.
Oh mio oh mio, siamo veramente stufi.
Quanta arroganza! Quale odiosa aggressione!

Condannati persino a fare attenzione a dove mettiamo i piedi
perché hanno bagnato ovunque per terra.
Obbligati a camminar pian piano
perché il terreno è bagnato scivoloso, incerto, insicuro.

[nota:
In tutto il mondo nel vicino e medio oriente e probabilmente fin dove sono giunti i musulmani si dice Aman - che abbiamo reso con "Oh, poveri noi" - come quando noi diciamo “Dio mio!”, una parola di sottomissione al destino.]

[İllallah - che ripete un'espressione della dichiarazione di fede islamica - ironizza, anche nella gestualità, sull'ostentazione religiosa del governo turco]

[Siam qui che camminiamo piano piano perché hanno bagnato ovunque per terra. Forse sarebbe più corretto un imperativo - cammina piano - il riferimento all'uso di idranti contro i manifestanti]

[È stravolta da costruzioni mostruose. L'originale parla efficacemente di edifici ormonali, artificialmente gonfiati]

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Medio Oriente, bombe, silenzi e architetture

Come ho già avuto occasione di dire, ho sempre più coscienza di quanto poco riusciamo a combinare nelle nostre brevi vite.

E quindi, per quanto io abbia dedicato molta attenzione al cosiddetto Medio Oriente in passato, non posso permettermi oggi di dire quasi nulla a riguardo. Perché esprimere sdegno è tanto facile quanto inutile (fai clic e salvi un palestinese): si deve piuttosto incidere realmente, oppure almeno dire qualcosa di veramente originale.

Per dire qualcosa di veramente originale, bisogna innanzitutto concentrarsi mentalmente solo su ciò che si vuole dire, studiare, riflettere, correggere dieci volte ciò che si è scritto.

Il piccolo mondo in cui ho scelto di ritirarmi, incastrato tra le mura e l’Arno, almeno credo di conoscerlo ormai davvero; e posso dire che assieme ai nostri amici, siamo anche riusciti a incidere, a segnarne in qualche modo la storia, anche se davvero a fatica. Quindi, visto il numero limitato di anni che ho davanti, di neuroni e di minuti a disposizione, mi dedico a questo.

Detto questo, credo che l’essenza della questione israelo-palestinese (non di tutte le questioni del Medio Oriente) sia in fondo la stessa della nostra questione, portata però all’estremo.

Cioè la divisione degli spazi geografici dell’umanità tra chi è dentro il recinto e chi è fuori.

Tra le casette dei benestanti con i loro guardiani armati, e la periferia dei reietti, di coloro che non servono nemmeno come braccia, cui si ruba pian piano ogni centimetro, con implacabile metodo e con un ordine da geometri. Come si fa a non cogliere come l’architettura di Gaza sia semplicemente l’architettura futura delle nostre banlieues?

La gentrificazione al fosforo bianco, insomma.

Se riuscissimo a guardare così la questione, non salveremmo delle vite, ma ci toglieremmo almeno un bel po’ di deliri sulla ferocia dei maomettani o la perversità dei giudei, sulla Civiltà Occidentale e tutto il resto.

La ferocia e la perversità sta nel Grande Flusso, non in queste o quelle persone, nell’ambiguità dei loro immaginari, che Dio ne abbia misericordia…

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Avarizia

Sono giorni, questi, in cui mi trovo sopraffatto ancora più del solito.

Un anno fa, eravamo le mamme cui il Comune aveva concesso le chiavi di un giardino, primo perché così risparmiavano soldi e poi perché le mamme fanno sempre più tenerezza dei babbi.

Oggi ci troviamo al centro di talmente tante cose, a tante avventure, a tanti intrighi, a pomodori piantati, a sindaci che ci stringono la mano, ad etiopi che ci offrono il tè mentre sfidiamo chi viene a sfrattarle, a carcerati che vogliono cambiare vita, ad artigiani che lavorano cornici e violini nelle loro botteghe, a clandestini nigeriani, a geometri che ci aiutano a ricostruire la grafia di gente morta in archivi misteriosi, a motoseghe sugli alberi, a eredi svaporati cui riveliamo i tesori perduti dai loro avi, a nobili in bicicletta, a tante vite, a tanti desideri, che fatichiamo a volte a ritrovare la bussola.

E’ la fase precisa in cui stiamo in cresta all’onda, e tanti vorrebbero comprarci con un complimento e una promessa che noi sappiamo non manterranno mai, ma sorridiamo lo stesso.

Innumerevoli decenni fa, andai in una biblioteca di Roma, assieme a un aspirante alchimista militante di quella che allora era l’Autonomia Operaia, e ci facemmo dare in visione un libro di Ramón Llull, un immenso e pesantissimo volume stampato nel Settecento in Olanda… il mio amico lo guardò e disse, deluso, “ma questo è tutto in latino!”

Oggi un amico ci segnala questa straordinaria frase proprio di Ramón Llull, eretico, ortodosso, trovatore, alchimista, meccanico, poeta, visionario, avventuriero, logico, cavaliere, matematico, linguista, martire e magari un po’ cialtrone, ma certamente dei nostri.

Anche se avrà scritto in latino, sono parole che la bussola te la fanno ritrovare davvero, e danno ragione di tutto ciò che facciamo:

“Avarizia è accumulare cose che per gli uomini sono superflue e che sono invece necessarie per i poveri, le quali per insaziabile appetito vengono rubate ai poveri, in ragion del cui furto i poveri patiscono fame, sete, freddo, nudità, malattia, tristezza e morte […], per questo i ricchi non hanno carità e non amano i poveri, poiché, sebbene danno loro elemosina, tolgono loro tutto quel che possono”.

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Libera repubblica di San Lorenzo

San Lorenzo a Roma è un quartiere che probabilmente ha molto in comune con il nostro.

Il video di Libera dei The Club Swing Band, realizzato da Mezcla Prod, è stato presentato lo scorso venerdì 14 in occasione della prima giornata di BET, l’ormai tradizionale torneo di briscola e tresette che il Nuovo Cinema Palazzo organizza ogni anno per rispondere in maniera ludica e divertente al gioco d’azzardo.

The Club Swing Band – Libera from Mezcla Prod on Vimeo.

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Quintorigo

Mirkhond è il nom de plume di un commentatore quotidiano di questo blog.

E’ una persona dall’intensa sensibilità, con una cultura straordinaria, che ha la ventura di vedere il mondo attraverso il dolore. Cosa che, come imparò il Buddha, stronca molte velleità e quindi fa andare all’essenza delle cose.

Lo voglio ringraziare per averci regalato ieri questo video di un gruppo che non conoscevo, Quintorigo. Mi colpisce anche la musica, dove la mescolanza di stili non perde mai di vista la ricerca della bellezza.

Grazie, Mirkhond, e non solo per questo video!

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Aura d’Italia

Ogni tanto, mi viene da scrivere una riflessione sperimentale, dove semplifico molto e compio sicuramente errori, ma mi serve per mettere in ordine esperienze e idee.

Quindi non prendete troppo alla lettera ogni parola, cercate di cogliere il senso generale.

Innanzitutto, la crisi sta cambiando il volto dell’economia italiana. Tra tante altre realtà, ha messo in crisi i pilastri della sinistra realmente esistente, istituzioni come la Coop e il Monte dei Paschi di Siena, con il loro contorno politico.

Contemporaneamente, diventa centrale la commercializzazione dell‘Aura d’Italia.

Aura di di Estrosi Creativi che Coniugano Modernità e Tradizione nel Solco tracciato da Leonardo e Michelangelo… con due aspetti paralleli e inseparabili: turismo e moda.

Il grosso ricade su tre luoghi-cartolina che tutto il mondo riconosce, cioè Venezia, Firenze e Roma.

Ma Roma è troppe cose insieme, Venezia è quasi disabitata; per cui nei fatti, questa Aura si concentra soprattutto a Firenze, che non è solo luogo turistico, ma centro simbolico del sistema-moda planetario (anche se i centri economici sono ben altri, da New York a Milano).

Questo fatto ci permette di capire come abbia fatto il sindaco di Firenze a scardinare in pochi anni l’intero sistema del PD e impadronirsene, per poi passare a diventare addirittura il politico-protagonista di tutta l’Italia.

Tenendo presente, però che il vero potere non ama mai farsi vedere, e quindi non bisogna insistere troppo sull’esuberante personalità dell’ex-sindaco.

L’industria dell’Aura è l’inevitabile accompagnamento dell’immensa divaricazione della ricchezza mondiale: il settore del lusso, ci dicono, è l’unico che non conosce crisi. E questa industria ha come base, non l’accumulazione di piaceri, ma una disperata gara di prestigio tra uomini che devono dimostrare la propria potenza attraverso una serie di gesti prefigurati di spreco su scala gigantesca.

Allo stesso tempo, il mercato dell’Aura riflette il generale narcisismo, la smaterializzazione e la finta intimità dell’era della Jeune Fille.

Non è altro che la pubblicità di se stessa, e come ogni pubblicità, è quindi giovane, bella, seducente, entusiasmante.

Il mercato della moda, a differenza di quello turistico, genera ben poco di ciò che una volta si chiamava “lavoro”: gli scaricatori stagionali a Pitti Moda, il designer di gioielli, la modella eccezionale, il buttafuori sono figure numericamente irrilevanti.

Ma questo mercato muove capitali enormi, in grado di condizionare la politica, la cultura, i media… Nulla può fermare le cifre che i signori del lusso sono in grado di schierare sul campo. Cifre che ovviamente non hanno nulla a che fare con “l’Italia” o con “Firenze”, visto che scorrono dentro il mondo parallelo del denaro virtuale planetario.

Il mercato dell’Aura genera e rimodella l’Aura stessa.

Decide, ad esempio, che il museo/monumento, invece di essere luogo in cui si può scoprire il proprio territorio, deve diventare sede di “eventi” mediatici, un continuo spettacolo a sostegno dell’industria dell’Aura (Pucci riveste il Battistero, Stefano Ricci decide l’illuminazione del Ponte Vecchio, Ferragamo prende in mano gli Uffizi…).

Il mercato dell’Aura deve vendere ciò che la gente già conosce, e quindi se riduce l’Italia a Firenze/Venezia/Roma, riduce a sua volta Firenze a due o tre monumenti facilmente riconoscibili in tutto il mondo. Il resto della città può fare da dormitorio, e i brandelli di centro non ancora distrutti possono diventare valvole di sfogo per la parte bassa dell’industria turistica.

Ecco che i punti chiave diventano modello di città, turismo, moda, gentrificazione, patrimonio, urbanistica, paesaggio.

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Ponte Santa Trinita, un lusso per pochi

Lucrezia Giordano è una giovane storica dell’arte di San Frediano. Colpita dalla “festa privata” dei signori della moda dell’altra sera, ha scritto queste righe…

Una città piegata agli interessi dei privati, Ponte Santa Trinita ridotto a Lunapark per far divertire i ricchi, un luogo che appartiene prima di tutto ai fiorentini, costretti a passare velocemente 10 alla volta sotto il permesso dei buttafuori.

“Posso fermarmi?” – no signorina” – “come no è anche mio questo ponte” – “eh lo so ha ragione ma è una festa privata (!?!) non si può fermare perché sennò gli altri non passano”.

D’altra parte ha ragione anche lui, lo pagano, come pagano anche un’altra quindicina di buttafuori, almeno 4 furgoni della polizia, il catering che utilizza il Liceo Capponi come appoggio (con tutte le luci accese) e quelli che hanno portato le piante per impedire che la plebe possa mischiarsi con l’alta aristocrazia..tutti loro da chi sono stati pagati?

Festa privata alla quale non poteva mancare Agnese Landini moglie del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ricordiamolo nel giugno scorso chiuse Ponte Vecchio per farci la festa della Ferrari.

Premesso che il ponte nasce come una struttura architettonica finalizzata al passaggio e non può essere occupato, il problema di fondo è che il valore dei monumenti di qualunque città non può essere negato in favore del loro potenziale economico.

Quindi riassumendo: un ricco decide di donare dei soldi per la nuova illuminazione di Ponte Vecchio in cambio però vuole Ponte Santa Trinita per cenare con gli amici e godersi lo spettacolo, quindi non è più un dono perché il dono non presuppone niente in cambio, ma anzi ci sono persone che lavorano per questa cena a cui noi non siamo stati invitati e vengono però pagate da noi.

Senza contare che questa manifestazione è stata organizzata guarda caso la stessa sera della Luminara Storica di Pisa, in lista per diventare Patrimonio dell’ Unesco (ebbene si il Capoluogo toscano dovrebbe anche pubblicizzare il turismo regionale).

Ciliegina sulla torta l’accensione di Ponte Vecchio avvenuta per mano di Andrea Bocelli noto cantante lirico pisano NON vedente che ha anche detto “Non so perché avete scelto me per accendere la luce”.

Tutta questa storia mi ha fatto pensare ad una scritta che ho visto domenica scorsa durante la visita al Castello di Sammezzano, un capolavoro artistico tra Oriente e Occidente nascosto fra le colline del Valdarno. In una stanza del Castello si trova scritto il giuramento della casata dei Panciatichi Ximenes d’Aragona e recita così:

“Noi ognuno dei quali siamo grandi quanto voi e tutti insieme più di voi giuriamo obbedienza e fedeltà a Vostra Maestà inquantoché conserverete intatti i nostri diritti, le nostre libertà e i nostri privilegi e se no no”.

E SE NO NO, è questo che dobbiamo ricordarci oggi, un attuale e potentissimo insegnamento politico che arriva da metà Cinquecento, dobbiamo tutti imparare dalla storia.

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Nazionalpallonarismo con avvertenza

Fotografato oggi in cartoleria… a voi le conclusioni filosofiche.

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