Abbiamo un cadavere, chi lo vuole?

In un grande frigorifero, da qualche parte dell’Ospedale Torregalli, a Firenze, c’è Roberto.

L’ho conosciuto cinque anni fa, come ho raccontato in un vecchio post:

Cammino sul ghiaccio per strada, attento a non scivolare, e incontro Roberto, che vive su una panchina all’ex-gasometro.

“Stanotte ho perso un guanto, me ne è rimasto uno solo. Però ho tre coperte e il vino”, mi spiega con accento milanese colto.

“Cinque anni fa, ho perso casa e lavoro, e da allora giro, ho vissuto di qua e di là nel Nord, poi sono arrivato a Firenze, ci sto da un anno. Qui c’è gente che capisce meglio. Certo, di gente diffidente e anche cattiva ce n’è pure qui, e adesso anche i preti si stanno stancando, con tutta questa barbonaglia che c’è in giro, non ti aiutano più volentieri. Io sono uno ordinato, metto tutto apposto quando mi alzo, invece guarda che schifo”, e indica i cartoni accatastati lungo il muro, evidentemente le case di qualcun altro. “Quelli sono rumeni”, mi spiega.

Non erano solo rumeni: uno era un polacco, che un po’ beveva e un po’ cercava di spiegare come per noi polacchi l’onore conta più della vita, e poi è morto congelato un anno fa.

Come sono morti Passepartout il mimo che i frati che cercavano le spezie hanno trovato morto da mesi sulle pendici di Fiesole, e Mariolino (piccolo piccolo, delicato come un passero e sempre sorridente).

Roberto da un po’ si era sistemato sul marciapiede largo trenta centimetri proprio sotto l’arco del Cestello (dove un tempo si poteva vedere il placido e saggio esorcista alle prese con i suoi libri), con il suo sacco a pelo e qualche coperta. E ogni volta che lo vedo mi chiedo, se si muove come mi muovo io quando dormo, e passa una macchina e gli trancia la gamba…

Una volta me lo vedo davanti, e faccio finta di niente, perché ogni tanto mi chiudo a riccio davanti a tutte le catastrofi e le voragini del nostro quartiere.

“Ma fai finta di non riconoscermi, sono Roberto?” E scoppio a ridere e gli do qualcosa e parliamo un po’, e alla fine mi dice, “lo so che tu sei una brava persona”, e questo mi consola un po’ del mio senso di colpa, se è colpa negare un litro di vino a qualcuno. Tanto di bisogni, non ne aveva altri.

Dicono che Roberto avesse un dolore immenso, che riguardava una madre che lo avrebbe abbandonato e con cui non si era mai riconciliato, e proprio verso Natale avesse saputo che la madre era morta.

Arriva il freddo, sempre verso Natale, e Roberto scompare. Lo so, perché ogni notte lo guardiamo mentre si rannicchia sotto l’arco, beve il suo ultimo sorso di Tavernello e si accomoda, e da lontano, gli auguriamo la buona notte.

Dopo saprò che l’hanno accolto in una stanzetta della parrocchia.

L’ultima notte dell’anno, Roberto suona… si affaccia la L., che per la legge è una funzionaria di polizia e in realtà si occupa di storie che non potranno mai rientrare nel cervello di alcun funzionario o di alcuna polizia, gli apre la porta, poi gli fa, “ma Roberto, stai troppo male, chiamiamo l’ambulanza!”

E Roberto le fa, “mai, ho cinquant’anni e non mi faccio portare via da nessuno!” e sparisce nella notte, come ha sempre fatto: non è per niente come Giovanni, che ho incontrato proprio ieri sera mentre saliva su un autobus all’ennesima ricerca di un lavoro, anche se qualcuno ha deciso che doveva starsene nella pattumiera.

Poi veniamo a sapere che Roberto è arrivato fino a Santa Maria Nuova, l’ospedale che fondò Folco Portinari, il padre di Beatrice, e che deve essere uno degli ospedali più antichi del mondo. Quando ci capiti, c’è una guardia armata, perché è il luogo in cui finiscono tutti i movidari strafatti e violenti, che non vedono l’ora di picchiare un’infermiera che sta facendo il turno di notte.

Roberto pare che si sia presentato da solo. Eppure poco dopo, ha firmato per uscire, perché fino all’ultimo non voleva sottostare a nessuno.

L’han trovato morto qualche ora dopo, nello spiazzo davanti a Santa Maria Nuova.

L’hanno messo in un grande frigorifero dentro l’ospedale.

E così il Comune di Firenze ha scatenato i carabinieri, alla ricerca di un parente, cui far pagare i funerali.

Passano i giorni e non si trova nessuno, e qualcuno fa notare che il frigorifero di Santa Maria Nuova, a tenere cadaveri congelati, non è il migliore.

E così portano Roberto al Torregalli, dove c’è un frigorifero che spara temperature davvero polari, come dicono quando fanno le previsioni del tempo. Così lo Stato paga il congelatore, mentre lo Stato sotto altre vesti cerca qualcuno a cui far pagare la sepoltura.

Penso un po’ a Roberto, e un po’ a certa gente che noi paghiamo con la metà della nostra fatica, solo per cercare qualcun altro che paghi per seppellire un cadavere.

In fondo, è quasi altruismo: non ci guadagnano niente personalmente, a scaricare il morto su un lontano parente, e magari riescono pure a fargli pagare tutte le ore di accensione del frigorifero.

Passano i giorni, e vengono a sapere del frigorifero, gli amici della parrocchia di San Frediano al Cestello, la chiesa dove suonano sempre le acque.

Che sono persone che litigano tra di loro in modo instancabile, ciascuna ha la sua fisima personale, ma fa parte della vita.

Però, mentre il funzionario del Comune pensa, come possiamo fare a scaricare il cadavere su qualcun altro, il loro primo pensiero è, come possiamo fare per seppellire degnamente Roberto?

In un mondo normale, non sarebbe tanto difficile.

La Mamma Gatta del giardino, l’abbiamo seppellita con la massima facilità, mezz’ora forse di zappa. Certo, Roberto sarà un po’ più grandicello (ma mica tanto, ormai), però il lavoro lo faccio pure io, senza chiedere un centesimo.

Invece, siccome siamo nel Mondo Moderno, qui ci vogliono migliaia e migliaia di eurini, da chiedere a gente che se la cava a stento nella vita di tutti i giorni.

Allora, secondo voi, per far uscire il buon Roberto dal frigo, chi deve pagare:

1) il parente milanese che nemmeno i carabinieri con i pennacchi riescono a scovare

2) la pensionata, il piccolo impiegato, l’operaio precario della parrocchia che hanno la colpa di aver cercato di aiutare Roberto?

3) il Comune di Firenze, anche se Roberto sbagliava tutte le “e” aperte e pure quelle chiuse.

Decidete un po’ voi… mentre  io penso che mi piacerebbe rivedere ancora una volta Roberto.

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No, non è l’Isis!

Non è l’Isis, è la Germania.

L’altro giorno le autorità (mica i profughi siriani) hanno abbattuto la cattedrale del paesino di Immerath, nella Renania.

Perché era sulla linea di espansione di questa miniera di lignite a cielo aperto:

Non è la Cina, non è quel mattacchione di Trump, è la Germania.

Per quelli che dicono, “ma io non mi preoccupo, tanto gli scienziati inventeranno qualche nuova fonte di energia!”, beh, eccovela: è il carbone.

Solo che il carbone facilmente accessibile, che si scavava così…

ce lo siamo bruciato tutto decenni e decenni fa, e per arrivare al carburante del futuro, occorre usare questo attrezzo:

Si chiama progresso.

A parte l’aspetto estetico, è da ricordare che la biosfera, l’unica cosa importante che distingua la Terra da Marte, è spalmata su pochi metri della superficie del nostro pianeta.

Finite le chiacchiere sulla sostenibilità, quando si tratterà di scegliere tra crescita economica e qualunque altra cosa, anche gli Stati più civili faranno tutti così.

Anche perché se la freccina non va in su, i voti andranno in giù.

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Il genio del funzionario

Il signor Prefetto di Firenze è il dott. Alessio Giuffrida.

E’ anche presidente onorario dell’Orchestra da Camera Fiorentina, un ente di cui è presidente Salvatore Leggiero, ex-aiuto elettricista napoletano “con la passione del mattone” che con i suoi risparmi ha collezionato in questi anni alcuni dei più bei palazzi di Firenze.

L’altro giorno, tutti gli uffici pubblici di qualunque sorta a Firenze si sono visti recapitare questo documento.

I  bravi funzionari, come i migliori chef, non rivelano volentieri i loro segreti.

Ma a volte un capolavoro è tale, che anche un profano riconosce la mano del maestro.

Come evitare che qualcuno accusi il Prefetto di non aver impedito in anticipo cose che il Prefetto stesso oggi non può nemmeno immaginarsi? Lui prefigge, mica prevede.

La soluzione c’è: basta vietare tutto.

Godetevi la frase in tutta la sua sinteticità: è fatto divieto […] di svolgere attività di comunicazione.

Ora, poniamo che un tizio chiami i pompieri perché gli ha preso fuoco casa, e la centralinista risponda, “riprovi il 5 marzo, mi è vietato comunicare con lei!”

E per questo motivo gli eredi del tizio facciano poi causa al Prefetto.

Ecco la breve ma perfetta controparata: ad eccezione di…”E segue una formula tale da includere praticamente tutto ciò che fa un’amministrazione pubblica: comunicare in modo impersonale quanto indispensabile per l’efficace assolvimento delle proprie funzioni.

“Se è vero che una nazione ha il governo che si merita, allora i meriti di tutte le nazioni devono essere davvero pochi”.

Ouida

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Picco per capre

Sentiamo confusamente di trovarci a un punto stranissimo della storia. Tutti hanno in questo momento più di quanto abbiano mai avuto i loro avi. Quindi ci troviamo in un punto elevato.

Eppure intuiamo che qualcosa di terrificante si stia muovendo sotto i nostri piedi. C’è molto incertezza su cosa siano esattamente quei tremori e quel rombo confuso, ma per la prima volta in due secoli, ci rendiamo conto che la salita è finita. Il nostro punto elevato è quindi un picco. Come in quei grafici che si vedono nei fumetti, e noi stiamo lì in cima.

Ora, ho sempre sognato che qualcuno riuscisse a cogliere e spiegare in maniera chiara cosa sia quel rombo o quei tremori.

Ho visto tantissimi libri di esperti campo singolo, che ci spiegano qualche aspetto: crisi economica, ingiustizie sociali, migrazioni, inquinamento, trasformazione tecnologica, cambiamenti climatici, debito, scarsità di risorse, distruzione della biodiversità, disoccupazione…

Ogni volta, è un pugno nello stomaco, ma rimani con molti dati (facili da dimenticare) e la sensazione che ci sia qualcosa che collega tutto, però non riesci a metterlo bene a fuoco.

Se solo esistesse un libro piccolo, leggibile, non retorico, che permettesse a noi capre – non specialiste ma curiose – di capire il picco su cui ci troviamo…

Bene, quel libro esiste e si chiama, appunto Picco per capre, pubblicato da Luce Edizioni.

Jacopo Simonetta ha lavorato da una vita su progetti ambientali, in luoghi remoti del mondo (fu in Somalia, mi ha raccontato, che capì che gli aiuti europei facevano parte più del problema che della soluzione).

Luca Pardi, chimico, lavora al Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Picco per capre è un testo estremamente leggibile, spesso divertente, ma implacabilmente logico.

Gli autori riescono a farti seguire un ragionamento fino in fondo, senza perdere mai il filo. E senza una parola superflua, perché lo scopo non è tanto quello di informare quanto di darci tutti le chiavi per capire le informazioni.

Facendo capire, grazie anche a illustrazioni molto chiare, i meccanismi fondamentali del mondo in cui viviamo.

Il libro, va da sé, lo si compra (io finora ne ho comprate quattro copie che sto regalando in giro), a quindici euri…

ma voglio darvi un esempio di come gli autori riescono a far capire un meccanismo fondamentale. Che sono quelle cose per cui, come dicono gli inglesi, non riusciamo mai a vedere il bosco per via degli alberi.

Ecco il mondo visto dagli economisti:

Un ciclo perfetto, dove io lavoro per l’azienda, che mi paga; io prendo i soldi, compro i prodotti dell’azienda e investo i soldi nell’azienda stessa. Ovviamente di tante aziende diverse, ma il concetto è quello.

E’ un meccanismo così bello, che tutti i media e i politici, di destra o di sinistra, lo ritengono oggi l’unico bene immaginabile.

Ma andiamo avanti.

I soldi che investo – tramite una banca – me li faccio ripagare con gli interessi:

Le tre famiglie qui prestano 400 alla banca, che li ripresta all’azienda. La quale – ancora prima di guadagnare realmente qualcosa – deve quindi restituire 440 euro, con quei 40 in più che vanno in parte alla banca, in parte alle tre famiglie.

Quindi l’azienda deve prendere quei 40 euro in più da qualche parte, tagliando magari gli stipendi (però lì metterebbe in ginocchio i propri consumatori), ma soprattutto prendendo risorse dalla natura.

Nella natura, ci sono risorse di due tipi, rinnovabili e non rinnovabili.

Quelle non rinnovabili si trasformano in un’unica direzione, da roba utile in rifiuti/inquinamento:

Direte, ma lo sapevamo già… però lo sapevamo insieme a tante, troppe altre cose, sepolto in qualche cassetto della memoria.

Invece con queste tre figure, comprendiamo che cosa succede quando si separa l’economia dall’ecosistema. E diventa qualcosa che possiamo anche spiegare con facilità ad altri.

Gli autori di Picco per capre descrivono in realtà la convergenza di tanti meccanismi, non solo di questo: l’aumento della popolazione, i cambiamenti climatici, la demografia, l’acqua, il problema dell’alimentazione.

Ma soprattutto hanno fornito a noi capre uno strumento credo senza precedenti per andare al sodo della crisi che stiamo vivendo.

Quindici euro prego!

(No, l’editore non mi ha pagato il pranzo).

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Su le manine, si vota!

Oggi mi arriva questo invito, che giro volentieri a tutti. Anche perché scopro qui l’esistenza delle Manine Elettorali.

Anch’io voterò Andrea Rossi!

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Due spiegazioni, senza traduzione alcuna

Nel 1993, Howard Kunstler scrisse un’opera più importante, o almeno certamente più attuale e leggibile, del Capitale di Marx: The Geography of Nowhere: The Rise and Decline of America’s Man-Made Landscape.

Un libro che racconta in dettaglio il perverso rapporto tra spazio, urbanistica, architetti, mito americano, automobile, petrolio, economia, inquinamento e catastrofe sociale e umana nel paese che almeno finora ha determinato il destino e l’autodistruzione del nostro piccolo pianeta.

Ma Kunstler è anche un grande scrittore.

Oggi leggo questa sua definizione di Trump:

 “the Golden Golem of Greatness, skulking fiery and furious in his lonesome White House tweet chamber”

Proprio perché faccio il traduttore, so quando diventa impossibile tradurre una frase.

Per la scelta di termini non di uso comune e il ritmo di tutta la frase, nonché per l’allitterazione che accompagna l’inglese sin dai tempi di Beowulf e che sopravvive persino alla traduzione in inglese:

“The harrowing history haunted the heroes.”

Con in più una profondità temporale di rimandi: perché dietro le parole di Kunstler, si intuisce la presenza – come sempre – di Shakespeare. Una schiera di fantasiosi complottisti sospetta che Shakespeare non possa essere esistito, perché nessun essere umano (tanto meno il figlio di un piccolo funzionario comunale di provincia come lui) sarebbe in grado di esprimere, come lui, la totalità dell’esperienza umana.

Shakespeare fu tiranno, ragazzina innamorata, truffatore, mistico, avido, generoso, ma soprattutto capace di cogliere l’essenziale di tutti i nostri dilemmi.

E li capisco benissimo, i complottisti, perché ho lavorato in un canile.

Ogni cane è davvero diverso da tutti gli altri cani del mondo, ma fa sempre la stessa cosa.

Se a Macchia tiri una palla te la riporta, Pimpa ama i gatti, Rompi abbaia giorno e notte senza mai fermarsi…

Un cane universale non può esistere, per lo stesso motivo per cui nemmeno Shakespeare può esistere. E ai tempi dei selfie, le persone più interessanti sono quelle che scompaiono, o che addirittura potrebbero non essere mai esistite.

Ma c’è una riflessione interessante da fare, prima che cominciate ad accusarmi di fare il tifoso solo della lingua di Shakespeare, Kunstler e Trump.

Da ragazzo, lessi il Corano in inglese: una sorta di scopiazzamento della Bibbia, che fa pensare a predicatori evangelici americani dell’Ottocento, con qualche prete italiano noioso in mezzo.

Poi mi misi a studiare l’arabo, e scoprii che il Corano era qualcosa di totalmente diverso: non a caso, il profeta dell’Islam fu accusato di essere uno stregone, un seduttore e – quello che era peggio – di essere ciò che noi traduciamo pallidamente come poeta: lo shaa’ir che alle corti creava o distruggeva l’unica cosa su cui un potente poteva contare, la reputazione di coraggio e generosità. E che poteva anche operare magie con la sola parola.

Non si sa l’etimologia della parola shaa’ir, ma io ho sempre sospettato che avesse a che fare con il materiale più magico di tutti, i capelli (sha’r). Arap Saçı, capelli intricati di arabi come dicono con una certa presunzione i turchi.

Come poeta, prendiamo il piccolo Muslim figlio di Amore, Musaylima ibn Habib, nato nella tribù cristiana Banu Hanifa (sorprendentemente antenati dell’attuale dinastia saudita), che nella mitologia islamica diventa lo specchio malvagio del Profeta, il mentitore per eccellenza:

“I poeti, che strane creature ogni volta che parlano è una truffa”

Lo shaa’ir, nei suoi incantesimi, segue regole precise, che poi sono assai simili a quelle dei poeti greci e romani.

Il Corano riesce, misteriosamente, a rendere lo stesso effetto, senza seguire quelle regole.

Sura Ya Sin:

“Noi non abbiamo insegnato al Profeta la poesia, né mai avrebbe potuto essere un poeta”.

Fu probabilmente l’ascolto della Sura dell’Alba a farmelo capire:

qul a’uudhu bi rabbi l’falaq
min sharri maa khalaq
wa min sharri ghaasiqin idha waqab
wa min sharri n’naffaathaat ala ‘l’uqad
wa min sharri haasidin idha hasad

E’ traducibile?

Il Corano è un incantesimo sonoro, in una maniera che ricorda – e mi scuso con i lettori musulmani – proprio la frase di Kunstler.

Se c’è una cosa con cui sono d’accordo con i più tetragoni musulmani, è che il Corano è intraducibile. Si deve leggere (o meglio ancora, ascoltare) in arabo, punto e basta.

Poi se ne può dare una spiegazione, una ma’na. E questo sospetto sia vero di tutte le lingue quando assumono valenza poetica – chiunque sia nato in un paesino dove si parla il dialetto, sa che certe espressioni sono davvero intraducibili, sono solo spiegabili in maniera assai imperfetta.

Ed ecco per voi la ma’na, sia per il brano di Kunstler che per quello del Corano. Contate il numero di parole nei testi originali e nelle ma’na. E accettate il fatto che perdete tutta la bellezza sonora di entrambi i brani.

Kunstler:

“Il golem surreale e artificiale, dai capelli dorati e ricco di oro, che non sembra umano, grande e grosso e che si immagina ancora più grande di ciò che è (eppure è davvero, in qualche modo una figura tragica e grande come non si era mai visto prima tra tutti i presidenti degli Stati Uniti), se ne sta da solo, diffidente, impaurito eppure astioso perché vive in un mondo a parte, prigioniero della propria follia, roso dentro da un fuoco interiore e da una feroce ira, in una stanza della Casa Bianca dove comunica con il mondo soltanto tramite una tastiera,  scrivendo frasi folli su un mezzo di comunicazione che raggiunge magicamente tutto il pianeta in un istante.”

Il  Corano:

“Dì piano queste parole: io, piccolo essere sperduto in questo mondo, cerco salvezza dal male, rivolgendomi proprio a chi quel male ha creato, ma non nel momento in cui crea il male – bensì nell’attimo della Rottura, quando si spezza la notte e sull’orizzonte compare la luce. Nella luce del Signore della Rottura, cerco rifugio, insieme, da cose che ci sono da sempre e da cose piccole che assillano noi umani assai di più di quelle grandi.

Innanzitutto, ho paure delle tenebre, nel momento in cui si diffondono.

Poi cerco rifugio da quelle strane figure femminili, non si sa se umane, che soffiano, naffaath che suona come nafs (sentite la th che sibila tra i denti?), che è insieme respiro e spirito (notate anche voi l’assonanza?) (e quel respiro che c’è in noi, dove ci conduce, non sarà il respiro che commanda, che poi è il vero male, non certo Iblis il Satana che voleva credere solo a Dio),… su nodi di corde che legano, forse la tenda o i cammelli; e da quello che invidia, nel momento in cui invidia.”

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O sorelle dagli occhi profondi, è voi che io vedo?

L’accelerazione dei tempi e il livellamento globale portano con sé anche un’accelerazione sonora, come speravano esaltati i futuristi di un secolo fa: zangzang tumbtumb!

Questo rumore accelerato, la colonna sonora che non tace mai dietro ogni televisore, in ogni supermercato, nelle cuffie, nelle autoradio, in genere non porta con sé alcun significato.

A volte porta con sé una sorta di significato minimo, comprensibile a qualunque consumatore. Meno fatica richiede, più piace,  motivo per cui la popolarità di una canzone è in genere inversamente proporzionale alla sua qualità.

In alcuni casi, porta invece un significato: esprime qualcosa della sterminata nuvola tossica di risentimento, vittimismo, diffidenza e sospetto che la melassa sentimentale ufficiale incessantemente produce, per lo stesso motivo per cui ogni supermercato pulito e ordinato produce una quantità almeno equivalente di rifiuti.

Diventa questione di sopravvivenza, poter immaginare altri suoni.

La loro lentezza e delicatezza dà quasi fastidio, perché non corrispondono all’agitazione che è la modalità fondamentale dei nostri tempi.

E poi i significati che non siano di risentimento esigono uno sforzo intellettuale che non sentiamo più di dovere a nessuno.

Ecco perché è importante ascoltare, mezzo secolo dopo, quell’antidoto straordinario che fu l’Incredible String Band.

Che ci ricorda che non siamo soli. I nostri fratelli sono sparsi. Nello spazio, ma anche nel tempo.

Il cerchio non si spezza.

Le stagioni cambiano mentre piove freddo sangue
Ho aspettato al di là degli anni
ora sull’orizzonte vi vedo in viaggio
fratelli di ogni tempo raccolti qui
costruiamo insieme la nave del futuro
secondo un modello antico che viaggia lontano
andiamo facciamo vela per l’isola di sempre
attraverso i mari della partenza alle stelle estive

Le stagioni cambiano ma lo sguardo non cambia
o sorelle dagli occhi profondi, è voi che io vedo?
portate dentro di voi semi di bellezza
di figli non ancora nati felici e liberi
tra le vostre dita le parche tessono
il sacro legame del giallo grano
Ci siamo dispersi al calare della notte
ma nel luminoso mattino conversiamo di nuovo

Seasons they change while cold blood is raining
I have been waiting beyond the years
Now over the skyline I see you’re travelling
Brothers from all time gathering here
Come let us build the ship of the future
In an ancient pattern that journeys far
Come let us set sail for the always island
Through seas of leaving to the summer stars

Seasons they change but with gaze unchanging
O deep eyed sisters is it you I see?
Seeds of beauty ye bear within you
Of unborn children glad and free
Within your fingers the fates are spinning
The sacred binding of the yellow grain
Scattered we were when the long night was breaking
But in the bright morning converse again

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problemino

Problema risolto, potete commentare!

Sono spariti tutti i commenti, e non si riescono a scrivere di nuovi.

Credo che sia solo un problema di aggiustare il database, domani mattina quando mi sento più elettronico mi ci metto. Intanto molti di voi hanno il mio telefono, e comunque potete scrivermi a contact spirulina imolanet puntino com.

A presto!

Il vostro logorroico blogger

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