Renziani su Marte e l’orologio dei fessi

Come sapete, c’è un tale di Rignano sull’Arno, che quattro anni fa, cercò invano di aggiungere una lancetta all’orologio della Torre di Arnolfo da Cambio.

Memorabili le sue futuristiche parole:

“io gradirei avere un’ipotesi di un orologio che segna l’ora. L’orologio che fa fare riflessioni filosofiche va bene ai fessi” “vi domando: ma vi costa parecchia fatica metterci un’altra stanghetta?”

Sei anni fa, aveva anche promesso come “impegno personale, prioritario e irrinunciabile” di risolvere una questione di pochi metri quadri in un giardino nel nostro quartiere, fallendo ugualmente.

Si è quindi ripiegato a cambiare l’Italia,

non mi spaventano tre fischi, cambierò l’Italia!

poi è andata a finire come era ovvio che andasse a finire (se seguite il link appena sopra, noterete che almeno i connotati della signora nella foto saranno stati in qualche modo cambiati).

A questo punto, visto che l’Italia non sa mettere una stanghetta a un orologio, ha deciso di andarsene in California, come prima tappa di un viaggio molto più impegnativo, che lo vedrà alle prese con il Pianeta Marte:

“In questo primo giorno mi ha colpito – scrive tra l’altro l’ex segretario ed ex premier – la visita a Tesla, l’innovativa azienda di auto elettriche che ha il quartier generale a Palo Alto. Ho incontrato il vulcanico fondatore, Elon Musk, una personalità che mi aveva sempre incuriosito molto e che non avevo mai conosciuto prima di oggi. Difficile sintetizzare in breve i contenuti della chiacchierata. La scommessa sulle energie alternative per la mobilità, ma anche per la casa, il sogno di rendere possibile la vita su Marte, il super treno chiamato HyperLoop che sta facendo i primi esperimenti proprio in questi mesi, il design, l’Europa, la sostenibilità”.

I marziani si apprestano ad accoglierlo, tra supertreni e design.

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Un Pallone non Ha Confini, e altra fuffa

In queste ore, avrete tutti letto della vicenda dell’Unar, “Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali” della Presidenza del Consiglio, il cui direttore avrebbe fatto piovere fondi pubblici su circoli dove, a quanto pare, si praticava la prostituzione.

In Italia, sappiamo che qualunque cosa succeda, la mano destra dirà che è colpa della mano sinistra e viceversa. Una mano picchia l’altra, e tornano tutti a casa soddisfatti di sé.

E così si maschera sempre il vero scandalo. Anche perché chi in queste ore dà addosso al direttore dimissionario dell’Unar ha tanto interesse quanto chi lo difende, a nascondere la vera questione.

Eppure Il Giornale, che con uno scandalo del genere si esalta tutto, spiega tra le righe la vera questione:

“Uno scandalo che nasce dalla segnalazione anonima di un contatto intervistato da Filippo Roma. ” In realtà questi circoli non sono altro che dei locali con ingresso a pagamento – spiega il testimone – dove si incontrano persone gay per fare sesso, a volte anche questo a pagamento. Si tratta di un’associazione di imprenditori del mercato del sesso gay. Si nascondono dietro l’etichetta di associazioni di promozione sociale. Le stesse che dovrebbero avere come mission quella di aiutare le persone, ma in realtà, il loro unico scopo è quello di fare soldi senza pagare le tasse”. Le associazioni, infatti, in quanto tali non dovrebbero sottostare ad alcune regole che i locali commerciali sono costretti a rispettare. “Sfruttando la denominazione di associazione a cui sono concesse delle agevolazioni – spiega il testimone – Se si trattasse di un locale commerciale dovrebbero pagare le tasse sull’ingresso, sulle bibite, su tutto ciò che viene venduto, compresi i massaggi. E dovrebbero anche comprarsi una licenza. Alle associazioni invece, non è richiesto niente di tutto questo, proprio perché l’attività principale dovrebbe essere senza fini di lucro. Basta andare sui siti di quei posti per capire che cosa offrono”.

Mettiamo via per un attimo le pulsioni da tifosi, e guardiamoci attorno.

1) Si mette su un’Associazione. Che può essere di orientamento cattolico, laico, omosessuale, liberale importa poco. E fin qui, niente di male: il fatto che l’Italia ti permette di fare delle associazioni e non solo votare, sarebbe un’ottima cosa.

2) Ci si iscrive a una delle super-associazioni nazionali che prendono dalle sottoassociazioni una tangente e in cambio danno loro gli strumenti per non pagare il fisco. Tutte insieme muovono talmente tanti voti da essere intoccabili.

3) Si apre un’attività per far soldi senza scopo di lucro, che va dalla squadra di calcio al bar al progettino antibullismo.

4) A questo punto, si partecipa ai Bandi (e talvolta li si scrive direttamente, che così è più semplice).

I nomi sono di fantasia, poi se esistono davvero associazioni con nomi e progetti del genere, la colpa è loro e non certo mia:

Associazione Amici di Giovanni Paolo Secondo Onlus, il Progetto Mai Più Esclusi, perché l’infanzia sia sempre al primo posto. 70.000 euro dei contribuenti per portare i bambini in parrocchia a fare disegnini sulla pace e contro il bullismo, ricavando marginalmente anche uno stipendio precario per la catechista che il vescovo non è riuscito a piazzare come insegnante di religione a spese dello Stato.

Associazione Psyché Duemila, il progetto Sì Ho una Marcia in Più, ogni dislessico deve scoprire l’Einstein che ha in sé. Cinque laureati in psicologia disoccupati si spartiscono 17.000 euro per convincere un gruppo di alunni della scuola media a farsi certificare da loro, così potranno avere i compiti ridotti a metà e il diritto a consultare gli appunti durante la verifica in classe.

Associazione Wow Marilyn, il progetto Trance Iz Gender, 19.000 euro per poter pagare per la prima in volta gli sfigati che alle sei di mattina ripuliscono i preservativi nei dark room.

Associazione Vittime e Vittimi del Bullismo, progetto Nessuno/a Picchi Caino/a, 32.000 euro per fare lezioni nelle scuole su come il bullismo si combatta ascoltando il rap. Ci avevano provato prima con l’equitazione, ma il cavallo non era assicurato. Poi con gli scacchi, ma un bullo si era fregato il pezzo del cavallo.

Associazione Sportiva Calcio Giovani, Progetto Un Pallone non Conosce Confini Africalcitalia, 30.000 euro, per pagare quattro operatori per integrare tre nigeriani a pulire il campetto, così lo sponsor che per pagare meno tasse ha appena dato 120.000 euro all’Associazione (ricevendone indietro la metà in nero) farà più bella figura.

Associazione Montegiallo di Sopra, Progetto Tradizione E’ Futuro, riscopriamo i valori di un tempo mentre affrontiamo la sfida del mercato globale. 57.000 euro per fare la sfilata del Panettone al Sambuco e per rifare tutti i capannoni dei pollai.

Associazione Recupero e Prevenzione, progetto Adolescenza KritiKrisi. 87.512 euro per due anni per far fare videogiochi a sette ragazzotti e pagare gli operatori con i voucher a pulire le cicche dopo.

Vorrei rassicurare chi in questi giorni se la prende con quel perverso direttore dell’Unar: ve la state prendendo con il più normale degli italiani.

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Archoglioni

Il signor Melnichenko, giovane carbonaio russo, uno di quelli che Fanno Girare l’Economia del pianeta, è proprietario del più grande yacht del mondo.

Si è dimenticato di pagare la somma di 15 milioni di euro alla ditta tedesca che gliel’ha costruito, e così a Gibilterra (che non si sa bene cosa sia, a parte una riserva naturale per macachi) è andata a finire che gliel’hanno sequestrato.

In questa vicenda, colpisce un dettaglio nel comunicato che il signor Melnichenko ha voluto far pervenire alla stampa:

“E’ di una bellezza mozzafiato, e il design sconvolgente e la visione estrema di Philippe Starck saranno oggetto di molte conversazioni, ovunque viaggerà in giro per il globo. Ci aspettiamo che venga consegnato alla fine al proprietario.”

La Bellezza Mozzafiato è questa cosa qui:

yachtI palazzoni ammazzaspiaggia sullo sfondo danno un’idea delle dimensioni del coso.

Che sostanzialmente si fa vedere restando impenetrabile: ci sarebbe un lungo discorso da fare sulla cultura delle scatole giganti che ti prendono a pugni in faccia, senza però farti capire nulla di quello che succede dentro: i sovrani di oggi non sono come quelli di Versailles, dove anche la plebe veniva invitata a ballare.

Il coso è un giocattolo per spacconi timidi, insomma.

Avrete sicuramente notato poi i tre cosi che sovrastano il coso, e che non servono assolutamente a niente se non a impedire al coso (sottostante) di passare sotto qualunque ponte.

E qui troviamo la mano inconfondibile dell‘Archistar.

Del ruolo dei Geometri nello sbucaltamento planetario, abbiamo più volte discusso: fondamentalmente il geometra è quello ottuso che fa il lavoro sporco, poi arriva l’archistar e trucca il cadavere per il funerale.

Il problema è che questi qui non si limitano a fare i modellini di cartapesta all’asilo: modellano l’unico mondo in cui tu, io e tutte le persone normali devono vivere, visto che la stragrande maggioranza della specie umana vive ormai in ambienti urbanizzati.

Philippe Starck è un francese quasi settantenne che si fa ritrarre in questo modo:

philippe-starck-designerJohn Ruskin aveva colto perfettamente la questione oltre un secolo e mezzo fa, all’inizio di tutto il processo, quando chiese, qual è il contrario della working class? Non la idle class, che di lavativi ce ne sono ovunque; ma la playing class, che potremmo tradurre, per parlarci chiaro, come la classe cazzeggiante.

Tra le costruzioni con cui Starck ha abbellito il pianeta in cui tu, io e tutte le persone normali vivono, troviamo questa, che coniuga le due devastanti perversioni dei nostri tempi – la voglia di gabbie prefabbricate con la finzione di ruralità:

hotel-metzOra, gli architetti di una volta non sapevano dosare bene i materiali, e quindi finivano sempre per abbondare, pur di non vedersi crollare ciò che costruivano mentre erano ancora passibili di denuncia.

Ma gli architetti moderni hanno un sacco di programmini elettronici, sanno come ridurre al minimo gli sprechi e quindi hanno calcolato esattamente come tenere in piedi i loro giochino per trenta o quarant’anni, dopo sono brassicacee amare dei loro eredi.

Per cui ci possiamo consolare pensando che i nostri figli potranno godersi i ruderi di questa roba, mentre staranno ancora ad aspettare invano che crollino i ponti romani.

Ma torniamo ai tre cosi che sovrastano il coso del signor Melnichenko.

Philippe Starck, che li ha ideati, è non a caso noto soprattutto come autore di un’invenzione, lo spremiagrumi Salif:

“Vero oggetto iconico, simbolo della produzione di Philippe Starck ma anche di Alessi stessa, questo spremiagrumi tanto rivoluzionario quanto sorprendentemente funzionale fu delineato nei suoi tratti essenziali da Starck durante una vacanza al mare, in Italia, su una tovaglietta da pizzeria. “

Ce n’è anche un’edizione limitata in bronzo, 299 esemplari, 1000 euro a esemplare.

Il problema è che l’archistar, sulla tovaglietta da pizzeria, si era dimenticato di disegnarci anche un filtro: infatti, lo spremiagrumi Salif lascia cadere semi e pezzi di buccia direttamente dentro il bicchierino che raccoglie il succo.

Eppure il rendering può fare miracoli:

juicy-salif-philippe-starck-alessiNel bicchiere, anche l’osservatore più attento potrebbe pensare che ci sia solo succo.

 

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A Village Commune

Qualche giorno fa, si rifletteva qui – grazie anche ai commenti di Pino Mamet – sul peculiare rapporto che esiste tra la Toscana e gli inglesi.

Un po’ come se gli inglesi fossero uno specchio in cui i toscani potessero finalmente vedere se stessi.

Maria Louise Ramé, che scriveva sotto lo pseudonimo di Ouida, fu una di quelle fantastiche donne anglosassoni che calarono in queste terre.

Su di lei si addensò una gran nuvola nera di leggende, e volle farsi costruire una tomba nel dimenticato Cimitero degli Inglesi di Bagni di Lucca, dove fece scolpire se stessa in marmo nelle sembianze di Ilaria del Carretto (pro memoria, visitare la sua tomba la prossima volta che ci passo).

ouida

Ouida

Ouida fu una meteora – una delle scrittrici più famose del mondo anglosassone, e così dimenticata che persino io fino a poco tempo fa ne ignoravo l’esistenza.

Eppure, questa donna capì alcune cose fondamentali dell’Italia: molto di più di quanto avrebbero capito tanti insigni italiani che nei decenni successivi sbagliarono tutto.

A Village Commune è un romanzo di oltre 400 pagine, che Ouida pubblicò nel 1882, a due decenni dalla nascita dell’Italia.

village_communeDescrive in minuzioso dettaglio la vita politica e sociale di un piccolo comune (Vezzaja e Ghiralda, e in particolare della frazione di Santa Rosalia), situato “da qualche parte tra l’Adige e il Molise”, e le sue trasformazioni nella nuova Italia: che poi è quella nostra, di centotrent’anni dopo.

Il personaggio centrale è Gaspardo Nellemane, il giovane segretario comunale che ambisce a diventare deputato, e manovra con delicata astuzia l’apparato comunale, con in testa l’imbelle sindaco, il cavaliere Durellazzo.

Sopra il villaggio, c’è un monastero abbandonato della congregazione delle suore benedettine olivetane. Il brano è un po’ lungo, ma ci insegna tante cose.

Se trovate lo stile a tratti un po’ retorico, provate a fare un confronto con gli sbrodolamenti di certi scrittori italiani coevi.

E scusate la mia traduzione poco letteraria.

“La vecchia casa delle suore olivetane era stata spogliata, come se fosse stato concesso in saccheggio a un esercito di invasori. I crocifissi, gli avori, le incisioni furono venduti dallo Stato agli antiquari e gli affreschi, opera del Sodoma e di Carracci, furono strappati dalle pareti e ceduti a una nazione estera.

Tutto ciò era successo prima dei tempi di Messer Nellemane, ma da persone cose simili a lui che avrebbero potuto essere i suoi fratelli maggiori.

L’edificio deserto, quando lui era arrivato nel villaggio, se ne stava su di una collina come una città in rovina; ancora maestosa, perché i suoi vecchi muri, tutti ricoperti di marmo e di porfido, avrebbero potuto cedere solo a colpi di cannoni; e il suo alto campanile, di squisita snellezza e simmetria, ancora puntava dal suo trono verde verso il cielo, anche se le campane erano state strappate e fuse per farne la statua di bronzo di uno dei fratelli maggiori di Messer Nellemane giù in città, dove la chiamavano il Monumento al Soldato della Libertà, con la Gloria e la Pace sedute insieme alla sua base.

L’edificio era un guscio vuoto, e mentre il governo pensava sempre a farne un istituto, una caserma, una polveriera o un laboratorio, gli anni erano passati e umidità e siccità si erano alternate per farne un rudere.

Eppure la bellezza della foresta attorno era rimasta intatta da quando Santa Rosalia per la prima volta aveva visto Messer Nellemane; e lui era già da un po’ di tempo su quella poltrona che intendeva trasformare nel punto di partenza per diventare in futuro ministro dello Stato, quando gettò lo sguardo su quell’infranto tempio alla superstizione. Con gran meraviglia, vide che il legname sulla collina era rimasto tutto in piedi.

Tutti quegli istinti che gli avevano sempre fatto sentire che fosse suo destino diventare un giorno ministro delle finanze o degli interni, insorsero nel suo petto.

Che spreco dell’erario pubblico! E che provvigioni erano lì, che aspettavano qualcuno! Messer Nellemane, di tutte le cose che c’erano in questo mondo, amava soprattutto le opere [a job]. La mente ufficiale ama sempre le opere. Detestava, inoltre, gli alberi, proprio come detestava i cani. E come i cani si potevano sopportare solo se erano guinzaglio, per lui gli alberi erano tollerabili soltanto quando erano state segati in tavole ben piallate.

La mente ufficiale, con cui lui era stato creato, aborriva l’esistenza imministeriale e improvvida permessa a quel bosco un tempo sacro, mentre il convento che quel bosco circondava era stato trattato come il libero pensiero sa sempre trattare tali monumenti alla superstizione.

Messer Nellemane fece un umile sugggerimento al Cavaliere Durellazzo ; il Sindaco fece una comunicazione alla Giunta; ci fu un incontro sussurrato con il Prefetto; il Prefetto andò a Roma e sussurrò qualcosa al Ministro dei Lavori Pubblici, che era suo amico. Si scoprì improvvisamente che c’era un gran bisogno di legno di quercia nei cantieri navali, anche se stavano ormai costruendo navi di solo ferro; e presto si decretò che gli alberi che avevano offerto riparo e grazia all’oscurantismo del passato dovevano cadere e aiutare a riempire le casse del presente.

Il Ministro affidò la direzione della vendita al Prefetto; il Prefetto la affidò al Sindaco di Vezzaja e Ghiralda, la provvigione al Prefetto era sottinteso, che di tali cose nessuno ovviamente parla.

Il Sindaco affidò i lavori al proprio segretario, essendo sottintesa anche la provvigione al Sindaco stesso; e anche la Giunta capì, senza che ci fosse bisogno di dire nulla, come ognuno di loro avesse un interesse negli utili finali.

Ma possiamo dare per scontato che quando le varie provvigioni, prima quelle dei grandi Ministri giù a Roma, e poi del Prefetto nella città vicina e poi di tutti i personaggi minori coinvolti, senza dimenticare Messer Nellemane che si prendeva sub rosa la briga di seguire tutta la faccenda, fossero state sottratte ai proventi totali risultanti dalla vendita del legname allo Stato, la nazione non avrebbe mai comprato legname più costoso per i propri cantieri.

Eppure, tutti erano molto contenti, a parte alcuni artisti che cercarono di sollevare qualche protesta, come fanno sempre quegli esseri fastidiosi, e il popolo del comune in genere, che non era stato consultato e non contava.

I dettagli della vendita restarono tra quelle cose ufficiali che non escono mai dagli archivi, e su cui i libri  blu, i libri verdi, i libri gialli e tutti i libri parlamentari tacciono, in ogni paese.

Gli alberi caddero; i giganti vecchi di secoli crollarono a terra sotto l’ascia o il fuoco; le lepri, gli uccelli, le miriadi di esseri che costituivano la bella e innocente vita del bosco, fuggirono o furono sterminate senza pietà; il legname  fu portato via a carrettate per ardere nelle fornaci dei lavori pubblici o marcire nei cantieri navali; e Messer Nellemane, in privato e tramite un cugino fidato, comprò alcuni titoli esteri; anzi, tutti quelli coinvolti nella vendita comprarono qualcosa.

Il convento se ne stava spoglio e triste nel suo paesaggio desolato, e sopra il fiume si innalzava una gran costa, nuda, ferita, paurosa, con buche annerite dove un tempo, a primavera, fiorivano le primule e i giaggioli azzurri.

Messer Nellemane guardò in su, e sentì che era un’opera degna di lui, e pienamente nello spirito dell’epoca.

Fu davvero pari all’abbattimento della cappella di Tell e della casa di Milton; alla distruzione delle mura di Augusta e delle torri di Norimberga; al livellamento delle Case Spagnole di Bruxelles e dei bastioni di Gall, del Grand Chatelet di Parigi e del Tabard Inn della vecchia Londra; e sentì che la sua opera meritava un posto d’onore in mezzo a tutta la grande distruzione inferta dal Progresso e dall’Economia in questo, il più nobile ed estetico dei secoli, grazie ai suoi capi ed esecutori, i Comuni.

Nei tempi andati, architetti e artisti avevano costruito qui, con diligenza, riverenti, con amore, nel nome di Dio e delle arti; ma Messer Nellemane, anche se non ne aveva mai sentito il nome, sarebbe stato d’accordo con Sainte-Beuve, quando affermava, ‘Dieu, ce n’est pas français’ e da parte sua sarebbe stato altrettanto pronto a dire che l’Arte non faceva più parte del vocabolario italiano.

In tempi passati, i comuni europei credevano di esistere per patriottismo e per la gloria della propria città; costruivano per onore di Dio e per amore del loro paese. Ma oggi, tutto ciò è cambiato; un comune è soltanto una selezione di persone intente ai propri interessi; il motto di ciascuno è, ‘la mia politica sono io'; che si abbattano antiche mura o se ne costruiscano di nuove, l’oro sgorga dalla malta per i consiglieri, gli appaltatori e i commissari, e non riescono mai a capire perché gli altri non siano soddisfatti come sono loro.

Che si tratti di demolire o di costruire, si chiedono soltanto quanto renderà.

Che cadano alberi a Kensington Gardens o alle Cascine, che si abbattano antiche chiese a Roma oppure a Parigi, che nuove strade abbruttiscano Venezia o Vienna, che si facciano a pezzi giardini sul Pincio o nel Bois, ci sarà sempre qualcuno che intasca qualcosa sub rosa, e invece di Jacques Coeur o dei Fugger, o di William di Wykham, o Alan Walsingham, abbiamo funzionari delle Opere Pubbliche avidi come Arpagone, ottusi come Prudhomme e più spietati di Attila.

Si meravigliano sempre del fatto che tu non sia soddisfatto.

Se vuoi una bella struttura, non puoi forse creare una gran cornice di vetro per un mercato o una mostra, o innalzare un bel gingillo bianco come lo zucchero fatto di intonaco e stucco, da chiamare ministero della guerra, chiesa, università o palazzo, a piacere?

La mente burocratica e del funzionario comunale non riesce a comprendere alcuna gioia superiore a quella di distruggere, ricostruire e intascare il ricavato di entrambe le operazioni.

Il nostro amico Messere Nellemane era nato con gli organi burocratici e comunali entrambi altamente sviluppati nel suo cervello, e dentro i propri stretti confini, cercava di accogliere pensieri grandiosi, e il suo cuore si sentiva sempre confortato quando guardava su, verso la roccia e la spoglia sabbia, dove un tempo c’erano state le querce del convento.

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Il diritto a non essere offesi

Leggo oggi sul sito di Repubblica un titolo che riassume una visione del mondo:

pepeEra ora, anch’io mi sono sentito disprezzato e offeso da tutti quelli che si permettono di dire che siamo noi che giriamo attorno al Sole.

Mentre mi basta guardare la mattina verso est, vedo che è il Sole che sorge e si muove.

Da ora in poi, non permetterò a nessuno di darmi dell’ignorante per questo!

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Un modesto invito all’Ultradadaismo

In margine alla mostra del dissidente fiscale cinese Ai Wei Wei, ci onoriamo di presentare un autentico monumento all’arte contemporanea.

Siamo all’Orange County Art Museum in California, il solito pezzo di lego senza finestre rovesciato sulla campagna automobilizzata.

Questa volta hanno invitato un tale Richard Jackson, che si definisce neodadaista, e che ha avuto, evidentemente, via libera di fare quello che voleva, grazie a quei complessi algoritmi che stabiliscono il prezzo di un artista (no, inutile che ci speri, il gabbiano disegnato da tua figlia quattrenne non è arte).

Pur apprezzando questa forma di neodadaismo e condividendone in pieno il messaggio, ci sembra che manchi qualcosa: il Museo avrebbe potuto aggiungere un tocco di ultradadaismo, rifiutandosi di pagare il signor Jackson. Che avrebbe aperto un dibattito molto thought provoking sul Valore dell’Arte.

Ma a ogni trasgressione, c’è un unico ma invalicabile limite, definito dalla santità del Denaro e della Proprietà.

Coi fanti, si scherza volentieri, ma i santi si lasciano rigorosamente in pace.

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La Pala Nerli

A sinistra dell’altare sovraccarico di Santo Spirito, in un angolo oscuro, c’è un quadro di cui mi sono innamorato forse un anno fa (e a cui credo di aver già accennato).

E’ la Pala Nerli, dipinta da Filippino Lippi, figlio di un frate e di una suora.

Suo padre era l’indomabile, ignorante (alla toscana) e geniale Filippo Lippi figlio del beccaio d’Ardiglione, che è il luogo più segreto e sacro del nostro gonfalone, e di suora Lucrezia Buti, che per giunta non si sposarono mai…

Il libidinoso Filippo ebbe l’ardire di rapire la suora durante la Festa della Sacra Cintola: dovete sapere che San Tommaso, scettico recidivo, dubitava pure dell’Assunzione della Madonna, per cui lei, quasi per scherzo, mentre saliva insù, gli regalò la sua cinta di lana caprina, tanto che se ne faceva tra le nuvole dove magari poteva volare libera e nuda?

Filippino Lippi dipinse, con grande delicatezza e con i minerali, le piante, la pappa di insetti spiaccicati che l’epoca offriva per creare colore, il solito signore, tale Tanai de’ Nerli e la sua signora, tale Nanna Capponi (i cognomi da noi son sempre quelli), che immaginavano di incontrare la Madonna e Gesù. Che se non avessero pagato, il quadro non ci sarebbe stato nemmeno.

Poi ci sono Santa Caterina, con la ruota spezzata; San Giovannino, il bambino sotto Gesù (splendida idea cristiana, quella di adorare un dio che è un bambino strullo che gioca con un bastone, che poi è la croce su cui il suddetto strullo sarà inchiodato) che è Giovanni il Battista; San Martino sulla sinistra in piedi, che ci dovrebbe rivelare la segreta appartenenza di Tanai ai Buonomini di San Martino, dei cui meriti abbiamo già parlato.

Ma io resto incantato:

dalla luce da tramonto (che in questa immagine troppo chiara si intuisce appena),

dallo sguardo della ragazza morta e dimenticata tanti secoli fa, ma viva e bella come le nostre donne di oggi,

e soprattutto dal paesaggio dietro, che non corrisponde a nessun paesaggio reale, perché coglie in modo assolutamente preciso l’archetipo stesso del paesaggio del Gonfalone del Drago Verde.

E’ quasi Palazzo Guadagni, dove c’era la biblioteca popolare Pietro Thouar (che quando l’hanno spostata a Piazza Tasso, han fatto sparire dalla targa l’aggettivo popolare),

è quasi Porta Romana oppure Porta San Frediano (che da Palazzo Guadagni non si vedono),

a sinistra è quasi Bellosguardo dove Amy Levy e Vernon Lee avrebbero cercato, tanto tempo dopo, il fiore del prugnolo,

e fuori porta, ruderi di palazzi che nessuno aveva mai costruito.

Ma nel mondo immaginale, con quella luce che si percepisce nell’oscurità, viene il bizzarro pensiero che quello dipinto da Filippino Lippi possa essere davvero il nostro mondo, di cui le porte e i palazzi sono ingannevoli riflessi.

Ascolto in questo momento le campane del Carmine, quelle di Santo Spirito arrivano appena dopo.

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Lasciamo perdere Trump, per favore

Da qualche settimana, vedo che tutti i media non fanno altro che parlare di quello che fa o dice il signor Donald Trump.

Ora, Donald Trump è semplicemente il presidente degli Stati Uniti, che già non sono uno “stato” in senso europeo, sono cinquanta stati ciascuno con un grado di independenza inimmaginabile da noi.

Poi lui è solo uno dei tre rami ufficiali del potere, e anche uno solo dei mille rami non ufficiali del potere.

Se questo pittoresco speculatore immobiliare è riuscito a farsi strada, è perché ha colto qualcosa di essenziale.

E su questo qualcosa di essenziale, il resto del mondo tace.

Per cui cerchiamo di ribadire ancora una volta una cosa già detta.

La questione fondamentale è urbanistica, cioè riguarda una scelta di sistema di vita che da settant’anni segna la vita statunitense: la suburbia.

La suburbia non esiste nei censimenti (dove l’81% della popolazione risulta “urbana”), eppure è la principale realtà degli Stati Uniti.

Uno studio organizzato da una potente agenzia immobiliare su 2008 intervistati in tutti gli Stati Uniti ha dato un risultato interessante, perché riguarda la percezione che gli intervistati hanno della propria esistenza.

Il 26% della popolazione degli Stati Uniti dice di vivere in un ambiente “urbano”

Il 53% vive nella “suburbia”.

Il 21% vive in un ambiente “rurale”.

La maggioranza “suburbana”, per poter vivere in quell’allucinato ambiente in cui magari è anche nata, non è la parte più povera della popolazione: gli italiani pauperisti queste cose non le possono apprezzare, negli Stati Uniti i poveri e semplici sono anche i falliti.

La maggioranza suburbana è l’orgoglio degli Stati Uniti, il primo paese ad aver permesso a una maggioranza di sentirsi “middle class” e non proletariato sfruttato: la redenzione concreta dell’umanità attraverso la ricchezza, da contrapporre per sempre alle fòle dei sovietici, che non avevano recinti e paletti attorni alla loro Proprietà.

Questa maggioranza vive indebitandosi per quattro cose indispensabili:

1) la casa

2) l’automobile, indispensabile per potersi muovere nella suburbia

3) gli studi dei figli

4) la salute.

Questo sistema di vita è possibile soltanto se i diretti interessati hanno una ragionevole speranza di poter pagare mutui che durano magari decenni.

E quindi senza posto fisso, si troveranno senza casa.

Senza posto fisso, alla casa, se ce l’hanno, non ci potranno arrivare fisicamente, in un’urbanistica che non ha pensato ai marciapiedi.

Senza posto fisso, i loro figli non studieranno.

Senza posto fisso, se hanno un tumore, il buttafuori dell’ospedale li prenderà a calci con doppio gusto.

Questa maggioranza della popolazione degli Stati Uniti, ogni sera va a dormire in una casetta linda, con un’automobile succhiabenzina nel garage, nell’isolamento della finta campagna, con un bravo figlio che studia…

… e sogna di trovarsi qualche giorno dopo nelle condizioni di questo signore:

homeless

Pensate all’effetto che fa a gente così, sentirsi accusare di essere poco accogliente…

Questa condizione da incubo, della maggior parte della popolazione del paese più importante del pianeta, è di conseguenza un incubo per tutto il pianeta.

Questo incubo, non l’ha creato un signore con i buffi capelli biondicci.

L’hanno creato decenni:

di architetti arditi,

di cultori dell’automobile,

di mercato grande come il pianeta e magari arriviamo pure sulla Luna,

di sognatori di progresso infinito,

di cantore di frontiere che si spostano sempre, o magari nemmeno esistono,

di amanti dell’Uomo Comune,

di gente che dice che il terreno e il paesaggio sono una merce come tutte le altre,

di truffatori che ti raccontano che il petrolio non finirà mai e se finisce ci saranno le Rinnovabili infinite,

di impostori che dicono che per ogni Problema c’è una Soluzione,

di credenti nell’Individuo e nella Famiglia,

di venditori di case finte che promettono ai cittadini paradisi rurali,

di devoti della proprietà privata diritto umano fondamentale,

di esaltatori delle Grandi Opere Pubbliche,

di pubblicitari di automobili,

di film with a happy ending,

di coccolatori della Classe Operaia,

di esaltatori del Progresso Spendendo di Più,

di sindacalisti,

di geometri che credendosi Dio, hanno diviso la terra,

di spacciatori di petrolio,

ma anche di quel patto con il diavolo che è stato l’Obamacare, cure per molti purché i guadagni delle aziende farmaceutiche siano non negoziabili.

Quando parlate di “Trump”, state parlando in verità di tutto questo: di America.

Odiate, se volete, lei e sua gemella, il Debito.

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