Il grande segreto

Guido Battisti, che tante volte ha ispirato le riflessioni su questo blog, mi segnala un articolo che non ho ancora letto fino in fondo: sono rimasto folgorato dal brano con cui inizia.

Si tratta di una citazione di Karl Marx, e questo ci crea subito un problema: basta nominarlo per entrare in un gioco allucinante di specchi di identità novecentesche.

Per cui preciso che non sono un -ista di nessun tipo e tantomeno un marxista.

Il mio non marxismo non deriva solo da un disaccordo su questo o quel punto, o dalla scarsa simpatia che ho per i mondi reali dei marxisti. E’ una cosa più profonda.

Anni fa, me lo spiegò un marxista vero: Marx pensava solo per immense astrazioni – e quindi parlava come i teologi – mentre io vedo il mondo attraverso le gocce d’acqua, arrivo a vaghe e confuse astrazioni solo attraverso gli individui.

Però quel tizio barbuto, egocentrico, insopportabile – dicono – scriveva quando il mondo moderno era appena agli inizi; eppure in qualche modo vedeva esattamente ciò che vediamo noi ogni volta che camminiamo per le nostre strade:

Nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza. Nella mite economia politica ha regnato da sempre l’idillio. Diritto e “lavoro” sono stati da sempre gli unici mezzi d’arricchimento, facendosi eccezione, come è ovvio, volta per volta per “questo anno” (K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica).

 

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Da ridere e da piangere fino a Natale

Come avranno notato i lettori, in questo periodo non ci sono per il blog.

Tutto è cominciato quando un giornalista del Fatto Quotidiano ha scoperto che a due passi da casa mia abita Sveva Nardella, sorella del sindaco Dario Nardella.

Sveva Nardella due anni fa faceva la rappresentante dei vini e degli olii del cugino Michele Nardella e oggi fa la Dirigente Staff Segreteria Generale” dell’Associazione Professionale Polizia Locale (insomma, i vigili urbani di tutta Italia).

Ora, Sveva quella casa l’aveva comprata da Salvatore Leggiero.

Salvatore Leggiero è un ex-aiuto elettricista napoletano che aveva messo da parte un po’ di soldi vendendo enciclopedie (ma anche stabilendo una lunga amicizia con Marcello Dell’Utri) e con i risparmi si sta comprando uno dietro l’altro tutti i bei palazzi di Firenze.

Tra i suoi acquisti, l’area Nidiaci, donata un secolo fa dalla Croce Rossa Americana alla popolazione di San Frediano e su cui la giunta, diretta proprio da Dario Nardella, ha votato di dare via libera a Leggiero lo scorso primo aprile.

Il giorno dopo quello in cui il Comune gli ha dato via libera, è girata su Facebook la foto di Leggiero assieme al guru motivazionale Roberto Re che brindavano nudi nella sauna con una grande bottiglia di Dom Perignon.

Passano un paio di giorni, con l’Oltrarno che è tutto un chiacchierare [1]: arriva la notizia che la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta su tutta la vicenda Nidiaci; quasi contemporaneamente parte un nuovo esposto contro l’Amministrazione Comunale, accusata di aver deliberatamente fatto in modo da perdere l’unica causa legale intrapresa contro Leggiero.

Di notte qualcuno ha tappezzato il quartiere con manifesti che riportavano l’articolo del Fatto Quotidiano, e subito dopo è passato qualcun altro a staccare questi, e solo questi, manifesti.

Entro qualche ora, veniamo ovviamente a sapere chi è che ha ordinato che venissero staccati: dovete sapere che la nuova capitale d’Italia, Firenze – se togliete 16 milioni di turisti dallo sguardo fuso – è una piccola corte di aristocratici dove nessuna mossa sfugge alla plebe.

Vieni a sapere le cose, non da una, ma da due tre quattro fonti diverse. Storie divertentissime e impubblicabili, dove le vette più contorte dell’intrallazzo si confondono con gli abissi della meschinità umana: un giorno, spero che il breve regno di Renzi troverà il proprio Svetonio.

Come potete immaginare, i politici a questo punto sono letteralmente scomparsi dall’Oltrarno.[2] Che non sarebbe certo una tragedia, se non fossero loro a dovere, almeno in teoria, decidere del nostro destino.[3]

In questo, ha avuto un certo peso anche il fatto che l’Amministrazione avesse appena deciso di privatizzare a metà le scuole dell’infanzia del Comune, tra cui la nostra amatissima scuola Mazzei con le sue fantastiche maestre. E che tra quelli che ci avevano più da guadagnare da questo bell’atto di generosità pubblica c’erano le cooperative di Comunione e Liberazione, dove le figure di spicco sono Gabriele Toccafondi – il capo della destra a Firenze – e Chiara Lanni, che poi casualmente è la moglie di Dario Nardella.

Così alcuni genitori dal carattere fohòso hanno buttato giù simbolicamente un pezzo della rete che Leggiero aveva eretto, per accedere a una parte del giardino che il Comune ci aveva promesso ci sarebbe stata restituita.

Poi arrivano quasi insieme due notizie.

La prima è che Salvatore Leggiero deve aver venduto qualche altra enciclopedia: infatti, per 30 milioni di euro ha aggiunto alla propria collezione un enorme albergo al centro di Firenze.

La seconda è che c’è stata la vittoria dei Bianchi di Santo Spirito contro gli Azzurri di Santa Croce.

Non avrei mai pensato di poter gioire, alla mia età poi, per una storia di palloni, ma questo è un pallone ben diverso.

Ha fatto tutto il  Vallero, facendo lui stesso una caccia una volta, e altre due volte passando la palla in modo tale che la caccia la facessero i suoi compagni. E dietro il Vallero, e  sua moglie e i loro due figli, e il loro vicolo, c’è un mare di storia e di storie, da ridere e da piangere fino a Natale.

bianchi-15-06-14-bisNote:

[1] Non tanto per la casa di Sveva Nardella, che fu acquistata, pare, a prezzo di mercato, quanto per il fatto che il sindaco non avesse mai reso pubblico il fatto, prima di scegliere di fare un favore di quella portata all’immobiliarista.

[2] Spariti da questa riva dell’Arno, non dall’altra. Il sindaco Dario Nardella in persona ha sorpreso uno zingaro alla stazione mentre faceva la pipì. Senza lasciarsi commuovere dalle giustificazioni del Degradatore (“sono senza casa e senza soldi”), il sindaco ha fatto multare il colpevole per la somma di 400 euro. Se siete poveri, vi tenete la pipì, se siete ricchi vi tenete i giardini.

[3] Tecnica Politica di Base, cambiare il responsabile di qualunque cosa ogni sei mesi. Con due possibili esiti, entrambi vincenti (per i politici):

a) Il Nuovo Responsabile ti accoglie sorridendo, promette di risolvere finalmente tutto. Solo per una cosa si infuria: se tu gli chiedi conto di quello che non ha fatto il suo predecessore. Io sono io, non mi assumo le colpe degli altri! E ti dà appuntamento tra sette mesi, quando lui si occuperà di ben altro.

b) Il Nuovo Responsabile per i sei mesi indispensabili non si fa trovare al telefono, rimanda eventuali appuntamenti e  non risponde alle interrogazioni.

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Giù la rete!

Ieri pomeriggio pare che un nutrito gruppo di gente di San Frediano (La Nazione parla di una quarantina di persone) abbia spontaneamente buttato giù la rete con cui Salvatore Leggiero (l’amico di Dell’Utri che ha cacciati i bambini dal luogo che da novant’anni era loro) aveva delimitato ciò che la sua Amore e Psiche Holding aveva tolto alla popolazione del rione.

Proprio ieri mattina, gli abitanti avevano letto su tutti i giornali la buona notizia, cioè che la Procura aveva aperto un’inchiesta sulla vicenda dell’area detta “Nidiaci”.

Il sindaco Dario Nardella ha promesso “totale collaborazione con la magistratura”.

Stamattina c’erano due vigili e un impiegato del proprietario che studiavano pensosi la rete divelta.

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“I più estranei di tutti gli stranieri…”

banlieuesNel terzo numero di Dabiq, la patinata rivista del cosiddetto Stato Islamico, leggiamo una citazione dell’antico teologo Ibnul-Qayyim che trovo di straordinario interesse.

In fondo, dell’ISIS (da non confondersi con l’Institute for the Secularization of Islamic Society) non sappiamo quasi nulla; ma qualcosa della sua immagine, di ciò che smuove i cuori di tanti giovani delle periferie del mondo, emerge da queste parole.

Si tratta di uno dei poli delle possibilità umane: lo sradicamento non solo come dato di fatto, ma come scelta assoluta di esistenza.

Al polo opposto abbiamo tutto ciò che qualifica, il politeismo non solo degli dei e delle immagini, ma di luoghi, legami, costumi, lingue, storia, pietre.

Ibnul-Qayyim (1292-1350) di Damasco fu discepolo di Ibn Taymiyyah e  autore di molti trattati.

A lungo incarcerato per aver predicato contro i pellegrinaggi alla tomba del Profeta, fu uno dei primi studiosi a confutare alchimia e astrologia in base a riflessioni scientifiche. E anche questo ci sta, a pensarci bene, come ci sta la sua ardita tesi del fanaa’ al-naar, la natura limitata nel tempo e più purificatrice che punitiva, del fuoco dell’inferno.

Il brano citato ruota attorno alla radice araba gh-r-b, cui abbiamo già dedicato qualche riflessione (parlando di Rim Banna e della tomba di Tameka Cunningham).

Gli editori di Dabiq, che scrivono un perfetto inglese, hanno fatto l’ottima scelta di usare i termini strange e stranger: quest’ultima somma in sé i valori semantici dei termini italiani, straniero, forestiero ed estraneo.

A noi non interessa la discussione, per definizione in malafede, tra xenofobi che dicono che l’Isis sarebbe il “vero” Islam e altri che lo negano, semplicemente per evitare pregiudizi contro gli immigrati.

Nella nostra modesta opinione di non musulmani, è “vero musulmano” chiunque si consideri tale, anche se ha una visione delle cose del tutto inconciliabile con quella di altri “veri musulmani”.

Ibnul-Qayyim (che Allāh ne abbia misericordia) disse, “Allah subhānahū inviò il Suo Messaggero ai tempi in cui le genti della terra seguivano diverse religioni. Tra di loro, adoratori di idoli, adoratori del fuoco, adoratori di immagini, adoratori della croce, ebrei, mandei e filosofi. Quando l’Islam cominciò ad emergere, era qualcosa di strano e chiunque lo abbracciasse e rispondesse ad Allah e al Suo Messaggero diventava uno straniero nel proprio distretto, nella propria tribù, famiglia e clan.

Quindi, quelli che rispondevano alla predicazione dell’Islam abbandonarono le loro tribù. Piuttosto, erano individui solitari che emigravano dalle proprie tribù e clan ed entravano nell’Islam. Perciò erano davvero stranieri, fino al momento in cui l’Islam emerse pienamente, la sua predicazione si era diffusa e la gente vi era entrata a moltitudini, e allora cessarono di essere stranieri.

Poi l’Islam iniziò a spaccarsi e a svanire, fino a tornare per diventare qualcosa di tanto strano, quanto lo era stato agli inizi.

Il vero Islam, che il Messaggero di Allah (sallallāhu ‘alayhi wa sallam) e i suoi Compagni seguivano, è oggi qualcosa di ben più strano di quanto fosse quando apparve per la prima volta, anche se i suoi aspetti apparenti e le sue caratteristiche sono ben noti e famosi.

Perché il vero Islam è estremamente strano, e i suoi aderenti sono i più estranei tra tutti gli stranieri, in mezzo alla gente”.

Tratto dai Madārij us-Sālikīn.

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Trombe, tube, tromboni e percussioni

Gli Ottoni dei Medici, i suonatori di ottoni del Maggio Musicale Fiorentino, hanno deciso di dimostrare la loro solidarietà al nostro rione con una serata al giardino Bartlett-Nidiaci, per raccogliere fondi per la nostra associazione.

A chi casualmente non sarà da quelle parti, e non sa dove dare il 5×1000, ricordiamo la formula magica:

Associazione Amici del Nidiaci in Oltrarno ONLUS
Codice Fiscale 94 22 62 90 487

15-05-23-ottoni

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Teologia toscana

Via de’ Serragli è lunga, storta e sofferta, e porta persino nel nome il peso dei Signori che hanno deciso le vite della piccola gente.

Ci sono gli autobus rossi a due piani pieni di turisti che salutano i  poco ospitali abitanti del primo piano alla finestra;  e la strada ha il marciapiede largo trenta centimetri quando va bene, per cui la evito quando posso.

Il buon falegname dell’Ardiglione, il nostro Riccardo, se ne andava a spasso qualche mese fa per quella via, e si trovò quella striscia di marciapiede occupata da una signora grintosa con un microfono vicino alla bocca, che stava impartendo ordini in inglese a nessuno in particolare.

Riccardo si accorse che dentro un fondo, c’era tutto un gruppo di americane che stavano facendo yoga, talmente tante americane fitte e bionde che la maestra doveva stare fuori e comandarle in remoto.

Riccardo mi fa,E mi hiedevo, o che l’è grulla questa qui?”

Chi è di destra, chi di sinistra, in questa storia?

Roberto Sieni ha scritto un piccolo, sconosciuto e bellissimo libro su I ‘ragazzi’ di Via de’ Serragli. Persone, parole e luoghi minori dell’Oltrarno.

Forse il pezzo che mi ha fatto riflettere di più, perché ci dice tanto non solo su Via de’ Serragli, ma anche sulla Toscana, l’Italia e il cattolicesimo:

“Di mio zio ricordo un modo tutto suo di imprecare, pratica diffusissima, da quelle parti, e soprattutto condita di costante e copiosa blasfemia.

Ma mio zio non faceva esattamente questo. Instaurava dialoghi con l’Onnipotente come Don Camillo faceva con il Cristo, ovviamente – nel caso di mio zio – in forma polemica e spesso anche irata. Riteneva infatti, mio zio, che “se non ti fai vedere arrabbiato il Padreterno ne approfitta”.

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O Daio Bečiri!

“O Mikeli, sono morta, è morto lo Zio Bèčir!”

Lo Zio Bečir se n’è andato, in qualche diroccata casa vicino al santuario di Gračanica.

“Russava molto”, spiegano.

La prima volta che l’ho visto, era uscito dritto dal mare, su di uno scafo veloce che portava chi fuggiva dalle notti in cui gli zingari sognavano sangue, e credeva di essere andato in Serbia, ma era l’Italia.

Lo Zio Bečir faceva paura a vederlo, la prima volta.

Il viso che sembrava cuoio nero d’India solcato dalle rughe, i grandi occhi che ti fissavano, un unico dente in bocca; poi capivi come attorno a quella bocca crescesse un sorriso tutto piegato e allegro, e un fiume di parole senza senso e di affetti intensi che abbracciavano il mondo intero.

Lo Zio Bečir aveva capito che ero gagiò, e quindi con cortesia mi parlava sempre in gagiokhanè, un serbo veloce e misterioso che nemmeno i suoi parenti capivano.

Dàio Bečìri, con i bambini degli scafi e dei campi in braccio, a reggere un mondo intero con compassione e dolcezza, Dàio Bečìri con cui improvvisavamo recite con qualunque cosa trovassimo per mano, e nelle nostre non lingue, inventavamo personaggi sempre più assurdi prima di crollare dalle risate.

I dottori lo guardavano e non capivano cosa avesse, magari possiamo sognare che non ci sia un nome per definire la sua stranezza, e lui rideva lo stesso.

In quel mondo di infinito dolore, di cadaveri annegati in fondo al mare, di gente che non sapeva dove sbattere la testa, di documenti incomprensibili, di donne sempre incinte ferite a pugni e bastonate (ma che fuggivano in universi di sogni premonitori), di fabbri che guardavano i figli morire e si chiedevano da dove venisse la maledizione, di vampiri che riempivano le notti e di poliziotti che riempivano i giorni, di uomini che avevano solo la sljivovica con cui passare notti al gelo, di maschi che si credevano pirinò e invece finivano incarcerati lasciandosi dietro una scia di figli affamati,  con sullo sfondo le case del Kosovo incendiate ad una ad una…

In quel mondo, hai portato tanta gioia, gioia di un’intensità che i signori del pianeta non potranno mai comprare.

In un modo misterioso e strano, eri parte davvero della mia familija.

Dàio Bečìri, bellissimo nella tua grandiosa bruttezza, so che nessun altro scriverà di te.

Perché degli zingari, non si scrive.

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Seeräuber Jenny

Signori, oggi mi vedete pulire i bicchieri
e rifaccio i letti per tutti.
Mi date una moneta e subito ringrazio
mi vedete con questi stracci in questo albergo straccione
ma non sapete con chi state parlando
però una sera si sentirà gridare giù al porto
e qualcuno si chiederà, “perché gridano?”
e mi vedrà sorridere dietro i miei bicchieri
e si chiederà, “ma perché sorride?”

E una nave con otto vele
e cinquanta cannoni
si accosterà al pontile.

Qualcuno dice: “Va, lava i bicchieri, bambina mia”
e mi stende la moneta.
E la moneta viene presa e il letto rifatto!
(tanto stanotte non ci dormirà più nesuno)
e non sanno ancora chi sono io
e non sanno ancora chi sono io
ma una sera ci sarà un gran tumulto giù al porto
e qualcuno chiederà, “ma cos’è questo tumulto?”
e mi vedrà in piedi dietro la finestra
e dirà, “perché sorride con aria così cattiva?”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
bombarderà la città.

Signori, allora le vostre risate cesseranno
perché le mura cadranno
e la città sarà rasa al suolo.
Solo un albergo straccione sarà risparmiato dal colpo
e qualcuno chiederà, “chi è così speciale che vive lì dentro?”
e qualcuno chiederà, “chi è così speciale che vive lì dentro?”
e quella notte ci sarà un gridare attorno all’albergo
e qualcuno chiederà, “perché è stato risparmiato l’albergo?”
e mi si vedrà uscire dalla porta la mattina
e si dirà, “lei viveva lì?”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
isserà la bandiera sull’albero.

Verso mezzogiorno scenderanno in cento a terra
cammineranno all’ombra
prenderanno uno qualunque da una porta qualunque
lo legheranno in catene davanti e me lo presenteranno
chiedendo, “quale dobbiamo uccidere?”
E in quel mezzogiorno ci sarà silenzio al porto
quando ci si chiederà, chi dovrà morire.
E allora mi sentirete dire, “tutti!”
e quando la testa cadrà, dirò, “hoppla!”

E la nave con otto vele
e cinquanta cannoni
scomparirà con me.

1
Meine Herren, heute sehen Sie mich Gläser abwaschen
Und ich mache das Bett für jeden.
Und Sie geben mir einen Penny und ich bedanke mich schnell
Und Sie sehen meine Lumpen und dies lumpige Hotel
Und Sie wissen nicht, mit wem Sie reden.
Und Sie wissen nicht, mit wem Sie reden.
Aber eines Abends wird ein Geschrei sein am Hafen
Und man fragt: Was ist das für ein Geschrei?
Und man wird mich lächeln sehn bei meinen Gläsern
Und man sagt: Was lächelt die dabei?

Und ein Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird liegen am Kai.

2
Man sagt: Geh, wisch deine Gläser, mein Kind
Und man reicht mir den Penny hin.
Und der Penny wird genommen, und das Bett wird gemacht!
(Es wird keiner mehr drin schlafen in dieser Nacht.)
Und sie wissen immer noch nicht, wer ich bin.
Und sie wissen immer noch nicht, wer ich bin.
Aber eines Abends wird ein Getös sein am Hafen
Und man fragt: Was ist das für ein Getös?
Und man wird mich stehen sehen hinterm Fenster
Und man sagt: Was lächelt die so bös?

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird beschiessen die Stadt.

3
Meine Herren, da wird ihr Lachen aufhören
Denn die Mauern werden fallen hin
Und die Stadt wird gemacht dem Erdboden gleich.
Nur ein lumpiges Hotel wird verschont von dem Streich
Und man fragt: Wer wohnt Besonderer darin?
Und man fragt: Wer wohnt Besonderer darin?
Und in dieser Nacht wird ein Geschrei um das Hotel sein
Und man fragt: Warum wird das Hotel verschont?
Und man wird mich sehen treten aus der Tür am Morgen
Und man sagt: Die hat darin gewohnt?

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird beflaggen den Mast.

4
Und es werden kommen hundert gen Mittag an Land
Und werden in den Schatten treten
Und fangen einen jeglichen aus jeglicher Tür
Und legen ihn in Ketten und bringen vor mir
Und fragen: Welchen sollen wir töten?
Und an diesem Mittag wird es still sein am Hafen
Wenn man fragt, wer wohl sterben muss.
Und dann werden Sie mich sagen hören: Alle!
Und wenn dann der Kopf fällt, sag ich: Hoppla!

Und das Schiff mit acht Segeln
Und mit fünfzig Kanonen
Wird entschwinden mit mir.

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