Il tempo va misurato con le trasformazioni… io sono nato quando le foto erano quasi solo in bianco e nero, oggi mi dicono di stare attento a parlare al telefono che i truffatori mi possono clonare la voce, se dico, “pronto chi parla?”
Per questo vi racconto le mie trasformazioni.
Da ragazzo, arrivato in Italia, mi raccontavano che esistevano due mondi: uno era il Passato e l’altro era il Futuro.
Il Futuro era meglio del Passato.
Poi, almeno in Italia, c’era qualche discussione se fossero più Futuri gli Stati Uniti dove arrivavi povero, non ti davano niente, ma diventavi subito miliardario; oppure la Svezia, dove c’erano biondone bellissime che venivano in vacanza a Rimini e avevano uno Stato Sociale ancora più sociale di quello italiano.
Il resto del mondo era semplicemente Passato, e non interessava quasi a nessuno – ci stavano dentro i cannibali, l’Inquisizione, i musulmani, gli indù, i bisnonni contadini con il loro dialetto, l’Impero Austroungarico, la treggia e altre miserie.
Il Futuro stava solo in Europa e negli Stati Uniti, per cui coincideva con “l’Occidente“, che però all’epoca aveva soprattutto un altro significato, opposto alla Miseria Sovietica, un mondo misterioso dove nei negozi le etichette erano tutte brutte e grigie e gli imprenditori italiani potevano comprarsi biondone (non svedesi) per un paio di calze (ma i sovietici facevano finta di voler essere più futuri di tutti).
Io però sono cresciuto diversamente.
Ho avuto diverse fortune pazzesche, da ragazzo.
La prima, quella di essere vissuto tra due continenti; la seconda di non essere andato a scuola.
E quindi di aver potuto passare una quantità di tempo a leggermi tantissimi libri – i volumi della storia antica, medievale e moderna dell’Università di Cambridge, ma anche libri sulla storia dell’India, della Cina e dell’Africa. Ho capito da subito che non esisteva un solo mondo.
E così anche se non avevo la televisione in casa, potevo a quindici anni riconoscere le cicatrici “tribali” sulle guance di un giovane Yoruba – deve essere stato uno dei tre nigeriani in Italia all’epoca – che mi raccontava in un buon inglese di come avesse scelto la religione dei suoi avi.
E così ho scoperto autori che avevano una visione radicalmente diversa.
Uno dei primi fu Francis Younghusband, il militare inglese che conquistò il Tibet, ma ne fu spiritualmente conquistato.
Poi Jean Servier l’antropologo che visse tra i Berberi dell’Algeria – combattè a fianco dei francesi (e a molti berberi) contro la rivoluzione algerina, ma scrisse il più radicale trattato di antropologia “antioccidentale” di tutti i tempi: da ragazzo leggevo il suo L’uomo e l’invisibile sui gradini del Liceo Visconti a Roma, dove quel meraviglioso pazzo di Athanasius Kircher aveva creato un intero museo.
O Pavel Florenskij, l’antico monaco russo che mi fece ripensare a come sognavo; o Idries Shah e i suoi racconti sufi.
Ma il più importante fu John Ronald Ruel Tolkien. Che faceva parte del mondo sovversivo più antico di tutti, quello che nacque quando William Blake a spasso di notte per le strade di Londra riconobbe l’Orrore Nascente. Poi divenne la visione di William Morris e di John Ruskin, e di tutti gli inglesi che sognarono nel Rinascimento fiorentino e negli innesti neoplatonici una possibile modernità alternativa.
Ma quanto ha segnato la mia vita, Kenneth Grahame che donò alla mia infanzia The Wind in the Willows (frammenti di ricordi, anche il momento in cui mia madre me lo comprò in una libreria a Città del Messico).
Al centro del libro, c’era un capitolo completamente diverso dedicato all’incontro tra la piccola talpa e il ratto di fiume, e il dio Pan di cui non si citava però il nome, si intuiva soltanto. Che da bambino non capii, eppure mi è rimasto dentro più degli altri. Lessi ad alta voce tutto il libro a mia figlia che era piccola, e anche lei ebbe problemi con quel capitolo, che poi le rilessi anni dopo, e lo visse come me.
Kenneth Grahame aveva scritto quel gioiello per suo figlio Alastair allora bambino. Non sapendo che Alastair sarebbe poi morto, dicono suicida, che non aveva compiuto nemmeno vent’anni,
e anche per questo vorrei conservare, tramandare, salvare…
A un certo punto, avevo studiato per conto mio latino e greco, e ho deciso di dare gli esami di scuola media per poter fare il liceo classico (e li ti imbatti in Ovidio, che seppe cogliere tutto il male che sarebbe sorto secoli dopo…).
Ho scelto di andare in Egitto. E dopo essere vissuto in Egitto, ho scelto di fare l’università da pendolare, studiando arabo e persiano. E così ho scoperto Farid od-Din-e Attar, il Profumiere di Nishapur; ma anche le piccole storie delle tombe dei santi in Egitto, o dei canti delle confraternite dei contadini siriani.
Sono tutti gli stessi mondi perché spregevolmente antichi, e tutti altri perché nessuno è mai uguale all’altro.
Che poi è lo stesso/altro mondo passato che avevo avuto la benedizione, a tredici anni, di conoscere, del Sudtirolo, dei contadini senza padroni che si ritrovavano a danzare attorno al santuario del santo, a lavorare anticamente insieme, a parlare una lingua che non avevano imparato a scuola, e che non aveva scrittura, ma solo tramandamento orale, e a resistere per generazioni alla violenza dello Stato italiano, fino addirittura a piegarla e vincere.
E’ lo stesso/altro mondo passato dei monaci della Certosa del Galluzzo che ogni sera scavano per un po’ la buca che sarebbe stata la loro tomba;
del carrettiere siciliano che ci raccontava di come partivano di notte e lui che aveva la voce più bella, cantava un verso intero, e gli altri carrettieri dietro di lui riecheggiavano l’ultima strofa;
dei Calcianti di Parte Bianca che ogni anno chiedono al Priore di Santo Spirito di benedirli e perdono lo stesso;
della volta che un amico ebreo che ci legge benedisse la casa in cui viviamo in una meravigliosa antica lingua semitica;
della vista degli ultimi pesci volanti, da piccolo, dal ponte della nave che mi portava (riportava?) in Europa;
di quello stranissimo canto che udii una notte ad Alessandria in Egitto, un richiamo a Dio che si spostava di qua e di là e da nessuna parte;
di quella donna che aveva scelto di vivere in un altro mondo, e con un grande sorriso strappava l’ortica con le mani per farne cibo, e mi ricordava un altro amico che si toglieva la camicia per rotolarsi nell’ortica;
di mio nonno che scelse di vivere tra i nativi americani e i neri, e un giorno una scimmia gli diede fuoco alla casa;
del sasso su cui sedeva il Nonno Abramo, patriarca del villaggio al confine tra Toscana ed Emilia Romagna, e sfidava il mondo moderno, il fascismo e anche i preti, sul sasso il pro-pronipote da piccolo ha inciso il suo nome;
della pianista zingara bipolare che dorme per strada e che mi racconta, “i medici atei dicono che io sto troppo bene e troppo male, ma non capiscono che questa è la cosa più bella?”;
della vista dell’ultima neve che sarebbe mai caduta sulla nostra città;
del rilasciato dal carcere napoletano che dorme sui treni, e racconta di come potrebbe essere Scampia e scopriamo di avere la stessa visione, poi gli prende un tumore e lo ritrovo a pregare a Messa;
della prozia Anna e la sua morosa Bessie, che insieme suonavano l’organetto per strada per raccogliere soldi, e Bessie all’inizio del Novecento andò in Tailandia e visse alla corte del re, e il re le regalò tre figure in bronzo, che Bessie quando morì donò a mia madre, e che una povera badante le rubò, assieme al crocifisso messicano nero con tutte le coloratissime figure di cui mi ricordo soprattutto il teschio di Adamo alla base;
della gente dell’Appalachia che si tramandava canti del Cinquecento (regalandone qualcuno a mio nonno) e maneggiava serpenti velenosi per fare come San Paolo;
dei bigliettai del tram ad Alessandria… un bigliettaio è cristiano e te lo dice con la croce tatuata in fronte, l’altro è musulmano e te lo dice solo con un pezzo di cartone, una scatola di importazioni cinesi… fakka! fakka! “spiccioli, spiccioli!” gridano entrambi… ma poi a un certo punto si sente da mille megafoni l’invocazione, è Ramadan… si ferma il tram, il bigliettaio musulmano prende il suo pezzo di cartone, lo stende accanto alle rotaie e ne fa un tappeto per pregare, e poi, lentamente, spezza il digiuno, e riscopre cosa sia la gioia di mangiare e di bere;
della donna india vecchia come il Novecento, ma che non sapeva in che anno fosse nata, che raccontava a me, bambino, della Rivoluzione in Messico, e del Signore che diede una festa, e tutti poterono mangiare per una volta carne, e poi disse loro che era carne umana, quella che avevano mangiato;
del lucchese novax che in Piazza Strozzi si mise a recitare un canto intero di Dante a memoria;
delle comunanze degli Appennini e delle case dove nessuno si sognava di chiudere la porta perché tutti potevano raccogliersi attorno al focolare, e dove si cantava veglia la sera d’estate insieme;
di Maria Maddalena de’ Pazzi, che visse così vicina a casa mia, e che aveva bisogno di ritirarsi in luoghi secretissimi, come gli antri sotto il Seminario dove ne ho cercato le tracce, e c’è un pozzo d’acqua, e oggi l’avrebbero psichiatrizzata, allora la fecero santa:
“In tempo di sua vita ebbe spesso di simili eccessi e andava per il convento esclamando: ‘Amore, Amore, Amore, non amato né conosciuto! Incitava le anime che venissero ad amar Gesù e incontrando le monache le prendeva per mano, e non si zittiva finché non le dicevano di voler amare questo Signore e talvolta, prendendo le fune delle campane, suonava a fuoco d’amore, chiamando le anime che venissero ad amare Dio. E a vederla in tali eccessi, accendeva a questo amore”;
dell’antica villa di Firenze dove ho scoperto i manoscritti persiani dove secoli fa una mano scriveva poesie tracciando disegni perfetti, senza mai una sbavatura d’inchiostro;
della donna napoletana che aveva sposato un soldato americano e mi raccontava della sua infanzia in un basso senza nulla, tanti figli in una grotta, e poi si ferma… e mi dice, “ma ridevamo sempre!”;
della bimba zingara (zingara, zoppa e musulmana) del Kosovo che aveva paura dei vampiri, cui cercarono una notte di dare fuoco, ma lei ne ebbe a male…
Ci sono mondi e mondi, nel mondo, molto oltre l’unico mondo che si può pensare possibile.