Al-Qa’ida e l’ISIS

Il  blog di Pieter Van Ostaeyen è una fonte inestimabile di riflessioni e informazioni distaccate sui movimenti islamisti.

Ci potete trovare ad esempio l’ultimo numero di Dâbiq, la rivista virtuale dell’ISIS (da non confondere con l’ISIS di Magdi Allam).

Un numero dedicato a un radicale attacco ai Fratelli Musulmani, accusati di essere sostenitori della democrazia, del pluralismo, del rispetto per le religioni non islamiche e del pacifismo; con la significativa aggiunta di un tentativo di insinuare che al-Qa’ida sarebbe una progenie dei Fratelli Musulmani.

Sullo stesso blog, c’è un intervento, altrettanto significativo, di un sostenitore di al-Qa’ida che esprime le ragioni per cui il movimento di Usama bin Ladin e di Ayman al-Zawahiri è in conflitto con l’ISIS.

La rottura avviene su un punto che possiamo riassumere così: per al-Qa’ida, la priorità è la difesa del mondo islamico dall’aggressione occidentale; per l’ISIS, la priorità è lo sterminio di tutti i presunti “traditori dell’Islam”.

Ne traduco un brano (per rendere comprensibile il testo a un lettore italiano, abbiamo scritto “sciiti” anziché “rawafid” e “alawiti” anziché “nusayriyya”) .

Alcuni potrebbero dire che anche l’ ISIS combatte contro i paesi occidentali, avendo eseguito diverso operazioni in Occidente, e potrebbero anche dire che Al-Qaedah, come l’ISIS, combatte contro gli sciiti e gli alawiti in Siria e Yemen. Ma c’è una differenza tra i motivi di guerra, perché Al-Qaedah attacca in base al principio di una guerra difensiva contro di loro, mentre l’ISIS conduce una guerra (difensiva) con i principi di una guerra offensiva.

Quando lo Stato Islamico in Iraq è stato annunciato, shaykh Ayman Zawahiri ha spiegato che i mujahidin in Iraq hanno combattuto contro gli sciiti perché collaboravano con gli invasori americani.

Ha spiegato che i mujaheddin smetteranno di lottare contro gli sciiti in Iraq se smetteranno di collaborare con gli invasori americani. Così Al-Qaedah non lotta contro gli sciiti semplicemente perché sono una setta deviante (apostata), altrimenti dovremmo combattere una lunga ed estenuante guerra settaria di logoramento, questo è esattamente ciò che vogliono che gli Stati Uniti.

Tuttavia è apparso chiaro che l’ISIS non lotta contro gli sciiti o contro i paesi occidentali, perché questi nemici conducono una guerra contro la Ummah. Piuttosto l’ISIS combatte  contro di loro semplicemente perché sono devianti (apostati) o miscredenti. Questo è il motivo per cui l’ISIS esegue attentati suicidi in riunioni pubbliche sciiti e luoghi di culto dentro e fuori l’Iraq, come i diversi luoghi di culto sciiti in Arabia Saudita e Kuwait.

Ed è per questo che hanno massacrato decine di operai cristiani etiopi ed egiziani in Libia.

Ed è per questo che eseguono attacchi molto casuali in Occidente, senza distinzione tra i loro obiettivi [lo stesso autore altrove confronta l’operazione mirata di al-Qa’ida contro Charlie Hebdo e la strage indiscriminata del Bataclan, voluta dall’ISIS].

Quindi, per concludere, non importa a loro se gli sciiti e l’Occidente o altri nemici fanno la guerra contro la Ummah o no, li combatteranno e li uccideranno in ogni caso, questo è il messaggio che inviano ai loro nemici.

Questa è una differenza importante tra Al-Qaedah e l’ISIS.

Perché se combattiamo contro i nostri nemici semplicemente perché sono devianti o miscredenti, invece di lottare contro di loro per respingere loro trasgressione; poi il nemico non ha alcun incentivo né motivo per fermare la sua trasgressione. Perché il nemico si rende conto che si lotta contro di lui in ogni caso, sia che attacchi o no. Questa è una delle principali differenze; Al-Qaedah combatte contro i nemici seguendo le regole islamiche di una guerra difensiva. Mentre l’ISIS combatte contro tutti con le regole islamiche di una guerra offensiva; in una guerra che poi nei fatti è difensiva.

Anche in questo caso, i motivi per cui si colpisce un bersaglio nemico diventano naturalmente secondari rispetto alla priorità che si assegna al nemico. La nostro principale obiezione è contro le prioritizzaioni e non contro i motivi.

L’ISIS per esempio assegna  la priorità alla lotta tra i ribelli in Siria, i motivi sono secondari. Inoltre, non avremmo nemmeno un problema, al contrario vorremmo incoraggiarle, se sette devianti o governi apostati avessero la lotta contro gli Stati Uniti come loro priorità, ad esempio, non importa quali possano essere le loro motivazioni, perché sono secondarie.

Shaykh Ayman Zawahiri ha anche invitato gli sciiti a prendere le armi contro l’occupazione USA in Iraq. Noi non avremmo combattuto contro di loro se avessero indirizzato le loro armi contro gli Stati Uniti, piuttosto li avremmo approvati.

L’ISIS però non capisce i benefici per la Ummah di un approccio pragmatico, è per questo che hanno attaccato le milizie curde in Iraq e Siria, per esempio e altri gruppi Mujahid in Iraq o ribelli dell’opposizione in Siria; mentre tutti condividono – o meglio condividevano – gli stessi nemici.

Essi dovrebbero hanno beneficiato di questo interesse comune, come Al-Qaedah cerca di beneficiare di tali scenari. Il Profeta (SalAllahu alayhi wa Selam) e i musulmani a Medina beneficiarono della guerra tra Romani e Persiani. Essi sostennero i romani, e quando i persiani sono state indeboliti dai Romani, li hanno attaccati. Dopo aver terminato con i persiani, si sono rivoltati contro i romani.

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Giaidisti e pecore

E’ il pastore delle pecore scure dai fiocchi rossi, alto e forte e giovane, assieme alla moglie, a a raccontarci di un altro massacro, avvenuto il giorno prima a Monaco di Baviera.

pecore“Qui ce ne freghiamo dei giaidisti“, mi aveva detto poco prima N., indicando il vecchio metato, dove si trasformavano le castagne in farina.

Come sapete, in questo blog non abbiamo nulla contro i jihadisti (né contro i crociati, né contro i brigatisti né contro i vampiri), però capisco perfettamente: quelle sono tutte storie di città.

Ciò che i poveri giornalisti chiamano jihad è l’espressione suprema della metropoli moderna. E’ lì che portano tutte le strade dei nostri tempi, e non si sa se sia più un segno dei cattivi o della paura dei buoni che hanno creato tutto il male.

N. è diventato un po’ sordo, dice, a forza di lavorare l’argento.

Con la lentezza con cui racconta tutto, dice “si dovrebbero mettere sempre le cuffie quando si fa il mio lavoro, ma non mi piacciono”.

“Ma quanti lavori hai fatto?”, gli chiedo alzando la voce.

N. non risponde, un po’ perché non sente, un po’ perché ha davanti a sé un orizzonte immenso.

“Uh, uh, uh….

Sai che su quella montagna ci fa il nido un’aquila? Ogni aquila ha cento chilometri quadrati di territorio, e fa due uova… nascono due piccoli, e uno butta fuori dal nido l’altro.

Questa è la vita.”

Davanti a noi, le montagne si susseguono, dal verde scuro e profondo di quelle più vicine,  a quelle più lontane di un azzurro delicatissimo.

N. procede, con i suoi tempi e i suoi silenzi.

“E poi vedi laggiù, quella torre? Ha più di mille anni, era una torre dei longobardi, e c’è l’immagine di un cavaliere con tutta l’armatura ma senza la testa.

Una volta, rubarono i gioielli della santa di cui facevano la festa nel paese, mi hanno chiamato per rifarne la collana.”

Poi gli viene un sorriso mite,

“uh, uh uh…

quando ero ragazzo, allevavo cavalli in Basilicata, ho fatto anche il clown nel circo, ho fatto il facchino, ho fatto i mercati da Bergamo a Matera, e raccoglievo erbe medicinali e le vendevo a valle.

uh, uh, uh…

la mia nonna era ortodossa, era di una famiglia albanese e aveva sposato un aristocratico che stava con i Borboni, ma i Borboni non contavano più, mio padre era un anarchico ed ebbe dieci figli con cinque donne diverse… “

Sotto il crocifisso del Passo, N. disegna lentamente tra i sedimenti ferrosi una A cerchiata…

croceE ho fatto il boscimane, lo sai cos’è il boscimane?” chiede N. con un sorriso che non richiede una risposta veloce.

“E’ quando vivi di quello che c’è e non chiedi lavoro o niente a nessuno. Ho vissuto delle cose che c’erano in questo bosco. E ho fatto anche il fannullone, quello che non ha voglia propria di lavorare, ma quando si tratta di camminare per tante tante ore in montagna, in mezzo alla neve, non si stanca mai”.

Il pastore e lui si guardano mentre le pecore avanzano come un muro famelico (senza mai toccare le felci, che non gli garba) e i cani li rincorrono, e raccontano del tale che un po’ di tempo fa (un mese, un anno, un decennio?) si è sparato un colpo alla gola.

“Ho sentito tutti dire, quanto fossero tristi, ma io non non ero per nulla triste. Quello sparava alla gente, odiava tutti, cattivo lo era pe’ davvero!”

“uh, uh, uh…” dice N., molto piano e con fatica.

“Una volta nel bosco laggiù, ci portavo degli inglesi, e ci fu un temporale, tu lo sai cos’è un temporale qui…. c’era un inglese con una collana d’oro al collo, gli ho detto, toglitela, l’oro attira i fulmini…

Avevo un amico che amava andare per montagne, lo uccise un fulmine. E quando ho visto il suo corpo, era tutto nero proprio dove portava una collana d’oro”.

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E’ arrivata l’ora di sbarazzarcene!

Il commentatore Habsburgicus ha scritto tra i commenti:

un tale su Facebook scrive:

“Forse é l’ora di sbarazzarsi delle religioni e dell’idea balzana che dio esiste. Tutto ciò é un impedimento allo sviluppo dell’ umanità”

e poi [rivolgendosi a me]
“non mi vorrá mica dire che le religioni sono utili o che dio esiste? Sono bestialitá del passato e vanno superate.

Così si mettono in moto i neuroni, e uno comincia a pensare, se ci siano davvero delle credenze di cui sarebbe bene che ci sbarazzassimo.

Ora, c’è una cosa su cui praticamente tutti gli scienziati che se ne occupano ormai concordano.

Che l’intera specie umana rischia qualcosa di catastrofico, e a breve termine, a causa di quello che possiamo sommariamente chiamare cambiamento climatico indotto dai comportamenti sciagurati della specie umana.

Esattamente che cosa dovrebbe succedere è difficile prevedere, visto che il clima è una cosa assai complessa, e semplifico riassumendo sotto l’unica voce di “cambiamento climatico” tante questioni tutte correlate.

Però gli scienziati ci assicurano che sicuramente sarà qualcosa di infinitamente peggiore, che so, di una legge che impone o vieta il velo o di un aereo che butta un po’ di bombe su dei civili o di un camionista che decide di andare a ottanta chilometri orari sul lungomare di Nizza.

Quindi, per riprendere la proposta del signore citato da Habsburgicus, credo che ci dovremmo chiedere quali siano le credenze pericoloso in grado di peggiorare i comportamenti della specie umana, in termini di cambiamento climatico.

Sono bestialità del passato, che vanno superate velocemente. Identifichiamole e sbarazziamocene subito.

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Uccidere il padre, e la nuova Turchia

Non ho grande simpatia o interesse per gli psicanalisti, ma il titolo un po’ freudiano questa volta ci vuole.

Quando penso alla Turchia, non penso ai “laici” contro “credenti”, come i media italiani.

Penso all’Esercito.

In fondo, l’impero ottomano stesso era un colorito e multietnico esercito costituito per la maggior parte da convertiti più o meno autentici. Alla festa di Hıdırellez, quando San Giorgio incontrava Elia e gli zingari salivano sul vurdon, anche l’Ordu si metteva in marcia: una marcia così lunga, che da Edirne fino in Ungheria, ci mettevano 52 giorni; e si doveva ritornare entro il giorno di San Demetrio, in autunno.

Nel 1826, il Sultano annunciò che avrebbe creato un nuovo esercito, sul modello di quelli europei, sapendo perfettamente che così i giannizzeri sarebbero insorti.

Appena caddero nel tranello, dalla tesoreria, Mahmut II estrasse il sacro stendardo del Profeta, invitando tutti i credenti a radunarsi per combattere gli ammutinati.

I giannizzeri vennero massacrati a migliaia, e gli ultimi di loro decapitati nella Torre del Sangue di Salonicco.

Il paradosso ingannevole della Turchia – l’esercito che sostituirà i giannizzeri, vestito di divise moderne e addestrato prima dai francesi e poi dai tedeschi, si chiamerà “I vittoriosi soldati di Muhammad“.

Non vogliamo rifare la storia dell’esercito ottomano: il punto fondamentale è che, mentre l’economia dell’impero era in mano ad ebrei, ortodossi, armeni e altre minoranze, l’esercito era nettamente dominato dai musulmani, che diventeranno quindi i padroni delle tecniche moderne di guerra, di idee francesi e di modi prussiani.

Collassa l’impero, gli avvoltoi scendono sui suoi resti. E’ il trauma fondante, dove si conferma la certezza che tutt’attorno non vi siano che nemici, düşmanlar. Dai nemici, miracolosamente, il paese viene salvato da un esercito già arreso, o fatto arrendere dal sultano traditore (i tedeschi non furono affatto i primi a pensare  di essere stati pugnalati alla schiena).

L’esercito, o meglio i suoi ufficiali, si fanno pagare bene per il servizio.

Non è un caso che il bastione del kemalismo, del militarismo e del laicismo sia İzmir, l’antica Smirne dei greci massacrati, espulsi in uno straordinario saccheggio.

Un saccheggio che ha creato un nuovo ceto di imprenditori, con tre caratteristiche: quella di essere musulmani e quella di non essere legati alle confraternite religiose ottomane. Nonché quella di essere votati a un giuramento di segreto sulle origini delle loro ricchezze.

Oggi l’OYAK, ufficialmente il fondo pensioni dell’esercito, è uno dei principali gruppi imprenditoriale della Turchia (c’è anche la Oyak-Renault e la catena di supermercati Oypa).

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L’esercito è sacro, è il cuore della nazione, ed è impersonale: dopo il Padre Fondatore, il paese infatti non ha capi carismatici.

L’esercito difende la Patria alla fine soprattutto contro i propri cittadini curdi, definizione assolutamente vaga e fluttuante, che si confonde con quell’altra forma del male assoluto, il comunismo. Nel compiere questo impersonale dovere, ha il diritto di uccidere sempre e ovunque.

Esercito, bandiera, i ritratti e i monumenti del Padre dei Turchi accomunano tutti, dall’estrema destra nazionalista a quasi tutta la sinistra: persino i dervisci di Konya – che ufficialmente sono solo degli attori – recitano di fronte a un enorme ritratto di Atatürk.

CnnFAA7XEAAlVZqUn turanista che sceglie non del tutto casualmente un antico simbolo turco, cita le parole del Padre: “Chi è nemico del soldato è un soldato del nemico”

Ora, mentre seguo le notizie dalla Turchia, non resto colpito tanto dalle dimensioni staliniane dell’epurazione in corso – 30 prefetti e 47 governatori di distretti, 8777 agenti di polizia e altri impiegati del ministero degli interni, 2745 magistrati, 3000 e passa militari, 1500 impiegati del ministero delle finanze per ora. I militari nel 1980 fecero di peggio, e per molti di sinistra, è una tardiva vendetta:

Cnl5leRWgAElRt8Resto colpito dalle incredibili immagini di civili che umiliano i militari.

Non parlo degli inevitabili episodi di linciaggio, ma del fatto che i media turchi diffondano immagini di soldati schiacciati a terra e gioiosamente picchiati dall’immensa folla di centinaia di migliaia di civili che in questi giorni occupano le piazze e le strade di tutta la Turchia.

A differenza delle costruzioni mediatiche europee, solo una minoranza di quei civili sembrano “islamisti”, come anche i volti delle vittime dei militari, vittime che hanno quasi tutte facce e abbigliamento da normali borghesi progressisti.

CatturaJeans, maglietta e saluto del Lupo Grigio, caratteristico dei nazionalisti laici dell’MHP, sopra il corpo di un militare.

Forse più di tutto, colpisce come Erdoğan, che non fa nulla a caso, abbia deciso di vestirsi per la prima uscita pubblica dopo il golpe. In un paese in cui tutti i politici invariabilmente indossano le stesse cravatte e le stesse giacche grigie.

CnljhApXgAQpt8GIl Novecento è davvero finito, persino in Turchia.

La mia ipotesi è che questa inimmaginabile rivoluzione ne rifletta un’altra: la Turchia dei militari era un paese poverissimo, quella dell’AKP è la quindicesima economia mondiale, mostruosa bolla in espansione, con i suoi ipertrofici aeroporti, autostrade, miniere squarciamontagna, centri commerciali e supermoschee, che non ha bisogno né di un passato, né di un’Europa al collasso.

İstanbul_view_from_İstanbul_Sapphire_observation_deck_Aug_2014,_p9Questo video (che non riesco a incorporare) credo che spieghi molto di più degli editoriali che si leggono nei nostri media.

Però un’immagine l’ho tirata giù dal video, e se la guardate bene, avrete capito tutto:

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Promemoria

I fatti fondamentali.

Che parliamo dell’aeroporto qui sulla Piana, di un camion che corre sfrenato per Nizza, di Erdogan in volo non si sa dove, di profughi che arrivano su barconi, di pozzi petroliferi iracheni o di un container in arrivo dalla Cina carico di telefonini…

Stiamo parlando sempre di energia, che solo per mantenere il livello attuale di movimento, dobbiamo consumare in quantità sempre maggiori.

E stiamo parlando di energia nella particolarissima forma di petrolio.

Di petrolio ce n’è sicuramente ancora tanto, e anzi la produzione di petrolio sembra nonostante tutto aumentare, e i prezzi – anche se sempre più erratici – a volte diminuiscono.

Solo che abbiamo quasi esaurito la parte facile da estrarre: il petrolio dei pozzi. In questo senso, abbiamo già passato da qualche anno il famoso “picco del petrolio”.

Grazie a nuove tecnologie – fracking e trivellazione nel mare – si inizia a intaccare la parte molto più costosa da estrarre, che rende meno, inquina di più e si esaurisce prima.

Il petrolio mica finisce – la maggior parte del petrolio si trova però in luoghi e condizioni talmente inaccessibili, da richiedere più energia per venire estratta, di quanta potrà mai dare.[1]

La conclusione è semplice: siamo vicini al capolinea per quanto riguarda l’energia derivata dal petrolio. Per quanto si possa discutere sulla data precisa in cui ci arriveremo, il fatto in sé è difficilmente contestabile.

Si parla spesso di energie alternative di vario tipo, dal nucleare all’eolico, per capirci.

Forse potranno anche fare miracoli, ma nessuna di queste energie si può vendere a litri e mettere nel serbatoio, né di un motorino né di un aereo.

Ora l’intero sistema mondiale attuale si regge su trasporti veloci che da ovunque, possono andare ovunque. Per terra, per aria, per acqua.

La globalizzazione non è un malvagio complotto massonico e nemmeno una gioiosa apertura di tutti verso gli altri.

E’ tanto, tanto petrolio che fa girare tante, tante ruote ed eliche.

Con sopra una fantastica nave dei folli costituita da vacanzieri, profughi, banane, pendolari, schermi al plasma, imprenditori vietnamiti e milanesi, missili, vini californiani e del Chianti e ventenni che vanno in discoteca.

Senza petrolio, le ruote non gireranno più.

Lasciamo perdere se la globalizzazione sia un valore positivo o negativo, e lasciamo perdere se questo succederà di botto tra cinque anni o gradualmente tra venti.

La cosa interessante è cominciare a riflettere su un mondo con sempre meno eliche o ruote, e cosa significherà a tutti i livelli per noi.

E guardare attraverso questo filtro, le innumerevoli vicende dei nostri tempi.

Nota:

[1] Chi ne sa più di me dice che vale la pena estrarre il petrolio solo quando rende almeno dieci volte l’energia che si consuma per ricavarlo. Mentre in Canada si è già ridotti a cercare di estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose, che rendono appena cinque volte l’energia investita.

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Pensavo fosse Sykes-Picot, ma era solo un passeggino

A Nizza non sappiamo bene perché un camionista mangiaporco e depresso abbia deciso di fare una strage, visto che non ci ha degnati di una spiegazione.

Comunque, è giusto chiederci perché ci sono guerre in Somalia, Kashmir, Afghanistan, Iraq, Mali.

Come mai c’è gente che viene bombardata e gente che butta bombe?

Cos’è che sta svuotando la Siria e mandando onde di profughi in Occidente?

Come mai nelle periferie d’Europa,  tra i palazzoni, ci sono ladruncoli che si scoprono disposti a uccidere e morire?

Qualcuno dice che tutto ciò sarebbe strettamente legato al vorticante sistema che chiamiamo Civiltà Occidentale (scusando il termine molto generico), per un milione di motivi.

Sarà pure un’ottima frittata, ma questi sono i cocci.

Insomma, roba tipo storia, urbanistica, economia, ecologia.

Ma uno che è convinto che il mondo in cui vive sia la perfezione stessa, concepito senza macchia alcuna, ragionamenti del genere non se li può permettere.

Quando vede dei cocci accanto alla sua frittata si chiede, “ma chi mi ha fatto il dispetto di metterli lì?”

Il motivo per cui succede un gran casino può essere quindi solo che Loro odiano la nostra bontà.

O la nostra libertà, come ebbe a dire Bush prima di sfasciare quello che restava della tranquillità del pianeta.

Ma li batte tutti oggi un certo Michele Smargiassi, che in un’audio intervista su Repubblica spiega che gli imprecisati Cattivi odiano scarpe, passeggini e biciclette. Ah, ci mette anche i materassini.

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Smargiassi: “Quegli oggetti normali che i terroristi odiano come una divisa nemica”

“I passeggini abbandonati sull’asfalto, i materassini in disordine, le scarpe, le biciclette accasciate, i bastoncini luminosi”. Il “paesaggio dopo la battaglia” sul lungomare di Nizza racconta “una guerra santa che non sembriamo ancora in grado di capire e che ha come bersaglio non una fortezza da espugnare o un potere sovrano da abbattere ma solo la nostra indifesa normalità“.Così Michele Smargiassi commenta le immagini degli oggetti quotidiani abbandonati dopo la strage.

Poi un giorno a Smargiassi gli racconteremo dei Misteri di Villa Devachan. O pensate che sia troppo complicato per lui?

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Proclama dei golpisti turchi

A puro titolo di documentazione, ecco il proclama dei militari turchi che ieri hanno cercato di prendere il potere. Come segno dei tempi, notare la lettrice perfettamente intercambiabile con qualunque altra sua collega in qualunque altra televisione del mondo.

Traduco dalla versione francese apparsa su Kedistan.

Ai cittadini della Repubblica turca,

Le violazioni della Costituzione e delle leggi, sono diventate una grave minaccia alla natura dello Stato e all’esistenza delle sue istituzioni fondamentali. Tutte le istituzioni dello Stato, comprese le forze armate, sono state ristrutturare e quindi messe in condizione di non poter più adempiere al loro dovere. I diritti e le libertà sono violati dal Presidente della Repubblica e da funzionari di governo che commettono negligenze, inganno e persino tradimento: l’ordine laico e democratico basato sulla separazione dei poteri è di fatto distrutto.

Il nostro stato ha perso la reputazione che merita nel contesto internazionale, e la Turchia è stata trasformata in un paese governato da una autocrazia che si basa sulla paura, e dove i diritti umani universali e fondamentali sono negati.

A causa delle decisioni errate da parte dell’amministrazione politica, il terrorismo [vale a dire la ribellione kurda] è peggiorato e molti cittadini innocenti e membri delle forze di sicurezza responsabili per i combattimenti sono stati uccisi.

La corruzione e il furto nella burocrazia hanno preso proporzioni gravi e la magistratura che deve combattere contro queste irregolarità non è più in grado di operare.

In questo contesto, e in tali circostanze, i militari turchi, guardiani della nostra Repubblica costruita dalla nazione, con sacrifici straordinari, sotto la guida di Atatürk, e guidati finora dal principio di “Pace a casa , la pace nel mondo “hanno assunto il potere per mantenere l’unità indivisibile del paese; al fine di garantire la sopravvivenza dello Stato e della Nazione; per eliminare le difficoltà in cui versa la nostra repubblica; per eliminare gli ostacoli alla stato di diritto, per prevenire la corruzione che minaccia la sicurezza nazionale; per aprire la strada alla lotta intensa contro il terrore e il terrorismo di tutti i tipi; per ripristinare i diritti umani universali e fondamentali per tutti i cittadini, senza distinzione di religione o etnia, per ristabilire l’ordine costituzionale basato sul principio di laicità, democratica e sociale, al fine di recuperare la reputazione internazionale ferita del nostro stato e della nostra nazione, per stabilire migliori relazioni e la cooperazione per il ripristino della pace, la serenità e la stabilità nel contesto internazionale.

La direzione del paese sarà nelle mani del Comitato “Pace al paese”. Il  Comitato “Pace al paese”ha preso tutte le precauzioni per mantenere gli impegni con l’ONU, la NATO e tutte le istituzioni internazionali. Il potere politico che ha perso la sua legittimità viene rimosso dal suo incarico. Sarà garantito che tutte le persone e le organizzazioni che hanno tradito il loro paese,dovranno rendere conto dinanzi ai giudici abilitati a decidere in nome della nazione nella giustizia ed equità. In tutto il paese, il coprifuoco è stato imposto fino a nuovo avviso. E ‘importante che i nostri cittadini rispettino tale divieto, per la loro sicurezza. Per quanto riguarda le uscite del paese, ulteriori misure sono in atto negli aeroporti, valichi di frontiera e porti.

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Pensons positif!

In momenti di crisi – come quando accendiamo il telegiornale e ci dicono che in Francia è successo un fattaccio – tendiamo a buttarci giù.

Per questo, mi permetto di consolarvi, dicendo che dalla Francia vengono anche notizie positive, che ci devono ridare fiducia nella Patrie de la Laïcité.

Ricordiamo le belle parole di Christian Estrosi, presidente della regione di cui fa parte Nizza, che poche ore prima del fattaccio, proclamò:

“Il nostro unico comune Sacro, per noi, è la Repubblica, è la Nazione, è la Francia!”

E adesso passiamo alla buona notizia – peraltro dedicata proprio al 14 luglio –  che riprendiamo da France Inter (la PACA di cui si parla nell’articolo comprende proprio la regione di Nizza):

Per l’industria delle armi francesi, il 2015 è stato una grande annata.

Ventiquattro aerei Dassault da combattimento per il Qatar, ventiquattro Rafale e missili per l’Egitto, e ben presto la realizzazione di trentasei Rafale per l’India hanno portato la Francia al secondo posto nella classifica dei paesi venditori d’armi.

Con la firma finale della vendita di dodici sottomarini in Australia, il 2016 potrebbe essere ancora più fruttuosa. Potrebbe anche eguagliare o superare il record storico di 16,9 miliardi di vendite militari conseguiti lo scorso anno. In occasione della festa nazionale del 14 luglio, questa rubrica torna sull’argomento.

Se le entrate sono buone, quale sarà l’impatto sull’occupazione?

Secondo il ministero della Difesa, saranno creati 40.000 posti di lavoro nel settore entro il 2018, da 165 000 a più di 200 000. Con l’esperienza francese, l’industria delle armi resiste alla logica delocalizzazione delle attività produttive. Buone notizie per le regioni PACA e Ile-de-France, dove si concentra oltre il 30% della produzione di armi.

Come spiegare il successo delle armi francesi? Per Bruno Tertrais, Senior Fellow presso la Fondazione per la ricerca strategica, questo è in parte legato al fatto che l’attuale governo ha un’immagine rassicurante: la “squadra della Francia” appare salda, particolarmente discreta.

dassault__1455020470Siccome oggi siamo tutti francesi, chiediamoci se non è un bijou?

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