Mohács, nel paese delle statue

Mohács, Mohatsch, Mohač, in ungherese, tedesco e serbo. Infatti, nel censimento del 1910, i tedescofono erano più dei magiarofoni, poi venivano i serbi, ma il 20% della popolazione dichiarava di parlare “altre lingue”.

Tanto che tra la folla di statue che si trovano lì, ne spicca una su cui tre ragazze in costume ungherese, tedesco e croato si tengono per mano, e sotto – nelle tre lingue – si leggono i versi di Lessing:

“Datevi la mano l’un l’altro. Venite!
Che ognuno conservi il proprio costume.
Ritenga la propria madre la più bella.
Che le vostre lingue risuonino in mille modi.
Ma una sola lingua del cuore vive in noi”.

29 agosto, 1526, Mohács. In due ore l’armata ottomana dell’imperatore Süleyman sterminò l’esercito ungherese e l’Ungheria cessò quasi di esistere.

12 agosto 1687, Mohács. L’armata turca del gran visir Süleyman Paşa fu annientata dall’esercito degli Asburgo.

29 agosto 2006. Un certo Varga Imre ha presentato questa gigantesca opera, dedicata alla memoria dell’ultimo re dell’Ungheria libera, Lajos II, morto nella battaglia del 1526.

Mi ha fatto subito venire in mente il triste cavaliere bianco disegnato da Tenniel per Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, ma forse lo scultore voleva ricordare anche il tradizionale volto di Gesù nel Getsemani, per simboleggiare il martirio della Nazione.

Ora, la cosa veramente interessante su cui riflettere è il fatto che lo stesso scultore, nel 1986, eresse (a Budapest) un monumento altrettanto grandioso a Béla Kun, il creatore della  prima sfortunata repubblica rossa ungherese (lo sfondo di tralicci non è colpa dell’artista).

In Ungheria, come abbiamo detto, gli scultori non mancano mai di lavoro, e lo dimostra anche lo sterminato curriculum del signor Varga.

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Medio Oriente, nuovi riti e la rinascita dell’ottimismo

Grazie a Sam Stein di Huffington Post che ha spulciato Youtube, potete vedere qui quattro diversi presidenti degli Stati Uniti che annunciano il tradizionale bombardamento dell’Iraq. I riti più belli nascono così.

Un interessante dibattito tra il ministro delle finanze israeliano, che dice che non bisogna aumentare le spese militari, e il primo ministro Netanyahu che gli risponde:

“I miliardi investiti nei missili di intercettazione per la Cupola di Ferro hanno salvato l’economia israeliana nel corso dell’ultima campagna e hanno impedito il deflusso di investimenti esteri da Israele.”

Ricordiamo che la Cupola di ferro (Iron Dome) è un sistema che lancia un missile da 50.000 dollari per intercettare un razzetto dal costo di 5-10 dollari, e viene pagato dagli Stati Uniti (prima che qualche statunitense si lamenti, ricordiamo che comunque agli Stati Uniti vanno anche i profitti).

Certamente, l’ISIS sta dando una mano all’economia militare statunitense, la cui espansione è messa in pericolo dalla prospettiva di un ritiro dall’Afghanistan.

Ronald Epstein della Bank of America dice:

“Guardiamo il quadro del mondo in questo momento. Ci sono gli europei preoccupati per quello che i russi stanno facendo nel loro cortile di casa; noi abbiamo le mani piene in Iraq; ci sono gli israeliani con le mani piene nella loro regione; e poi ci sono i cinesi contro i giapponesi nel Mar Cinese Meridionale. Come investitore, con tanti conflitti regionali in giro per il mondo, almeno come sensazione, le cose non vanno male.

Ed è vero, se pensiamo che oggi sette delle dieci contee più ricche degli Stati Uniti si trovano attorno a Washington DC, grazie quasi esclusivamente a commesse private legate all’apparato militare e di “antiterrorismo”.

“Secondo un recente studio della Morgan Stanley [...], il valore delle azioni dei principali produttori di armi degli Stati Uniti è salito del 27,699% negli ultimi cinque anni in confronto al 6,777% per il mercato nel suo complesso. Solo negli ultimi tre anni, Raytheon ha reso il 124%, Northrup Grumman il 114% e Lockheed Martin 149% ai suoi investitori”.

 

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Il nostro semplice Medio Oriente

La Repubblica ci presenta oggi la notizia dell’uccisione di un ostaggio inglese da parte dell’ISIS, come rappresaglia per l’ingresso in guerra del Regno Unito e per il bombardamento della diga di Haditha in Iraq da parte degli Stati Uniti, che secondo loro metterebbe a rischio tutti coloro che abitano a valle.

La Repubblica omette di presentarci altre notizie interessanti.

La prima si può riassumere nel titolo che l’agenzia AFP dà a una notizia di ieri: I ribelli di al-Qaeda si impossessano della maggior parte del lato siriano della linea di tregua sul Golan. Detto più semplicemente, Israele non confina più con la Siria, ma con al-Qaeda. Che poi ci sarebbero tanti puntini da mettere sulle “i”, ma parrebbe una notizia abbastanza interessante.

Il motivo per cui al-Qaida per la prima volta in tredici anni non fa notizia è che è attualmente rappresentata da un’organizzazione denominata Jabhat al-Nusra, che sta combattendo contro i cattivi decapitatori dell’ISIS, e quindi è dalla parte dei Buoni.

O almeno lo era. Sempre ieri, altra notizia interessante.

Tutti i principali movimenti ribelli siriani, da al-Qaida al Fronte Rivoluzionario Siriano (armato dalla CIA), si sono incontrati e hanno firmato una tregua con l’ISIS, da far valere fino alla caduta del governo di Bashar al-Assad. Che se ci pensate, dal loro punto di vista, è l’unica cosa ragionevole.

Comunque, sempre ieri, l’ex-ambasciatore degli USA in Turchia ha dichiarato che la Turchia, paese NATO, avrebbe sostenuto direttamente al-Qaida in Siria.

Intanto, decine di migliaia di abitanti di Raqqa in Siria stanno fuggendo dalla città, in attesa dei bombardamenti statunitensi – hanno appena subito quelli del governo siriano. Qui potete vedere, in una foto dell’anno scorso, la gente che fa la coda davanti a una banca di Raqqa, e possiamo immaginare le stesse scene in questi giorni.

A differenze delle banche nel centro di Firenze, manca una certa cura dell’immagine, ma in fondo gli elementi ci sono tutti, compresa la guardia giurata che presidia.

Infatti, a Raqqa, la principale roccaforte dell’ISIS,  i vigili controllano il traffico  e la Banca del Credito di Raqqa è incaricata della raccolta delle tasse, 20 dollari a testa da ogni commerciante ogni due mesi per pagare acqua, luce e sicurezza.

Qualcuno ha mai scritto un libro sulla normalità in guerra?

P.S. Scopro adesso che a giugno, la Turchia ha drasticamente tagliato la quantità di acqua che dall’Eufrate arriva in Siria e in Iraq, motivo per cui l’ISIS ha cominciato a minacciare direttamente la Turchia, forti anche dei 49 ostaggi presi al consolato turco di Mosul.

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Destini magiari

Riprendiamo le riflessioni sul viaggio estivo, lungo il Danubio e le sorgenti della Grande Guerra.

A Budapest, la prima cosa che mi colpisce è un immenso monumento accanto al parlamento.

Nonostante le sue dimensioni, è difficile capire che cosa sia esattamente e solo dopo il rientro, cercando non senza fatica su Internet, scopro che si tratta del monumento a István Tisza, politico liberale in un senso tutto ungherese.

Aristocratico, di religione calvinista, sostenitore rigoroso del diritto esclusivo dei benestanti al voto e della sacralità della proprietà privata, amico degli ebrei, critico verso guerre inutili, assassinato da soldati ammutinati il 31 ottobre 1918. La data dovrebbe aiutare a ricordare quale fosse la condizione dell’esercito austroungarico quando fu travolto a Vittorio Veneto diversi giorni dopo.

Poi ci fu la folle avventura della repubblica rossa, l’invasione rumena, il terrore bianco.

Mi viene in mente una signora così aristocratica da non poter dire se fosse ungherese, boema o tedesca, che mi raccontò di sua madre. La mamma era ancora bambina, viveva da qualche parte in Ungheria, scese in giardino a giocare e trovò suo padre impiccato dai reazionari.

Cresciuta, la bambina avrebbe sposato un ministro del governo cecoslovacco e lo avrebbe lasciato per un ufficiale tedesco durante l’occupazione di Praga. Segretamente antinazista, lui sarebbe poi diventato uno dei fondatori della democrazia cristiana tedesca, e avrebbe cercato di contrastare le trame degli Stati Uniti contro la Germania orientale. Europa, insomma.

Ma torniamo al monumento dedicato a Tisza. Fu costruito negli anni Venti o Trenta, distrutto in guerra e ricostruito appena alcuni mesi fa, non so quanto fedelmente: comunque è un monumento attuale, non è un residuo del passato.

L’Ungheria attuale, infatti, è il paradiso di una specie in via di estinzione: quella degli scultori politici. Non ce ne rendiamo conto, ma gli scultori politici hanno segnato la faccia dell’Europa e dintorni – pensiamo a gente come Heinrich Krippel, lo scultore austriaco, che riempì di sculture di Kemal Atatürk un paese come la Turchia dove la rappresentazione tridimensionale era praticamente sconosciuta.

Provo a fare qualche foto alla statua neo-vecchia:

Sotto il leone, tutte le figure dell’immaginaria comunità magiara, dall’operaio muscoloso alla mamma che stringe al petto il figlio mentre dice addio al marito in partenza. Lui indossa la versione austroungarica dello Stahlhelm, e il suo sguardo è rivolto all’orizzonte, il pericolo incombe da ogni direzione.

E’ un’immagine familiare, ma se si guarda meglio si vede qualcosa di insolito nei visi: un taglio più duro, costumi diversi e baffi insolitamente lunghi. Per usare un concetto ottocentesco (ma in Ungheria i concetti ottocenteschi ci stanno benissimo), sono volti un po’ asiatici.

Il monumento sembra dire, noi siamo di qui e guai a chi tocca; ma se ci sentite parlare, vi renderete conto che siamo qualcosa di diverso da tutti voi, siamo arrivati sui nostri cavalli, ai Tempi delle Avventure, da luoghi remoti, dall’Asia o magari dalla Transilvania.

Ovunque, si vedono statue, vecchie e nuove, di Re Stefano, che cristianizzò l’Ungheria. Negli ultimi anni, il regime comunista gli dedicò anche una clamorosa opera rock, ottima per chi si vuole cimentare con lingua e immaginari di quelle parti.

Ora è curioso come anche la figura di Re Stefano venga circondata, nella letteratura ungherese, da un ambiguo alone: non è solo l’eroe nazionale in assoluto, ma è anche la fonte delle innumerevoli sofferenze della patria. Parliamo di letteratura, perché si tratta probabilmentte di costruzioni piuttosto recenti.

Costruzioni in cui si narra che gli sciamani del Turan – la mitica patria comune di turchi e magiari – avrebbero maledetto Stefano e tutto il suo popolo per aver abbandonato la via degli antenati, e da lì avrebbero avuto inizio le innumerevoli catastrofi subite dalla nazione senza amici.

“Un magiaro sono io! Di indole sono triste
come le prime note del mio inno nazionale.
E anche se spesso sorrido quando sono felice,
non rido mai per quanto possa essere allegro.
Ma quando la massima gioia mi riempie il petto,
la mia felicità esplode in lacrime che scorrono libere;
eppure il mio volto sembra gioioso quando sono triste,
perché nessuno deve mai osare compatirmi.”

Sándor Petőfi

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Fantasie su Srebrenica, tante stragi ma ancora più petrolio

Come sapete, l’altro giorno l’Italia è entrata in guerra (capita tra una cosa e l’altra), per evitare, come spiega Matteo Renzi, una “nuova Srebrenica”:

“Avevo 20 anni, mi ricordo Srebrenica, dove si compì un genocidio, la comunità internazionale rimase zitta a guardare e i caschi blu silenti. Oggi ci troviamo in una situazione simile: quello che sta avvenendo in alcune aree dell’Iraq e della Siria è la stessa cosa, un genocidio”.

Senza voler prendere parte in vicende in cui il più pulito aveva la rogna, cerchiamo di capire il parallelo tra Srebrenica e ciò che succede oggi in Iraq.

Durante la guerra bosniaca, Srebrenica era la sede di una divisione musulmana diretta da un certo Naser Orić, in seguito processato come criminale di guerra per aver raso al suolo decine di villaggi e massacrato, secondo i serbi, 3.870 cristiani che avevano la sventura di abitare nei dintorni, con l’utilizzo di mezzi che comprendevano decapitazione, crocifissione e altre amenità. Sospettiamo che buona parte delle accuse siano frutto di fantasia, ma ciò vale sempre e per tutti, e comunque il signor Orić sembra più il proprietario di una discoteca che un Islamico Barbuto.

In seguito, le truppe di terra delle Nazioni Unite, presenti sul terreno, non hanno impedito che i cristiani regolassero i conti, massacrando almeno 8.000 musulmani sunniti disarmati.

Per “evitare Srebrenica”, sarebbe quindi bastato un intervento di forze di terra per separare le forze contrapposte, cosa che il parlamento italiano ha invece esplicitamente escluso per l’Iraq.

Invece, ha deciso di fornire “armi ai Peshmerga curdi“, tra cui “400mila munizioni per mitragliatrici di fabbricazione sovietica” che l’esercito italiano ha illegalmente custodito per vent’anni in  violazione di un ordine di un magistrato italiano.

Se non sapete chi stiamo armando con le nostre tasse, consolatevi.

Non ne hanno la minima idea nemmeno i politici che hanno votato per entrare in guerra: a un secolo da Sarajevo, la leggerezza la fa sempre da padrona in queste cose. Leggetevi il tragicomico resoconto del Fatto Quotidiano.

Ora, curdo è una parola che significa tutto e niente, anche perché si tratta di gente in genere bi- o trilingue, con affiliazione religiosa in genere sunnita, ma qualcuno appartiene anche agli straordinari relitti della cristianità e della gnosi che costellano quelle parti del mondo.

Tra l’altro, i miei amici zingari li amano e li considerano il popolo più simile a loro al mondo.

Comunque, circa un secolo fa, ai tempi in cui ognuno parlava la lingua che gli pareva, le popolazioni curde se la cavavano piuttosto bene, come guerrieri (e briganti) liberamente alleati del governo di Istanbul.

Tanto che hanno avuto l’onore di partecipare in prima fila allo sterminio dei cristiani assiri a fine Ottocento e al più noto massacro dei cristiani armeni.

In seguito, hanno lottato fieramente contro le novità imposte in Turchia dai Giovani Turchi e poi da Kemal Atatürk, che per punirli compì alcune memorabili stragi di questi incorreggibili reazionari.

Decenni dopo, i militanti curdi in Turchia si dichiararono improbabilmente marxisti, ma continuarono ugualmente a combattere contro il governo di Ankara; e quest’ultimo continua a bombardarli anche in Iraq.

E’ interessante notare che il sistema di spionaggio statunitense, mentre spia sulla Turchia, spia anche per conto della Turchia sui curdi, indicando chi assasssinare; e i curdi a loro volta continuano ad attaccare militarmente la Turchia.

La città di Kirkuk, abitata in origine da turchi, produce circa un terzo del petrolio dell’Iraq, e quindi è un punto strategico di importanza mondiale.

Questo fatto ha attirato, oltre ad appetiti internazionali, anche migliaia di lavoratori, arabi e curdi.

Saddam Hussein, dopo un primo periodo di dialogo, decise di deportare in parte i curdi di Kirkuk e importare arabi da tutto l’Iraq. I curdi si allearono con l’Iran, cosa che non aiutò la loro situazione.

Con l’arrivo degli americani, i militanti curdi, appunto i peshmerga, poterono rifarsi, cacciando sistematicamente gli arabi da Kirkuk e dalla zona petrolifera, come racconta George Packer in The Assassins Gate.

Una politica analoga fu esercitata nei confronti dei turchi autoctoni, che però ebbero sorte migliore grazie alla protezione del governo turco.

Due partiti curdi (reduci da una violenta e lunga guerra tra di loro) costituirono una sorta di governo autonomo che riconosceva in maniera nominale la sovranità del governo iracheno.

Ora, controllare Kirkuk fa la differenza tra essere dei montanari in un luogo in cui nessuno va a sciare, o avere il controllo della più grande risorsa mondiale. E così, nel giugno del 2013, approffittando proprio dell’offensiva dell’ISIS, i curdi attaccarono le basi dell’esercito iracheno a Kirkuk.

L’obiettivo finale, il controllo del petrolio del nord dell’Iran, sembrava a portata di mano, anche perché la Exxon stava per iniziare una collaborazione diretta con i politici curdi, che offrivano prezzi molto migliori (per la Exxon, mica per gli iracheni) di quelli offerti dal governo nazionale.

A questo punto, il governo iracheno ha minacciato di intervenire militarmente contro i curdi.

Appena scomparirà il pittoresco intervallo del “Califfato” sotto il fuoco celeste di tutte le potenze del mondo, i curdi torneranno a vedersela con il governo di Baghdad. E tutto il materiale inviato dai paesi europei sarà utilissimo nel definire il futuro dei pozzi di Kirkuk, sia attraverso la pulizia etnica degli elementi non curdi, sia cacciando le truppe di Baghdad.

La cosa rassicurante è che i deputati italiani intervistati assicurano che le armi italiane saranno consegnate ai combattenti curdi tramite il governo iracheno, che difficilmente sarà così idiota da darglieli.

E’ divertente anche notare che ci sono cinque petroliere che stanno girando i sette mari, battenti le più strane bandiere e cariche di petrolio che i curdi hanno deciso di vendere a prezzi stracciati senza passare per Baghdad.

La vicenda, con contorno di navi greche e ditte con sede nelle Isole Vergini, ci rivela un po’ di normalità del mondo in cui viviamo.

Per ora, a parte Israele, nessuno è disposto a comprare. Siamo tutti buoni a evitare nuove Srebrenica o a buttare bombe sui Terroristi Barbuti,  ma ben altro è rischiare di trovarsi davanti a un avvocato.

A proposito di Terroristi Barbuti, permettetemi di presentarvi il signor Hassan Abboud, che i media definiscono il principale Ribelle Moderato della Siria, finanziato da privati cittadini del Kuwait, insomma uno di quelli cui Obama ha appena deciso di donare aiuto e addestramento, così possono abbattere il governo siriano che sta combattendo contro l’ISIS (a questo punto ci siamo persi, Renzi da che parte sta?).

Purtroppo per l’Occidente, il signor Hassan Abboud è saltato per aria l’altro ieri assieme a tutto il suo quartier generale, comunque rimane di lui questa foto ricordo.

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Ronde, carnevali e bufale islamiche a Wuppertal

Cercate su Google Wuppertal e “Shariah Police”, e troverete 77.000 risultati, che raccontano tutti più o meno la stessa storia:

“BERLINO – Pattugliano la città giorno e notte, li riconosci subito: hanno addosso una giacca fluorescente, come quella che da noi in Italia, qui in Germania o altrove in Europa ogni auto deve avere a bordo per conducente e passeggeri. Ma sulla giacca fluorescente c’è scritto in inglese ‘Shariah police’, polizia della giustizia islamica. E per giorni e giorni, prima che le legittime autorità costituite tedesche si decidessero a muoversi, quei giovani integralisti hanno seminato paura nella pacifica Wuppertal, l’antico, bel centro minerario della Renania che molti cinéphiles ricorderanno per alcune sequenze del mitico film di Wim Wenders im Laufe der Zeit, nel corso del tempo, quando il protagonista e la bambina che ha smarrito la mamma viaggiano nella storica monorotaia.”

L’autore di questo flusso di oratoria è una nostra vecchia conoscenza, Andrea Tarquini, e già questo ci dovrebbe  insospettire.

Come il riferimento a Wuppertal come “pacifica”, visto che la polizia afferma che nella cittadina ci siano 2.000 consumatori di droghe pesanti  e che il tasso di delinquenza aumenti più che in qualunque altra parte della Germania.

Comunque, i politici non aspettavano evidentemente altro:

“Dopo la provocazione di un gruppo di salafisti travestiti da polizia della sharia a Wuppertal, nell’Ovest della Germania, stampa e politici tedeschi hanno lanciato un appello per inasprire la legge che lotta contro la propaganda islamista nel Paese. Tolleranza zero per i salafisti, ha chiesto a gran voce il quotidiano Die Welt, sostenendo che salafisti, radicali e fanatici non devono piu’ nascondersi dietro il principio della liberta’ di religione.”

E sono intervenuti persino il Ministro degli Interni e quello della Giustizia in persona con un minaccioso discorso.

Mentre aspettiamo gli ultimi parti della creativa fantasia dei legislatori germanici, andiamo a vedere cos’è successo realmente.

Ce lo spiega Der Spiegel.

Dunque, c’è un certo Sven Lau, un barbuto pompiere, nato nelle campagne dell’Ostfriesland e diventato musulmano mediatico. Sven Lau ha una particolare propensione per i media, visto che è già stato processato (e assolto per mancanza di prove) con l’accusa di aver dato fuoco alla casa in cui viveva per far ricadere la colpa sui neonazisti tedeschi.

Sven Lau si è anche lamentato di essere stato aggredito da improbabili nazisti vestiti da clown, ma il tribunale poi sembra (il mio tedesco giuridico non è dei migliori) che abbia condannato lui per la rissa.

Sven Lau ha un compare, tale Pierre Vogel, che fa anche lui la sua bella figura di ostrogoto barbuto, infatti è un ex-pugile e buttafuori.

Il rapporto simbiotico dell’ex-pugile con i media è tale che Pierre Vogel è diventato anche il tema di un carro al carnevale di Dusseldorf, cosa di cui il nostro non manca di vantarsi sul proprio sito.

L’altro giorno, Lau e Pierre Vogel, assieme a due amici, si sono fatti un video in cui giravano per un quartiere particolarmente problematico di Wuppertal, distribuendo biglietti da visita con un “invito al paradiso” e dicendo, “lasciate perdere il gioco d’azzardo, lasciate perdere la droga, abbandonate la falsa via!”. Per quell’unica notte, hanno indossato magliette fosforescenti con la scritta SHARIAH POLICE, per cui sono stati subito fermati e identificati dalla polizia.

Come tutti i narcisisti, non hanno mancato anche di farsi la selfie di gruppo apposta per Facebook:

Questa video-bravata viene confusa con altri fatti per ora oscuri: a Wuppertal una ragazza sarebbe stata redarguita perché non portava il hijab e un ragazzo perché beveva alcol a una festa. Non siamo riusciti a trovare alcun dato concreto riguardante queste affermazioni, né nulla sull’identità dei presunti moralizzatori e nemmeno se i fatti siano realmente successi, per cui sospendiamo ogni giudizio: comunque la Shariah Police di Lau e Vogel non c’entra.

Il successo del gioco mediatico di Lau e Vogel è stato istantaneo e planetario.

Un gruppo di militanti di Die Rechte, schieramento di estrema destra, si sono comprati subito delle magliette rosse e hanno inventato una loro contro-pattuglia.

“Se nelle nostre città i salafiti possono pattugliare le zone pedonali come “Polizia della Shariah” e occupanti criminali di sinistra possono compiere le loro malefatte senza essere notati dalla polizia“, occorre subito “creare una contropolizia“. Inizia così il loro proclama, fatto proprio mentre il Ministro degli Interni inveiva quanto loro contro la selfie barbuta.

La contropolizia (composta da dodici persone) aveva anche come obiettivo quello di denunciare alla polizia (quella ufficiale) eventuali integranti della polizia islamica, ma “purtroppo (o per fortuna) non è stata incontrata alcuna Scharia-Polizei”. Cosa che non sorprende molto.

In compenso hanno provato l’eccitazione di chiamare la polizia contro un gruppo di anarchici che facevano delle scritte (la polizia ha mandato ben sei volanti).

Siccome la madre dei cretini – cioè il giornalismo cialtrone – è sempre incinta, aspettiamo a questo punto l’arrivo degli Antifa per salvare Wuppertal dal ritorno di Adolf Hitler.

P.S. Grazie al commentatore Roberto, che ha stuzzicato l’interesse di chi scrive.

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Il migliore investimento del mondo

L’altro giorno, vi abbiamo presentato un editoriale di Ezio Mauro sulla Difesa dell’Occidente.

Un editoriale scritto in occasione del vertice NATO che sta preparando gli ennesimi bombardamenti sull’Iraq.

Nell’editoriale, Mauro non ha parlato del fatto che al vertice/fiera erano presenti anche numerosi espositori, che hanno pagato fino a 300.000 sterline a testa per mettere in mostra le loro mercanzie.

Ora, i soli Stati Uniti stanno pensando di investire nell’impresa la cifra di cinque miliardi di dollari.

Tralasciamo il contributo che sarà richiesto ad altri paesi (ad esempio, uno degli espositori, la General Dynamics, aveva appena venduto merci per 3,5 miliardi di sterline all’Inghilterra, anche se in un altro contesto), e non sappiamo quanto abbiano speso complessivamente gli espositori.

Comunque, se l’investimento complessivo pubblicitario è stato – poniamo – di 2 milioni di dollari, e il ritorno sarà di 5 miliardi, il rapporto è di 2.500 dollari per ogni dollaro investito, pari a un ROI del 250000%, se ho calcolato bene.

Ora, l’efficienza di un investimento in strumenti che uccidono si misura nel numero di morti.

I calcoli preventivi sono ovviamente del tutto ipotetici, ma – giusto per avere un ordine di grandezza – poniamo che l’investimento permetterà la produzione di 10.000 morti.

Dividendo la cifra di 5 miliardi di dollari per 10.000, abbiamo un guadagno unitario per prodotto finito di 500.000 dollari.

Ora, mentre la lavorazione del prodotto finito ha indubbiamente costi elevati (ma sostenuti interamente da altri), le materie prime vengono fornite gratuitamente, cosa che non avviene nemmeno in settori interessanti come la produzione della cocaina.

Chiaramente, qualcuno potrà accusarmi di eccessivo entusiasmo.

Intanto perché non tutti gli investimenti offrono lo stesso grado di produttività. Il Qatar si dice abbia investito circa 3 miliardi di dollari finora per finanziare la rivolta siriana; stimando  circa 200.000 morti, è chiaro che il guadagno su ogni prodotti finito diminuisce di molto.

Sopratutto, gli scettici potranno dire che la produttività dell’investimento diminuisce se consideriamo anche la produzione di mutilati.

Ma le tecniche attuali di recupero permettono di riciclare almeno una parte degli scarti come prodotto in vista di futuri investimenti, che indubbiamente ci saranno, possiamo sperare per molto tempo.

“Fornire armi a tutti coloro che offrono un prezo onesto, senza distinzione di persona o di principio; ad aristocratici e repubblicani, ai nichilisti come allo Zar, al capitalista come al socialista, al protestante come al cattolico, al ladro come al poliziotto, a persone dalla pelle bianca, nera o gialla, di ogni genere e condizione, a tutte le nazionalità, tutte le fedi, tutte le follie, tutte le cause e tutti i delitti – Dal credo di Undershaft, produttore di armi, in Il maggiore Barbara di Bernard Shaw, 1905.

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“Uno stallo a tempo determinato”. Pipes e Luttwak spiegano la strategia statunitense in Medio Oriente

Il lamento sulla presunta indecisione degli Stati Uniti in Iraq pervade la mediasfera.

A sinistra si ode uno squittio confuso, “vedete, gli Stati Uniti sono amici dei Tagliagola Jihadisti, non li bombardano…”, a destra roboanti richiami al massacro generale di musulmani.

Credo che non ci sia proprio nulla da rimproverare alla politica statunitense, che ha seguito una linea coerente che ha dato risultati eccellenti, almeno per gli interessi del dispositivo politico-militare-imprenditoriale di quel paese (e a chi altri mai dovrebbero rendere conto?).

Lo hanno spiegato con ammirevole chiarezza, oltre un anno fa, Daniel Pipes ed Edward Luttwak.

Non si tratta di due opinionisti qualunque, ma di individui che ogni anno muovono molti milioni di dollari attraverso think tank che mettono insieme esponenti militari, politici, dei servizi segreti e imprenditoriali, sia statunitensi che israeliani e dei paesi NATO.

Luttwak negli Stati Uniti ha lavorato con il ministero della difesa, con il dipartimento di stato, con la marina, con l’esercito e con l’aeronautica; ma ha anche collaborato con vari ministeri della difesa di paesi NATO.

Pipes e Luttwak non determinano forse la politica statunitense (almeno attualmente); anzi, a volta la criticano nel dettaglio, ma certamente hanno un’influenza enorme nei settori decisivi, e comunque fanno un ragionamento di indiscutibile buon senso.

Magari ciò che dicono non somiglia alle chiacchiere di pubblicitari, ma così parlano imprenditori, militari e altri che decidono, quindi nessuno si scandalizzi.

Nell’aprile del 2013, Daniel Pipes pubblicò un articolo sul Washington Times, dove invitò a sostenere temporaneamente il governo siriano di Bashar al-Assad.

“Il mio consiglio è tutt’altro che originale, si tratta della buona vecchia Realpolitik. In altre parole, rientra in una tradizione di divide et impera che risale ai Romani”.

Pipes cita come esemplare la maniera in cui, per otto anni, dal 1980 al 1988, gli Stati Uniti riuscirono a impedire sia all’Iran che all’Iraq di vincere in guerra.

“In questo spirito, sostengo quindi che gli USA dovrebbero aiutare la parte perdente, qualunque sia, come già scrissi nel maggio del 1987: “Nel 1980, quando l’Iraq minacciava l’Iran, i nostri interessi erano almeno in parte con l’Iran. Ma l’Iraq è sulla difensiva dall’estate del 1982, e Washington oggi è fermamente dalla sua parte. Guardando al futuro, se l’Iraq dovesse riprendere l’offensiva,  un cambiamento improbabile ma non impossibile, gli Stati Uniti dovrebbero di nuovo passare dall’altra parte e pensare a sostenere l’Iran“.

In Siria oggi, scrive Pipes,

“La continuazione del conflitto danneggia meno gli interessi occidentali di una presa di potere [da una parte o dall'altra].

Ci sono prospettive peggiori di quella di sunniti e sciiti che si massacrano, di jihadisti di Hamas che uccidono jihadisti di Hizbullah e viceversa. Meglio che non vinca nessuna parte.”

Nell’agosto del 2013, anche Edward Luttwak ha sostenuto lo stesso ragionamento, in un editoriale sul New York Times:

“Una vittoria di una parte o dell’altra sarebbe ugualmente indesiderabile per gli Stati Uniti. A questo punto, un prolungato stallo sarebbe l’unico esito non dannoso per gli interessi americani.

C’è un solo esito che gli Stati Uniti possono favorire: uno stallo a tempo indeterminato. Incastrando l’esercito di Assad e i suoi alleati iraniani e di Hezbollah in una guerra contro i combattenti estremisti di al-Qaida, i nemici di Washington saranno bloccati in una guerra tra di loro che li impedirà di attaccare gli americani e o gli alleati dell’America.

Mantenere una condizione di stallo deve essere l’obiettivo degli Stati Uniti. E l’unico modo per ottenerlo consiste nell‘armare i ribelli quando sembra che le forze di Assad stiano vincendo e poi smettere di rifornirli se sembra proprio che stiano vincendo”.

Pipes e Luttwak non parlano dell’Iraq, ma lì la situazione è ancora più promettente. Non solo si è riusciti finora a evitare il trionfo di qualcuno, ma si è prodotta in quasi tutto il paese una condizione di ciò che si chiama comunemente “anarchia“, che se attentamente curata, potrebbe durare in maniera indefinita.

Oltre tutto, i meccanismi di conflitto, i cicli di devastazione, di menzogna e di vendetta, la creazione di grandi interessi speculativi, procedono da soli, richiedendo un intervento esterno minimo di manutenzione: come dice Luttwak, può essere sufficiente dosare in maniera intelligente la fornitura di armi e poco più.

Il risultato spicca particolarmente, se pensiamo che fino all’attacco all’Iran da parte di Saddam Hussein, l’Iraq era l’unico paese arabo che avesse insieme una popolazione abbastanza numerosa, una buona agricoltura con sufficiente acqua, immense risorse petrolifere, un’amministrazione forse spietata ma che spiccava per efficienza rispetto a tutto il Medio Oriente (come può testimoniare chiunque abbia lavorato con quel paese in quegli anni) e alti livelli di istruzione.

Certo, si potrà bombardare occasionalmente la forza che sembra stia per prevalere, ma sarebbe insensato e controproducente cercare di annientarla.

L’instabilità, come scrivevamo, può diventare una condizione stabile.

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