Due foto scattate ieri.
Italiani larghi, italiani stretti
Il delitto perfetto
La foto che ho scattato oggi ritrae il muro del Commissariato di Pubblica Sicurezza Oltrarno, a Firenze.
Con una telecamera (in alto a sinistra) che punta direttamente su una bicicletta.
Da cui qualcuno ha rubato le ruote.
Non ho idea quale sia la morale, però ci deve essere.
Metti il Porco nel Motòre
“Un bel culo, spalle larghe, testa grossa e muso corto, chiamato volgarmente “tuscanu.”
“La missione de Il Gigante [catena di ipermercati] punta a coniugare tradizione e modernità, proponendosi di operare in quanto “azienda italiana che crede e difende i valori e le tradizioni del passato, soddisfacendo le nuove esigenze”.”
“Coniugare tradizione e modernità” è una frase che mi trovo a tradurre, per lavoro, almeno quattro volte al mese.
Con qualche minima variante, è il motto con cui ogni azienda italiana si presenta al mondo, e un motivo ci deve essere.
Poniamo che siate i titolari della Blu Plast S.R.L. Plastica Brillante Di L. Brillante, con sede in Via Madonna Di Fatima a Pagani; oppure della Cogencar di Pomponesco.[1] E decidete di lanciarvi sul mercato globale.
L’Italia è un paese che nel mondo fa sorridere, però è vagamente noto per avere enormi tesori d’arte che risalgono a secoli fa.
Quindi l’Azienda cerca innanzitutto di agganciarsi a questa immagine: Michelangelo veniva da un piccolo paese della Toscana. Anche la Sac Plastic di Natali Federico viene da un piccolo paese della Toscana, in questo caso da Montelupo Fiorentino. Quindi, Buonarroti Michelangelo e Natali Federico hanno qualcosa in comune.
Sì, però, un sacchetto di plastica prodotto con le tecniche del Cinquecento suscita qualche perplessità. E quindi bisogna dire anche di essere all’avanguardia. E così si “coniuga tradizione e modernità”. Che è un’ossimoro, come dire, “essere biondi e mori”. Ma nell’epoca postrazionale in cui viviamo, le contraddizioni non hanno la minima importanza, anzi allargano il richiamo del mercato.
Questo però è solo parte del discorso, perché il concetto di “coniugare tradizione e modernità” non serve solo all’estero, ma riflette qualcosa di profondamente italiano.
Le identità si fondano sulla mitizzazione del passato. Una cosa che riesce molto bene in certe società, ma quasi per nulla in Italia. Fate dire “George Washington” a un americano e “Camillo Benso di Cavour” a un italiano, e capirete cosa intendo.
Eppure, gli italiani mitizzano il passato a modo loro. Semplicemente, al posto dei Padri della Patria, ci sono i Nonni del Paese.
Il Nonno è legato ancora più del Padre all’infanzia, e quindi a una dimensione in cui molte piccole trasgressioni vengono tollerate, anzi possono venire anche incoraggiate: pensiamo all’associazione tra i termini Maschietto e Furbo e capiremo molte cose del successo dei due gemelli morali, Alvaro Vitali e Silvio Berlusconi.
L’animale totemico del Nonno non è certo il Destriero e nemmeno il Leone. E’ piuttosto il Porco.
Che nella sua atroce morte, ardentemente desiderata per tutto l’anno, offriva le supreme gioie della pancia alla famiglia. In una bella poesia che ho trovato in rete, e che andrebbe letta tutta, Vanni-Merlin descrive così un particolare della Grande Uccisione, mentre le donne “lisciano il tavolone che è diventato bianco e pulito che sembra l’altare della Madonna“:
“el nono varda
sentà in te la carega
col capelo in testa
el baston in man
nol ghe la fa più
a starghe drio
ghe vegnaria
da fare anca eo
da dire
da dare ordeni
invesse el sta lì
piantà in tea carega
a ricordare quando
so nono el vardava lu
ghe vien da piansare
quasi
ma nol vol che i lo veda
il nonno guarda
seduto sulla sedia
col cappello in testa
ed il bastone in mano
non ce la fa più
a seguirli
vorrebbe
anch’egli fare
dire
dare ordini
invece se ne sta lì
piantato in quella sedia
a ricordare quando
suo nonno guardava lui
gli viene da piangere
quasi
ma non vuole che lo vedano”
L’uccisione del Porco, tramandata dai Nonni, genera, come è noto, una varietà infinita di prodotti. Varietà reale, ma anche immaginata: il sugo di Polentone di Sopra deve distinguersi per impercettibili sfumature da quello di Polentone di Sotto. Il campanile è solo la proiezione di questa differenza fondante.
La Tradizione è, letteralmente, viscerale, perché riguarda tutto ciò che sta tra le papille gustative e gli escrementi: le celebrazioni dei santi, i matrimoni, le feste dell’Unità, le adunate massoniche costituiscono un’occasione, un contorno, un’appendice del Porco. “Chi si sposa è felice un giorno, chi ammazza il porco è felice per un anno”. E il Porco, come fonte di ogni meraviglia, supera ampiamente il proprio Creatore, con cui toscani, veneti e romagnoli spesso lo confondono.
“Man ist, was man isst” – “Si è ciò che si mangia” – dicono i turchi emigrati in Germania, sottintendendo che loro mangiano l’agnello, i tedeschi il maiale.
Il Porco è reale, e in questo senso la Tradizione italiana è autentica. Ed è anche in teoria irriducibile ai meccanismi standardizzanti della produzione di massa: è qualità contro tutto il sistema della quantificazione su cui si fonda il capitalismo. Il maiale è carnalmente grasso, al contrario dell’evanescente virtualità dei nostri tempi. E il Porco non parla né in inglese né in italiano, ma grugnisce in dialetto. In tutto ciò, vi è qualcosa di straordinariamente bello, come c’è nella varietà dei pani e dei vini di questo strano paese.
Nella grande menzogna dello Spettacolo, il Porco quindi grufola il Vero.
Ma poiché la menzogna genera una sete enorme di verità, non esiste menzogna più vendibile della genuinità apparente. E’ qui il segreto delle Nozze di Tradizione e Modernità.[2]
Una mercificazione resa possibile dalla flessibilità, dalla crescente capacità del capitalismo di creare un’apposita soddisfazione per ogni capriccio del consumatore. “Desidera e avrai“. C’è chi vuole il tofu e chi la soppressata, basta chiedere (e pagare).
Il Porco di Sinistra.
Nel dicembre del 1997, il comune “rosso” di Castelnuovo Rangone, in provincia di Modena, che porta ufficialmente il titolo di “Paese del Maiale“, dove ogni anno si fa lo zampone più grande del mondo, fece erigere in piazza un porcello di bronzo che celebrava la divinità locale. Gli entusiasti della Tradizione spazzano sotto il letame un semplice fatto: in assenza di volenterosi carnefici italiani, il maiale veniva allevato e ucciso in condizioni sempre peggiori di lavoro da operai immigrati reclutati da una precaria rete di cooperative.[3]
Il 24 luglio del 2002, l’operaio tunisino Ismail Jauadi fu assassinato a colpi di pistola vicino a Castelnuovo Rangone: esperto lavoratore di carni suine, il giovane musulmano si era permesso di ricattare alcune cooperative che si dedicavano a spacciare per italiani prosciutti provenienti da chissà dove.
Il Porco di Destra.
Il suino, presente nei pensieri di migliaia di assessori e infinite camere di commercio, ha un proprio linguaggio, nettamente distinto da quello aulico e notarile. Gli italiani hanno sempre saputo far convivere bestemmie private e rosari pubblici, battutacce sessiste e proclami femministi, pacche sulle spalle mentre si concludono affari e dichiarazioni di adesione ai Valori Democratici. Il grande merito di Umberto Bossi è quello di aver introdotto la vera democratizzazione – parlar porco si può!
Chi ha la bocca piena di grasso di porco, sciolta nel vino, si lascia andare. Si vanta, scherza, dà gomitate al vicino di tavolata per sottolineare quante volte il prete corre in latrina per aver troppo mangiato e bevuto. L’unto sulle dita, racconta nei dettagli ciò che farebbe alla cameriera; e allo stesso tempo, tutti sanno che non lo farà mai: il patto tra spacconi permette di costruire ricchissimi castelli in aria, sapendo che alla fine era tutto uno scherzo. Curiose assonanze: porci, perle, straparla, pirla...
Attorno al Porco totemico nasce la sterminata e modernissima cultura delle sagre. Come la Sagra dello Stinco e de’ Tagliarini co’ Fagioli di Piano del Quercione a Massarosa, in provincia di Lucca. La falsificazione essenziale è evidente e inevitabile: lo Stinco di Piano del Quercione è un godimento in più, nel contesto del grande spreco petrolifero, mentre una volta era il sogno nella fame di un mondo che andava a piedi nudi. Del maiale non si buttava niente; nella vita fluida, si deve buttare tutto, altrimenti si inceppa tutta la giostra.
Le sagre sono spesso collegate a un intero Medioevo inventato, con costumi di colori che non esistevano nemmeno prima dell’invenzione delle tinture chimiche tedesche nel tardo Ottocento; e il paradosso del Porco fa sì che quel Medioevo diventi simbolo di una sorta di godereccia abbondanza, un ricordo di Grandi Magnoni piuttosto che di Grandi Cavalieri. E qui accenniamo solo di sfuggita alla diffusa moda degli Ordini Cavallereschi Immaginari, le cui cerimonie iniziatiche costituiscono una straordinaria occasione di abbuffate per farmacisti e venditori di auto. Ordini che prosperano, forse, proprio in quanto l’Italia ha avuto molto meno aristocrazia di altri paesi.
Passiamo alla Festa di San Nicola – Sagra del Tortellino (ma anche lì compare il Porco) che si presenta così:
“Motori e Sapori
Un incontro unico fra le quattro ruote, i più bei motori d’Italia e la più gustosa gastronomia, quella del Tortellino e non solo. E’ il senso della manifestazione “Motori & Sapori”, che da alcuni anni, nell’ambito della tradizionale Festa di San Giuseppe , propone a Castelfranco Emilia un binomio tutto…”
Sapori e Motori (e piccolissimo dettaglio, lo spazio tra San Giuseppe e la virgola)…
Il mondo del Porco coincide in larga misura con il mondo dei Motòri. In senso ampio e in senso strettamente romagnolo, con la “ò” aperta, per indicare lo zugatlò, il giocattolone dei maschi appenninici.
Oppure, gli innumerevoli garage nelle villine a schiera in cui i nonni montano e smontano oggetti metallici del tutto inutili, spesso con meravigliosa perizia.
Il paesaggio, il porco, il motòre e l’anglobale si fondono tutti in questa proposta rivolta a proprietari di Ferrari:
“Tour a Modena con auto sportive
“Ammirando la bellezza della natura, alla guida delle vostre sportive, vi delizierete con i sapori delle nostre tradizioni in un percorso suggestivo che vi lascerà incantati, perché non sarete semplici turisti, sarete dei veri viaggiatori.
Sarete accolti dal nostro staff e verrete invitati al briefing durante il quale il nostro pilota professionista vi illustrerà le caratteristiche delle auto che guiderete ed i segreti della guida sicura.”
In questa immagine, tratta dalla Sagra del Tortellino, vediamo una Dama e un Cavaliere.
La Dama è tale Cristina Ori, docente di musica; mentre l’armigero a destra è Giuseppe Panini, presentato nella didascalia come “Fondatore dell’Azienda Figurine Panini e Presidente della Camera di Commercio di Modena” e figlio di un edicolante.
Il fratello di Giuseppe Panini è Umberto, inventore della Fifimatic, l’imbustatrice che permise ai fratelli di mettere in piedi la famosa industria di figurine dei calciatori, per passare poi a produrre quelle della Disney: sette miliardi di santini l’anno per giovani credenti spacciati nel corso di 40 anni.
Oggi l’azienda è proprietà della multinazionale di Robert Maxwell, il signore che avrebbe venduto Mordechai Vanunu al Mossad (al 54%, il resto se lo è comprato il patron della Sinistra, Carlo De Benedetti); ma ciò non toglie l’aura tutta italiana di Tradizione che svolazza attorno al nome Panini:
“Spirito imprenditoriale, idee visionarie, amore per l’arte e le bellezze del nostro Paese, passione per il proprio lavoro. E’ la splendida storia della famiglia Panini, grande esempio della capacità imprenditoriale dell’Italia degli anni ’60 che, fra idee geniali e obiettivi improbabili, ha scritto un capitolo indelebile del romanzo del nostro Paese.”
Umberto Panini, invece delle proprie figurine, collezionava Maserati e moto, come dimostra il Museo dell’Auto e delle Moto d’Epoca Umberto Panini vicino a Modena (“una raccolta che è un ulteriore tassello dell’emozionante storia automobilistica di questa “terra di motori“).
Non lontano dal Museo Panini, sorge la Galleria Ferrari, monumento a tutte le fantasie paratradizionali:
“Ferrari rappresenta un universo, non solo una automobile di lusso. Ferrari è un mondo ben definito, sognato e amato, a cui molti aspirano. Il successo e l’eccellenza del marchio italiano, amato in tutto il mondo, poggiano su quattro pilastri portanti, ossia sui principi Ferrari.
Tradizione e innovazione, per affiancare soluzioni tecnologiche d’avanguardia ad una tradizione di artigianalità. Persona e Team, perchè è la Squadra che raggiunge ogni giorno gli obiettivi, grandi e piccoli. Passione e Spirito Sportivo, il DNA di casa Ferrari. Territorialità e Internazionalità, come made in Italy nel mondo e fusione di stimoli e idee differenti.”
Il DNA di casa Ferrari… acciaio cinese, informatica indiana, benzina della Shell, sistemi di comunicazione della Vodafone (Regno Unito), pneumatici statunitensi. E tanta Passione, che quella ce la mettono gli italiani, assieme ai Cojoni di Mulo di Norcia.
Note:
[1] No, non sono miei clienti, li ho pescati a caso in rete.
[2] La poligamica vita del suino permette anche altri accoppiamenti fantasiosi: “La tradizione sposa l’informatica: il Salumificio Viani e CSB-System”. Gli amanti del porco hard possono assistere invece a una disquisizione sulle differenze tra il culatello di Zibello e il gammune di Belmonte Calabro, con tanto di docenti di estetica che discettano su ““Il gusto delle sfide, gusto della filosofia. Valori e riferimenti per una cittadinanza attiva”.
[3] Ne parla ad esempio il blog “Un po’ di mondo”, dove l’autore cita il caso di un operaio nigeriano licenziato, secondo Repubblica per razzismo. E’ utile leggere i commenti, da cui emerge che questa categoria un po’ moraleggiante in realtà rispecchia una durissima realtà sociale. Che non sarà certo rovesciata da Carlo De Benedetti e i suoi media privati.
Chiedo scusa…
Sono stato via per alcuni giorni, e anche quando c’ero, ho dato la priorità alla scrittura invece che alla gestione del blog.
Ho scoperto quindi solo adesso che c’era una serie di commenti (soprattutto ai post su Hiroshima e su Reynouard) che attendevano pazientemente di essere approvati. Cosa che ho fatto solo ora. Mi scuso con gli interessati; e cercherò di rispondere loro tra i commenti.
Mi sembra di capire che una volta che ho approvato una prima volta un commentatore, i suoi commenti successivi passano liberamente. Sapete che qui la censura è praticamente inesistente, e quindi se non vedete pubblicati i vostri commenti, potete essere certi che c’è stato qualche problema tecnico: scrivetemi in privato e pazientate un po’.
Haluk Berkmen, o come i turchi conquistarono la Valcamonica (Terza parte)
Finora, abbiamo parlato dello sconosciutissimo signore Haluk Berkmen in una maniera che non sembra giustificare il titolo. Astrologia, fisica quantistica più o meno autentica, cosa c’entrano infatti con conquiste turche o vallate bresciane?
Il lettore medio di Kelebek vuol vedere la politica. E l’avrà.
Il sito di Astronet, infatti, ospita un lungo testo di Haluk Berkmen, che sarebbe inimmaginabile fuori dalla Turchia. Si tratta di una sorta di storia universale, per mia immensa fortuna scritta in inglese e non in turco .
A prima vista, con mummie, Maya e megaliti, sembra un banale elenco di Misteri. I Misteri vaganti vengono spesso adottati dal mondo mediatico e trasformati in Mysteri: nel flusso di chiacchiere e immagini, i traumi inspiegabili (scippi, bombe, islamici, zanzare tigre, tsunami…) si alternano ai miracoli inspiegabili (gol calcistici, tette e continenti scomparsi), come abbiamo detto altrove.
Storia e politica vanno insieme, perché nove volte su dieci, non ci occupiamo del passato perché vogliamo sapere come siano andate veramente le cose, ma perché vogliamo legittimare noi stessi oppure delegittimare i nostri avversari.
A coltivare i Misteri sono in tanti, e in buona parte persone anche interessanti e decisamente originali. Ma se facciamo una media statistica, vedremo che il cultore italico di Misteri è in genere apolitico, come è inevitabile in una società che ha sostituito il consumatore individuale alla polis.
La storia quindi non gli interessa né in sé, né per secondi fini. Atlantide, Mu, i Teschi di cristallo, la Fine del Mondo nel 2012, diventano semplicemente innocui racconti d’avventura. E come tali, queste presunte “verità proibite” possono entrare in prima serata nelle trasmissioni televisive più conformiste.
Ma in molte parti del mondo, non è così. I Hopi ci campano sul fatto che i bianchi attribuiscono loro poteri profetici; in India, la questione dell’”archeologia vedica” è strategica nell’autoesaltazione dei movimenti nazional-induisti; in Israele-Palestina, l’autenticità o falsità di certi reperti è carica di conseguenze.
Anche in Turchia, esiste un’attivissima politica dei misteri, che ruota attorno ad alcuni temi ricorrenti, che non si presentano solo negli studi dei cristalloterapeuti, ma sono anche presentissimi nel mondo accademico o tra le eccitate masse dei tifosi di calcio: il Continente Scomparso di Mu (Kayıp Mu Kıtası), le piramidi dei Maya, l’origine degli etruschi e Shambala (Şamballa) e/o Agartha, il centro segreto del mondo. Senza dimenticare Ergenekon, un nome che i lettori forse conoscono, visto che fu adoperato dai militari che hanno cercato alcuni anni fa di rovesciare il governo in Turchia. Un nome che indicava il tentativo di ritornare alle presunte radici pagane del popolo turco.
Prendiamo il diffuso libro di Burhan Yılmaz, Agarta‘dan Ergenekon’a Büyük Türk Bilgeliği (“Da Agarta a Ergenekon, la grande sapienza dei turchi”), che li mette insieme tutti.
Il primo capitolo si intitola, infatti, “Gli avi degli italiani sono al 97 percento turchi”.
Burhan Yılmaz fa un bel po’ di confusione [1] che gli serve per arrivare alla parola “turchi”. Basta infatti l’ambiguità di questa parola per costruire un grandioso sistema di mistificazione.
Turco, infatti, significa:
- uno, un abitante dell’attuale Turchia, e quindi per estensione anche chiunque fosse vissuto da quelle parti nei secoli e millenni passati;
- due, un gruppo linguistico arrivato in Anatolia dall’Asia Centrale dopo l’anno Mille, e quindi chiunque fosse vissuto nelle steppe e dintorni.
- tre, una lingua che ha una struttura definita “agglutinante” almeno dai linguisti dell’Ottocento, e quindi chiunque parlasse una lingua dalla struttura vagamente comparabile, anche se per nulla imparentata.
Così, diventano turchi gli ittiti e gli etruschi (e per derivazione, come abbiamo visto, anche gli italiani); ma anche Attila o Gengis Khan; ma anche gli antichi siberiani che nella preistoria popolarono le Americhe; ma anche i Sumeri fondatori della civiltà mesopotamica… E, come vedremo, anche gli abitanti della Valcamonica.
Gli etruschi erano turchi; turca quindi era la città di Roma, da loro fondata, come sostiene un certo Kazım Mirşan – oggi ultranoventenne – che aveva studiato a Berlino durante la guerra . Kazım Mirşan dichiara di essere stato il primo a “decifrare l’etrusco” nel 2004, leggendovi ovviamente il turco.
L’Antica Roma è turca, come turchi sono i Maya. Il popolo turco ha fatto la storia universale e quindi è decisamente un “popolo speciale”. Ecco che Burhan Yilmaz passa a parlare della “missione cosmica” del popolo turco, le cui radici si troverebbero sulla stella Sirio: un riferimento che viene letto simbolicamente – Sirio è la Stella del Cane, cioè della lupa del popolo turco; ma anche letteralmente: i turchi costituirebbero per alcuni un “innesto genetico” delle “civiltà galattiche“.
Uno dopo l’altro, sfogliamo i titoli del libro di Burhan Yılmaz:
“Atlantide e la civiltà di Mu… la croce gammata, il polo e la svastica… il viaggio astrale – il segreto di Atlantide… il nome dei turchi… Le piramidi turche dell’Asia centrale… Şamballa, è nel mondo o nello spazio?… Si può andare a Samballa con un razzo? La nuova missione è in Anatolia… La stella Sirio, primo centro della creazione… Il centro è Ergenekon…”
“I figli dei turchi, nel conoscere i propri avi, troveranno la forza dentro di sé per compiere grandi cose” - l’inevitabile citazione di Mustafa Kemal Atatürk indica lo scopo del libro.
Il problema dell’intero mito turanico è che non ha davvero molto a che fare con gli “avi” degli attuali turchi, mediterranei o altaici che fossero: Mu, Agartha, i viaggi astrali, Atlantide, le varie teorie su Sirio sono tutti prodotti della grande fantasia spiritualista ottocentesca.
Ma queste teorie hanno soddisfatto un preciso bisogno nella costruzione dell’immaginario turco del Novecento. A introdurle in Turchia fu infatti il padre per definizione della nazione: Kemal Atatürk, affascinato in particolare dall’affabulazione di un avventuriero inglese rasferito negli Stati Uniti, Charles Churchward, inventore del continente Mu.
Come diceva Mustafa Kemal, Tarih yazmak, tarih yapmak kadar mühimdir, “scrivere la storia è importante quanto farla”.
Esattamente come il governo del Tamilnadu in India oggi promuove gli studi su Lemuria, un altro “continente scomparso” che i Tamil rivendicano come propria patria; un continente immaginato per errore da un geologo inglese ed entrato nell’immaginario occultista grazie a Helena Petrovna Blavatsky.[2]
Di Mu e Ataturk, parleremo in un prossimo post, insha’Allah.
Note:
[1] La vera vicenda è riassunta su Anthropos. Il riferimento in realtà non è agli italiani, ma agli abitanti del piccolo paese toscano di Murlo, un pittoresco cerchio di case dove il PD da solo prende i due terzi dei voti. Qui le ricerche del genetista Antonio Torroni hanno rivelato nel 2007 che c’è una corrispondenza del 17% (non del 97%) con materiale genetico di abitanti dell’Anatolia. Invece, studi che mettono a confronto il materiale genetico trovato nelle tombe etrusche con gli abitanti attuali della Toscana indicano, come riassumono sbrigativamente i titoli giornalistici, che “i toscani non discendono dagli etruschi“.
[2] Sulla politica di Lemuria, si veda il bellissimo libro di Sumathi Ramaswamy, The Lost Land of Lemuria. Fabulous Geographies, Catastrophic Histories, University of California Press, 2004.
Arrivano i musulmani, tornano i cristiani
Quasi ottant’anni fa, il popolo cristiano del Ponto – la regione dei monti attorno a Trebisonda – fu deportato nella lontana Grecia, paese con cui condivideva in pratica solo la religione. Il loro grande santuario, il monastero rupestre di Soumelà (in turco, Sümela), fu vandalizzato e abbandonato, per poi diventare un museo. In contrasto, il sultano ottomano che aveva conquistato Trebisonda, Mehmet il Conquistatore, aveva visitato pacificamente il monastero e aveva confermato con un decreto i diritti dei monaci; il sultano Selim I aveva donato al monastero una serie di magnifici candelabri d’oro.
Due giorni fa, per la festa della Dormizione di Maria, il governo di Erdoğan ha lanciato una nuova, sottile sfida ai militaristi e nazionalisti del proprio paese, facendo celebrare al Patriarca ortodosso di Istanbul la prima messa autorizzata davanti al monastero.
Il 19 settembre, gli armeni potranno invece celebrare la loro prima messa – dai tempi della grande tragedia – nella chiesa della Croce di Akhtamar, su un’isola nel lago di Van; mentre lo scorso 5 agosto, sono stati riaperti al culto siriaco ortodosso, due chiese nei pressi di Mardin.
Piccoli gesti simbolici, che non possono salvare il cristianesimo anatolico da una catastrofe ormai avvenuta. Ma non è nemmeno vero, come sostiene Sandro Magister che si tratti semplicemente di un tentativo del governo turco di fare bella figura davanti all’Europa. Non solo perché l’Europa si disinteressa totalmente delle piccole comunità cristiane di quelle parti; ma anche perché l’ingresso in un’Europa ostile e in crisi economica non è certo una priorità per la fiorente Turchia.
Dalla fine della Prima guerra mondiale, la Turchia si è posta in un atteggiamento di chiusura verso il mondo e di paura, incuneata tra nemici esterni greci, arabi e russi, con in casa il nemico interno curdo. Ostile alle proprie radici sia mediterranee che islamiche, la borghesia laicista creata da Mustafa Kemal Atatürk non poteva che rivolgersi, nel mondo concreto, all’esercito e in quello immaginario a miti turanici. Che non a caso parlano di luoghi lontanissimi, presentando i turchi come esuli dalla Siberia.
La rivoluzione di Erdoğan, o meglio del suo ministro degli esteri Ahmet Davutoğlu, consiste nel porre fine a questa paura. La Turchia è talmente forte, che non ha bisogno di temere o di farsi temere.
Questa sorta di risanamento psicologico comporta gesti simbolici verso tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’ecumene ottomana. Così i diplomatici turchi mediano tra albanesi e serbi in Kosovo; in patria, compiono aperture piccole – ma inimmaginabili fino a qualche anno fa – verso la comunità curda; si cerca delicatamente una conciliazione con i greci e con gli armeni; ci si propone come mediatori del mondo con l’Iran e si lavora con i curdi iracheni, mentre si negozia l’uscita degli americani dall’Iraq.
Verso il mondo arabo, che da anni si stanca a sentire demagogici proclami alla armiamoci e partite, la Turchia si presenta come garante pacifica ma fermissima dei diritti dei palestinesi.
Si tratta del più grande progetto per il Medio Oriente (anzi, anche per i Balcani e il Caucaso) a partire da quello catastrofico dei neocon statunitensi. E ha una quantità formidabile di nemici che al momento fanno finta di niente – Israele, gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, l’Egitto, i laicisti, nazionalisti e militaristi turchi, gli indipendentisti curdi e chi sa quanti altri.
Qui abbiamo sempre evitato di tifare per governi e governanti; comunque, tra le tante idee che si sono diffuse da quelle parti, questa è certamente la meno lontana dalla sensibilità di chi scrive. Staremo a vedere.
Haluk Berkmen, o come i turchi conquistarono la Valcamonica (Seconda parte)
“Gaetano Conforto, Diventa leader della tua vita.
Scopri il destino sincronico con le leggi della fisica quantistica”
Olisticamente, in questo lavoro cerchiamo di cogliere il mondo in una goccia d’acqua. E il fisico-esoterista turco Haluk Berkmen si presta molto bene al nostro esperimento.
Ad esempio, Haluk Berkmen ha tenuto una volta una conferenza, parlando di fisica quantistica, accanto alla signora Alexandra Magallaes-Zeiner, praticante Watsu® (la ® è un piccolo segno mistico, assai diffuso in ambienti spiritualisti), la quale ha invece presentato una meditazione di quindici minuti sul tema “tuffarsi assieme alle balene“. Un accostamento che ci apre orizzonti di notevole interesse.
“Spesso, poi, gli spiritisti si impossessano di termini filosofici o scientifici che applicano come possono; naturalmente, quelli che preferiscono sono quelli che sono stati diffusi tra il grande pubblico tramite opere di divulgazione, imbevute del più detestabile spirito “scientista”.
“Non si riesce a immaginare quanta seduzione esercitino, su spiriti più o meno incolti o “primari”, le grandi parole che hanno una falsa apparenza di intellettualità; c’è una sorta di verbalismo che dà l’illusione del pensiero a coloro che sono incapaci di pensare davvero, e un’oscurità che passa per profondità agli occhi del volgo”.
Così scriveva, quasi ottant’anni fa, René Guénon nel suo libro, L’Errore dello spiritismo [1] Nulla è cambiato, come dimostra la carriera di Gary e Gloria Smith, inventori della “meditazione Merkaba non lineare”, una pratica che consiste molto letteralmente nel vendere acqua fresca:
“Gary Smith (ex-commercialista) attualmente conduce corsi intensivi di 8 giorni assieme a sua moglie Gloria. I corsi mirano ad espandere la coscienza delle persona per aprirla a livelli multidimensionali di consapevolezza. Gloria e Gary si sono incontrati in Scozia durante un workshop di due giorni tenuto da Gary.
Gloria abitava a Bedford in Inghilterra dove faceva il lavoro di terapeuta e insegnava una tecnica di aroma-massaggio “a coloro che erano pronti.” Negli anni ’50, Gary lavorava come tecnico su sistemi di propulsione per missili nella California prima di riprendere gli studi universitari, laureandosi in economia e commercio. Tuttavia i suoi studi di fisica quantistica sono andati avanti da quando gli ha intrapresi 45 anni fa. Gary aggiunse il suo genio alla sua coscienza allargata, risultato della pratica di meditazione che portava avanti da 6 anni, e riuscì a risolvere la teoria del campo unificato che Einstein non aveva completato. Quest’anno Gloria e Gary sono riusciti ad unire i principi della Teoria del Campo Unificato di Albert Einstein, ora risolto, alle loro tecniche spirituali e questo ha portato alla comprensione dell’Acqua Guaritrice. Questo culmine esilarante, raggiunto dopo anni di studio e di esperienze di ricerca, verrà svelato alla Gente e chiamato “The Sacred Merkaba Techniques’ Alchemical Formula for Creating Healing Waters.” [2]
Tipicamente, a simili vette verbali (abbiamo lasciato intatto l’italiano del testo) si accompagnano abissi di ben altro tipo.
Non dobbiamo sottovalutare l’importanza dello spiritualismo di massa. Si tratta della grande religione delle sciampiste dei nostri tempi, che accompagna come sottofondo tutta l’estetica, la medicina, la sensibilità, il turismo, la percezione della storia e del cosmo dei nostri tempi. Sul piano sociale, lo spiritualismo di massa in Occidente incide più della Chiesa cattolica, del marxismo o di altri fenomeni che ad alcuni sembrano più “seri”.
Gli spiritualisti vivono nell’ossesione della scienza. O meglio degli “scienziati“, immaginati come una sorta di casta sacerdotale, dotata di poteri straordinari, spesso adoperati per il male, ma pur sempre sovrumani.
Alla base del fenomeno, c’è una divorante invidia: perché quelli devono sapere, e io no? Un’invidia che si accompagna spesso a un rancore di classe. Invidia e rancore si sfogano in maniere diverse:
- Io, commercialista, sono arrivato là dove Einstein non ha potuto, dice Gary Smith. Ne so quindi di più degli stessi scienziati.
- Gli scienziati mentono per interesse. Il sapere degli scienziati è quindi fasullo, al contrario del mio, che diventa automaticamente vero per contrasto.
- Ma anche, gli scienziati confermano ciò che dico io. Il senso di inferiorità passa, non solo uccidendo il padrone, ma anche quando il padrone ti sorride.
Ai convegni degli spiritualisti, ci sarà sempre un posto in prima fila per qualunque scienziato: in mancanza di un fisico nucleare, anche un tecnico che ripara le radio va bene.
A questa costante domanda, corrisponde anche un’inesauribile offerta. Ci sono infatti molte persone che hanno passato tutta la vita a svolgere qualche mestiere che richiede calcoli matematici e corrette dosi di questa o quell’altra sostanza, le quali in tarda età scoprono improvvisamente cose come la religione, la psicologia, la storia o la linguistica. Tutte cose che appartengono al campo delle cosiddette scienze umane. E le scienze umane richiedono un approccio totalmente diverso da quello richiesto dalle scienze esatte.[3]
Moltissime persone che si sono formate con le scienze esatte, o più spesso semplici tecnici, si gettano quindi nella costruzione della Grande Teoria del Tutto, con profusione di punti esclamativi e saltando a conclusioni granitiche. E questi eccentrici si trovano benissimo con i confusionari che provengono dall’altra sponda, ad esempio quelli che pretendono di trovare basi scientifiche per l’astrologia senza capirci nulla né di astronomia né di matematica.
Uno dei punti d’incontro tra domanda e offerta è costituita da ciò che chiamano “fisica quantistica“: gli spiritualisti evitano di solito il sinonimo, “meccanica quantistica“: le macchine notoriamente inquinano e portano stress.
Personalmente, non ho idea di cosa significhi fisica quantistica: diversi laureati in fisica mi assicurano di non saperlo bene nemmeno loro.
Non così un certo Gabriele Bettoschi, di mestiere “naturopata”, che ci informa:
“La fisica quantistica ha dato recentemente un validissimo supporto scientifico, riuscendo a spiegare i Chakra con la teoria dell’energia in vibrazione.
Ciò che era considerata essere solo materia solida, composta di atomi visti come solide “palle da biliardo” è secondo tale teoria scientifica, solo spazio vuoto al 99,9 per cento, ma riempito di energia vibrazionale. Tale teoria fisica ha permesso di considerare il sistema fisiologico non visibile dell’uomo, già sviluppato dall’antichissima cultura induista, che aveva costituito una vera e propria mappa di un sistema psico-fisiologico dell’essere umano. Ovviamente la scienza ufficiale, influenzata ancora da una concezione solo chimica e meccanicistica della vita, ha sempre disconosciuto la validità della teoria dei Chakra.”
La fisica quantistica c’era in giro da centocinque anni, altro che “recentemente”; e fa pienamente parte della “scienza ufficiale” che lui denuncia. Sono certo che il signor Bettoschi farebbe fatica quanto me a scovare i chakra che svolazzano qui dentro:
In realtà, la fisica quantistica alla Bettoschi è un doppio di quella vera, un’altra cosa che porta lo stesso nome, ma significa una cosa molto semplice: siccome il mondo subatomico è più strano di ciò che sembra, allora le terapie che il signor Bettoschi vende funzionano. Anzi, funziona qualunque cosa. Come il Reiki, ad esempio, descritto così da una certa Carmen Cattani:
” Il Reiki si ispira al modello energetico della fisica quantistica che considera il corpo non solo nella sua materialita’ fisica o chimica, ma come Energia Vitale che si esprime… [ecc]“
La signora Cattani, precisiamo, non è fisica, ma infermiera professionale e cristalloterapeuta “nella tradizione degli sciamani indotibetani”, camminatrice sul fuoco, dendroterapeuta e “numerologa tantrica”, oltreché discepola di “Padre Guglielmo Gattiani da Faenza Frate Cappuccino in odore di Santità“.
La signora Cattani ispira una certa tenerezza; ma è importante capire perché il travisamento del termine “fisica quantistica” ha riscosso tanto successo. Per ogni persona che ci capisce qualcosa dell’originale, ci sono migliaia di persone che pensano di sapere cosa significhi il suo doppio.
La “fisica quantistica” è quanto di più incomprensibile, e quindi di più magico vi sia nella scienza; e se la possiedo io, vuol dire che possiedo la magia degli scienziati.
Ma la tesi di fondo del doppio immaginario della fisica quantistica coincide con la base ideologica stessa del capitalismo. Cioè l’idealismo magico: il termine – che proviene dal filosofo romantico Novalis ed è stato ripreso nel Novecento da Julius Evola – indica la credenza nell’Io come fonte di ogni realtà, e quindi la possibilità per quell’Io di creare qualunque realtà.
Che è un modo raffinato di dire cose che abbiamo sentito tutti: “volere è potere”, “la chiave del tuo successo è dentro di te”, “se sei un fallito è solo colpa tua”.
La psicologa californiana Natalie Reid, spacciatrice planetaria di trionfale fuffa, ha scritto un libro intero per spiegarlo:
“dovunque tu applichi la tua attenzione, lì creerai dei cambiamenti a livello subatomico, il fondamento stesso del mondo”.
Note:
[1] Cito dalla versione spagnola, reperibile in rete – la mia copia del libro in italiano è attualmente in prestito.
[2] Il signor Gary Smith, già direttore di un supermercato e capo contabile di una ditta dell’Oregon, utilizza gli insegnamenti di Basic Star Tetrahedron Merkaba Activation che ha appreso quando abitava nella Decima Dimensione Livello Sole di Dio.
[3] Il discorso vale ovviamente anche al contrario. L’obbrobrio postmoderno nasce quando fumosi critici letterari cercano di applicare i propri metodi a scienze del tutto diverse.
(Continua…)
Haluk Berkmen, o come i turchi conquistarono la Valcamonica (Prima parte)
In questo saggio, parleremo di revisionismo storico, quanti volanti, sonnambule professioniste, una pacifica missione delle SS in Italia, un marinaio australiano a spasso sull’Arca di Noè, arredamento astrologico d’interni, sicurezza nucleare, di etruschi e della Valcamonica, di baffuti nazionalisti turanici in giro per il Messico, di tango argentino nonché di terapie per manager istanbulesi molto stressati.
Capirci qualcosa richiederà una certa pazienza da parte vostra. Abbiàtela.
Ieri abbiamo raccontato dell’arresto di Vincent Reynouard, chimico revisionista. Un chimico un po’ particolare, perché è in realtà specializzato in radiazioni nucleari.
Cosa che lo accomuna a un altro revisionista storico, il fisico teorico Haluk Berkmen. Il cui revisionismo è a ben più ampio respiro e riguarda direttamente l’Italia.
Haluk Berkmen, che oggi si avvicina ai settant’anni, afferma di essersi laureato in fisica matematica all’università di Istanbul, per poi ottenere un PhD in fisica nucleare presso l’università di Lund in Svezia. Avrebbe insegnato fisica all’università di Ankara, e dal 1980 al 2002 avrebbe lavorato presso l‘Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica in Svezia.
Tutto questo lo apprendiamo da un sito intitolato Astroset.com, registrato a Istanbul, dove Haluk Berkmen riceve grande spazio come una sorta di esperto universale.
Astroset è però una vera e propria organizzazione, che ruota attorno a un certo Murat Gürgün, di mestiere astrolog e “consulente individuale” che vende corsi di astroterapi in 12 sedute. Ciascuna seduta costa 100 nuove lire turche, un po’ più di cinquanta euro; quella familiare invece il doppio.
L’immagine sul sito, con l’improbabile coppia di giovani imprenditori che si rivolgono al saggio astrolog, riassume la fusione tra capitalismo rampante e New Age che sottostà al sito.
Gürgün offre anche ASTRANGEMENT - Astro Dekorasyon: ti sistema la casa (a 20 LT/m2) o l’ufficio (a cinque volte il prezzo) secondo i suoi ersonali canoni astromantici.
Tutto questo si accosta a un “Centro 19 maggio” (la data commemora lo sbarco di Atatürk a Samsun nel 1919) di “sviluppo personale” , dove vari sorridenti operatori offrono cose come Mind Map Therapy, tango argentino,Tai Chi, dizione, salsa, programmazione neurolinguistica, Power Yoga e ovviamente astrologia. Poi c’è gente in Italia che ha paura dell’ingresso della Turchia in Europa… Vabbene che a insegnare danza ai bambini c’è un certo Onur Dinamit – cognome cortesia della riforma voluta da Atatürk.
Astroset non è solo un sistema di vendite di un singolo operatore; è un vasto contenitore di materiali, vagamente uniti attorno al neo-spiritüalizm di Bedri Ruhselman (1898-1960) che durante un viaggio a Praga nel 1926 aveva scoperto il pensiero e la pratica del francese Hippolyte Léon Denizard Rivail (1804-1869), che si era messo il nome celtizzante di Allan Kardec.
Tra parentesi, diciamo che è a Kardec, assai più che agli indù, che l’Occidente deve la nozione di reincarnazione, ormai diffusa in ogni salone di parrucchieri che si rispetti. La società fluida non ha bisogno di una vera e proprio fede nell’aldilà – il paradiso è quello delle merci acquistabili minuto per minuto sul mercato, l’inferno la paura incessante della precarietà. Ma la sensazione della reincarnazione è oggi probabilmente la visione più comune dell’aldilà che ci sia in Occidente.[1]
Qualunque fosse l’intenzione originale del progressista Kardec, l’idea della reincarnazione rispecchia il credo fondamentale del capitalismo: tu sei ciò che hai voluto essere.
La reincarnazione, idea allora inedita da noi, compare nel 1857, nel Libro degli Spiriti. Un testo che, secondo i critici, sarebbe stato in realtà dettato a Kardec dalla sua medium, Célina Bequet. La signora Bequet è una delle principali fonti della cultura spiritualista, e quindi della visione del mondo dei nostri tempi. E’ perciò interessante notare che questa signora facesse, proprio di mestiere, la sonnambula, per conto di vari ipnotizzatori: la possiamo immaginare quindi come un ricettacolo straordinariamente passivo di qualunque luogo comune fluttuasse nell’aria.
Uno si chiede, cosa c’entra l’ingegnere atomico Haluk Berkmen con tutto ciò?
Parecchio – non c’è bisogno di capirci qualcosa di turco, per cogliere quante attività il nostro doçent faccia assieme a Astroset.
Berkmen si occupa di “filosofia, sufismo, esoterismo e spiritüalizm“. E infatti lui ha organizzato il viaggio in Turchia del brasiliano Divaldo Pereira Franco, il dinamico imprenditore dell’immaginario che cerca di diffondere nel mondo (e anche in Italia) la religione di Allan Kardec, sotto dettatura dell’entità Joanna de Ângelis.[2] Joanna non sarebbe altro che una manifestazione della mistica messicana suora Juana Inés de la Cruz, colei che – rifiutando un ritratto che le avevano fatto – scrisse un brano, certo barocco, ma che negava le fondamenta stesse della società dello spettacolo:
“Questo, che vedi, inganno colorito, / che dell’arte ostentando le bellezze, / con falsi sillogismi di colori/ è falso inganno dei sensi/
questo in cui la lusinga ha preteso / evitare degli anni gli orrori, / e vincendo del tempo i rigori / trionfare della vecchiaia e dell’oblio, / è un vano artificio della cura, / è un fiore al vento delicato, / è protezione inutile contro il fato, / è una stolta preoccupazione errata, / è un affanno caduco e, a ben guardare, / è cadavere, è polvere, è ombra, è nulla”.
Nella sua versione neospiritualista, la più grande poetessa del barocco ispanofono conosce una notevole caduta di stile, ma recupera in sorridente ottimismo imprenditoriale.
Il flusso globale unisce oriente e occidente: le opere dettate dalla Inés de la Cruz rediviva e terapizzata comprendono titoli che farebbero furore anche tra la borghesia di Istanbul, come Autoscoperta, Svegliati e sii felice, Trionfo personale.
Ma Haluk Berkmen si occupa soprattutto di Kuantum Evren, che si dovrebbe tradurre all’incirca come “Cosmo quantico”. E qui, prima di recarci in Valcamonica, ci vuole un’ulteriore divagazione.
Note:
[1] Nel 2004, un sondaggio telefonico della Opinion Dynamics Corporation scoprì che il 92% degli statunitensi credono in Dio, il 34% ai fantasmi, il 34% agli Ufo, il 29% all’astrologia, il 25% alla reincarnazione e il 24% alle streghe. E’ interessante notare che mentre l’86% dei giovani (dai 18 ai 34 anni) crede all’inferno, la percentuale scende al 68% tra gli anziani. Come si faccia a conciliare l’inferno con la reincarnazione è un problema che lasciamo, ovviamente, agli operatori sottopagati dei call center della Opinion Dynamics Corporation.
[2] Nello stesso periodo, Divaldo Pereira Franco ha tenuto conferenze a Vienna, organizzate da una certa Rejane de Santa Helena Spiegelberg-Planer, anche lei ingegnere nucleare, anche lei funzionaria dell’Agenzia Internazionale per l’Agenzia Atomica, dove è responsabile per l’applicazione dell’INES, la International Nuclear and Radiological Event Scale: pare di capire che sia lei a decidere, insomma, se un incidente è un incidente o no. Ma soprattutto la signora Rejane è vicepresidente dell’Unione per gli studi spiritistici Allan Kardec di Vienna. Misteri della sicurezza nucleare: questa ingegnera viene descritta da un ammiratore come “musa dagli occhi immensi e delicata poetessa!” Con tanto di punto esclamativo, che ci sta bene.
Vincent Reynouard, quando ti mettono in galera per un opuscolo
Nel 2005, il signor Vincent Reynouard, ingegnere chimico francese residente in Belgio, infila nella buca delle lettere alcune copie di un opuscolo di 16 pagine, indirizzate a vari musei, organizzazioni e sindaci in Francia.
L’opuscolo distribuito da Vincent Reynouard, un uomo che non deve essere un modello di prudenza (all’età di 41 anni, si trova oggi con ben otto figli da mantenere), si intitola «Holocauste? Ce que l’on vous cache». Il libretto – costituito da immagini e grosse didascalie – lo potete trovare in rete e mette esplicitamente in dubbio le accuse mosse contro il governo nazista durante il processo di Norimberga.
Ora, da vent’anni, in Francia esiste la legge Gayssot, che all’articolo 24bis dichiara reato contestare l’esistenza dei crimini stabiliti dall’articolo 6 dello statuto del tribunale di Norimberga.
Vincent Reynouard viene quindi inquisito dalla magistratura francese e condannato a un anno di carcere, 10.000 euro di ammenda e 3.000 euro di danni e interessi a un’associazione privata, la LICRA. Nel processo di appello, si conferma la condanna e si arriva alla cifra di ben 60.000 euro.
Il 9 luglio, la polizia belga arresta Vincent Reynouard, che viene chiuso nel carcere di Forest, di cui abbiamo già parlato su questo blog.
Non perché abbia commesso alcun reato in Belgio, ma per prepararne l’estradizione in Francia in base a un mandato di arresto europeo.
Le persone che hanno espresso solidarietà a Reynouard appartengono a due categorie diversissime.
Se digitate il suo nome su Google, troverete subito i melaninodeficienti di Stormfront e il perennemente rancoroso Olodogma (il cui ultimo post è sottotitolato, “A levi primo non piacevano gli occhi azzurri ed i capelli biondi (a NOI si)!”). Mica che io li consideri dei mostri: semplicemente, si tratta di celacanti umani che stanno ancora combattendo la battaglia di Stalingrado con le figurine, essendosi gettati addosso da soli un incantesimo di irrealtà.
“He oped his chest, at break of day,
To find — no talents, bright and cold,
But soft, dead cowslips— nowhere lay
The sun-bright glint of Fairy Gold !” [1]
So poco di Reynouard, e non escludo che anche lui possa appartenere alla stessa categoria. Ma è proprio qui il punto: la mancanza di realismo e le proiezioni fantastiche su presunti supereroi del passato non devono essere reato. Reynouard è in carcere esclusivamente per aver distribuito per posta alcuni opuscoli con la sua versione di alcuni fatti storici. Che la sua versione sia giusta, sbagliata o semplicemente demenziale spetta alla critica stabilirlo, non ai tribunali.
Per questo, Reynouard ha ricevuto anche solidarietà da tutt’altra parte, cioè dallo scrittore e giornalista francese Paul-Éric Blanrue, uno dei fondatori del movimento scettico francese, gli zététique (si è anche divertito a costruire una falsa Sindone), iscritto al Partito comunista francese e autore di uno studio serio sulle lobby sioniste in Francia (Sarkozy, Israël et les juifs, Éditions Oser dire), che coglie i punti fondamentali: nessun giudice deve stabilire la verità storica, nessuna ipotesi storica deve essere punita con il carcere.
La legge Gayssot sottrae alla discussione storica, poi, solo le verità del tribunale di Norimberga.
Un particolare: la legge Gayssot fa esplicito riferimento allo statuto del tribunale approvato l’8 agosto del 1945 – due giorni dopo Hiroshima e un giorno prima di Nagasaki. Due eventi la cui ipotetica negazione non verrebbe punita dalla stessa legge.[2] Togliere lo status divino al tribunale di Norimberga non vuol dire affatto assegnargli uno status demoniaco, come farebbero certi revisionisti duri. Semplicemente, si tratta di riconoscerne la natura imperfettamente umana.
In realtà, mi importano poco le opinioni che le persone possono avere sulla storia. Il problema nel presente è che si stanno diffondendo ovunque apparati giuridici che, con varie scuse, processano le intenzioni e le idee.
Un esempio gravissimo, come abbiamo sempre segnalato, è l’aggiunta dell’intenzione “terroristica” a capi d’accusa minori.
E’ il caso del processo in corso in questi giorni a Firenze contro un gruppo di anarchici accusati nei fatti di danneggiamento, imbrattamento, interruzione di pubblico servizio, occupazioni di edifici e iniziative di piazza. Io non ho particolari simpatie o antipatie a riguardo. Non so se queste accuse siano vere o false, comunque comporterebbero alla fine pene minime. Ma gli inquirenti hanno pensato bene di aggiungervi l’accusa di “associazione sovversiva con finalità di terrorismo“. Imbratto un muro per passatempo, e mi prendo una multa. Lo faccio perché in testa ho idee “terroristiche”, e mi prendo anni di carcere.
Il buon senso vorrebbe che si combattessero tutti insieme questi apparati, sia quando si applicano ai nostri amici che quando si applicano ai nostri nemici. Il tempo di litigare si troverà sempre, dopo.
Nota:
[1] Dall’anonima Ballade of Fairy Gold. Il pastore, cui uno spiritello aveva promesso l’oro, al risveglio apre il forziere e scopre che invece di solide e fredde monete, contiene solo fiorellini rinsecchiti.
[2] Ipotetica, perché nei fatti i revisionisti di Hiroshima non ne fanno la negazione: ne fanno direttamente l’apologia.
Hiroshima, il gioco dei tre delitti
Il giorno 6 agosto, ero altrove. Quindi solo adesso scrivo qualche nota sull’anniversario di Hiroshima.
E’ vero, Hiroshima viene ricordato ogni anno. Come una misteriosa catastrofe, un evento analogo allo tsunami che alcuni anni fa sconvolse l’Oceano Indiano.
In realtà, Hiroshima è stato un evento decisivo della storia umana.
I delitti del Novecento sono tre, riassumibili impropriamente nei nomi di Auschwitz, dei Gulag e di Hiroshima.
Il gioco dei tre delitti consiste nel condannare in eterno i primi due – giustamente, certo – mentre si passa sotto silenzio il terzo. Hiroshima è strutturale al dominio dell’impero statunitense, quanto gli altri due delitti sono stati strutturali ai regimi che li hanno compiuti. Hiroshima è stato ripetuto innumerevoli volte, dal Vietnam a Falluja; Auschwitz e i Gulag no.
Hiroshima afferma il diritto di vita e morte, dall’alto dei cieli, dell’Impero. E questo diritto è sicuro oggi come allora.
Ricordiamo il Delitto di Hiroshima con la poesia Japon balikçisi – il Pescatore giapponese – che Nazim Hikmet dedicò a un pescatore ammalatosi in seguito all’esposizione alle radiazioni a causa di un esperimento atomico compiuto nell’Oceano Pacifico nel 1952. Una bella scelta, perché dedicata proprio a una delle innumerevoli ripetizioni di Hiroshima.
Nel video, ascoltiamo il testo cantato dalla voce lirica di Sümeyra Çakir, morta di cancro all’età di 44 anni; all’inizio del brano, si riconosce la voce dello stesso Nazim Hikmet.
Sotto, il testo turco e la traduzione (in realtà dall’inglese in italiano) che abbiamo rubato a Thony Sorano.
Il pescatore giapponese ucciso da una nuvola
Non era che un giovane mentre navigava nella sua rada.
Ho sentito questa canzone cantata a bassa voce dai suoi amici,
Mentre la luce gialla andava verso l’Oceano Pacifico
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore,
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore.
Pescammo il pesce che uccide chi lo mangia,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce
Pescammo un pesce, colui che lo mangia muore.
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Questa mano che una volta così bene lavorava per me,
Bagnata nel sale e sana nel sole.
Chi tocca la mia mano, di quello muore,
Non tutto in una volta, ma poco a poco,
La sua carne diventa nera, apre piaghe e imputridisce…
Chi tocca la mia mano, di quello muore.
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Questa, la nostra barca, è una fredda bara.
Chi sale a bordo, imbarcandosi muore…
La nuvola è passata e ha portato la nostra rovina.
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Mia rosa, non devi baciare le mie labbra,
La morte, si sposterebbe da me a te,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Dimenticami, amore con gli occhi a mandorla,
Il bambino che potresti avere da me,
Marcirebbe dentro, un uovo marcio.
Questa, la nostra barca, è una fredda bara,
Il mare che navighiamo è un mare morto.
Oh umanità, dove sei,
Dove sei?
Nazim Hikmet
1956
JAPON BALIKÇISI
Denizde bir bulutun öldürdügü
Japon balikçisi genç bir adamdi.
Dostlarindan dinledim bu türküyü
Pasifik’te sapsari bir aksamdi.
Balik tuttuk yiyen ölür.
Elimize degen ölür.
Bu gemi bir kara tabut,
lumbarindan giren ölür.
Balik tuttuk yiyen ölür,
birden degil, agir agir,
etleri çürür, dagilir.
Balik tuttuk yiyen ölür.
Elimize degen ölür.
Tuzla, günesle yikanan
bu vefali, bu çaliskan
elimize degen ölür.
Birden degil, agir agir,
etleri çürür, dagilir.
Elimize degen ölür…
Badem gözlüm, beni unut.
Bu gemi bir kara tabut,
lumbarindan giren ölür.
Üstümüzden geçti bulut.
Badem gözlüm beni unut.
Boynuma sarilma, gülüm,
benden sana geçer ölüm.
Badem gözlüm beni unut.
Bu gemi bir kara tabut.
Badem gözlüm beni unut.
Çürük yumurtadan çürük,
benden yapacagin çocuk.
Bu gemi bir kara tabut.
Bu deniz bir ölü deniz.
Insanlar ey, nerdesiniz?
Nerdesiniz?







