In Piazza Tasso c’è vita

So che giustamente ben pochi dei miei lettori saranno interessati,

ma nel nostro spicchio di pianeta,

che è il Gonfalone del Drago Verde su cui piomba a precipizio lo Spirito Santo

- e che si affaccia sull’Arno dove i cormorani stendono le ali tra gli spogli alberi invernali e gli aironi se ne stanno immobili sulla riva del Gonfalone dell’Unicorno dove gli Umiliati lavoravano la lana -

c’è sempre vita.

Grazie, in questo caso, ai ragazzi del rione che una mattina hanno riaperto un palazzo chiuso da dieci anni, che il Comune si era dimenticato di possedere.

2016-02-20-giornata-piazza-tasso

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Apocalissi imolesi

Nell’estate del 2013, la OmniPoll, seria società dedita alla ricerca nel campo della religione e della cultura, con sede a Ventura in California, trovò che il 41% di tutti gli adulti statunitensi, il 54% dei protestanti e il 77% degli evangelici credono che il mondo stia vivendo attualmente nei tempi finali della Bibbia”.

Alla domanda, ‘tu personalmente credi che il mondo stia attualmente vivendo nei ‘tempi della fine’ descritti dalle profezie della Bibbia, oppure no?” un sorprendente 41% ha risposto di sì”.

Al cuore del paese più religioso, spettacolare e fantascientifico del mondo, cè un racconto sul futuro, che proprio per questo, contrasta radicalmente con tutte le fantasie europee sul passato.

E’ un racconto drammatico e onirico, lo specchio oscuro dell’American Dream, che è anch’esso un racconto sul futuro.

the-american-dream-occupy-wall-street-27079246-593-261I due racconti paralleli – il sogno e l’incubo – richiedono una particolare forma di coscienza sospesa, e dimostrano tra l’altro quanto sia insensata la storica accusa di “materialismo” lanciata contro gli Stati Uniti, dove le stesse statistiche assumono forme magiche.

Grande Cristo che grida
su su!
La pigra Maria ti sveglierà una domenica mattina
“Il film inizia tra 5 minuti”
la Voce senza mente annuncia
“tutti quelli che non hanno un posto a sedere aspettino la prossima proiezione”.
Siamo entrati lentamente, languidamente, nella sala. Era vasta e silenziosa.
Mentre ci mettevamo seduti e si faceva buio,
la Voce proseguì:
“Il programma di stasera non ha nulla di nuovo. Avete visto e rivisto questo spettacolo.
Avete visto la vostra nascita, vita e morte; potete ricordare tutto il resto
– (avevate un buon mondo quando siete morti?) – abbastanza da farci un film?”

Jim Morrison

Il racconto sul futuro è intimamente associato al Libro che è entrato nel sangue di tante persone per il resto quasi analfabete; e le cui profezie influenzano in maniera diretta la politica mediorientale degli Stati Uniti, visto che tra gli evangelici  (che a loro volto costituiscono il 37% della popolazione degli Stati Uniti),

Circa il 69 percento ritiene che la moderna nazione d’Israele sia stata costituita realizzando la profezia biblica. Una percentuale analoga ritiene che Dio abbia un rapporto speciale ocn la moderna nazione d’Israele. Quasi i tre quarti (il 73 percento) dice che gli avvenimenti in Israele sono stati previsti nel Libro delle Rivelazioni”.

christiansloveisrael(notate l’iconografia tipicamente americana del Cristo leone)

Le “profezie della Bibbia” costituiscono un insieme incoerente e caotico, distribuito attraverso i due “testamenti”, che per ovvi motivi di paternità parlano spesso e volentieri di un popolo mediorientale; e per motivi altrettanto ovvi, non hanno assolutamente da dire sul continente americano.

Come scriveva William Blake,

Both read the Bible day & night,
But thou readst black where I read white.

 Entrambi leggiamo la Bibbia giorno e notte/ma tu leggi nero dove io leggo bianco

In realtà, si parla di un preciso modo di mettere in fila le profezie, dando loro un senso e trasformandole in un racconto coerente e affascinante, che speriamo di delineare in un successivo post.

A metterle in fila, ci ha pensato una delle menti più influenti e dimenticate dei tempi recenti, Cyrus Ingerson Scofield, avventuriero e truffatore del West americano, diventato poi autore delle note all’edizione più diffusa della Bibbia di Re Giacomo, pubblicata nel 1909.

Quelle note hanno costituito le basi dell’apocalittica politica, religiosa, mediatica e fumettistica statunitense, così straordinariamente distante dagli immaginari cattolici.

bibleprophecysigns2Ma stiamo parlando anche di qualcosa di lontano dagli originali immaginari protestanti, fondati su un intenso lavoro di esegesi di testi latini, greci, ebraici e aramaici.

Per Lutero, Calvino e le altre grandi figure della Riforma, le profezie si erano già realizzate: l’Anticristo infatti era il Papa. Potevano essere solo dei cattolici, quindi, a collocare l’avverarsi delle profezie nel futuro. [1]

E infatti, le idee di Scofield nascono in Italia, nell’altrimenti noiosa e nebbiosa Imola.

Il cronista Iacopo Nicolò Filippini, tra insorgenze antinapoleoniche e l’erezione dell’Albero della Libertà in Piazza Maggiore, annotò un fatto di cronaca:

“Questa mattina fu trovato morto vicino al Fiume, ai Confini dell’Orto dell’Ospedale, dalla parte di sopra, Don Emanuele Lacunza Exgesuita Spagnolo, che credesi vi fosse andato a lavarsi le mani, e vi si arenasse.” [2]

Era il 17 giugno del 1801 e il fiume era il placido Santerno, che costeggia Imola.

Il defunto settantenne, che da una trentina d’anni viveva in solitudine in una piccola casa alla periferia di Imola, dove non permetteva a nessuno di entrare, veniva dall’altro capo del mondo.

Infatti, Manel Lacunza era nato addirittura a Santiago del Cile.

Era uno dei cinquemila membri della Compagnia di Gesù espulsi dall’impero spagnolo, radunati nei porti e mandati in un lungo e avventuroso viaggio fino allo Stato Pontificio, che si rifiutò però di legittimare la deportazione aprendo il porto di Civitavecchia; i gesuiti furono scaricati in Corsica, coinvolta allora in una guerra a tre tra i ribelli, i genovesi e i francesi.

jesuitas_jpg20okkEspulsione dei Gesuiti da Montevideo

Dopo altre traversie, i gesuiti furono scaricati sulle coste della Liguria, e l’Ordine assegnò alle diverse centinaia di cileni la residenza – in diversi appartamenti privati – a Imola.

Lavorando di notte e dormendo di giorno, Lacunza aveva scritto in esilio il suo unico libro: le 1500 pagine della Venida del Mesías en Gloria y Majestad, in tre volumi.

Lacunza era il terzo gesuita a impegnarsi nel futurismo: il primo era stato Francisco Ribera, che nel Cinquecento, in diretta polemica con i protestanti, sosteneva che l’apostasia della Chiesa e l’avvento dell’Anticristo sarebbero avvenuti in futuro, in un periodo di tre anni e mezzo; tesi ripresa da San Roberto Bellarmino nelle sue Disputationes de Controversiis Christianae Fidei Adversus Huius Temporis Haereticos.

Ma il millenarismo era anche un’arma dei giansenisti, avversari dei gesuiti e colpiti dalla condanna papale, che avevano predetto il prossimo ritorno del popolo d’Israele in Palestina. Probabilmente anche Lacunza si sentiva perseguitato,[3] in questo caso dall’illuminismo dei Borboni, i quali erano riusciti a convincere lo stesso Pontefice ad abolire la Compagnia di Gesù nel 1773. Egli rilesse quindi le Scritture, cercando riferimenti cifrati alle persecuzioni come segno del prossimo ritorno del Cristo, e dell’instaurazione del “Regno intermedio” di mille anni.

Lacunza adoperò un significativo pseudonimo, come rivelerà in una lettera al Ministero di Giustizia della Spagna: egli si presentava come l’ebreo convertito Juán Josafat Ben Ezra (in onore del rabbino spagnolo medievale, Abrahám ben Meir ben Ezra) nato a Creta ma di ascendenza spagnola. [4] E infatti, la tesi centrale di Lacunza, che diventerà la chiave del profetismo statunitense, è l’elezione d’Israele, che con l’avvento di Gesù è diventata “come la moglie cacciata di casa ma non ripudiata” e che ritornerà come popolo in Palestina.

Tutta la storia, racconta il nostro ebreo immaginario, ruota attorno a Israele; anche con la prima venuta di Gesù, gli ebrei sono “come una moglie cacciata di casa senza venire ripudiata”; e l’avvento del Messia, l’avvento del Regno millennario, è strettamente collegato al ritorno a casa degli ebrei, e al ruolo anticristico di Roma e della Monarchia spagnoli, rei di aver provocato la cacciata dei Gesuiti.

L’opera circolava in copie manoscritte, suscitando polemiche soprattutto tra i gesuiti sopravvissuti:

Dall’Avana al Capo Horn, non c’è città americana di qualche importanza dove non siano arrivate copie del millenario lacunziano” [5]

Il testo venne pubblicata a Londra nel 1816 per iniziativa del generale Domingo Belgrano, curiosamente liberale, massone e uno dei padri della nazione argentina, che forse conoscete per la tragedia che un secolo e mezzo dopo, sarebbe stato associato al suo nome, quando Margaret Thatcher in persona autorizzò l’affondamento dell’incrociatore Manuel Belgrano, provocando almeno 300 morti.

A far conoscere il testo a Belgrano era stato il frate domenicano Isidoro Celestino Guerra , che conservava il manoscritto più accurato dell’opera di Lacunza.

Il testo di Lacunza fu messo all’indice dei libri proibiti dalla Chiesa nel 1824, su quattordici conti tra cui alcuni che possiamo definire precursori del Christian Zionism - la nozione secondo cui le profezie riguardanti gli ebrei non si sarebbero ancora compiute o che si dovranno reintrodurre i sacrifici animali, ad esempio.

Il libro fu scoperto dal predicatore inglese Edward Irving, che imparò lo spagnolo per tradurlo, premettendo un’introduzione di circa duecento pagine a un’opera già densa, dove espose una visione della storia come una successione di dispensations concesse da Dio all’uomo; e la dispensation provvisoriamente concessa ai Gentili per punire gli Ebrei dei loro peccati, egli sosteneva, stava finendo, e il Signore, dopo aver “testimoniato contro i Gentili”, avrebbe “rivolto il Suo spirito verso il suo antico popolo, gli Ebrei”.

Irving riuscì a entusiasmare un piccolo gruppo di persone che all’epoca cercavano di convertire gli Ebrei. Decisivo fu l’incontro con John Nelson Darby, un carismatico e autoritario predicatore irlandese che aveva fondato la rigorosa setta dei Plymouth Brethren (“Fratelli di Plymouth”, dal luogo dove organizzarono un primo grande raduno). Alla sua morte nel 1885, l’organizzazione aveva ben 1500 chiese in tutto il mondo.

Darby entusiasmò i propri seguaci, con un’idea, a quanto sembra, del tutto nuova: quella dell’imminente rapimento tra le nuvole dei suoi seguaci (Rapture), mentre le tribolazioni avrebbero colpito i non salvati – una visione che avrebbe avuto un tremendo impatto sull’immaginario statunitense.

Rapture_bannerSecondo i critici, l’idea del rapimento celeste risalirebbe alle visioni di una ragazzina scozzese, Margaret MacDonald, seguace di Edward Irving, avvenute attorno al 1830 [6].

Darby ebbe più fortuna in America che in patria: fece sette viaggi nel nuovo continente, dove influenzò molti. Ma il dispensazionalismo non sarebbe mai diventato un movimento di massa senza la bizzarra personalità di Cyrus Ingerson Scofield (1843-1921). Riverito dai fondamentalisti, recenti studi da parte di uno storico riformato hanno fatto emergere aspetti imbarazzanti e in parte ancora poco chiari [7]. I biografi ufficiali accennano solo a un periodo in cui “beveva pesantemente”, seguito dalla sua conversione.

st-louis-prisonIl carcere di Saint Louis in cui Scofield passò sei mesi per aver falsificato alcuni documenti. http://poweredbychrist.homestead.com/files/cyrus/scofield.htm

In realtà, sembra che mentisse quando sosteneva di essere stato decorato per il suo servizio nell’esercito confederato; mentre certamente dichiarò il falso quando nel 1873 giurò di non aver fatto parte dello stesso esercito, pur di diventare District Attorney del Kansas; posto da cui dovette dimettersi sei mesi dopo, accusato di estorsione e ricatto.

kansasVita nel Kansas ai tempi di Scofield

Lo ritroveremo in seguito ad esercitare la professione di avvocato senza titolo di studio, mentre è almeno dubbia una laurea in teologia che avrebbe poi vantata. Sembra dimostrato che si sia impossessato di tutti i risparmi della suocera, per poi abbandonare lei e i figli senza alcun sostegno.

Durante un periodo di sei mesi trascorso in carcere per quest’ultima impresa, Scofield ebbe una veloce conversione, diventando pastore di una ricca congregazione, cosa che non gli impedì di addurre la propria povertà a pretesto per la mancata restituzione dei suoi numerosi debiti.

Tutte cose che i suoi seguaci considerano giustamente irrilevanti, perché ritengono comunque corretta la visione degli End Times che Scofield avrebbe dipinto.

Scofield infatti iniziò a scrivere appunti riguardanti Bibbia, in gran parte copiati dai testi di Darby, anche se il debito non viene riconosciuto (d’altronde lo stesso Darby non riconobbe mai il proprio debito verso Irving). Nel 1909, Scofield riuscì a convincere la Oxford University Press a pubblicare la sua edizione annotata della Bibbia, la Scofield Reference Bible, che sarebbe uscito nel 1917 in un mondo sconvolto dalla guerra e agli inizi dell’affermazione sionista sulla Palestina, fulcro di tutto il sistema profetica.

Aveva un formato attraente e un buon sistema di riferimenti incrociati, e per questo motivo quasi casuale, divenne la Bibbia per innumerevoli milioni di statunitensi, che confondevano volentieri il testo sacro con le note di netta impostazione dispensazionalista.

Note:

[1] Il “futurismo” nasce in ambito cattolico, ma non diventerà mai la scuola interpretativa prevalente.

[2] I.N. Filippini, Memorie quotidiane degli anni 1797 a 1801, c. 190, Biblioteca Comunale d’Imola, Manoscritti imolesi, n. 14.

[2] Claudio Rolle, “Vida de Manuel Lacunza Un jesuita utópico,” El Mercurio 17.06.01, Santiago, in http://www.puc.cl/historia/cinfo/Articulos/rolle1.htm.

[3] Scrivo “probabilmente” per pura e semplice ignoranza, non avendo letto le 1.500 pagine del grande tomo.

[4] Chaneton. En torno a un «papel anónimo» del siglo XVLLL, pag. 24. Buenos Aires: J. Peuser, 1928

[5] Viviana Silvia Piciulo, La sommossa silenziosa di Manuel Lacunza, http://amsacta.unibo.it/3455/

[6] Dave MacPherson, The Incredible Pre-Trib Origin, Heart of America Bible Society, Kansas City, 1973, cit. in Sizer.

[7] Joseph M. Canfield, The Incredible Scofield and his Book, Ross House Books, Vallecito, CA, 1988, cit. in www.virginiawater.co.uk/christchurch/articles/irving1.html.

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L’uomo vestito di nero

Allora, vi chiederete perché mi vesto sempre di nero,
perché non mi vedrete mai indossare colori chiari,
e perché ci sia qualcosa di cupo nel mio aspetto.
Beh, c’è una ragione per le cose che indosso.

Indosso il nero per i poveri e gli oppressi,
che vivono nella parte senza speranza e affamata della città,
lo indosso per il carcerato che da tempo ha pagato per il proprio delitto
ma si trova lì perché una vittima dei tempi.

Porto il nero per tutti quelli che non hanno mai letto
o non hanno mai ascoltato le parole che disse Gesù
sulla via verso la felicità attraverso la carità e l’amore
diresti che parla proprio a me e a te.

Ce la caviamo proprio bene, immagino,
con le nostre auto veloci come il lampo e gli abiti costosi,
ma proprio per ricordarci di coloro che sono tenuti indietro,
davanti ci dovrebbe essere un Uomo in Nero.

Lo porto per gli anziani ammalati e solitari
per gli incauti lasciati morti per una dose andata a male
porto il nero in segno di lutto per le vite che avrebbero potuto essere
ogni settimana perdiamo cento bravi giovani.

e lo porto per le migliaia che sono morti
credendo che Dio fosse dalla loro parte
lo porto per altri centomila che sono morti
credendo che noi tutti fossimo dalla loro parte.

Ci sono cose che non saranno mai giuste, lo so
e le cose dovrebbero essere cambiate ovunque andiamo
ma finché non iniziamo a muoverci per raddrizzarne alcune
non mi vedrete mai vestito di bianco.

Mi piacerebbe indossare un arcobaleno ogni giorno
e dire al mondo che tutto va bene,
ma cercherò di portar via un po’ di buio sulle mie spalle,
finché non ci sarà più luce, io sarò l’Uomo in Nero.

Johnny Cash

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Scontro di civiltà

Parlavo ieri con I., la nostra mamma marocchina musulmana disoccupata che da quando è morto il marito, si trova ad allevare da sola il loro figlio, che manda a scuola dalle suore.

I. parla perfettamente francese e italiano; in arabo si arrangia come possono i marocchini che a scuola studiano solo in francese, e il tamazigh lo conosce dai genitori.

“Se tu vai in Africa, vedi che c’è una miseria incredibile, ma anche nei villaggi c’è una cultura che in Italia si sognano, perché la gente studia, studia, studia… invece in Italia, la gente non cerca di capire niente, non pensa, per questo sono così indietro, vivono ancora nel Settecento”.

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Il covo dell’estrema destra, a Firenze!

“Un viaggio di lavoro o un invito a cena improvviso: quante volte ti è capitato di aprire l’armadio e non trovare l’abito adatto?

Sì, è ora di fare un po’ di shopping. Non farti ingannare da chi dice che non hai bisogno di un altro paio di scarpe: scarpe, borse e gioielli non sono mai abbastanza. La diva Marilyn Monroe, per esempio, diceva: “Un bacio sulla mano può farti sentire meglio, ma una tiara di diamanti è per sempre”.

Oggi ti portiamo nelle vie dell’alta moda di Firenze, e ti accompagniamo nei nostri negozi di fiducia dove potrai riempire le tue shopping bag di scarpe, borse e preziosi monili.”

Dal sito di tale Cassiano Sabatini, il link cercatelo voi.

Ieri ho raccontato la storia di Renzino, storico artigiano di San Frediano che per ora ha come prospettiva quella di finire all’Albergo Popolare.

Vorrei spiegare un po’ meglio la faccenda, perché non tutti hanno il comprendonio facile.

In questi giorni, alcuni stanno dando di matto, perché un gruppo che vende magliette con scritte cretine sta aprendo una boutique a Firenze, che sarà frequentata da cinque o sei adolescenti perditempo. Siccome il posto si chiama Casapound, ecco che si mettono in tanti a esigere la chiusura del Covo Nero.

Dietro casa mia, non c’è un covettino qualunque, c’è un‘autentica fabbrica di estremisti di destra e di razzisti rancorosi, che si chiama Albergo Popolare, ed è pure tenuta in piedi dal Comune di Firenze.

Tra crisi economica, sfratti, invecchiamento di una popolazione che deve campare con una pensione da 600 euro al mese, licenziamenti e sfiga individuale, all’Albergo Popolare ci finiscono in tanti.

E siccome siamo appena all’inizio della crisi e dell’inutilizzazione della maggior parte dell’umanità, diciamo pure che ci finiremo in tanti. Ho visto un sacco di gente proprio come te, che leggi queste parole, finirci, quindi non fare il finto tonto.

L’Albergo Popolare è bene che esista, perché l’alternativa a Firenze per tanti sarebbe crepare direttamente.

Fioretta Mazzei – siamo nella città dei nobili, e questa meravigliosa, austera e cattolicissima signora era ovviamente della schiatta dei Conti Mazzei – a suo tempo strappò il palazzo a uno speculatore immobiliare, e vogliamo bene alla nostra santa di rione anche per questo.

Detto questo, l’Albergo Popolare è un luogo dove ti fanno stare in brande in una stanzetta condivisa per due o tre settimane (non mi ricordo i tempi esatti) che possono o no venire rinnovati, con bagni che non si sa se funzionano (nella succursale in Piazza del Carmine, ne funziona uno solo, ma non bisogna dirlo).

Ho un amico – un geniale artigiano napoletano caduto in disgrazia per una storia di debiti – che quando scadevano le sue tre settimane, andava a dormire sui treni in sosta alla stazione, cercando di sfuggire sia ai poliziotti che ai balordi più disgraziati o cattivi di lui, e si rimetteva la mattina a vendere delle paperette di plastica.

Alle nove di mattina, all’Albergo Popolare, tutti fuori, che splenda il sole o ci sia il temporale o il ghiaccio per strada, rientro alle sette di sera.

La maggior parte degli ospiti si trascina per tutto quel tempo in Piazza Tasso, dove viene fatta oggetto di reportage giornalistiche sul Degrado della Piazza, in cui le loro precarie esistenze vengono mescolate con:

1) le cacche dei cani nelle aiuole
2) i centri sociali/Black Bloc
3) i campi Rom
4) la diffusione della cocaina e il ritorno dell’eroina
5) i graffiti sui muri
6) l’ammazzamento dell’amerihana che ha eccitato tanti giornalisti

Come vuole Madre Natura, l’Albergo Popolare genera una propria fauna, adatta a sopravvivere.

Diversi infatti ci si sono adeguati, grazie ad abbondanti dosi di alcol e a una filosofia di vita che si riassume nel discorso di uno degli “ospiti”, che diceva che preferiva stare in carcere, perché a Sollicciano si possono vedere tutte le partite su Sky, e almeno non ti sbattono fuori la mattina.

Ogni notte, al buio, qualcuno viene derubato nell’Albergo Popolare.

Per cui, quando vedo che qualcuno come me o come te (inutile che fai la faccia da, “ma io che c’entro“) sta per finire all’Albergo Popolare, gli regalo un marsupio, da tenere attaccato alla cintura e sotto il maglione quando dorme. Così gli resteranno le quattro catrafuse sopravvissute al naufragio di una vita.

Gli italiani accusano dei furti i marocchini, motivo per cui all’Albergo Popolare, la simpatia per Salvini è alle stelle. L’altro giorno, c’era uno all’Albergo Popolare che estendeva la faccenda agli ebrei, spiegando a tutti i propri compagni di disgrazia, come Hitler avesse fatto bene a mettere gli ebrei nelle camere a gas. Roba che a Casapound lo avrebbero buttato fuori, ma qui mica siamo tra politicanti che hanno qualcosa da perdere.

Sognano improbabili lussi, come un tetto sulla testa invece di nuvole cariche di pioggia; le partite di Sky; una colazione vera tutte le mattine. E sanno che qualche furbo zingaro, qualche negretto più agile di una gazzella, glieli può scippare tutt’e tre, anzi probabilmente l’ha già fatto.

Ce n’era uno ieri, con l’accento da romanaccio, che, indicando un africano di passaggio, diceva:

“Quanno stavo a Roma, c’erano le zone rosse, e se eri fascio, te tenevi alla larga; e c’erano le zone nere, e se eri rosso, c’entravi sapenno quello che rischiavi. Ma co’ questi qui, nun sai che c… c’hanno in testa, è molto peggio!”

Anche  i marocchini però s’incavolano.

Perché sanno benissimo chi è che ruba, e non sono loro, e sanno che verranno accusati lo stesso. Così, qualche marocchino reagisce alla maniera in cui può un ragazzo muscoloso e astemio di Casablanca, contro un embriahone di Empoli.

Dimostrando così ancora una volta che ha ragione Salvini.

Questo è il mondo che il Comune offre al nostro artigiano pensionato con i suoi 600 euro.

In Piazza Tasso, c’è il mio amico dai denti cariati, sempre sorridente, che parla un americano perfetto e si vanta di aver fatto da guardia del corpo a una schiera improbabile di famosi mafiosi di New York, e sostiene sempre gli Stati Uniti, right or wrong.

Lui mi presenta Illir.

Illir, che vuol dire libero, albanese dagli occhi azzurri con un cappellino dai mille colori e un mantello rosso, archeologo, storico, mendicante, poeta, pastore, viandante, esperto della vita di Giulio Cesare, mi guarda intenso intenso e mi spiega tutto:

“noi siamo sopravvissuti a una società che non ha pietà dei sopravvissuti!”

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Babbo Natale a Firenze

L’altro giorno, mi dicono che stanno per dare lo sfratto esecutivo a Renzino.

Così alle otto di mattina, con un freddo che pizzica le orecchie, ci troviamo in una decina davanti alla sua casa, nell’ultima stradina di tutte di San Frediano, dopo il tabernacolo del Maestro di Signa. Che si racconta che tanti anni fa, quando di qua passavano le greggi, le pecore sparivano misteriosamente dentro le strette casette buie, una pecora a destra e una a sinistra.

Immagine_d_restauroSulla porta di casa, c’è il Renzino, baffetti bianchi, settantotto anni portati con dignità da vecchio artigiano, che ci saluta; e c’è pure  Giulio, che avrà più o meno la stessa età e che lo sfratto ce l’ha tra tre mesi.

Renzino spiega

“Io ho una pensione di 600 euro al mese, l’affitto costa 750 euro, che devo fare? Al Comune mi hanno detto che potevano trovarmi posto all’Albergo Popolare…”

“Dove la notte ti rubano tutto e dalle nove di mattina alle sette di sera ti buttano fuori per strada…”

“Sì, poi mi hanno parlato di una cosa della Chiesa, che forse hanno una branda, devo andarci a parlare”.

In quel momento, arrivano insieme il padrone di casa, il suo avvocato, un poliziotto in borghese e l’ufficiale giudiziario, che riconosco subito.

E’ una ragazza dall’aria simpatica, sempre un po’ imbarazzata e che immagino, se non avesse il mutuo da pagare, preferirebbe fare qualunque altro mestiere.

Il padrone di casa comincia a inveire.

“Ho settantott’anni anch’io, ho solo la pensione e questa casa, e questo qui non paga l’affitto da sei anni! Ho un bypass e tre operazioni! Qui dentro se non ci credete ho tutti i documenti medici, sono malato! E questo figlio di puttana se ne deve andare da casa mia! Ho i miei diritti!”

E si gira verso il poliziotto: “ci voleva una carica de’ harabinieri, e invece c’è solo lei! E’ uno schifo!”

Gli dico, “capisco, ma l’inquilino dove dovrebbe andare?”
“Che c… ne so, sono c… suoi! A lui gli fa comodo, che non paga! L’appartamento è mio!”

Provo a dire, che se i due settantottenni fossero andati insieme a chiedere una sistemazioni in Comune, forse avrebbero ottenuto di più, e il proprietario certamente non avrebbe dovuto pagare un avvocato; e si sarebbe risparmiato il mezzo infarto che si sta costruendo tutto da solo.

Ma il tipo non ha una gran voglia di ascoltare. Riconosco subito il personaggio, i cui cloni occupano milioni di case buie di anziani arrabbiati in tutta Italia, dove l’unico lusso è il televisore sempre acceso. Anche quando si è ricchi.

“Pezzo di m…!” grida il settantottenne proprietario e comincia a prendere a pugni il settantottenne inquilino.

L’avvocato trascina via a forza il proprio cliente.

In quel momento, arriva Lorenzo Bargellini, che se siete di Firenze lo avrete sentito nominare nelle favole.

Lorenzo Bargellini per tanti è la prova che Babbo Natale esiste: avete presente, la famiglia sotto la neve, senza un tetto, la notte, la mamma che stringe al petto il bambino che tossisce, poi passa uno sconosciuto dall’aspetto improbabile (in questo casa con i capelli lunghi e senza barba) e le regala una casa senza chiedere assolutamente nulla in cambio?

Il mestiere (non retribuito) di Lorenzo Bargellini consiste nel far incontrare domande e offerta: le migliaia e migliaia di case che a Firenze marciscono senza inquilini, e le migliaia e migliaia di persone che nel Disneyland del Rinascimento non hanno un tetto.

Secondo i suoi ammiratori, questa sua attività gli avrebbe fruttato finora 400 denunce.

Siamo a Firenze, e quindi è giusto dire che Lorenzo è il nipote di Piero, famoso sindaco democristiano di Firenze ai tempi dell’alluvione, che raccoglieva storie nei vicoli di San Frediano e raddrizzava ingiustizie.

Il poliziotto, che evidentemente è una persona intelligente, lo chiama: “Lorenzo, vieni qui un momento!”

I due si allontanano insieme, parlottano, poi il poliziotto parla con l’avvocato, l’avvocato parla con l’ufficiale giudiziario, che con evidente sollievo comunica che lo sfratto è rimandato al 10 febbraio.

Anche se tutti sappiamo che entro il 10 febbraio, nessuno sarà in grado di risolvere i guai dei due settantottenni.

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Nello Rega, chi lo tradisce e chi lo premia

Ricorderete sicuramente Nello Rega, giornalista potentino in guerra con Hezbollah ormai dal 2009.

Il Tar del Lazio ha confermato la revoca della scorta a Nello Rega, sostenendo che avrebbe “simulato” un attentato contro se stesso.

Noi, che di Nello Rega non abbiamo mai dubitato, sappiamo che Hezbollah – impegnato in prima fila contro il fondamentalismo sunnita – aveva invece un validissimo motivo per temere Nello Rega.

Rricordiamo infatti che il giornalista potentino è stato addirittura insignito del Premio Isis.

Ecco la prova:

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La democrazia

Democrazia è una parola che mi piace poco, vista la giusta antipatia che ispira la maggior parte di coloro che la usano in pubblico.

Però qualcosa significa.

La “democrazia” esiste in antitesi a un altro tipo di potere: la “oligarchia”.

La democrazia significa il potere di tanti, che però non hanno mezzi economici, e che si difendono contro il potere di pochi, che invece sono dotati di mezzi economici.

E’ un conflitto continuo, complesso, incessante, dove si passa facilmente di campo, e che non si risolverà mai, perché non si risolverà mai il conflitto tra egoismo e solidarietà, semplicemente perché entrambi fanno parte di quella cosa complessa che chiamiamo ancora “natura umana”.

Per parlare di “democrazia”, deve esistere un “demos”, diciamo un “popolo”.

Gli enti collettivi – tipo popolo  o italiani - sono sempre un po’ dei fantasmi, però anche gli individui sono fantasmi. Tutti siamo compenetrati dalla vita che ci circonda, dall’aria che respiriamo, dai genitori che ci hanno dato la lingua con cui ci esprimiamo, dai paesaggi in cui cresciamo, e anche dalle cose nuove che viviamo.

Con un trucco semantico, ci fanno credere di vivere il trionfo della democrazia, nel momento del suo totale svuotamento.

Cosa c’è di più democratico, del diritto di ogni singolo individuo di scegliere il prodotto che vuole trovare al supermercato, di spostarsi alla ricerca di una nuova casa se viene sfrattato da quella vecchia, di diventare miliardario se ci riesce?

Se ricordiamo la semplice etimologia della parola demo-crazia, comprendiamo che non significa “fare ciò che abbaglia la maggioranza degli individui in qualunque momento”. Demo-crazia significa, potere del popolo.

Ora, l’insieme di tutti i consumatori del pianeta che si fanno i fattacci loro non sono un “popolo”.

Gli individui, allo stato ultimo, sono atomi fluttuanti di gas.

Questi atomi possono proseguire nello spazio in solitudine. Nulla di male, ma proprio per questo non possono costituire alcun demos e quindi avere alcuna forza.

Oppure possono stabilire legami transitori unicamente con chi è quasi identico a loro.

Pensiamo a cosa significa, perché spiega un paradosso fondamentale dei nostri tempi.

Esattamente mentre si parla di globalizzazione e di apertura mentale, gli esseri umani si trovano liberi di scegliere i ghetti in cui rinchiudersi.

Che si tratti di amanti dei giochi di ruolo, di omosessuali, di neonazisti, di appassionati di libero mercato, di stalinisti, di islamisti, di cultori dell’ultima puntata di una telenovela, di intellettuali di sinistra, di tifosi della Juve, di portatori  di tatuaggi di uno specifico tipo, di frequentatori di centri sociali… i mondi si chiudono, e spessissimo si chiudono attorno a un’identità costruita volutamente da qualche oligarca a maggior gloria di qualche marchio.

fotocoglioniIn questi mondi chiusi, il destino di chi non appartiene al proprio ghetto diventa sommamente indifferente, mentre assumono un valore assoluto gli elementi simbolici che creano identità.

Il cattolico integralista e il militante omosessuale reagiscono alla stessa maniera alla pur minima presunta offesa ai loro simboli identitari. La vignetta di Charlie Hebdo, la battuta omofoba, il crocifisso rimosso da un’aula, la negazione dell’Olocausto su un sito web con dieci frequentatori…

bloc-identitairemilitanti francesi del Bloc Identitaire

Al contrario, il destino sociale viene vissuto come un fatto inevitabile, opere delle ineluttabili “forze del mercato”, secondo il principio statunitense per cui se perdi il lavoro a Chicago, te ne vai a Houston nella speranza di essere sfruttabile da qualcun altro.

Erroneamente, noi attribuiamo la colpa del sistema dei ghetti, alle singole realtà che vengono risucchiate nei ghetti, e che casualmente sono quelle che per qualche motivi ci stanno antipatiche: ce la prendiamo con “i razzisti”, con “la lobby gay”, con “gli immigrati”, con “le femministe”, con i “clericali”, senza cogliere il senso complessivo.

Ecco perché diventa difficile per molti anche immaginare che cosa possa essere un popolo. I difensori dello status quo si scagliano contro il popolo, riempiendolo delle loro ossessioni personali (popolo come “proletari” oppure come “destino di sangue”).

In realtà, il popolo è semplicemente l’insieme dei rapporti spontanei e reali con le persone e i luoghi che abbiamo realmente attorno.

Un popolo è necessariamente plurale, perché tutti sono costretti quotidianamente a confrontarsi con persone diversissime da loro e cercare di cogliere soprattutto ciò che li unisce: si sa che Salvatore ha l’accento napoletano ed è evangelico, Giovanni fa l’artista alternativo e probabilmente è omosessuale, Marina è cattolica praticante e va in pellegrinaggio a Medjugorje, Serena è comunista atea e Ahmad non mangia il maiale.

Ma se le idee o gli hobby personali o la vita privata ci dividono, ci unisce la vita vissuta, esattamente al contrario delle comunità tribali di evangelici, artisti gay, cultori della Madonna di Medjurgorje, marxisti in contatto telepatico con la classe operaia planetaria e islamisti radicali.

La democrazia reale non è altro che battersi, concretamente, per le persone e i luoghi reali che abbiamo attorno a noi, sapendo che tutto cambia, ma non deve necessariamente cambiare proprio nel modo in cui vorrebbe chi intende mangiarci vivi.

Pensando a come crescere insieme i nostri figli e i loro, imparando da persone reali anche se magari hanno avuto vite totalmente diverse dalle nostre, non assecondando i capricci – che è demagogia e non democrazia – , ricucendo le ferite, e creando uno scudo di affetti e di allegria, senza rancori, contro gli oligarchi.

P.S. L’amico Pietro aggiunge un commento che condivido in tutto:

il tuo discorso sulle mono-comunita’ si sposa bene con il pensiero che vede sempre piu’ un’atomizzazione sociale, iniziata con il consumismo. Una volta si consumava al bar, poi tutti hanno avuto il telvisore. Adesso siamo arrivati al mercato che punta al singolo consumatore con prodotti personalizzati. Una distruzione progressiva della dimensione sociale a cui non risponde piu’ con il sindacato ma con l’omicidio oppure il suicidio (in Italia piu’ il secondo in quanto c’e’ ancora ricchezza da perdere). Non capisco bene come, ma in tutto questo l’estremismo islamico mi sembra assolutamente occidentale e progressista!

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