Dio ti abbatterà

Ancora, per il vecchio discorso sulla religiosità anglosassone. Qui nella sua variante più statunitense.

“Cut down” vuol dire abbattere, nel senso di un albero o di una pianta; e forse anche con un sottinteso di ridimensionare.

La potenza immensa di un Dio che nella sua ira – the wrath of the Lord – abbatte, affiancato dalla dolcezza del Figlio, che però va incontrato di persona, nella notte.

Il tutto calato nella vita quotidiana di provincia.

“Puoi cavartela per tanto tempo
Prima o poi, Dio ti abbatterà

Diglielo a quel mentitore dalla lingua lunga
diglielo a quel latitante
raccontalo al vagabondo,
allo scommettitore,
a quello che ti colpisce alle spalle
diglielo che Dio li abbatterà

Per Dio, lasciate che vi dia la notizia
la mia testa si è bagnata della rugiada di mezzanotte
sono stato in ginocchio a parlare con l’uomo che viene dalla Galilea
mi ha parlato con una voce così dolce
pensavo di poter sentire i piedi degli angeli che si muovevano piano
Mi ha chiamato per nome e il mio cuore si è fermato
quando ha detto, “John, compi la mia volontà!”

Puoi scagliare il sasso e nascondere la mano
lavorare nelle tenebre contro gli altri uomini
ma sicuro come il fatto che Dio ha creato il bianco e il nero
ciò che si trova giù nel buio sarà portato alla luce”

 

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Al fiume, a pregare

Mondi americani, in cui il battesimo si faceva come si deve: buttandosi nell’acqua del fiume.

Guardate attentamente le immagini, di un’America che in qualche modo si opponeva alle certezze europee e puritane, alla razionalità teologica del calvinismo: non a caso, la frontiera è labile tra questa America (essenzialmente scozzese e ulsteriana) e quello degli schiavi neri.

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà la corona di stelle
buon Signore, mostrami la via!

O sorelle, scendiamo,
scendiamo, scendiamo,
scendiamo giù nel fiume a pregare

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà il mantello e la corona
buon Signore, mostrami la via!

O fratelli, scendiamo,
scendiamo, scendiamo,
scendiamo giù nel fiume a pregare

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà la corona di stelle
buon Signore, mostrami la via!

O padri, scendiamo,
scendiamo, scendiamo,
scendiamo giù nel fiume a pregare

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà il mantello e la corona
buon Signore, mostrami la via!

O madri, scendiamo,
scendiamo, scendiamo,
scendiamo giù nel fiume a pregare

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà la corona di stelle
buon Signore, mostrami la via!

O peccatori, scendiamo,
scendiamo, scendiamo,
scendiamo giù nel fiume a pregare

Mentre scendevo al fiume a pregare
studiando la buona antica via
e chi indosserà il mantello e la corona
buon Signore, mostrami la via!

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Satana il Guastatore

فِى كلِّ وادٍ بينَ يثرِبَ فالقصورِ إلى اليمامة
تطريب عانٍ او صِياحَ محَرَّقٍ او صَوت هامة

“In ogni valle tra Yathrib e al-Qusûr, fino a Yamâma –
il lamento del prigioniero, o il grido di un uomo arso vivo, o la voce di un barbagianni”

Così, molti e molti secoli fa, ‘Abîd ibn-al-Abras: il barbagianni, hâmah, è l’uccello che esce dal corpo dell’uomo che è stato ucciso, e finché non sarà vendicato, sorvola il luogo della morte gridando, usqûnî “dissetatemi!”

Per questo, ‘Urwah ibn al-Ward diceva,

“il coraggioso non è immortale quando diventa un barbagianni sopra la propria tomba, rispondendo alle pietre del recinto e lamentandosi con chiunque veda, che sia conosciuto o forestiero”.

Da un po’ di anni, faccio un’enorme fatica a parlare del Medio Oriente.

Dove in questi giorni, aerei americani hanno ucciso centinaia di russi, Israele ha minacciato di distruggere lo stato siriano, la Turchia ha invaso senza alcun diritto con le proprie truppe minacciando i soldati americani che vi si trovano senza alcun diritto, e sono successe cento e mille altre cose che fanno tremare i polsi.

Ci riuscivo ancora a parlare del Medio Oriente, quando nel 2003, ragazzi americani che non sapevano nulla di cosa ci fosse a est della Virginia distrussero un paese antico seimila anni, e scatenarono l’inferno sul mondo.

George Bush, 20 marzo 2003:

“Miei concittadini, vinceremo sui pericoli che incombono sul nostro paese e su mondo. Supereremo questo momento di pericolo, e porteremo avanti l’opera di pace. Difenderemo la nostra libertà. Porteremo la libertà ad altri e prevarremo.

Dio benedica il nostro paese e tutti coloro che lo difendono.”

Ho smesso più o meno da quando Gheddafi fu torturato a morto e sodomizzato con una baionetta, e qualche giorno dopo Hillary Clinton disse, “we came, we saw, he died”.

Ascoltatela bene, e capirete perché lei e lo psicopatico dai capelli biondi che le ha rubato il pulsantino della bomba atomica, pari sono.


E così la Libia divenne la via di fuga per un continente intero, chi annegava nel mare e chi ce la faceva a toccare l’Europa.

E toccando l’Europa, quel tremendo flusso instillò il terrore in una popolazione di anziani benestanti, che però intuivano che il loro tempo era finito per sempre.

O forse a dirmi, non parlare più del Medio Oriente, fu quando, davanti alla moschea della santa, Rābiʿa al-ʿAdawiyya in un solo giorno soldati e poliziotti ammazzarono più di mille persone, e qui nessuno se ne accorse.

Rābiʿa da bambina fu venduta schiava; liberata quando il suo padrone intuì la sua strana natura, lei visse poi da sola, con una tazza rotta, un tappeto e un mattone come cuscino.

A Rābiʿa, le fu chiesto ”Da dove sei venuta?”
“Dall’altro mondo”
“E dove stai andando?”
“All’altro mondo”
“ E cosa fai in questo mondo”
“ Me ne prendo gioco”
“ E in che modo te ne prendi gioco”
“Mangio del suo pane e compio l’opera dell’altro mondo”

Una volta, gli animali del bosco si radunarono attorno a Rābiʿa.

Apparve Hassan Basri, che era santo pure lui, e le bestie fuggirono. “Perché?”, si chiese lui.

Rābiʿa gli chiese, “cosa hai mangiato oggi?”

“Carne e pane”, rispose lui.

“Se hai mangiato carne, ti sorprendi se fuggono?”

O quando ho cominciato a riflettere sulla siccità, che sta trasformando quella che a scuola chiamavano la mezzaluna fertile irrversibilmente in deserto: con avvisaglie nel Darfur anni fa, che portarono gli assetati a massacrare i contadini.

Poi devastò la Siria portando un milione di profughi climatici a invadere le città, e infine la diga con cui l’Etiopia porterà alla sete quasi 100 milioni di egiziani, e l’Eufrate che muore.

Eufrate…

“Mancano due giorni a Ramadan. Stanotte i Tornado
colpiranno tra Eufrate e Tigri
per illuminare Babilonia… in diretta su  CNN.”

O il giorno che l’Arabia Saudita divenne il primo paese al mondo a vietare l’agricoltura, perché aveva finito l’acqua. Agricoltura, acqua… quale segno più chiaro della fine del mondo?

Tutto si concentra sullo Shām, che vedrete tradotto come “Siria”, ma significa la parte sinistra del mondo quando noi guardiamo sorgere il sole.

Dalla parte a destra, invece, Yaman/yamîn, la parte destra del mondo, dove in questi giorni rinasce allegro il colera sotto le bombe saudite e americane, in buona parte prodotte in Sardegna (per ogni bambino morto, una cena in più per i propri figli).

La fragile vita (cintura, muwasshah) del mondo, che sta morendo…

Satana il Maestro del Balletto oggi lavora, prima di ogni cosa, sulla paura e sul suo gemello, l’onore.

Paura cristiana, alawita, mandea e di altra strana gente che per millenni hanno convissuto, spaventati, con califfi, ma sanno che adesso è arrivata l’ora dello sterminio, proprio perché al posto del califfo, oggi c’è il popolo.

Paura curda, di gente che ha paura di altri curdi, ma ancora di più di tutti coloro che li circondano.

Paura turcaHüseyin Nihâl Atsız ( (At-sız, “io sono senza nome”), cresciuto in una Turchia che non doveva nemmeno piu esistere, mangiata da francesi, inglesi, russi e italiani, con metà dei maschi morti ammazzati in guerra, elencava a suo figlio, i nemici che fremevano per sterminare i turchi (e non è detto che avesse tutti i torti):

“comunisti, ebrei, russi, cinesi, persiani, greci, bulgari, tedeschi, italiani, inglesi, francesi, arabi, serbi, croati, spagnoli, portoghesi, romeni, fuori… armeni, curdi, circassi, abkhazi, bosniaci, albanesi, pomachi, lazi, lesghi, georgiani, ceceni dentro”

 Poi pare che suo figlio non avrebbe accolto i consigli di tanto babbo, ma questa è un’altra storia.

Paura araba: gente con un’immensa storia e un orgoglio smisurato, invasa e occupata da mongoli, crociati, veneziani, genovesi, turchi, curdi, iraniani, inglesi, francesi, israeliani, che da sette secoli tirano loro addosso catapulte e bombe.

L’Auschwitz degli arabi – nel senso di catastrofe fondante – 1258, l’attacco dei mongoli, che Saddam Hussein paragonò all’attacco americano del 2013:

“Le acque del Tigri si tinsero con tanto sangue assieme all’inchiostro dei suoi libri, ripieni di scienza e di conoscenza, che furono gettati nell’acqua nell’anno 1258, come punizione per una storia dove l’anima aveva abbandonato il corpo, e una civiltà la cui fede e i cui custodi erano scomparsi.”

Paura sunnita.

La paura di un miliardo di musulmano, che non riguarda solo singoli nemici (però il fosforo bianco degli israeliani e le motoseghe degli sciiti iraniani, certo aiutano), ma tocca il potere, lo stato, il dominio stessi, come diceva Sayyid Qutb (un destino musulmano: viso mite, di origini indiane eppure cresciuto in Egitto, lettore da piccolo di Sherlock Holmes, esorcista, sprezzante di ogni autorità, morto impiccato), e trovo meraviglioso il riferimento ai mercanti sul mare:

“Nell’Islam, non esiste alcun clero, nessun intermediario tra la creatura e il Creatore;  ma ogni musulmano, da ogni luogo della terra o sui sentieri del mare, ha la possibilità di avvicinarsi al Signore senza né prete né ministro. Né può il governante musulmano derivare la propria autorità da alcun papato, né dal cielo; ma la deriva unicamente dalla comunità islamica. Allo stesso modo, deriva i propri principi di amministrazione dalla legge religiosa, che è universale nella sua applicazione e davanti a cui tutti gli uomini ovunque si presentano come uguali”.

E quindi per i sunniti il pericolo deriva da ogni torturatore di stato, da ogni raccomandato del dittatore, da ogni delatore, da chiunque sostenga l’esistenza di diversità o razze, ma anche da chiunque chieda obbedienza a chi non è Dio.

E gli israeliani, con la storia di settant’anni fa in Europa, che sanno che il solo fatto che esista gente al proprio confine è la certezza che ci sarà un altro Auschwitz?

E anche lì, penso a gente che decenni e decenni e decenni fa, per una storia tutta europea, si salvò per miracolo… qualcuno di loro mi ha dato cose meravigliose, e qualcun altro, inevitabilmente, vuole vedere distrutta Damasco.

Unica paura che non ammetterò mai, quella degli amriki, che a mille e mille miglia di distanza, lanciano bombe e droni su questo mondo di cui nulla sanno. Hanno da temere mille mali, ma a casa loro.

Però ricordiamoci sempre, che l’arma preferita di Satana, sempre e ovunque, è la paura.

 

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Abbasso l’Italia, viva gli italiani!

Il commentatore Francesco ribattendo a chi sostiene che l’integrazione degli “stranieri” sarebbe difficile, se non impossibile, scrive:

“ti risponderò con poche parole
Repubblica Federativa del Brasile
Commonwealth dell’Australia
Canada
Stati Uniti d’America

Impero Romano

L’integrazione è necessaria, punto. Bisogna avere una identità con cui i nuovi possano identificarsi (SPQR funziona, il fanatico laicismo francese no).”

C’è qualcosa che non va.

Brasile, Australia, Stati Uniti, Canada… sono tutti paesi creati da bande eterogenee di immigrati che hanno spodestato (in misura maggiore o minore) gli autoctoni nel giro di pochi anni e si sono impossessati insieme di immense distese di terra. Esempi che non hanno nulla a che vedere con l’Italia.

La Francia somiglierebbe molto di più all’Italia; ma lì esiste qualcosa che si è eretto fuori e contro tutta la società, il grande artifizio della République, che si è anche nutrito per decenni decisivi del saccheggio dell’Africa. Ente divino, impersonale e (fortunatamente) poco italiano.

E l’Impero Romano? Arriva l’esercito, organizzatissimo. Prende l’uomo più ricco del posto e dopo avergli crocifisso la famiglia, gli dice, “anche tu puoi essere un latifondista con un acquedotto, e noi ti difendiamo. Devi solo costruire un anfiteatro, fare un altare all’imperatore e leggerti un po’ di letteratura greca, se vuoi ti vendiamo uno schiavo che te la insegna”.

Anche qui, l’Italia non c’entra niente.

L’Italia è un immensa rete di reti di reti di relazioni umane, dai volontari della Misericordia alla camorra, da quelli che vanno in vacanza all’Argentario ai centri sociali, da quelli che in Molise scrivono romanzi nostalgici sui sabini agli adepti di Comunione e Liberazione che si prendono gli appalti per l’asilo nido, da quelli che ci tengono a parlare in veneto stretto alla banda di discotecari bulli o ai Bianchi di Santo Spirito.

Sono relazioni in cui si entra solo umanamente, sposandosi, partecipando a momenti di vita condivisa, condividendo chiacchiere per strada o delitti. E mangiandoci insieme.

In un certo senso, è facile integrarsi: proprio perché non è un paese astratto, i pregiudizi astratti sul colore della pelle o la religione o la lingua d’origine pesano molto meno che altrove.

In un altro senso, è difficile, perché non c’è nulla di astratto da imparare. Ecco perché in Italia – a differenza di altri paesi – non si riesce mai a capire a che cosa questi stranieri dovrebbero adattarsi.

Chi teme “gli stranieri” prova realmente un disagio; ma appena cerca di teorizzarlo, si rende ridicolo.

Ecco che troviamo puttanieri che invocano “i valori cristiani”, gente che non crede nemmeno allo Stato, ma che invoca “la Costituzione”, uomini nella media del maschilismo italico che invocano “i diritti delle donne”, gente che va in chiesa che dice che “dobbiamo difendere la laicità”, gente che sposa donne keniote e poi parla di “uomini bianchi”.

Sono tutte balle, proprio tutte.

No, l’integrazione nel tessuto italico è una faccenda infinitamente più delicata.

Non richiede nemmeno il sacrificio di qualcosa di proprio: anche in un paese così riccamente pettegolo, infinite sfumature di diversità vengono da sempre tollerate – che si tratti di femminielli, del cugino che ogni tanto finisce in carcere, di ebrei, del vecchio zio bestemmiatore che si rifiuta di andare in chiesa, cosa vuoi che sia in più il figliolo che ha sposato la senegalese che cucina bene?

Sono storie antiche, se si pensa alle famiglie che a Orvieto predicavano il catarismo nel Duecento, e ci vollero gli inquisitori venuti da lontano per farli fuori.

Che poi, c’entra la capacità italiana a non giudicare le persone per il loro grado di legalità.

Due episodi, entrambi attorno all’anno 1944.

Uno sorta di slavo, non meglio identificato, finito non si sa come sugli Appennini, ospitato per tanti mesi da famiglie che avevano poco da mangiare e avevano i figli in lontani campi di battaglia. Perfettamente integrato, non certo in nome di qualche astratto principio, ma “finché mio figlio sarà in Africa non so dove, mi occuperò di te, visto che tua madre non sa dove sei“.

E poi una nostra amica, dell’Oltrarno, bambina all’epoca.

Il babbo era nascosto in casa, per non essere richiamato – come pure esigeva la legge – a lavorare in Germania.

Suonano alla porta, apre la mamma.

C’è un soldato tedesco con un ragazzino italiano, un piccolo fascista che avrà avuto quindici anni sì e no.

Stanno cercando uomini da portare via, la mamma terrorizzata borbotta, “no qui non ci sono uomini!”

Il ragazzino italiano tira per il braccio il tedesco e gli dice, “perquisiamo la casa!” A quindici anni, siamo tutti un po’ esaltati.

Il soldato tedesco lo ferma, si fruga in tasca e tira fuori una foto: quella di suo figlio rimasto in Germania, lo fa vedere commosso alla signora. E poi trascina via il piccolo italiano troppo poco italiano.

Questo modo di essere dell’Italia è fonte di innumerevoli guai, molti dei quali mi feriscono personalmente: diciamo, dagli abusi edilizi alle spiagge sporche, a quello che pretende di parcheggiare sulle strisce pedonali e si arrabbia pure se glielo fai notare (e i fiorentini in questo sono molto peggio dei napoletani, perché se ne fregano di chi potresti essere).

Rende l’Italia oggetto di derisione planetaria, e di autocommiserazione (“in un paese normale, che non fosse l’Italia…”), di autofustigazione sul campanilismo, sulla mancanza di senso civico, e tutto il resto.

E’ qualcosa da cui molti italiani cercano di fuggire – invocando ridicole Glorie Antiche che devono Risorgere (come Mazzini o Mussolini), oppure cercando di creare un’immaginaria République in stile francese, con la Costituzione e i Valori Democratici e la Legalità.

L’Italia non sarà mai una République

L’essenza di una République è la semplificazione: al posto della vita, c’è il codice; e al posto degli esseri umani, ci sono i funzionari. Al posto di “ho visto”, c’è il Ditino Imparatore, che risponde “c’è scritto”.

Mentre l’italiano sa che la realtà è infinitamente complessa.

Talmente complessa, che lui sospetta che ci siano complotti e secondi e terzi e quarti sensi, anche là dove non ci sono: strati su strati come una cipolla – e la domanda, che si poneva Gavin Maxwell nella sua biografia di Salvatore Giuliano, cosa c’è quando arrivi all’ultimo strato?

Il mio sogno sarebbe partire proprio da questo.

Io sono nato all’estero, ho un sacco di filoni dentro di me, che non sono italiani; ma questo non è mai stato un problema per essere italiano.

Dico “italiano”, per indicare ciò che accomuna una popolazione che non ha nazione.

Qualcosa separa irrimediabilmente gli oltrarnini dagli altri fiorentini, figuriamoci i sardi dal Continente; eppure sottilmente, tutti sono uniti da abilità che mancano nel resto del mondo.

La capacità italiana di capire la complessità è tale da poter, tutto insieme, diffidare dei miei limiti come straniero, cogliere la ricchezza in più che nasce da altri punti di vista, sorridere delle mie stranezze (e un po’ mi ammirano perché non ho l’auto e non mi metto l’ombrello quando piove), sospettare che dietro quello che faccio ci sia sempre qualcos’altro, tollerare questo fatto sapendo che comunque nessuno è perfetto, capire cose di me che sfuggono anche a me stesso, confidare parti consistenti del proprio cuore, tenendo riservatissime altre parti, dare una cosa senza aspettarsi alcun ritorno, ma sapendo che da qualche parte una sorpresa arriverà quando meno se la aspettano, e quando più ne hanno bisogno.

Gli italiani si sono lasciati colonizzare.

Hanno creduto davvero che fosse davvero meglio essere più stupidi e meno complessi, e si vergognano ancora di essere intelligenti, ricchi, ambigui, sottili e saggi.

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Il più grande avvelenamento di massa della storia umana

Il lato ormai chiaro e scoperchiato di Oxfam, lo conosciamo tutti: la charity britannica è accusata di aver coperto una notevole attività di bunga bunga nei propri uffici a Haiti e forse altrove.

Di questo non so dire nulla, e anzi ho sempre qualche dubbio quando esplodono scandali insieme così clamorosi e così difficili da dimostrare.

Questo scandalo però ha permesso di scoprire un lato ben più oscuro di Oxfam, come racconta in un interessante articolo Theodore Dalrymple.

Ma prima andiamo sul sito italiano di Oxfam.

Dove troviamo la foto di una certa signora Aramla, nazionalità imprecisata.

Mamma nera, bambino nero, fame nera, un’immagine già vista da qualche parte…

… fosse mai che questi vengan a battere cassa?

E infatti:

Adesso torniamo all’articolo di Theodore Dalrymple.

“Oxfam afferma che per ogni  £1 ricevuta in donazione, 84 pence (percento) vengono spesi per emergenze, sviluppo e  campagne, 9 pence per sostenere i costi e 7 pence per “generare fondi futuri”.

Un’occhiata al rapporto annuale di Oxfam per il 2011-2012 fa pensare che questo sia un modo piuttosto benevolo di interpretare le proprie attività. Oxfam raccolse £118.5 milioni in donazioni volontarie quell’anno, ma spese £101.8 miloni per gli stipendi del proprio personale – £59.5 milioni solo per il personale nel Regno Unito. […]

La maggior parte dei donatori non immagina che la maggioranza dei fondi di Oxfam viene dai governi, cioè da fondi estratti forzosamente dai contribuenti in vari paesi. Questi fondi ammontavano a £170.1 milioni contro i £118.5 milioni di contributi veramente volontari.”

Dalrymple aggiunge diversi altri dati interessanti, ma il quadro è chiaro: abbiamo una macchina privata ben retribuita, mantenuta in parte con le tasse, in parte con i buoni sentimenti delle persone.

Questo non vuol dire che manchino le buone intenzioni, o persino magari qualche buona azione.

Semplicemente, qualunque organizzazione, pubblica o privata, al di sopra di una certa dimensione diventa fine a se stessa, e sviluppa una burocrazia che si espande incessantemente, con ritorni però decrescenti.

Sono meccanismi che si vedono già nelle piccole cooperative assistenziali messe insieme da due psicologhe precarie e tre assistenti sociali, figuriamoci quando si ha in mano un’impresa multinazionale di quelle dimensioni.

Ma anche le buone intenzioni possono fare danni seri.

In un altro articolo, lo stesso Dalrymple ci ricorda che l’UNICEF si è resa protagonista del più grande avvelenamento di massa di bambini della storia moderna.

Ma prima, visitiamo il sito italiano dell’UNICEF. C’è qualcosa di decisamente familiare: Tornando a Dalrymple… racconta come si è trovato recentemente su un aereo, di una linea imprecisata. Appena prima dell’atterraggio, gli steward passano per il corridoio, raccogliendo fondi per l’UNICEF.

E questo gli fa venire in mente un episodio che già conoscevo, ma che facciamo bene ricordare: il più grande avvelenamento di massa di bambini nella storia umana, di cui si rese – certo involontariamente – colpevole proprio l’UNICEF, quando con i soldi di tante brave persone, fece scavare pozzi profondi nel Bangladesh, per permettere di arrivare all’acqua pura di falda.

Mentre analoghe azioni nel resto del subcontinente sono tra le principali cause della devastante siccità in corso, nell’acquoso Bengal, i pozzi permisero di arrivare a un ricco strato di arsenico naturale, che sta attualmente portando alla lenta morta per tumore circa venti milioni di bengalesi.

Adesso, Dalrymple ci informa, l’UNICEF sta raccogliendo fondi per decontaminare un milione di pozzi nel Bangladesh.

E l’immagine pronta per la campagna?

Potrebbe essere questa, se non fosse già stata appropriata da due ragazze americane molto sveglie:

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Giostre magiche

Seguo con curiosità le vicende di Macerata. Proviamo a ripercorrerle con entomologico distacco.

All’inizio, ci sono due persone, (1) Pamela e (2) Innocent Oseghale.

Cioè un nome contro un nome-e-cognome, che poi in questi giorni si sta trasformando in un branco. E’ comprensibile che una ragazzina ammazzata faccia più simpatia di chi l’ha ammazzata, ma se andiamo per simpatie e antipatie, rischiamo di cadere in una serie di trappole.

La cosa interessante è che il signor Oseghale non ha una storia. O almeno, io non ho trovato nulla che andasse oltre i dati anagrafici: avrà una mamma anche lui, certamente cristiana (forse più religiosa dei parenti della vittima), sarà arrivato in qualche modo in Italia; si sa vagamente che avrebbe un bambino, non si sa dove. Curiosamente, trovo che di persone con il cognome Oseghale è piena la rete: professori universitari, intellettuali, architetti. Non so cosa voglia dire, forse è un clan che ha avuto accesso a un alto grado di istruzione.

Immagino che Innocent fosse innocente del tutto della politica italiana, comunque con la propria azione, ha segnato un fantastico Punto Vittima per la Destra politica, in piena campagna elettorale. Poco importa che la vittima non fosse esattamente la figlia ideale che l’elettore medio sogna di avere, ma le foto sono perfette: è insieme carina e innocente (di nuovo quell’aggettivo).

Passa qualche giorno, e un curioso personaggio rovina tutto, segnando un clamoroso Punto Vittima per ciò che chiamerò sbrigativamente la Sinistra. Ha un cognome, Traini, e si mette a sparare contro gli immigrati nigeriani della sua città.

Traini ha una sorta di storia (abbandonato dal padre, con la mamma malata, sotto occasionale cura psichiatrica e piantato recentemente dalla fidanzata), ha amici che si lasciano intervistare, una pagina Facebook e altre cose che lo rendono un po’ meno alieno di Innocent Oseghale.

Il Punto Vittima per la Sinistra viene garantito dal fatto che lui una volta si sarebbe presentato in fondo a una lista alle elezioni comunali di una cittadina in una lista della Lega, prendendo esattamente zero preferenze. Quindi, praticamente, è stato Salvini in persona a sparare.

Notate la simmetria: è un “nemico” della Lega a fare propaganda alla Lega, è un “nemico” della Sinistra a fare propaganda alla Sinistra. La strategia per raccogliere Punti Vittima consiste nel non fare assolutamente nulla, restando però estremamente vigili: il primo che fa qualcosa, perde.

Chi dice, “ma dall’alto, hanno istigato” o non ha capito questo meccanismo, o – più probabilmente – non lo vuole capire. La mitica Boldrini non vuole scatenare nigeriani killer per l’Italia, per il semplice motivo che quelli portano Punti Vittima al suo nemico; e Salvini non vuole scatenare italiani killer, per lo stesso ovvio motivo.

Mentre, in linea del tutto teorica, possiamo immaginare che alla Boldrini piacerebbe che l’Italia si popolasse di fascisti sparatori, e a Salvini che si popolasse di nigeriani con la motosega.

A questo punto, parte il grande corteo antifascista a Macerata. Durante il corteo un gruppetto canta, «Ma che belle le foibe da Trieste in giù», e la Destra cerca di succhiarne fuori uno striminzito punto vittima, e qualche politico di centrosinistra corre a prenderne le distanze (attività sempre perdente, tanto la distanza non sarà mai abbastanza).

Ora, qual è lo scopo di un corteo, oltre a quello conviviale (fare una passeggiata con i vecchi amici fa sempre piacere)?

Potrebbe essere quello di conquistare militarmente una città.

Ma, tanto finito il corteo, torneranno i vigili a comandare, non i manifestanti.

Dopo anni di osservazione, questo entomologo ha deciso che lo scopo di un corteo consiste nel compiere un rituale di Magia Deambulatoria, e c’è un motivo preciso.

Il mondo si divide in due: noi contro quello dell’altra parte.

Alla fine, con quello dell’altra parte, cosa ci fai?

Puoi trattarlo come un avversario a calcio, con cui ti scontrerai lealmente infinite volte, finché non andrete in pensione entrambi, stringendovi la mano.

Ma in “politica” non funziona così, almeno in Italia.

Ognuno sogna che il proprio nemico smetta di esistere.

Cioè sogna gli venga tolto il diritto di parola o di voto, che finisca in galera o che muoia di colpo. Anzi, l’unica cosa che funziona in maniera sicura è l’ultima.

Quindi è assolutamente normale che si fantastichi di vedere il proprio avversario morto.

Poi esiste anche il piacere profondamente umano di immaginare che quello lì faccia una fine particolarmente atroce, ma la cosa importante è che faccia comunque una fine.

Per vari motivi – mancanza di coraggio personale, paura della polizia e paura di attribuire punti-vittima al proprio nemico – tutto questo resta in un mondo immaginale, che è esattamente quello in cui prospera la magia.

Infatti, lo scopo della Magia Deambulatoria è di compiere un rituale che faccia morire i propri nemici.

E più sono esplicite e potenti le formule che chi compie il rituale pronuncia, più è probabile che funzioni.

Quando ero giovane, mi ricordo due slogan contrapposti:

“Il comunismo non passerà!”

“Fascisti carogne tornate nelle fogne!”

Nel primo caso, si tratta di creare una realtà futura nella mente. E’ come la preghiera, “venga il Tuo regno”. Io lo voglio, quindi sarà così.

Nel secondo caso, abbiamo un ordine rivolto al nemico stesso, lo stesso meccanismo che troviamo negli esorcismi:

“D’ora innanzi, perfido serpente, non ardire ingannare il genere umano, perseguitare la Chiesa di Dio e scuotere e crivellare come frumento gli eletti di Dio.”

E’ interessante poi il concetto di fogna, cioè di luogo infero, di ciò che noi escludiamo dalla nostra vita, buio, quasi una metafora del lato oscuro dell’inconscio: il Nemico proviene dalle tenebre, e noi gli ordiniamo con fermissima volontà di farvi ritorno.

Insomma, non togliete la magia ai cortei: sono la parte più interessante.

E poi, da scettico incallito, sospetto che sia anche la parte meno pericolosa.

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Open Day alla #FriendlyForce

Anno 2021, dopo la vittoria di Salvini alle elezioni e la reintroduzione del Servizio Militare Obbligatorio

Open Day alla caserma #FriendlyForce di Nave a Rovezzano.

La #FriendlyForce è una caserma che si basa su principi di Open Awareness e Share-in-Action, e vanta la migliore mensa di tutte le caserme toscane, con prodotti approvati da alcuni dei più noti chef televisivi.

Si ricorda che a causa di una recente decisione dell’ASL, è severamente vietato alle reclute entrare in cucina, pulirla, servire ai tavoli o pulirli o scambiarsi posate, bicchieri o cibo.

Nella discoteca della caserma, dove operano alcuni dei migliori DJ della regione, si ricorda che sono in azione telecamere HandsOff, per prevenire eventuali molestie. Pertanto durante le DanceEvenings si consiglia sempre di preservare una debita distanza dai propri partner.

Dopo la recente sentenza che ha condannato quattro sergenti a cento milioni di euro di multa per danni all’udito, si ricorda che è vietato l’utilizzo di armi da fuoco all’interno di tutta l’area militare.

Per chi porta un certificato di Disagio Marziale firmato da uno psicologo iscritto all’Ordine, si ricorda che ci sono i Personal Tutor a disposizione che possono accompagnare le reclute alla piscina durante gli orari di esercitazione. Il Sergeants’ Board può comunque disporre misure dispensative straordinarie anche in assenza di certificazione, se ritiene di rilevare segni di Bisogni Militari Speciali.

Per l’utilizzo di IPhone e gli scatti di selfie durante le esercitazioni, esistono due sentenze contraddittorie: la prima li vieta perché violerebbero la privacy delle altre reclute, la seconda vieta di vietarli perché la recluta ha il diritto in ogni momento di restare in contatto con i propri cari e con i propri legali. Si consiglia pertanto prudenza e moderazione nel loro utilizzo.

In seguito alle minacce di ricorso legale da parte delle Florence Soldier Moms, la caserma ha introdotto un innovativo Cold Warning. Appena la temperatura scende sotto i diciotto gradi, scatta l’allarme, le reclute vengono evacuate e portate in alcuni alberghi convenzionati.

Attualmente, per mancanza di fondi, i jeep e carri armati non sono in sicurezza e quindi non si possono adoperare. Un focus group sta però lavorando su un bando europeo per la costruzione di mezzi in cartone riciclato, in uno spirito di Sustainable Imitation.

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La feccia di contadini, nobili, preti e re

Sempre sugli anglosassoni…

Anno 1813, ditemi voi in quale altra paese del mondo qualcuno aveva capito quanto capì Shelley, scrivendo Queen Mab. Notate la parola drudgery, che i dizionari traducono pomposamente come “lavoro faticoso e ingrato, lavoro pesante e noioso”, e che è la base – assieme ai rifiuti – di tutta la nostra civiltà. Un termine che deriva al protogermanico, dreuganą, ma, ancora più lontano, dal proto-indoeuropeo dʰrówgʰos, che indica soprattutto, l’inganno, il fantasma, il tradimento.

Il commercio ha imposto il segno dell’egoismo,
il sigillo del suo potere che tutto rende schiavo,
su un minerale scintillante, chiamandolo oro.
Davanti alla sua immagine si inchinano i volgari grandi,
i vanamente ricchi, i miseramente orgogliosi,
la feccia di contadini, nobili, preti e re,
e con sentimenti ciechi riveriscono il potere
che li schiaccia nella polvere della miseria;
Ma nel tempio dei loro cuori in affitto
l’oro è un dio vivente, e comanda con disprezza
su ogni bene terreno tranne la virtù…
come gli schavi costretti da forza o fame
sotto un padrone volgare, a compiere
un compito di freddo e brutale drudgery;
induriti contro la speranza, insensibili alla paura,
pullegge appena viventi di una macchina morta,
mere ruote di lavoro, e articoli di commercio,
che adornano la pompa orgogliosa e noiosa della ricchezza

Commerce has set the mark of selfishness,
The signet of its all-enslaving power,
Upon a shining ore, and called it gold;
Before whose image bow the vulgar great,
The vainly rich, the miserable proud,
The mob of peasants, nobles, priests, and kings,
And with blind feelings reverence the power
That grinds them to the dust of misery;
But in the temple of their hireling hearts
Gold is a living god, and rules in scorn
All earthly things but virtue. . . .
Even as the slaves by force or famine driven
Beneath a vulgar master, to perform
A task of cold and brutal drudgery;
Hardened to hope, insensible to fear,
Scarce living pulleys of a dead machine,
Mere wheels of work, and articles of trade,
That grace the proud and noisy pomp of wealth

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