“Spengete i motori!”

articolo pubblicato anche su Apocalottimismo

“Little thought the Hermit, preaching
Holy Wars to knight and baron,
That the words dropped in his teaching,
His entreaty, his beseeching,
Would by children’s hands be gleaned,
And the staff on which he leaned
Blossom like the rod of Aaron.”

Longfellow, The Children’s Crusade

Ieri mattina, la seconda grande manifestazione per il clima a Firenze.

Questa volta sono anche riusciti a respingere i tentativi di benedizione dei politici, e avevano idee ferme sulle Grandi Opere Inutili, proprio come le hanno i politici, ma al contrario.

Una chiarezza, mi dicono, costruita lentamente, con discussioni che hanno coinvolto molte scuole, tra ragazzi che pochi mesi fa non ne sapevano nulla.

Qui vedete la chiesa dei domenicani, dove Masaccio dipinse la madre di Dio, anziana e tragica, con un immenso cortile dove sognerei ritornassero orti in grado di nutrire tutto il rione,

e le parole in inglese,

“respect existence or expect resistance”

Le avranno copincollate da Google, però è un’espressione su cui i conservatori e i sognatori si dovrebbero ritrovare.

Come l’altra volta, i cartelli sono quasi tutti fatti a pennarello su un pezzo di cartone (uno è un semplice foglio di quaderno scritto a penna), con frasi spesso in inglese e talvolta quasi incomprensibili, ma qualche piccola opera d’arte come questa:

In Via Rucellai, il corteo tira dritto per puro sbaglio invece di girare a sinistra, e così diventa illegale, e ci troviamo in mezzo ai viali.

Migliaia e migliaia di ragazzi si trovano in mezzo ad automobilisti urlanti e claxonanti, che potrebbero arrotarli, su un filo di asfalto senza via di uscita.

Tra migliaia di persone, convenute spontaneamente, nessuno vede il problema collettivo. Tutti sono abituati all’esistenza di altri che ci indichino cosa fare, e quando non c’è nessun vero organizzatore, si rischia davvero.

Penso a ragazzine che sono due, tre anni che hanno appreso a uscire di casa da sole, e allora mi tuffo in mezzo alla strada e rivolgo le spalle alle macchine, perché so che i fiorentini non possono trovare grande sfogo per il loro turpiloquio con una spalla.

L’età è quella cosa che ti permette di agire come se non ci fosse nessuno che potesse agire al posto tuo.

Ci prendiamo per mano io e un’amica di forse quarant’anni, e poi un ragazzo di venticinque, e poi tanti quindicenni.

In quel momento, capisco però anche la tragedia ambientale: l’automobilista si commuove a vedere le immagini degli orsi polari che mangiano i rifiuti, ma adesso togliti di mezzo, che non posso perdere un minuto, il tempo è denaro! Non è quello che pensa il cattivo, è quello che pensa la persona normale, cioè tu, io e tuo cugino.

I nemici sono sempre persone normali, e hanno anche loro le loro ragioni.

Io mi butto in mezzo alla strada, perché spero che i nostri poveri nemici abbiano fatto il calcolo, se ammazzo qualcuno guadagno cinque minuti, ma perdo tre anni in processi.

Di solito funziona, la nostra specie in questo senso è incredibilmente autodisciplinante.

Però rattrista che le persone con cui siamo in guerra siano una signora di mezza età tutta sola dentro una tonnellata di acciaio e ha un’aria triste, un giovane su un motorino che dice, “io sarei pure d’accordo, però c’ho furia!” e dieci, cento macchine dietro che suonano il clacson, e non capiscono nemmeno cosa stia succedendo, ma hanno furia anche loro, e non riesco a dare loro torto.

““For myself, I find I become less cynical rather than more–remembering my own sins and follies; and realize that men’s hearts are not often as bad as their acts, and very seldom as bad as their words.”

J.R.R. Tolkien

E qualcuno dirà, i gretini costringono qualcuno a ritardare sul lavoro.

Ma noi dobbiamo tenere duro, perché c’è una sedicenne molto agguerrita e immedesimata nel ruolo, che ci informa che in fondo a tutto il corteo, c’è una ragazza su una sedia a rotelle, e dobbiamo reggere finché non passa lei.

“Spengete i motori! Spengete i motori!”

(gli italiani dicono spegnete, i toscani dicono spengete)

Credo che il coro sia partito da uno dei ragazzini, ma dovrebbe essere la sigla di tutto.

Ce n’è uno che lo grida, e gli vedo l’apparecchio che il genitore e il dentista gli hanno fatto mettere ai denti.

Poi si scioglie tutto, arriva la polizia che ci copre dagli automobilisti che improvvisamente diventano mansueti, la ragazzina sulla sedie a rotelle riesce a passare. Battiamo le mani, per aver vissuto una minuscola avventura, però nei giovanissimi, colgo qualcosa che spero sarà il ricordo di una vita.

“Still, I wonder if we shall ever be put into songs or tales. We’re in one, of course, but I mean: put into words, you know, told by the fireside, or read out of a great big book with red and black letters, years and years afterwards.”

J.R.R. Tolkien

Come tutte le volte che molte migliaia di persone si radunano, senza filtri o selezioni, ci sono piccole cose ciniche da notare. Ad esempio, una ragazza, sui vent’anni, che alle dieci e mezza di mattina ciuccia da una bottiglia di birra; e qualcuno che fuma e butta la cicca per terra.

Avrei potuto fotografare e rivendere a qualche rancoroso, che avrebbe potuto sparare un titolo sul tipo, Greta beve e fuma alla faccia dell’ambiente!

Il fatto è che la parte mezza vuota del bicchiere non ha mai dissetato nessuno: mi interessa solo la parte mezza piena.

Ci sono degli individui che si schierano con l’industria del petrolio per istinto. Per la maggior parte non hanno nemmeno la sana giustificazione di essere pagati.

Questi diranno che è impossibile che dei giovani facciano qualcosa oltre a giocare alla playstation, senza che siano “manipolati“; e noteranno quindi che tra le migliaia di ragazzi (e soprattutto ragazze) al corteo di oggi, c’erano anche un po’ di vecchietti dai trent’anni in su.

Si potrebbe controbattere che i giovani che giocano alla playstation sono invece certamente manipolati, visto che acquistano un prodotto ideato esclusivamente per prendere i soldi dei loro genitori.

Giovani normali

Giovani manipolati

Sappiamo tutti che c’è una schiera infinita di furbi pronta a fare la seconda mossa, saltando in piedi per urlare, sono ecobio anch’io!, ma ci vuole una mente molto contorta per immaginare un interesse nascosto dietro chi fa la prima mossa di denunciare lo stato in cui si trova il mondo a chi ancora non se ne è accorto.

Ma è inevitabile che la questione del clima arrivi ai giovani attraverso tanti filtri e che quando il sedicenne vuole chiedere il permesso in Questura per fare un corteo si faccia aiutare da un venticinquenne.

Però, perché Greta scatena qualcosa in tanti giovani, mentre i veri tentativi di manipolazione di parte dei politici di tutti gli schieramenti, con investimenti in denaro incomparabilmente maggiori di quelli per tutti i cortei dei Fridays for Future, falliscono miseramente.

Vedere alla voce, giovani impegnati nei partiti politici:

Direte, eh, ma a un certo punto, durante il corteo hanno cantato El pueblo unido e tanti ragazzi hanno chiuso il pugno. E quindi Stalin manipola i figlioli…

a parte che il Cile di quasi cinquant’anni fa sta agli antipodi da noi, la vita è fatta di miti e simboli che si confondono, come il tempio di Atena dentro il Duomo di Siracusa, o Santa Venera che era un po’ dea e molto santa pagana. Siamo in Toscana, e i santi sono tutti rossi e i diavoli neri.

La prima cosa da comprendere è il ruolo personale di Greta in tutto questo.

Un anno fa, come sottolinea Ugo Bardi, c’erano otto gatti, quattro dei quali competenti come Ugo e Jacopo Simonetta e quattro incompetenti a rimorchio come me, a parlare del Picco su cui ci siamo arrampicati e di ciò che ci aspetta quando inizierà la discesa.

Ma prima di loro, c’erano generazioni che risalgono a Von Humboldt, a Dickens, a Rachel Carson che quando io ero molto più piccolo dei gretini, denunciava ciò che stava succedendo, e gli autori ingenui e bellissimi dei Barbapapà:

Poi, improvvisamente, compare lei.

Riconoscete la figura?

Giovanissima donna, senza alcun potere proprio.

Non è né dentro la norma, né la trasgredisce, perché è al di là delle norme.

Rigorosa, asessuata e visionaria, di fronte alla sua parola anche i re sono costretti a fingere ascolto.

Maria Maddalena de’ Pazzi

“battezzata con il nome di Caterina, a 16 anni entra nel monastero carmelitano di Santa Maria degli Angeli in Firenze e come novizia prende il nome di Maria Maddalena. Nel maggio 1584 soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata. Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto. Da questo momento vivrà diverse estasi, che si succederanno per molti anni.”

Le parole di Greta sono semplici al limite della banalità, se le distacchiamo da chi le pronuncia, ma dette da lei, hanno un carisma innegabile.

Se le ascoltate, fanno impressione per la fredda lucidità. Specie per chi ama la lingua inglese, l’ascolto di questa ragazzina svedese mette i brividi.

Insomma, è la santa medievale, distinta dalla martire dei tempi del primo cristianesimo.

Probabilmente è l’ultima figura che ci potessimo aspettare in questi tempi.

Da Santa, lei compie un’azione (quella semplicissima dello “sciopero dei venerdì”) con coerenza; e fa un ragionamento.

Non parla per immagini, né è un’immagine, un riflesso del proprio narcisismo, come siamo abituati nella società contemporanea.

Non è nostra amica, non sorride, non civetta, non ha nulla che appaia, non cerca nemmeno la nostra compassione e quindi non è vittima: ci informa del proprio autismo semplicemente per comunicare il motivo per cui non perde tempo a farci le moine.

Un po’ capisco la narcisista italiana cui Greta ricordava un personaggio di un film dell’horror.

L’azione di Greta – il piccolo sciopero simbolico del venerdì – sembra banale, ma ciò che è sempre contato nella santità sono la coerenza e l’esempio, come nel caso di Santa Zita di Lucca, la fantesca.

Per alcuni santi, poi è importante anche la parola, come lo era per Santa Caterina da Siena.

Greta, ci appare però sotto forma di immagine nei media, cosa che non mancano di notare i suoi detrattori.

La settimana scorsa parlavo con un amico che aveva lavorato come grafico per la Dreamworks, una ditta che ha creato opere meravigliose, una dopo l’altra. Ricche esteticamente, ma anche come narrazioni e come complessità di messaggi.

Poi il mio amico è stato invitato ad assistere a una riunione dei dirigenti, e si è trovato di fronte un’umanità totalmente incapace di creare alcunché, a parte i propri profitti: però quei vampiri sapevano cogliere quando una storia si può vendere.

In questo senso, Greta attira i media, senza esserne però in alcun senso una creatura.

Capiamoci, non so assolutamente nulla di chi sia la Greta vera. Essere contemporanei di una santa, oltre tutto all’inizio della sua carriera, fa un po’ ridere, infatti potremmo trovarcela tra trent’anni a capo di una multinazionale, oppure in galera per truffa.

Ma Greta oggi è un’icona (proprio nel senso religioso del termine), ed è quasi irrilevante se esista o meno: in fondo è un esempio, non certo una guida.

Non dà ordini, dice frasi che dette da chiunque altro, apparirebbero ovvietà; solo che sento persone che se le ripetono con quel particolare tono che ha l’ovvietà quando la capisci per la prima volta.

Ma sappiamo tutti che l’essere umano, finché non visualizza un volto umano, non riesce a interessarsi seriamente a qualcosa: la Guerra di Troia non sono certo la storia della concorrenza commerciale nell’Egeo del tredicesimo secolo a.C., è la storia di Achille ed Ettore e Ulisse, e anche la gelosia di Giunone per Era, e anche le domande che ci poniamo su Elena.

Ci dice qualcosa di importante sulla natura umana anche il fatto che una santa abbia potuto fare molto di più dei dotti o dei guerrieri. Mi piacerebbe anche fare un po’ di retroazione – Greta ci potrebbe aiutare a capire molto di più sul Medioevo.

La questione ambientale è complessa quanto tutto ciò che vive e si muove sulla terra: è l’insieme inestricabile di mutamenti genetici, desideri umani, prodotti chimici, leggi demografiche, venti, miniere, animaletti nel suolo e miliardi su miliardi di altre cose, sotto le ferree leggi della termodinamica.

Insomma, è talmente complessa che non può essere compresa a fondo nemmeno dagli scienziati più attenti; eppure, ci riguarda tutti ogni volta che mangiamo, ci spostiamo, produciamo qualcosa o dobbiamo pensare dove buttare ciò che non ci serve più.

Capire la questione ambientale è letteralmente una questione di vita e di morte per chiunque, dall’inizio dell’umanità; eppure è letteralmente impossibile per chiunque.

Dobbiamo capirla, ma non possiamo.

E’ sempre stato così, solo che mai gli esseri umani hanno vissuto un momento decisivo come questo.

Ieri Repubblica pubblicava questa foto della folla in salita sull’ultimo tratto del Monte Everest, dove sono già morti in nove quest’anno.

Penso che nulla renda possa rendere meglio il paradosso fondamentale.

Stiamo vivendo il Picco dell’Umanità.

Ci siamo arrivati in tempi brevissimi – il primo piede umano ha toccato l’Everest nel 1953, prima ci abitava soltanto Miyolongsangma, la demone donatrice che cavalca una tigre d’oro.

Noi in Europa troviamo sconvolgente un ritardo o una multa, e quando una volta l’anno non troviamo le arachidi al supermercato, cadiamo svenuti; e per quelli che vivono nelle parti meno fortunate del mondo, comunque le cose non vanno “peggio” (virgolette, il concetto è assai relativo) di cento o duecento anni fa.

Gli esseri umani non sono mai stati più numerosi, più sani e meglio nutriti, più preservati dalle guerre, più informati, più in grado di togliersi gli sfizi più improbabili.

Ed è esattamente questo il motivo per cui, dopo il Picco, si spalanca un abisso da togliere il fiato, senza nessun precedente nella storia della specie.

Leggi della termodinamica: non esiste e non potrà mai esistere la Macchina del Moto Perpetuo, e a maggior ragione, non potrà mai esistere la Macchina del Progresso Perpetuo.

Ma quanto è difficile dare un nome a quell’abisso, che non ha il volto umano degli ebrei, fascisti, comunisti, musulmani, padroni contro cui è così facile scagliarsi.

It cannot be seen, cannot be felt,
Cannot be heard, cannot be smelt,
It lies behind stars and under hills,
And empty holes it fills,
It comes first and follows after,
Ends life, kills laughter”

J.R.R. Tolkien

Ma come raccontare “ciò che non può essere visto”?

Greta ha scelto uno dei modi possibili: parlare di emissioni e di cambiamento climatico; che poi diventano, per milioni di giovani che dormivano durante le lezioni di fisica e giocherellevano con il telefonino durante quelle di biologia, il riscaldamento globale”.

Farà molto caldo, si scioglieranno i ghiacci e moriremo annegati.

Questa affermazione costituisce un’approssimazione alla verità, e se vogliamo, possiamo trovare altre approssimazioni decisamente migliori.

Ma l’approssimazione di Greta è molto meglio della menzogna sottostante all’intero sistema in cui viviamo, cioè che possiamo crescere all’infinito su un pianeta finito.

La visione normale del mondo viola molte più leggi della fisica di quante ne violi il terrapiattismo, e certamente fa più danni.

Insomma, è verissimo che non è ideologia, è (CO2)scienza.

Però questa versione è anche un mito, e ne possiede tutta la potenza.

E’ la quintessenza di tutte le storie eroiche: il mondo sta per essere annientato, e dipende da noi salvarlo, grazie all’unica forza che abbiamo, che è quella di essere ancora innocenti.

Questo mito è già presente forse in quasi tutti noi, se possediamo un’anima. Può comparire per un attimo, può migliorarci un po’, può diventare un’ossessione che porta alla follia e al crimine; ma è il senso profondo della nostra vita.

“It’s like in the great stories, Mr. Frodo. The ones that really mattered. Full of darkness and danger they were. And sometimes you didn’t want to know the end… because how could the end be happy? How could the world go back to the way it was when so much bad had happened? But in the end, it’s only a passing thing… this shadow. Even darkness must pass.”

J.R.R. Tolkien

L’innocenza è cosa fragile, in un mondo corrosivo come il nostro, in genere basta cercare lavoro per perderla. Ma questo non vuol dire che non ci sia.

Se tutti gli innocenti di questo mondo facessero la cosa giusta, il mondo sarebbe un posto migliore.

Ma cosa possono fare gli innocenti?

Camminare insieme in tanti fa prendere coscienza di esistere, crea una forte condivisione, senza cui non si fa nulla; ma come le processioni non fermavano la peste, i cortei non cambiano il clima: la magia deambulatoria non funziona.

E’ bene prendere coscienza dell’enormità attraverso le piccole cose, e la prima volta che ti chiedi, ma le buste che la Posta ti manda, con la finestrella di plastica, dove le butto? ti si apre un mondo. Anche di sensi di colpa.

Quindi cerchi di stare attento. Chi si lamenta, “ma non serve a niente”, non vale un dito delle ragazzine che ieri mattina si erano organizzate con i sacchetti e i guanti e cercavano di pulire in giro.

Però ciò non ferma il salmone pescato in Alaska, mandato, su navi con il carburante non tassato, in Cina per essere disossato e rimandato negli Stati Uniti per essere mangiato, che son cose così che uccidono il pianeta.

E qui inizi a pensare a cambiare le regole, e allora ti metti in politica, e ti rendi conto che senza un compromesso di qua e uno di là, non riesci a cambiare nulla. Alla fine, riesci a convincere i proprietari delle navi in questione a finanziare la donazione di tre alberi alberi al giardino pubblico della tua città, guadagnandosi in cambio di decorare le loro navi con un grande cartello La nostra econave porta l’ecosalmone.

Ma se non sei piddino nell’animo, rischi di essere sopraffatto dall’astio e dall’odio che divide l’umanità in due specie (ricordo dei mitici sfruttati e sfruttatori), dove ogni male alberga da una parte e ogni ragione dall’altra. E inizi a sospettare che tutta la realtà del mondo sia creata ad arte da quei mostri, e che tu non ti debba mai porre un dubbio.

Un’approssimazione maggiore alla verità ci porterebbe a pensare questo.

Non siamo noi che guadagniamo somme favolose portando pezzi di salmone e avanti e indietro attraverso i mari: è vero, sono i padroni, che intascano quelle cifre; e quindi arriva sempre il marxista che dice che il vero problema è di classe.

Però, è anche vero che loro sono padroni, perché noi crediamo che tutto dovrebbe essere più o meno gratis; e loro quasi quasi ci regalano cose che in realtà costano da far paura, solo che le fanno pagare alla terra, all’aria e al futuro.

Una volta, comprai un bello zaino su Amazon, robusto e con tante tasche, prezzo una ventina di euro o meno.

Quando mi arrivò, provai a tracciare il percorso che aveva fatto. Una cosa tipo,

ore 3.42 Hong Kong, ore 6.56 [perché la mia borsa correva veloce nello stesso verso del sole] Berlino, ore 9.50 Monaco ore 10.49 Milano – corriere – deposito – Firenze ore 22.34 – casa Miguel ore 8.31.

Qualche milione di molluschi preistorici immolati sotto forma di kerosene, per far fare alla mia borsa l’inverso del viaggio di Marco Polo, e senza nemmeno il piacere di guardare fuori dal finestrino.

Io ho voluto quella borsa, ho voluto pagarla venti euro, il costo non era venti euro, ma incomparabilmente di più.

In questo senso, ha capito tutto e niente il vignettista di Destra, Alfio Krancic:Se io rinuncio a pretendere che mi regalino le borse a spese del mondo, ci saranno miliardi di persone felici di prendere il mio posto.

Eppure non è un motivo per cessare di cercare di fare qualcosa, con tutta la nostra intelligenza, con tutta la nostra energia, cercando ogni piccolo buco che c’è nel grande muro.

“Fear both the heat and the cold of your heart, and try to have patience, if you can.”

J.R.R. Tolkien

Insomma è tutto molto, molto complesso, e possiamo solo sperare, che dopo che tanti si stancheranno, e tanti tradiranno, e qualcuno diventerà un rancoroso carico di odio e l’altro un politico della lista ecopolitica a sostegno dell’ecoaeroporto con l’ecoautostrada… resteranno altre e altri, che lentamente acquisiranno la coscienza per fare qualcosa che nessuno di noi ancora sa.

E ancora Tolkien:

“All that is gold does not glitter,
Not all those who wander are lost.”

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Dell’amore per i mondi

alla mia Conchita, dalla pelle scura e le vesti rosse, che nacque nell’Oaxaca in un anno che non sapeva nemmeno lei e che non è registrato in alcuna anagrafe e non sapeva leggere, ma era certo all’inizio del Novecento, che vide arrivare quelli e quegli altri, e li derideva con uguale saggezza,

con lacrime e affetto per tutto ciò che mi diede, e senza dimenticare il formaggio a rotoli di Oaxaca

Como queria encontrarte otra vez y decirte…

Al volo, apoditticamente.

Tanto, non troverò mai il tempo per sostenere ciò che dico.

Prendiamo il Messico, paese a caso.

Oggi quando pensate Messico, vi si arriccia il naso; ma in altri tempi, il divario tra quelli  in alto e quelli in basso era molto minore (erano gli anni in cui il ragazzo inglese se ne andava in India e si trovava meglio che a casa sua, e magari si faceva pure musulmano).

Nel 1810, la Nuova Spagna si rivoltò in base a un fantastico miscuglio ideologico.

Immaginatevi una comunità  di persone di enorme intelligenza e pochi mezzi, che doveva aspettare un anno perché le navi portassero i libri dalla lontana Europa, e poi ne leggeva ogni riga con un’attenzione per noi inimmaginabile,

nelle canoniche di chiese in cui pittori indios erano riusciti a superare i loro maestri arrivati dalle Fiandre, e dove una suora visionaria poteva corrispondere con un gesuita tedesco che si illudeva di aver scoperto ogni segreto del mondo (aspetta sempre un anno che ti arrivi la risposta).

Da questo mondo, dove si leggeva Aristotele in greco e Rousseau in francese, ma solo i francescani conoscevano la lingua dei Nahua, nacque una visione.

Innanzitutto, il Messico nasce come resistenza contro Napoleone e la Rivoluzione Francese.

La Insurgencia non fu del tutto diversa dalle rimosse Insorgenze italiane, perché si trattava innanzitutto di respingere l’orrore francese, che si stava imponendo sul mondo.

Poi, ci fu il richiamo al Medioevo spagnolo, ai diritti dei fueros, quindi a una visione del mondo ancora non dominata dalla proprietà privata.

E qualche prete (perché la nostra fu alla fine una rivoluzione tragica di preti) che ogni domenica dava la comunione agli indios, che avevano millenni in più di storia di loro. E standosene nei villaggi, se ne rendevano conto.

Poi ci fu José Servando Teresa de Mier Noriega y Guerra, frate domenicano discendente dei duchi di Granada, che nel luogo dove la Madonna Morena era comparsa all’indio Juan Diego, raccontò al mondo che l’apostolo Tommaso non era stato solo in India, sarebbe arrivato anche in Messico sotto le vesti di Quetzalcoatl, il serpente piumato.

Il domenicano, dopo innumerevoli incarcerazioni in due continenti e dopo essere stato premiato dal Papa per aver convertito ben due rabbini giudei, avrebbe conosciuto Alexander Von Humboldt, che fu uno dei primi a capire come si stava devastando l’ambiente delle Americhe.

Ma anche, contemporaneamente, c’era l’idea che si dovesse fare come avevano appena fatto negli Stati Uniti, solo molto meglio, perché da noi c’era una ricchezza infinitamente maggiore, e questa idea, per nulla peregrina in apparenza, avrebbe finito per creare il mostro messicano, ma possiamo darne la colpa a chi in quegli anni sognava un mondo antico e nuovo e rinnovato?

Sogni covati nel segreto delle logge massoniche, che hanno sempre avuto un ruolo cruciale nella storia messicana – non conosco nessun altro paese che ricordi tutto un pezzo della propria storia come la guerra tra due logge.

Forse è destino che ogni sogno si trasformi in incubo.

Infatti, da quel momento sono nate le due storie del Messico, esempio di simbiosi conflittuale.

Le due storie si confermano e si alimentano a vicenda.

Nella prima storia, il Messico, che pure sarebbe ricchissimo, fa schifo perché è pieno di indios che invece di pensare a fare i soldi, si sbronzano, credono ai santi e non sanno diventare moderni e non sanno coltivare le terre in funzione del mercato mondiale.

Nella seconda storia, il Messico, che pure sarebbe ricchissimo, fa schifo lo stesso, perché è pieno di indios/vittime, sfruttati dagli statunitensi, se no sarebbero riusciti a trasformare la Sierra in un meraviglioso mondo industriale come Chicago.

In entrambe le storie, c’è la Malinche, la madre di tutti i messicani.

La nostra madre Malinche, piccola ragazza Nahua, venduta dal babbo mercante (che i Mexi’ca erano mercanti e stronzi quanto i fiorentini) a un Maya. E già son due mondi, e pure a pochi anni di distanza: la piccola nasce quattro anni dopo che quelli che l’avevan tanto amato, bruciarono al rogo Savonarola.

Poi fanno naufragio sulle coste dei Maya, due spagnoli a caso.

Uno dopo dieci anni si fa riconoscere da Cortés, ma l’altro decide di schierarsi contro gli invasori spagnoli, e muore come Maya, combattendoli.

Perchè con tutto il male che si dice della Cristianità, la Cristianità seppe porsi, già allora, dei dubbi e delle domande che il nostro mondo non osa più porsi.

E son già tre mondi.

E poi arriva Hernán Cortés, che è il quarto mondo: l’imprenditore che se ne sbatte, e ha il cuore di ghiaccio.

Ci sarebbe da odiarlo, se non avesse avuto un’intelligenza, che pochi esseri umani hanno avuto in tutti i millenni della nostra esistenza.

Cortés si incontra con il naufrago spagnolo che parla in Maya con la  Malinche, e lei fa da interprete per il Nahuatl

una volta io e una piccola donna ci siamo impegnati di fare del Nahuatl la nostra lingua segreta, ma io non ho mantenuto il mio impegno

Poi Cortés ebbe un figlio con la Malinche, e quel bambino fu il primo dei messicani.

Nella narrazione ufficiale, la Malinche è la madre del primo hijo de puta del continente.

Lei, e solo lei, che si sarebbe concessa a uno spagnolo (ma nessuno chiede il conto a suo padre), sarebbe la colpevole del destino catastrofico del Messico.

Pensate alla mezzagrandegente, i meticci, quelli che si vergognano di essere un po’ indio e odiano essere un po’ spagnoli, quanto odio devono conservare verso di lei: voi avete Adolf Hitler, noi abbiamo la Malinche.

Ma nella narrazione della piccola gente, che non ha fatto parte delle storie ufficiali, e che ho sentito a frammenti nella mia infanzia, la Malinche era la Llorona, colei che piangeva i tre figlioli, che il padre malvagio aveva fatto scomparire.

E c’è una sintonia tra la Malinche, la nostra Cattiva Primordiale, e Antonieta Rivas Mercado, che l’11 febbraio del 1931 si sparò al cuore, nella basilica di Notre Dame di Parigi, con la pistola che le aveva regalato José Vasconcelos.

José Vasconcelos era l’uomo che il nuovo regime, che si illudeva di redimere il Messico, aveva incaricato di creare lo spirito messicano.

Vasconcelos fu il padre delle scuole e delle maestrine che avevano il coraggio di recarsi per stipendi nulli nei villaggi di gente che non sapeva cosa fosse la lingua spagnola.

Vasconcleso inventò la Raza, il cuore della messicanità: il mito riconciliatore che univa insieme aztechi e spagnoli, cristiani e pagani in una nuova identità.

Il Messico, l’ha creato lui, se vogliamo, e ha prodotto quegli artisti che voi conoscete (chessò, la Kahlo con le sopracciglia nere nere, ma anche Rufino Tamayo che incontrai da bambino).

Ma essendo una persona profondamente limpida, Vasconcelos si accorse anche della mostruosità del nuovo regime, e scelse a un certo punto di combatterlo. Si presentò alle elezioni e ovviamente perse, 95 a 5.

A pensarci, la nostra storia è tutta da piangere, solo che questo è molto diverso dal vittimismo.

Le lacrime sono sangue, dal sangue nasce vita, dal vittimismo non nasce nulla.

In soffitta ho un’enciclopedia intera scritta negli anni Sessanta, contro e per amore degli indios.

Un tale che li amava e li odiava profondamente, ha scritto volume su volume, andando nei villaggi e nei campi, spiegando luogo per luogo, comunità per comunità, come fossero insieme vittime e incapaci di modernizzarsi. Ogni volta che si poteva sognare la modernità, quelli russavano tutti embriachi.

E penso a Giuseppe Pitrè, che un secolo e mezzo fa, raccolse venticinque volumi di storie sui siciliani, che sicuramente sono quanto di più simili ai messicani  vi sia nel Vecchio Mondo.

Conoscete la retorica criminale, che si applica a ogni paese del Terzo Mondo: il Messico fa schifo, aiutiamolo!

E se invece fosse il contrario… che il México Profundo non facesse affatto schifo?

I campi/milpa coltivati con tante piante diverse, attente a non sopraffarsi a vicenda…

la rotazione decisa degli anziani un po’ sbronzi di fronte alle immagini di santi arrivati da pazzesche storie di martiri dimenticati in Europa, ma pur sempre efficaci  grazie all’eroismo di frati anche italiani, che nel Cinquecento e nel Seicento arrivarono nel Nuovo Mondo, sperando che potesse valere di più del marcio Vecchio Mondo…

La certezza che la biosfera spessa pochi centimetri dovesse sopravvivere e ancora nutrire i nipoti, senza riempirsi di veleni…

La certezza che la vita dei vivi sia inscindibile da quella dei morticini, come si diceva una volta anche in Italia, i muertitos, la dolcezza di tutti gli avi cui ho voluto bene, dei teschi e delle tibbie e degli affetti…

La sapienza del sangue, il sangue che sgorga dalle ferite, scorre nelle vene, nelle stagioni che ricorrono, nelle stragi e nelle guerre, nel mais…

La certezza che i vivi, i morti e quelli che verranno dopo sono come i vermi e i sassi, ma uniti solo da riti e cerimonie e sussurri e suoni di piffero…

la certezza che la nostra breve comparsa sulla terra consista nel vedere i luoghi attorno a noi, nel tessere e curare relazioni, nel costruire con le mani piccole cose di bellezza (e quante cose straordinarie hanno costruito piccole mani oscure messicane), nel non dimenticarsi di festeggiare ogni rito, senza mai dimenticarne uno…

e nelle pieghe del formaggio di Oaxaca, la terra dei monti che è rimasta india solo perché lì c’era la cocciniglia,  il minuscolo parassita che sapeva creare il rosso che noi, bianchi, eravamo incapace di creare.

Solo gli avi della mia Conchita, cui devo tanta parte della mia vita, possedevano la saggezza della cocciniglia, e grazie a lei è sopravvissuta la lingua degli zapotechi.

Che, mi sembra  giusto precisare, ha più o meno lo stesso rapporto con la lingua degli Aztechi o dei Maya, che ha il giapponese con l’aretino.

E io, dopo aver espresso il mio amore per tanti mondo, ammetto di capirne quanto voi.

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La Destra futura

Ieri ho presentato un’ipotesi.

Che in una società in espansione energetica, le persone tendono a dividersi in due grandi schieramenti: quelle contente del Presente, e quelle che vorrebbero ancora di più dal Futuro.

A questi schieramenti, che esistono realmente, diamo i nomi molto discutibili di “Destra” e “Sinistra“, aggiungendovi un sacco di cose secondarie, da dove vanno in vacanza a cosa pensano dei veli delle donne musulmane.

Ma quando la bolla energetica inizia a contrarsi, quelli di Sinistra perdono l’appiglio del Futuro, e quindi si disgregano, si frantumano in mille pezzi che riescono a stare insieme solo rievocando emotivamente la Seconda guerra mondiale.

Così la difesa del Presente resta tutta in mano a quelli di Destra.

Che vogliono far sopravvivere un mondo fatto di commerci globali, livellamento del pianeta agli standard industriali, annientamento di ogni diversità (umana, animale e vegetale).  Altroché reazionari e arcaici che vivono nel Medioevo, come nella retorica della Sinistra.

A Sinistra vige l’idea di un’oscura cospirazione di destri contro cui bisogna vigilare; ma qui intendo piuttosto una reazione naturale dell’umanità stessa, che verrà fuori inevitabilmente.

Quindi è inutile cercare eventuali ipocrisie o aspetti antipatici, che esistono ovunque.

Da questa tesi, deriva una conseguenza.

Adesso che siamo arrivati al Picco, i primi a pagare saranno le persone meno tutelate.

Chi fa lavori “vecchi” come gli operai nelle fabbriche, i piccoli negozianti, i pendolari che fanno centinaia di chilometri, tutti quelli che non hanno studiato perché avevano altro da fare: non voglio esaltare o denigrare nessuno, mettiamo sullo stesso piano quindi chi fa turni di notte per mantenere la bambina malata, e quello che non ha studiato perché andava a fare turismo sessuale in Tailandia.

Ora, poniamo che i governi decidano di imporre alcune misure indispensabili,  semplicemente per avvicinare i prezzi del progresso ai suoi costi reali.

Questo significa che il pendolare non avrà più il posto macchina garantito, dovrà pagare di più per la benzina e contemporaneamente per il riscaldamento, e siccome i problemi non vengono mai da soli, mentre paga di più il carburante, dovrà pagare pure per rendere meno inquinante la propria caldaia.

Quando va al supermercato, dovrà comprare cibo conservato con materiali più costosi di quelli attuali; e siccome si tassa finalmente una parte dell’inquinamento provocato dalle navi, non troverà più cibo a prezzi stracciati da ogni angolo del mondo.

Questa gente già non naviga nell’oro, e quando non riuscirà più a pagare l’affitto o il mutuo, dovrà andare a vivere in luoghi ancora più lontani dal posto di lavoro, dipendendo ancora di più dal petrolio.

Insomma, appena questa gente comincerà a sentire la pressione della questione ambientale, si ribellerà in massa – abbiamo già visto la rivolta dei Gilets Jaunes in Francia.

A quel punto, milioni di persone diranno

“I radical-chic ci hanno mentito, ci stanno spolpando per trasformarci in gretini!”

Questo comporta un altro paradosso interessante: il mondo di queste persone, gli ultimi “lavoratori” dell’Occidente, dipende dalla globalizzazione.

Ma siccome la coperta globale si restringe, chiunque la tiri dalla parte sua diventa un nazionalista, un sovranista, perché ne priva qualcun altro.

E quando tutti tirano dalla propria parte, addio globalizzazione: che mi sembra sia all’incirca lo scenario del conflitto tra Cina e Stati Uniti in questi giorni.

A questo punto, la situazione si fa interessante.

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I conservatori del presente

Una cosa che mi meraviglia è l’agitazione che coglie certe persone, che potremmo definire “di Destra”, quando si parla dei grandi temi ambientali dei nostri tempi.

Ieri ho ascoltato un discorso dell’ormai mitica Greta Thunberg. Dove lei propone un concetto molto, molto semplice: se, come dicono gli scienziati, la questione più importante al mondo è il cambiamento climatico, perché i politici non ne fanno la questione più importante, su cui basare le loro decisioni?

Lasciamo perdere ogni valutazione della premessa: quello che è interessante è notare che non ci sono nemici in questo concetto; e non viene detta una parola sulle cose che normalmente eccitano gli animi – migrazioni, matrimoni gay, terroristi islamici o roba del genere.

Insomma, tra quelli che inveiscono contro i gretini e la stessa Greta non c’è simmetria.

Evidentemente ciò che colpisce la gente di “Destra” èqualcosa di sottinteso: se io riconosco che sono in emergenza ambientale, devo fare qualcosa per uscirne.

E questo mi porterà inevitabilmente a mettere in dubbio il commercio globale, l’asfalto, l’agricoltura industriale, le mandorle dalla California e il petrolio dall’Arabia Saudita.

Però come mai toccare queste cose, per uno di Destra, diventa come toccargli la mamma?

A me sembrano tutte cose parecchio moderne, e non dovevano essere conservatori, quelli di Destra?

Chiederglielo è inutile: uno spera di sentire una spiegazione alternativa della situazione del mondo, e invece trova un insieme di:

– le signore radical chic che fanno le vegane,

– un’estate di vent’anni faceva talmente caldo che ti passava la voglia anche di fare un tuffo

– Greta Thunberg ha la mamma scrittrice che ha un amico giornalista

– ho letto in un post che qualcuno ha scritto trent’anni fa non si sa bene dove che gli piacevano più i gatti dei cristiani.

Sarà pure tutto vero, ma perché agitarsi così tanto?

Alcune persone di Destra dicono di paventare “il culto della Natura”, o che si finisca per diventare stregoni neopagani.

Che tra gli innumerevoli rivoli di persone che iniziano a preoccuparsi per l’ambiente, ci siano anche le signore americane che fanno le sacerdotesse wiccane è vero, ma non è esattamente la stessa cosa dei 15,000 scienziati che hanno firmato un appello per avvisarci che siamo alla frutta.

A questo punto, nasce una riflessione, vediamo cosa ne pensate.

Quelli di Destra sono conservatori del presente, non del passato.

Immaginiamo un sistema in crescita, grazie al carbone prima e al petrolio poi.

Tutto si espande – le città, le informazioni, le strade; tutto diventa più veloce, fino ad arrivare all’azzeramento del tempo stesso grazie alle telecomunicazioni; ognuno diventa più autonomo, con la propria automobile che gli permette di scappare dal villaggio in pochi minuti. Sei svincolato da ogni forma di solidarietà diversa dall’anonimo pagamento delle tasse.

Tutti sono sostanzialmente contenti.

O meglio, ci sono quelli contenti così (cioè del Presente), e quelli che vorrebbero ancora di più di ciò che la bolla energetica offre: ad esempio, più soldi, o semplicemente più consumi, o più diritti legali.

E questa espansione, questo fantasticare su ciò che sarebbe possibile, si situa nel Futuro.

Questo forse è il processo che genera una “destra” e una “sinistra”.

La Destra è contenta del presente; la Sinistra vuole il futuro, e quindi è anche tendenzialmente più creativa.

Quando però arriviamo al picco e la bolla inizia a sgonfiarsi, inizia la Decrescita Involontaria.

Il futuro non è più immaginabile come un “mondo migliore”, anzi…

La Sinistra perde la propria ragione d’essere; ma la Destra si trova a dover difendere le frontiere più estreme dell’espansione energetica, che iniziano a vacillare.

La Destra adesso deve salvare dalla decrescita l’intero castello della modernità, e trova una leva psicologica facile: il fatto che molti, proprio tra la gente semplice, hanno interesse a difendere il presente contro la minaccia di ciò che verrà.

E il Presente è fatto proprio di commercio globale, asfalto, banche, cibo industriale.

La storia non si ripete mai, però il futuro che ci attende in qualche modo somiglia al Passato: sarà per forza molto più locale, ad esempio. E quindi la Destra si rivolge soprattutto contro il “Passato”, invece di cercare una maniera intelligente di ritornarci.

E’ un po’ come quando mi scontro con certi conservatori che trovano che la cosa più normale al mondo sia regalare uno smartphone al nipotino per la prima comunione.

Da nonni cresciuti quando il telefono a gettoni era una rarità, uno si aspetterebbe una sensibilità diversa; ma la conservazione consiste proprio nell‘attaccarsi a qualunque novità e tenersela stretta.

Questa evidentemente sarà l’immensa forza politica della Destra: il rifiuto molto umano di cedere, di ritirarsi, di rimpicciolirsi.

Se questa ipotesi ha qualche fondo di verità, ci sarebbe da chiedersi, e la Sinistra?

Perduto il futuro, le restano varie cose, piuttosto confuse: associarsi alla Destra nel difendere il Presente, limitarsi a piccole cose simboliche che richiedono un apporto energetico ridotto (i famosi “diritti individuali”), oppure cercare di usare la capacità di immaginazione tipica di certa sinistra, per inventare piccoli mondi che permettano di sopravvivere alla decrescita che avanza.

Ecco perché trovi gente che zappa la terra con le proprie mani, o denuncia le devastazioni della tecnologia, e si dichiara “di Sinistra”. Cose che sanno di ritorno al Passato.

Tutto questo può essere tenuto insieme solo da una forte fantasia emotiva; che non potendo essere positiva, diventa negativa: ecco l’incredibile ritorno di moda della Seconda guerra mondiale. Che c’entra forse poco con ciò che stiamo vivendo, ma permette di avere qualcosa da opporre alla Destra.

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Che bello, si vota!

Non so se credo alla democrazia parlamentare, nel senso in cui i bambini ci credono a Babbo Natale; ma certamente la amo, proprio come i bambini amano il Natale.

Il 26 maggio, da noi si vota per il Sindaco.

In  realtà le elezioni si sono già svolte il 26 novembre del 2018, quando si è riunito un consesso di ben 450 imprenditori a cena all’Obihall.

Savonarola non avrebbe preteso molto di più, quando impose ai notabili fiorentini che ci doveva essere una sala in grado di accogliere ben Cinquecento cittadini.

Il Convito dei Quattrocentocinquanta ha deciso in un plebiscito, assolutamente libero, di confermare l’attuale Sindaco, come ci racconta il Corriere Fiorentino:

nardella-frittelli- Un’elezione in piena regola, ed è un po’ uno spreco farne poi un doppione per il popolo, tirando in ballo Casapound, spacciatori marocchini, la foto con i bambini dell’asilo, (non sono un bambino dell’asilo, ma gira pure una foto mia con il sindaco, il presidente del quartiere e un assessore), la pronipote del partigiano e tutte le altre cose che entusiasmano gli animi semplici.

Il Partito Unico è così unico che si è dovuto dividere in cinque, per accontentare almeno una piccola parte di tutti quelli che vorrebbero candidarsi con il vincitore.

Così invece di 36 candidati per 36 seggi, il Partito Unico riesce a presentarne 180, solo in Comune, e senza considerare i cinque consigli di quartiere, che hanno credo 20 consiglieri ciascuno: quindi arriviamo a 20 x 5 x 5, e siamo a circa mezzo migliaio.

Quindi qualcosa come settecento persone, più coniugi e ascendenti e discendenti e cugini e amici e clienti e dipendenti e soci.

Senza contare tutti quelli che avrebbero voluto essere candidati, ma dopo cinque liste, basta, mica si può candidare un’intera città. Credo che sia un problema tecnico, una roba che riguarda le dimensioni dei fogli che gli elettori devono infilare nell’urna.

Le elezioni, noi si diceva, sono un po’ come il Natale, perché è un periodo in cui piovono regali; e un po’ perché è come doveva essere il Carnevale nei bei tempi andati: a Carnevale ogni elettore vale.

Il contadino balla sull’altare, il politico viene a cercare proprio te e ci resta pure male se non gli dai del tu. In questi giorni, ho stretto personalmente la mano a quattro aspiranti sindaci, e sicuramente la stringerò ad altri. E il bello è che mi stanno tutti simpatici.

La lumachesca vita politica, fatta di infiniti ostacoli insuperabili, improvvisamente si anima, per poche gloriose settimane, tutto diventa allegro e veloce e sembra quasi possibile.

Però, a parte fare felice me, non capisco bene perché si facciano le elezioni, quando si è già votato e deciso.

Non dovete pensare a un popolo terrorizzato dal bastone.

A nord di Firenze, ci sono i crucchi, che hanno un superio terribile che impedisce loro di fare gli arroganti.

A sud di Firenze, ci sono i meridionali, che stanno molto attenti a non rischiare di offendere qualcuno che potrebbe farli fuori, e quindi non fanno gli arroganti.

In mezzo, ci sono i fiorentini, che non hanno né superio né paura, e quindi parcheggiano sulle strisce e ti riempiono di insulti se glielo fai notare.

Piuttosto, pensate a un popolo che dice, “ma perché mi devo negare la possibilità di una carota?

Immaginate di possedere, come molti fiorentini, un ristorante.

Me ne sto sull’uscio del locale, le mani tutte unte della carta chimica degli scontrini (mentre i bengalesi sudano in cucina), e te tu mi fai un predicozzo sui mille e uno difetti dell’amministrazione.

A Firenze, tra un’elezione e l’altra tutti ce l’hanno con l’amministrazione qualunque cosa faccia.

Il nostro sindaco, con il suo splendido senso dell’umorismo, riassunse la fiorentinità raccontando una storiella:

un  bambino cadde nel fiume.

Un passante lo vide, si lanciò in acqua, e lo tirò fuori, e lo riportò alla mamma.

Che squadrò tutta arcigna il salvatore, e gridò, e i’ cappellino indove l’è?!

Ma  adesso siamo alle elezioni, e io proprietario del ristorante, ti chiedo, perché mai dovrei giocarmi la possibilità di avere il permesso di fare un dehors sulla piazza, per accogliere ancora più turisti?

Ogni tanto, i non fiorentini mi chiedono cosa sia questa istituzione cruciale di Firenze, il dehors. Eccovene uno

E così sfoglio la lista dei candidati delle liste civetta del Sindaco, e ci trovo gente che inveiva in modo terribile contro l’Amministrazione.

Direte siamo in democrazia, il voto di un ristoratore conta quanto quello della vecchietta che si è innamorata in televisione di Salvini.

Sbagliato, perché mentre la vecchietta non se la filano nemmeno i nipoti, il ristoratore è lui più i suoi parenti e quelli della moglie, nonché dieci dipendenti e i loro parenti, nonché il giro dei clienti speciali, nonché i fornitori, nonché i loro parenti e dipendenti e i parenti dei loro dipendenti.

Soprattutto, c’è Lapo Taldelletorri, che è Conte grazie all’antenato proprietario di un’osteria, che nel novembre del 1267 ebbe l’accortezza di schierarsi con quello che sarebbe diventato il Partito Unico di allora, la Parte Guelfa. E Lapo Taldetelletorri possiede ettari ed ettari su cui crescono i vigneti dove si formano i vini che il ristoratore mette a tavola per i clienti.

E infine c’è il figliolo del cuoco, che ha otto anni e gioca a calcio nella sottosquadretta che perde sempre, ma sogna di avere l’uso un mercoledì pomeriggio sì e uno no del campetto sportivo, e non è mica il caso di sputare sull’assessore che deve decidere se concedertelo o no.

Tutti gli assessori che conosco sono più simpatici della media dei fiorentini (vabbene, direte ci vuole poco, provate a digitare su Google “come sono i fiorentini”), e ognuno ha un piccolo difetto che lo rende ancora più simpatico. Ti sanno ascoltare, ed è un piacere parlare con loro. Se fossi costretto a vivere su un’isola deserta, sceglierei come compagnia i politici fiorentini.

So che molti, che non fanno i politici, pensano che i politici campino di tangenti, poi paghino la stampa per mettere a tacere la faccenda, e magari ti mandino un sicario a farti fuori se osi parlarne.

Ecco, io non posso escludere nulla, ma non penso esattamente alla corruzione.

Se Tizio ti paga per permettergli il dehors, mezz’ora dopo si può essere sicuri che Caio correrà in tribunale per capire perché a lui non gli hanno concesso il dehors.

A Firenze, quindi, basta che Tizio e Caio si mettano d’accordo, arriva il dehors per tutti e due, e non c’è pù bisogno di corrompere nessuno.

E se tutto è stato fatto correttamente, per quale motivo un giornalista, pagato pochi euro per un articolo, dovrebbe rischiare querele?

Ma soprattutto, i politici sono la parte infima della politica della città.

I politici sono impotenti di fronte a migliaia e migliaia di regole più grandi di loro, imposte dallo sterminato dispositivo di un secolo e mezzo di leggi, dalle decisioni del parlamento e dell’Europa e di chissà quante altre realtà…

L’Amministrazione millanta infatti un sacco di cose brutte, che non ha mai fatto, perché non potrebbe farle. Ogni giorno scopro nuove innocenze dell’Amministrazione.

Poi i politici sono impotenti di fronte a tutti coloro che sono pronti a denunciarli non appena gli affari vanno male, non appena un ramoscello cade da uno delle infinite migliaia di alberi della città, non appena un turista si lamenta su Facebook per il sapore della bistecca chianigiana in un locale qualunque, non appena un rancoroso vede che tra cinquanta persone in una foto con un politico, c’è uno di Casa Pound…

I politici poi sono impotenti di fronte ai funzionari, di cui pochi conoscono nome e cognome. Il Sindaco nomina come proprio padrone un Direttore Generale del Comunedi cui tutti ignorano l’esistenza fino al momento in cui scoprono che è lui che dà gli ordini.

Tutti i funzionari sanno che alla fine sono loro che finiranno in galera qualunque cosa succeda, e quindi si dedicano al compito cruciale di impedire che succeda qualunque cosa.

Sindaco, sorridente, dice, si può fare…

triste faccia solcata dalle rughe del Funzionario, NO, NON SI PUO.

Sindaco, poretto, si ritira nel suo guscio.

Ma soprattutto, i politici sono impotenti di fronte al Convito dei Quattrocentocinquanta.

Il Convito non ama questi politici, li potrebbe liquidare da un giorno all’altro, e sostituire con altri. Del Partito Comunista, di Forza Salvini, non importa. L’importante è che farebbero le stesse cose.

E’ allora che capisco che il Partito Unico, che tanti odiano e alcuni amano, non esiste.

Esistono solo piccoli, fragili mortali,  come la tenera e saggia amica consigliera, che prima di scomparire riuscì a ottenere parecchie cose buone per il nostro quartiere, che mi disse:

“voi che non siete del PD, ne parlate male, ma noi che ci stiamo dentro, sappiamo che è peggio”.

Ma lei, ovviamente, era molte spanne al di sopra di tanti che conosco, che parlano male del Partito Unico.

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Una piccola digressione sulla differenza tra prezzi e costi

Al volo, visto che ci sono le elezioni (poi ve le racconto), un sacco di lavoro e mi preparo a un viaggio inquinante…

Scrivo in pochi minuti su un argomento complesso, e rischio di dire castronerie, che ovviamente correggerò a mano a mano che mi arrivano le sacrosante bacchettate dei commentatori.

Però mi sembra un esempio perfetto della differenza che c’è tra prezzi e costi, e che è la base di tutto il problema ambientale.

Ci sono due principi su cui mi ritrovo in pieno con i liberisti.

Il primo è che non si è mai visto un pranzo gratuito.

Il secondo è che il prezzo (i soldi che paghi) dovrebbe rispecchiare il costo.

Però…

Leggo superficialmente della vicenda del Gran Sasso.

In giro c’è l’idea un po’ moralista che quelli che stanno avvelenando il pianeta siano necessariamente solo quattro cattivi che vogliono fare il loro terzo miliardo di dollari, così si possono comprare il Coniglio di Koon (un oggetto in acciaio inox, alto circa un metro, che è stato appena venduto per 91 milioni di dollari, come ci segnala il commentatore Francesco).

Ma nel nostro caso, il cattivo è l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, che si è scavato un buco nel cuore del Gran Sasso, approfittando del fatto che c’è già un tunnel per far scorrere più veloce il traffico automobilistico.

Allora, immaginiamoci la spesa:  qualche lavoro sotterraneo di muratura, gli stipendi per alcuni ricercatori precari che notoriamente campano di aria, un po’ di materiali, semplice, no?

Questo è il prezzo dell’opera, la somma in soldi che lo Stato o qualcun altro (ripeto, scrivo senza approfondire) deve sganciare.

A questo, si contrappone un guadagno per la collettività, in termini di conoscenze. Che poi saranno in parte utili per comprendere meglio l’universo e in parte, forse, per far muovere l’economia, e farci più ricchi e felici tutti.

E siccome qui non stiamo parlando di avidi imprenditori, sembra anche carino questo bilancio:

“abbiamo speso un po’ di soldi, ma abbiamo guadagnato in conoscenze che arricchiranno i nostri figli”.

Ho scritto sopra, un po’ di materiali, leggo che questi comprenderebbero tra l’altro

2.300 tonnellate di sostanze pericolose usate per alcuni degli esperimenti dei laboratori di Fisica Nucleare del Gran Sasso”.

La definizione di sostanze pericolose è sicuramente soggettiva, e probabilmente si potrebbe discutere all’infinito su ciascuna di queste sostanze.

Ma la cosa importante è che un po’ di questa roba è scappata e ha contaminato l’acqua che bevono 700.000 persone in tre province.

La Prefettura dell’Aquila (che conoscendo prefetture e aquilani, non dovrebbe essere composta da seguaci di Greta Thunberg) comunica:

” “l’acquifero carsico del Gran Sasso che si estende su tre province su una superficie di 970 chilometri quadrati, è da considerare quasi per intero a rischio contaminazione in quanto rientrante nell’area di influenza di un incidente rilevante che potrebbe accadere all’interno del laboratorio dell’Infn. L’inquinamento della falda, che viene utilizzata a scopo idropotabile da circa 700.000 persone, potrebbe pregiudicare il consumo umano sia per le acque captate direttamente dal traforo autostradale sia per quelle provenienti dalle sorgenti poste lungo il perimetro della citata idrostruttura”.

San Filippo Neri, che era nato a trecento metri da casa mia, ebbe un’intuizione straordinaria a proposito dei pettegolezzi:

Un giorno a Roma andò a confessarsi da San Filippo Neri una donna molto pia, ma facile alla maldicenza e perfino alla calunnia. Il santo ascoltò pazientemente la penitente, poi le disse:”Come penitenza, prenderai una gallina, percorrerai le vie principali di Roma, strappandole lentamente le piume, che getterai al vento. Poi ritorna da me.”

La donna ubbidì. Al suo ritorno il santo aggiunse:”La penitenza non è ancora finita. Ora devi rifare le strade percorse e raccogliere tutte le piume che hai seminato!” “Ma è impossibile!” San Filippo, allora, seriamente concluse:”Così è della maldicenza, dei pettegolezzi e delle calunnie. Facilmente si disperdono ovunque e la riparazione troppo spesso è impossibile”.

Ora, raccogliere le piume di una sola gallina sparse per quattro strade di Roma presumo sia infinitamente più facile che ritrovare ennemilamiliardi di molecole di toluene e rificcarle ad  una ad una dentro il vaso di Pandora.

Wikipedia:

Il toluene danneggia i nervi, i reni e probabilmente anche il fegato. L’inalazione dei suoi vapori produce sintomi di stanchezza, nausea, confusione, disturbi alla coordinazione dei movimenti e può portare alla perdita di coscienza.

Ora, io non ho idea di quanto toluene sia stato  riversato, di quanto male faccia – sospetto però che nemmeno quelli che sanno molto più di me, abbiano le idee chiare in merito.

Il problema fondamentale è come si fa a pulire una falda acquifera, per giunta sotto una delle montagne più alte d’Italia?

E come si fa a valutare gli effetti sulla salute di gente tra venti, trent’anni?

Magari non succederà niente, oppure decine di migliaia di abruzzesi dovranno ricevere cure che lo Stato non è in grado di sopportare.

Non lo sappiamo ancora, e questo è il punto fondamentale da considerare ogni volta che calcoliamo il costo e non il prezzo.

Andiamo avanti.

Il primo costo è stata la parziale chiusura del tunnel del Gran Sasso.

E qui entriamo nella meravigliosa interazione con il Diritto, cioè quel bizzarro sistema di fantasie condivise che poi decide della nostra vita concreta. Mica dico che non ci voglia, visto come è fatta la specie umana, ma è sempre un’affascinante scoperta antropologica.

Sul Diritto (in questo caso islamico, ma i meccanismi sono molto simili), mi ricordo una lezione fondamentale quando qualcuno mi invitò a riflettere su cosa succede, legalmente, a un bravo cammelliere, astemio, che cavalca un cammello ubriaco: e l’alcol penetra, sottile, attraverso le vesti e i pori ed entra nelle arterie del pio musulmano.

Ecco, il Diritto è il meccanismo preposto a rispondere a queste domande.

Una ditta che si chiama allegramente Strada dei Parchi deve scegliere.

Visto che il buco è responsabilità loro, dovrebbero pagare velocemente 172 milioni di euro per impermeabilizzarlo (aggiungere alla colonna, possibili costi). Che oltre a essere 172 milioni di euro, significa anche chiudere il tunnel per tutto il tempo che occorre per impermeabilizzarlo.

Ma se lo facessero, avverte il Ministero:

“rappresenterebbe una procurata interruzione di pubblico servizio che equivarrebbe a un inadempimento grave da parte della società”

E rischierebbero di perdere tutto l’appalto.

Infatti, se chiudessero il tunnel, ci sarebbero un sacco di ricadute anch’esse difficili da calcolare, tipo la merce che arriva troppo tardi a una ditta già sull’orlo del fallimento, si suicida il proprietario e suo figlio deve pagargli la tomba al cimitero.

I commentatori giustamente mi correggeranno molti dettagli, ma non riesco a immaginare un esempio più chiaro della radicale differenza tra prezzi e costi.

E finché ci illuderemo che i prezzi coincidano con i costi, continueremo a distruggere il pianeta su cui i nostri figli dovranno vivere.

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La politica e i rifiuti

Politica è un termine che ha molti significati.

Vuol dire ovviamente la gestione della polis e della vita comune, e in quel senso potrebbe pure essere una bella parola.

Poi vuol dire i selfie di Salvini, gli scambi di insulti su Facebook, il moralismo isterico contro pittoreschi gruppetti di estremisti o sui matrimoni gay o sui luoghi di preghiera dei musulmani.

Ma soprattutto, diciamocela, nei fatti, la vera politica è un’altra cosa, in un certo senso molto più semplice.

Leggo sul Fatto Quotidiano:

“Madonna faccio una figura della Madonna… c’ho mezza Forza Italia cazzo stasera… Tutti quelli di Varese… Tutti i numeri uno di Forza Italia di Varese son lì figa… Faccio una figura faccio… Se va bene stasera Emi… minchia… sei il mio Maradona cazzo…”.

E’ incontenibile l’eccitazione dell’imprenditore dei rifiuti Daniele D’Alfonso, titolare della Ecol-Service srl, inconsapevole naturalmente di essere ascoltato in diretta nell’indagine che oggi lo ha portato in carcere insieme ad altre 27 persone.

Il che ci riporta – come sempre – alla chiave della civiltà moderna, il suo prodotto principale,  i rifiuti.

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Una proposta al volo

Questo post l’ho pubblicato anche su Apocalottimismo.

L’altro ieri, il parlamento inglese, all’unanimità, ha votato lo stato di emergenza climatica, seguendo così l’esempio di 508 consigli comunali.

Limitiamoci a quel sintomo della questione ambientale che è la produzione di anidride carbonica o CO2, e all’effetto che ha sul clima.

Il contributo europeo è in diminuzione, un po’ per miglioramenti tecnici, un po’ per saturazione e soprattutto perché anche la produzione di CO2 è stata delocalizzata in Cina: e infatti, l’aumento globale procede instancabile:

Ma mentre la maggior parte dei settori europei produce meno CO2 di prima, un settore è in crescita fortissima: quello dei trasporti aerei.

Quindi, la punta più pericolosa dell’emergenza climatica è costituita dal trasporto aereo: in appena 5 anni, le emissioni sono cresciute del 26%.

Si prevede che il trasporto aereo porterà a uno scostamento dall’obiettivo che si è posto l’Europa per il 2030 pari a tutte le emissioni del settore siderurgico nel 2015.

Il motivo è semplicissimo.

Un mio amico mi racconta che voleva andare dalla Toscana a Praga.

Biglietto del treno, 200 euro.

Volo, 20 euro.

Indovinate quale ha scelto.

Come è possibile che un volo costi meno di tre pizze, pure senza la birra?

In un recentissimo articolo, Andrew Murphy di Transportenvironment.org ci dà alcune informazioni fondamentali.

Ryanair si vanta di utilizzare aerei molto “nuovi” e “puliti”, e non abbiamo ragione di dubitarne. Semplicemente, anche il volo più pulito produce molte più emissioni per passeggero di un viaggio solitario con un SUV.

Infatti, nel solo 2018, le emissioni di Ryanair sono cresciute del 6,9% e la società oggi è entrata nel club dei dieci principali produttori di emissioni d’Europa.

Quindi, Ryanair fa giustamente i propri affari, e dovrebbe spettare alle autorità affrontare il problema. Rendendo ad esempio almeno comparabile il prezzo di un viaggio in treno con quello di un viaggio in aereo.

Bene, dice Murphy

“le autorità europee hanno deciso di non tassare l’aviazione e imporre poche regole. Le linee aeree acquistano il cherosene senza pagare le tasse – un privilegio non concesso ad alcun automobilista quando acquista la benzina – mentre i biglietti aerei sono quasi esenti da IVA. Allo stesso tempo, i governi continuano a sussidiare nuovi aeroporti, spesso in perdita in tutta Europa.”

A questo, aggiungiamo l’abitudine di tanti piccoli centri – non so se solo in Italia – di usare fondi pubblici per il comarketing: con la scusa di fare una semplice pubblicità turistica, gli enti locali pagano le linee aeree low cost per continuare a frequentare i loro aeroporti, tenendo così artificialmente bassi i prezzi.

Insomma, il problema è politico e la soluzione è politica.

Alcuni studenti dell’università olandese di Maastricht hanno lanciato una campagna per porre fine all’esenzione fiscale per il carburante aereo.

Per farlo, hanno utilizzato il meccanismo del diritto di iniziativa dei cittadini europei (ICE) che permette di presentare una proposta alla Commissione Europea: a partire dal prossimo 10 maggio, gli organizzatori avranno un anno per raccogliere un milione di firme, tra cui ci auspichiamo che ci saranno quelle di tutti i lettori di questo blog e dei loro parenti prossimi e lontani: sarete informati!

Tra poche settimane, si voterà in diversi Comuni, tra cui Firenze, e per l’Europa.

Noi si propone quindi a tutti i futuri amministratori alcune semplici azioni (qui ne parliamo dal punto dei Comuni, ma valgono a maggior ragione per il Parlamento Europeo).

Uno, far approvare anche dal proprio Comune una dichiarazione di emergenza climatica.

Due, dare la priorità, in tale emergenza, a frenare le emissioni causate dal trasporto aereo.

E quindi:

– fermare ogni progetto di espansione di aeroporti esistenti

– prendere una posizione ufficiale a sostegno della proposta ICE per la tassazione del carburante da aereo.

Chi ci sta?

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