Il ritorno del Fato. Cosa fare quando nessuna scelta è soddisfacente?

Riprendo dal blog Effetto Cassandra un testo dell’amico Jacopo Simonetta, che riprende un tema che ritengo fondamentale in questo momento.

Il ritorno del Fato. Cosa fare quando nessuna scelta è soddisfacente?

Posted by Jacopo Simonetta

L’idea alla base di questo articolo è dell’amico Nicolò Bellanca.

Si chiana “triage”. E’ ciò che viene fatto nei reparti di emergenza quando l’afflusso dei malati o dei feriti supera le capacità ricettive della struttura. I medici decidono allora chi soccorrere prima e chi dopo, se sarà ancora vivo. Ho sempre pensato che sia la cosa più brutta che possa capitare di fare ad un dottore, ma accade e i medici, come gli altri professionisti dell’emergenza (pompieri, militari, poliziotti, ecc.), sono almeno in parte preparati ad affrontare queste situazioni.

Noi gente normale no, ma non per questo possiamo esimerci dal fare delle scelte quando anche non-scegliere avrà comunque delle conseguenze.

Sta infatti svanendo la straordinaria bolla di pace e benessere che ha avvolto l’occidente per 70 anni, rendendoci completamente impreparati ad affrontare il concetto stesso di “tragedia”.

Non mi riferisco qui alle crisi di isterismo collettivo che ci travolgono ad ogni minima difficoltà, bensì all’incapacità di sostenere il peso della responsabilità di scelte che, qualunque cosa si decida di fare o di non fare, provocheranno gravi danni e sofferenze. Al di fuori della nostra fatiscente bolla, questo tipo di situazioni è invece frequente ed è stato magistralmente illustrato in molti capolavori della filosofia e della letteratura antica.

E’ la dinamica del Fato: gli uomini non sono semplicemente trascinati da un “destino beffardo”; al contrario sono chiamati a fare delle scelte le cui conseguenze saranno però ineluttabili, tanto che neppure Zeus le potrà modificare. Talvolta, fra la gamma di scelte possibili ve ne è almeno una che potrebbe porre fine alle sofferenze ad alla distruzione. Per esempio Paride potrebbe porre fine alla guerra concedendo ad Elena di tornare a Sparta; oppure Ettore potrebbe vincere, concedendo agli Achei una dignitosa resa ed il rientro in patria.

In entrambi i casi gli eroi fanno la scelta sbagliata e le conseguenze travolgono loro ed il loro popolo, ma non era inevitabile.

Vi sono invece casi in cui tutte le opzioni possibili avranno conseguenze disastrose e, ciò nondimeno, l’eroe deve decidere. Il dilemma di Oreste è paradigmatico: è suo sacro dovere vendicare il padre, ma ciò comporta commettere il sacrilegio di uccidere la madre e lui sa bene che qualunque cosa deciderà di fare le conseguenze saranno nefaste. Analogo dilemma dilania Antigone che deve scegliere se seppellire il fratello, contravvenendo ad un preciso ordine del suo re, oppure lasciarlo insepolto, contravvenendo ad un suo preciso dovere.

Questo tipo di dilemmi è il vero cuore della Tragedia che, non per caso, era strettamente correlata al culto di Dioniso: forse la più antica e certamente la più enigmatica delle divinità greche.

Abbiamo finto e continuiamo a fingere di essere immuni da questo genere di situazioni, ma la realtà sta bussando alla nostra porta sempre più forte e vistose crepe si sono già aperte nelle barriere fisiche e psichiche che abbiamo eretto contro di essa.

Facciamo un esempio facile del genere di scelte tragiche che comunque dobbiamo fare. Tassare i viaggi arerei in modo da ridurne drasticamente il numero avrebbe sicuramente impatti positivi sul clima, ma da subito si metterebbero in mezzo alla strada decine di migliaia di persone, la maggior parte delle quali difficilmente troverebbero un altro lavoro.

Dunque che fare? E’ solo un piccolo dettaglio del tema fondamentale che l’umanità si troverà ad affrontare da ora in poi: la decrescita reale, che si preannuncia assai più problematica di quella teorica.

Si può infatti discutere molto sui dettagli, ma nessuno in buona fede può negare che l’umanità, nel suo complesso, abbia largamente superato i limiti di sostenibilità del Pianeta. Per ricordare solo qualche cifra, oggi la tecnosfera (alias antroposfera, cioè l’umanità con tutte le sue infrastrutture ed i suoi simbionti) ammonta a circa 40.000 miliardi di tonnellate, pari a circa 4.500 tonnellate a cranio.

Noi ed il nostro bestiame domestico siamo il 98% circa della fauna terrestre, il 40% circa della superficie terrestre è totalmente artificializzata (urbano, suburbano, agricolo, ecc.), il 37% è composto da habitat naturali pesantemente modificati ad uso antropico (pascoli e la quasi totalità delle foreste), solo il 23% è ancora classificabile come “selvaggia” (alcune remote foreste, ma quasi esclusivamente deserti, vette montane e zone artiche). (dati IPBES Global Assessment on Biodiversity and Ecosystem Services 1919, Laboratory for Anthropogenic Landscape Ecology, 2020).

In mare va ancora peggio: si stima che solo il 13% degli oceani sia ancora sostanzialmente integro (dati IPBES Global Assessment on Biodiversity and Ecosystem Services 1919).

Ma tutte queste sono valutazioni molto ottimistiche in quanto fattori come il Gobal Warming e la connessa acidificazione dei mari, la diffusione globale di agenti inquinanti di ogni genere, il moltiplicarsi delle barriere agli spostamenti delle popolazioni selvatiche e la contemporanea diffusione di specie aliene, la pesca industriale e la caccia di specie rare, la moria globale degli insetti e degli anfibi, l’alterazione mondiale di praticamente tutti i cicli bio-geo-chimici ci dicono che la Terra è un pianeta su cui oramai vive praticamente una sola specie (Homo sapiens industriale, alias H. colossus sensu Catton), con i suoi simbionti, commensali e parassiti.

Tutto il resto sopravvive in condizioni di estrema precarietà negli interstizi della tecnosfera, ma sono solo ed esclusivamente questi superstiti che ancora assicurano che sulla Terra ci siano condizioni favorevoli alla vita biologica.

Questo significa non solo che una robusta decrescita è l’unica cosa sensata da fare, ma anche che è un fatto ineluttabile. Non possiamo in alcun modo evitarlo e rimandarlo serve solo a pagare un conto molto più salato, un poco più tardi.

La stragrande maggioranza delle persone rifiuta però questa prospettiva, preferendo immaginare modi anche molto ingegnosi per salvare capra e cavoli. Hanno delle ottime ragioni per farlo perché accettare l’ “overshoot” comporterebbe di accettare il prezzo del “debito ecologico” che abbiamo contratto. Ovviamente lo pagheremo comunque, ma non posso dare torto a chi preferisce guardare da un’altra parte. Ho infatti l’impressione che, anche fra i “decrescisti”, siano pochi coloro che hanno riflettuto a fondo su quanto sarà necessario decrescere per stabilizzare il clima e fermare l’estinzione di massa.

Ovviamente una stima precisa non è fattibile, ma per farsi un’idea di larga massima facciamo un calcolo semplice semplice, usando i consumi di energia come indicatore degli impatti complessivi. E’ un’approssimazione, ma abbastanza vicina al vero.

A livello globale si stima che l’umanità abbia superato la capacità di carico del pianeta nei primi anni ’70 del ‘900, quando i consumi globali di energia erano nell’ordine dei 70.000 TWh, mentre oggi sono di circa 165.000. Immaginiamo di tornare ai 70.000 di 50 anni or solo, quale sarebbe il consumo pro-capite? Dal 1970 al 2020 la popolazione umana è poco più che raddoppiata, il che vuol dire che per riportare i consumi globali vicino ai 70.000 TWh, la disponibilità pro-capite media dovrebbe scendere a meno di un quarto di quello che è adesso. Significa livelli di consumo analoghi a quelli che attualmente si registrano in Moldavia, Albania, Egitto o Nigeria, per fare degli esempi. Parlando dell’Italia, significherebbe tornare a consumi pro-capite di livello ottocentesco, senza considerare che, probabilmente, società così povere non sarebbero in grado di produrre le tecnologie che consentono di vivere a 8 miliardi di persone, a cominciare dalle sofisticate apparecchiature necessarie per convertire in elettricità la luce del sole ed il vento.

Con ciò non voglio dire che fra X anni andremo avanti con candele e cavalli, voglio solo chiarire che non si tratta di rinunciare al superfluo, bensì di rinunciare a quasi tutto ciò che riteniamo indispensabile o un diritto acquisito, a cominciare da un’aspettativa di vita ultraottantenne.

Questo apre una vasta gamma di questioni con cui, volenti o nolenti, ci dovremo confrontare perché quando la coperta diventa troppo corta, si deve per forza scegliere se scaldare i piedi oppure le spalle. Che, tradotto in termini reali, significa decidere chi dovrà essere sacrificato affinché gli altri abbiamo maggiori probabilità di cavarsela.

Un esempio pratico del tipo di scelte che sempre più spesso saremo chiamati a fare ci viene proprio in questi giorni dalla diffusione dell’epidemia di Covid-19. Abbiamo visto che è particolarmente infido perché si diffonde facilmente e che comporta una mortalità ridotta, a condizione però che siano disponibili cure costose e lunghe.

Abbiamo molte scelte possibili. – Possiamo cercare di fermare il contagio in tutti i modi, ma questo avrebbe delle ricadute economiche devastanti che potrebbero anche proiettare l’economia mondiale in una crisi ben peggiore di quella del 2008. – Posiamo mantenere operativi i principali flussi economici, ma questo comporterebbe un aumento molto maggiore dei contagi e, quindi, costi sanitari che potrebbero mandare in bancarotta interi stati. Senza contare che la saturazione degli ospedali comporterebbe anche un marcato aumento della mortalità. – Possiamo anche far finta di nulla e seppellire i morti alla chetichella, ma non possiamo prevedere quanti sarebbero, né le conseguenze del panico che travolgerebbe il mondo ben più di adesso. – Possiamo cercare dei compromessi fra le diverse opzioni, ma non possiamo comunque evitare che ci siano conseguenze molto gravi, in gran parte imprevedibili.

Un altro esempio anche più brutale è il dramma che si sta consumando in questi giorni al confine fra Grecia e Turchia. Indipendentemente dalla complicata storia che ha condotto decine di migliaia di persone a cercare di forzare i reticolati, ci troviamo di fronte un una classica scelta tragica. – Possiamo accogliere i profughi, ma questo avrebbe conseguenze sociali e politiche devastanti in Europa (non c’è bisogno di fare delle ipotesi in proposito perché abbiamo già fatto l’esperimento nel 2015).

  • Possiamo respingerli, ma questa è gente che non può tornare in Siria dove i governativi li ammazzerebbero, né può restare in Turchia perché i turchi li scacciano.
  • Possiamo confinarli in dei “campi di accoglienza” che sarebbero dei campi di prigionia a tempo indeterminato.
  • Possiamo accontentare Erdogan affinché se li ripigli ed appoggiarlo nella sua guerra contro la Siria.
  • Possiamo pensare anche ad altre soluzioni, ma qualunque cosa sia realisticamente fattibile comporterebbe delle conseguenze tragiche per qualcuno.

Ci sono molti altri campi in cui si presentano dilemmi analoghi: come si affronta la situazione? Perché, alla fine, ognuno di noi dovrà trovare un compromesso fra il proprio modello mentale del mondo e la realtà fisica che sta tornando prepotentemente nelle nostre vite, finora tranquille.

Direi che abbiamo sostanzialmente due scelte:

La prima è negare uno o più parti del puzzle, così da semplificarlo e ripristinare la tranquillizzante dinamica dei buoni contro i cattivi. A questo punto si tratta di scegliere il proprio campo e quindi pensare che non funzioni per colpa degli altri, qualunque cosa accada.

La seconda è prendere atto che in molte questioni chiave del presente e del prossimo futuro abbiamo diverse opzioni possibili, ma nessuna che non comporti grossi danni e sofferenze di cui saremo co-responsabili, anche se si sceglierà di non scegliere perché, comunque, ci saranno delle conseguenze dolorose. Proprio come fu per Oreste e Antigone.

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San Rocco, la peste e noi

In questo momento, possiamo finalmente ritrovare la nostra affinità con l’umanità che ha vissuto qui, prima di noi.

San Rocco fu innanzitutto un errante.

Girava con il bastone e con la zucca/borraccia (un oggetto simile l’ho visto recentemente tra le mani di Ugo Bardi).

A Piacenza, curava i malati di peste, quando scoprì di essersi ammalato anche lui: lo si raffigura infatti con una piaga sulla coscia.

Che abbia deciso di autoisolarsi, come dicono oggi, o sia stato cacciato, andò comunque a rifugiarsi in una grotta o una capanna.

Dove un cane lo salvò dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane.

San Rocco è il santo per eccellenza della peste, il malcontagio.

Quando ero molto più giovane, molto meno saggio e avevo i capelli tutti neri, dipinsi su legno un grande ritratto di San Rocco.

Che fu appeso sulla facciata del mio posto di lavoro, che era una specie di casetta di legno svizzera abusivo costruito sulle sponde del Tevere da una scultrice che aveva ricavato, in un terreno che non si sa bene a chi appartenesse, una piccola città in cui ospitava centinaia di cani randagi in totale illegalità.

San Rocco me lo sono ritrovato in anni più recenti.

Il nostro Gonfalone del Drago Verde, uno dei quattro rioni del Quartiere di Santo Spirito, cioè l’Oltrarno, ha diversi santi (e pure una venerabile, la Leopoldina Naudet).

Il primo santo, il mio  preferito, fu Miniato, re d’Armenia, che quando gli tagliarono la testa, con gran dignità la raccolse, se la mise sotto braccio (proprio come fa quel misterioso personaggio dai lunghi capelli bianchi che incrocio ogni giorno con un fagotto), e salì su fino alla collina che oggi porta il suo nome.

Santa Maddalena, quella dei Vangeli, cui fu dedicata all’inizio la nostra parrocchia, dava una speranza alle tante ragazzine che per non morire di fame, si vendevano ai marinai pisani che risalivano l’Arno, e quindi morivano ugualmente di malattie veneree (ma avevano fatto una sorta di cooperativa per allevare i loro figlioli).

Poi ci fu Maria Maddalena de’ Pazzi, che visse tutta la vita rintanata di fronte a casa mia.

E’ facile immaginare quello che farebbero oggi a una ragazza solitaria che ha le visioni e vive da reclusa e si chiama pure de’ Pazzi. I suoi contemporanei invece la ascoltarono, la fecero santa e le dedicò pure un bellissimo dipinto il Poccetto.

Ci fu Filippo Neri, che tutti associano a Roma, ma in realtà nacque dietro l’angolo e poi fu fu allevato dalla nutrice in una casetta proprio sopra la bottega della vinaia messicana.

Poi c’era Frediano, l’irlandese che ci preserva dalle inondazioni, abbiamo parlato della sua festa e dello strano suono delle acque.

Ma il vero santo patrono del nostro quartiere è stato un altro, quello che ci preserva dalla peste: proprio lui, San Rocco.

San Rocco l’hanno fatto scomparire per tre motivi: la sua chiesa l’hanno abbattuta degli urbanisti criminali nell’Ottocento; la sua festa cadeva il 16 agosto, e oggi ben pochi indigeni sono qui a celebrarlo; infine, la peste, fino a poche settimane fa, non sapevamo nemmeno cosa fosse.

In tempi già fotografibili, per la festa di San Rocco si svolgeva il nostro palio, in Piazza Tasso, dove si faceva la corsa degli asini e si premiava la figliola più bella del rione.

Ave, o Rocco santissimo,
nato da sangue nobile,
segnato da una croce
a sinistra sul tuo petto.

Rocco, andando pellegrino,
guarivi coi miracoli
le ferite della peste
con un tocco salutare.

Ave, o Santo angelico,
tu mosso dallo Spirito
ottenevi dal Signore
di salvarci dalla peste.

Testo in Latino

Ave, Roche sanctissime.
Nobili natus sanguigne,
Crucis siguaris schemate
Sinistro tuo latere.

Roche peregre profectus
pestiferae Mortis ictus
Curavisti mirifice
Tangendo salutifere.

Vale, Roche angelice,
Vocis citatus flamine,
Obtinuisti deifice
A cunctis pestem pellere.

V Ora pro nobis, Sancte Roche, Protector noster
R Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

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Peste e decrescita a Firenze

Si decresce, come era prevedibile.

E, come era prevedibile, si decresce per un motivo imprevedibile, perché quando un sistema è troppo complesso può spezzarsi da qualunque parte.

Ci sarebbero due modi di decrescere.

Con il primo, tutti stringono un po’ la cinghia e si dimagrisce insieme: è quella che da decenni Serge Latouche chiama la decrescita felice, e in tanti gli ridevano dietro.

Con il secondo, chi può si tiene quello che ha, e butta fuori chi è di troppo. Che è la decrescita infelice.

Vi racconto due storie.

Marian, delle Filippine, di cui vi avevo parlato: il marito lavora in un bar che ha chiuso, lei in un ristorante fighetto che farà la fine di tante cose inutili nella nostra città.

Solo che non sono inutili né lei, né suo marito, né le due figlie (una delle quali, come ho raccontato, lei aveva dovuto abbandonare per anni).

Marian e la figlia maggiore hanno un incredibile dono artistico, ma la figlia, molto introversa, ha scelto di andare all’Istituto Alberghiero, tanto a Firenze ci sarà sempre lavoro… alla stessa scuola ci andava anche Ali, il ragazzo egiziano il cui padre lavora in una pizzeria chiusa, e abbiamo visto la mamma (che al paese su era avvocata) l’altro giorno fare la fila per un pacco viveri alla parrocchia.

Mando un messaggio a Giovanni, il fotografo di cui vi avevo già parlato, una volta presentandolo, e un’altra con un aggiornamento.

“Sono in ospedale, no, non è quello che pensi tu, ho la polmonite, ma non sono positivo. Domani mi dimettono, e allora sarà peggio, ma pazienza!”

“Resta in contatto!”

“Per un paio di giorni, ma poi mi finisce il credito al telefono, tanto ci rivedremo…”

“Ti faccio una ricarica, così mi racconti”

Un po’ a fatica, accetta.

“Ma ti hanno preso all’Albergo Popolare?”, chiedo.

“No, non prendono nessuno all’Albergo Popolare, per evitare la diffusione del virus. Però ho due plaid, io sono uno che resiste! Haha!”

Una risata inconfondibile, un po’ feroce.

Domani arriva il vento siberiano, attorno a Firenze nevica, nella notte in cui è reato essere in giro.

La notte che io ho passato sotto il piumone con il gatto, lui l’avrà passata in Piazza Tasso, sotto la pioggerellina che diventa nevischio, in barba al Decreto.

Chiamo.

“Come è andata?”

“Si resiste, sono ancora qui!”

“La polizia?”

“Niente, ma se si permettono di dirmi qualcosa, li mando a fare, tanto che ho da perdere?

Io ho fatto di tutta nella vita, il badante, il facchino, non mi sono mai tirato indietro, ma ho fatto anche il giornalista, e so che questa è una città dura, lo sai anche tu che come me non sei fiorentino, quando le cose girano male, a chiacchiere sono tutti bravi… Io non voglio avere più a che fare con i servizi di questo Comune.”

Mi viene in mente una foto che Giovanni aveva fatto del Nettuno davanti a Palazzo Vecchio:

“Scusami se posso parlare poco, si scarica il telefono, e non ho idea dove ricaricarlo!”

“Tienilo spento, allora…”

“Non posso, c’è mia figlia che sta male…”

“Hai un conto alle poste? Se mi dai l’IBAN ti mando qualcosa…”

“Sì, così mi cresce il debito nazionale, ci manca solo quello!”

“Dai, scrivimi i dati del tuo conto”

“Eh vabbe’, ti ringrazio, ma non è quello il problema…”

Ogni tanto controllo, non mi ha ancora mandato l’IBAN, ma sarebbe una cosa buona se qualcuno di voi mi scrivesse, in privato, per chiedermelo, se mai me lo dovesse mandare.

 

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“Sei sperduto nel mondo come me?”

Guardo questo straordinario video di Steve Cutts, regista inglese di brevi film di animazione (di cui abbiamo presentato un altro capolavoro sempre qui, diversi anni fa).

“Sei sperduto nel mondo come me?”

chiede.

Ora, questo video rende quasi esattamente l’effetto che mi fanno la Civiltà, il Progresso, i Valori Democratici, l’Umanità, l’Inclusione, i Diritti Umani, lo Sviluppo e la Crescita.

Il quasi è perché dopo una vita che cerco di uscirne, mi trovo a festeggiare questo 25 marzo, capodanno fiorentino,

sotto coprifuoco con le pattuglie dei carabinieri che passano lentamente sotto casa,

vicino all’Arco di San Frediano che chiudevano al tramonto, e dove posso ancora toccare i chiodi sulle porte,

a sentire l’Arno che scorre sulla Pescaia,

a cogliere sotto un ghiacciato vento siberiano le foglie di salvia sulla terrazza,

a vedere in lontananza il Belvedere e dietro ancora un frammento di San Miniato.

Però non siamo in molti ad avere questa fortuna.

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Proposta contadina

In questi giorni, trovo poco tempo per scrivere, ma voglio almeno condividere alcune cose interessanti.

In questi giorni, in Piazza della Verzaia, c’è un minuscolo mercato contadino – due bancarelle di frutta e verdura e una di formaggi – che funziona perfettamente, con poca fila e rigoroso rispetto delle distanze. Il bancarellista mette la frutta richiesta in una borsa e la lascia ai piedi del cliente: un sistema ben più sicuro di quello dei supermercati, dove le cassiere vengono rinchiuse per otto ore al giorno con i clienti.

Dall’Associazione Rurale Italiana, un’interessante proposta:

EMERGENZA COVID19: I PRODUTTORI LOCALI GARANTISCONO L’ACCESSO AL CIBO – GOVERNO ED ENTI LOCALI GARANTISCANO IL LORO SUPPORTO
ARI Associazione Rurale Italiana·Thursday, March 19, 2020·

Per la tutela della salute e delle attività agricole, proposte e richieste dell’Associazione Rurale Italiana (ARI) sul decreto “Cura Italia” e sulle norme relative alle attività agricole

Gli agricoltori/trici dell’Associazione rurale italiana (ARI) sono impegnati a garantire l’accesso degli italiani al cibo di qualità e locale anche in questa situazione di emergenza. Quando questa avrà fine, non saranno le «immissioni di liquidità» a determinare la ripresa, ma la capacità, la volontà, la resistenza e l’autonomia produttiva di contadini, artigiani, piccole e medie aziende che operano a livello locale, la vera struttura portante dell’economia nazionale. Solo se nel frattempo non saranno annientate definitivamente.

La salute dei consumatori e il senso di responsabilità verso i produttori impongono alle istituzioni il massimo impegno. ARI, sostenendo tale impegno, rivolge le sue proposte al governo, dopo il varo del decreto “Cura Italia”, e agli Enti locali, molti dei quali hanno preso disposizioni relative alla commercializzazione dei prodotti agricoli.

Il decreto Cura Italia. Considerazioni e richieste di ARI

Il Decreto trascura una componente essenziale dell’agricoltura italiana: più di un milione di aziende diretto-coltivatrici in cui lavorano più di un milione e seicentomila persone (cfr. ISTAT). L’insistenza sul sostegno all’esportazioni agroalimentari (Art. 53 – Misure per il credito all’esportazione) avrà una scarsissima influenza sull’approvvigionamento alimentare del nostro mercato interno.

Abbiamo apprezzato in particolare quanto previsto per i lavoratori agricoli (Art. 22; Art. 30; Art. 32) ma riteniamo che quanto previsto nell’ Art. 78 (Misure in favore del settore agricolo e della pesca) riguardi un numero banalmente esiguo di imprese agricole di grande o grandissima dimensione che NON rappresentano né la struttura produttiva agricola né l’effettiva capacità di fornire alimenti in modo capillare e decentrato quanto più necessario in questa drammatica emergenza.

In particolare chiediamo un impegno su questi punti:

Obbligo all’acquisto territoriale. Per ospedali, caserme e altre collettività, nonché per i loro fornitori di materie prime e alimenti trasformati, favorire e rendere prioritario l’acquisto di alimenti e prodotti agricoli per il consumo fresco da aziende agricole dei territori, in base, in via eccezionale, a bandi semplificati;

Commercio al dettaglio. Chiediamo di notificare ai Sindaci, attraverso le Prefetture, l’opportunità di mantenere aperti e riorganizzare i mercati alimentari di piazza, con le dovute misure in fatto di ingressi controllati e contingentati. Occorre inoltre favorire le consegne porta a porta consentendo la distribuzione collettiva di alimenti conferiti da diversi produttori, in deroga temporanea alle attuali disposizioni.

Approvvigionamento alla grande distribuzione. Permettere la vendita semplificata, su base territoriale e in via eccezionale, ai canali della grande distribuzione, in deroga alle certificazioni volontarie (es. ISO EN 9001) generalmente richieste da supermercati e industrie. A tal proposito ricordiamo che il regolamento CE 852/2004 su igiene e sicurezza alimentare non si applica “alla fornitura diretta di piccoli quantitativi di prodotti primari dal produttore al consumatore finale o a dettaglianti locali che forniscono direttamente il consumatore finale. (Art.1, par. 2, lettera C)”. L’approvvigionamento su base territoriale alla grande distribuzione è pertanto attuabile in ossequio all’osservanza delle semplici buone prassi di sicurezza alimentare.

Prezzi ai produttori. È prevedibile nei prossimi mesi una crescente pressione della produzione invenduta. Per evitare abusi da speculazione o posizione dominante, è necessario un controllo efficace sui prezzi pagati ai produttori e su quelli praticati al consumo, per i prodotti alimentari e agricoli.

Lavoro stagionale. Apprezziamo l’ammissione alla cassa integrazione per i lavoratori agricoli, anche stagionali. È, però, errata e controproducente ogni iniziativa che ritardi la concessione di permessi di soggiorno. Ricordiamo la drammatica condizione degli avventizi che vivono nelle tendopoli, che senza precauzioni appropriate continuano ad essere reclutati per le raccolte o per avviare le nuove colture stagionali (cfr. Comunicazione “Coordinamento Lavoratori Agricoli USB”)

PAC (Politica agricola comune). Considerando che i Centri di assistenza agricola restano chiusi, riteniamo necessario concedere l’accesso diretto degli agricoltori alle procedure per l’inoltro delle domande PAC 2020 (I e II pilastro) e consentire a chi abbia assoluta necessità di richiedere un anticipo, (salvo conguaglio).

Chiediamo inoltre il pagamento immediato del saldo completo della PAC 2019, inizialmente previsto per giugno 2020 (salvo buon fine).

Indebitamento aziendale: molte aziende agricole di piccola e media dimensione hanno importanti esposizioni debitorie. Si chiede un intervento specifico per le esposizioni inferioria 50.000€

Agriturismi e agriristori. Riteniamo che questi rientrino pienamente in quanto previsto per le attività turistico-alberghiere. Si dia priorità al sostegno di piccole aziende agrituristiche (massimo 15 posti letto e 30 coperti).

In particolare chiediamo al Governo il sostegno alla nostra richiesta rivolta all’ANCI.

Il DPCM dell’11/03/2020 per il contenimento della diffusione del COVID-19 all’art. 1 comma 1 recita testualmente: «Sono chiusi, indipendentemente dalla tipologia di attività svolta, i mercati, salvo le attività dirette alla vendita di soli generi alimentari». Il produttore agricolo vende esclusivamente generi alimentari.

Chiediamo dunque all’ANCI di informare i sindaci dei comuni italiani che la misura di chiusura indistinta dei mercati agricoli comunali non ottempera a nessuna norma contenuta nel DPCM e ha effetti dannosi.

Nei territori rurali dove tuttora resistono negozi di prossimità e piccole superette (cfr. ISMEA), il loro approvvigionamento presso i produttori locali garantisce efficacemente l’accesso all’alimentazione per la popolazione, in particolare per gli anziani che più difficoltà hanno a recarsi nei centri commerciali.

La stagione dei lavori in campagna avanza velocemente e noi intendiamo continuare a garantire la produzione con il nostro lavoro, senza però mettere a repentaglio la nostra e l’altrui salute.

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Non lasciamoci disassembrare/2

Rubiamo ancora da Off Topic…

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Non lasciamoci disassembrare/2: educazione e didattica digitale

La popolazione scolastica in età dell’obbligo in Italia è di circa 9 milioni di minori, costretta a casa sicuramente fino a maggio e probabilmente fino a settembre, a causa delle misure precauzionali per emergenza #Covid19. Con la prospettiva di prolungamento della sospensione, Istituti scolastici e Ministero dell’Istruzione hanno iniziato a porsi la questione della continuità didattica e relazionale dei minori.

Senza tener conto della ancora profonda disuguaglianza di accesso a internet e a computer o dispositivi che permettono la fruizione delle piattaforme digitali con cui le scuole vorrebbero far fronte alla didattica a distanza (a Milano il 79% degli abitanti è coperto da banda larga, mentre la media in Lombardia è inferiore al 50%, in Italia ancora inferiore), la crisi offre una occasione di estensione del business e di estrazione di dati ai grandi protagonisti del capitalismo della sorveglianza, che hanno offerto gratuitamente le loro piattaforme a insegnanti e genitori: a partire da Google e Apple passando per Microsoft e Promethean, leader mondiale nella produzione di dispositivi per la didattica.

Da questa crisi non solo il diritto all’istruzione rischia di uscire ancora più segmentato, creando di fatto una discriminazione tra chi accede alla didattica a distanza e chi non può, ma il sistema educativo apparirà ancora più privatizzazione se non de iure, de facto.

Google ha offerto al MIUR, come in altri paesi, mail per i docenti con spazio illimitato e piattaforme per l’istruzione telematica (G Suite for Education, Hangouts Meet e/o Google Classroom). La privatizzazione avviene su un doppio canale: l’infrastrutturazione digitale gestita da operatori privati, imponendo l’utilizzo delle loro piattaforme proprietarie, verso cui la scuola pubblica si pone in termini di subalternità e dipendenza; il rapporto docente-studente, mediato da canali che anzitutto sono mezzi di estrazione dati.

Non sono accuse aleatorie, ma che hanno anche una recente storia processuale e di conflitto nella dimensione dei diritti civili: in New Mexico è stato aperto un caso contro Google, proprio sulla raccolta, registrazione e utilizzo informazioni sugli studenti delle classi che utilizzano GSuite, giustificato secondo gli avvocati dell’azienda dal fatto che la responsabilità sarebbe degli Istituti scolastici che avrebbero dovuto avvisare i genitori. Negli USA sono 80 milioni circa i bambini e gli insegnanti che usano le piattaforme Google.

In Germania, l’equivalente del nostro Garante della Privacy ha vietato l’utilizzo dei servizi cloud forniti da Google, Microsoft e Apple all’interno delle scuole pubbliche, proprio a seguito di indagini che hanno rilevato la assoluta mancanza di rispetto della riservatezza da parte dei colossi GigTech. La Norvegia sta facendo indagini in tal senso. L’emergenza non deve giustificare l’attuale svendita e colonizzazione de facto non solo dell’istruzione, ma anche e soprattutto dell’infanzia.

Le altre pillole:

0. La presentazione della campagna

1. Chat, video e streaming liberi

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La premiata ditta Corona Distribution Services

Sempre fedele ai propri clienti, anche in tempi di crisi…

Ecco un’istantanea degli aerei civili in volo alle 3.30 stanotte.

Dove andranno?

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“Non lasciamoci disassembrare”

Rubo da Off Topic queste riflessioni, molto importanti in questo momento.

Non lasciamoci disassembrare/1: chat, video e streaming liberi

Whatsapp & co. funzionano alla grande. Ma hanno un piccolo difetto: espropriano i nostri dati personali e li vendono al migliore offerente, rendendoci più sorvegliati e ricattabili.

Dietro la retorica della costruzione di “una comunità globale e connessa al servizio di tutti noi” c’è un progetto cinico e aggressivo per costruire un aspirapolvere globale di dati che attinge da tutti noi. Le grandi aziende come Alphabet (Google), Facebook (Fb, Whatsapp, Instagram) e Amazon guadagnano scavando in profondità nei nostri dati personali, ricavandone modelli di comportamento e attitudini di acquisto che poi rivendono a terzi istituendo, di fatto, un mercato, piú o meno invisibile agli occhi dei piú. Se la cosa può apparire innocua ai più, in realtà non lo è.

Il fatto che ci invadano pubblicità sempre più invasive, mirate, targettizzate ai nostri gusti non dipende dalla capacità divinatoria delle macchine, ma dal fatto che stiamo vendendo a queste multinazionali “pezzi” della nostra vita. L’idea di un futuro digitale tutto rosa e fiori ha un prezzo sociale altissimo: passa dalla schedatura delle persone attraverso le loro operazioni on-line e sui dispositivi, considerandole non come individui ma aggregati di dati da spremere per ricavarne denaro. I dati che produciamo sono manodopera e hanno un valore che non viene riconosciuto dalle aziende di cui sopra.

Il comportamento di queste aziende, inoltre, è sleale perché occulto: avete mai provato a leggere i termini di sottoscrizione a Whatsapp? Ma chi le legge 30 pagine di informativa sulla “privacy”? L’uso di un linguaggio vago, avvocatesco, é vantaggioso sempre e comunque per coloro che di fatto sono, cioé diventano, con un nostro semplice click, i proprietari delle suddette informazioni. Una macchina che favoriamo e supportiamo con la nostra disattenzione e inconsapevolezza, “accettando le condizioni” di un patto demoniaco con “fornitori di servizi”.

Altra questione: chi sono questi “terzi” che comprano i nostri dati? Come ha dimostrato lo scandalo di Cambridge Analytica qualche anno fa, Facebook e gli altri social network di sua proprietà vendono dati al miglior offerente, e questa impressionante mole di informazioni può venire usata non solo per determinare le nostre abitudini e frequentazioni oltre che modificare aspetti fondamentali del nostro vivere. Oppure i dati possono venire usati, come ci insegna la recente crisi corona virus, per ventilare l’esercizio sui cittadini di una forma di controllo sociale dall’alto (la Regione Lombardia che monitora e controlla gli spostamenti attraverso gli smartphone), rendendo un futuro distopico il nostro presente reale.

Quindi, per riprendere controllo delle nostre azioni che siano on-line o off-lilne e non accettare a-criticamente quello che ci accade intorno, le tecnologie open source e che proteggono i nostri dati sono un primo passo verso la messa in discussione di un modello accentratore (sia in termini di monopolio di mercato che di controllo para-statale) e potenzialmente distruttivo dei nostri diritti.

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