Piccioni immaginari

I monumenti otto e novecenteschi che si trovano nelle nostre città interessano a due categorie (escludendo come statisticamente irrilevante quella di chi come me li guarda con perversa attenzione).

La prim categoria è costituita dai piccioni.

Anche il Comune di Piccione (PG), giustamente, ha un monumento, non dedicato a loro, ma comunque si spera ospitale nei confronti dei volatili:

piccioneLa seconda categoria è costituita da gente che più si arrabbia, più è felice.

Trascuriamo per un attimo gli iconoclasti che almeno sanno che la storia del mondo non è iniziata cent’anni fa, come i ragazzi dell’Isis che vediamo qui impegnati a difenderci da una palese apologia della tirannide totalitaria assira:

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E’ un’antica arte, che ha un illustre predecessore: il giovane Abramo, che vediamo qui presentare al proprio babbo il risultato di una giornata di dura fatica in bottega:

Abraham_idol_smasherPartiamo dagli Stati Uniti, dove va di moda adesso demolire le statue erette in onore dei soldati confederati.

Questa è stata tirata giù a forza dai militanti di una setta che vanta il nome di Partito Mondiale dei Lavoratori (Workers World Party):

durham-confederate-soldier-statueIl Partito Mondiale dei Lavoratori, ricordiamo, nacque quando un gruppo di trotzkisti decise che ne aveva abbastanza dell’antistalinismo del loro ambiente, per cui decise di sostenere l’invasione sovietica dell’Ungheria, e oggi esalta con uguale entusiasmo il governo della Korea del Nord.

A New Orleans, ci ha pensato invece il sindaco in persona a fare da iconoclasta:

new-orleansCommentando gli eventi di Charottesville – sorti a causa del prospettato abbattimento di una statua di Robert E. Lee – il Presidente Trump ha commentato che a questo punto si dovrebbero abbattere anche le statue di George Washington e Thomas Jefferson, due grandi proprietari di schiavi.

Che Trump lo dice come provocazione, ma l’idea è interessante e non vedo perché non iniziare a metterla in pratica.

Comunque, qualunque cosa uno dica, c’è sempre chi si offende, e il presidente dell’associazione degli storici americani ha subito controtwittato, dicendo che era “inaccettabile” mettere sullo stesso piano Lee, Washington e Jefferson. In effetti, Lee, al contrario di Washington e Jefferson, era critico nei confronti della schiavitù, ma queste cose su Twitter non si dicono.

In Polonia invece, il parlamento a giugno ha varato una legge che vieta la propaganda del totalitarismo con qualunque mezzo, anche architettonico: praticamente una sentenza di sfratto per i piccioni che vivono nei tanti monumenti ai soldati sovietici.

E così a luglio, il parlamento russo e quello israeliano hanno pubblicato un appello congiunto al parlamento europeo, sostenendo che la legge polacca costituirebbe un “insulto” ai soldati russi e anche alle vittime dell’Olocausto, non si sa bene perché.

Ma non è detto che gli scultori si troveranno senza lavoro a forza di veti incrociati e demolizioni: c’è anche chi i monumenti li costruisce, o cerca di farlo.

Nella lontana città di Novosibirsk, un gruppo di nostalgici ha cercato di erigere un monumento a Stalin. Frustrati nel loro tentativo, stanno cercando adesso di far rimuovere una statua allo zar Nicola II, a dimostrazione che nessuno è più repressivo di chi si lamenta della repressione altrui (un novosibirskiano intanto ha provveduto da solo a prendere a martellate la statua).

Intanto, a Kiev in Ucraina è stato eretto un monumento in cui si vede una spada di granito che fa a pezzi la mappa della Russia, con l’assistenza di un angelo la cui figura sembra copiata dal videogioco Diablo III.

diabloCome sempre, il grande assente in tanto agitarsi, è il diretto interessato: il Piccione.

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Il Santo Retroattivo

Oggi è il 15 agosto, Festa di San Napoleone.

Una ricorrenza che mette insieme tanti fili sparsi della nostra storia.

Intanto, come già detto, Palazzo Cocchi-Serristori, qui in Santa Croce, fu sede della Loggia San Napoleone di Rito Scozzese, frequentata dal padre di Ferdinand de Lesseps, il più grande sbucaltatore di tutti i tempi. E c’era anche il misterioso Marco Bédarride che avrebbe fondato il Rito di Misraim.

La Loggia aveva circa 130 fratelli, tra cui

“l’ avvocato Piccioli venerabile, colla prima carica susseguente, il Cleiber già impiegato ai tabacchi, il nobile Piero Mozzi, il marchese Torrigiani, il conte Girolamo de’ Bardi, il conte Looz (un libertino di cui abbiamo già parlato), il nobile Da Filicaja, diversi preti, parecchi impiegati, alcuni indicati come giuocatori di faraone (famoso il conte Pierucci, ufficialmente impiegato quale ricevitore, forse già allora come fu poi delatore), un guardaroba di Corte, l’ex-comico Poggi marito della vedova nobile Gori, alcuni magistrati fra i quali il Carducci già presidente del Tribunale, un trattore e un locandiere (serventi in occasione dei pranzi di Loggia), il poeta Fidanza romano, alcuni ebrei e qualche ufficiale.”

Oggi, quel palazzo è sede del Consiglio del Quartiere Uno, dove si concentra tutta la tragicommedia della nostra vita politica di oltrarnini.

Zegel_loge_Saint_NapoleonSigillo della Loggia di Rito Scozzese di San Napoleone di Amsterdam

San Napoleone è stato un clamoroso caso di santo retroattivo, come ci racconta in un bell’articolo Lucica Bianchi.

Intanto l’origine del nome Napoleone, attestato in Italia già nel Duecento, è ignota.

Fatto sta che il Corso a un certo punto si innamora del proprio compleanno, che capita il 15 di agosto: in quella data fa firmare il Concordato del 1801 con la Chiesa (che gli permette anche di nominare i vescovi) e un anno dopo, rende noto la propria nomina a console a vita.

La sequenza è significativa del nuovo mondo, dove si ordina prima la conclusione e poi si cerca come arrivarci. Ma anche della fantastica flessibilità cattolica, l’arte del saper farsi acqua di fronte ai potenti.

Nel febbraio del 1806, un decreto annuncia che

la festa di San Napoleone e quella del ristabilimento della religione cattolica in Francia saranno celebrate in tutto il territorio dell’impero al 15 agosto di ogni anno, giorno dell’Assunzione e data della conclusione del Concordato”.

Solo che, ricordiamo, non esiste ancora il santo oggetto di questo particolare culto che possiamo definire clerico-rivoluzionario.

Per una fortuita coincidenza, Napoleone incontra un prete alsaziano, tale François-Joseph Hirn. Hirn aveva già combattuto i tentativi di Giuseppe II di limitare il potere della Chiesa, usando – e siamo ancora in pieno Settecento – i servizi di un giornalista, per cui non doveva mancare di risorse.

Napoleone lo nomina vescovo di Tournai.

Hirn si mette a rovistare nel Martiriologio, scoprendo un certo Neopolis, martirizzato sotto Diocleziano assieme all’appena più famoso Saturnino – un nome che doveva portare sfortuna, visto che la Chiesa riconosce ben sedici diversi santi Saturnino, quasi tutti morti in varie operazioni di lotta all’estremismo religioso.

Comunque il nostro Neopolis ci offre qualche spunto di contemporaneità, visto che sarebbe stato torturato a morte in Egitto per il solito rifiuto da monoteista di accettare altro dio che Dio.

Neopolis non ha nemmeno la data in comune con il santo retroattivo (se volete festeggiare il vero Neopolis, dovete farlo il 3 maggio).

Il 21 maggio 1806 – quindi a pochissimi mesi di distanza dalla festa già decisa – l’inviato del Papa in Francia manda una “istruzione” a tutti i vescovi della Francia, in cui spiega che Napoleone non è altro che una storpiatura di Neopolis.

E così troviamo San Napoleone nella vetrata della chiesa di San Luigi a Vichy, con un’espressione sorprendentemente familiare:

napo2Lo troviamo a guardare il traffico milanese dall’alto di una guglia in cima al Duomo:

san-napoleone-fabbrisLo troviamo in barocca ascensione in una città di cui si è parlato spesso qui – Sanremo, nella chiesa della Madonna della Costa, da cui è stato però fatto opportunamente sparire nel 1815, per far posto a un San Filippo Neri morente:

san-napoleone-carregaMa vorrei tornare alla nostra loggia fiorentina, di cui parla Giuseppe Marcotti, nelle Cronache segrete della polizia toscana, un testo accessibile oggi su Archive.org. Marcotti racconta, tra l’altro, degli esiti delle perquisizioni della polizia, subito dopo la restaurazione, nelle logge massoniche di Firenze.

Nella dedica al Senatore Ferdinando Martini (deputato per 43 anni e colonizzatore dell’Eritrea) Marcotti scrive una riflessione interessante, sul senso profondo di una borghesia oggi inimmaginabile:

“Ma un punto capitale mi sembra questo: nel 1814 e nel 1815 si osserverà che gli indicati e perseguitati come partitanti napoleonisti e muratisti, frammassoni e giacobini, sono coloro stessi o i generatori di coloro che poscia assumeranno il carattere di liberali italiani. Fra essi, caro Martini, troverete anche dei vostri di Monsummano.

Sono quasi tutti signori, nobili e borghesi, avvocati e medici, militari e preti ; appartengono alle classi superiori della società: essi preparano e faranno poi la rivoluzione,contro l’interesse proprio personale e di casta, a favore del popolo…. il quale, a Firenze come a Livorno, era istintivamente reazionario e volentieri sottomesso al restaurato ordine di cose. Durante quel biennio noi qui li vediamo vinti,sopraffatti, dispersi, costretti a dissimularsi, a nascondersi, a sbattezzarsi, inquisiti e processati dall’ alto, ingiuriati e maltrattati dal basso ; ma pure li intravediamo subito intenti a riappiccare sotto sotto le fila della rete rivoluzionaria squarciata e spazzata via dalla risoluta e diligente restaurazione.”

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Ritorno annuale

Anche questa volta, di ritorno dopo un lungo viaggio.

Questa volta, in Polonia (con un po’ di Slovacchia e un frammento di Germania).

Appena mi sarò ripreso, cercherò di mettere insieme qualche rifiessione su questo particolarissimo paese, per quel pochissimo che possano valere i miei commenti.

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Quando i cristiani erano ancora cristiani

Lapide alla Chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto, su in alto sopra tutte le miserie fiorentine.

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Occidentalismo

Edward Said, amico del mio maestro Roberto Giammanco, scrisse cose brillanti sugli orientalisti, la buffa congrega di occidentali che impiegarono sforzi folli per cercare di capire l’Oriente, ovviamente immaginandoselo ciascuno a modo suo.

Eppure c’erano dei giganti tra di loro: penso a Edward Lane, inglese eccentrico (e che ho detto, era inglese!) che andò al Cairo per motivi di salute, si comprò una ragazzina armena, oppure greca, non si sa bene, al mercato degli schiavi e se la sposò, e scrisse un dizionario della lingua araba che mai, nessuno, in un secolo e mezzo, ha saputo superare come qualità. Lane morì quando arrivò alla lettera Qaaf del suo Lexicon, eppure tutti i finanziatissimi studi coranici oggi fanno sempre riferimento al suo lavoro, perché non sanno fare di meglio. Dopo la Qaaf, nemmeno i petrodollari ci arrivano.

Noi orientalisti siamo una microscopica schiera, di sciroccati di tante specie – appassionati di radici trilettere, ascoltatori incantati di cantillazioni coraniche, affezionati amici dei tanti migranti arrivati qui, figlie di orafi di Valenza Po rimaste incantate da una parola di Ibn Arabi, sottoccupati di Mestre che sanno tutto sulla massoneria in Marocco nel 1910, gente innamorata delle aurore di Sohravardi (e pronti a battagliare con chi lo chiama Suhrawardi), agenti dei servizi segreti a caccia di nemici dell’Occidente…

però siamo tutti, tutti, degli incompetenti.

Quasi nessuno delle poche migliaia di orientalisti americani o europei sarebbe in grado di scrivere due righe in un arabo credibile. E quando sappiamo dire una sola frase in musulmanese corretto, ci sentiamo dei gran signori: Inshallah, Mashallah, Ma’aleysh, Allahu a’lam, Tafaddal, Tislam Iidik!

Nessuno di noi è lontanamente comparabile, come qualità, ai milioni di occidentalisti.

Che sono i musulmani che sin da piccoli hanno imparato verbi irregolari, valori imprevedibili, luoghi comuni occidentali, magari in scuole dove l’arabo era talmente disprezzato, che non lo si insegnava nemmeno. Che in paesi “arabi” come il Marocco, sin da piccolo, ti insegnano che esiste solo il francese.

Gente che ha imparato non soltanto una lingua europea (o due, o tre o cinque), ma anche il gergo dei poliziotti, il linguaggio che ti permette  di avere un permesso, la battuta esatta da dire in una compagnia di amici, le folli sfumature del francese gergale…

Sul blog di Peter Van Ostaeven, seguo in questi giorni le pubblicazioni vicine all’Isis, in particolare Dabiq e Rumiyah.

Voi sapete tutti, spero, quale sia la mia posizione riguardo al cosiddetto califfato: ritengo che musulmano sia chi si dichiara tale; che il “califfato” rappresenti una piccola parte dei musulmani; ma che non si possa negare che i califfari “siano musulmani”.

Come tutti gli “orientalisti”, se trovo un testo in inglese, mi sento meglio, inutile far finta che leggiamo l’arabo come il bambino marocchino qualunque legge il francese.

Dabiq e Rumiyah sono scritti in un inglese quasi perfetto (in un articolo, sospetto che le piccole imperfezioni siano dovute al francese, e non certo all’arabo). Gli autori non hanno studiato l’inglese, è la loro lingua madre. Ne conoscono le sfumature, i piccoli dettagli che entusiasmano, che coinvolgono, la potenza della parola, dell’aneddoto, nello specifico contesto inglese.

E sanno anche esattamente quali sono i tasti che fanno impazzire gli occidentali, scelgono con attenzione la foto di bambini che leggono un libro di preghiere cristiane, per sottotitolare, rapire i bambini dei cristiani che non si sottomettono all’Islam è lecito.

kuffarE’ un riferimento quasi fuori contesto, al parere di uno studioso islamico del Trecento, cui si fa menzione di sfuggita nell’articolo: ma gli occidentalisti sono talmente bravi, da conoscere anche quanto conti l’immagine.

E a questo punto mi viene in mente una considerazione che dovrebbe essere ovvia.

Penso a Muhammad N., colonnello dell’esercito egiziano, che ho conosciuto tanti anni fa. Parlava un inglese oxfordiano (ricordo che il migliore degli orientalisti parla un arabo che gli riderebbero dietro ovunque) e passava metà dell’anno in Inghilterra.

Muhammad N. è un signore che ricordo con stima e affetto, anche per la sua onestà; e mi ricordo della gentilezza con cui cercava di seguirmi persino quando gli chiedevo chiarimenti sulla lingua che lui meno apprezzava al mondo, cioè l’arabo.

Ecco, immaginatevi cosa è successo al Medio Oriente.

Non dovete pensare a mostri, come pure ce ne sono stati. Pensate solo a persone come Muhammad N., che non truffava nessuno.

Muhammad N. era nell’esercito, e altri ufficiali mi raccontavano della percentuale di morti che era ritenuta accettabile durante gli addestramenti (tanto erano tutti himar saidi, “asini del Sud”, di cui ce n’erano talmente tanti, che il mondo non ne avrebbe sentito la mancanza)…

  Muhammad N. possedeva molte case, ed era amico, son sicuro, di tutti i preti copti. Era anche una bella persona, onesta e gentile, un vero aristocratico.

Mi immagino Muhammad N. al polo club che parla con gli amici un po’ in arabo e un po’ in inglese, e sperando che non ci siano spie, parlano male delle guerre e del socialismo di Nasser,  e tutti sotto sotto sognano un mondo in cui si parla in inglese, si beve alcol con moderazione e la differenza tra cristiani, ebrei e musulmani conti meno di quella tra colti e incolti, o tra ricchi e poveri.

Ma tutto sommato erano contenti che Nasser tenesse sotto la frusta le capre, gli asini, i fanatici e le immense masse dei contadini. I himar, e la temibile Fratellanza Musulmana, i barbuti che non bevevano vino.

Che poi anche i Fratelli… una volta mi portarono di nascosto a incontrarne uno, in un piccolo appartamento al decimo piano di un terrificante palazzo, con la moglie nascosta la cui mano compariva per porgerci il té… e rimasi meravigliato dallo splendido inglese che parlava, dal suo senso dell’umorismo, dalla vasta conoscenza della letteratura britannica…

Oggi, l’immenso, tragico errore dei benintenzionati come il Colonnello Muhammad N. è evidente: credevano nella scuola. Forse, viene da ridere, pensavano di forgiare i poveri a immagine dei ricchi.

Nelle scuole quelle immense, sterminate, affamate, ammalate masse di asini, in aule di cinquanta alunni con l’insegnante con il diritto di picchiare chi non studiava, e mi ricordo le straordinarie nuvole di polvere che si alzavano quando le folle di bambini uscivano…

immaginarsi folla di mamme italiane all’uscita di scuola, in attesa di pargoli, mentre la maestra li consegna ad uno ad uno alla legittima proprietaria, nel terrore di essere denunciata per non so cosa

ecco, queste masse uscite dai campi, da immensi blocchi di mattoni nudi e senza finestre, dal fiume dove dominava la bilharzia che ti entra nel fegato e lentamente ti mina.. ecco, questi studiavano, studiavano di giorno e di notte, ripetevano a memoria le formule scientifiche mentre vendevano fazzoletti per strada, diventavano ferocemente scettiche sull’antico mondo fatto di santuari di santi e di tolleranze, scoprivano Pasteur, un mondo senza miracoli, e le formule per fare la nitroglicerina e le tecniche per farsi in casa un GPS.

Imparavano le lingue del pianeta alla perfezione, mentre accedevano ai testi di ingegneria e di fisica, imparavano che quello che gli avevano insegnato in casa non era affatto l’Islam, che ognuno di loro poteva applicarsi ai testi e leggerli da sé senza chinare la testa davanti al primo veccchietto barbuto, amico dei militari, dei cristiani e degli ebrei, che cercava di instillare ancora l’obbedienza e gli antichi valori.

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Moriranno tutti

Oltre due anni fa, in tempi assai meno tristi, scrissi qualche riga di riflessioni su quello che chiamano l’Isis.

E conclusi con queste parole:

Moriranno ammazzati quasi tutti, perché le armi alla fine appartengono a chi sa fare meglio di conto. Moriranno giovani, e qualcuno ancora sorridente.”

Un paio di giorni fa, quelli che ancora resistevano dentro l’ultimo vicolo di Mosul, bombardati da cielo e da terra, fecero un video di addio a questa dunya.

Ecco qualche immagine.

A tutti coloro che esultano, perché qualcuno uccide al posto nostro e ci lascia ancora far finta che tutto sia in ordine, ricordiamo le parole di Vernon Lee:

In quel momento entrò Eroismo con le membra da gigante, le guance rosee di fanciulla e gli occhi allegri di bambino.

Vieni qui, ragazzo mio” disse Morte, “tu sei sempre stato obbediente e affezionato al tuo vecchio padre Morte, a cui tieni più di qualsiasi altro Immortale”. Così dicendo, lo Scheletrico Maestro di Ballo diede un buffetto sulle guance infantili di Eroismo, quel giovane splendente come una stella, con occhi che ridevano ma non vedevano, poiché, proprio come suo cugino Amore, è cieco dalla nascita. Allora Eroismo, al suono della ben nota voce di Morte, baciò estasiato quelle sue dita ossute e afferrando il tamburo con cui accompagnava la sua voce celestiale, si sedette fra Paura e Odio, inconsapevole della loro sporcizia.”

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Il delfino

Non più, delfino, lanciandoti attraverso le bolle salate, sorprenderai le greggi del mare.

Né danzando al suono della canna traforata, alzerai il mare acccanto alle navi.

Non più, creatore di schiuma, recherai le Nereidi sulla schiena come prima, portandole nei regni di Tetide.

Le onde, alte quanto il capo di Malea, ti hanno scagliato sulla spiaggia sabbiosa.

οὐκέτι παφλάζοντα διαΐσσων βυθὸν ἅλμης
δελφίς, πτοιήσεις εἰναλίων ἀγέλας,
οὐδὲ πολυτρήτοιο μέλος καλάμοιο χορεύων
ὑγρὸν ἀναρρίψεις ἅλμα παρὰ σκαφίσιν
οὐδὲ σὺ γ᾽, ἀφρηστά, Νηρηίδας ὡς πρὶν ἀείρων
νώτοις πορθμεύσεις Τηθύος εἰς πέρατα.
ἦ γὰρ ἴσον; πρηῶνι Μαλείης ὡς ἐκυκήθη,
κῦμα πολυψάμμους ὦσέ ς1᾽ ἐπὶ ψαμάθους.

Archia

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Premoderno, Moderno, Postmoderno

Qualche nota al volo su un tema che seguo con più curiosità che competenza: lo scontro tra Modernisti e Postmodernisti che avviene sopratutto nel mondo delle scienze umane e sociali anglosassoni, ma che inizia ad avere ricadute molto più ampie, anche da noi.

Qui su Kelebek assistiamo spesso a dibattiti tra quelli che potremmo chiamare premodernisti e modernisti (ai post  ci arriviamo dopo).

Il modernista Stephen R.C. Hicks (Explaining Postmodernism. Skepticism and Socialism from Rousseau to Foucault, 2004, Scholargy Publishing) ci presenta una tabella per spiegare la differenza:

trad-modHicks è americano, e quindi il suo modernismo è fortemente sbilanciato sul versante capitalista e individualista: per lui, se la piccola tabula rasa non si mette a fare soldi nel migliore dei mondi possibili, la colpa è solo sua, e infatti Hicks ha ricevuto 925.000 dollari dalla finanziaria BB&T Corporation per istituire un “centro di etica e di imprenditorialità”.

Insomma, con una piccola spinta da amici così, siamo tutti bravi a sostenere la causa dell’Individuo Razionale, Senza Dio e Affarista.

BBT_HQSede della BB&T Corporation

Comunque la tabella di Hicks qualche senso ce l’ha, e Hicks scrive bene e in maniera intelligente.

Adesso andiamo oltre i premodernisti e i modernisti.

Hicks identifica nel suo libro un filone di intellettuali che in varia misura si sono opposti all’Illuminismo, senza essere premodernisti.

Kant che (semplifico) dice che la realtà è inconoscibile, Rousseau che sottolinea l’elemento religioso e comunitario, Hegel che arriva a dire che è il soggetto a creare il mondo, Heidegger che dà valore alla pura esperienza del “trovarcisi”: pensatori molto diversi, ma che avrebbero dimostrato che esistono alternative al pensiero moderno.

Nessuno di questi autori è stato particolarmente di Sinistra; ma il loro prodotto collettivo è stato – secondo Hicks – l’ancora di salvezza che certi intellettuali di Sinistra cercavano disperatamente.

Il marxismo è certamente nato modernista, e con la pretesa di incorporare e superare il trionfo tecnologico del capitalismo, con una teoria scientifica la cui verità sarebbe stata dimostrata dalla realtà.

scienceSolo che – dice Hicks – la realtà e la scienza avrebbero smentito tutte le profezie di Marx e il capitalismo avrebbe trionfato, come dicono in spagnolorotundamente.

Gli intellettuali che volevano continuare a credere nonostante la realtà avevano bisogno quindi di un sistema che permettesse di fare direttamente a meno della realtà, senza sembrare buzzurri.

E così un gruppo di intellettuali di Sinistra crea il postmodernismo.

Foucault è l’unico che conosco –  per le quattro righe (peraltro assai chiare) che ho letto, mi è piaciuto per aver detto che non tutta la modernità luccica, che tante cose che diamo per scontato hanno una storia, che c’è da imparare da discorsi diversi da quelli prevalenti, che la modernità è un immenso e complesso apparato e non solo liberi individui che ragionano.

Hicks – a cui Foucault sta antipatico più o meno per gli stessi motivi per cui mi sta simpatico – coglie però qualcos’altro.

E vedendo la produzione ideologica dei PoMo o postmodernisti accademici statunitensi, il suo discorso mi sembra che fili: basta seguire l’account di Twitter, New Peer Review, dove ogni giorno scopriamo nuovi gioielli che le riviste scientifiche del settore, dopo attenta peer review, decidono di pubblicare.

C’è una logica rigorosa che porta a conclusioni rigorose (anche se il postmoderno serio lo negherebbe in maniera accesa).

Innanzitutto, non solo non è possibile conoscere la realtà: anche parlarne, non ha alcun senso.

Esistono solo le nostre percezioni soggettive.

E’ un discorso che nella patria dell’idealismo magico, sicuramente seduce. Ma permette, praticamente, di negare ogni valore oggettivo alla scienza.

L’esperienza soggettiva è un’esperienza di lotta per il potere, in cui i PoMo, non si sa bene perché, si schierano sempre con le Vittime, che appartengono a grandi blocchi identitari (donne, omosessuali, neri e gli splendidi intersezionali, diciamo la lesbica nera anoressica ritardata mentale con undici dita).

Questi schieramenti prescindono dalle intenzioni, e quindi sono indissolubili: chi nasce bianco, godrà sempre del White Privilege e per questo meriterà sempre di essere odiato, qualunque cosa faccia. Non si capisce quali sia l’interesse dei giovani americani che si possono permettere di indebitarsi per seguire gli studi più inutili, a schierarsi con le Vittime, ma tant’è.

Qui mi viene subito in mente Julius Evola, che la pensava alla stessa identica maniera, ma faceva l’ola per la squadra immaginaria opposta. Eccolo che racconta delle opposte tifoserie divine sul Monte Aventino, trionfanti romani solari virili contro schiavi e donne lunari:

“quell’Ercole che, come «Ercole trionfale», nemico di Bona Dea, sarà massimamente significativo – insieme a Giove, a Marte e poi ad Apollo quale «Apollo salvatore» – pel tema della spiritualità uranico-virile romana in genere, e sarà celebrato in riti, da cui le donne erano escluse. Peraltro, l’Aventino, il monte di Caco abbattuto, di Remo ucciso, è anche il monte della Dea, e su di esso sorge il tempio più importante di Diana-Luna, la grande dea della notte, fondato da Servio Tullio, il re di nome plebeo amico della plebe; in esso la plebe in rivolta contro il patriziato si ritira; su di esso si celebrano, in onore di Servio, le  feste degli schiavi; in esso si stabiliscono altri culti femminili come quelli di Bona Dea, di Carmenta, nel 392 di Juno Regina – portata da Vejo vinta e che i Romani originariamente avevano poco a grado.”

Per i PoMo, noi esprimiamo la nostra soggettiva sete di potere attraverso la Parola, che è quindi l’unica cosa che conti. Tutto è Parola.

La Parola però non è verità, è solo un’arma nella lotta per il potere.

Se la Parola non è verità, non esiste confutazione logica della parola. Anzi, ogni tentativo di dialogo diventa un atto di guerra.

Giovanni dice, “Marco, tu sei un omicida!”

Marco risponde, “ma io non ho mai ammazzato nessuno, dimostramelo!”

E Giovanni: “ti ho beccato, vedi ti opponi alla mia tesi, me l’aspettavo! Cosa c’è sotto? Che interessi hai?”

Ecco che si elimina con uno splendido colpo di scimitarra l’intero concetto di dibattito, discussione, verità sofferta ma condivisa. E quindi si demolisce anche la base dell’intero metodo accademico dai tempi di Aristotele. Cosa che evidentemente sta rivoluzionando quello che negli Stati Uniti si ritiene sia uno scritto accademicamente accettabile.

La Parola crea la realtà, in particolare crea le stesse Identità attorno a cui ruota tutta la lotta per la vita. E’ la parola che crea innanzitutto il Genere – non soltanto mette le gonne alle donne, ma in un numero crescente di “studi”, determinerebbero la totalità dell’esistenza e delle differenze, perfino fisiche. E crea le differenze di razza, che però restano ineliminabili: e da qui la tendenza crescente a creare safe spaces, da cui le persone di pelle bianca devono essere escluse. Chi facesse notare tale contraddizione è ovviamente soggetto al punto precedente: che interessa ha a farlo notare?

Se la Parola è un’arma, non esistono parole neutre. Così magari scoprono che in un romanzo dell’Ottocento in cui si parlava di schiavi neri, certi termini non erano neutrali, e fin qui ci sta – e molto critica anti-PoMo soffre proprio dei limiti degli scienziati duri che ci capiscono poco delle scienze umane.

Ma attenzione, i PoMo ricambiano le critiche degli scienzati duri con gli interessi. In fondo, cosa è la matematica, se non un insieme di parole con cui i maschi cercano di sottomettere le femmine?

queer-mathPer non parlare della biologia, ma anche  della fisica.

queering_science-450x583Se le Parole sono un’arma, sono solo un’arma. Spesso, i postmodernisti vengono accusati di essere ammiratori dei cannibali, fan dei terroristi islamici o appassionati dei mistici medievali. E spero che in singoli casi possa essere vero.

Ma il vero PoMo, se mai si occupa di qualcosa “fuori dall’Occidente”, è solo per guardare il proprio occidentale ombelico.

Alla fine, se dovesse analizzare i canti di un visionario afroamericano del Settecento o gli scritti di una suora medievale, spererebbe solo di trovare, nel primo, scritto in codice, “padroni a morte!” e nel secondo, “maschi boia!”

Perché il nichilismo post-moderno, proprio come quello modernista, non vede nulla di positivo, di ricco, di vivo: nulla può esistere al di fuori del conflitto identitario. Se la donna è stata creata con la parola soverchiante dell’uomo, cosa ti aspetteresti mai di trovare di interessante nella mente o nel cuore di una donna?

Se le Parole sono armi, usiamo le nostre e togliamo al nemico le loro. La parola ferisce, provoca “microaggressioni” che in un mondo senza realtà fisica contano quanto stragi e stupri: si tratta di quelle cose un po’ goffe che la gente, con le migliori intenzioni, dice quando si trova davanti qualcuno che non conosce bene, in una società in cui incrociamo quotidianamente un numero terrificante di sconosciuti.

Dovessi fissarmi con le microaggressioni, mi toccherebbe impiegare una squadra permanente di fucilatori:

“Miguel son sempre mi! Ma io pensavo che tutti i messicani fossero scuri di pelle! Ma come parli bene l’italiano! Ma è vero che in Messico fanno tutti la siesta? Eh, il Messico, mi son sempre piaciuti gli Incas!”

nano-aggressionPer questo, un’enorme parte della fatica PoMo consiste nel censurare, nel denunciare ogni parola fuori luogo, secondo canoni che avrebbero affaticato la creatività del Sant’Uffizio negli anni di gloria.

E se necessario, il PoMo adopera anche la violenza fisica, come nel caso dell‘Evergreen University, dove un professore (peraltro di origine ebraica, ma pare che la compassione per gli ebrei sia fuori moda nel mondo PoMo) è stato aggredito perché rifiutava di uscire dall’aula in un momento in cui nessun bianco doveva metterci piede.

In questo scontro (sarà chiaro perché non posso parlare di “dibattito”) scopriamo tante cose interessanti.

La prima è quella, spaesante, della tri-visione delle posizioni. Un campo di calcio a tre ci manderebbe molto letteralmente nel pallone, ma è così: premodernismo, modernismo e postmodernismo sono tre logiche totalmente diverse, non due, alla faccia dei tifosi di ogni sorta.

Poi, il postmodernismo pone tanti temi interessanti. Il primo è proprio che mette in dubbio il paradigma fondante, siamo nel migliore dei mondi, basta che alzi le chiappe e ti dai da fare anche tu, e dopo non dimenticarti di farci l’applauso.

Ma dispiace che alla fine, la critica alla modernità debba trovarsi in mani così tristi.

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