Crisi di astinenza da crescita

Seguo la straordinaria manifestazione che si è svolta ieri a Torino a favore del TAV.

Alla testa di tutto, c’è la Confindustria:

“Confindustria ribadisce “con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav”. E annuncia “che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese”.”

Leggo su Repubblica la composizione, invece, della piazza:

“Il sit-in è stato promosso dall’associazione “Sì Torino va avanti” e da “Sì lavoro”, legata a Mino Giachino, ex sottosegretario ai Trasporti del governo Berlusconi, che ha lanciato una petizione online arrivata a più di 65mila sottoscrizioni. Hanno aderito il Partito democratico, i moderati, Forza Italia e anche la Lega, nonostante il partito di Matteo Salvini governi insieme al Movimento 5 Stelle che intende bloccare i cantieri e ha annunciato l’analisi costi benefici per l’alta velocità.

In piazza anche i Radicali e Fratelli d’Italia, che raccolgono firme per due referendum.”

Casa Pound, che è ovviamente fortemente schierata dalla parte delle Opere che Fanno Grande l’Italia, all’ultimo momento ha deciso di non scendere direttamente in piazza,

«Pur condividendo le legittime proteste degli amici del No Ztl non intendiamo manifestare formalmente con il Partito Democratico e il circuito di poteri forti che la sinistra rappresenta».

Mettiamo da parte per un momento i pareri sul valore o sul pericolo dell’opera in sé, e partiamo dalla parolina che meno vi avrà colpiti: “gli amici del No Ztl“.

Non è solo in Oltrarno che le cose piccole permettono di cogliere la chiave di quelle grandi: no Ztl, cioè i commercianti che sotto l’egida di Casa Pound si stanno battendo perché il flusso di auto nel centro della città non si fermi nemmeno per un istante.

Auto prodotte con frammenti provenienti da tutto il mondo, che trasformano il petrolio ricavato dai deserti arabi in veleno per i nostri polmoni e in gas serra e tutto il resto. Va da sé che i No Ztl si battono soprattutto su Facebook regalando i propri profili al signor Zuckerberg, quindi tranquilli, non sono antisemiti.

Benzina e sottoprodotti portano un momentaneo sollievo alla crisi, che somiglia piuttosto a una crisi di astinenza. E certamente hanno ragione i piccoli commercianti a sentirsi addosso il fiato della morte addosso.

Però tutta la sciarada di ieri diventa più comprensibile, se partiamo da questo concetto: la crisi da astinenza da crescita. E’ chiaramente il motivo della scelta della Confindustria, ma anche di tutte le piccole realtà a scendere, giù giù fino ai Fratelli d’Italia.

Insomma, stiamo parlando qui di politica vera e non solo di politica spettacolo, per questo si mescolano tra di loro i giocatori delle varie squadre.

Apriamo una parentesi.

Nel 1936, Daniel Guérin scrisse Fascisme et gran capital, pubblicato in italiano come Fascismo e gran capitale dall’amico Roberto Massari.

Guérin, osservando da vicino la nascita del fascismo e del nazismo, aveva osato fare ciò che oggi i furbi evitano accuratamente di fare: dare una definizione falsificabile di fascismo.

Con molti esempi calzanti, Guérin diceva che gli imprenditori dell‘industria pesante, in particolare metalmeccanica, godevano di un enorme potere, strettamente legato agli appalti statali, perché dallo Stato ricavavano sia le infrastrutture che gran parte delle loro commesse.

Dallo Stato l’industria pesante aveva ottenuto la più Grande Opera Inutile e Imposta di tutti i tempi, la prima guerra mondiale.

Dall’altra parte, c’era l’industria leggera (segnatamente quella tessile della Toscana, che lui evidentemente conosceva bene), che non aveva bisogno di Grandi Opere, ma di traffici internazionali; era molto meno dirigista, non era legata allo Stato; e cercava di mediare nello scontro con i lavoratori.

Con la fine della pacchia (cioè della Grande Strage), l’industria pesante si trovava in una crisi paurosa: quando non c’è più da ammazzare, non ti comprano più le bombe.

A lungo termine, la soluzione più semplice sarebbe stata quella geniale adottata dagli Stati Uniti nel 1945: “facciamo altri ottant’anni di guerra, ovunque sia!”

Ma nel 1919, gli operai – che avevano goduto di una piccola pacchia anche loro – pretesero di avere il controllo sul luogo dove passavano la maggior parte delle loro vite da svegli. 

Fu a quel punto che la Confindustria decise di finanziare lo squadrismo fascista.

Ma siccome la crisi si faceva dura, si aggregarono anche l’industria leggera, e tutto il mondo agrario.

Questa analisi del fascismo, a ottant’anni di distanza, presenta diversi problemi.

Intanto Guérin era un latino, e all’epoca solo anglosassoni e germanici intuivano qualcosa del vero problema del mondo, la catastrofe ecologica in preparazione.

Poi, esiste oggi una “industria pesante” e una “industria leggera” in Italia?

Come facciamo a distinguere capitali che girano vorticosamente per il pianeta su computer, e definirli “italiani” o “americani” o magari “nigeriani”?

In un mondo di anziani, esistono reduci ventenni fuori di testa per aver passato tre anni di vita e morte in trincea?

Esistono operai che rivendicano il controllo della fabbrica in cui lavorano?

E se nel 2018 cerchi l’olio di ricino, vai su Amazon e trovi questo:Insomma, si fa presto a dire che stanno tornando i fascisti.

Ma fatta la tara a tutto ciò, la Confindustria esiste ancora; la crisi c’è; la crescita bisogna farla lo stesso; i lavoratori vanno flessibilizzati, globalizzati, delocalizzati, automatizzati; e almeno in Toscana, i padroni delle terre che producono il vino e i palazzi che ospitano i turisti sono i pronipoti degli stessi conti e marchesi che qui inventarono il fascismo.

Abbiamo finito di scherzare, quando si deve decidere sul serio, arrivano i produttori e decidono loro come bisogna fare.

E il momento tremendo arriva, quando compare anche il No Ztl, quando tutti i piccoli disperati spaventati dalla crisi si aggregano, e i profitti di pochi diventano la furia di tanti.

Con la differenza che gli squadristi del 1920 si limitavano a bastonare contadini e operai. Questa nuova furia crescista che non picchia nessuno e usa l’olio di ricino solo per abbellirsi le ciglia, è diretta contro la sopravvivenza della vita sull’unico pianeta che abbiamo.

Immaginatevi questa gente che si agita per un’ipotetica linea ferroviaria, il giorno che qualcuno minaccia di privarla della plastica usa e getta.

E mi dicono che Marte è proprio bruttino.

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Politica in un giardino e 48 cimiteri

Nel mondo dello spettacolo politico, c’è un’importante notizia.

Una certa Elisa Isoardi, già insignita dei prestigiosi titoli di Miss Fragola, Miss Muretto e Miss Cinema, ha annunciato su uno dei canali ufficiali della comunicazione contemporanea la propria separazione dal Ministro degli Interni in carica.

Nel mondo della politica reale, cioè della polis, ieri è venuta al nostro giardino una signora che a differenza della signorina Isoardi, si occupa di cose concrete: interventi di manutenzione per conto del Comune.

Presi dall’entusiasmo, le chiediamo,

“allora la rete del campino che è tutta rotta da anni?” “No, è un altro settore”. “Il fondo del campo con le buche?” “No, quella è un’altra ditta…” “Ma l’illuminazione?” “Vedi, è complicato da spiegare, ma…” “E lo sciacquone del bagno che ci abbiamo scritto sopra NON PIGIARE perché se no cade a pezzi?” “No, quello è un lavoro idraulico”.

E così scopriamo che aggiusterà alcune mattonelle su un muro e la porta del bagno dove c’è un cartello, “se non si apre, provate con un calcio” (funziona, davvero).

Continuiamo la ricerca di chi si occupa dell’illuminazione del campino.

Non siamo soli: di questa ricerca si stanno occupando da tre giorni anche cinque funzionari di uffici diversi del Comune. Per ora è emersa una delibera (di cui attendiamo gli estremi) che stabilisce che se ne devono occupare “gli utilizzatori”.

Con o senza utilizzatori luminosi, mi viene comunque un’illuminazione.

Perché i difetti dei sistemi si colgono meglio, quando tutti agiscono in buona fede.

Il Comune ha mandato la signora; la signora ci è sembrata molto competente; siamo certi che i lavori li farà presto, bene e senza sprechi. Ed è giusto che a occuparsi di luci sia qualcuno diverso da lei, mica ti puoi improvvisare luminaro e muratore e fontaniere insieme.

Insomma, l’Amministrazione ha fatto ciò che doveva fare; e il Privato eseguirà correttamente il lavoro richiesto dall’appalto pubblico.

Eppure sarete d’accordo che c’è qualcosa che non va.

E’ la mancanza del terzo elemento: le persone che vivono il luogo, che sanno che i loro figli giocano nel campino al buio, inciampano nelle buche, rischiano di  farsi graffiare dagli spunzoni rotti della vecchia rete; se sopravvivono e vanno al bagno, sfondano la porta a calci, quando fanno la pipì lo sciacquone esplode e rischiano di nuovo di tagliarsi contro mattonelle rotte.

Insomma, hanno il quadro completo della situazione; ma è anche un quadro vivo.

Mentre l’Amministrazione per definizione applica alla realtà misure astratte, qui avviene il contrario: la realtà chiede le misure del caso.

Chiaramente, ci vogliono tutti e tre.

La Comunità non è in grado di sistemare il cemento del campino da sola. Ci vuole un’Amministrazione che commissioni un Privato. Ma senza una Comunità, il campino non serve a nulla.

Ieri ero a un incontro della rete toscana di Labsus a Firenze.

Labsus è il Laboratorio per la sussidiarietà, un delicato movimento sotterraneo di formiche. Una dimensione che sto scoprendo in questi anni: stare attenti ai dettagli, cogliere l’essenziale, non perdersi in polemiche con nessuno, cercare i piccoli passaggi segreti e le crepe nel cemento, pensare a costruire a lungo termine.

Formiche, oppure acqua. Come disse Laozi, almeno nella traduzione italiana:

“Ecco come bisogna essere! Bisogna essere come l’acqua.
Niente ostacoli – essa scorre.
Trova una diga, allora si ferma.
La diga si spezza, scorre di nuovo.
In un recipiente quadrato, è quadrata.
In uno tondo, è rotonda.
Ecco perché è più indispensabile di ogni altra cosa.
Niente esiste al mondo più adattabile dell’acqua.
E tuttavia quando cade sul suolo, persistendo, niente può essere più forte di lei.”

Labsus da qualche anno si insinua in ogni angolo del paese per mettere in atto l’Articolo 118 della Costituzione, che all’ultimo comma recita:

““Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”

 Iniziativa autonoma, cioè che non segue partiti, sindacati, confederazioni; e non è presa nel proprio interesse ma in quello “generale”, quindi si distingue nettamente dai soggetti privati.

Lo Stato non deve più semplicemente ascoltare, sorvegliare o frenare queste attività; le deve addirittura favorire.

Al convegno di Labsus, c’erano amministratori di comuni attualmente governati dal centrosinistra, dal M5S, dalla Lega e da una lista civica, un fatto che è emerso solo alla fine e quasi per caso: pensate quanto sia diversa la politica reale dalla politica spettacolo.

A Pistoia, l’amministrazione di centrosinistra stabilì dei patti per la gestione e cura condivisa dei beni comuni, ripresi senza problemi dalla Lega che oggi governa la città, perché alla fine conviene a tutti. Come l’acqua, insomma.

Un amministratore racconta di come oggi il suo Comune si regge su tre pilastri: l’Amministrazione che cura il centro, le Associazioni che curano le periferie e le tante frazioni (nonché ben 48 cimiteri di campagna attivi), e i Privati che hanno gli appalti per i lavori pubblici che le Associazioni non sono in grado di realizzare.

Luca Gori è un giurista della Scuola Sant’Anna di Pisa, e mi preparo a dormire mentre parla; invece mi risveglio, perché fa un discorso di straordinario interesse e chiarezza.

Provo da incompetente a riassumere quello che ho capito.

Il mondo diventa come lo imposti (questo concetto introduttivo lo aggiungo io).

L’intera società occidentale è oggi impostata sulla visione di un’Amministrazione onnisciente che regola il traffico di tanti Privati isolati che si fanno i fatti propri e difendono i propri diritti individuali. Privati che tutt’al più possono partecipare, chiedendo cose precise all’Amministrazione attraverso i canali appropriati: è la cultura delle audizioni e delle assemblee.

Il mondo che ne risulta è inevitabilmente popolato da persone astiose e impaurite, in conflitto tra di loro e con l’amministrazione.

Credono che tutto sia dovuto loro dall’alto perché pagano le tasse, ma proprio per questo si sottomettono, perché se gridi sempre, “piove, governo ladro!”, vuol dire che credi per primo che il Governo controlli pure le nuvole.

Non rimane nemmeno un angolo per la vita condivisa, reale e spontanea che pure è la base naturale dell’esistenza della specie umana.

Ma torniamo a Luca Gori.

Con l’articolo 118 nasce un soggetto giuridico nuovo (anche se in realtà esiste da sempre): i cittadini attivi.

Questo concetto trova per la prima volta applicazione nel Codice del Terzo Settore del dicembre 2017, agli articoli 55, 56 e 57: articoli brevi che parlano di co-programmazione, co-progettazione: i cittadini attivi entrano in partenariato con le istituzioni.

Qualche mese fa, però, l’Autorità Nazionale Anti-Corruzione (ANAC)  ha presentato una domanda al Consiglio di Stato: questi articoli non sono forse in contrasto con il codice dei contratti pubblici dell’Unione Europea?

La sezione consultiva del Consiglio di Stato ha rilasciato un parere in cui dà in parte ragione all’ANAC: la legge non cambia, ma il parere sarà certamente dissuasivo per molte amministrazioni.

E qui si capisce perché la gente preferisce occuparsi di senegalesi spacciatori o di signore di mezza età che vanno in giro con una maglietta con la scritta Auschwitzland.

Uno, perché un parere del Consiglio di Stato è interessante più o meno quanto un’equazione di secondo grado.

Due, perché la gente vuole capire subito chi sono i buoni e i cattivi. Mica puoi considerare che un magistrato che combatte la corruzione sia un cattivo.

Ma invece di cercare chi è buono e chi è cattivo, devi pensare più a fondo per cogliere il rischio che c’è nel riportare tutto all’idea che al mondo possono esistere solo una Amministrazione e molteplici Privati, che possono solo agire per guadagno: una comunità che si prende cura della pulizia degli argini di un fiume non avrebbe allora nulla di diverso dalla ditta che lo fa per lavoro, e tutti devono mettersi in coda per vincere l’appalto.

Se tutti si devono mettere in coda per l’appalto, e il criterio fondamentale è la non corruzione, è inevitabile che vincerà l’appalto, non chi pulisce l’argine in una maniera che meglio soddisfa quelli che vivono vicino all’argine, ma chi riesce a dimostrare la correttezza di un’infinita serie di procedure bancarie e amministrative.

Ma a lungo andare…

 

 

 

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“Ma il destino è una terrible potenza”

Ugo Bardi (che riesce a tenere una cattedra, diversi blog, conferenze in giro per il mondo e pure scrivere libri e aggirarsi per il nostro quartiere con una falce di plastica minacciando di portare le persone nell’aldilà, ma  è un’altra storia e la racconteremo un’altra volta) ha scritto un libro su un giovane che visse la Prima Guerra Mondiale.

Credo sia il modo migliore per ricordare il terribile anno 1918, che non pose fine alla Grande Strage iniziata nel 1914.

Anzi,  i monumenti che si vedono in Serbia ci ricordano la “Guerra 1912-1918″.

E forse, se vogliamo fissare una data precisa, la catastrofe che stiamo ancora vivendo risale all’allucinante decisione del 1911, di attaccare la Libia. Colpa dei media forse più che dei politici, leggete, se avete un attimo, questo mio vecchio scritto.

Tagliando con l’accetta e scartando innumerevoli altri fattori – l’attacco alla Libia portò a una crisi nell’Impero Ottomano, e a forza di domino che cadono di qua e di là, alla guerra tra Serbia e Austria e a tutte le conseguenze successive, dalla rivoluzione bolscevica alla Seconda guerra mondiale.

Sarebbe esagerato, ma non del tutto sbagliato definire ciò una nota a piè di pagina a qualche articolo di un giornalista milanese esaltato.

Esattamente cent’anni dopo, nel 2011, istigato di nuovo dai media, qualcuno attaccò la Libia e scatenò buona parte delle conseguenze che oggi rischiano di portare alla dissoluzione l’Europa.

Viene in mente il fato ineluttabile di cui parla Sofocle:

Ἀλλ’ ἁ μοιριδία τις δύνασις δεινά·
οὔτ’ ἄν νιν ὄλβος οὔτ’ Ἄρης,
οὐ πύργος, οὐχ ἁλίκτυποι
κελαιναὶ νᾶες ἐκφύγοιεν.

Ma il destino è una terrible potenza:
non gli si sfugge né con ricchezza né con guerra,
né con torri né con nere navi battute dal salato mare.

Ma adesso via, a leggere su blog di Ugo:

La Linea d’Ombra della Memoria: Si Avvicina il Centenario della Fine della Grande Guerra

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Domanda legale

Approfitto del fatto che ci sono diversi legali tra i commentatori, per porre una domanda, che però forse interessa anche altri.

La nostra associazione ha da sempre un problema enorme, che si chiama assicurazione.

Non solo lavoriamo gratuitamente per mantenere uno spazio pubblico, ma la convenzione con il Comune ci obbliga a pagare un’assicurazione per le nostre attività.

Il concetto è vago e noi non abbiamo la minima competenza in materia.

Però esiste questo obbligo.

Ci dicevano che sarebbe costata circa 30 euro per ogni socio, poi a forza di discutere, la cifra è calata a otto euro a testa, che non è poco se si pensa che la quota era di dieci euro l’anno. Con l’aggiunta dell’inutilità di un’assicurazione che a quanto pare esclude la terzietà tra soci: che è un modo complicato per dire che se un socio fa male a un altro, non è coperto.

Così uno si trova a pensare  a situazioni ipotetiche degne di giuristi sciaraitici o talmudici.

Mi sveglio la notte chiedendomi se l’acuto della soprano che è una nostra socia, ma non ha rinnovato la quota l’anno scorso, potrebbe far diventare di colpo sorda la figlia di una nostra socia, quale sarebbe allora la responsabilità dell’associazione?

Oggi mi capita sott’occhio l’articolo 18 del Codice del Terzo Settore, o se preferite, il Decreto Legislativo del 3 luglio 2017, n. 117, che tra l’altro recita:

3. La copertura assicurativa e’ elemento essenziale delle convenzioni tra gli enti del Terzo settore e le amministrazioni pubbliche, e i relativi oneri sono a carico dell’amministrazione pubblica con la quale viene stipulata la convenzione.

Ora, non ci capisco niente di assicurazione e niente di diritto, ma la frase “i relativi oneri sono a carico dell’amministrazione pubblica con la quale viene stipulata la convenzione” mi fa pensare che l’assicurazione la debba pagare l’amministrazione pubblica e non noi.

Sicuramente mi manca qualche cavillo, che rende irrealizzabile un sogno del genere.

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Un gran mare d’immondizia

Da qualche anno, ho cominciato ad accorgermi che i rifiuti non sono una cosa che tu li metti in un sacchetto e gli dici addio per sempre.

Pian piano, ho cominciato a notare intanto che tutto quello che possiedo è un rifiuto in potenza, a partire dalla tastiera che sto usando per scrivere, e che già da segni di cedimento.

Oppure i vestiti usati dei bambini, che sono diventati un’ossessione: perché la gente, che giustamente non ama buttare un giubbotto costato 30 euro solo perché il figliolo è cresciuto, pensa subito a regalarlo, e così lo portano al giardino. Ma per ogni genitore pronto a prendere, ce ne sono dieci pronti a dare, e così per ogni sacco di vestiti che si danno via, ne arrivano nove.

Poi ho cominciato a seguire la vicenda delle Mamme No Inceneritore, della Piana alla periferia di Firenze dove tutto insieme vogliono fare un inceneritore, un nuovo aeroporto, uno stadio e una nuova corsia dell’autostrada, visto che è l’ultimo spazio non ancora completamente cementificato della città.

La questione tecnica in sé – quanto sarebbe stato inquinante nei fatti (che sono sempre ben diversi dalla teoria) un inceneritore – è secondaria rispetto alla domanda che le Mamme No Inceneritore hanno posto rispetto alla base trascurata del nostro intero sistema economico. Firenze può continuare a esistere come se i rifiuti non ci fossero?

Lì ho capito che giubbotti, tastiera, automobili, lavatrici o qualunque altro prodotto che utilizzi materiali non immediatamente riciclabili, sono semplicemente futuri rifiuti.

L’intero sistema è un’immensa fabbrica di rifiuti, e prima o poi è destinato a intasarsi e scoppiare, come una fogna troppo piena.

A questo punto è evidente che il problema non è, “dove mettiamo i rifiuti“, ma come possiamo smettere di produrli?

I politici dovrebbero smettere di preoccuparsi di inceneritori, di raccolta differenziata, di esportazione di rifiuti, di riciclaggio; e iniziare a mettere fuori legge, o almeno fuori mercato, tutto ciò che è usa e getta. Ne va della sopravvivenza dei nostri figli.

Vi segnalo un articolo interessante di Jacopo Giliberto, uscito sul Sole 24 ore, che documenta a che punto è la crisi dei rifiuti.

O meglio, descrive tutti i sintomi a valle – compresi tanti che non conoscevo – di una situazione ormai al collasso, e per questo vale la pena di leggere l’articolo.

Ma non gli viene nemmeno in mente da chiedersi quali siano le cause a monte. E quindi la sua soluzione – sostanzialmente più inceneritori – ricorda il medico che monitora con grande attenzione le sofferenze di un tossicodipendente in crisi di astinenza, e poi prescrive come rimedio una doppia dose di eroina.

Quando abbiamo visto che i sacchetti di vestitini usati per bambini ci stavano affogando, non abbiamo pensato, “ma dove li mettiamo? Li trasformiamo in pupazzi? Li bruciamo? Li buttiamo di notte nel cortile del vicino?”

Abbiamo detto, “basta, non portatecene più”, che è il punto lungo la catena dove possiamo arrivare noi.

Poi andrebbe stroncata quella nonna che ogni volta che vede al mercatino dei giubbotti per bambini con lo sconto, ne compra tre per i nipotini; e andrebbe stroncato l’importatore che i giubbotti li fa venire dalla Cina su navi che riversano i loro rifiuti nell’aria e nell’acqua.

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Cronaca Nera

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La scienza economica

Nel 1860, Ruskin scrisse un lungo saggio – ma i vittoriani erano pazienti e non scappavano altrove al primo clic – su Cornhill Magazine, che poi fu ristampato sotto il titolo Unto This Last nel 1862. Un testo che ebbe una forte influenza nella diffusione di quel vago concetto che chiamiamo “socialismo” nella cultura inglese.

Da ignorante di chimica, immagino che quando Ruskin parlava di azoto e cloruro, si riferissse al tricloruro di azoto, che è effettivamente un esplosivo.

A tanta distanza, rileggete le prime righe.

Traduco social affections in maniera letterale, “affetti sociali”, ma credo che il senso di fondo sia l’istinto sociale, il bisogno umano di fare comunità e tutto ciò che supera il mero individualismo.

Tra gli inganni che in vari periodi si sono imposessati delle menti di grandi masse della razza umana, forse il più curioso – e certo il meno meritevole – è la moderna sedicente scienza dell’economia politica, che si fonda sull’idea che un codice vantaggioso di azione sociale si possa istituire a prescindere dall’influenza degli affetti sociali.

Certo, come nel caso dell’alchimia, dell’astrologia, della stregoneria o simili credenze popolari, alla radice dell’economia politica c’è un’idea plausibile. “Gli affetti sociali”, dice l’economista, “sono elementi accidentali e di disturbo nella natura umana; mentre l’avarizia e il desiderio di progresso sono elementi costanti. Eliminiamo gli incostanti e, considerando l’essere umano semplicemente come una macchina avida, cerchiamo di esaminare tramite quali leggi di lavoro, acquisto e vendita si possa ottenere il massimo risultato in termini di accumulazione di ricchezza.

Una volta che abbiamo determinato tali leggi, spetterà a ciascun individuo introdurre quanto ne vuole dell’elemento di perturbazione affettiva, e decidere per se stesso i risultati in base alle nuove condizioni”.

Questo sarebbe un metodo perfettamente logico e funzionale di analisi, se gli elementi accidentali da introdurre successivamente fossero della stessa natura dei poteri esaminati in precedenza.

Se supponiamo che un corpo in movimento sia influenzato, insieme, da forze costanti e incostanti, la cosa più semplice di solito consiste nel tracciarne il percorso prima sotto le condizioni persistenti, e successivamente introdurre cause di variazione.

Ma gli elementi di disturbo nella questione sociale non sono della stessa natura degli elementi costanti: alterano l’essenza stessa della creatura sotto esame nel momento in cui si aggiungono; non agiscono matematicamente, ma chimicamente, introducendo condizioni che rendono inutili tutte le nostre conoscenze pregresse.

Abbiamo condotto esperimenti dotti sul puro azoto, e ci siamo convinti che si tratta di un gas molto facile da controllare; ma attenzione, ciò con cui abbiamo a che fare praticamente è il suo cloruro; e questo, nel momento in cui lo tocchiamo applicando i nostri rigorosi principi, fa saltare in aria noi stessi assieme ai nostri dispositivi.

Guardate bene, io non critico né metto in discussione le conclusioni della scienza, se se ne accettano le premesse. Semplicemente, non mi interessano, come non sarei interessato a una scienza della ginnastica fondata sulla premessa che gli uomini sono privi di scheletro. Si potrebbe dimostrare che sarebbe vantaggioso arrotolare gli studenti in palle, schiaccarli per formare torte, o stirarli a formare cavi; e che una volta ottenuti questi risultati, il reinserimento dello scheletro comporterebbe non pochi problemi per la loro struttura.

Questo ragionamento potrebbe essere degno di ammirazione, le conclusioni logiche e l’unico difetto di tale scienza risiederebbe nella sua non applicabilità.

La moderna economia politica si fonda su una base proprio di questo tipo.

Assumendo , non che l’essere umano manchi di scheletro, ma che sia tutto scheletro, fonda un’ossificante teoria del progresso sulla negazione dell’anima; e avendo dimostrato tutto ciò che si può fare con le ossa, e avendo costruito numerose interessanti figure geometriche con teschi e omeri, dimostra con successo la scomodità di far riemergere l’anima tra tali strutture corpuscolarli.

Non nego la verità di tale teoria; semplicemente nego la sua applicabilità alla presente fase del mondo.

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Il transatlantico che non può girare

Come ben sapete, mi piace annoiarvi con storielle dell’Oltrarno, che però mi permettono di capire parecchie cose.

Certo, non tutte.

Vengo a sapere che la deputata del Partito Unico, di passaggio nella propria roccaforte, ha voluto andare a cena con il Marchese (proprio Lui in Persona, quello che ha una porticina segreta che gli permette di entrare anche di notte nella nota chiesa); con l’Antiquaria; e con il Fruttivendolo.

Allora capisci perché non è nemmeno immaginabile che si possa cambiare governo, qui.

Però in Italia, il governo è effettivamente cambiato, e ammetto di non riuscire a capire fino in fondo.

Uno dei motivi però me lo ha fatto capire una mia amica, che mi ricorda che oggi è l’ottavo anniversario di una dichiarazione dell’allora Sindaco, Matteo Renzi.

Parla proprio del nostro giardino:

Questa frase fa capire perché il Mago Renzi piaceva.

Il linguaggio è di mussoliniana semplicità, non è equivocabile.

Oggi l’area che lui avrebbe mantenuto verde, costi quel che costi, è invece un parcheggio, dove un ex assistente elettricista napoletano vende posti auto a 50.000 euro l’uno.

All’epoca, tanta gente a Firenze ci credeva al Mago.

Non solo, ma il mito del giovane asfaltatore, del bambino che si mangiava i comunisti, si stava diffondendo in tutto il paese.

Poi il mito da noi è crollato, esattamente nel momento in cui è diventato nazionale.

Solo che da noi la fiducia del popolo è del tutto irrilevante, rispetto alla volontà  del Marchese, dell’Antiquaria e del Fruttivendolo.

Il Mago raccontava su scala nazionale storie come quella sul giardino che avrebbe salvato, e alla fine tutto il paese ha capito il trucco.

Così da Mago è diventato Bugiardo e Truffatore. I toscani infatti sono complottisti straordinari, di quelli che riescono a tirar fuori prove su prove con scientifica eleganza e una prosa eccezionale, per cui per loro, è dimostrato, che se il giardino oggi è un parcheggio, è colpa del Mago.

Io, che non sono toscano, penso una cosa molto diversa.

Penso che il Mago credesse, o facesse finta di credere, che i politici possono fare qualcosa.

Invece, non possono, alla fine, nemmeno salvare qualche metro quadro di un giardino. Nemmeno andando a dirlo su Facebook o scrivendo “costi quel che costi”.

L’altro giorno, eravamo a colloquio con un Assessore, cioè una persona di nomina politica.

Gli Assessori hanno tutti le stesse caratteristiche: la barba, la giovane età, il fatto di darti del tu e soprattutto di occupare un posto per diciotto mesi al massimo.

Sei mesi per cominciare a capire un minimo di quello che sarà il loro lavoro,

sei mesi per lavorare

e sei mesi sapendo che tra poco li manderanno a fare un altro lavoro

e quindi che non saranno più responsabili di ciò che è successo durante il loro assessorato, per cui i cocci li dovrà raccogliere il loro successore.

Il risultato è che

1) spesso capiscono meno di noi, che ci stiamo sul pezzo da una decina di anni

2) qualunque cosa decidano non varrà per il loro successore

3) si rivolgono al Tecnico, che invece è lì da secoli e sa tutti.

Il Politico ha una soluzione, veloce e semplice, per ogni problema.

Il Tecnico, come diceva Z in un commento a questo blog, è invece la persona che trova un problema per ogni soluzione.

Ogni volta, da cinque, sei anni, assistiamo alla stessa scena.

La Promessa dell’Assessore e il Tecnico che dice, “guarda che non si può”.

Ieri abbiamo avuto la fortuna di incontrare un Tecnico identico a tutti gli altri, ma che si divertiva anche.

Gli descriviamo la situazione: 120 bambini che giocano a calcio in un campo tutto rotto, con buchi enormi nella rete e pezzi di ferro che gli possono finire negli occhi; poi c’è uno spazio con le mattonelle rotte, dove sul gabinetto c’è scritto “non toccare”, se no casca a pezzi.

Una di noi definisce lo spazio di cui si ha bisogno uno “spogliatoio“, e il Tecnico esplode di rabbia.

“Ma lei lo sa cosa vuol dire spogliatoio? Lo sa che esistono leggi precise? Gli italiani pensano che possono sempre fare il c… che gli pare, ma qui ci sono leggi, leggi che nemmeno vi immaginate, leggi che regolano tutto, anche lo spessore e la provenienza della sabbia, e io come pubblico ufficiale vi potrei anche arrestare se sgarrate!

Sapete che se si fa una sola variante non autorizzata, se si fa uno spogliatoio, poi si procede di ufficio, il primo che se ne accorge può far sbattere in galera a lei!”

E ricorda la lezione che poi ribadirà davanti alla Commissione Urbanistica:

“Non vi dimenticate di D. [il predecessore di Matteo come sindaco] la cui carriera fu distrutta, perché fece abbattere, peraltro legalmente, due platani”.

Provo a intervenire, dicendo:

“Guardi, per me è esattamente il contrario: i cittadini attivi devono poter non solo proporre, ma anche fare, e spetta alle istituzioni trovare il modo perché possano fare le cose legalmente!”

Lui ironizza, “vengo lì al giardino, lo occupo e mi ci faccio la casa!”

Mi vengono in mente le decine di funzionari che ho conosciuto, che non riescono proprio a distinguere il cittadino che invece di limitarsi a votare, pagare le tasse e stare zitto, si prende cura di un bene comune, a proprie spese e rischio, dal tizio che occupa un marciapiede pubblico per farci un bar senza chiedere permessi.

Ovviamente, ha ragione il Tecnico.

La ragnatela impersonale che ci avvolge è tale che forse è impossibile davvero trovare il modo per permettere a 120 bambini di cambiarsi, andare al bagno, lasciamo perdere l’idea di farsi la doccia. Sono cose che potrà fare soltanto una società sportiva tenuta in piedi da un miliardario, che riesce a farsi assegnare un campo perfetto dai politici.

Comunque, anche se fosse possibile, il Tecnico non ha alcuna intenzione di farci sapere come si potrebbe fare: se lo dicesse, cesserebbe di avere il potere che ha.

Qui mi scatta l’oltrarnometro.

Perché se trasformare una stanzetta scassata in uno spogliatoio posto dove cambiarsi le scarpe è impossibile, o solo alla portata dei migliori avvocati amministrativisti del paese, cambiare qualunque cosa è impossibile.

Pensiamo a un transatlantico, in rotta diretta verso un iceberg (o il suo equivalente da tempi di riscaldamento globale).

Dove il timone è chiuso dietro cento porte, e per aprire ogni porta, un giurista deve risolvere un enigma, forse irrisolvibile in sé, rischiando il carcere. Difficile come far quadrare un orario definitivo delle lezioni in una scuola senza scontentare nessuno.

Poi uno si chiede perché quelli che vorrebbero fare qualcosa, si limitano a fare tweet contro i neri – di pelle o di camicia.

A parte quelli come noi, che sorridiamo e continuiamo e cerchiamo di trovare un sinonimo per “spogliatoio” che non ci faccia passare il resto dei nostri anni in galera.

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Posted in esperienze di Miguel Martinez, Italia | Tagged , | 177 Comments