Medicine toste

I due cani da penna corrono nel sottobosco, vicino al pino che nasconde nella corteccia, dicono, una discreta quantità di pigre zecche in attesa di un passaggio.

Chiedo al padrone/cacciatore, “ma non prendono mai le zecche?”

“Certo che le prendono, e anche tante!”

“E che fai?”

“Eh, pensa che vivono in casa con noi, stanno sui divani, per questo do loro una pasticca”.

“Dai una pasticca al cane, e le zecche?”

“Muoiono subito. Infatti, non ti fidare di questi rimedi per le zecche che trovi in giro, quelli non fanno niente. Io uso una cosa fortissima, è omeopatica!”

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Ancora di storie e archetipi

Ancora, in tema di storie e di archetipi.

Fabrizio Luisi è uno dei pochissimi ad avere il coraggio di ammettere che la gente si racconta sempre storie che sono belle e buone, anche quando non sono vere.

Questo è un punto che va molto oltre la questione elettorale di cui lui parla.

E’ quasi impossibile, per chiunque, ammettere che l’Altro possa sognare qualcosa di positivo, semplicemente perché Noi possediamo tutto il positivo possibile.

Io sogno un’umanità felice e libera dalla superstizione?

Allora, sono costretto a credere che i cattolici devono sognare un’umanità in catene di fronte a preti pedofili e ignoranti.

In realtà non è mai così.

Quando diciamo che qualcuno “ha un’idea”, quasi sempre ha invece una storia, che vince sempre sulle contraddizioni ideologiche – come il mio amico ingegnere elettronico moldavo, che quando può va a ritirarsi sul Monte Athos a pregare, ma che è ancora fedele all’Unione Sovietica, sostanzialmente per i racconti che sentiva a scuola di un giovane pioniere comunista che incarnava sempre valori di lealtà, giustizia e coraggio.

Il cattolico di una volta si raccontava una storia, che andava dalla creazione dal nulla di un mondo (impossibile, eppure è successo!), passava poi per il Giardino, per lo smarrimento che tutti proviamo ad aver perso tutto, raccontava di un bambino che non aveva un luogo dove nascere, dell’immenso amore di una mamma, di dodici tappe su cui un bellissimo giovane soffrì per tutti noi grondando sangue e sudore, di una donna che vide sconfiggere la morte, dell’uomo barbuto che bussò alla porta degli inferi e liberò i condannati, per arrivare agli angeli che cantano in coro in cielo e delle persone che si vogliono bene che si ritrovano per sempre.

Tutti i racconti sono così: belli e buoni.

A modo loro, costituiscono sistemi perfetti, finché non entrano in contatto con altri racconti.

Ad esempio, il racconto degli Stati Uniti:

– la terra selvaggia che fu domata da gente laboriosa e semplice;

– uomini liberi che costruirono una Repubblica senza le catene e l’ignoranza della vecchia Europa;

George Washington che non disse mai una bugia perché l’onestà è il valore fondante dei rapporti tra le persone, non il sangue;

la missione di donare  a tutti gli esseri umani del mondo libertà, ricchezza e felicità;

la Festa del Ringraziamento con la famiglia che si vuole bene;

i barbari battuti e cacciati  e respinti ovunque, magari anche per il loro bene;

la possibilità anche per il più povero di avere successo nella vita, purché si comporti in modo fair and just.

Questo è come la vede l’elettore medio di Trump, quello che dice, Make America Great Again (MAGA). E non ha nessun bisogno di conoscere altre storie: l’ignoranza rende sempre più belle le storie.

Per i suoi avversari, il MAGA invece è semplicemente un razzista che odia, che è l’ultima cosa a cui il trumpiano pensa. Certo, come conseguenza di una storia positiva, gli viene anche una giusta rabbia contro quei pazzi (loro sì pieni di odio) che sputano sui Valori Americani.

Infatti, se il mio racconto è positivo, quello dell’Altro deve essere negativo:

I musulmani pensano solo a picchiare le donne

I comunisti vogliono sterminare chiunque abbia successo

Gli ebrei odiano Gesù

I fascisti diventano felici solo quando vedono qualcuno che commette un’ingiustizia

I piddini vogliono distruggere le tradizioni e far accoppiare omosessuali con negri, cavalli e acrobati

I cattolici amano l’odore di carne umana al rogo

I non musulmani vogliono istituire sacrifici a idoli inesistenti e impedire alle persone di vivere secondo la propria intima coscienza.

E così via, il meccanismo è applicabile sempre e ovunque.

Questa letterale demonizzazione del racconto dell’Altro (che chiamerò il Sospetto) salva il nostro racconto: come è possibile che qualcuno possa disprezzare una cosa che mi è così profondamente cara, come la storia di Gesù (o la patria italica o il comunismo o  l’America)?

Può essere solo perché odia il bello e il buono.

Fateci caso, le critiche ai nostri avversari partono quasi sempre da questo presupposto.

Ne nasce un discorso più o meno di questo tipo – qui parlo di cattolici e laici, ma potete metterci tranquillamente qualunque altra contrapposizione di storie:

“Come sono belle le parole di Gesù…”

“Quanto fai schifo, tu che per il solo piacere di vedere gli eretici al rogo, ammazzeresti chiunque! Ti piace proprio far male alla gente, vero? Pedofilo!”

“Bugiardo, tu menti sapendo di mentire! Sai benissimo che non odio! Ecco come siete voi atei, che agite per puro odio verso Dio! Quanto fai schifo!”

E invece i racconti avversi hanno anche le loro ragioni, ma vanno percepiti nel loro insieme.

Pensate a quello parallelo e contrario al MAGA, di chi parla (poco importa quanto sia vero il racconto storicamente) di una terra incontaminata, dove pochi uomini dalle “pelle rossa”, dei e animali vivevano in armonia, finché tutto non fu distrutto dalla feroce avidità di europei che fecero morire milioni di schiavi pur di arricchirsi.

I racconti puri si contaminano facilmente: si fondono con quello nemico, fino a dipenderne.

Ci sono diversi casi evidenti, se solo abbiamo il coragggio di rifletterci.

Se leggiamo il Mein Kampf, vediamo come esiste un racconto sulle virtù germaniche, che però è inseparabile dal Sospetto sugli ebrei, il popolo-ombra che affascina Hitler.

Se guardiamo testi antifascisti, il racconto positivo – il coraggio dei semplici contadini che nel 1943 fecero la Resistenza – diventa una preoccupazione-specchio sul nemico eterno, portatore satanico cosciente, volontario e imperdonabile di ogni male al mondo.

E se guardiamo i testi neofascisti, non c’è quasi bisogno di un racconto positivo, basta loro l’antifascismo per sentirsi al centro del mondo.

Esistono le storie ed esiste la patologia delle storie.

Godiamoci le Storie, liberiamoci dal Sospetto.

(tutte riflessioni che devo, molto prima che a Luisi, alla mia inseparabile amica Vernon Lee).

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Storie e archetipi

Grazie a Guido (cui siamo debitori per più di un articolo), scopro una riflessione di Fabrizio Luisi che è insieme originale, brillante e offre una chiave per capire moltissime cose: quella di storie e archetipi.

Luisi analizza con scientifica oggettività, cosa rarissima negli studi sulla politica; eppure riesce a rendersi comprensibile a chiunque.

Non so nulla né dell’autore, né del sito su cui pubblica.

Trovo convincenti le riflessioni di fondo, rispetto ai modi in cui tende a funzionare il mondo immaginale umano: per esperienza, direi che è proprio così.

Poi l’articolo è interessantissimo per i bachi che svela in ogni discussione tra fazioni (comprese quelle sul nostro blog): non è possibile discutere tra “storie”.

Solo che faccio fatica ad applicare queste riflessioni a quella cosa particolarissima che in Italia chiamiamo “politica”.

Vivendo qui, la politica infatti assume innanzitutto la forma della Fondazione Bancaria, attorno a cui ruota tutto.

Poi, più in basso, c’è il potere di concedere o negare campi sportivi a squadre, squadrette e gruppi atletico-ginnici che mobilitano migliaia di famiglie; le associazioni dei commercianti e dei ristoratori, che decidono a chi dare il voto dopo una serie di cene riservate (e coinvolgono quindi innumerevoli piccoli esercenti e i loro dipendenti); i marchesi e i conti che possiedono palazzi e vigne.

Insomma, tutto si riassume nel commerciante che nel 2009 fondò il Comitato elettorale per il candidato a sindaco del centrodestra.

Nel 2014, lo stesso commerciante formò il comitato di quartiere per l’elezioni del  candidato di centrosinistra: “sappiamo tutti che vincerà lui, quindi inutile perdere tempo con gli altri”, era la sua lucida spiegazione.

l’ultima cosa che mi verrebbe in mente, pensando alla “politica”, è il mondo immaginale delle persone, a parte i quattro gatti di pittoreschi irriducibili di estrema sinistra e il quarto di gatto (zampetta destra) neofascista, che ogni volta che starnutisce gli fanno il corteo contro.

Infatti, da noi, la coalizione del PD e Forza Italia, cioè gli unici partiti che mi sembrano “politici”,  insieme hanno superato il 50% dei voti.

Eppure, Luisi ha ragione: a livello nazionale, alle ultime elezioni, il 67% degli italiani ha votato contro PD e Forza Italia.

Calcolate che io sono cresciuto in tempi lontani: nel 1987, ad esempio, solo il 10% ha votato MSI, Verdi o Democrazia Proletaria, i tre partiti che non potevano decidere di appalti, permessi e altre cose pratiche.

Ma anche quei tre partiti si fondavano su identità storiche o su progetti, non semplicemente su storie e archetipi: non è che l’elettore medio di DP passava al MSI perché Fini gli sembrava più interessante di Capanna.

Quindi evidentemente ci sarebbe da aggiungere alle riflessioni di Luisi anche una riflessione su cosa sia cambiato (in Italia, nei media, nella vita di relazione, nell’economia, nel mondo?) rendendo possibile lo scatenamento di storie e archetipi.

 Infine, manca nella riflessione di Luisi qualsiasi riferimento alla questione centrale dei nostri tempi, quella che chiamiamo eufemisticamente “ambientale“.

Ma non è colpa di Luisi, lui descrive semplicemente i motori psicologici degli elettori.

E nessuno ci vuole pensare alla questione “ambientale”, perché qualunque progetto politico moderno oggi deve basarsi sulla fantasia che esistano risorse infinite su un pianeta infinito e che i rifiuti siano cose che si dematerializzano appena li metti nel cestino.

 

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I marziani conquistano la Luna!

… stanotte i marziani hanno conquistato la Luna, parola di Repubblica!

Mica come quei cialtroni dei terrestri, che sulla Luna non ci sono mai andati.

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La guerra dei piattini rosa

Come sapete, in questi anni l’evidenza ci ha costretti, nonostante noi stessi, ad adottare una prospettiva insolita: guardare il mondo dal punto di vista della seconda legge della termodinamica.

Ricordiamo brevemente che ci sono solo due certezze  assolute al mondo, condivisibili da cattolici tradizionalisti, militanti gay, Saviano e Salvini, collezionisti di cimeli delle SS e Antifa, eremiti e proprietari di discoteche, liberisti e sindacalisti. Persino architetti e ingegneri saranno d’accordo.

La prima legge assoluta e certa, come ricorderete, dice che la crescita e il progresso sono balle esattamente quanto la conservazione. E il bello è che è per lo stesso motivo.

La seconda legge dice che:

1) ogni volta che facciamo qualcosa, creiamo più disordine che ordine.

2) a questo, ci pone rimedio il Sole che con un folle autosacrificio da rituale azteco,  bruciandosi, nutre con delicatissima lentezza la varietà di piante e di esseri viventi che ci sono sulla terra, tra fotosintesi e molluschi che diventano petrolio: insomma, assume su di lui il disordine che permette quel poco di ordine che ci può essere da noi.

Possiamo discutere se i sacrifici umani fossero proprio il modo più azzeccato di dare una mano al Sole, ma non si può negare che gli antichi messicani fossero gli unici ad aver capito il punto fondamentale di tutto il sistema che chiamiamo, appunto, solare.

3) Quindi ogni ordine che creiamo che non rispetti i tempi della fotosintesi (o dei molluschi che si fanno petrolio in qualche centinaio di milioni di anni), in realtà fa più danno che altro.

E’ certo che altrimenti faremo soltanto disastri, anche se non capiamo subito di che tipo.

E’ una delle pochissime cose che sappiamo con assoluta certezza essere vera: nessuna stanza si è pulita mai da sola, il latte versato non è mai entrato da solo nel cartone e non esiste la macchina del moto perpetuo.

Fino a questa primavera, da noi si celebrava quasi un compleanno al giorno, nella bella stagione.

Cosa di cui i bambini (e forse ancora di più i genitori) hanno un comprensibilissimo bisogno.

L’attrezzatura media era questa, in tutta la sua rosea allegria:

Poi finisce la festa, e tocca pulire.

Io non ci pensavo proprio, tutto sorridente alla fine delle feste, non mi chiedevo nemmeno dove andasse a finire la roba.

Tanto, non dovevamo pulire noi.

Per noi, la roba spariva.

Poi ho capito che a compiere il miracolo della sparizione era un somalo, di cui non si accorgeva nessuno. Un uomo straordinario, saggio e con un grande senso dell’umorismo, che meritava un rispetto che nessuno gli tributava.

Esercizio: hai idea di chi sia la persona che fa sparire i tuoi rifiuti?

Capita la domanda? La devo ripetere?

Però con il saggio somalo – o con chi lo mandava,

(poi ho conosciuto chi lo mandava, ed era una brava persona pure lui, per cui diciamo, chi mandava chi lo mandava…)

  tutto finiva nell’indifferenziato, e poi in qualche inceneritore.

Come abbiamo raccontato altrove, gli inceneritori in Toscana li stanno chiudendo ad uno ad uno, perché fanno più male che bene, e se ne accorgono persino i tribunali.

Ci siamo civilizzati, e abbiamo cominciato a fare la raccolta differenziata noi stessi, così dopo le feste ci si carica sulle spalle un gran sacco nero, e lo buttiamo tra i contenitori.

Come potete capire dal post che scrissi all’epoca, ci siamo anche sentiti abbastanza bravi.  A nostra giustificazione, devo dire – eravamo davvero più bravi del Comune in cui viviamo.

Solo che i piattini rosa che differenziavamo andavano in Cina, finché non si sono accorti che li stavamo soffocando.

Allora, l’onda è passata in Tailandia, dove in pochi mesi ha bloccato l’intero sistema portuale.

I piattini (usati) delle bambine fiorentine non permettevano ai piattini cinesi ancora da usare di arrivare ai bambini tailandesi, che si mettevano a piangere perché nessuno cantava, Happy Birthday to You! per loro.

Così anche il governo tailandese ha dovuto dire basta compleanni!

La marea è debordata anche in Polonia, dove in pochi mesi l’importazione di rifiuti è raddoppiata.

Seguita da oltre sessanti incendi di discariche, come questo:

Ma anche – come qualche giorno fa – in impianti di riciclaggio della plastica.

Gli incendi sono probabilmente di origine dolosa, anche se la motivazione non è chiara: forse per fare più spazio nelle stesse discariche, quasi sempre di proprietà dubbia.

Comunque, il governo polacco sta prendendo misure per bloccare anche da loro l’importazione dei nostri piattini.

Saapete che occhio non vede, cuore non duole.

Quindi, siccome ho tutti i difetti umani possibili, non riesco a commuovermi troppo per la Tailandia, perché non ci sono mai stato e non ho mai conosciuto un tailandese (sono riuscito a insegnare a un italiano abbastanza tailandese da passare un esame, ma si tratta di trucchi da linguisti).

Però in Polonia ci sono stato, e quindi ci resto male. Sono un polaccofilo.

A questo punto rimane una sola discarica per i piattini rosa delle bambine fiorentine: il mare.

Pensate al risparmio.

Mi immagino di essere il capitano della EcoFleet Green Future.

Invece di partire da Livorno con un carico di piattini rosa per la Tailandia, dico che ci vado, svuoto la nave in qualche punto tra Carrara e la Corsica, mi faccio un mese di ferie a casa e poi racconto agli amici delle mie prodezze con le ragazze dagli occhi a mandorla.

Solo che la realtà è un’altra.

Una di noi ha una bancarella di bibite e panini per turisti in piazza Duomo, non ce la fa più a vedere la plastica, e decide di autotassarsi per dare almeno i bicchieri compostabili ai clienti

Lei ha un carattere forte da oltrarnina, ma soprattutto ha ragione, e così decidiamo, basta compleanni.

Almeno finché non troviamo piatti di acciaio inossidabili, che i bambini dovranno contribuire a lavare insieme. Happy Washday to You!

Un sacco di gente ci guarda in cagnesco, c’è anche il bambino che dice, “sei tu quello che non vuole più i compleanni?”

Ma sono cose che non avremmo dovuto imporre noi: avrebbe dovrebbe imporle lo Stato. Uno Stato che avrebbe dovuto capire che siamo in guerra con qualcosa di molto più terribile delle migrazioni, della disoccupazione, del “terrorismo”.

A sterminarci non saranno i russi, l’Isis, i nigeriani con i’ cappellino in mano, Casa Pound o la Casta.

Saranno i piattini di plastica rosa.

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Due mondi

Il primo è questo:

Qui potete vedere meglio l’immagine, comunque si tratta del peso di mercato, a destra delle cinque principali società dell’indice S&P; a sinistra quello delle 282 società più in basso dello stesso indice, che sommate raggiungono la quota delle prime cinque.

Lo schema farebbe meno effetto se si raffigurassero anche le società intermedie, ovviamente, ma la cosa interessante è che le società a destra sono tutte immateriali. Come Dio, sono intangibili, invisibili, onnipresenti, simultanei e onnivedenti, almeno sul pianeta Terra.

Leggo Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, dell’urbanista italiano Alessandro Coppola, che racconta il collasso delle città industriali americane (lettura che consiglio vivamente).

Inizia parlando di Youngstown, oggi un cumulo di rovine, un tempo il cuore del sistema delle acciaierie americane, oggetto nel 1944 del film documentario di guerra, Steel Town, dove il narratore, spacciandosi per  operaio lui stesso, descrive un intreccio di fisicità, forza, militarismo, scuole pubbliche, lavoro collettivo, orgoglio, vita a stretto contatto, volontà-che-forgia-il destino, che nell’essenziale accomunava l’America di allora all’Unione Sovietica, alla Germania e al Giappone, molto di più che al mondo di oggi.

Tutto il forgiato si è dissolto in microplastiche, da allora.

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L’Evento (3)

Abbiamo pubblicato due articoli – uno sui rifiuti e uno sulla scommessa – come premessa a una riflessione di Douglas Rushkoff, artista, tecnologo, filosofo dei nuovi media.

Non posso giurare che non abbia abbellito letterariamente l’episodio iniziale, ma è un punto di partenza straordinario per capire la direzione in cui sta correndo il treno del mondo. E che è molto, molto di più di un semplice “problema ambientale”.

Ogni giorno, veniamo invitati a mettere un ditino nelle crepe della diga ambientale che sta crollando, dalle stesse persone che stanno riempiendo il bacino.

Rushkoff descrive il rapporto tra questo fenomeno, la cultura sottostante della scommessa, gli immaginari di futuro e le tecnolosuzioni che stanno nascendo, in modo talmente chiaro e semplice, che ci siamo presi la briga di tradurre tutto.

Sul sito dal significativo nome di Futurism, si illustrano così varie immaginifiche tecnosoluzioni proposte per il cambiamento climatico, tutte forme ingigantite dello stesso meccanismo che ci ha messi in questa situazione

Survival of the Richest

The wealthy are plotting to leave us behind

L’anno scorso sono stato invitato in un luogo privato di villeggiatura di superlusso, per tenere un discorso di apertura davanti a quelli che pensavo sarebbero stati un centinaio di banchieri investitori. Non mi era mai stato offerto tanto denaro per fare un discorso – circa la metà del mio stipendio annuo come professore universitario – per raccontare un po’ di intuizioni sul tema del ‘futuro della tecnologia’.

Non mi è mai piaciuto parlare del futuro. Le sessioni di domande e risposte finiscono sempre in una sorta di gioco da salotto, dove mi si chiede di dire la mia sugli ultimi termini di moda nella tecnologia, come se fossero indicatori per potenziali investimenti: blockchain, stampa 3D, CRISPR. Il pubblico di rado è interessato a imparare qualcosa a proposito di queste tecnologie o dei loro potenziali impatti al di là della scelta binaria se investirvi o no. Ma il denaro parla, e così ho accettato l’invito.

Appena arrivato, mi hanno portato in quello che pensavo sarebbe stato il camerino. Ma invece di  attaccarmi un microfono o condurmi verso il palco, mi hanno messo a sedere a un semplice tavolo rotondo, mentre mi veniva portato il pubblico: cinque super-ricchi, sì tutti maschi, il vertice del mondo degli hedge fund. Dopo un po’ di conversazione superficiale, mi sono reso conto che non erano affatto interessati alle domande per cui mi ero preparato riguardanti il futuro della tecnologia. Erano arrivati con  domande tutte loro.

Hanno cominciato in maniera abbastanza innocua. Ethereum o bitcoin? Il quantum computing esiste davvero? Ma pian piano si sono avvicinati ai temi a cui erano davvero interessati.

Quale regione sarà meno colpita dall’imminente crisi climatica: Nuova Zelanda o Alaska? E’ vero che Google sta costruendo una casa per il cervello di Ray Kurzweil? La sua coscienza sopravviverà alla transizione, o rinascerà come una coscienza totalmente nuova? Alla fine, il CEO di una brokerage house raccontò che aveva quasi completato la costruzione del proprio sistema di bunker sotterranei, e chiese, “Come farò a mantenere l’autorità sulle mie forze di sicurezza dopo l’Evento?”

L’Evento. Era il loro eufemismo per il collasso ambientale, sommosse sociali, esplosione nucleare, virus incontenibile o hackeraggio robotico che butta giù tutto.

Quella singola domanda occupò il resto dell’ora. Sapevano che ci sarebbero volute guardie armate per difendere le loro ville da folle infuriate. Ma come si potevano pagare le guardie, una volta che i soldi avevano perso ogni valore?  Chi poteva impedire alle guardie di scegliere i propri capi? I miliardari pensavano di usare speciali serrature a combinazione per proteggere i depositi di cibo che loro soltanto conoscevano. O far indossare collari di qualche tipo alle guardie, in grado di controllarle, in cambio della loro sopravvivenza. O forse di costruire robot come guardie e operai – se c’era abbastanza tempo per sviluppare la tecnologia richiesta.

Dopo aver assassinato Caligola, la guardia pretoriana scopre Claudio nascosto dietro a una tenda e lo proclama imperatore (dipinto di Lawrence Alma-Tadema, Wikicommons)

Fu allora che capii: almeno secondo questi signori, si trattava davvero di una discussione sul futuro della tecnologia.

Prendendo la mossa da Elon Musk che aspira a colonizzare  Marte, Peter Thiel che inverte il processo di invecchiamento, o Sam Altman e Ray Kurzweil che fanno l’upload delle loro menti in supercomputer, si stavano preparando a un futuro digitale che non aveva tanto a che fare con il rendere il mondo un luogo migliore, quanto nel trascendere del tutto la condizione umana e isolarsi da un pericolo molto reale e presente di cambiamento climatico, livelli del mare che si alzano, migrazioni di massa, pandemie globali, panico nativista ed esaurimento delle risorse. Per loro, il futuro della tecnologia riguarda una sola cosa: la fuga.

Non c’è nulla di male a lasciarsi andare a con fantasie folli su come la tecnologia potrebbe beneficiare la società umana.

Ma la spinta attuale verso un’utopia postumana è qualcosa di diverso.

E’ meno la visione di una migrazione in massa dell’umanità verso un nuovo stato dell’essere, che il tentativo di trascendere tutto ciò che è umano: il corpo, l’interdipendenza, la compassione, la vulnerabilità e la complessità. Come segnalano da anni i filosofi della tecnologia, la visione transumanista troppo facilmente riduce tutta la realtà a dati, arrivando alla conclusione che “gli esseri umani non sono altro che oggetti che elaborano informazioni.”

Si tratta di ridurre l’evoluzione umana a un videogioco che qualcuno vince scoprendo la via di fuga e poi invitando un paio di amici a fare un giro con lui. Sarà Musk, Bezos, Thiel…Zuckerberg? Questi miliardari sono i presunti vincitori dell’economia digitale – lo stesso scenario affaristico di sopravvivenza del più adatto che alimenta proprio questa speculazione.

Ovviamente, non è sempre stata così. C’è stato un breve momento, nei primi anni Novanta, in cui il futuro digitale sembrava aprire nuove prospettive, che dipendevano dalla nostra inventiva. La tecnologia era diventata un parco giochi per la controcultura, che vi vedeva un’occasione per creare un futuro più inclusivo, distribuito e filoumano. Ma gli interessi affarstici vedevano soltanto nuove potenzialità per la stessa vecchia estrazione, mentre troppi tecnologi finirono per lasciarsi sedurre da nuove ditte. I futures digitali diventarono sempre più come i futures della borsa o del cotone – qualcosa da prevedere e sui scommettere.

Notate il caratteristico colore/grafica, meriterebbe un approfondimento…

Così quasi ogni discorso, articolo, studio documentario o ricerca diventa significativo unicamente in quanto indica un segno di borsa. Il futuro è diventato meno una cosa che creiamo attraverso le nostre scelte o speranze attuali per l’umanità, che uno scenario predestinato su cui scommettiamo con il nostro capitale di rischio.

Ciò ha liberato tutti dalle implicazioni morali delle proprie attività. Lo sviluppo della tecnologia è diventato meno una storia di fioritura collettiva che di sopravvivenza personale. Peggio, mi sono reso conto che se richiamo l’attenzione su questo, vengo considerato, contro le mie stesse intenzioni, un nemico del mercato o un rancoroso antitecnologista.

Nuovi mestieri. Con appena 12.49 dollari, ottieni l’Instant Download di un corso di autoipnosi per superare la tecnofobia. Deborah Dewey, per quanto ci riguarda, potrebbe essere un semplice generatore automatico di file, o nemmeno esistere. Notare ancora la grafica

Quindi, invece di considerare le questioni etiche pratiche che riguardano l’impoverimento di molti in nome di pochi, la maggior parte degli accademici, giornalisti e autori di fantascienza si sono occupati di dilemmi molto più astratti e fantasiosi: è leale da parte di un trader in borsa usare smart drugs?  Ai bambini si dovrebbero fare impianti perché imparino lingue straniere? Vogliamo che i veicoli autoguidati diano la priorità alle vite dei pedoni rispetto ai passeggeri? Le prime colonie su Marte dovrebbero essere gestite democraticamente? Modificare il mio DNA sovverte la mia identità? I robot dovrebbero avere dei diritti?

Porsi domande di questo genere, sebbene sia filosoficamente divertente, è un misero surrogato per non affrontare i reali dilemmi morali associati allo sviluppo tecnologico illimitato in nome del capitalismo imprenditoriale. Le piattaforme digitali hanno trasformato un mercato già basato sullo sfruttamento e l’estrazione (si pensi a Walmart) in qualcosa di ancora più disumanizzante (si pensi ad Amazon). La maggior parte di noi si è accorta delle ricadute in termini di lavori automatizzati o a richiesta [gig economy], e la morte delle rivendite locali.

Ma l’impatto più devastante del turbocapitalismo digitale ricade sull’ambiente e sui poveri del mondo. La produzione di parte dei nostri computer e smartphone ancora oggi richiede lavoro servile. Queste pratiche sono talmente radicate che un’azienda che si chiamava  Fairphone [“telefono equo”], creata dal basso per realizzare e vendere telefoni etici, apprese che era impossibile (l’azienda oggi tristemente definisce i propri prodotti telefoni “più equi”).

Nel frattempo, l’estrazione di metalli delle terre rare e lo smaltimento delle nostre tecnologie altamente digitali stanno distruggendo gli habitat umani, sostituendoli con discariche tossiche che vengono poi spigolate da bambini contadini assime alle loro famiglie, che rivendono i materiali utilizzabili agli stessi produttori.

Questa esternalizzazione alla “occhio non vede, cuore non duole” della povertà e del veleno non scompars semplicemente perché ci copriamo gli occhi con visori per la realtà virtuale, immergendoci in una realtà alternativa. Casomai, più a lungo ignoriamo le ripercussioni sociali, economiche e ambientali, più diventano un problema. Ciò a sua volta diventa motivo per ritirarci ancora di più, per più isolazionismo e fantasie apocalittiche – e tecnologie e fantasie apocalittiche sempre più deliranti. E’ un ciclo che si autoalimenta.

Più ci impegniamo in questa visione del mondo, più finiamo per vedere gli esseri umani come il problema e la tecnologia come la soluzione. L’essenza stessa di ciò che fa di noi esseri umani viene trattata più come un baco che come una caratteristica. Nonostante i preconcetti che incorporano, le tecnologie vengono dichiarate neutrali. Ogni cattivo comportamento che possono indurre in noi è solo un riflesso del marcio che alberga in noi. E’ come se qualche innata violenza primitiva in noi fosse colpevole dei nostri guai. Proprio come l’inefficienza del mercato locale dei taxi si può “risolvere” con un’app che manda in rovina gli autisti umani, le fastidiose incoerenze della psiche umana si possono correggere con un upgrade digitale o genetico.

In ultima istanza, secondo l’ortodossia tecnosoluzionista, il futuro dell’umanità raggiunge il suo apogeo facendol’upload della nostra coscienza a un computer o forse meglio, accettando la tecnologia stessa come nostro successore evolutivo. Come membri di una setta gnostica, aneliamo a entrare nella fase trascendente del nostro sviluppo, scartando i nostri corpi e lasciandoceli indietro, assieme ai nostri peccati e guai.

I nostri film e serie televisive mettono in atto per noi queste fantasie. Le serie con zombie disegnano un  post-apocalisse dove le persone non sono meglio dei non-morti – e sembrano rendersene conto. Peggio ancora, questi spettacoli invitano gli spettatori a immaginare il futuro come una battaglia a somma zero tra gli umani sopravvissuti, dove la sopravvivenza di un gruppo dipende dalla morte di un altro. Anche Westworld —basato su un romanzo di fantascienza dove i robot impazziscono – finì nella seconda stagione con una rivelazione finale: gli esseri umani sono più semplici e prevedibili dell’intelligenza artificiale che creiamo. I robot imparano che ciascuno di noi può essere ridotto a poche righe di codice, e che siamo incapaci di fare scelte volontarie. Persino i robot in quella serie vogliono sfuggire ai confini dei propri corpi e passare il resto della loro vita in una simulazione informatica.

La ginnastica mentale richiesta per compiere un tale rovesciamento nei ruoli tra esseri umani e macchine dipende tutta dal presupposto sottostante che gli esseri umani fanno schifo. O li cambiamo o ce ne allontaniamo, per sempre.

Così abbiamo i miliardari della tecnologia che lanciano auto elettriche nello spazio – come se questo simboleggiasse qualcosa in più della capacità di un unico miliardario di promuovere la propria azienda. E se alcuni riusciranno ad arrivare alla velocità di fuga e in qualche modo sopravvivere in una bolla su Marte – anche se siamo stati incapaci di mantenere una simile bolla qui sulla Terra in entrambe le prove Biosphere, costate miliardi di dollari – il risultato sarà meno un proseguimento della diaspora umana che una scialuppa di salvataggio per l’elite.

Elon Musk propone di bombardare Marte con bombe atomiche per renderlo abitabile

Quando i hedge funder mi chiedevano come mantenere l’autorità sulle loro forze di sicurezza dopo “l’evento”, io suggerii che la scommessa migliore sarebbe stata, trattare questa gente molto bene, da subito.  Avrebbero dovuto trattare il personale di sicurezza come se fossero membri delle loro famiglie. E più fossero riusciti a espandere questo ethos di inclusività al resto delle loro attività, alla gestione della catena di fornitori e alla distribuzione della ricchezza, più sarebbe diventato improbabile “l’evento” stesso. Tutta questa magia tecnologica si poteva applicare per interessi meno romantici ma più collettivi, e da subito.

Trovavano divertente il mio ottimismo, ma non ne erano convinti. Non erano interessati a come prevenire una calamità; erano convinti che fosse troppo tardi. Nonostante tutta la loro ricchezza e potere, non credevano di poter davvero avere un effetto sul futuro. Semplicemente, accettavano lo scenario più cupo e poi impiegavano ogni risorsa finanziaria o tecnologica per isolarsi – soprattutto se non sarebbero riusciti trovare un posto sul razzo che va su Marte.

Per fortuna, chi di noi non gode di finanziamenti che ci permettano di ripudiare la nostra umanità, ha davanti a sé opzioni molto migliori. Non siamo costretti a usare la tecnologia in modo  così antisociale e atomizzante. Possiamo diventare diventare i consumatori individuali e i profili che i nostri apparecchi e piattaforme vorrebbero, oppure possiamo ricordare che l’essere umano evoluto non cammina da solo.

Essere umani non è una questione di sopravvivenza o fuga individuale. E’ uno sport di squadra. Qualunque futuro gli umani avranno, sarà insieme.

Nell’affresco di Masaccio, San Pietro distribuisce l’elemosina mentre ai suoi piedi, Anania – che voleva tenere per sé i propri averi: ma l’immagine pari raffiguri contemporaneamente il Capitano della Compagnia di Sant’Agnese che distribuisce il pane preparato dai fornai alle famiglie del quartiere


 

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L’Evento (2)

Ieri, qualche commento su un mondo sommerso da rifiuti.

Domani pubblicheremo un brano, in traduzione, su come si cerchino vie di uscita.

Il brano in apparenza parla di cambiamento climatico, ma tratta in realtà anche di un’altro tema molto più antico: il gioco d’azzardo.

Il Mahabharata, il poema più lungo del mondo (5817 pagine nella traduzione inglese) è per me affascinante soprattutto per il paradosso che rappresenta: noi non sappiamo quasi nulla del mondo che l’ha prodotto, e non sappiamo nemmeno quando è sorto; eppure ci racconta come nessun’altra opera (fino forse a Shakespeare) la vita interiore di innumerevoli persone, nella loro ricchezza, debolezza e ambiguità.

Gli autori sanno benissimo cosa narrano:

“il passato, il presente, il futuro; la determinazione della natura della degenerazione, della paura, della malattia, dell’esistenza e della non esistenza, l’arte della guerra, la natura dei popoli”

e molte altre cose ancora.

Ma a noi interessa, perché il punto focale è la descrizione di una partita a dadi che diede inizio all’epoca delle tenebre, il Kaliyuga.

Non vi preoccupate troppo di chi sono i personaggi. ono innumerevoli, c’è anche un topo furbo che insegna i segreti della politica, e non sono mai unilateralmente buoni o cattivi, mentre vivono fino in fondo tutte le passioni e i desideri di cui è intessuta l’esistenza.

Il poema ritorna spesso sul motivo per cui Yudhishthira accettò la sfida.

Draupadi, la figura femminile centrale dell’epopea, la spiega così:

“come un corpo brillante che cade davanti agli occhi,

il destino ci priva della ragione e l’uomo, come legato da una corda, si sottopone al suo giogo”

Ma il Mahabharata si chiede anche perché Duryodhana lanciò la sfida:

“Coloro che raccolgono il miele tra i monti, avendo raccolto ciò che cercavano, non si accorgono che stanno per cadere.

Salendo per alture pericolose alla ricerca,  cadono e incontrano la distruzione.

Anche Duryodhana, reso folle dal gioco dei dadi, come il raccoglitore di miele, perso in ciò che cerca, non vede le conseguenze”.

Yudhishthira si gioca tesori enormi, l’uno dopo l’altro, e li perde, con grande gioia del padre del vincitore, che viene così redarguito da un saggio:

“Duryodhana scommette con il figlio di Pandu, e tu ti esalti perché vince. Sono successi come questo che generano guerra, che termina nella distruzione degli uomini”.

Yudhishthira crede di poter contare su infinite risorse.

In una delle ultime scommesse, cita tutto il grandioso sistema numerico sanscrito (ma potrebbe anche essere la borsa di Wall Street), per definire la propria ricchezza:

“”O figlio di Suvala, so di possedere una ricchezza indicibile. Ma perché, Sakuni,  mi chiedi della mia ricchezza? Giochiamoci decine di migliaia e milioni e decine di milioni e centinaia di milioni e decine di miliardi e centinaia di miliardi e migliaia di miliardi e decine di migliaia di miliardi e decine di milioni di milioni miliardi, e più ricchezza ancora. Io li ho. Con quella ricchezza, o re, io giocherò con te”.

Un attimo dopo, in un caso davvero caratteristico di Dirupo di Seneca, non ha più nulla da dare via, se non i propri fratelli, se stesso e alla fine la moglie, Draupadi.

Di conseguenza in conseguenza, questa partita a dadi porterà all’apertura dell’era di Kali, in cui il mondo sarà consumato dal fuoco e poi annegato dall’acqua.

A prescindere da tutta la cosmologia induista, nessun economista (tranne forse Sombart, in alcuni brani) è riuscito a cogliere così bene la forza propulsiva dietro i nostri tempi.

Con scarsa modestia, i misteriosi autori del Mahabharata lo avevano detto anche loro:

“La saggezza di quest’opera, come uno strumento che applica il collirio, ha aperto gli occhi di un mondo curioso, accecato dalle tenebre dell’ignoranza. Come il sole scaccia le tenebre, così il Bharata, con i suoi discorsi sulla religione, sul profitto, sul piacere e sulla liberazione finale, disperde l’ignoranza degli uomini.”

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