Gente Antica (1)

Stamattina, a curare il giardino, c’erano Sincero e Libero.

Sincero si chiama proprio così; e Libero si chiama così, se lo traducete dall’albanese.

“C’era quel napoletano con il carretto, che vende fiori… e mi deve dei soldi, solo che non me li pagherà mai. Allora, gli ho detto, dammi un ulivo! E l’ho piantato qui, perché è il simbolo della pace e dell’amore!”

Viene da un paese su in alto, tra Arezzo e Rimini, ha cominciato a lavorare da muratore che aveva quindici anni; e racconta storie di quel suo collega che morì di cirrosi epatica già giovane, a forza di sfidare le impalcature con il vino.

Ora che è in pensione, non si ferma un momento. Dalle sue mani, nasce molto di più di quello che potrebbero fare venti dipendenti comunali tutti a lavorare insieme.

Arriva di mattina, quando non lo vede nessuno, e inizia a piantare, zappare, spazzare, pulire; e siccome la gente non alza la testa e non si guarda intorno, non sa che è tutto merito suo.

“Io di tessere, ne ho avuto una sola nella vita, quella del Partito!” dice.

Sua figlia gli dice, “scusami, babbo, stavo parlando con Miguel”.

E lui: “quando parlano gli uomini, le donne stanno zitte!

Li vedi questi? Son piselli di Novoli! E te lo sai perché si chiamano così, ma lo sai? No? Me lo hanno spiegato alla cooperativa di Legnaia.

C’era uno di Novoli che girava per le Cascine, con il pisello di fuori! Ma io non ci credo, perché cosa ci faceva uno di Novoli, alla Cascine?

Lo sai perché questa terra rende tanto? Guarda le fragole, che ho piantato a settembre e son già grosse!

E’ che dietro al Carmine, dove hanno pregato tanto, le preghiere rendono fertile la terra! Per questo, da quando sono qui, ho smesso di bestemmiare, e una volta ne dicevo tante!”

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Questa nuova gente

Ogni tanto, sento paragoni tra i fenomeni dei nostri tempi, e quelli di molti, molti decenni fa.

In particolare, paragoni con i giovani esaltati reduci dalle trincee, per cui era normale vedere i migliori amici ammazzati nel fango, mese dopo mese…

Giovani che spaccavano la testa ai contadini, accusandoli di voler sabotare la sacrosanta vita di città e di non condividere l’onere di creare un’agricoltura industriale e moderna;

Giovani che avevano paura che gli operai si impossassero delle fabbriche, e che temevano l’immensa onda dei lavoratori che ovunque minacciavano di fucilare con un colpo alla nuca chi aveva studiato (eppure sotto sotto ammiravano Lenin anche loro);

giovani che fantasticavano di poter sfruttare una frazione delle colonie che in quel periodo rendevano grande e forte l’Impero Britannico.

Giovani che non avrebbero contato nulla, se  i grandi latifondisti, gli esportatori di vini e cereali, gli aristocratici intenti a modernizzare la campagna, il Made in Italy dell’epoca, non avessero deciso di finanziarli e armarli.

I fascisti, insomma.

Per qualche insondabile motivo, questi vengono continuamente paragonati con un vasto fenomeno dei nostri tempi.

Stento a trovare qualcosa in comune: parliamo oggi di un’umanità cresciuta in un benessere che Luigi XIV si sognava, e danno per scontate cose che non lo saranno affatto nel futuro: l’automobile, le cure mediche gratuite, le vacanze, i gadgettini cinesi, un tetto sulla testa, la scuola per tutti e la promozione e il diploma per tutti.

Fanno figli molto tardi, se li fanno.

Hanno sempre meno rapporti sociali, perché le magnifiche sorti progressive li hanno esiliati in periferie con casettine con l’orticello e il garage e davanti strade su cui nessuno cammina mai, li hanno rinchiusi in centri commerciali dove impera la menzogna della vendita, e i loro smartphone sono così piccoli che  riescono a vedere soltanto un paragrafo alla volta: troppo poco per fare un ragionamento, ma abbastanza per esprimere un’emozione.

Vivono nella paura di perdere tutto, di vedere i figli morire di precarietà, di droga o violentati da libidinosi giovani maschi stranieri. Con pochissimi strumenti per capirci qualcosa, visto che nella vita hanno studiato per lavorare, non certo per teorizzare sulla globalizzazione.

Per questo vengono demonizzati giorno dopo giorno, con l’accusa che la lora paura sarebbe odio, da mandarli tutti in galera.

Hanno una rancorosa diffidenza verso le istituzioni che secondo loro son colpevoli del diastro che presentono, perché chi controlla le istituzioni ha sempre insegnato loro che il parlamento liberamente eletto dai cittadini possiede la sovranità.

La conclusione che ne traggono è quindi che il disastro universale è colpa del partito politico, qualunque sia, che in questo momento detiene la maggioranza in parlamento.

Da lì nasce l’ossessione con le presunte piccolissime colpe dei piccolissimi individui che nel teatro della politica, sono visibili.

Quasi tutti hanno superato i cinquant’anni, come d’altronde la gran parte degli europei.

Penso al comizio di Salvini, in Santa Croce, alcuni mesi fa. Erano in molti, e non ce n’era uno che non avesse i capelli bianchi (come me, sia chiaro).

Poi vedo la manifestazione contro Salvini. Erano forse qualcuno in meno, ma il più vecchio aveva trent’anni. Come i fascisti di quasi un secolo fa.

Che non è un ricorso alla Mussolini card, ma semplicemente, capire la differenza che esiste tra ideali attivi e sogni da una parte, e paura dall’altra.

E comincia a preoccuparmi il fatto che io, capelli grigi nonostante, non riesco ancora a provare la paura.

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Il canguro, il bambino e il pane

Venerdì mattina, siamo andati in Piazza dei Nerli, dove il sindaco era venuto per inaugurare la nuova pavimentazione.

Fine lavori in piazza dei Nerli 10Siamo andati per segnalare che il nostro vicino di casa – un ex-aiuto elettricista amico di Marcello Dell’Utri che di punto in bianco ha deciso di cambiare mestiere comprandosi i più bei palazzi di Firenze uno dietro l’altro – stava abbattendo gli alberi senza permesso per farci un parcheggio nonostante il diniego della Soprintendenza, e che sono sette anni che le centinaia di famiglie che si trovano da noi si prendono la pioggia e il freddo e il buio d’inverno, visto che l’ex-aiuto elettricista ha scippato loro il tetto.

Ma sabato è stata una giornata diversa, perché l’abbiamo dedicata ad ascoltare Nicholas Eckstein parlarci del Drago Verde.

Che noi abbiamo scelto, ricordiamo, come nostro simbolo.

logo-nidiaci. piccoloDall’altana della Biblioteca Popolare Pietro Thouar, al tramonto, ti affacci da una parte e vedi i cipressi sopra Villa Strozzi; ti affacci da un’altra, e vedi la bizzarra e sottile torre massonica dei Torrigiani; dalla finestra del bagno più bello del mondo (con un suggestivo pannello fatto di rotoli di carta igienica), vedi Fiesole, il Duomo, Santa Maria Novella, il Carmine, San Frediano e il convento che era dei camaldolesi.

Nicholas ha esordito, precisando che lui vive in un luogo che si chiama Kangaroo Ground (dopo ci avrebbe anche spiegato che ogni sera c’è un vombato che si mette a dormire davanti alla loro casa), e poi ci ha raccontato del suo esordio da ragazzo australiano cresciuto in una borgata operaia, a studiare il primo Catasto Fiorentino del 1427, rilegato in pelle e decorato con miniature.

Nicholas è figlio di un ragazzino ebreo fuggito dalla Germania nel 1938 su di una nave che gli avevano detto sarebbe arrivata in Canada e invece approdò in Australia; mentre sua moglie Kate, hanno da poco scoperto, discende da qualche disgraziato mandato a fine Settecento dalle carceri galleggianti sul Tamigi a popolare il posto più remoto del mondo.

Di tutta la conferenza, vi racconto solo la conclusione.

Nicholas ha dedicato anni a studiare la Cappella Brancacci, uno dei monumenti più famosi del mondo. Siccome documenti che ne parlino, non ce ne sono, gli storici dell’arte si sono sbizzarriti per decenni a tirare fuori teorie artistiche.

Ora, Nicholas non è uno storico dell’arte, per cui su tali questioni tace.

Però,ha dedicato anni a studiare i documenti delle due grandi Compagnie del Gonfalone: quella della Bruciata e quella di Sant’Agnese, e quindi sa qualcosa che sfugge completamente agli storici dell’arte, ma risulta comprensibile a tutti noi.

San Frediano fu un irrequieto irlandese, che all’epoca dei longobardi salvò, si disse Lucca, dalle acque; e per questo, nel 1966, il parroco di San Frediano mise sui gradini della nostra parrocchia i ceri, e sfidò le acque dell’Arno a non invadere la chiesa.

Ma siccome San Frediano è il santo delle acque, ci fa sentire le acque dentro la chiesa.

La gente della parrocchia di San Frediano aveva l’usanza di distribuire castagne arrosto ai membri della Compagnia, e per questo era la Bruciata.

Mentre la gente che andava dalla Chiesa del Carmine – che non era parrocchia, ed era stata creata da gente misteriosa che non si sapeva se venisse dalla Siria o dall’Inghilterra – apparteneva alla Compagnia della Laudi detta di Sant’Agnese, e una volta l’anno, creava un fantastico teatro in cui gli angeli (cioè i pizzicagnoli e gli artigiani e magari anche le donne di malaffare del quartiere) volavano in alto tra le travi della basilica.

Ora, si sa che i panettieri del rione facevano il pane per i poveri, segnandolo con il sigillo della Compagnia, e che il pane lo distribuiva il Capitano della Compagnia.

E che per essere Capitani, non si badava al censo, ma alle qualità umane.

Quando il Capitano distribuiva il pane, imitava nei gesti la distribuzione dell’ostia da parte del prete durante la messa; e ricordava anche la fine tremenda che aveva fatto Anania, che si era rifiutato di fare la sua parte per il Bene Comune:

“«Anania, perché mai Satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno?

E così San Pietro compare nella Cappella Brancacci, come un oltrarnino qualunque, mentre consegna il pane nella mani di una donna dallo sguardo straordinario, con il suo bambino mezzo ignudo in braccio.

brancacci2E così decidiamo che questo affresco diventerà qualcosa di centrale per noi.

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Il Drago Verde

Sabato prossimo mettiamo insieme un po’ di fili della trama che stiamo tessendo sul nostro quartiere.

Il protagonista sarà Nicholas Eckstein, la cui esistenza abbiamo scoperto in una nota a piè di pagina in un libro. Un professore della lontana università di Sydney, in Australia, che è l’unico ad avere studiato la storia sociale e culturale del nostro rione, il Gonfalone del Drago Verde, nell’epoca tardomedievale e rinascimentale.

Mettendo meticolosamente insieme le storie di un quartiere in cui, secondo il Villani, c’erano

40 botteghe d’arte di lana e 30 chalzolai e barbieri e ispeziali e bechai e legnaiuoli e pizichagnoli e 25 fornai e feratori e fornac[i]ai e trechoni e frabottai e zocholai e biadaiuoli e pagl[i]aiuoli e purghatori e cimatori e lastraiuoli e merci[i]ai e righattieri. E stufa e bordello e squole e petinagnioli e dipintori e tesitori di drappi di seta di lana e di lino e tavernne.

che – insieme alla non indifferente componente dei nobili – tenevano insieme la comunità, grazie agli uomini della Compagnia di San Frediano, detta la Bruciata e le donne della Compagnia di Santa Maria delle Laudi detta di Sant’Agnese, con le loro reti di solidarietà e mutuo soccorso.

Che tutto questo fosse il Drago Verde,non lo sapeva nessuno nel quartiere.

Con tutto rispetto per i pochi studiosi che ne erano al corrente, lo abbiamo scoperto noi del Giardino Segreto, facendone anche il nostro simbolo. Lo so, non è proprio un drago medievale, ma chi dice che i draghi vivessero solo nel Medioevo?

logo-nidiaci. piccoloInsomma, a noi interessa la storia sconosciuta di commoning dietro Filippo Lippi e Masaccio e la Cappella Brancacci (su cui Nicholas ha scritto un altro libro).

Barando, faccio da solo un salto in avanti di qualche secolo e arrivo a Le miniere di diamanti di Maso di Friano, una delle opere d’arte più sconvolgenti che io conosca (e Friano vuol dire di San Frediano, cioè del nostro rione).

miniera-di-diamanti-maso-frianoIn una landa allucinata, i mercanti vengono a ritirare i diamanti dai minatori spogliati perché non nascondano nulla su di sé

Nicholas lo abbiamo conosciuto a primavera, e ci siamo subito capiti; e visto che è in vacanza a Firenze, lo abbiamo invitato a fare una conferenza, un’idea che ha poi coinvolto tutti.

Nell’immagine, vedete l’unica traccia rimasta del Drago, in una lapide che a metà di Via Sant’Agostino, su una facciata qualunque, indica il confine con il Gonfalone confinante.green-dragon-small

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Si va verso l’autunno

L’altra mattina alle otto e qualcosa, noi si stava bell’e tranquilli, quando ecco che ci chiamano le nostre sentinelle, per dirci che nella proprietà privata, cioè il pezzo di giardino in cui fino a cinque anni fa correvano liberi i bambini di San Frediano, stavano tagliando gli alberi.

Dovete sapere, infatti, che il privante ha appena deciso che in quel luogo storico, vuol vendere una trentina di posti auto a 50.000 euro l’uno.

Ovviamente gli alberi che ci sono, sono di intralcio.

Alla prima persona che obietta, le dicono “abbiamo tutti i permessi, si faccia i fatti suoi!

Arriviamo di corsa e fermiamo un muratore piuttosto sprovveduto che con una sega a mano ha appena buttato giù una quercia intera, e ci spiega tranquillo che è solo all’inizio del lavoro, gli hanno ordinato di tirarne giù diversi altri di alberi.

Iniziamo a telefonare a giornalisti, politici, funzionari e vigili.

Arriva un altro uomo del Privante (somiglia curiosamente a Sua Maestà Savoiarda) che inveisce contro di noi, dicendo a una mamma, “invece di rompere le scatole perché non bada ai figli suoi?”.

Si siede su una delle misteriose lapidi del giardino la R. che è incinta al settimo mese, e ridiamo sul fatto che sta già educando nel migliore dei modi il proprio di figliolo.

Dopo qualche ora, la Direzione Ambiente manda una comunicazione in cui avvisa che  “da una prima verifica speditiva non risultano rilasciate dalla Direzione Ambiente autorizzazioni al taglio per il sito indicato e per gli anni 2016-2017“; poi è lunedì, quando si riunisce il Consiglio Comunale, e così partono interrogazioni e domande.

Arrivano i vigili, e  gli uomini del Privante spariscono in un istante.

I vigili girano per il giardino e all’interno del palazzo e non trovano nessuno, non riescono a scovare i tagliatori nemmeno nei bar vicini. Riescono comunque a diffidare il Privante, per telefono, dal compiere ulteriori tagli. Almeno un albero è, per ora, salvo.

E così il giorno dopo festeggiamo celebrando come ogni anno Halloween. Approfitto per invitarvi a rileggere questo vecchio post sul tema: diciamo che questa discutibile festa americana si è imposta da sola a noi in modo del tutto naturale.

Coincide con il cambio dell’ora e quindi l’arrivo precipitoso dell’autunno; il giardino al buio è uno scenario magnifico; possiamo invadere il quartiere alla ricerca di orrende caramelle zuccherate avvolte in plastica inquinante; e la nostra gente può creare oggetti e costumi molto belli.

E possono avvenire curiose commistioni islamo-diaboliche.

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Il Sacro

Qui fondo tre discorsi, che insieme ci rivelano cose molto profonde sulle ossessioni psicologiche che intrappolano la nostra specie, impedendole di capire cosa stia succedendo al pianeta stesso su cui vivono.

Il primo è un commento di Peucezio, che afferma:

Il punto sostanziale è che le vignette su Maometto o Anna Frank in Occidente non le puoi fare, quella su Cristo sì.

Starei per rispondere che le vignette su Maometto te le vieta, non certo lo Stato, ma qualche ragazzo di periferia che si assume comunque tutte le responsabilità di tale divieto.

Però Zeta offre una risposta molto più profonda della mia:

Distinguerei le cose.

Se sfotti Cristo qualcuno si arrabbierà, quasi sempre senza conseguenze di rilievo. La società occidentale è molto secolarizzata, il cristianesimo ha sempre meno peso e d’altronde i cristiani sono abituati alla satira.

Se sfotti Maometto qualcuno si arrabbierà, di solito senza conseguenze di rilievo e qualche volta con qualche conseguenza più seria. In parte perché molti musulmani ai margini della società trovano nella fede intransigente il loro riscatto (e probabilmente, come dice Miguel, vedono gli sfottò verso Maometto come sfottò verso i poveri e gli emarginati). In parte perché i leader del mondo arabo cercano di cavalcare eventi del genere per rastrellare consenso, con dinamiche non troppo diverse da quelle care ai leader della Lega.

Se sfotti Anna Frank si arrabbiano in molti, spesso con conseguenze più serie. Il ripudio dell’ideologia nazista, e l’orrore per lo sterminio – con particolare riferimento allo sterminio per gli ebrei – sono elementi fondamentali in tutte le società democratiche occidentali. Su Anna Frank, in Occidente, non si scherza, proprio come in Arabia immagino non si scherzi con Maometto, e direi – in fondo – per la stessa ragione.

A questo punto, interverrei io (per quelli che non hanno voglia di leggersi tutto quello che segue, diciamo che sono d’accordo sull’essenziale con Zeta):

Nessuno ha mai confutato le parole di Shakespeare, che restano valide oggi esattamente come allora; non solo, nessuno ha nulla di realmente utile da aggiungere a queste parole:

To-morrow, and to-morrow, and to-morrow,
Creeps in this petty pace from day to day,
To the last syllable of recorded time;
And all our yesterdays have lighted fools
The way to dusty death. Out, out, brief candle!
Life’s but a walking shadow, a poor player
That struts and frets his hour upon the stage
And then is heard no more. It is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury
Signifying nothing.”

Gli esseri umani però decidono di dare significato ad alcuni oggetti.

Questi oggetti sono in genere piuttosto concreti, e li possiamo visualizzare nella nostra immaginazione: una bandiera, un santuario, Gesù, le Camere a Gas, Anna Frank, i Confini della Patria, i Compagni del Profeta. A volte sono solo leggermente più astratti – la Fede Cristiana, i Diritti degli Omosessuali, le Vite dei Neri, la Razza Ariana.

A tali oggetti, è vietato applicare l’acido dissolutore di Shakespeare.

Proprio questo divieto costituisce il Sacro.

Il Sacro richiede il silenzio, oppure il gesto rituale, lo stato d’animo che in inglese si chiama awe.

Il primo nemico della awe è la risata sguaiata, come sa chiunque cerchi di insegnare qualcosa a scuola. Questo non vuol dire che chi impone la faccia seria sia privo di senso dell’umorismo in altri campi: ma nel campo sacralizzato, è obbligatorio avere sempre la faccia compunta.

Il Sacro ammette lo studio teologico, ma mai l’analisi dissolutore.

Lo studio teologico si fonda sul Sacro, lo giustifica persino con la ragione, ma è solo un’ancella della sacralizzazione.

Ecco che si possono elencare le gloriose gesta degli antichi Germani, dimostrare l’esistenza di Dio o dedicare una vita intera all’esegesi dei detti del Profeta, come si possono studiare le vite degli Illustri Partigiani; ma certo mai in maniera problematica.

Ora, se life’s but a walking shadow, non esiste alcun modo di giocare con le ombre che sia davvero superiore a un altro: monarchia, califfato, repubblica, democrazia, dittatura, comunismo, libero mercato, stato nazione, governo universale…

Possiamo giustificare le nostre scelte solo sacralizzandole.

La violenza è normalmente nascosta: il coltello pugnala nell’ombra, e nessuno se ne assume la responsabilità.

Il Sacro, invece, richiede una violenza visibile.

Quando, in mezzo all’immensa illusione che è la nostra esistenza, tu dici: “Io decido che questo è vero e indiscutibile”, devi quasi per forza aggiungere, “e se ti metti a ridere, ti gonfio di botte.”

Dire, “ti gonfio di botte” mette a tacere le risate sguaiate e i dubbi: ti prepara allo stato di awe, dove resti – come richiede anche la pronuncia della stessa sillaba – a bocca aperta, e in silenzio. Di fronte a ti gonfio di botte (o ti licenzio, o ti banno da Facebook) non sono ammessi sghignazzi.

Ecco che la difesa del Sacro richiede sempre autodafè pubblici, esecuzioni in piazza oppure – per parlare dei nostri tempi caricaturali – la sospensione dal calcio per tutta la vita di qualcuno che stende il braccio destro in avanti per pochi secondi.

E’ molto facile capire questo meccanismo quando si tratta del nostro Sacro: è un meccanismo che applichiamo istintivamente, senza la minima  fatica.

Il problema è che il Sacro degli altri che ci risulta assurdo, irrazionale, un arbitrio violento:

e che cavolo, il tizio ha solo fatto una vignetta su Muhammad, mica ha offesa Anna Frank; ma su, quello ha detto che Gesù era figlio di padre incerto, mica ha deriso un ritratto di Atatürk…

Noi al massimo possiamo vagamente rispettare che quegli ignoranti di musulmanici, o quei fanatici di turchi, o quegli ossessionati di clericali, o quei pittoreschi indigenisti boliviani, abbiano qualche fissa che non dobbiamo prendere in giro perché siamo persone gentili. Ma mica è Sacro come le nostre fisse.

Solo se capiamo tutto questo possiamo liberarci dall’incantesimo. Solo Shakespeare ci può aiutare a farlo, però.

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La paura

Non voglio dare troppi dettagli, ma in questi giorni ho visto montare una paura collettiva che fa paura anche a me.

Un piccolo episodio, un equivoco, una sciocchezza ingenua commessa da una persona che vive in una dimensione tutta sua… e improvvisamente la paura si diffonde di persona in persona.

Una famiglia diventa oggetto di ogni sospetto, e ognuno ricorda di aver colto una frase, visto  un movimento sospetto. Si creano collegamenti di ogni sorta, una donna bionda viene confusa con una dai capelli neri, una stanza con un’altra, ma poco importa.

Quando avvengono queste cose, ogni mattone aiuta a costruire il castello, ma non è mai possibile togliere nulla: non è nemmeno possibile opporsi, perché la paura si diffonde ovunque, e tu stesso rientri subito tra i sospettati se dici qualcosa in contrario.

Quelli che mi portano i loro sospetti-diventati-certezza, sono in gran parte persone davvero belle, che cercano di essere oneste fino in fondo, non hanno mai deliberatamente fatto male a nessuno, magari insegnano ai loro figli che è meglio fare la fame che cercare il successo a tutti i costi.

La paura è una reazione primordiale, ed è sempre moralmente giusta: voglio salvare me stesso, le persone che mi sono care, da ladri, sfruttatori, pedofili, satanisti…

La famiglia presa di mira in questo caso è extracomunitaria, e gli impauriti sono tutti italiani, ma sarebbe troppo facile parlare di razzismo. Lo stesso meccanismo avrebbe potuto colpire chiunque, ad esempio le bidelle assai autoctone di un asilo laziale (anche se qui il panico riguarda tutt’altro).

No, è assolutamente sbagliato fare come chi cerca di combattere queste cose, insegnando che gli ebrei, o i neri, o gli omosessuali o i richiedenti asilo o chi volete, siano tutti santi: sarebbe una palese menzogna. Infatti, la logica dell’antirazzismo è sempre la logica del branco: invece di linciare l’ebreo, linciate l’antisemita: sempre linciaggio è.

Poi, inventando il mitico cattivo prepotente che odia tanto per odiare, l’antirazzismo dimentica la paura dietro tutti coloro che etichetta come “razzisti”. Se in Bosnia, i croati hanno ammazzato musulmani e serbi, i musulmani hanno ammazzato croati e serbi, i serbi hanno ammazzato croati e musulmani, era prima di ogni cosa, per difendersi dai cattivi prepotenti che ci odiano tanto per odiare.

Un lavoro molto, molto più difficile: insegnare a diffidare di qualunque cosa venga detta da tutti, imparare a non correre mai dietro alle correnti. Ricordare di quando ciascuno di noi è stato oggetto di false accuse, e saperlo applicare a chi viene oggi accusato.

Saper essere scettici, trovare gli errori logici, diffidare delle certezze, non farsi mai complici di alcuna ondata di massa. Anche se quell’ondata girasse dalla parte mia, sempre ondata è.

Sapere che i cattivi prepotenti da demonizzare spesso costituiscono un capro espiatorio.

“I figli ripetono i crimini dei loro padri proprio perché si credono moralmente superiori a loro.”

René Girard, Vedo Satana cadere come la folgore, Adelphi, pp. 40-41

E capire che il nemico più grande non sono il bullismo, la aggressività, la prepotenza.

Il vero nemico è la nostra sana, indispensabile antica paura.

Che ci evita di saltare giù dal burrone, e ci fa ammazzare gli innocenti.

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Notizie

Ieri, la grande notizia, sui siti di informazione in Italia, era che una ignota Mamma avrebbe scritto sulla propria pagina Facebook un confuso sfogo a proposito del fatto che alcuni compagni avrebbero preso in giro suo figlio, affetto da sindrome di Down. Mettendo contemporaneamente a disposizione del pianeta anche le foto del proprio figlio, nome-e-cognome facilmente indovinabili (con Facebook siamo proprio noi che ci mettiamo la faccia). Ma il ragazzo, siamo certi, avrà dato il proprio consenso informato, con apposita liberatoria.

Oggi la grande notizia è che la stessa Mamma avrebbe perdonato i bambini cattivi in questione (le Mamme possiedono insieme il potere di maledire e di perdonare).

Ieri c’era una Mamma da queste parti che urlava per strada alla propria figlia di cinque anni,

“tu fai schifo, per colpa tua ho perso un appuntamento di lavoro, ma non pensare che puoi scappare da me, prima o poi ti riempio di schiaffi, sarò una mamma cattiva, ma tu ti meriti una mamma cattiva!”

Lo sappiamo noi che l’abbiamo visto, ma inutile che cerchiate la notizia su Repubblica.

I media sono un prodotto che ogni giorno (e ormai ogni clic) deve stupire, spaventare, far gioire gli acquirenti con storie mirabili prive di qualunque importanza, ma cariche delle emozioni più diffuse ed elementari.

Sono di vario tipo: la sete di novità in un mondo in cui tutto è già visto perché ormai miliardi di persone cercano di venderci qualcosa di finto-originale, le pulsioni erotiche più strane (in particolare quelle voyeuristiche) ma anche il perbenismo e il sentirsi moralmente superiori, l’immedesimazione in altre vittime-come-noi, la paura dei mostri, l’invidia, la ricerca disperata – in un mondo in cui tutti stanno attenti a essere diplomatici – di un capro espiatorio da odiare.

Questi racconti, incessantemente inventati, devono a loro volta rientrare esattamente nelle aspettative del lettore, che deve già avere chiaro chi deve amare e chi odiare.

Poi c’è una striminzita minoranza, che cerca informazioni utili: il testo esatto di una legge, il resoconto più veritiero dello stato del mercato immobiliare, e roba del genere. Ma quelli sanno dove andare, e non si rivolgono certo ai media.

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