I miei blog

Qualche settimana fa, avevo ripreso qui un post di Ugo Bardi, che segnalava i blog che lui seguiva.

Preso dall’entusiasmo, ho messo i blog (e alcuni altri siti) che mi interessavano su The Old Reader, che lui segnalava; poi ieri ho scoperto un plugin di Firefox, chiamato Feedbro, che mi sembra ottimo.

Ho creato delle cartelle, per suddividere i blog, che vedrete indicate con lettere maiuscole. Sono  suddivisioni molto personali e un po’ contraddittorie, ma semplificano la ricerca.

Ecco, in data due luglio 2020, i blog che seguo (più qualcuno, come Antiaero o Pièces et mains d’oeuvre, che non hanno feed).

Non sono ovviamente d’accordo con tutto, anzi alcuni dei blog rappresentano visioni che mi sono molto lontane, ma riportano comunque fatti o opinioni interessanti.

PEAK ENVIRONMENT

Cassandra Legacy  

Energy Skeptic

Ugo Bardi

Apocalottimismo

Deep Green Resistance News Service

Deep Green Resistance Blog

Wrong Kind of Green

Mammifero Bipede

Our Finite World

Urgewald

Resilience

Corporate Watch

Il cancro del pianeta

Post Carbon Institute Post

REDD monitor

Benzina Zero

Stay Grounded

No Deal for Nature

Crash Oil

Doomstead Diner

World Rainforest

No Geo-engineering

NANOMONDO

Resistenze al Nanomondo

Physicians for Safe Technology

Reclaim the Net

Giacomo Tesio

Posthumanity

Futurism

Il Rovescio

No Tech

Environmental Health Trust

Atto Primo

Stop Meters

Big Brother Watch

The Technoskeptic

Radiation Research

Demesure

 

FIORENTINI E TOSCANI

Io Non Sto con Oriana

Memorie paesane

Nove

Comitato Libertà Toscana

Italia Nostra Firenze

Trescogli

ANTIMODERNISTS

Organic Radicals

Paul Cudenec

Solidarity Hall

INTELLIGENT MAGAZINES

American Conservative

Quillette

Unherd

Areo

New Discourses

MUNDUS IMAGINALIS

AntiWar Songs

Santaruina

Tea at Trianon

Ship of Fools

Barney Panofsky

NEWS

Comune-Info

Sinistra in Rete

Antiwar

Pandora TV

UNZ

Global Research Chossudowsky

Wings Over Scotland

Counterpunch 

Zero Hedge

Populist Wire

Strategic Culture 

URBANISTICA E GLOBALIZZAZIONE

Biourbanistica

James Howard Kunstler

Strong Towns

Local Futures

ITALIA

Rossland

Che Fare

Cardin No Grazie

Franz Blog

PSYCHO

A disorder for Everyone

AGRICULTURE

Navdanya

Eurovia

Farmlandgrab

GENDERI

Daniela Danna

Feminist Current

Dead Wild Roses

Red Line

Women are Important 

Peak Trans

Sinfest 

Culturally Bound Gender

 

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Viventi e Macchine

Ieri, trovo un piccolo geco su una parete dentro casa: deve essere nato da poco, chissà dove.

Bellissimo.

Lo inseguo con un foglio morbido di carta assorbente, immaginando che schizzerà via subito.

Invece si lascia prendere, evidentemente non capisce ancora che cosa potrei essere.

Ho paura di stringere e fargli male, ma resta immobile.

In fondo è un serpente con le zampe, solo che le zampe fanno tutta la differenza per me (e ci sarebbe da capire perché un essere con le zampe ci sembra così vicino, chi non ha zampe invece no).

Lo porto sulla terrazza, e lo lascio andare, e per un momento, ci guardiamo negli occhi, lui e io.

Foto da questo sito

Poi si allontana, e sono certo che mi aiuterà a liberarmi da un po’ di zanzare.

Ma mi colpisce quello sguardo: un occhio sporgente senza apparente pupilla, fermo, che cerca di inserire tutta la mia esistenza dentro la sua, per capire perché l’ho afferrato, e come deve reagire.

Usando tutte le risorse che può avere la mente di un rettile, magari di pochi giorni, per capire in che mondo si trova, e quali scelte fare.

E mi ci ritrovo in pieno, perché ogni essere vivente è incredibilmente simile, e alla fine ciascuno di noi è un io, che conosce solo se stesso, e deve intuire il resto.

il geco ha il mio stesso sguardo, quando cammino per strada e vedo le telecamere;

o quando, costretto per lavoro a usare Windows, cerco di disinstallare tutte le app superflue con cui gente che non ho mai visto in vita mia cerca di insinuarsi nella mia vita;

o quando mi dimentico la carta d’identità uscendo di casa, e so che qualcosa mi può succedere se non riesco a dimostrare di essere AX 00000…., la cui esistenza scade il…. :

 o quando l’altro giorno vi ho tradotto un articolo usando Google Translate.

E mi sono accorto che è quasi al livello mio, che faccio il traduttore da decenni, e che non posso più permettermi di sghignazzare, “ma che, hai usato il traduttore di Google?”

Però che cosa mi può succedere?

Il geco non lo sa, ma alla fine, o sarà un uccello a piombargli addosso e mangiarselo, o sarà un traduttore a regalare una terrazza.

Ma noi e le Macchine…

loro cosa vogliono fare di noi?

E alla fine chi/cosa sono loro?

C’è da pensarci darwinianamente, che è un curioso modo laterale di pensare, molto difficile da far proprio, ma la Vita pensa darwinianamente.

Quando vedi un fiore di cipolla circondato da api, ricordati che chi ci guadagna è la pianta.

Quando vedi gli esseri umani che piantano il grano, ricordati che ci guadagna è il grano.

La cipolla e il grano usano api ed esseri umani, senza minimamente pensarci, ma è così.

Come la pianta regala nettare alle api, la macchina regala lauti guadagni a chi la serve.

Ma la macchina, cosa vuole da noi?

Cosa desidera dai nostri elettroni?

E sento che il mio cervello è piccolo quanto quello del geco.

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Beni-in-Comune in Brasile

Ripubblico qui il commento scritto da Nigredo sul blog, in riferimento al Giardino dell’Oltrarno.

Mi ha colpito molto, perché probabilmente, nel mondo, ci sono centinaia di migliaia di situazioni, tutte diverse, ma in fondo analoghe, dove una comunità si prende cura di qualcosa; e queste normali esperienze umane vengono ignorate, perché chi le porta avanti sono persone semplici e concrete.

Mentre Ong e Onlus – che alla fine sono dei privati che devono battere cassa – fanno tutto il possibile per farsi vedere.

Ma ascoltiamo Nigredo:

Una precisazione sul Brasile

Il Brasile, si sa, ha molti “problemi”, lo dicono gli stessi brasiliani.

Ma ha anche un sacco di “risolutori di problemi”. Si va dai vari programmi statali a livello federale, statale e municipale, alla chiesa cattolica, alle miriadi di chiese protestanti e una pletora di ong e onlus brasiliane e estere.

Eppure, non nonostante, ma proprio per questo, ci sono anche i gruppi a cui mi riferivo sopra, che spesso sono totalmente informali, cioè niente Progetto, registro in comune o sponsor vari.

A differenza del Giardino non usano spazi pubblici, o si servono di lotti non ancora costruiti, con il consenso del proprietario, o addirittura svolgono le loro attività in casa di membri del gruppo.

A formare questi gruppi sono sia ex meninos de rua che sono riusciti a sistemarsi, magari prendendo una laurea o mettendo su una ditta, sia gente della classe media.

A motivarli è un qualcosa di simile a quello che traspare da questo post, un approccio olistico e comunitario, sommato alla diffidenza sull’aiuto delle varie ong e organizzazioni ufficiali, di cui non gradiscono l’agenda.

Pur non usando spazi pubblici, dipendendo dalla loro attività possono essere a rischio di denuncia da parte di risolutori ufficiali.

Ne ho conosciuti, direttamente e per sentito dire, che si limitano a reclutare medici per aiutare chi ha problemi gravi e se deve aspettare la sanità pubblica ci lascia le penne, a gente che cerca di organizzare nelle favele scambi di servizi vari senza soldi in mezzo, a insegnare cose che a scuola non si vedono proprio, o mestieri vari.

Nonché a dare possibilità di guadagnare qualche soldo se possibile.

Insomma cose che mi sembrano simili al Giardino, ma il centro di Firenze non è una favela, o almeno non ancora…

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“Quindici euro l’ora lordi, come tutti”

«Ma certo, figliolo», rispose Mork, «questa è anzi la cosa principale. Non riesci a capirlo? Solo se credono che Fantàsia non esiste, non viene loro l’idea di venirvi a cercare. E tutto dipende da questo, perché solo se non vi conoscono per quello che siete veramente si può fare di loro quello che si vuole.»
«Cosa… fare di loro cosa?»
«Tutto quello che si vuole. Si ha il potere su di loro. E nulla da maggior potere sugli uomini che la menzogna. Perché gli uomini, figliolo, vivono di idee. E quelle si possono guidare come si vuole. Questo potere è l’unico che conti veramente. Per questo anch’io sono stato dalla parte del potere e l’ho servito, per avere la mia parte, anche se in modo diverso da come potete fare tu e i tuoi simili.»
«Ma io non voglio aver parte del potere!» gridò Atreiu

Michael Ende, La storia infinita

Vedo da tanti commenti a post precedenti, che non è chiaro a molti, cosa intendo quando parlo di un Bene-in-comune.

Finora ci ho provato con post relativamente brevi, ma questa volta credo di dovervi rubare un monte di tempo, come si dice da noi.

Partiamo sempre dal Giardino che la comunità delle genti di San Frediano e Santo Spirito, a Firenze, gestisce.

Prima però ripresentiamo ciò che quello spazio era otto anni fa.

Era una ludoteca.

Che vuol dire un preciso servizio pubblico, erogato contro pagamento tasse, dalle 16.30 alle 19 e poi tutti fuori, perché l’orario di lavoro è quello (e, ancora più importante, è l’orario coperto dall’assicurazione).

Il servizio ha dei gestori e ha degli utenti, che sono anche utenti di molte altre cose, in altri luoghi e con altri gestori.

Quel servizio pubblico veniva pagato dalla Direzione Istruzione del Comune di Firenze, dove ci sono funzionari che non hanno alcun contatto con gli “utenti”; ed era gestito da una cooperativa per un preciso arco di tempo, che avrebbe potuto poi perdere l’appalto.

Il Giardino davanti, invece, dipendeva dalla Direzione Ambiente, che ignorava del tutto l’esistenza della Direzione Istruzione.

Potare gli alberi è una faccenda diversa da far giocare bambini.

E c’era anche un diverso Centro Spesa (un altro Centro Spesa ancora forniva la luce, e un altro l’acqua, ma poi a controllare se l’acqua scorreva davvero, c’era una ditta appaltatrice, che nessuno sapeva come si chiamasse, però una volta sono riuscito ad averne il numero di telefono).

Ogni servizio nasce come progetto.

Nel vuoto, si cala un’Idea, i dettagli già scritti rigorosamente in un contratto d’appalto.

Chi ottiene l’appalto dovrà poi applicare il Progetto sulla materia umana informe, che lo subisce.

Se ci pensate, al di là delle apparenti divergenze, è tanto la cultura delle grandi aziende come degli Stati (userò qui il termine Stato come abbreviazione per definire tutte le “istituzioni”, ma anche enti enti para/peristatali di ogni tipo).

Ora, questo è esattamente il contrario di come procede la natura: il seme cade nel bosco, cerca l’alto, la luce, si adatta incessantemente.

Il Progetto appena calato nella realtà, invece, degenera, non sarà mai all’altezza dell’Idea.

Il bambino, al contrario, cresce.

A un certo punto, la speculazione immobiliare ha rubato la ludoteca, come abbiamo raccontato più volte.

La reazione spontanea di tanti nel quartiere è stata di protestare.

Abbiamo fatto benissimo a farlo, ma quasi sempre i cortei, le petizioni, le proteste, le rivolte, si fondano su una logica deprimente.

Da una parte, l’idea che l’unico modo per migliorare il mondo consista nello stroncare qualche malvagio; e poi chi deve stroncarlo, è lo Stato (ma se lo Stato sfiora uno solo dei nostri, ci lamentiamo con uguale veemenza).

Ovviamente, il mondo sarebbe un po’ meno peggio se qualcuno stroncasse davvero gli speculatori immobiliari o la Camorra.

Ma se ci si pensa, c’è qualcosa di triste e rancoroso, alla fine, in tutti quelli che si impegnano “contro“; anche perché la loro immensa energia finisce solo per rafforzare ancora di più lo Stato, che secondo loro non farà mai abbastanza.

Come chi in questi giorni chiede a Facebook di censurare ancora di più. I censurati ne usciranno più deboli, i censuranti non ci guadagneranno nulla, ma alla fine Facebook deciderà di tutti i nostri pensieri.

Ora, per una serie complicatissima di combinazioni legali, e grazie alla furbizia di alcuni residenti che hanno saputo approfittarne, lo spazio che era la Ludoteca è diventato qualcosa di assolutamente diverso: il Giardino.

Infatti, le proteste sono finite da cinque anni e solo noi reduci ce le ricordiamo, ma il Giardino vive più che mai.

Nei fatti, il palazzo era diventato una serie di appartamenti di lusso, il giardino finora trascurato era rimasto in mano al Comune, e per togliersi le castagne dal fuoco, il Comune ci ha dato le chiavi.

Ma riflettiamo su una cosa fondamentale: quello spazio, di per sé, non era niente – poteva essere ludoteca, o giardino, o appartamenti.

E’ diventato qualcosa solo nel momento in cui una comunità se ne è innamorata e ha deciso di farlo vivere: i “Beni Comuni” non sono cose o luoghi, sono vita in azione.

Noi diciamo Giardino, ma non è una cosa precisa: quel luogo per noi è tutto ciò che la comunità, che a sua volta è composta da una varietà imprevedibile di individui con storie diverse, ne fa, e cambia quindi continuamente forma.

Come un seme che cade a terra e trova un po’ di nutrimento, il Bene-in-Comune nasce non da un gigantesco Progetto, ma dal minuscolo fatto di avere le chiavi in mano.

La prima scoperta è che si può mutare il rapporto con lo Stato.

Si tratta di rovesciare tutta la prospettiva con cui siamo stati allevati, e capire il concetto di sussidiarietà (che in teoria ci sarebbe pure nella Costituzione, articolo 118).

Da Wikipedia:

Il principio di sussidiarietà, in diritto, è il principio secondo il quale, se un ente inferiore è capace di svolgere bene un compito, l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenerne l’azione.

Un gruppo di cittadini attivi è in grado sicuramente di dire qualcosa sulla rete idrica della città, ad esempio che dovrebbe restare pubblica. Ma non è in grado di gestire tale rete, anno dopo anno, misurandone ogni giorno i flussi e gli inquinanti.

Invece il Giardino lo gestiscono molto meglio i cittadini attivi di quanto potrebbe fare lo Stato.

Anche economicamente.

Sapete che esiste una tenebrosa visione del mondo – molto diffusa tra i funzionari della Corte dei Conti – secondo cui la proprietà pubblica avrebbe due sole funzioni: o eroga servizi di Stato, o fa fare soldi allo Stato.

Quindi in un Giardino, o ci fai una Ludoteca aperta dalle 16.30 alle 19 dopo regolare appalto, o lo affitti a prezzi di mercato a Gucci per farci le sfilate.

Bene, noi in questo senso abbiamo già dato.

Lo stipendio medio lordo di un custode italiano è di 23.300 euro l’anno. Moltiplicato per due custodi e per i sette anni che siamo lì fanno 326.000 euro, che è quindi quanto abbiamo fatto risparmiare all’erario in questi anni di sole spese di apertura e sorveglianza.

E abbiamo dato anche per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti.

Abbiamo cominciato con questa storia qui, e abbiamo finito quando abbiamo invitato la cooperativa che ha l’appalto di raccogliere i rifiuti nel nostro giardino, ma non ha alcuna possibilità di differenziarli, di saltare il servizio, che ci avremmo pensato noi.

Quindi, dopo questa premessa, vi chiederete, ma come funziona concretamente un Bene-in-Comune?

Vi racconto solo di venerdì scorso, che abbiamo fatto una riunione.

Mentre ci immaginate, tenete sempre in mente le alternative:

“ludoteca aperta dalle 16.30 alle 19”

contro

“appartamenti di lusso in vendita nel cuore della città del Rinascimento”.

Come al solito, alla riunione, noi maschi siamo in estrema minoranza.

Io al Giardino non ci vado da troppo tempo, per mille altri impegni; la Presidente attuale dell’associazione  non c’era nemmeno quando facevamo i cortei di protesta, e abbiamo avuto anche incomprensioni, ma se la cava benissimo.

Proprio questo lo trovo un fatto importante.

Perché vuol dire che non è che certe cose vivono solo finché c’è un  personaggio carismatico che le porta avanti; no, vivono perché finché c’è una crepa nel cemento, ci crescerà qualcosa.

Ci siamo riuniti in cerchio (con i bambini che ogni tanto ci schizzavano con le pistole ad acqua), a pensare come partecipare a un Bando.

Ma prima vi devo spiegare il curioso sistema elettorale fiorentino.

La Grande Banca sceglie il futuro sindaco.

Che deve esssere approvato in varie cene da proprietari di alberghi, investitori stranieri, dirigenti della Fiorentina Calcio, Confcommercio, Confindustria, famiglie nobiliari che esportano il vino delle loro tenute in America.

L’élite fiorentina è da secoli aperta, ed estende democraticamente la consultazione anche ai principali padroni di locali e ristoranti della città, nonché alla Confraternita della Misericordia e alla Caritas.

Infine, c’è una pittoresca cerimonia tradizionale, in cui il Popolo incorona il già eletto con schede multicolori.

Ora, la Banca offre soldi per progetti educativi ai tempi di Covid-19.

I sospettosi diranno che la maggior parte di quei soldi sono già assegnati.

Io sinceramente non lo so.

Siccome credo di aver capito abbastanza bene chi ci governa, non li disprezzo: sono potenti proprio perché sono bravi e intelligenti, e se non li tocchi su due o tre temi che stanno loro a cuore e che sono proprio quelli che ci porteranno alla rovina, hanno l’astuzia di rispettare chi fa davvero qualcosa.

Se si vuole vivere, bisogna essere innanzitutto pragmatici.

E’ una caratteristica radicata dei fiorentini, ma anche di ogni seme che cerca di sopravvivere.

Quindi, nessuno di noi ha particolari scrupoli a vedere se si riesce a prendere gli avanzi del Bando.

La comunità che gestisce il Giardino ha fatto un lavoro enorme in questi mesi, raccogliendo aiuti ai limiti estremi della legalità, cercando di capire chi davvero – al di là delle formalità burocratiche – avesse bisogno.

Pensate alla differenza tra un ente che è pagato per dare aiuti, giudicando in base alla certificazione Isee, e una comunità che sa invece che Tizio fa finta di essere disoccupato solo perché ha troppo da fare ogni sera spacciando cocaina in Santo Spirito, mentre Fatima che sembra in regola, ha in realtà un finto stipendio che deve restituire al datore di lavoro.

Durante il periodo più drastico di chiusura, c’era tutto un viavai segreto dentro il Giardino, dove il cibo che avanzava ai ristoranti e ai negozi, veniva raccolto e ridistribuito.

Con la forza che dà il fatto che chi ti chiede gli avanzi, non è un Progetto.

E’ il tuo vicino di casa, il tuo cliente, il tuo parente, o magari ha l’aspetto convincente di questi signori qui, che sono i nostri Calcianti di Parte Bianca:

Alla fine, chiunque voleva davvero aiutare il rione in questa catastrofe, si limitava a dire, ecco i soldi, decidete voi chi ha davvero bisogno.

Capisco benissimo che nel mondo istituzionale, i soldi non li affidi a una tizia che non ha nemmeno una funzione.

Nel mondo reale, lo fai, perché sai che è l’unica via sicura, e che nemmeno un centesimo sarà sprecato.

Allora, stiamo lì insieme a decidere cosa si potrebbe fare con i soldi del bando.

Per capire cosa sia un Bene-in-Comune, immaginatevi un nostro concorrente – privato, cooperativa, associazione che sia – che si presenta al bando, con in testa un’unica domanda:

“come faccio a fare un progetto tecnicamente corretto che mi faccia intascare qualche migliaio di euro, facendo in cambio  un po’ di ammuina?”

Questi, per quanto rispettabili, sono pensieri da Privanti. Non vi preoccupate per loro, perché, male che vada, prenderanno comunque il 90% dei soldi.

Ma ecco di cosa abbiamo discusso noi ieri (dico “noi”, ma io mi sono limitato ad ascoltare e approvare, facendo pochi commenti tecnici).

C’è un gruppetto di mamme egiziane che non parlano una parola d’italiano, e che le maestre delle scuole del quartiere hanno invitato a frequentare il Giardino, così escono almeno di casa, perché conosciamo tutte le maestre.

E allora, nel Bando ci mettiamo un corso di italiano.

E sappiamo anche quali sono le insegnanti di italiano precarie, che avrebbero bisogno di un piccolo lavoro, perché le conosciamo.

Quindici euro l’ora lordi, a testa.

“Quindici euro l’ora lordi a testa” non è una grossa cifra, ma è ciò che distingue una comunità reale dalla spocchia dei volontari che danno una mano ai disgraziati, tanto noi non s’ha bisogno.

Poi c’è da organizzare un centro estivo (il Bando lo chiama un campus, ahimè), per le famiglie che non sanno a che santo votarsi quando chiude la scuola.

Una parte dei bambini verrà a gratis, ma possiamo chiedere un contributo agli altri.

Noi conosciamo non soltanto tutte le famiglie che possono, e quelle che non possono pagare, ma conosciamo anche tutti gli educatori sfigati del quartiere, e sappiamo cosa ciascuno di loro ha fatto per gli altri, quando poteva.

Quindici euro l’ora lordi, a testa, anche per loro.

Poi ci sono le attività ludiche.

Noi conosciamo tutti quelli che nel quartiere hanno dovuto porre fine alle loro attività al chiuso, causa coronavirus.

C’è il circolo che insegna alla gente come intagliare il legno,

c’è il gruppo di musicisti che insegna come suonare strumenti,

c’è l’insegnante di yoga (che poi è la moglie dell’architetto che ha avuto tante idee su come si possa fare qualcosa per il quartiere).

Quindici euro l’ora lordi, a testa.

Poi c’è da decidere quali età coinvolgere, e allora il Calciante de’ Bianchi ci dice che si preoccupa soprattutto dei ragazzi delle scuole medie.

Il Calciante de’ Bianchi in questione (gli hanno dedicato anche un affresco) è stato in ospedale, dopo l’ultimo massacro in Santa Croce, e oggi ha un occhio nero, non so perché.

Con la sua voce sempre gentile, ci dice…

I bambini delle elementari, hanno le famiglie che li seguono; ma quelli delle medie, si fanno le prime sigarette, e poi le canne, e poi… e per salvarli,

“scusami, non si salva nessuno, per dargli una mano”

se hanno uno dei Bianchi vicino, ci pensano due volte prima di fare i presuntuosi, perché, beh, uno dei Bianchi lo rispetti.

E su questo, non ci piove.

Poi il Calciante si perde, perché inizia a raccontare dell’amico

sì, quello alto snello,

e tutti a ricordarlo, e appena chiedo di tornare in tema, una mi sorride dice,

hai sempre furia te!

– che è morto, e sua moglie che apparteneva a un’antica famiglia nobiliare aveva in casa un autentico quadro di Giotto piccolo così, e nel suo giardino aveva il Drago di Pietra, quello vero del nostro Rione che è quello del Drago Verde;

e allora pensiamo allo scultore che si è offerto di fare un Drago di legno per il giardino, e dobbiamo includere anche lui nel Bando, perché sono anni che parliamo del nostro Drago, e non gli abbiamo mai regalato nulla…

E l’ex-cassiera del Penny Market che quando batteva i conti raccontava storie, facendo piegare tutti in due dalle risate, ci ricorda che son passati cent’anni precisi da quando questo Giardino fu donato dagli amerihani alle genti di San Frediano, per farne un luogo per l’educazione popolare.

Torniamo un po’ a fatica sul tema, per vedere come coinvolgere i Calcianti, e la loro palestra dove i ragazzini delle medie possano imparare a fare pugilato, ma la risposta è sempre,

Quindici euro l’ora lordi, a testa.

E poi c’è la Pasticciera, che si lamenta di essere talmente brava che gli uomini pensano solo alle sue torte e non se ne innamorano mai, e adesso rischia lo sfratto perché non riesce a pagare l’affitto.

Nel Bando, ci metteremo anche le sue torte.

Quindici euro l’ora lordi.

C’è anche da educare i figlioli, e qui pensiamo alla scuola che manda da noi i ragazzi per fare Alternanza Scuola Lavoro (oggi si chiama con un’altra terrificante sigla che vi risparmio), perché le insegnanti del liceo di “scienze dell’educazione e della formazione” ci hanno conosciuti, e hanno deciso che era molto meglio affidare i ragazzi a noi che ad altri.

E allora, come inseriamo questi ragazzi?

Poi abbiamo la questione dell’amico, che aveva aperto una scuola di cucina italiana per americani innamorati di Firenze.

La scuola di cucina, quando le cose andavano bene, insegnava anche a gratis ai nostri bambini a fare la pizza nella loro cucina, e ci ha sempre coperti grazie alle loro formule igieniche/magiche/Haccp.

Adesso sono sull’orlo del collasso, carichi di debiti e senza americani; e hanno chiesto uno spazio al Comune.

Il Comune ha concesso loro proprio un angolo del Giardino.

Allora cominciamo a letihare, perché c’è quella che si batte da vent’anni contro la movida, e ha fatto tutte le proteste possibili, e dice no, i locali non devono entrare nel giardino, e non devono farci i soldi…

ma c’è anche l’oste che ha la trattoria di fronte a noi, e che rischia lo sfratto per morosità dopo tanti anni di lavoro, e lei si inalbera e racconta la storia dalla parte sua e dice che non sono certo loro, che in questo quartiere hanno vissuto tutta la loro vita, a fare danno.

E’ una discussione importante.

Ne va quanto meno del sonno dell’una, e della sopravvivenza dell’altra.

Però in una comunità sappiamo che alla fine anche gli scontri più terribili si devono ricomporre, perché questo è il nostro mondo, e penso a tutti i rospi che ho dovuto ingoiare io (e che magari ho fatto ingoiare ad altri).

Come in una famiglia vera, insomma.

Alla fine, mica si giudica per motivi astratti: io penso alla rabbia per gli urli dei cretini sotto casa la notte, ma anche ai due figli dei gestori della trattoria, al fatto che quello della scuola di cucina aveva fatto fare la pizza nella sua cucina ai figlioli, però anche alle critiche che una mi ha fatto del babbo di quello della scuola di cucina, e poi ai drammi della vita della critica, perché la vita è una successione infinita di affetti e di sospetti, finché non moriamo tutti…

Mentre su Facebook condanniamo a morte qualcuno per un’unica frase che ha detto, qui conosciamo tutte le sfumature.

Tutto il Bando l’ha organizzato, con immensa fatica, la Silvia, insegnante di scienze, che si dedica a far capire il mondo degli insetti ai bambini.

E ci dice che anche lei sarà retribuita, ma solo per una serie di incontri che riguardano la natura e la biosfera.

Quindici euro l’ora lordi, come tutti.

Io non so come andrà, se vinceremo il bando.

Voglio solo ricordarvi una frase vista sopra:

Per capire cosa sia un Bene-in-Comune, immaginatevi un nostro concorrente – privato, cooperativa, associazione che sia – che si presenta al bando, con in testa un’unica domanda:

“come faccio a fare un progetto tecnicamente corretto che mi faccia intascare qualche migliaio di euro?”

Proprio mentre parliamo, arriva nel giardino un tizio disoccupato, tatuato, arrabbiato nero perché la moglie è l’unica a lavorare in casa, padre affettuoso di una bambina, padrone altrettanto affettuoso di un cane, allo stesso tempo violento e isterico, che quando gli girano ci augura di finire tutti al cimitero di Trespiano.

E penso che alla fine, gli estremisti di sinistra che occupano un palazzo qui vicino,

la contessa nostra amica che hanno riempito di insulti prendendola per una vaiassa di San Frediano,

i calcianti sospettati di essere teppisti violenti e ignoranti, e che leggono Blondet,

il parroco esorcista che se n’è andato e il parroco polacco arrivato da poco,

la coppia di lesbiche dai capelli sempre pitturati,

la pittrice americana arrivata qui come volontaria nel 1966 “when I was young and gorgeous”,

i clochard che odiano gli stranieri,

il babbo senegalese della bambina dalla pelle chiara,

il comunista con il sigaro in bocca che prende il pacco cibo dalla parrocchia,

le mamme straniere a rischio di espulsione,

la bella donna che sorride sempre e sembra avere sessant’anni, poi mi racconta di suo figlio che ha problemi e non esce di casa da cinquantacinque anni,

l’architetto alternativo,

quella che mi racconta di come conobbe un vero santo, che era La Pira,

i nostri morti come Passepartout,

la panettiera autoctona con il marito napoletano,

il bronzista che da apprendista aiutò il suo maestro a nascondere gli stampi dalle SS e lavora ancora,

quello insopportabile e litigioso che odia i musulmani e viveva nei boschi e costruì da ragazzo una scuola con le sue mani,

quella che dorme in macchina e quando le chiedi cos’ha, dice, “niente!”

siamo tutti inseparabili.

Ecco questa cosa inestricabilmente ingiudicabile, è la vita umana.

Se capite bene questo, avrete capito cos’è un Bene-in-Comune.

E se no, rinuncio a cercare di farlo capire, però un po’ mi dispiace.

Per voi, mica per me.

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Una notte in centro

Ieri abbiamo parlato di uno spazio in cui le decisioni vengono prese dalla comunità che ci vive e non da un Privante o dallo Stato.

Decisioni piccole e innocue, ma danno un’idea di come potrebbe essere la vita di esseri umani normali, che non solo vivono in un territorio, ma ne prendono cura.

Quando invece una comunità non ha alcuna voce in capitolo, cosa succede?

Antonio Passanese è un bravo giornalista del Corriere Fiorentino,  e nell’articolo che segue, elenca semplicemente alcune segnalazioni ricevute la notte tra venerdì e sabato scorso.

Non lo riporto per lamentarmi, ma perché illustra un meccanismo importante, che va molto oltre Firenze.

Un sistema economico, coadiuvato da un’amministrazione politica, tratta il territorio come una merce, da vendere in vari reparti.

Nel Centro Storico si mangia, si beve e ci si fa di cocaina.

Poi gli avventori tornano in periferia, dove invece si dorme.

I cuochi egiziani e bengalesi e filippini tornano nella straperiferie più economiche, e crollano addormentati anche loro.

Tutte e tre le zone sono umanamente morte: per chi vive in periferia, il Centro è la pattumiera in cui buttano gli avanzi delle proprie cene, ed è immaginato come se fosse disabitato;

ma siccome nelle periferie non si fa nulla di interessante, restano deserti e dormitori, luoghi per inceneritori e autostrade e aeroporti e discariche tossiche.

Se uno pensa che le città – in particolare quelle italiane – sono nate invece come comunità (cos’altro vuol dire “comune“?), dove ogni parrocchia o “popolo” era sede di autogoverno, magari rissoso, ma straordinariamente creativo…

Leggendo le storielle che racconta il Passanese, vedrete che l’unico accenno a “stranieri” (così spesso accusati di seminare degrado) è quando parla di una rissa tra nordafricani: che sicuramente stanno litigando per servire meglio i consumatori di cocaina italiani.

Causa Covid-19, sono scomparsi i turisti, eppure la città in realtà è sempre piena di stranieri.

Nel senso di persone che abitano a pochi chilometri le une dalle altre, ma si sono reciprocamente estranee, come sono estranee ai luoghi che usano.

Spesso queste preoccupazioni vengono confuse con il “moralismo”, si accusa la gente di “avercela con i giovani che vogliono vivere.

Ma il vero problema è esattamente il contrario: tutta la “vita” descritta in questo articolo è vita tolta alle periferie.

Ma leggiamo Antonio Passanese:

Dal “Corriere Fiorentino”, 21 giugno 2020

E in una notte come quella tra venerdì e sabato scorsi, capita così di ricevere una cinquantina di messaggi con racconti, video in presa diretta e foto.
Così.
Ore 1,15 piazza Santo Spirito. «Le forze dell’ordine stanno andando via ma in piazza e sul sagrato c’è una tale concentrazione di gente che fanno fatica a passare con le auto. Ai varchi nessun controllo e
regna l’anarchia».
Ore 2,25, via del Presto di San Martino. «Questa notte neanche i doppi vetri e le persiane sbarrate ci aiutano. Da venti minuti un gruppo di ragazzi suona ossessivamente i bonghi. E davanti al nostro ingresso c’è una pozza di piscio. Ho provato a contattare il pronto intervento della polizia municipale. Nessuna risposta».
Ore 3, di nuovo da piazza Santo Spirito: «Pochi minuti fa ho provato ad attraversare il sagrato e poi la piazza. È stato impossibile! A terra vetri e quintali di plastica. Ci sono assembramenti ovunque, sembra che il coronavirus non sia mai esistito.
Quasi nessuno porta la mascherina».
Ore 3,10, Borgo Pinti: «Sembra di avere la gente in casa. Bastaaaaaaa! Ho provato a chiedere un po’ di silenzio e sono partiti i fischi. Io la prossima settimana vado in Procura e denuncio tutti».
Ore 3,15, piazza Strozzi: «Decine e decine di persone appiccicate le une alle altre, molte hanno bottiglie e bicchieri di vetro. Le urla sono assordanti.
Ma non c’era un’ordinanza del Comune che vietava la vendita di vetro dalle 20? Dove sono i controlli?».
Ore 3,25, piazza dei Ciompi: «Un gruppetto di ubriachi nord africani si sta pestando. Uno di loro ha spaccato una bottiglia e le sta brandendo contro gli altri».
Ore 3,27, Borgo La Croce: «Stesse scene di sempre. Urlano tutti, pisciano ovunque mentre in via dell’Ortone ci vanno a consumare la cocaina».
Ore 4, via dei Coverelli: «Dalle mie finestre vedo rigagnoli di pipì provenire dalla facciata laterale della basilica di Santo Spirito. Si sta pian piano formando un laghetto. Oramai quest’angolo della chiesa per tutti è il pisciatoio. Lo chiamano così i ragazzi. Che desolazione: bisogna farsi sentire.
Non è più il tempo del silenzio ma è quello dell’azione. E insieme possiamo ottenere qualche risultato».
Ore 4, ancora Santo Spirito ma con un resoconto dettagliato di tutta la nottata: «È’ l’una del mattino e davanti alle mie finestre c’è una folla ipereccitata.
All’ingresso della mia abitazione tre ragazzi sniffano coca mentre la gente continua a passare e pisciare.
Alle 1,20 una ragazza, in compagnia di tre persone, d’improvviso si tira giù il pantalone e le mutandine e inizia a fare pipì. Poi, una volta finito, si ricompone e va via. Alle 2 mi infilo i tappi nelle orecchie e vado a dormire. Alle 4 alcuni ragazzi iniziano a suonare i campanelli e a cantare a squarciagola. Inneggiano al Napoli che ha vinto sulla Juve. Non sono napoletani ma fiorentini. Riprendo sonno alle 7. E
un’altra nottata è passata».
Nella chat dei comitati e dei gruppi di residenti danneggiati dalla movida molesta, uno degli ultimi messaggi arriva alle 4,30 da piazza Sant’Ambrogio, quella stessa piazza dai cui balconi, due settimane
fa, vennero lanciate le uova ad alcuni ubriachi che litigavano fra loro alle 3 del mattino. Questa volta a togliere il sonno a chi vive di fronte alla chiesa sono 4 ragazzi che hanno pensato bene di organizzare una partita di calcetto tra l’edicola e il sagrato.
«Abbiamo chiamato i carabinieri, e questa volta sono arrivati. Però hanno semplicemente invitato quei maleducati a smettere. Forse una multa avrebbe insegnato loro qualcosa».

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I beni-in-comune e il violino che rovesciò il mondo

“Io sono una gabbia, in cerca di un uccello”

Franz Kafka

L’altro ieri, alcuni amici mi hanno invitato a tenere una microconferenza su quelli che vengono chiamati i beni comuni.

Non so quanti lo sappiano, ma il termine ha oggi due significati completamente diversi.

Per alcuni, i beni comuni sarebbero beni di cui hanno bisogno tutti. E che quindi lo Stato dovrebbe salvaguardare con speciale attenzione. Tipo l’aria, l’acqua, ma anche il patrimonio artistico.

Per altri, i beni comuni sono i beni-in-comune, le cose più imprevedibili di cui una comunità di esseri umani viventi può volere prendersi cura; per sé, per gli altri, per le generazioni future. Non sono una cosa, sono una azione.

Racconto loro di un’esperienza concreta che ha cambiato tutta la mia visione del mondo.

Seguite la microstoria, perché è la macrostoria dell’umanità degli ultimi due secoli.

E’ l’esperienza del Nidiaci in Oltrarno, di cui vi ho parlato tante volte.

Molto brevemente, all’inizio c’era una ludoteca.

Una cooperativa, costituita davanti a un notaio, teneva aperta la Ludoteca dalle 16.30 alle 19.00. Gli zeri ci vogliono, perché prima e dopo quei minuti precisi, da contare su orologi elettronici infallibili, non vale più l’assicurazione.

La cooperativa aveva presentato un progetto per un bando, redatto da un funzionario del tutto sconosciuto alle famiglie del quartiere, ma sicuramente perfettamente in linea con qualcosa che era stato votato in un parlamento a Roma, e che noi tutti ignoravamo.

Prima ancora di vincere, la cooperativa doveva avere già un’idea esatta di cosa avrebbe fatto in quello spazio, anche se non conosceva né i frequentatori, né il quartiere.

E per tre anni a venire, la cooperativa avrebbe rischiato l’immediata cacciata se avesse fatto qualcosa in meno o in più di quanto previsto nel progetto.

Attenti alle parole: “in meno” non è un problema, perché è sempre facile fare giochi contabili, con cui dimostri di aver fatto molta ammuina; il vero rischio lo corri se fai l’inpiù.

Alla Ludoteca, i genitori portavano i figlioli a giocare.

I genitori ci potevano stare, anzi ci dovevano stare, semplicemente perché erano tutori legali dei bambini. E il loro unico compito e diritto era quello di tutarecioè di fare da capri espiatori loro, e non la cooperativa, in caso di guai, sempre con magistrati, assicuratori e avvocati.

A solo pensarci, oggi mi sembra una cosa talmente folle, da non crederci; eppure ci ero dentro, non immaginavo altri orizzonti.

C’erano due crepe in questo sistema.

La prima, che i ragazzi che gestivano la cooperativa non erano un algoritmo, ma erano persone splendide.

Ce n’era una che aveva fatto pure un orto per tutti nel giardino, e ci faceva assaggiare i ravanelli che coltivava, ed erano aspri, come non ne avevo mai assaggiati sin dalla mia infanzia.

La seconda crepa era una mamma americana, che faceva la violinista, e si era innamorata di Vivaldi.

Ogni tanto suonava in qualche importante orchestra, ma di solito andava per strada e suonava finché i vigili non la mandavano via.

E siccome aveva tutta l’energia  e la libertà del Nuovo Mondo dentro di sé, si mise a insegnare alle bambine a suonare, anche dentro la Ludoteca.

Fu la scoperta che anche noi potevamo fare qualcosa, oltre che tutare. Nella totale non legalità, che è l’unico spazio dove sopravvive la vita umana: quella dove tu commetti qualcosa di vietato, ma al poliziotto gli scappa da ridere.

Poi, a causa di una serie di vicende complicatissime, uno speculatore immobiliare fece spaccare il soffitto della Ludoteca, ci fece versare dentro una quantità incredibile di acqua, e il Comune chiuse tutto e finì un secolo di uso pubblico di quello spazio.

Questa è l’altra faccia del soffocamento della vita: il Privante, che trasforma in merce ciò che lo Stato non trasforma in controllo.

Ora, una parte del quartiere si è lamentata perché le istituzioni non riaprivano la Ludoteca: difendiamo la Proprietà Pubblica dalla Proprietà Privata. Che è un pensiero molto di sinistra, in una città di sinistra.

Un’altra parte della gente però, delicatamente ispirata dal violino di Wendy, ha capito che poteva fare qualcosa.

Ha preso in mano lo spazio, in una maniera solo formalmente legale.

Allora tutto inizia a funzionare al contrario: non c’è nessun progetto, c’è solo gente molto, molto diversa che si incontra, in un posto, e scopre sempre cose nuove che sa fare.

Con tutti i limiti della vita, che cresce storta, come i capperi sugli antichi muri.

La vita contiene in sé incomprensioni, sospetti, pigrizie, pettegolezzi e l’eterna tendenza di alcuni di approfittare della fatica che fanno gli altri.

Ma funziona incomparabilmente meglio di una gestione statale.

Racconto tutto questo ai miei ascoltatori, e vedo uno di loro che mi guarda in modo strano.

E’ un vigile urbano in pensione, molto in gamba.

Lui vorrebbe che io avessi ragione.

Però mi dice, ma è impossibile quello che avete fatto voi.

Mi spiega, nei giardini pubblici, è vietato tutto ciò che non è espressamente autorizzato.

Mi racconta che al giardino di Piazza D’Azeglio, c’è una signora che con le sue amiche fa Tai Chi.

“Noi abbiamo sempre chiuso un occhio; ma se qualcuno avesse avuto da ridire, l’avremmo dovuta mandare via”.

E continua…

“Per i cani, ci sono quattro regolamenti: statale, regionale, provinciale, comunale… sono in contraddizione tra di loro, e non sappiamo alla fine quale applicare”.

Tra questi regolamenti, gli dico che manca l’unico che sarebbe davvero interessante: uno redatto da chi quel luogo lo frequenta e conosce.

“ma la gente è talmente spaventata dalla burocrazia, che non osa pensarci”

mi risponde.

Penso alla nostra specie di olobionti, che per natura sarebbe portata a fare le cose insieme, che vive invece gli spazi che vengono chiamati pubblici con la stessa alienazione e solitudine e paura di venire schiacciati, con cui vive gli spazi dei privanti, quando ci viene ammessa a pagamento.

Le regole all’ipermercato non sono diverse dalle regole al parco.

C’è sempre un vigile, un notaio, un carabiniere, un magistrato, in mezzo ai nostri rapporti.

Possiamo solo lamentarci, urlare perché lo Stato censuri qualcun altro, perché faccia qualcosa al posto nostro, perché ci renda “servizi” contro le nostre tasse.

Piccoli mendicanti, oppure arroganti bambini pieni di pretese, è sempre uguale l’umanità statalizzata.

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Sesso per olobionti

Uso il traduttore di Google per presentarvi un post strabiliante dal blog in lingua inglese di Ugo Bardi.

Innanzitutto, trovo il tema incredibilmente più importante del 90% delle cose di cui si parla nei media in questi giorni.

Secondariamente, da traduttore luddista, mi preoccupa il fatto che l’Intelligenza Artificiale stia rapidamente arrivando al mio livello: dieci anni fa, dire “sì, hai usato Google per tradurre!” era un insulto.

Oggi, IA sa pure cosa sono gli olobionti.

Lasciamo la parola a Ugo Bardi

Perché le persone si toccano continuamente? Le vie del sesso tra gli olobionti

Al giorno d’oggi, siamo incoraggiati a sterminare il nostro microbioma cutaneo mediante varie sostanze velenose. Ma questa non è una buona idea. Siamo olobionti e il nostro microbioma fa parte di noi. Se uccidiamo il microbioma, ci uccidiamo. Toccarsi l’un l’altro è un modo per mantenere vivo il nostro microbioma, è una forma di sesso (“holosex”) intesa come una forma di comunicazione. La signora in questa foto sembra capire il punto, almeno a giudicare dalla sua espressione infelice. (vedi anche il gruppo “proud holobionts” su Facebook)

Gli umani tendono a toccarsi. Si abbracciano, picchiettano, si strofinano, si baciano, si coccolano, si stringono, si accarezzano, si stringono, si abbracciano molto. Pensa alle abitudini di bacio (“la bise”) tipiche della società francese, è fatto anche in Italia e in altri paesi latini. Nella maggior parte delle società (*), almeno un qualche tipo di contatto con la pelle dovrebbe essere un segno di fiducia reciproca.

Ma oggi vediamo uno schema completamente diverso che si diffonde in tutto il mondo. Con l’epidemia di coronavirus, le persone non si stringono più la mano, per non dire nulla sul baciarsi e abbracciarsi. Non solo le persone non vogliono toccare altre persone, ma hanno anche una paura positiva di avvicinarsi l’una all’altra. Si chiama “social distancing” e comporta una serie di comportamenti ritualizzati di dubbia efficacia contro l’epidemia che includono indossare maschere per il viso, disinfettare le mani, spruzzare disinfettanti su persone e cose, alzare barriere di plexiglass e altro ancora.

Allora, cosa sta succedendo? Il distanziamento sociale è solo un’esigenza temporanea o qualcosa che durerà in futuro? La risposta dipende dal fatto che il contatto con la pelle sia utile per qualcosa: in caso contrario, potremmo anche abbandonarlo, a parte le esigenze strettamente riproduttive. Ma perché le persone si toccano? Per prima cosa, potremmo essere ragionevolmente sicuri che se il contatto reciproco fosse dannoso per noi, la selezione naturale avrebbe eliminato questo comportamento dal nostro pool genetico e dalle nostre abitudini culturali. Al contrario, toccarsi ha vantaggi positivi. È perché siamo tutti olobionti.

Lascia che ti spieghi: io sono un olobionte, tu sei un olobionte, tutte le creature viventi che ti circondano sono olobionti. Il termine è un po astruso e ancora poco conosciuto, ma ha fatto spettacolari progressi in biologia da quando è stato proposto da Lynn Margulis nel 1991. Probabilmente hai sentito parlare di Margulis come co-sviluppatore con James Lovelock del concetto di “Gaia “come sistema di controllo dell’ecosfera terrestre. E, sì, anche Gaia è un holobiont!

Quindi, cos’è un olobionte? È una comunità di esseri viventi che condividono cibo, riparo, risorse e si proteggono a vicenda. Un albero è un holobiont, una foresta è un holobiont, una barriera corallina è un holobiont, il tuo cane è un holobiont. E, come ho detto, come essere umano sei un olobiont. Sei un’entità formata da un organismo umano e un grande microbioma formato da un ecosistema completo di microrganismi che vivono sulla tua pelle, colonizzando il tuo intestino, aiutando varie sintesi ormonali più o meno ovunque nel tuo corpo. Senza un microbioma, non sopravvivresti a lungo, anche se potresti vivere un’esistenza precaria con un set ridotto della versione a pieno titolo.

E, come holobiont, fai sesso continuamente con altri holobionts (e, sì, anche con il tuo cane!). Questo deve essere spiegato come parte del grande fascino per il concetto di holobiont. Stiamo iniziando a sviluppare una definizione di “sesso” che va oltre quella convenzionale. Nel nostro caso, come esseri umani, pensiamo al sesso come allo scambio di materiale genetico tra un maschio e una femmina della stessa specie (in realtà, pratichiamo anche varietà di sesso orientate alla non riproduzione, ma questa è un’altra storia). Il risultato del sesso riproduttivo è la meiosi e un nuovo individuo con un genoma misto. Si chiama anche “sesso verticale”, il che significa che il materiale genetico viene trasferito dai genitori alla prole.

Al contrario, il trasferimento genico orizzontale è il movimento di materiale genetico da un organismo donatore a un organismo ricevente che non è la sua progenie. I batteri, di gran lunga la forma di vita più comune sulla Terra, scambiano materiale genetico semplicemente facendolo passare attraverso le loro membrane, un meccanismo chiamato “coniugazione”. E i virus sono grandi macchine per lo scambio genetico: sono pacchetti di DNA e RNA che si spostano da un ospite all’altro.

Un holobiont è, come si dice, un altro bollitore di coltura batterica. È formata da un insieme di organismi, quindi non ha un genoma adeguato. Ma ha un ologenoma, l’insieme dei genomi degli organismi che lo compongono. L’ologenoma ha lo stesso significato del genoma, è il “progetto”, per così dire, dell’olobiont. E poiché gli olobionti sono creature viventi, nascono e muoiono. Quindi, l’ologenoma deve essere trasmesso dall’uno all’altro. È la trasmissione di informazioni costitutive. È un tipo di sesso che possiamo chiamare “olosesso”.

Per mezzo di holosesso, gli olobionti trasmettono l’ologene

informazioni da un individuo all’altro. È in questo modo che si verifica l’evoluzione: gli olobionti “cattivi”, ovvero quelli che sono instabili o incapaci di garantire la sopravvivenza dell’organismo, vengono deselezionati e scompaiono. È una forma di selezione naturale, non esattamente nel senso neo-darwiniano, ha un certo grado di trasmissione “lamarckiana” di informazioni. In altre parole, gli olobionti si scambiano continuamente materiale genetico da un individuo all’altro. Se un holobiont ha sviluppato alcune capacità che altri olobionti simili non hanno – diciamo, resistenza a un parassita specifico – può trasmetterlo direttamente ad altri olobionti dallo scambio di microrganismi. Non è necessario attendere che la popolazione venga sostituita da una nuova generazione di individui che hanno ereditato un determinato tratto.

Ma allora come funziona esattamente quell’olosesso, il sesso tra gli olobionti? Bene, non hai bisogno di organi speciali e, ovviamente, non c’è distinzione maschio / femmina. Il materiale ologenetico si presenta principalmente sotto forma di forme di vita microbiche di vario tipo. Per scambiare queste piccole creature, gli olobionti devono essere in contatto tra loro o, almeno, vicini l’uno all’altro. Quindi, il passaggio dei microbi avviene principalmente per contatto con la pelle, anche se ci sono altre possibilità.

Ecco perché gli olobionti tendono a toccarsi: si abbracciano, si accarezzano, si strofinano e si baciano: è scambiare pezzi del loro ologenoma, esibirsi in olosesso, se ti piace usare questo termine. Tendono, come possiamo immaginare, a essere cauti nel farlo perché potrebbero scambiare microbi “cattivi” ed essere infettati da qualche malattia. Come tutti sappiamo, il sesso è necessario, ma nessuno ha mai detto che non è pericoloso. Gli olobionti hanno bisogno dell’olosex per trasmettere e mantenere la loro struttura ologenetica. Niente sesso, niente vita. Almeno non per molto.

Ciò significa che, prima o poi, torneremo a toccarci e, forse, in Francia, ricominceranno con la bise. Ora sembra obsoleto come i rituali danzanti sulla Dea della luna nella notte, ma potrebbe anche tornare. E così, in seguito, compagni olobionti!

 

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Razze americane (2)

Terminare.

Poi vedrete perché mettiamo questa parola all’inizio del post.

La Franklin Templeton è una multinazionale che gestisce investimenti finanziari per un valore di 700 miliardi di dollari.

Ricordiamo che gli investimenti sono quella cosa che permette di trasformare le risorse in merci e in rifiuti (ricordando che alla fine, anche le merci diventeranno rifiuti).

Insomma, ogni volta che vedete un palazzone che sorge, salite su un aereo o respirate polveri sottili, dietro c’è qualcosa come la Franklin Templeton.

Guardiamo insieme le foto del suo Consiglio d’Amministrazione:

Le facce ci dicono molto sulla questione della razza in America: la finanza, che è il carburante di tutto il sistema, è una faccenda estremamente selettiva, se non sei bravo, schiatti.

Il settore finanzario seleziona gente che si capisce al volo e che ha interiorizzato la mentalità del fare i soldi sin dall’infanzia; magari sin da quando i loro nonni erano piccoli.

E’ inevitabile che manchino del tutto esponenti del gruppo etnico che non ha avuto questa opportunità, cioè i neri americani.

Non è esattamente “razzismo”: ci sono infatti un cinese e, credo, un indiano, che provengono da culture dove la casta dei mercanti è sempre stata presente.

Adesso, ascoltate questa storia.

Una mattina, molto presto, una dirigente della Franklin Templeton, assai bianca, porta a spasso il suo cane, in un parco di New York, dove incrocia un signore.

E qui ascoltiamo due versioni della stessa storia: quella della donna e quella dell’uomo.

Versione donna.

Una donna sola vede aggirarsi per il parco un maschio di pelle nera, che prima la redarguisce, poi getta del cibo – che potrebbe essere anche avvelenato – al suo cane; quando lei protesta, lui inizia a filmarla.

Lei allora chiama la polizia.

Versione uomo.

Un ornitologo di pelle nera, editore della Marvel Comics, militante gay (ha inventato il primo personaggio omosessuale di Star Trek) e presumibilmente assai benestante, va la mattina presto al parco, per osservare gli uccelli.

Arriva una signora bianca dall’aria nevrotica, con un cane sciolto.

Lui le fa presente che in quella particolare area, i cani vanno tenuti al guinzaglio, perché è un’oasi in cui la natura sta riprendendo qualcosa di suo.

Quando lei dice che non riesce a richiamare il cane per legarlo, lui – che è abituato a questo tipo di problema – offre del cibo all’animale; lei si impaurisce, lui la filma.

Così lei chiama la polizia, dicendo che un “African American man” la sta minacciando.

Non è così sorprendente che nomini la “razza” del signore: a New York, mi ricordo dopo l’11 settembre, i cartelli della polizia dicevano di segnalare qualunque sospetto, indicandone innanzitutto la razza, poi il sesso, l’età presunta e così via.

Del tutto casualmente, i due protagonisti hanno lo stesso cognome, Cooper.

E questo ci ricorda che i neri non hanno cognomi: hanno in genere, semplicemente quello del proprietario dei loro antenati. E questa è certamente una differenza radicale tra neri africani e neri americani: non il cognome, il fatto stesso di avere una famiglia.

L’ornitologo pubblica su Twitter dialogo e video.

Suscitando, forse involontariamente, un’esplosione gigantesca di insulti contro la donna (il Cooper nero, che sembra una persona perbene, ha anche preso le distanza dalle folle che chiedevano la morte della signora, ma ormai la faccenda gli era sfuggita di mano).

E così ventiquattr’ore dopo:

Cioè, la multinazionale termina la sua impiegata, “con immediata efficacia” e senza appello, in base a un video.

Dice un certo Charles Skorina, che recluta personale per la finanza, difficilmente potrà trovare lavoro:

Her goose is cooked,” [ormai è bruciata]. Io non mi sognerei di presentarla a un cliente. Mi guarderebbero e mi butterebbero fuori dalla porta”.

In questa storia, io ci vedo parecchie cose.

Episodi come quello successo nel parco, ne vivo tutti i giorni qui nel quartiere.

Dall’alto della mia finestra, guardo il teatro della strada.

C’è gente che parte avendo un po’ di ragione e poi passa velocissimamente dalla parte del torto, spesso con insulti e minacce feroci: la causa di solito è il traffico, ma recentemente vanno di moda anche le mascherine.

Comunque, quasi mai qualcuno si fa male.

Vi racconta una storia che mi riguarda.

Una volta aiuto dei bambini ad attraversare la strada, sulle strisce.

Un tizio su un furgone mi dice di spostarmi, che lui vuole parcheggiare proprio sulle strisce. Mi rifiuto, e lui mi dice che mi spaccherà la faccia (io non mi sono spostato, lui non mi ha spaccato la faccia).

Devo dire che lui aveva un po’ meno torto di quanto sembri, perché doveva fare delle consegne nei negozi, e non c’è altro posto dove parcheggiare se non sulle strisce.

Questo episodio si distingue da quello di New York per motivi fondamentali.

Il video può trasformare qualunque banalità in un dramma planetario, e non è negoziabile, come dovrebbero essere tutte le relazioni umane.

Cosa vuol dire negoziabile?

Qualche anno fa, avevo dei problemi da risolvere in gran fretta, e mi si avvicinò un posteggiatore abusivo senegalese.

Ero arrabbiato per mille cose che non avevano nulla a che fare con il poveretto; gli gridai qualcosa tipo, “lasciami in pace!”, ma il tono era un po’ peggio (tremo a pensare se qualcuno mi avesse fatto il video allora).

Poi mi sentii in colpa: era un uomo dignitoso, di una certa età, con la barba bianca, e lo cercai per chiedergli scusa.

Siamo diventati così amici, a guardare insieme gli storni.

In una comunità – e lui fa parte quanto me  della Comunità delle Genti di San Frediano e di Santo Spirito – si fa così.

Invece, in una individualità, uno dei due deve crepare.

Tornando al mio scontro con l’autista del furgone che voleva parcheggiare sulle strisce, mancava l’elemento simbolico della razza. Se il colore della pelle è uguale, l’episodio non significa nulla. Bianchi contro neri è molto più eccitante di facchini contro babbi.

Quando si diffonde su Twitter un video che contiene l’elemento razza, e pure in lingua anglobale, non c’è niente da fare.

I video ci sono ovunque, le liti cretine fanno parte della natura umana, e il colore della pelle non si cambia.

E più si insiste a parlarne, più il colore della pelle scatena nevrosi. Quindi, non ne usciremo almeno finché non si troverà qualche altra causa per cui eccitarsi.

Ma a me colpisce un’altra cosa.

Tutto ciò che il video dei due Cooper non fa vedere, e che a me sembra enormemente più importante.

C’è il Consiglio di Amministrazione della multinazionale, che fa l’antirazzista senza un solo nero, e che può terminare la propria dipendente da un momento all’altro, in base a un video.

Una volta terminata, la fu-persona, poi, non potrà più nemmeno meditare:

Postille interessanti

1. Alla terminata, hanno anche sequestrato il cane.

Poi la polizia rifiutò di prenderselo in carica, e così il canile Abandoned Angels ha deciso che nonostante tutto, la Cooper cattiva era in grado almeno di allevare un cane.

2. Chuck Johnson, uno dei figli del fondatore della Franklin Templeton che ha terminato la signora Cooper, alcuni anni fa sbattè la testa della propria moglie contro un forno di casa, spaccandole le ossa della faccia.

Si fece due mesi di carcere, prima di tornare in consiglio d’amministrazione.

Oggi Chuck Johnson dirige felicemente la Tanocapital, una multinazionale con sedi a Singapore, Shanghai, Mumbai, Mauritius e San Francisco,  in stretta collaborazione con i propri  fratelli, che dirigono la Franklin.

Insomma, non sono razzisti.

Sono capitalisti.

3.  La Franklin Templeton ha anche una sede a Milano, come “succursale della Società Lussemburghese del Gruppo denominata “Franklin Templeton International Services S.à r.l.”

Lascio a voi decidere se abbiano messo sede in Lussemburgo, perché ci sono più lussemburghesi che vogliono investirci che italiani, o per eludere le tasse italiane.

Nella seconda ipotesi, non credo che vogliano fregare gli italiani sulle tasse per razzismo.

Lo fanno per capitalismo.

Qui potete ammirare la faccia antirazzista di Alessandro Rongo, responsabile marketing di Franklin Templeton, Italia.

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