Santo delle acque

Ieri, l’Arno, di solito tristemente puzzolente, ha ripreso a vivere.

Con un rumore violento, trascinava con sé tronchi interi, che scomparivano tra i vortici che lanciava gioiosamente in aria

e sembrava per un momento di vedere tutta la storia del mondo, gli eserciti furiosi e i giovani ambiziosi di tutti i secoli che si lanciavano a capofitto per venire in un istante travolti e trasformati in qualcos’altro, di irriconoscibile.

E proprio stasera, nella chiesa dove sembra che dentro scorra il fiume, si è celebrata la festa di San Frediano che con il suo piccolo bastone, deciso, deviò le acque del Serchio, e attraverò pure l’Arno a piedi per andare su a San Miniato.

Nella notte famosa del novembre del 1966, quando tutto il centro di Firenze fu sommerso, il parroco mise sulla gradinata una fila di candele a sfidare l’Arno, e mentre il fiume invadeva tutte le strade accanto, si pregava dentro la chiesa, e non fu toccata dalle acque.

A vedermi in chiesa oggi, una ragazzina rimane così stupita che quasi le cade l’ostia dalla bocca, e le spiego che son lì per il santo.

Nella chiesa, oggi c’era il parroco polacco e attorno il piccolo popolo a cantare, stonando solennemente:

“O verde germoglio di Iesse,
con lodi noi ti celebriamo;
rifulse la luce ai lucchesi
del santo Pastore Frediano.

Cantiamo qui lieti un cantico
si canti a gloria di Dio:
o terra Toscana rallegrati:
conosci un uomo santissimo.

Un grande macigno egli sposta: nessun
cavapietre lo smuove;
Frediano vi fonda una chiesa
assieme ai chierici suoi.

L’alveo del Serchio si gonfia,
inonda la piana lucchese:
distrugge la terra e i suoi frutti:
le genti costringe alla fame.

Frediano, impugni il rastrello, scavando,
implori il Signore:
di freonte alle genti stupite
il fiume muta il suo corso”.

 

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La morte dell’Ultima Gatta

Ciò che segue non è solo il racconto di una mattinata, è la descrizione di una visione intera del mondo.

Stamattina mi chiamano, per dire che l’Ultima Gatta del Giardino è morta.

L’ha trovata Sincero, mentre ripuliva tutto il giardino e curava l’orto, e l’ha messa su di una sedia, dentro una camicia rimediata chi sa dove, e con sopra un ombrello, solo la faccina fuori…

“l’ho trovata con gli occhi aperti, porina!”

Mi chiama la Laura, che è la moglie di Fabrizio, il nostro candidato a sindaco cui i Rossi (che non sono quelli politici) avevano spaccato un gran numero di costole all’ultimo giohino del Calcio Storico, ma il Vallero rimbalza sempre.

Siamo nell’Ardiglione, la strana viuzza che dal 1300 non è mai cambiata, e che fa una elle: è in realtà un dardiglione, la fibbia di una cintura, e su un muro c’è lo Spirito Santo che scende in picchiata sul nostro rione, proprio sopra la botteghe dove le ragazze mi hanno fatto vedere il Della Robbia che stavano restaurando.

Tiriamo giù Annie, che insegna letteratura francese, e suo marito, e seppelliamo la gatta.

“Aveva diciassette anni, ma aveva una fibra! E’ sopravvissuta a tutte le altre! Ma ha fatto la vita che voleva…”

Dormiva, la gatta, in una piccola buca, una sorta di presa d’aria esattamente sotto la cappella dov’è sepolto Sant’Andrea Corsini – i carmelitani la notte rubarono il suo cadavere ai fiesolani, che li inseguirono nella notte, ma riuscirono a portarlo da noi, e lì ancora sta;

e c’è un incredibile altorilievo di marmo, con la zampa di un cavallo che esce fuori dal muro, che celebra come il nostro Santo apparve in cielo con la spada in mano per guidare i fiorentini alla vittoria di Anghiari contro i milanesi.

L’immagine non rende la sconvolgente tridimensionalità dell’opera

Seppelliamo l’Ultima Gatta.

Vicino al Platano?

Il Platano i cui rami nelle notti ventose avevano tolto le tegole dal tetto dalla casa dove vive la piccola donna che ha dedicato la sua vita ai poeti greci (quasi piangevo a vedere la sua collezione di testi, a sentirla parlare dei miei poeti).

Il Platano però ha radici in superficie, che non vorremmo tagliare.

Andiamo allora al Tasso.

Sempre verde e sempre oscuro, che getta radici dentro se stesso.

Il Tasso è notte e morte e veleno e bellezza, e sotto, nessuna pianta osa crescere.

Il Tasso dell’antica Europa, con i suoi rami così bassi (vogliono scendere, toccare terra), cresce accanto al Cipresso persiano sottile come una matita, e che si lancia verso il cielo senza mai sbilanciarsi.

E molto vicino, c’era un alberetto piccolo, su cui i bambini amavano arrampicarsi, e che fu tagliato in pochi attimi da un poveretto albanese mandato dal Privato, e a cinque, sei anni, ci penso ancora con una rabbia che mi sconvolge, perché ho visto fare tutto, e non sono riuscito a fermarlo…

Il Privato voleva ammazzare il Tasso, proprio come aveva ammazzato un altro cipresso. E per salvarlo, ci siamo trovati in guerre che nemmeno ci aspettavamo, ma ci siamo riusciti, il Tasso è vivo.

L’unica divisione sensata della specie umana è tra quelli che vogliono ammazzare i tassi, e quelli che li difendono.

Piede sull’asta della vanga, rifletto sul significato di privato, che non descrive il signore in questione: ci dice soltanto che noi tutti siamo stati privati di qualcosa. Terra privata, negata, obliterata.

Non esistono “i Privati”.

Esistono i Privanti.

Più tardi oggi il Nanni che addestra la squadra di calcio (stranissima squadra tutta volontaria che in tre anni ha svuotato le squadre a pagamento, ma è un’altra storia) porterà un gruppo di bambini al giardino e sotto la leggera pioggia, indicherà il muro che il Privante ha eretto in mezzo al giardino, e le auto parcheggiate su pezzi di giardino venduti a 50.000 l’euro l’uno, e Nanni dirà alla Maria bionda e dallo sguardo intenso, e che avrà sette anni,

“Un giorno verrai a questo giardino e dirai, qui tanti tanti anni fa, ho imparato a giocare a calcio con il Nanni, e per difendere questo bene comune, mi incatenerò al Tasso!”

Tra le radici del Tasso, ci sono cocci vecchi di qualche secolo, terra morbida, pezzi di cemento scagliati lì dal Privante in uno dei suoi delitti, sottilissimi fili di radice.

E poi tocco una radice vera, la scortico un po’ e mi metto paura.

Il marito dell’Annie mette delicatamente un DVD vicino al naso della gatta, per controllare se per caso respira. Le tocca le zampe, e mi spiega che prima diventano dure e poi si ammorbidiscono di nuovo: “non deve esser morta da molte ore”.

Ci chiediamo, quanto sarà lunga l’Ultima Gatta?

Quanto spazio vorrà, lei che mangiava esseri viventi, per lasciarsi mangiare dal Tasso, dai miliardi e miliardi di piccoli esseri viventi che si annidano tra le radici del Velenoso?

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Mondeggi vince

Rubo per intero un articolo da Comune.info, su un tema che mi sta particolarmente a cuore.

Mondeggi vince il processo

Mondeggi Bene Comune

08 Novembre 2019

L’accusa era quella di aver occupato una terra abbandonata e lasciata per anni al massimo degrado per poterla poi svendere a chi doveva realizzare la solita speculazione. Il pubblico ministero ci aveva aggiunto, bontà sua, il furto di acqua ed elettricità, mentre la Città metropolitana di Firenze, costituasi parte civile, aveva chiesto 77 mila euro di danni, più – fatto particolarmente significativo – altri 50 mila per aver recato danni all’immagine dell’Istituzione. Gli imputati, i 17 partecipanti al presidio della nota Fattoria Senza Padroni di Mondeggi, coltivando la terra e recuperando un bene pubblico alla sua funzione sociale e all’utilizzo comunitario, avrebbero dunque leso il buon nome dell’ex Provincia di Firenze e del Comune di Bagno a Ripoli. Nella sentenza di oggi, 8 novembre, il Tribunale ha deciso invece per la piena assoluzione degli imputati, perché “il fatto non sussiste”. Una sentenza esemplare, per una volta, che restituisce speranza e allegria a chi lavora una terra libera in una tenuta con una gestione comunitaria e ci aiuta, anche in questa occasione, a non confondere la giustizia e l’interesse di tutti con la presunta e astratta legalità che copre i bassi interessi speculativi di qualcuno e, nella migliore delle ipotesi, il disinteresse per i beni comuni

Mondeggi bene comune è una comunità che si contrappone al tentativo di svendita della tenuta di Mondeggi, attraverso un progetto di agricoltura contadina, gestione comunitaria e condivisione dei saperi. L’autogoverno che pratichiamo si ispira ai principi di autogestione, cooperazione e mutualismo. Ci siamo riappropriati collettivamente della terra nel giugno 2014, dopo anni di degrado e abbandono, fatto che ci ha portato molto rapidamente nelle aule dei tribunali.

Il processo

Oggi 8/11/19 si è svolta l’udienza che sanciva la sentenza di primo grado del processo per occupazione e furto di elettricità e d’acqua, i cui imputati erano 17 presidianti del progetto Mondeggi bene comune.

Il pm aveva chiesto 1 anno e due mesi di pena e 1000 euro di multa per ciascuno degli imputati, a cui si sommano le richieste della Città metropolitana, costituitasi parte civile, di 77.000 euro di danni, di cui 50.000 per danno di immagine. Il dispositivo della sentenza di oggi prevede la piena assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste“.

Alcune valutazioni

Abbiamo sempre avuto chiaro che le nostre azioni sono perseguibili e che i nostri intenti ci pongono al di fuori della legalità, che abbiamo deciso di sfidare apertamente con l’occupazione. Tuttavia la sentenza di oggi ribadisce la legittimità delle nostre aspirazioni e nega le
bizzarre richieste risarcitorie della Città metropolitana
. Infatti
l’amministrazione pubblica non ha fatto altro che depauperare – con il suo abbandono – un bene pubblico, con un’azienda che ha accumulato debiti di 1,5 milioni di euro fino a fallire, lasciando la terra in stato di degrado, per poi cercare di svenderla a cifre sempre più irrisorie; e che infine chiede i danni alle uniche persone che si sono concretamente occupate del futuro di Mondeggi, mettendo in gioco la propria vita.
La vittoria di oggi – ottenuta nell’aula di un tribunale – non fa altro che rafforzare le nostre convinzioni ed aumentare la nostra determinazione per raggiungere il nostro obiettivo.
Continueremo a lavorare la terra, per renderla fruibile a chiunque se ne voglia assumere la responsabilità, coltivando relazioni sul territorio per far crescere la nostra comunità, attraversata già da centinaia di persone.

Continueremo a batterci per l’agroecologia e la riappropriazione della terra, a fianco di tutti coloro che contestano il modello delle grandi opere e delle nocività, dell’agroindustria e dell’estrattivismo, dell’atomizzazione sociale e dell’individualismo. Ci fa piacere immaginare , con questa piccola grande vittoria, di facilitare un po’ altri processi di riappropriazione dei beni pubblici in stato di abbandono. Sia quelli già in essere che quelli che potrebbero avviarsi in ogni territorio. In particolar modo per l’accesso alla terra.
Una sentenza che crea un importante precedente.

Il comitato di Mondeggi Bene Comune-Fattoria Senza Padroni

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“We are not your prostitute”

Il mondo si salverà solo per paradossi, che sono la cosa che più facciamo fatica a capire.

Sto seguendo con grande attenzione le prossime elezioni americane; perché per quanto gli Stati Uniti siano indeboliti, sono pur sempre in grado di annientarci tutti, come e quando qualcuno preme il pulsante.

Il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà in qualche modo anche il tuo e il mio presidente.

Tra la squallida banda di candidati che si presentano per decidere della tua e della mia vita, c’è una sola persona che accetterei volentieri, che è la strana figura di Tulsi Gabbard.

Donna, mezzo samoana, induista, pacifista, ecologista, atleta, surfer, “socialista” nel senso confuso americano (assistenza medica, addirittura, per tutti!).

Eppure è l’unica persona che potrebbe vincere contro Trump, perché sa come parlare con l’America profonda, quella che esiste realmente.

In teoria, se una sola persona del partito A riesce a far passare dalla parte sua quelli del partito B, quelli del partito A dovrebbero candidarla subito.

Invece la stroncheranno i democratici stessi, perché è meglio perdere un’elezione che i mille traffici che l’apparato politico gestisce.

La forza di Tulsi Gabbard, oltre che nella chiarezza con cui si sa esprimere, sta nel fatto che ha passato una vita nell’esercito, di cui fa ancora parte.

E per questo dice:

“La causa della pace è troppo grande perché ci possiamo permettere che disaccordi politici o spirito di partito ci blocchino,”

Ora, la storia americana si può riassumere semplicemente così: la Seconda Guerra Mondiale è stata una tale pacchia per l’economia americana, che quando hanno saputo che Hitler era morto, hanno deciso di far finta che non fosse vero e continuare la guerra per sempre.

Il risultato è stato il famoso complesso militare industriale. Che però ha bisogno di gente da mandare allo sbaraglio, e quindi di creare un esercito di milioni di americani normali.

Io ho avuto un’iniziazione all’esercito americano, quando avevo circa sedici o diciassette anni.

Un hippy fumatore di pipa e seguace di Kerouac, che voleva entrare in un monastero di sannyasin cristiani tomisti dell’India, mi fece conoscere una tenente dell’esercito americano a Napoli, che lui aveva incontrato in una chiesa a Roma.

Linda veniva da non mi ricordo quale angolo profondo degli Stati Uniti.

Aveva una grande intelligenza e nessuna cultura, tranne il fatto che riusciva a leggere il latino come se fosse madrelingua (poi mi chiese una volta chi era Mussolini, perché non ne sapeva nulla).

La Tenente Linda ci ospitò nella base NATO di Napoli per una settimana, e conobbi neri che si ammazzavano di flessioni, e bianchi (sospetto amici dei neri) che appena seppero che ero messicano, dissero che l’errore di Hitler era di aver sterminato gli ebrei e non i messicani, e un’infinita, meravigliosa fauna di folli che meriterebbero ciascuno un poeta che ne raccontasse le gesta.

Gente che stava addosso all’Italia senza capirne assolutamente nulla (ma la tenente mi fece visitare l’antro della Sibilla Cumana, di cui gli italiani sanno molto meno di lei).

Birre, bombe atomiche, musica rock, citazioni di Ovidio, brani biblici, riflessioni dure e sincere sul mondo, riflessioni profonde sul sistema sovietico…

Allora capii ciò che possono capire i ragazzini, ma duecento anni dopo, intuisco cosa ciò che l’esercito potesse significare per tanti americani:

l’unico luogo in cui le persone contano per ciò che sono e non per i soldi che hanno;

assieme alle sette religiose, l’unico luogo in cui le persone si prendono la responsabilità di esistere;

l’unico luogo in cui, anche se sei nato negli abissi, puoi aspirare a frequentare l’università;

e addirittura, follia, l’unico luogo in cui, anche se non sei miliardario, puoi sperare di venire curato in ospedale se ti succede qualcosa.

Tutto questo presuppone una cultura di servizio, ciò che è radicalmente contrario all’americanismo assoluto. Dove il hustler individuale ti ruba ciò che può, e la sua vittima spera di fregarti comunque con le sue lagne individuali.

Tulsi Gabbard si presenta quindi, non solo come candidata a presidente, ma come Commander in Chief, il titolo che ha permesso a tanti presidenti americani di fare strage nel mondo senza nemmeno chiedere il permesso al Congresso.

La nostra Commander in Chief invece, contestando la promessa di Trump di mandare truppe  a sostegno del regime saudita, dichiara:

“Signor presidente, lei sa che io non mi sono mai impegnata in retorica carica di odio contro di lei o contro la sua famiglia, e non lo farò mai.

Ma io e tutti  i nostri fratelli e sorelle in divisa hanno fatto un giuramento di difendere e proteggere il popolo americano e la Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Noi soldati e io, non siamo le sue prostitute, e lei non è il nostro magnaccia!”

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L’altra metà dell’America

Gli Stati Uniti si sentono sull’orlo di una guerra civile; che sicuramente non ci sarà, perché saerebbe troppo complicato farla, ma tutta la buona volontà di farla ci sarebbe.

Per giocare a guerra civile, bisogna essere in due: come ci ricorda un commentatore, è ciò che Costanzo Preve chiamava la “solidarietà antitetico-polare”.

Un polo lo abbiamo identificato, simbolicamente, nel signor Ryan Wash, quello che dice che lo spazio non esiste.

Il polo opposto lo possiamo identificare nella signora Paula White, che ha avuto l’onore di leggere la “invocazione” durante l’inaugurazione del presidente Trump: la settimana scorsa ha avuto anche un incarico ufficiale  come responsabile dell’ufficio della Casa Bianca che tiene i contatti con le religioni.

Sotto, presentiamo un video in cui la si vede in azione. Che ha bisogno però di una lunga introduzione, perché si tratta di qualcosa di strutturalmente incomprensibile in Italia.

Paula White, come ci dice il cognome è bianca, esattamente come Ryan Wash è nero; ed è eterosessuale (nel senso che ha avuto tre matrimoni, un figlio fuori dal matrimonio e innumerevoli lifting) esattamente come Ryan Wash è omosessuale.

Paula White è cute, è carina e sexy e si vanta pure di esserlo, ed è clamorosamente plasticosa, qualità molto apprezzata nella patria del bakelite.

Paula White viene da Apopka, che non è esattamente un nome inglese: i suoi abitanti autoctoni, scopro da Wikipedia, furono prima sterminati dalle malattie portate dagli spagnoli, e quelli che arrivarono al posto loro furono cacciati, nel 1842.  Anche questa è America.

Paula White ha alcuni vanti fondamentali.

E’ cresciuta in un trailer, la casa storica dei nomadi americani, e ha avuto un figlio fuori dal matrimonio; suo padre si suicidò e sua madre si diede all’alcol. A diciotto anni, Paula incontrò Dio, che le ordinò di diffondere il vangelo.

Mentre in Italia, le magagne personali vengono nascoste finché non vengono sputtanate su Dagospia, negli Stati Uniti vale il principio opposto:

“io ho toccato il fondo, poi ho conosciuto Gesù, e questo mi rendo superiore a te, che hai fatto una vita normale”

Paula White, abbiamo detto, è bianca, motivo per cui gli intellettuali bianchi antirazzisti saranno prontissimi a darle addosso: i neri molto meno, visto che è uno dei predicatori più seguiti da loro.

In fondo, c’è sempre stata una sovrapposizione tra i mondi reali dei bianchi poveri e dei neri; e un esempio lo vediamo proprio nel video, quando la signora inizia a emettere strani urli. E’ la pratica “pentescostale” della glossolalia, che nasce nel 1901 a Topeka nel Kansas, a opera di un predicatore bianco e di uno nero.

Paula White poi è ha due aspetti strettamente correlati: è una hustler ed è un’operatric dello spettacolo.

Il hustler, ricordiamo, è l’americano essenziale: l’uomo che rimedia con molta arte al fatto di esser senza parte, deciso a fare soldi con qualunque mezzo, persino lecito; che crede in maniera assoluta a se stesso, e per questo gode di grande ammirazione (“hustling: agire in modo aggressivo per raggiungere un obiettivo stabilito da se stessi, a qualunque prezzo”).

Infatti, la parte del video in cui la White ordina minacciosamente ai suoi spettatori di mandarle soldi, tanti soldi, non stona affatto con quella in cui parla in nome di Dio (solo tra il 2004 e il 2006, la chiesa dove si esibiva la White ebbe entrate per 150 milioni di dollari, prima di incorrere in una clamorosa bancarotta).

Il hustler conduce un monologo con il mondo: esclude quindi ogni forma di dialettica o di ragionamento, proprio come il PoMo; e come impongono anche i ritmi di Facebook e di Twitter e gli spazi fisici dello smartphone.

La White fa parte della corrente della Prosperity Theology, che attribuisce ai rinati-in-Gesù il potere di esigere salute e soldi. Ogni donazione fatta al predicatore-hustler costituisce un “seme”, che darà come frutti una ricchezza almeno sette volte maggiore.

Il hustler fa sempre spettacolo. Nel 1839, ad esempio, ecco un tipico evento del “Grande Risveglio” metodista:

Che poi, da quando milioni di americani sono andati a rinchiudersi nella Suburbia, la scatola-palco è stata sostituita dalla scatola-TV; e infatti Paula White è soprattutto una televangelist.

Dietro tutto questo, come dietro il PoMo o la New Age o le varie ideologie psicoterapeutiche che gli Stati Uniti producono senza posa, c’è sempre l’idealismo magico, il mondo come un “Sogno” che creiamo con la nostra volontà e con le nostre parole. Paula White dice

“Le tue parole sono contenitori di potere, e tramite le parole che esprimi, plasmi il tuo mondo!”

Ma adesso godiamoci il video di brani scelti di Paula White.

 

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E tra un po’ si vota…

Tra alcuni mesi, si voterà per i consigli regionali di alcune parti d’Italia.

So che c’è molta fibrillazione: l’Uomo Medio vittima della Spocchia Radicalchic ce la farà a dire, “conto anch’io!”?

Resteranno saldi i Valori Democratici e la Storia di innumerevoli decenni di Antifascismo?

Quando sento dire, Consiglio Regionale, io penso solo a un ente che può fare alcune leggi.

Cerco di capire quali leggi può fare, e digito su Google, “competenze regione”. Trovo che lo Stato si occupa un po’ di tutto, e il resto spetta alle Regioni “in via residuale”.

Quanto sia complessa la suddivisione dei compiti si può vedere ad esempio leggendo questo testo.

Indubbiamente, scavando di più a fondo, troverei qualcosa di più specifico, ma se io che sono pignolo devo fare tanta fatica, penso all’elettore medio, che pignolo non è.

Mi prometto di approfondire le competenze legislative della Regione Toscana prima delle elezioni: so vagamente che hanno a che fare, “in via residuale”, con salute, ambiente, turismo, agricoltura e trasporti.

E allora mi permetterò di votare (o se necessario astenermi) in base alle cose che so e che mi interessano.

Tipo (tutte  cose molto toscane, ma ogni regione ha qualcosa di simile):

– si deve continuare o no a mangiarsi le Alpi Apuane, che gli dèi hanno forgiato in milioni di anni, per fare piscine in marmo per miliardari sauditi?

– che si fa con la cementificazione di tante aree, che costringe le acque piovane a defluire di corsa, spazzando via l’humus e inaridendo la Toscana?

– si deve distruggere o preservare il laghetto dove vivono i fenicotteri per farci la nuova pista dell’aeroporto di Firenze?

– che ci facciamo con gli affitti turistici che hanno reso impossibile per le persone normali vivere nel centro di Firenze?

– in tempi in cui la gente frequenta sempre meno i grandi luoghi pubblici, è proprio necessario costruire un immenso stadio nuovo che distrugga l’ultima area verde alla periferia di Firenze?

– si continua o no a smantellare i piccoli presidi medici locali e i consultori che permettono alle persone di ricevere un’assistenza sanitaria di base sul territorio?

– che si fa per impedire agli allevamenti industriali di riempire polli e vacche di antibiotici che stanno vanificando anche i nostri sistemi immunitari?

Sono solo esempi, ci sarebbero mille altre domande da fare.

Ma ricordiamoci che è per cose come queste che si vota, il resto è fuffa emotiva.

Se riuscissimo a mettere da parte l’investimento emotivo e il tifo identitario, e pensassimo in questi termini, cambierebbero davvero tante cose.

spoiler:

in linea di massima, salviniani e piddini la pensano allo stesso modo su tutti questi temi, per cui non si capisce perché non facciano una lista unica.

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“La mia vita è la prova che lo Spazio non esiste”

L’Università di Georgetown ha pubblicato l’altro giorno il risultato da un sondaggio da cui emerge che gli americani ritengono che il loro paese sia sull’orlo della guerra civile.

Non è un caso che in questo momento a guidare il paese sia colui che Howard Kunstler ha chiamato

 “the Golden Golem of Greatness, skulking fiery and furious in his lonesome White House tweet chamber”

Ma anche l’altra parte non scherza.

Negli ultimi pochi anni, le facoltà umanistiche statunitensi sono cadute sempre più in mano ai PoMo.

E’ un tema che abbiamo già trattato in dettaglio un paio di anni fa.

Il postmodernismo è una rispettabile scuola di pensiero europeo, che dice cose interessanti; ma nell’attraversare l’oceano, e nel diventare di massa, è diventato un piccolo mostro noto con la sigla di PoMo.

I PoMo parlano in maniera a dir poco fumosa, ma il concetto di fondo è semplice.

Per i PoMo, la realtà non esiste: esiste il Discorso.

Che è il modo in cui gli esseri umani conducono la lotta per il Potere.

Quindi non c’è una verità e le parole non servono per avvicinarci alla verità: l’unico metro del mondo è ciò che io sento (che poi alla fine è l’essenza della più ampia ideologia americana, che ingloba anche i loro avversari).

Il solo scopo della ricerca consiste nello smascherare – “decostruire” – i trucchi di potere che si nascondono dietro i discorsi altrui.

Questo smascheramento assume la forma di un monologo, perché non esistono “fatti” oggettivi che ci possano far cambiare idea.

Ma se le parole sono tutto e il vero motivo per cui le persone affermano qualcosa è solo per dominarle, allora le parole sono atti di violenza.

E in assenza di qualunque criterio oggettivo, la mia sensibilità è l’unico criterio per giudicare se le tue parole sono violenza e io la tua vittima.

A questo punto, io ho il diritto/dovere di impedirti di compiere atti di violenza, cioè di dire qualcosa che ferisce la mia personale sensibilità.

Tra mille possibili esempi di questo meccanismo, uno dei più chiari ce lo fornisce un certo Ryan Wash, che di mestiere fa il debater.

Il debate è un’interessante procedura, che ho visto in azione in Olanda: imparare a sostenere una posizione in modo logico e chiaro, contro un avversario; poi ascoltare con attenzione l’avversario e cercare di arrivare a una sintesi che metta d’accordo entrambi.

Ryan Wash è nero e omosessuale, una “intersezionalità” che gli dà subito doppio punteggio.

Ha una splendida parlantina e una mente sveglia, e si è deciso a decostruire il debate, sovvertendone tutte le regole. Cosa che gli ha fatto vincere il National Debate Tournament, e Brad Pitt sta preparando un film su di lui.

Alla Weber University nello Utah, dove lui insegna, uno studente, Michael Moreno, ha registrato uno straordinario dibattito decostruito del prof. Wash, che mi sembra la migliore  presentazione del metodo PoMo, anche perché Wash evita termini astrusi e va al sodo.

Wash esordisce, dicendo che il Whiteness approfitta delle condizioni di povertà dei neri, per spacciare loro come vere cose che loro non possono sperimentare di persona, come l’esistenza dello Spazio cosmico.

“La mia vita è la prova che lo Spazio non esiste”.

Lo Spazio cosmico è quindi un costrutto oppressivo e non esiste. A chi gli fa notare che ben 14 astronauti neri sono stati nello Spazio, Wash risponde che questo dimostra la sua tesi: il Whiteness è così soverchiante che riesce a fare il lavaggio del cervello anche ai neri.

Ma lo Spazio (Outer space) è anche un atto di violenza, perché invade gli spazi (spaces) dei neri; e solo io – che sono nero – posso giudicare se mi sento violato. Se io mi sento oggetto di violenza, la violenza è reale, e io ho il diritto di impedirti di compierla e quindi ho il diritto di impedire l’insegnamento delle scienze.

A questo punto, nel dibattito, alcuni volenterosi studenti neri propongono come tema di discussione, di inviare tutti i Bianchi nello Spazio cosmico, visto che a loro piace tanto.

Qualcuno chiederà in quale Spazio pensano di mandarli, visto che sembrava appena dimostrata la non esistenza dello Spazio; però è esattamente questo spirito analitico che il PoMo cerca di decostruire, e infatti nessuno solleva questa obiezione.

Viene sollevata invece l’obiezione, abbiamo il diritto di far correre ad altre ipotetiche popolazioni extraterrestri il rischio che vengano colonizzati dai Bianchi?

Il PoMo offre un’ideologia che permette il triplice lusso di apparire come intellettuali, senza dover pensare e potendo sempre accusare qualcun altro. Questo appello a livelli molto profondi (e infantili) della psiche umana gli dà una forza e una diffusione straordinarie.

Si pone poi come baluardo delle vittime di violenza, quindi occupa grosso modo lo spazio (scusate il termine!) storico della Sinistra. Cosa che la Destra non manca mai di far notare: avviene così un processo di dissing reciproco – la pratica di certi rapper americani di attaccare furiosamente qualche loro collega in difficoltà, rendendolo così improvvisamente famoso; i trumpiani e i PoMo si legittimano a vicenda come unici possibili avversari.

Lo spirito PoMo parassita così questioni profonde e serie, come l’ambientalismo, il femminismo, la critica al complesso militare-industriale, al capitalismo, i problemi delle minoranze etniche, trattando con estrema aggressività i propri concorrenti.

Il pericolo lo ha sottolineato la settimana scorsa l’ex-presidente Barack Obama:

“Ho la sensazione oggi a volte tra certi giovani, e questo viene accelerato dai social media, che il modo per realizzare dei cambiamenti sia essere il più giudicante possibile nei riguardi di altri. Ma questo non è attivismo, questo non porta a cambiamenti. Il mondo è complesso. Esistono le ambiguità. E gente che fa cose veramente buone ha difetti”.

Ma ovviamente, proprio con i social media e con la diffusa conoscenza dell’inglese, il PoMo penetra sempre di più anche nella cultura mondiale.

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Un mestiere in rosa, giovane e creativo

Il mondo è pieno di ragazzine spocchiose che vorrebbero avere un posto fisso e trovano noioso fare le cassiere alla Lidl, sempre che le prendano.

Invece di frignare, basterebbe che si guardassero attorno per rendersi conto che il mondo è pieno di occasioni, come abbiamo già scritto tempo fa.

Guardate ad esempio questo avviso della Family Tree Surrogacy di San Diego California.

50.000 dollari a botta , anzi sul sito scrivono fino a 60.000…

Lavorando a tempo pieno dai 21 ai 38 anni – e con un po’ di fortuna ci scappano pure dei gemelli – non ci sarà da preoccuparsi per la pensione.

Sul sito della Family Tree si spiega all’aspirante Lavoratrice Uterinale:

“Essere incinte è come fare un altro lavoro a tempo pieno, solo che alla fine della giornata non puoi timbrare il cartellino e andartene dall’ufficio. E mentre la maggior parte delle mamme vengono compensate dopo nove mesi quando prendono in braccio il loro bambino per la prima volta, le madri surrogate devono essere compensate in maniera più monetaria”.

E siccome siamo negli Stati Uniti, la pacchia non finisce lì: per i nove mesi lavorativi, ti pagano pure l’assicurazione medica!

 

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